31.12.10

CLASSIFICHE 2010. I MIGLIORI FILM

Quest'anno si chiude con circa 80 visioni, praticamente un film e mezzo a settimana, anche se finita l'estate si è viaggiato a un film ogni 2 giorni. Il blog è comunque uno spazio personale, non una rivista, per questo preferisco inserire nelle classifiche le mie visioni dell'anno, a prescindere dalla data d'uscita della pellicola (anche se non volendo sono praticamente tutti 2010...). Non conteggio film, come Old Boy, come Tarnation, rivisti per l'ennesima volta, soltanto prime visioni.

I TITOLI RIMANDANO ALLE RECENSIONI

TOP 10


In un anno un pochino deludente per uno dei miei generi più frequentati, l' Horror, voglio premiare come miglior esponente il film di Marshall. Atmosfera e ambientazioni eccezionali, direzione degli attori e uso degli spazi mirabile e sottotraccia una storia umana da raccontare con forza e delicatezza allo stesso tempo.

Anche stavolta la Pixar è riuscita a sorprendere prendendo in mano una miniserie che sembrava ormai conclusa tirandone fuori quello che addirittura è forse il miglior episodio. Divertimento ed emozioni a go go, con la scena della discarica nell' Olimpo del genere.


Ritorno al cinema-fiume che si prende il tempo di raccontare. La vicenda di un ragazzo che entra in un carcere povero e analfabeta per uscirne come un leader della malavita. Un romanzo di formazione scritto da mani in stato di grazia.


Quasi impossibile non accomunare questa pellicola spagnola a Il Profeta. Entrambi carcerari, entrambi europei, entrambi semisconosciuti, entrambi fortissimi. Premio per un'incollatura il film di Monzon perchè, se possibile, ancor più cinico e coraggioso. Se Il Profeta era un romanzo di formazione, Cella 211 ha la durata di una pagina, una terribile, devastante pagina di 24 ore.


La grandezza del film di Haneke, oltre nella superba fotografia e nella bravura del cast, sta tutta al di sotto delle immagini. E' un film inscindibile dal suo messaggio, dalla sua tesi. Quando questa viene recepita del tutto la bellezza della pellicola straborda. Regista incredibile, forse superato quest'anno da una regista che sembra una sua allieva.


Eccola qua la piccola Haneke, la 38enne austriaca Jessica Hausner. Lourdes è un dono offerto alle nostre menti e coscienze, un prodotto che con grazia, misura, sobrietà sa lanciare stilettate e regalare emozioni. L'indimenticabile finale è a mio parere la più bella scena dell' intera stagione cinematografica 2010.

4 moon


Sarà la mia venerazione per Rockwell, sarà che il regista Jones ha dimostrato che si può ancora fare fantascienza con poco, sta di fatti che Moon mi ha letteralmente stregato. La morale e l'etica, la spersonalizzazione e la ricerca di identità, il cinismo della Scienza contrapposto all'immortalità delle emozioni. Film intimo se ce n'è uno, contrappone l'uomo a se stesso. Rockwell mostruoso, è lui il mio M.V.A (most valued actor) 2010.


Credo non ci sia niente da dire. Quando i miliardi si uniscono con il genio al cinema si può ancora sognare e riflettere, tenere ossimoricamente il cervello spento e acceso nello stesso tempo. Colonna sonora e scenografie da Storia, intreccio a livello verticale incredibile.


La mia anima melanconica è stata totalmente devastata e inebriata da questo capolavoro della non speranza, da questa Apocalisse del mondo e dell'uomo. Anche qui premio il coraggio, l'anticinematograficità, la forza del pugno che ci arriva allo stomaco. Non mi ricordo un film così pessimista, così definitivo. Si piange digrignando i denti.

1 ben x


Perchè emotivamente è la pellicola che mi ha più coinvolto, perchè tratta tematiche durissime senza retoriche e sensazionalismi, perchè ha una costruzione perfetta, perchè è un film coraggioso che, come Lourdes, nello straordinario finale non dà sentenze, ci parla della vita, sta a noi scegliere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Visione obbligata nelle scuole a parer mio.

30.12.10

Recensione: "Pandorum"


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"Bravin quel 10" sussurrano tra una bestemmia e l'altra gli spettatori del calcio umbro alla visione di una nuova talentuosa mezzapunta nelle partite dei campionati giovanili. Mezzapunta che poi nel 95% dei casi non riuscirà a unire ciccia, gambe, abnegazione, testa, costanza, allenamento e cattiveria al talento concessogli naturalmente.
Pandorum mi è sembrato un film di talento, di idee, ma probabilmente è privo di tutte le altre caratteristiche che possono fare di un film un fuoriclasse, o meglio, un capolavoro.
Forse la mia scarsa conoscenza e frequentazione del genere fantascienza mi fa sembrare Pandorum un film molto originale, pieno sì di rimandi e citazioni, ma con un'anima propria e riconoscibile.
Più che rimandi la prima mezz'ora mi è sembrata una copia carbone di The Descent. I protagonisti si ritrovano in un luogo buio e ignoto per scoprire poi di non essere da soli. Le stesse creature sono praticamente le stesse del film di Marshall. Quando arriviamo alla scena nella pozza d'acqua con teschi dapertutto sono quasi saltato dal divano "E' The Descent!". Poi Pandorum prende tutta un'altra strada e ha il merito di porti molte domande senza far calare mai l'attenzione, se non nelle solite marchette di scene di combattimento e simili. Ottima davvero l'atmosfera, aiutata da location veramente azzeccate e variegate. 

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Il punto di forza del film è però nella storia, una miscellanea di Genesi e Apocalisse, Dio e Uomo, Scienza e Pazzia, Inferno e Paradiso. Sinceramente l'idea che per circa 900 anni, essendo la Terra distrutta e tutti gli altri umani nell' Astronave dormienti, non ci sia stato nessun umano "attivo" l'ho trovata grandiosa e, in un certo qual modo, terribile (900 anni, 900). Questa è la fantascienza che amo, quella che è solo cornice per riflessioni più profonde e universali, non meri inseguimenti di navicelle e missili balistici. C'è qualcosa di forte, atavico, intelligente dentro Pandorum, qualche concetto davvero formidabile,ed è come se allo spettatore non arrivi tutta la potenzialità dell'insieme.
"Bravin quel 10".
Forse, anche se ha le spalle strette, il ragazzo si farà.

( voto 7,5 )

14.12.10

Recensione: "The Experiment (2001)"



Interessantissimo film tedesco appena remaked dagli americani con nel cast prezzemolino Adrien Brody.
Pur nella sua tragicità, crudeltà e valore etico e sociologico, The Experiment non è altro che la trasposizione adulta, deviata, distorta, parossistica di uno dei giochi d'infanzia più classici, Guardie e Ladri. Probabilmente il taglio un pò televisivo (punto debole di certo cinema tedesco), sporco, è insieme un pregio e un difetto che può far storcere un pò il naso alle nuove generazioni amanti di atmosfere più lucenti e patinate, cinematografiche nel senso commerciale del termine.
Venti persone, in cambio di una cospicua somma di denaro, decidono di fare da cavie ad un'esperimento: 14 giorni in un carcere, alcuni guardie, alcuni prigionieri. Gli scienziati hanno l'obbiettivo di veder sia a che punto e a quali soprusi può portare una situazione di comando, sia dall'altra parte analizzare quanto la perdita di libertà e di diritti morali e civili possa condurre i carcerati alla ribellione, allo sconforto, alla pazzia. L'esperimento sfuggerà di mano ai medici e presto le guardie, totalmente immedesimate nel proprio ruolo, assumeranno il comando di tutto, giungendo alle peggiori barbarie, persino contro gli stessi scienziati.
Interessante notare come un gruppo di persone che parte alla pari durante i "provini" possa piano piano essere completamente scisso in dominatori e sottomessi. L'abuso di potere è, psicologicamente, una delle condizioni più forti e allettanti per portare l' Uomo ad un rapido cambiamento. In questo senso straordinaria l'interpretazione di Justus von Dohnányi nelle parti di Berus, un timido e disadattato impiegato che, approfittando della situazione, diventa un vero e proprio aguzzino, leader decisionale ed emotivo delle guardie. Supera addirittura in bravura l'ottimo Bleitbreu, attore formidabile, qui nei panni di Tarek, il protagonista.

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Lampanti i rimandi della pellicola alla deriva del reality, una specie di Grande fratello privo di regole, e sottotraccia non mancano i riferimenti all'Olocausto, praticamente tara ineliminabile da un certo cinema tedesco d'impegno. Il riferimento però che più mi piace notare è quello con l'immenso Cecità di Saramago, probabilmente uno dei romanzi più potenti degli ultimi 50 anni. Anche lì, sebben per motivi completamente diversi, delle persone erano costrette in cattività in un luogo chiuso, senza possibilità di uscire e lasciate al proprio destino. Anche lì ben presto si formano due distinti gruppi di buoni e cattivi che porteranno all' inevitabile scontro per la supremazia e la sopravvivenza. Certo, non si raggiunge la profondità, acutezza e valore sociologico dell'opera del sommo portoghese, ma anche The Experiment nel suo piccolo può portare a più di una riflessione. Non ho amato per nulla la storia d'amore del protagonista, totalmente gratuita a mio parere, con l'unico obbiettivo di arrivare a una situazione di deus ex machina finale e, probabilmente, di dare delle note un pò più umane, romantiche e malinconiche ad un film che altrimenti sarebbe stato di un cinismo unico. Magari.

( voto 7 )

10.12.10

Gli Abomini di seria Z (6), Recensione: "Nursie"



Mamma mia, Nursie è talmente scarso che risulta quasi piacevole guardarlo, talmente amatoriale che non riesco a farmelo odiare, talmente pane e salame che lo preferisco allo spocchioso caviale. Film che riesce a durare 90 minuti malgrado una sceneggiatura praticamente inesistente. Un medico, alla Misery, ha un incidente e si ritrova in una "casa di cura" gestita da un'infermiera pazza. Al suo interno ci sono altre persone, perlopiù vecchiette, maltrattate da anni dalla suddetta infermiera. Basta, non c'è altro, il dottore vuole fuggire come è ovvio che sia, la pazza, coadiuvata dal fratello bestione e mentecatto, cercherà di impedirglielo. Manco a dire che ci siano buoni effetti splatter, niente di niente, al massimo delle botte date in testa che fanno sembrare quelle che si davano Bud e soci quasi un documentario. Vi assicuro che Nursie non ha una sola singola qualità, ma l'interpretazione così allucinante della protagonista, sulla quale in definitiva si regge tutto il film, ce lo fa portare a termine con affetto. Nota di demerito particolare al montaggio, sia quello che dovrebbe scandire passaggi temporali ( a dir poco gratuiti, vedi sotto riguardo l'ubiquità) sia quello più immediato nelle scene di "azione". Addirittura 2 volte infatti la scena è talmente mal montata che vediamo la stessa immagine per 2 volte e vi assicuro che non è un gioco autoriale del regista. La cosa più incredibile però è notare come l'infermiera riesca sempre, sempre, sempre, ad essere presente sulla scena. Due persone stanno parlando? Appare lei di dietro. Qualcuno cerca di scappare nella stanza accanto? Nessun problema, c'è lei a fermarli. Nel frattempo il dottore è fuggito in cantina? Sulle scalette appare lei. E se in soffitta e fuori casa contemporaneamente accade qualcosa? Qualsiasi cosa accada la nostra Kathy Bates dei poveri è là. Film orrendo a cui non si può non voler bene.

( voto 3 )

8.12.10

Tarnation


Probabilmente sarà una recensione più dettagliata del solito perchè al 90% dovrà essere quella ufficiale del film sul sito di Filmscoop.

Dunque se non volete annoiarvi ne sconsiglio la lettura...

6.12.10

Recensione: "The Skeleton key"


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Ian Softley è senz'altro uno di quei registi che, a proprio rischio e pericolo, hanno fatto della poliedricità un loro marchio di fabbrica. Dal "vittoriano" Le Ali dell'amore all'allora update Hackers, dalla fantascienza sui generis del sottovalutato K-Pax al fantasy Inkheart fino ad arrivare a questa ghost story, The Skeleton Key.
Film molto ben confezionato che forse manca un tantino nella capacità di suscitare paura malgrado una buona atmosfera che, pur senza picchi, non abbandona mai la visione. L'ambientazione e il plot sono visti e rivisti, la classica casa isolata , la classica storia di fantasmi. In questo filone è difficile far qualcosa di nuovo o coinvolgente, con in questi anni il solo The Orphanage che è riuscito a farmi brillare gli occhi. Curioso notare come il topos della porta che nasconde qualcosa di segreto e malvagio sia probabilmente uno di quelli più utilizzati nella storia del cinema Horror. E' veramente difficile trovare una pellicola di genere che non abbia usato tale "trucco" per incutere mistero e spavento nella propria trama; da capolavori come Shining, Psyco e Non aprite quella porta ai più recenti successi come Martyrs e Rec, da sempre la stanza segreta e "inesplorata" ha attirato l'immaginazione di registi e pubblico.

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In questo caso poi non è che nascondesse chissà che, soltanto un pretesto per una svolta narrativa che se da un lato ha aperto nuove porte :) alla trama, dall'altro ha forse reso The Skeleton Key un pò troppo macchinoso e confuso. Sottotraccia Softley prova a trattare tematiche più profonde come ad esempio l'avvicinamento alla morte e la solitudine che a volte ci accompagna nel momento del trapasso, ma sinceramente non si crea mai un'atmosfera così empatica da provare emozione per le vicende e i suoi protagonisti, anche se l'interpretazione del vecchio da parte di John Hurt regala più di un momento toccante.

Punto di forza del film è senz'altro il finale politicamente scorretto, almeno a mio parere difficilmente prevedibile, anche se è proprio questo finale a lasciare più di un punto di domanda nella struttura del film. Resta il fatto che The Skeleton Key rimane un film assolutamente consigliabile, buono per chi ha visto tanti film di genere, forse addirittura ottimo per chi ha poca frequentazione col thriller paranormale.

( voto 6,5 )

4.12.10

Recensione: "Be Kind Rewind"


Per me piccolo gioiello.
Un omaggio ai piccoli, a quelli che vanno avanti con pochi mezzi sfidando i mostri miliardari. Alle piccole videoteche in cui puoi ancora chiedere un consiglio, NON trovare un film libero, parlare di cinema, il tutto contrapposto alle major delle multicopie, della piatta divisione per generi, dei commessi (anche non per colpa loro) semplici "manichini" senza conoscenze specifiche. In senso lato omaggio al piccolo artigianato che piano piano sta scomparendo.
Un omaggio al Cinema, a quei titoli che un pò per propri meriti, un pò per un periodo d'oro (soprattutto quello degli anni 80) bastava un attimo per diventare cult. E un omaggio al cinema fatto con poco, essenziale. E, nel finale, la bellezza e la magia del buio in sala, non assimilabile a nessun'altro tipo di fruizione.
Un omaggio al divertimento e all'inventiva, a come sia possibile per tutti tornare bambini. Straordinaria la trovata dei film maroccati ( "come il Marocco?" "Sì" "Ma è una nazione, non un verbo!") niente di più e di meno che un'estensione degli scherzi telefonici, del suonar campanelli e scappar via che da piccoli tutti abbiamo fatto. Scherzi innocenti, politicamente scorretti ma tremendamente attraenti. Quello per me e per tanti era il piccolo proibito, non altre cose.
Un omaggio al ricordo, all'attaccamento alle proprie radici, all'unica cosa che nessuna delibera può portarci via, il nostro passato.

( voto 7,5 )

2.12.10

Recensione: "Frozen River"


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Piccolissimo film che sfida tutte le regole possibili del successo facile, nessuna retorica, nessuna sequenza particolarmente significativa od eclatante, nessun colpo di scena. In uno stile quasi documentaristico seguiamo soltanto le vicende di due madri, una bianca (una grandissima Melissa Leo) ed una indiana d'America. Siamo in un piccolo paese al confine del Canada. Ray è una madre che ha come unico sogno una casa confortevole per i suoi due bambini se non fosse che il marito è fuggito ed ha portato tutti i soldi con se. Incontra fortuitamente la Mohawk (popolo di nativi americani) Lila, ragazza madre cui la suocera ha portato via il bimbo. Lila è nel giro dei trafficanti di immigrati che dal Canada, attraverso il fiume ghiacciato del titolo, si riversano negli Usa. Ray è disperata e per racimolare la cifra che le serve per comprare casa, decide di aiutare Lila nel traffico.
Frozen River non è nè più nè meno che un tentativo di raccontare una piccola storia da parte di una giovane regista. Si sente molto la mano femminile che guida il film al punto che tutte le scelte delle protagoniste hanno un forte richiamo alla maternità, all'innato senso di amore e protezione per i propri figli. Il film racconta come a volte anche per inseguire piccoli sogni, perdipiù legittimi come una casa o avere con sè il proprio bimbo, si è disposti a giocare sporco, a prendere rischi. Le due madri sono figure fortemente positive e malgrado quello che fanno lo spettatore non è mai portato a criticare le loro azioni, a condannarle. 

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Questo anche perchè Frozen River non coinvolge moltissimo, si segue la vicenda in modo abbastanza distaccato, freddo, come freddo è lo scenario che lo compone. C'è uno straordinario senso della misura nella regia, di verità e verosimiglianza, un voler raccontare niente di più di quello che vediamo. E' quasi come se non fosse Cinema questo, perchè non viene usato nessun mezzo, trucco o canale che la cinematografia è solita utilizzare per far entrare lo spettatore dentro il film, per portarlo dalla sua parte. A dir la verità sono almeno 3 o 4 i momenti in cui sembra che la pellicola possa finalmente imboccare una nuova strada, diventar qualcos'altro (la prima lite tra le donne, l'abbandono della borsa, l'incendio a casa, la sparatoria col trafficante) ma alla fine tutto torna sempre nella normalità. Da apprezzare il finale che chiude un cerchio cominciato con la primissima scena (l'arrivo della casa) e una futura serenità metaforicamente esplicitata dalla piccola giostra finalmente funzionante. E' proprio questa forse la scena più emozionante, una nuova famiglia si è formata, quei bambini che girano sopra i cavallini avranno forse un futuro migliore.
Insomma, Frozen River è un film onesto, puro, anticinematografico. Un film che racconta la piccola parabola di due famiglie che vedono realizzati dei sogni che non dovrebbero neanche essere tali.

( voto 7 )