30.1.11

Recensione: "Premonition (2004 jap)



Mi aspettavo sicuramente di meglio da questo horror nipponico, perlopiù partorito dal creatore degli ottimi The Ring e The Grudge (intendo le versioni originali ovviamente). Probabilmente molti dei miei dubbi sono dovuti all'interpretazione del protagonista, veramente esagerata, piena di reazioni teatrali e non controllate (a differenza invece della moglie). Lo spunto, quello delle premonizioni, non è affatto originale ma era raccontato in maniera non banale e abbastanza inquietante (vedere in anteprima la prima pagina del giornale del giorno dopo che annuncia la morte di un tuo caro). L'inizio poi, sempre tralasciando il protagonista, è davvero buono e molto coraggioso nel mostrare la morte della piccola bambina. Poi tra tipici clichè degli horror orientali come i fantasmi o la mania degli audiovisivi, assistiamo in una trama un pò confusa a un discreto film di genere che alterna buone scene, come quella dell'uomo strisciante, a passaggi narrativi molto affrettati e cervellotici. C'è senz'altro anche un pò di Final Destination nel concetto che se salvi una vita umana in qualche modo la Morte deve rimediare. Esagerato ma in qualche modo interessante anche la figura di questi premonitori che in qualche modo diventano conoscitori, come degli Dei, di tutte le morti umane. Il finale è un autentico incubo nel quale restiamo al contempo sia abbastanza presi e affascinati che confusi e quasi divertiti dall'assurdità e alternanza di così tanti scenari. Quello finale sarà abbastanza prevedibile e in qualche modo il più umano possibile.


( voto 5,5 )

25.1.11

Recensione: "Tunnel Rats"



Ci vuole tempo, chi nasce tondo può diventar quadrato ma ci vuol tempo. E' inutile ma forse giova ripetere per l'ennesima come Boll prima di quest'opera abbia realizzato soltanto film pessimi, che passavano dall'obbrobrio assoluto tipo House of the Dead e Alone in the Dark a pellicole brutte brutte ma passabili per gli appassionati come Seed o Postal. Tunnel Rats è il suo primo film definibile tale, forse vero turning point della carriera perchè sarà seguito da altre pellicole, come Rampage, come Stoic, a detta di molti veramente ottime.

I Tunnel Rats erano un'unità americana specializzata nella guerra del Vietnam nel cercare e distruggere i corridoi sotterranei costruiti strategicamente dai vietcong.
Intendiamoci, il film non è niente di che, probabilmente uno dei film di guerra più statici che abbia mai visto dato che tutta la vicenda riguarda in pratica un singolo scontro tra un'unità americana e una vietnamita. Insomma, è come se dalle costole di altri film di guerra Boll abbia preso una sequenza di 10 minuti e l'abbia gonfiata a 90. La prima parte è noiosissima e non riesce nè ad imbastire una singola riflessione seria sulla guerra nè farci entrare in empatia con qualche protagonista. Poi, trovato il tunnel, la pellicola si fa più interessante specie per le buone riprese sotterranee, forse vero pregio e attestato di unicità del film rispetto al filone battuto e ribattuto del Vietnam. Boll certo non si lascia sfuggire l'occasione per il gusto del dettaglio macabro, vedi l'osso del collo, l'impalamento e le mutilazioni nella sparatoria. 

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E' un film di guerra che non esce affatto da essa, nessuna riflessione, nessun ampio respiro, nessun insegnamento. In questo Boll è senz'altro da apprezzare perchè fa il passo lungo esattamente come la sua gamba. Forse la prima volta che sia noi che gli stessi protagonisti siamo portati a pensare e a renderci conto di ciò che davvero la guerra significa è nel buon finale, nello sguardo fisso e perso della madre vietnamita. Boll voleva fare un film di guerra, si vede, ma la mancanza sia di idee che di budget l'hanno portato a un piccolo film, onesto e non pretenzioso però. Voglio dargli fiducia, lo aspetto alla prossima.

( voto 6,5 )

20.1.11

Recensione: "The Lost"


 

Saranno state le troppe aspettative ma non posso non ammettere la profonda delusione. The Lost mi è sembrato un film molto immaturo, giovanile nel senso negativo del termine. In una pellicola nella quale gli episodi di violenza rimangono circoscritti alla cornice (l'inizio e la fine) mi aspettavo molto di più da tutta la vicenda interna, quella (lunghissima) atta a raccontare chi è Ray Pye, quale turbe lo tormentano. E' lì a mio modo di vedere la cartina di tonasole per capire effettivamente il valore di un film di questo genere, perchè alla fine le scene di violenza gratuite le sanno girare tutti, il difficile è raccontare tutto il resto. Rimanendo a uno degli ultimi film che ho visto trovo ad esempio infinitivamente più interessante Calvaire, nel quale grazie a un morbidissimo climax siamo portati a seguire con sempre più attenzione la vicenda mentre ciò non accade in The Lost dove aspettiamo lentamente che accada qualcosa. Ciò non sarebbe un male se ci fosse comunque una giusta atmosfera di attesa, ma tra tirate di coca, incontri sessuali, scatti d'ira e chiare manifestazioni di violenza repressa non sono riuscito, forse a causa mia, ad esser coinvolto. 

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Il finale ricorda molto quello di Ex Drummer ma l'ho trovato molto più carico di significato nel film belga. Insomma, in un'atmosfera tra American Psycho, Funny Games, Arancia Meccanica e Un giorno di ordinaria follia, trovo The Lost un buon prodotto ma quasi totalmente privo di analisi e introspezione. Più che privo forse è più corretto dire debole in quest'aspetto. Anche la recitazione tanto esaltata del protagonista se da un lato ruba veramente l'occhio, dall'altro sembra talmente nervosa e schizofrenica da risultare quasi facile come lo sono in genere tutte le recitazioni sopra le righe. Usando un gergo musicale, mi ha convinto in battere, meno in levare.

Ovviamente questa breve recensione, a differenza del mio approccio abituale, ha posto l'accento soltanto sui difetti della pellicola tacendone i meriti. Sarà perchè ho visto l'opera SUCCESSIVA (attenzione, non precedente, cambia molto) di Silvertson che mi ha portato a una disistima che ha bisogno di tempo o di ben altra opera per scomparire.

( voto 6,5 )

18.1.11

Recensione: "La Fisica dell'acqua"



Prima una doverosa premessa. Nel nostro ambito non c'è un luogo comune più fastidioso e banale di quello che vuole morto il cinema italiano. Ora, sono vere alcune cose:
1 Non siamo più un punto di riferimento mondiale.
2 Abbiamo visto morire interi generi, penso all'Horror, a una certa Fantascienza, al Poliziesco e al Western (in realtà morti a livello globale) dove dettavamo legge a tutti.
3 Il 90% delle nostre produzioni è tra il Comico e la Commedia. Questo perchè tali generi rendono ormai più di tutti gli altri, e sia registi che produttori hanno letteralmente paura di arrischiarsi in altro, pena il flop totale che non rappresenta solo un danno d'immagine e d'orgoglio ma specialmente economico.
Detto questo il Cinema italiano sforna ancora in continuazione grandissimi film, basta andarli a cercare e non avere la puzza sotto il naso.Potrei elencarne decine solo di questi ultimi 6,7 anni. Solo un cambiamento nel pubblico potrà portare un cambiamento nella produzione e distribuzione.

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La Fisica dell'acqua non è un capolavoro, non è un grandissimo film, ma è un ottimo prodotto, DI GENERE, realizzato con tutti i crismi. Probabilmente è un film ancora più bello di quello che si possa pensare perchè è una pellicola per certi versi intelligente, colta, raffinata (già il bellissimo titolo lo dimostra), e come tale la presa può non essere immediata. Non posso non partire dalla magnifica prova del piccolo Vavassori. Se questa interpretazione fosse stata offerta in un filmone americano qualcuno parlerebbe magari di nuovo Osment... La corsa iniziale verso il luogo dell'incidente è a mio parere una sequenza di una forza emotiva straordinaria perchè rappresenta in modo perfetto quello che è l'amore di un bambino per la propria madre, un amore puro, non ragionato, senza pensieri e sovrastrutture, una amore che porta a correre, come farebbe un animale.
Farina ha una grazia, un tocco, una sensibilità nel raccontare i bambini e il loro mondo che in alcune sequenze mi sembrava di essere tornati al nostro caro e amato Neorealismo. Tutte le scene di Alessandro (il nome del piccolo protagonista), quelle col suo amichetto, quelle finali del neonato hanno insieme tenerezza e forza, divertimento e tragedia.
Parlavo di film colto soprattutto perchè affronta una tematica come quella della rimozione e poi del lento riaffiorare dei ricordi in un modo molto originale e interessante. Fino a quale età possiamo ricordarci fatti così vecchi? Può una vicenda capitata a un solo anno di vita essere ricordata e segnarci per sempre? Il processo che aiuterà Alessandro a ricordare la verità solo a posteriori si rivelerà come profondamente e teneramente umano tanto che, alla luce dei fatti finali, ripensare all'abbraccio commosso con il commissario renderà quella scena straordinaria, da brividi.

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Il film ha un'eccellente fotografia e una regia virtuosa ma mai esagerata (la gru sulla stazione della polizia, i riflessi del corpo sul muro, la corsa che menzionavo all'inizio e tante altre) tanto da rendere La Fisica del'acqua, a parte alcune forzature di plot, come una pellicola senza difetti. Buoni gli attori, Vavassori e Cortellesi su tutti.
Insomma, non è un film che riconcilia col cinema italiano perchè non c'è bisogno di nessuna riconciliazione. E' semplicemente una piccola storia che sa essere raccontata, una storia scritta e diretta con amore e professionalità, una vicenda che sa anche commuovere senza che questo sia il suo fine principale.
Bravo Farina. Quattro anni per trovare un produttore. Prendi tutto questo per quello che è, un merito.

( voto 7,5 )

16.1.11

Recensione: "After Life"

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PRESENTI SPOILER

Molto coraggioso questo After Life perchè affronta un tema tabù, quello della Morte, in un modo diretto, esplicito, nudo e cinico. Probabilmente lo stesso soggetto nelle mani sporche di qualche regista meno attento a fotografia e regia (ottime) ma ancora più cattivo e capace di districarsi meglio nell' ingarbugliata sceneggiatura avrebbe portato a un risultato ancora migliore.
Anna ha un incidente stradale e si sveglia sul tavolo mortuario di un'agenzia di pompe funebri. Lei crede di esser viva ma il "becchino" (un ambiguo Liam Neeson) le comunica semplicemente che in realtà è lui che può comunicare con i morti.
Tutta la pellicola è una continua ricerca di instillare il dubbio nello spettatore, decine gli elementi che ci fanno propendere all'ipotesi che Anna sia viva, altrettanti che sia realmente morta. Per non parlare della sfuggente figura del bambino anche lui sempre coinvolto con creature (la madre, il pulcino) sempre in bilico tra la vita e la morte.
Al di là di questo è abbastanza interessante la riflessione che il film intraprende riguardo la fine-vita, sui rimpianti che lasciamo, sulla sofferenza causata alle persone che ci volevano bene, sull'importanza che diamo alla vita solo vicini alla Morte o, come in questo caso, quando ci troviamo in questa sorta di Limbo, di After Life, in cui il nostro corpo è morto ma il nostro attaccamento alla vita appena persa ci fa ancora ragionare e lottare, invano purtroppo. 

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C'è un'esortazione al carpe diem, a vivere al massimo, a lasciarsi trasportare dalle emozioni, a scansare l'apatia. Il limbo rappresenta insomma una specie di esame di coscienza, un giudizio che da Universale diventa personale, privato. In realtà tutte queste riflessioni possono anche prescindere dal plot perchè è forte l'ipotesi che Anna sia in realtà viva ed Elliot (il becchino) una persona disturbata che si diverte a flirtare con la Morte. A questo proposito la scena finale con lui appostato in macchina quasi ad attendere l'incidente del ragazzo di Anna, e soprattutto l'ultimissima scena (che non svelo) ci fanno propendere per quest'ipotesi, anche se probabilmente sono più di uno i buchi di sceneggiatura o le incongruenze che ne possono venir fuori.
Molto coraggiosa anche la scelta di far recitare molte scene completamente nuda all'ottima Christina Ricci perchè effettivamente non c'è niente di più nudo ed essenziale della morte.
In definitiva un buon film che mantiene desto l'interesse per le vicende fino alla conclusione, offre interessanti riflessioni e addirittura in più di un punto, toccando argomenti così delicati, regala momenti di vero turbamento. Ad ogni modo la considero però un'occasione sprecata. Se soltanto ci fosse stata più anima, più potenza nella scrittura, in qualche modo più "cultura" (nel senso massimo del termine) saremmo passati da un buon film di genere a uno di quelli che ti segnano, uno di quelli che non si dimenticano, semplicemente perchè parla di Noi e di quando, più tardi che sia, saremo costretti a calare il sipario.

( voto 7 )

12.1.11

Recensione: "Prossima fermata: l'Inferno"



Eppure da Clive Barker dovevo aspettarmelo. Quello che lo stesso King definì come suo erede è senz'altro un grandissimo scrittore di genere ma non ha mai dimostrato la stessa poliedricità del Re, che tra una porcata e l'altra ha saputo raccontare anche meravigliose storie fortemente umane e drammatiche, tra l'altro portate con straordinario successo al cinema (Stand By Me, Le Ali della Libertà, Misery e decine di altri). L'inglese invece (da quel poco o tanto che ho letto o saputo) non ha mai saputo completamente staccarsi da un certo immaginario infernale, mostruoso, paranormale, grottesco. Quindi mentre mi stavo godendo un ottimo splatter mi dicevo "quando arriva Clive Barker?". Poi, nel finale l'autore di Hellraiser e Cabal arriva. Purtroppo.
Prossima fermata: l'Inferno (aborto di titolo tratto dal racconto "Macelleria mobile di mezzanotte") è un film che regge perfettamente finchè non vuole fare il salto di qualità, diventare profondo, trascendentale, atavico.
Insomma siamo davanti al classico film che se vuole esser bello delude fortemente, se si accontenta di esser simpatico riesce nell'impresa.
Nelle metropolitane c'è un killer. Se prendi l'ultimo treno e resti da solo stai tranquillo che non esci vivo.

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La qualità dello splatter è eccezionale, una delle massime vette che io ricordi, l'atmosfera della grigia metropolitana è esaltata al massimo dall'ottima fotografia. Anche la vicenda si lascia guardare abbastanza, anche se il film risulta un tantino fermo, un lento procedere verso quella che sarà la sorpresa finale, effettivamente sorprendente ma a mio avviso, come detto sopra, punto debole della pellicola.
Non mancano altre debolezze: le scene tra i due fidanzati, noiosissime e in alcuni casi completamente gratuite (quella di sesso soprattutto); più di una sequenza di scazzottate tirata troppo per le lunghe; comportamenti quantomeno discutibili come il pedinamento del protagonista al killer, così insistito e insensato da farci quasi parteggiare per il macellaio. Però ottime scene come quella del massacro dei 3 amici o quella tra i quarti di bue e una certa atmosfera iniziale oscillante tra Jack lo squartatore e Omicidio a luci rosse, rendono la pellicola quasi una chicca di genere. Ovvio, questo non è un film del terrore, la paura non si affaccia mai, sembra più una tarantinata che flirta con l'horror, tutto finchè non arriva Barker e, per fare meglio, fa peggio.
Quindi spegnete il cervello, non cercate chissà quali messaggi o chissà quale coerenza e, se potete, godetevelo.

( voto 6,5 )

9.1.11

Le Serie Tv de Il buio in Sala: recensione "Dead Set"

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Premessa doverosa, Dead Set non è un film ma una miniserie televisiva inglese trasmessa in Italia da Mtv. A dire il vero, il ritmo, la durata (circa 150'), la coesione e la quasi totale assenza di sottostorie inutili ne fanno un vero e proprio film, a mio parere da vedere tutto d'un fiato. Siamo al Grande Fratello British. Mentre si sta girando una puntata serale, degli strani accadimenti stanno sconvolgendo la città. La gente si attacca l'un l'altra, si morde, si mangia, resuscita. Insomma ancora Zombie... All'interno della Casa i concorrenti non sanno niente finchè non arriva dentro Kelly (l' ottima protagonista) a svelare loro cosa sta accadendo.

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Veramente notevole, Dead Set non ha praticamente nessun punto debole ma al contrario è talmente ben scritto e realizzato che penso possa rappresentare un nuovo punto di riferimento del genere Zombie tanto da risultare quasi impossibile per un appassionato del genere non restare totalmente coinvolto dalle vicende. In realtà niente di nuovo sotto i ponti: i morti viventi, la satira, il gusto per il truculento sono già tutti elementi battuti e ribattuti da Romero in poi. Quello che è nuovo ed originale è senz'altro l'ambientazione e il ritmo, cui molto deve anche la scelta di Zombie scattanti e veloci (alla 28 giorni dopo) e non gli incartapecoriti romeriani.
C'è veramente di tutto in Dead Set: un uso dei luoghi straordinario (la Casa, le quinte, lo studio, la strada, la villetta vicino al fiume, il supermercato), così ben dosato e descritto da permettere una perfetta mappatura allo spettatore; una satira micidiale verso un certo tipo di trasmissioni e di concorrenti (emblematica la ragazza che alla vista degli zombie esclama: "quindi in televisione non andiamo più?") ma anche di ceri produttori con l'eccezionale personaggio di Patrick, disgustoso, cinico ma forse il più vero di tutti. Per non parlare degli spettatori, forse i veri bersagli principali della sceneggiatura. A questo proposito la scena dell'enorme massa di zombie che cerca di sfondare il cancello della casa del Grande Fratello è metafora talmente evidente di un certo tipo di delirio collettivo che basterebbe da sola per avallare la tesi. Non vengono risparmiate nemmeno le forze dell'ordine (scena dei 2 poliziotti quasi esilarante). Non è casuale il lavoro di scrittura fatto sui personaggi. Tutti i concorrenti della casa hanno caratteristiche fortemente negative, l'unico a salvarsi è Space e non è un caso che alla fine, (in un'ottima scena con Kelly nel confessionale, veramente geniale) sia lui ad esser decretato vincitore di questa edizione dello show. Proprio Kelly è senza dubbio l'eroina del film grazie alla sua straordinaria forza morale, al coraggio e all'altruismo, doti intravedibili anche in un'altra donna del film (quella poi uccisa dal ragazzo di Kelly) a testimonianza di come la figura femminile sia nettamente quella che esce più forte dalla serie.Il Make Up è straordinario, gli effetti splatter potentissimi, e senza alcun aiuto di C.G. . 

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Qualche volta si esagera addirittura nelle efferatezze, ma il tutto in un contesto comunque un pò surreale e ironico (penso alla scena da macellaio del produttore) tipico di un certo humour inglese.
In definitiva, reputo Dead Set un ottimo prodotto televisivo a cui farebbe bene a mio parere anche una riduzione cinematografica (magari anche non riduzione, ma semplice conversione).
Anche il finale (che non svelo) merita moltissimo e dimostra la coerenza e il coraggio dell'intera operazione. Assolutamente doverosa la visione per gli appassionati.

( voto 8 )

8.1.11

Recensione: "Dante 01"



presenti spoiler

Se ho una qualità (o forse difetto?) è quello di andare sempre dalla parte del regista, cercare di capirlo, apprezzare tutto quello che ha fatto di buono, pensare sempre alla sua buona fede,vedere sempre in un film il bicchiere mezzo pieno, approcciarmi con l'animo di salvare il salvabile od esaltare l'esaltabile e non distruggere, stroncare, dubitare.
Ora, con Dante 01, per quanto possa essere buono o comprensivo non riesco comunque a non condannare con tutte le mie forze il lavoro di Marc Caro (sceneggiatore con Jeunet degli ottimi Delicatessen e La Città Perduta) sia sul piano registico che su quello narrativo ma, soprattutto, su quello metaforico.
Basterebbe la regia per massacrarlo. Un'infinità di ralenti, sfocature, movimenti della m.d.p da mal di testa, visioni, tutto per immedesimarci, senza riuscirci per nulla, nella mente e nell'andatura claudicante del protagonista, il detenuto San Giorgio (sigh) arrivato con una navicella spaziale sulla stazione orbitante Dante 01, in cui altri 6 pazienti sono detenuti come cavie per esperimenti psichici. Siamo nel futuro? Naaa, poi vedremo. Per quanto riguarda il fastidio, non possiamo non dimenticare le interminabili e assurde sequenze computerizzate con le quali vediamo cosa succede all'interno dei corpi dei detenuti, vuoi un cuore pulsare, vuoi il vagare di una cura che gira per vene e arterie fino ad attaccarsi alla corteccia. "Siamo fatti così" aveva in questo molta più qualità. 

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A livello narrativo Dante 01 è un film completamente fermo che ricicla in continuazione se stesso. Una stessa sequenza o situazione è ripetuta sempre 2,3 volte (l'arrivo del gas, le risse, San Giorgio che barcolla per i corridoi, i dialoghi tra i medici, le sopracitate scene "vascolari") tanto da creare una noia che neanche un film drammatico afghano potrebbe suscitare.
Il capolavoro però è nella sfrontatezza che Caro ha nel suo gioco metaforico. Ovvio che già i nomi (San Giorgio, Cesare, Budda, Caronte etc...) ci avevano portato in una dimensione sottotestuale della quale affannosamente cerchiamo di capire qualcosa, ma il finale, il finale, magari ritenuto da tanti geniale è invece quanto di più spocchioso, megalomane ed esagerato si possa vedere. Oltre a creare dei buchi di sceneggiatura enormi (avevano già fattezze umane? parlavano già la nostra lingua? avevano apparecchiature avanzatissime e altre medievali?) dà a Dante 01 una dimensione creazionale, messianica, divina, che stona come cioccolata sui maccheroni. Semplicemente tutto quello che c'è e avviene sulla navicella non può essere prima dell'Uomo, non c'è una minima parvenza di credibilità. Caro ha giocato a fare il Kubrick ma non ha nè una mano nè una testa lontanamente paragonabile al Maestro.

( voto 3,5 )

2.1.11

LE MIGLIORI INTERPRETAZIONI

10 matthew modine in "birdy"
Non capisco come sia possibile che un attore che cominci la carriera con questa grande prova e con quella di Full Metal Jacket sia poi sprofondato nell'anonimato e nelle commedie per casalinghe. Peccato.


9 viggo mortensen in "the road"

Prova alla stesso tempo di forza e sofferenza, coraggio e rassegnazione. Anche fisicamente credo che sia stata durissima. Viggo si conferma attore con i contro e non gli è da meno il ragazzino.

8 Alberto Ammann e Luis Tosar in "cella 211"

Ditemi come si fa a parlare dell'uno senza farlo dell'altro. Che dire, una coppia straordinaria, il giovane e timido Amman che diventa sempre più simile a Tosar (Malamadre) a sua volta incanazione sì della malavita e del crimine, ma anima integerrima e, sebbene nella sporcizia, pura.

7 nuot arquint in "shadow"

Come scritto nella recensione uno dei più bei "mostri" del genere Horror che mi sia capitato di vedere in questi ultimi anni. Arquint è un mimo e si vede. La cosa incredibile è che dal vivo (come ho avuto la fortuna di vederlo) è come qua sopra. Coi capelli.

6 waltz in "bastardi senza gloria"

Qui c'è poco da dire. Osannato da tutti, vincitore di tutto, effettivamente straordinario nella parte di Landa. Viene dal teatro, nessuno gli ha regalato niente, se lo merita.

5 colin firth in "a single man"

Magnifico Firth in un ruolo difficilissimo di una persona che non ha più la voglia di vivere, lottare, emozionarsi. Effettivamente il film di Ford, seppur bello, si regge totalmente sul suo personaggio. Meritata vittoria a Venezia.

4 Tahar Rahim e Niels Arestrup ne "il profeta"
Come in Cella 211 è impossibile scindere le interpretazioni dei 2 protagonisti. Quella di Rahim è mostruosa, difficilissimo saper esprimere rassegnazione a ferocia, sottomissione e leadership, calma e violenza , presunta incapacità di comprensione e raggelante intelligenza. Se possibile sono stato ancora più colpito da Arestrup. Solo chi l'ha visto può capire.

3 Greg Timmermans in "Ben X"
Credo si sia capito anche dalla classifica film quanto Ben X mi abbia colpito. Il merito è soprattutto dell'intensissima interpretazione di questo ragazzo, Greg Timmermans. Credo che la sua prova, anche psicologicamente, sia stata durissima, ma l'ha affrontata con una grazia, una tenerezza, una misura che il solo ricordo emoziona. Se fosse stato ad Hollywood era da statuetta.

2 Sylvie Testud in "Lourdes"
Meravigliosa, da mostrare nelle scuole di recitazione. Amo moltissimo le interpretazioni sotto le righe, misurate, soltanto in quelle possiamo definitivamente dire se uno è o no un grande attore. Il lavoro di sottrazione che compie la Testud con il suo personaggio è qualcosa di unico. Basti la già citata scena finale del film per capire quanto, quasi con niente, con emozioni che sono DENTRO il personaggio e non fuori, la Testud ci regali 5 minuti di Cinema epocale.


1 sam rockwell in "Moon"
E' vero, non nascondo una personalissima venerazione per Rockwell, tanto da aver voluto fare la conoscenza all'università di uno di quelli che diverrà uno dei miei migliori amici soltanto a causa dell'incredibile somiglianza che aveva con Sam. Sfido chiunque però a rimanere indifferrenti all'interpretazione superlativa che Rockwell regala in Moon. La dimostrazione che un attore, quando formidabile, non ha bisogno di nessun altro intorno, al massimo di un doppio se stesso...

Classifiche 2010: i peggiori film

FLOP 5
5 nursie

Film veramente orrendo che però a differenza di altri titoli più avanti in classifica, sembra non prendersi troppo sul serio. Il personaggio dell'infermiera è un cult. Quello che lo contraddistingue, e minimo comune denominatore di tutti e 5 i film, è una trama di cui anche Vasco Rossi vuole trovare il senso.

4 il bosco 1

Quando uscì il capolavoro "La Casa" pensammo qui al mio paese di farne un remake amatoriale. Ci precedette questo insulso regista, talmente stupido da aggiungere anche il numero 1 al titolo in previsione di una serie, fortunatamente non realizzata. Però si ride, altrochè se si ride.

3 bone eater


Qui siamo proprio al brutto brutto. Come i due che seguiranno, Bone Eater ha il fastidioso difetto di prendersi come un film serio. Invece è un pastrocchio dalla trama ridicola e con gli effetti speciali più brutti che io ricorda. La battaglia finale con il lancio dell'osso è da Olimpo delle Cloache. Però l'utilitaria che va a 400 km all'ora mi ha regalato le più grosse risate dell'anno.

2 smile


Risate che, malgrado il titolo, non mi ha regalato questo.Ero sicuro di metterlo al primo posto, poi ho cambiato idea. Film italiano malgrado il titolo e la "confezione" provino a fuorviare. Che dire? Nessuna logica, trama più che assurda la definirei illegale, personaggi irritanti, recitazione parrocchiale, errori a pioggia, neanche ci si diverte. Penoso.

1 the darkling


Perchè ti fa letteralmente incazzare. Oltre la bruttezza e il plot privo di senso, ha il personaggio del lattante demonio, il The Darkling del titolo, capace di far diventare un potenziale serial killer anche un obiettore di coscienza. Di questi 5 è l'unico che non rivedrei nemmeno sotto tortura, meglio la morte istantanea e violenta.

1.1.11

Recensione: "Calvaire"



presenti spoiler



Ancora una volta voglio premiare un giovane regista che dimostra di avere coraggio, originalità, mestiere e amore per il cinema che lo ha preceduto.

Calvaire solo apparentemente può sembrare un thiller-horror permeato dalla follia, quanto è piuttosto una spietata analisi (e certamente condanna) di un certo mondo rurale, quello delle piccolissime comunità montane formate da uomini senza donne a stretto contatto solo con i propri animali.
Andiamo per ordine. Calvaire riesce nei primi 10 minuti ad utilizzare tutti i tipici clichè dell'Horror: il bosco, il buio, la macchina che si ferma, la taverna dove alloggiare, il matto. Per circa mezz'ora si va avanti molto lentamente in un'atmosfera via via più tesa che sembra possa portare ad un possibile torture porn nella parte finale. Ecco che invece avviene  il colpo di scena, già a metà film. Il taverniere (un ottimo Jackie Berroyer) comincia ad identificare nel giovane protagonista (maschio, ricordiamo) la sua ex compagna, fuggita anni prima, tanto da arrivare a vestirlo come lei dopo averlo stordito e poi legato. Riferimenti lampanti all' Hitchcock  di "Psycho" o di "Rebecca, la prima moglie". Lo spettatore è colto alla sprovvista, tutto ciò sembra impossibile, assurdo, irreale. Quando poi scopriamo che l'intero paese cade in questa specie di ipnosi collettiva, il senso di smarrimento è totale. Il fatto è che la moglie del taverniere era l'unica donna della comunità e la sua fuga ha portato l'intero paese (una quindicina di persone) a vivere una vita senza donne in cui il sesso è consumato addirittura con le bestie. 

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L'arrivo del giovane protagonista- perdipiù figura piuttosto ambigua e poco maschia fin dall'inizio- ha stimolato le menti ormai abbruttite dei contadini, che vedono nel giovane una figura completamente diversa da loro. C'è un richiamo anche allo straordinario Cane di Paglia in questo. La pellicola sembra tremendamente misogina ma io più che odio verso la donna parlerei paradossalmente di forte mancanza di essa. L'assurda, incredibile scena del bar è forse quella decisiva. Scopriamo finalmente che il paese è composto solo da uomini- simili a bestie anche nelle fattezze- e la notizia data dal taverniere circa il ritorno della moglie fa probabilmente scattare la scena della danza, talmente da incubo e surreale che in confronto Lynch sembra un naturalista. E' come se quelle persone fossero un unico, gigantesco animale appena risvegliato sessualmente. Tutto il resto conta poco, la pochezza del protagonista è sovrastata dalla denuncia che l'ottimo regista ci vuol sbattere in faccia. Chi ha letto qualcosa del grande scrittore di inizio secolo, il senese Federigo Tozzi, ritroverà molte tematiche, certo qua portate all'estremo. Non so se Calvaire sia un piccolo gioiello, francamente lo reputo uno dei piccoli film più coraggiosi, allucinati e cinici che mi sia capitato in questi ultimi anni.

( voto 7,5 )