30.5.11

Recensione: "Two Lovers"

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(solita possibilità di spoiler)


"Il disturbo bipolare è un disturbo della personalità più comunemente chiamato malattia maniaco depressiva, una condizione che descrive una categoria di disturbi dell’umore, il quale può oscillare alternando stati d’animo maniacali di estrema euforia (felicità) definita ipomania, e tristezza maniacale depressiva."
"Bipolare", bisbigliano da dietro la porta i genitori di Leonard, ultratrentenne che vive in casa con la famiglia, una famiglia che lo ama e protegge più che può. La sua malattia e un'esistenza vuota e priva di obbiettivi lo portano a vivere in una depressione che più volte è sfociata nel tentativo di suicidio (come nella prima scena del film, dalla fotografia magnifica). Per non farsi mancare nulla, soffre anche della Sindrome di Ty-Sachs, una malattia rara e incurabile che colpisce il cervello e può portare a danni serissimo, fino alla morte.
Il caso vuole che proprio nel giorno dell'ultimo tentativo di suicidio Leonard conosca non una, ma due ragazze: la dolcissima e responsabile Sandra e la rampante e immatura Michelle. E' amato dalla prima ma non la ama, ama la seconda ma non è amato.
Un grande Joaquin Phoenix incarna alla perfezione il protagonista, un ragazzo riservatissimo, timido ed educato, goffo e modesto fin dall'apparenza (abiti smorti e sformati e andatura pesante). Come bipolarismo vuole è portato ad enfatizzare al massimo le proprie emozioni, lo sconforto per un amore non corrisposto o l'eccessiva gioia ed entusiasmo quando, al contrario, sente l'affetto di qualcuno.

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 Sandra (un'eccellente Vinessa Shaw, superiore alla Paltrow senz'altro) sarebbe pronta ad amarlo incondizionatamente ma Leonard le preferisce Michelle, una ragazza coinvolta in una storia con un uomo sposato (eccellente Koteas, che qua ricorda Servillo) la quale vede Leonard soltanto come amico del cuore. La Paltrow sovrasta anche fisicamente Phoenix, simbolo forse di un amore irraggiungibile.
Two Lovers è un film americano sui generis, che agisce per sottrazione come certo cinema europeo o quello orientale. Preferisce le emozioni trattenute a quelle plateali, l'impatto psicologico di un evento all'evento stesso. Tutto è sussurrato, leggero e dolcemente "nascosto" , come gli incontri tra Leonard e Sandra o le telefonate "muro a muro" con Michelle (veramente ottime).
Leonard non è un approfittatore, un falso. Non fa credere a Sandra qualcosa che in realtà non prova. Leonard vive ogni momento della sua vita quasi come fosse staccato dal resto. Quando ha una notte d'amore con Sandra prova davvero sentimento, come in tutte le altre emozioni che lo vedono coinvolto. E' difficile per lui progettare, lo può fare soltanto in un attimo di estrema felicità o serenità.
Si arriva allo splendido finale, preceduto dalla straordinaria scena con la madre, una madre che solo all'apparenza sembrava oppressiva, una madre che vuole soltanto il bene di Leonard, anche se questo fosse raggiunto per vie completamente opposte a quelle che
lei sperava.

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Michelle l'immatura lo lascia lì. Leonard va sulla spiaggia, completamente distrutto. Nel momento peggiore vede il guanto regalatogli da Sandra. Quel guanto è la Speranza, quel guanto è l'Amore, quel guanto è tutto quello che rimane per non cader giù, quel guanto è una fune per tornare in alto. Avere quel guanto è una fortuna che auguro ad ogni uomo, perchè senza quello, senza una ragione di vita, stupida o importante che sia, è davvero difficile andare avanti. Leonard si volta e qui abbiamo il secondo fortissimo simbolismo. Voltarsi e tornar su non è un ripiego, non è una menzogna a se stesso, voltarsi e tornar su vuol dire avere davanti a sè la malattia, guardarla negli occhi, sorridere, e sputargli in faccia.
E quella lacrima che si porta su per le scale fino all'appartamento è una lacrima speciale, una lacrima magica, perchè è stata versata per una persona ma si è rinnovata in un'altra. Michelle e Sandra, come diceva qualcuno, sono nella stessa lacrima.


(voto 7,5)

27.5.11

Recensione: "The Orphanage"


(presenti spoiler ammazzafilm)

Se ci sono due parole che non dovrebbero mai stare nella stessa frase, queste sono "innamorato" e "perchè". Come fai a spiegare l'amore, come fai a farlo comprendere, come fai a giustificarlo? Perchè sono innamorato perdutamente di The Orphanage? Perchè lo considero (con distacco) il miglior horror degli ultimi 5/10 anni e in assoluto quello che più mi ha emozionato? Se è vero che l'amore non si può spiegare, certo lo si può raccontare. Questo è il racconto di un innamorato, prendetelo come tale.
The Orphanage ha un solo grande difetto, avere la tremenda sfortuna di esser stato girato da un esordiente. Non sono bastati i 6 premi Goya, non è bastata la nomination agli EFA (quasi incredibile per un Horror, tra l'altro l'anno del trionfo dell'eccezionale Gomorra), non sono bastati 10 minuti di applausi alla prima a Cannes per considerarlo unanimamente un capolavoro. Se dietro la macchina da presa ci fosse stato un regista affermato, lo stesso Del Toro ad esempio (qui mecenate di Bayona e produttore), molti giudizi sarebbero stati diversi. Si ha sempre paura a dare il massimo dei voti a un nuovo arrivato...

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La critica più assurda, tanto sbagliata da sfiorare la malafede, è il definire The Orphanage qualcosa di visto e rivisto. Niente di più falso, probabilmente chi l'ha detto si è limitato a leggere che fosse ambientato in un ex orfanotrofio e poi nemmeno ha visto il film. Comunque...
Il film si avvale di una sceneggiatura mostruosa (non a caso candidata e vincitrice di premi su premi), perfetta sia nello svolgimento e concatenarsi del plot quanto nel dosare in modo mirabile emozioni e scene madri. E' quasi impossible trovar difetti, ancora più incredibile per una sceneggiatura originale.
Ma è altrove la potenza, la straordinaria originalità del film, ci arriveremo presto.
Laura e Carlos sono una coppia molto affiatata. Hanno adottato Simon, un bambino sieropositivo preso in un orfanotrofio. La stessa Laura era stata una piccola orfana poi adottata. E' talmente forte il legame con l'orfanotrofio della sua infanzia che ha deciso di andare e vivere là con il sogno di aprire una casa-famiglia che ospiti bambini in difficoltà. Proprio durante la festa di inaugurazione Simon scompare. La coppia, disperatamente, lo cerca.
The Orphanage è un horror, su questo non ci piove, perchè una ghost story che si rispetti per definizione lì va collocata. Riesce però a distruggere le mura di confine del genere e nel finale quasi a cancellarne addirittura i detriti.
Questo perchè, ed è qui la potenza cui accennavo, questa è una ghost story che non è una ghost story perchè è TOTALMENTE costruita su un reale, banale, tragico, incidente domestico. Si è edificata una meravigliosa ed elaborata storia horror e di fantasmi sopra una base che in realtà è del tutto reale, una tragedia familiare, una delle più terribili che possa capitare. 

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Un film drammatico in definitiva, che poteva esser semplice e sobrio ma ha invece infilato degli splendidi abiti gotici, ha trasformato un orrore quotidiano in uno trascendentale. L'immagine della locandina, quel bambino incappucciato, in qualsiasi altro film avrebbe nascosto qualcosa di terribile, qua cela invece due storie tristissime e drammatiche, quella di Tomas, bambino deforme tenuto nascosto e rinchiuso per tutta la sua esistenza, e 30 anni dopo quella di Simon, un bambino che voleva solo far vedere un luogo segreto a sua madre e invece il caso ha voluto che trovasse proprio lì la morte. La stessa maschera, mostruosa, nasconde quindi due piccole vite distrutte. Ed anche i rumori sentiti più volte da Laura (tipici delle storie di fantasmi) nel finale si rivelano per quel che erano, i tentativi del piccolo Simon di trovare una via d'uscita da una prigione che la stessa madre, inavvertitamente, gli aveva costruito.
Prima di ritornare agli indimenticabili ultimi 20 minuti, è giusto citare qualche scena precedente. Bayona conosce il registro horror e lo dimostra più che altro nel grande inserto paranormale con Geraldin Chaplin, scena davvero magistrale. Senza dimenticare la vecchietta investita e quell'ultimo rantolo. O il filmato di Thomas con quella telecamera che si avvicina al bambino di spalle. O la tremenda scoperta di Laura nei forni, anche questa una sequenza che si incastra perfettamente con tutto il resto e regala ancor maggior tragicità alla pellicola. La fotografia è splendida, aiutata certo dalla bellezza delle location, la grande villa e la spiaggia con la caverna.
Ma, come dicevo, è negli ultimi 20 minuti che Bayona sembra invocare le muse della Grazia e della Poesia e gira 3 scene consecutive che per potenza emotiva non si erano mai viste in nessun horror precedente.
La prima è quella del 1,2,3 tocca la parete, che tra l'altro (anche qua) chiude perfettamente un cerchio con il prologo del film. Il movimento di macchina che da Laura si sposta più volte per vedere quello che le accade alle spalle per poi tornare ogni volta su di lei è qualcosa di indescrivibile per la tensione e l'emozione che riesce a suscitare, assolutamente geniale, da brividi.

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Poi Laura (un'indimenticabile Belen Rueda) trova finalmente la casetta di Tomas, il luogo che il giorno della festa suo figlio voleva farle vedere. Quando scopre (e noi con lei) la terribile verità rischiamo davvero che il nostro cuore si spezzi definitivamente. Cosa può voler dire per una madre scoprire di esser stata diretta causa della morte del proprio figlio credo non lo si possa comprendere. Il suo rifiuto ha portato Simon lì da solo, lei stessa senza saperlo gli ha bloccato poi l'uscita. In quel corpicino c'è il dramma di una piccola vita perduta, la sconfitta di un genitore, un tremendo senso di colpa, la constatazione di quanto il destino in pochi minuti e in pochi gesti possa cambiar tutto. Vi giuro che è una scena che ho fatto veramente fatica a rivedere e metabolizzare. Ripensare adesso ai rumori che Laura sentiva in casa è al contempo un pugno nello stomaco e una coltellata al cuore.
Quando poi nel finale Laura culla quel piccolo corpo, quando arrivano i bambini, compreso Tomas che per una volta, finalmente, può sentirsi un bimbo come gli altri, non abbiamo davvero più difese, The Orphanage ci ha definitivamente sconfitti.
"E' Laura" urla la bambina cieca toccando il viso della donna.
Senza parole.

(voto 9,5)

25.5.11

Recensione: "Silent Hill"


Direi che l'abbiamo scampata bella. Chi ce lo dice che se il buon Christophe Gans non avesse girato Silent Hill prima o poi il progetto non sarebbe finito nelle mani dell'Innominabile? E diventare così un aborto alla Alone in the Dark o alla House of the Dead?
Fortunatamente non è stato così, anzi, se non ci troviamo davanti alla miglior trasposizione cinematografica di un videogame horror poco ci manca. Certo è che la prima ora è davvero notevole, poi quando si passa agli spiegoni e ai deliri religiosi il film perde moltissimo.
Silent Hill era un magnifico gioco d'atmosfera. La celeberrima nebbia, il mondo dell'Oscurità con tutto quel sangue, quelle pareti decrepite, quelle inferriate, quel rumore metallico. Per non parlare delle ambientazioni, la scuola, l'ospedale, la città stessa. E le creature, veramente mostruose. Beh, nel film c'è tutto, peraltro realizzato alla perfezione. Vi assicuro di non esagerare nell'affermare che le scenografie sono da nomination all'Oscar. Per non parlare della fotografia, eccellente nel districarsi tra le 3 dimensioni che il film presenta (realtà, la città "alternativa" e l'Otherworld).
Certo, il gioco faceva molta più paura ma soltanto per il semplice fatto di esser noi i diretti protagonisti, noi a rischiare di esser squartati vivi da un momento all'altro, noi con il terrore di "chissà cosa spunta fuori ora", è tutto un altro punto di vista. Ma l'Uomo Incaprettato o Pyramid Head, se allora ci terrorizzavano, qua fanno comunque la loro porca figura. Curiosa la scelta di cambiare il sesso del protagonista, forse dovuta al cercar di dare una maggiore profondità al film con il rapporto (sempre più naturale e "viscerale") mamma-figlia. Profondità che peraltro, malgrado l'ottima protagonista Radha Mitchell, non si riesce quasi per nulla a raggiungere. Son altri gli horror che riescono nell'impresa di spaventare e toccare il cuore (per me uno specialmente, tra pochissimo su questi schermi).

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Come accennavo sopra è evidente il calo di livello e di tensione tra la prima e la seconda parte, molto più corale, verbosa e ingarbugliata. Sempre bravissima Jodelle Ferland, piccola attrice che rischia di crescere con serie turbe visto che i ruoli da protagonista che finora le hanno assegnato son quasi sempre stati in horror, vedi Silent Hill, They, Il Messaggero, Case 39, il remake americano del fantastico The Kingdom di Von Trier, Seed (proprio di Boll!!) e anche un Master of Horror per non farsi mancare nulla. Porellina... Il problema è il viso, perfetto per questi ruoli.
Alla fin fine non ci frega niente della storia, il colpo di scena finale non è neanche un colpo di scena, chi muore e chi no ci fa poca differenza. A noi interessano le strade abbandonate, le carrozzine rovesciate e quella stupenda, indimenticabile, nebbia.

(voto 6,5)

23.5.11

Recensione: "Espiazione"


(presenti spoiler)

Una parte centrale completamente sbagliata, lenta, noiosa, retorica e melodrammatica, rischia di affossare quello che con dei primi 40 minuti superbi e un'intensissimo quanto inaspettato finale aveva tutte le carte in regola per essere un grandissimo film.
Espiazione racconta la breve e tragica storia d'amore tra Robbie (James McEvoy, il dottorino dell'ottimo L'ultimo Re di Scozia) e Cecilia (Keira Knightley).
Siamo nell'Inghilterra degli anni '30. Cecilia è una ricca benestante, Robbie il figlio della domestica. La loro storia d'amore è osservata da Briony, la sorellina di Cecilia, aspirante scrittrice. Una serie di coincidenze faranno sì che la piccola incolpi (volutamente) Robbie di una violenza sessuale (ai danni della spocchiosa cuginetta) in realtà non commessa dal giovane ma da un amico di famiglia. Robbie sarà accusato, imprigionato e poi mandato al fronte.
La prima parte è magnifica. Succedono tante piccole cose che concatenate tra loro porteranno in maniera lineare, perfetta, al momento dell'arresto di Robbie. Su tutte la scena del pranzo dove con un semplice sguardo (quello del futuro stupratore alla bambina) e una macchiolina (dovuta alla perduta verginità di Cecilia) il regista definisce perfettamente le due storie, quella dei due amanti e quella che porterà alla violenza sessuale. Veramente pochissime pennellate per raccontar molto, prerogativa del cinema di qualità. Anche l'uso (due volte) della stessa scena vista in momenti diversi è gestita benissimo, con una prima visione sempre approssimativa (ed è proprio per colpa di questa visione approssimativa che Briony fraintenderà molte cose) e una seconda che va nel dettaglio.

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Briony, una grande Saoirse Ronan, è la presenza catalizzatrice di tutto, il vero motore non solo di questa prima parte ma dell'intero film. Non è un caso che in tutta la parte centrale (una noiosa carrellata delle avventure di guerra di Robbie, intervallata dalle stucchevoli lettere d'amore di Cecilia- ti amo- torna da me etc etc...) il suo personaggio non compaia. Solo quando la ritroveremo, ormai 17enne, il film riprenderà quota. E'anche vero che a livello puramente tecnico però, abbiamo in questa parte la scena più suggestiva con un superbo piano sequenza che accompagna Robbie per tutta la spiaggia gremita di soldati e finisce in un'altura da dove, con una panoramica, possiamo apprezzare tutto il percorso svolto per arrivare fin lì. Anche la musica purtroppo non aiuta, molto pesante e francamente inutile.
Poi, come detto, torna Briony (ed anche la seconda attrice, Romola Garai, è davvero ottima). E' qui che cominciamo a capire il significato dell' Espiazione del titolo. Briony ha un terribile senso di colpa, sa che con una bugia, perdipiù assolutamente volontaria, ha rovinato la vita di sua sorella e del suo amato. Curioso come in film totalmente differenti possiamo ritrovare lo stesso spunto. Parlo di Old Boy. In entrambi i casi una bugia detta da ragazzi porterà alla rovina di due persone e, di conseguenza, alla necessità di scontare la colpa da parte del "bugiardo", anche se in modo volontario in un caso, costretto nell'altro.
Davvero bellissima la scena del matrimonio della cuginetta e ottimo il filmato d'epoca appena precedente che la preannuncia. Briony deve lavare le proprie colpe, ha abbandonato la sua agiata vita per diventare infermiera. Spera che tra i feriti di guerra che si ritrova a curare possa rivedere Robbie e porgergli finalmente le proprie scuse.

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Nell'ottimo finale scopriremo però che Robbie non poteva tornare nè Cecilia avrebbe potuto riabbracciarlo. E' ormai impossibile per Briony espiare la propria colpa se non in una maniera, quella che meglio le riesce. Arrivata ormai alla fine della propria esistenza non le rimane che scrivere il suo ultimo romanzo e celebrare quel meraviglioso amore che a causa sua non potè essere vissuto. E qui sta la forza di Espiazione, il suo incredibile paradosso. Briony consacra all'eternità della parola un amore che in realtà visse soltanto pochi minuti all'interno di una biblioteca. Soltanto quei pochi, magnifici e indimenticabili minuti.

(voto 7,5)

21.5.11

Gli Abomini di serie Z (9): Recensione: "Death Door"



Per prima cosa sfido chiunque a trovare un titolo e una copertina che ci azzeccano meno di questi con il film.
Death Door?????
Un cimitero????
Questi sono i misteri insondabili dell'universo Horror.
Siamo invece in un ospedale psichiatrico e c'è un dottore che recita talmente esaltato che Carmelo Bene in confronto sembra L'Uomo Bicentenario. E una protagonista che crede di essere Jack lo Squartatore, cioè, almeno all'inizio, poi sinceramente ho capito poco e niente. E poi, e poi, oh, scusate, per una volta non ce la faccio proprio, scriviamo qualcosa di più utile.

CALAMARATA CON RAGU' DI PESCE SPADA


Togliete la pelle laterale dal trancio di pesce spada, poi tagliatelo a striscioline e successivamente a cubetti piuttosto piccoli.
In un ampio tegame ponete l’olio extravergine d’oliva e spremete 2 spicchi d’aglio con l’apposito attrezzo; fate scaldare appena l’olio e unitevi le acciughe tagliate a pezzetti che avrete precedentemente dissalato sotto l’acqua corrente, togliendo anche le lische e le impurità.
Quando le acciughe si saranno sciolte, unite i pomodorini Pachino tagliati in quarti e fateli saltare a fuoco vivo 3 o 4 minuti (la cottura dipende dalla dimensione del pomodorino e dal grado di maturazione dello stesso, più saranno piccoli e maturi meno tempo ci vorrà). Prima che i pomodorini si comincino a disfare, unite il pesce spada tagliato a cubetti e fateli saltare nel tegame; in questo caso il termine saltare è il più appropriato in quanto con l’utilizzo di un cucchiaio di legno per girare il sugo si rischierebbe di spappolare i pezzetti di pesce. Sfumate con un goccio di vino bianco - un paio di cucchiai sono sufficienti - regolate di sale e pepe e unite qualche cucchiaio di prezzemolo tritato finemente. Unite ora la pasta al sugo, amalgamando con attenzione e servite immediatamente.

Un film di merda in meno e una ricetta coi controcazzi in più. Poi non dite che il blog non sia utile.

( voto 2 )



meno male che è venuto dopo le ali della libertà... Son passato dal post più lungo mai fatto a questo di sciopero. Dovevo compensare.

20.5.11

Recensione: "Le Ali della Libertà"


Uno dei film a cui sono più legato. Visto appena uscito nel 1994, per anni, prima che critica e passaparola ne facessero un capolavoro universalmente riconosciuto, l'ho considerato il mio film preferito. Pensavo che fosse un piccolo film e lo feci mio, poi, come detto, ebbe il successo meritato. Per questo, a costo che nessuno arrivi alla fine, sono costretto a dilungarmi.

"Io punto su quello che sembra avere un palo infilato nel c.ulo"Andy Dufresne arriva nel carcere di Shawshank. Si vede subito che c'entra nulla con un posto del genere. Bancario, faccia pulita, modi pacati. Red (un grande Freeman nel ruolo che lo lanciò definitivamente) , il condannato "trovarobe" della prigione, punta su di lui come primo a cedere dei nuovi arrivati. Si sbaglierà di grosso.

"Non conterò nemmeno fino a 1"Il capitano Hadley è un aguzzino spietato. Facciamo la sua conoscenza con l'arrivo del gruppo di Andy. Ne fa fuori subito uno a forza di botte. Mai, mai per tutto il resto del film conosceremo un lato di lui diverso da quello di spietato esecutore degli ordini. Nella scena del tetto il suo scontro con Andy porterà al vero turning point del film.

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"Lei si fida di sua moglie?"Siamo sul tetto. Dufresne ha l'incredibile coraggio di chieder questo al terribile Hadley. Mai tentativo fu più rischioso e al tempo stesso meglio pensato. Andy conquista 2 cose: il prestigio tra i suoi compagni di sventura (con i quali fino ad allora aveva appena scambiato 2 parole) e la stima delle alte sfere del carcere, Hadley e l'ancor più terribile direttore Norton (un'indimenticabile Bob Gunton, forse MVP del film). Stima significherà protezione, decisiva alla luce del finale.

"La salvezza è qui dentro"La cella di Andy viene perquisita. Qui, in una scena che soltanto successivamente rivelerà la propria assoluta perfezione, Andy sarà vicinissimo 3 volte ad esser scoperto. Norton parla a pochi cm dal poster ed è quasi indeciso se toglierlo. Prende poi in mano la Bibbia di Andy. Sarebbe bastato aprirla... Inoltre sta per portarla via ma all'ultimo la riconsegna al carcerato. "La salvezza è qui dentro" dice ad Andy. Magnifico.

Intanto la regia di Darabont, tra la splendida ripresa aerea del carcere e la perfetta direzione di tutti gli attori, fa il suo dovere alla grande, ma è nella sceneggiatura che Le ali della libertà nasconde il proprio tesoro grazie perlopiù a 3 aspetti: l'aggiunta del personaggio narratore di Red (non c'è nella novella) che parlando al passato crea un'attesa nello spettatore incredibile, una voglia di scoprire dove porterà questo racconto; la grandiosità dei dialoghi (non a caso sto dividendo i capitoli attraverso le battute del film); la capacità di inserire storie e sottostorie senza che nessuna appaia superflua o mal riuscita. Anzi forse proprio in una di queste Le ali della libertà raggiunge il suo apice.

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"Brooks was here"Qua intendevo. La vicenda del vecchio Brooks vale da sola la visione del film. In realtà sarebbe potuto essere anche uno splendido corto. Un personaggio che con pochissime pennellate e la commovente interpretazione di Whitmore (morto 2 anni fa, molto simile fisicamente al nostro grande Arnoldo Foà) ci regala 10 minuti indimenticabili. "Qui è importante, fuori soltanto un vecchio stanco e inutile" dice Red. Per questo Brooks, 50 anni nel carcere, non vuole esser "liberato". Perchè quelle mura "prima le odi, poi ci fai l'abitudine, poi non riesci a farne a meno". E' talmente importante questa piccola sottostoria che Darabaont cambia addirittura il narratore, da Red a Brooks stesso. La scelta dà ancora più intimità e tragicità, specie in quel "ho deciso di andarmene" e nell'indimenticabile scritta "Brooks was here". Con "dite a Heywood che mi dispiace di avergli graffiato il collo" raggiungiamo poi picchi di commozione altissimi. Le emozioni e le tematiche (il concetto di libertà, la vecchiaia, il suicidio come liberarsi da una vita stanca e ormai inutile) affrontate in questi 10 minuti sono qualcosa di quasi unico.

E passando per la magnifica scena delle Nozze di Figaro, andiamo avanti.

"Me ne dia solo l'opportunità"
Nel perfetto concatenarsi di eventi ecco che arriva Tommy, il bulletto che (anche qui il caso...) conosce la verità sull'omicidio di cui è accusato Andy. Anche qua, in pochi minuti riusciamo ad affezionarci a un personaggio (vi assicuro che non è facile) ed anche qui dal suo arrivo alla spietata esecuzione assistiamo a un cerchio che si apre e chiude perfettamente. Andy è ormai troppo importante per Norton, è "suo" malgrado Dufresne, al rifiuto del direttore di far ricominciare le indagini, gli urli "E' la mia vita, è la mia vita!".

"O fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire"Chiunque abbia amato Le ali della libertà ricorderà la scena del poster rivelatore come uno straordinario colpo di scena, uno dei più belli, emozionanti e beffardi che io ricordi. Quando Andy non è dentro la cella (almeno la prima volta che lo vidi, a 17 anni) davvero non me ne capacitavo. Lo scaglio della pietra verso il poster e il rumore dell'impatto che non viene restituito dal muro furono un'emozione enorme. Qua parte una ricostruzione perfetta di tutto quello che Andy, a nostra insaputa, aveva fatto negli anni. E' bellissimo che tale scena e le conseguenti rivelazioni siano precedute dalla sequenza in cui Norton trova le scarpe di Andy al posto delle proprie. Anche qua la sceneggiatura è pazzesca. I più attenti avranno notato che mentre Norton e le guardie perlustrano la stanza e sono increduli di come Andy possa non esser là, sul muro c'è un poster di Einstein che fa loro la linguaccia. In realtà me ne sono accorto solo ieri, alla 7° o 8° visione credo.
"Ci vuole pressione tempo, pressione e tempo, e un poster gigante naturalmente" per far quello che ha fatto Andy, per poi camminare in "mezzo km di m.erda e uscire pulito e profumato". La scena poi delle braccia al cielo sotto la pioggia, che dire...

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"Ziwataneo"Quando Andy racconta a Red di Buxton, del campo e della "pietra che non ha niente a che fare con un campo del Maine" davvero non riusciamo a comprendere. Neanche Red capisce. "Se vuoi sapere vacci" gli dice Andy. Così, quando Red riceve la libertà condizionata e si reca a Buxton siamo per l'ennesima volta difronte a una scena che appaga testa, occhi e cuore. E come dimenticare quando pur nell'assoluta solitudine, una volta visti i soldi, Red controlla più volte la situazione per assicurarsi che non ci sia nessuno...
Tutto il piano di Andy è riuscito, non ultimo quello di incastrare Hadley e Norton a cui, piace sperare a Red, "l'ultima cosa che gli ha attraversato il cervello, oltre il proiettile, è la sensazione che Andy fosse riuscito a fregarlo". Red arriva a Ziwataneo, davanti all'Oceano, un Oceano "che non ha memoria". Si riparte da zero, con una barca da rimettere a posto.
E con Andy, quello che sembra avere un palo infilato nel c.ulo, quello che avrebbe ceduto per primo.

(voto 10)

18.5.11

Recensione: "I Guardiani del Giorno"


No, vabbeh, ho cercato in tutti i modi di non scendere dalla barca di Lukanjenko, Bekmambetov e compagnia brutta, ma ora mi hanno proprio buttato a mare con forza. E' come se provi a difendere un presunto omicida e appena prima del verdetto questo si alza in piedi ed esclama "non credete a tutte le fregnacce del mio avvocato, l'ho uccisa io, e non solo lei, se scavate nel mio giardino troverete altri 68 corpi. Ah, e non dimenticate quello sotto il letto, come avete fatto a non vederlo?".
I Guardiani del giorno è una delle tamarrate più grandi che mi sia capitato di vedere, talmente trash da rimanere sbigottiti. Direi che il film può essere riassumibile nella figura del nuovo personaggio che qui viene presentato, Alisa, quello stacco di foca delle Tenebre. Poteva essere bellissima ma è vestita im un modo talmente esagerato, tamarro, improponibile, che non se pò vede. Come il film, appunto.
La trama riesce nell'impresa quasi impossibile di esser ancora più inconoscibile del precedente capitolo. Come si entra nella zona dell'Oscurità? Da quando Anton fuma? A cosa caspita serve di preciso il Gesso? Chi sono i Grandi Altri, mai nominati nel film precedente? In cosa consisteva il complotto verso Anton? La storia di Tamerlano, alla fine, a che serve? Vi giuro che sarebbero decine gli interrogativi. Ogni 3 minuti capitano elementi totalmente nuovi che il regista dà per scontati o ribaditi più volte. Quello che più inquieta è che sembra addirittura non esserci un filo conduttore, un plot definito. Tante storie e sottostorie messe là senza apparente motivo. Il film non porta a niente, non ha nè un fine nè uno svolgimento. Ed è ancora più esasperato il taglio da videoclip sia nel montaggio che nelle musiche. 

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Se nel primo tutto questo era incastrato in una interessantissima storia di fondo, qui la forma prevarica il contenuto 10 a 1. Più di una volta i toni di commedia, commedia trash addirittura, vengono fuori. Si salvano i 2 kafkiani inquisitori (mai Kafka fu meglio citato vista la difficoltà che incontra lo spettatore a capire qual è l'accusa...) e poco altro. Intendiamoci, ci si può divertire, ma per una trilogia che era nata come una specie Signore degli Anelli scivolare in appena 2 capitoli in un Fast & Furious della peggio specie fa davvero tristezza.
Basterebbe la sequenza della macchina che derapa sul palazzo per chiudere ogni discorso. A questo punto, vista la deriva presa, meno male che non sia mai arrivato da noi il 3° capitolo. Meno male, perchè l'avrei pure visto.

( voto 5 )

17.5.11

Recensione: "I Guardiani della Notte"



Che casino...
Arruffone, confusissimo, esagerato, debordante, tamarro ma al tempo stesso intrigante, originale, divertente e pieno di potenzialità. Tutto questo è I Guardiani della Notte (prima parte di una trilogia), un fantasy russo (!?) in cui le ancestrali forze del Bene e del Male si nascondono ancora nella Mosca moderna aspettando quell'Eletto in grado (dopo aver scelto una delle due fazioni) di porre fine al millenario patto di non belligeranza e far cominciare un nuovo cruentissimo scontro nel quale finalmente qualcuno vincerà. Capito niente? Beh, l'ho spiegato male ma sempre meglio del film. Se poi aggiungete che durante questa millenaria tregua gli uomini della Luce sono i Guardiani della Notte e le Forze Oscure sono i Guardiani del Giorno capite quanto tutto si può dire del film tranne che faccia qualcosa per esser compreso facilmente. E poi tra Oracoli, Vortici, Altri, Deleghe, Mutantropi e mille altre cose la sensazione di esser stupidi prende sempre di più il sopravvento.

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Però...
Però c'è un qualcosa di tremendamente affascinante, sarà la Russia, sarà che è un fantasy che parte nella notte dei tempi ed arriva a noi, sarà che più fa casino più paradossalmente ci spinge a cercar di capire, sarà quel che sarà ma a me non è dispiaciuto. Una regia allucinante, sopra le righe come poche volte mi è capitato di vedere, fa da pendant perfetto con la "debordanza" di sceneggiatura. Virtuosismi come se piovesse, effetti visivi a volte ottimi (caduta del bullone) altre meno, montaggio che in certi frangenti sembra curato da Usain Bolt (guardate l'indimenticabile scena quando all'inizio la vecchietta prepara la pozione), aura epica che striscia nei sozzi corridoi degli appartamenti russi, personaggi gogoliani e la tremenda sensazione di trovarsi difronte a un dilemma: il regista ci crede o si diverte? E' un Louis Nero o un Robert Rodriguez? Boh, intanto gli dò subito un'altra chance, subito subito, stasera. Andiamo con il 2....

( voto 6,5 )

14.5.11

Recensione: "Awake"


(CONTIENE SPOILER)

Ultimo tuffo. Il distacco da quelli davanti è troppo alto. Abbiamo però ancora il quadruplo e mezzo in avanti raggruppato. Il coefficiente è altissimo. C'è un misto di fortuna, tecnica, disperazione e forza tutti concentrati insieme. Il tuffo è sufficiente, il risultato comunque molto alto, il podio è raggiunto.
Questo mi pare Awake, uno dei thriller con più cose dentro, più colpi di scena, più tematiche, più intrecci, più pretese. E' vero, le sbavature son tante ma il regista ha comunque tentato il capolavoro senza mai cadere nella sgradevolissima sensazione di sembrar superbo a mio parere.
Clayton è un affascinante e ricchissimo giovane afflitto da gravi problemi al cuore. Sarà costretto a subire un trapianto ma una sbagliata anestesia lo porterà ad esser cosciente di tutto quello che gli accade.
La prima metà, benchè molto sobria e priva di tutti i colpi di scena presenti nella seconda, è perfetta. Nella seconda si tenta quel tuffo di cui sopra.
Terribile la situazione dell'anestesia cosciente, soprattutto in un intervento a cuore aperto. Il regista non riesce a rendere al meglio la situazione in cui si trova Clayton, e quella voce fuori campo "proveniente" dal corpo immobilizzato rischia in certi punti di diventar macchiettistica. E senz'altro son molte le situazioni un pò forzate, sia a livello di sviluppi narrativi sia riguardo le scelte dei protagonisti, o meglio, le motivazioni che portano a tali scelte. Ma son tante le cose da premiare a mio parere. Intanto la scrittura dei tre personaggi principali, quello di Clayton, di sua madre e di Sam, purtroppo, tranne nel caso della madre, non restituiti al massimo dagli attori. Soprattutto il subdolo personaggio di Sam rappresentava a mio parere un grandissimo ruolo ma la Alba non va oltre una striminzita sufficienza. 

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Altro grande punto di merito e di coraggio sono i 3 colpi di scena, ben dosati anche se non perfettamente plausibili. Quello che sembrava davvero troppo telefonato (ossia il piano diabolico della "cricchetta") viene fortunatamente svelato subito, quello riguardante il "sacrificio" della madre e il ricordo rimosso del padre giungono invece abbastanza inaspettati (almeno per me). La cosa che però ho più apprezzato però sono i temi che Awake solleva. Il primo è quello del ricordo, della memoria. L'affannoso tentativo di Clayton di appigliarsi ai ricordi del suo amore mi ha ricordato molto quello in Eternal Sunshine. Ancor più bello l'insegnamento finale: spesse volte la nostra volontà, l'infinita forza che nascondiamo dentro noi stessi è più potente di qualsiasi malattia, di qualsiasi problema. Battere il dolore, lottare il più possibile contro la morte non dipende solo dalla scienza medica e dall'abilità dei dottori perchè siamo proprio noi i nostri primi dottori. E l'aiuto di una persona amata, e non l'aiuto prettamente fisico, ma quello spirituale, è la migliore medicina che possa esistere al mondo.

( voto 7 )

13.5.11

Recensione: "Valhalla Rising"



(contiene spoiler)

Dare un voto a Valhalla Rising è insieme una delle cose più difficili e al tempo stesso più inutili che si possa fare. E' un film talmente particolare, quasi unico, che a seconda di come lo si guarda e interpreta può risultare un capolavoro o un pippone metafisico senza precedenti. Senz'altro rappresenta una delle opere più originali che mi sia capitato di vedere in questi ultimi anni.
Siamo intorno all'anno 1000. In una remota regione del Nord Europa (presumibilmente le Highlands scozzesi) le varie tribù pagane hanno i primi contatti con il Cristianesimo. One Eye è uno schiavo usato dai pagani in combattimenti mortali, insomma, una specie di gladiatore. Riuscirà a liberarsi e scappare, incontrerà i Cristiani e partirà con loro verso la Terra Santa.
Valhalla Rising, malgrado sbudellamenti, scontri cruenti, teste mozzate e sangue a go-go, è un film prettamente simbolico, atavico, religioso. Il protagonista One Eye (un ottimo Mikkelsen) oltre alle eccezionali capacità fisiche, è un personaggio assolutamente straordinario: muto, veggente, carismatico, quasi divino. I Cristiani, inizialmente ostili, ben presto vuoi per paura, vuoi per una sorta di ammirazione saranno pronti a seguirlo. Un incredibile viaggio in nave non li porterà alla Terra Santa desiderata ma in un luogo sconosciuto e misterioso (forse l'America?) dove finalmente One Eye potrà compiere il suo sacrificio, sacrificio inevitabile di cui, come in un ineluttabile disegno divino, aveva già avuto la "visione". 

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Chi è One Eye? E' un semidio che sacrifica il suo corpo in cambio della propria e altrui redenzione? Un personaggio simbolico che porta allo sgretolamento del Cristianesimo stesso? O semplicemente un uomo che ritorna alle proprie origini, alle proprie terre, come un novello figliol prodigo? Grazie a una fotografia incredibile, meravigliosa, per cui ogni sequenza ha in sè qualcosa di pittorico (le lotte nel fango, le colline con le nubi, la straordinaria nebbia nel viaggio in nave, la terra di approdo con il suo verde e il cielo azzurro) è ancora più forte il senso di straniamento, di simbolismo di cui Valhalla Rising è pervaso.
E accanto alle figure dei Cristiani, che di cristiano avevano solo le croci, emerge la figura del ragazzino, simbolo di purezza, libero e non lordato dalle sozzure delle religioni, vuoi pagana, vuoi cristiana, che sembrano avere tutti gli altri personaggi. A lui One Eye non farà niente perchè forse quel ragazzino siamo tutto quello che dovremmo essere noi, puri, vuoti di ideologie pregresse, pronti ad esser testimoni in prima persona di un Sacrificio che poi ognuno, dentro di sè, dovrà interpretare e conservare come meglio crede.

( voto 7,5 )

11.5.11

Recensione: "San Valentino di sangue"


Credo che a volte sia tutta una questione di chi viene prima, di ordine, di sequenza. Il format dei teen movie slasher copre ormai il 70% della produzione horror. Questo fa sì che possiamo apprezzare il primo, reggere il secondo, sopportare a fatica il terzo e poi via via non poterne più. Vedere San Valentino di Sangue con una mente fresca del genere può risultare "quasi" piacevole ma farlo dopo decine e decine di cloni e replicanti è diverso.
Eppure un minimo di originalità ce l'ha, non foss'altro per l'ambientazione, quello della miniera, e per la particolare tripla scansione temporale (massacro nella miniera- anni dopo si risveglia l'assassino- ancora 10 anni dopo tutto il resto del film). Un altro primato che San Valentino cerca affannosamente di raggiungere è senz'altro quello dei morti ammazzati, ma il record del primo Halloween di Rob Zombie (all'incirca una 40ina di accoppamenti) credo che non sia stato superato (dovrei ricontrollare con tanto di foglio e "x" da apporre per ogni morto).
Son talmente espliciti i dettagli splatter che ci troviamo forse davanti più a un torture porn che ad uno slasher, o forse meglio uno slasher di struttura narrativa vestito da torture porn. C'è un tal numero di massacri quasi da dimenticarsene: il massacro alla miniera dei titoli iniziali- il massacro all'ospedale (roba che neanche il peggio mostro di Resident Evil) - il massacro alla festa (oddio, con quella festa nella miniera mi sembrava di essere tornati dentro Catacombs, uno dei più squallidi horror di sempre) - il massacro al motel e tanti altri piccoli e "privati", tra cui quello al mitico babbo di John Locke in Lost. 

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Tra l'altro l'arma del delitto è sempre il piccone, usato praticamente in 30 modi diversi come un novello Chef Tony che parla di Miracle Blade. E così tra morti che scompaiono (nel massacro alla festa c'erano decine di corpi in terra, spariti dopo 3 minuti) colpo di scena prevedibile dopo 21 minuti, gente che sopravvive ad una gigantesca esplosione avvenuta sotto i propri piedi, ragazze che si riparano dal mostro con la rete del letto e l'assassino invece di togliere la rete preferisce "picconare" a vuoto, arriviamo alla fine abbastanza divertiti, insomma, è un 5, ma non ci son venuti gli zebedei grossi come una palla da bowling.
Ah, tra l'altro la faccenda di San Valentino, dei cuori etc..., c'entra come il Nesquik sugli spaghetti. Mai provato? Io sì, a 9 anni. Se ancora me ne ricordo un motivo ci sarà.

( voto 5 )

9.5.11

Recensione: "Quel pomeriggio di un giorno da cani"

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Magistrale. 
"Quel pomeriggio di un giorno da cani" (traduzione completamente sbagliata degli esercenti italiani, Dog Day sta per giornata caldissima...) è un dramma con leggeri toni da commedia (o una commedia tragica) basato sulla reale vicenda di Sonny Wojtowicz, ragazzo che tentò di rapinare una banca insieme ad un amico per ritrovarsi poi 14 ore chiuso nella filiale, media e poliziotti fuori, con tutti gli impiegati sequestrati all'interno.
Lumet, vero maestro, tra l'altro, del crime (non a caso anche il suo ultimo film, Onora il padre e la Madre, riguarderà una rapina) dopo Serpico dirige ancora uno straordinario Pacino in un film che nella sua sobrietà ed efficacia raggiunge quasi la perfezione.
Dopo 3 minuti siamo già dentro la banca e vi resteremo per quasi 2 ore a dimostrazione della solidità di sceneggiatura. Molti altri avrebbero ricamato sul prima e sul poi, Lumet vuole semplicemente raccontare quel pomeriggio e non ha bisogno di aiuti e trucchetti per dare un'incredibile spessore a quasi tutti i personaggi coinvolti. Sonny è un bravissimo ragazzo, la sua rapina più che un atto malavitoso è un atto d'amore (Sonny è omosessuale e vuole pagare l'intervento per il cambio sesso del suo compagno). Anche tutte le persone sequestrate capiscono sin da subito l'assenza di pericolosità di Sonny tanto da, quasi come una sindrome di Stoccolma, star dalla sua parte, capirlo, aiutarlo. Ci sono personaggi, come la capo-cassiera ad esempio, che sono così lontani dall'immaginaria figura di sequestrati da sfiorare quasi il grottesco.

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Il film può essere tranquillamente diviso in 2 parti. La prima è quella più "pubblica", con l'arrivo della polizia, delle televisioni e le trattative per il rilascio. Lampante la satira si Lumet, specie nel mostrare quanto le televisioni possano far diventare celebrità chiunque, anche chi sta commettendo un crimine. Forse un pò esagerati in questo senso i cori pro-Sonny di tutti gli "spettatori" al di fuori della banca, soltanto esagerati però perchè comunque plausibili e coerenti. Non manca poi una certa critica (più che critica, una simpatica perplessità) sul massiccio dispiegamento delle forze di polizia per controllare alla fine un solo uomo e neanche tanto pericoloso. In questo senso molto affascinante ma un pochino confusa la figura del secondo rapinatore, Sal, personaggio di cui sappiamo pochissimo (rapporto con Sonny, vita familiare, motivazioni per la rapina) ma forse proprio grazie a questo acquista una carica tragica ancor maggiore.
La seconda parte, quella che più mi interessa, è invece molto più personale, intima. Sappiamo della storia omosessuale di Sonny e della reale motivazione della rapina. La telefonata con il suo compagno (uno straordinario Chris Sarandon) seppur sottotraccia, racconta quello che è un vero amore e non a caso viene appena prima della seconda telefonata, quella alla moglie, in cui l'incomunicabilità la fa da padrone. In queste due telefonate c'è un intero mondo dietro, un mondo di amori nascosti, di passioni celate, di vite non vissute, di relazioni non volute ma convenzionali, "dovute". Raccontano più questi 5 minuti sul mondo gay che interi film incentrati sull'argomento.
Il coinvolgimento emotivo, quasi inesistente nella prima parte, inizia qua il suo percorso in un climax crescente che passerà dalla lettera-testamento dettata alla cassiera ( con quel tragico e magnifico "a mia madre io chiedo perdono") fino ad arrivare nell'intenso finale. Pacino è grandioso e più che la tecnica recitativa in questa pellicola si nota perfettamente il talento naturale del grande attore.
Uno piccolo film, girato quasi esclusivamente in una sola location, che solo apparentemente può sembrar leggero e distaccato. In realtà racconta perfettamente l'incredibile dramma di Sonny, un uomo che ama di nascosto, che deve intraprendere una rapina per far inseguire un sogno al suo amato, che in un giorno perderà un amico e la libertà.
E forse sì, quegli incompetenti esercenti avevano ragione, è proprio un pomeriggio da cani.

( voto 8,5 )

5.5.11

Recensione: "Daratt"


Quello africano è certamente il cinema che fa più fatica a venir fuori. Oltre all'ovvia minor produzione (certo non hanno Hollywood nè tanto meno Bollywood...) è più che altro la mancanza di distribuzione al di fuori dei propri confini a far sì che alla fine rimanga un cinema da festival, da rassegne. Non è un caso che anche questo buon prodotto, Daratt, abbia avuto visibilità (pochina in effetti...) soltanto grazie alla Biennale di Venezia. Certo, anche il cinema asiatico e quello indiano fino a poco tempo fa non esportavano quasi niente ma avevano alla base la produzione di una quantità di film enorme (superiore a quella Usa probabilmente) ed alla fine, e meno male, gli argini si son rotti.
Atim ha perso il padre prima ancora di nascere nella guerra civile del Ciad. Scopre alla radio che lo Stato ha concesso l'amnistia a tutti i criminali di guerra. Per Atim è allora giunto il momento di partire e andare a vendicare personalmente l'assassinio del padre. Scopre che il colpevole ha una panetteria. Si fa assumere.
Film che basa tutto (o quasi) sulle dinamiche emotive sia dello spettatore che degli stessi protagonisti. Atim si ritrova a lavorare per l'assassino di suo padre ma in realtà il suo unico scopo è trovare il coraggio e l'occasione per ucciderlo. D'altro canto però Nassara, l'ex criminale, inizia a voler profondamente bene al ragazzo tanto da considerarlo dopo un pò di tempo alla stregua di un figlio. E' qui la forza del film a mio parere. Nassara non ha figli, anzi nel corso del film la sua compagna ne abortirà uno. C'è quindi l'unione impossibile (dato il fatto di sangue su cui cementa le proprie basi) tra un ragazzo che avrebbe voluto un padre e un uomo che vorrebbe un figlio. Atim corre il rischio di iniziare a intravedere una figura paterna proprio nell'uomo che gliel'ha tolta. 

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Si arriva al finale.
Il difetto principale di Daratt è l'assoluta incapacità di cambio di ritmo, sia nel plot che nel coinvolgimento emotivo. Il film si prende i suoi tempi per raccontare ma tranne che nel bel finale (ma prevedibile), non alza mai il livello di attenzione dello spettatore. Sembrano poi assolutamente forzate e un pò banalotte alcune sequenze come l'attesa del nonno nel deserto, l'aggressione al poliziotto e quasi inconcepibile la scelta di far parlare Nassara attraverso un apparecchio che poggia alla gola, il tutto a causa di un tentativo di sgozzamento che aveva subito in passato (simile al povero Mario Frigerio del caso Olindo e Rosa Bazzi per intenderci). Tale scelta dona ancor più lentezza al film e se inizialmente può esser suggestiva, andando avanti stanca molto. Probabilmente vuole testimoniare che anche i carnefici hanno avuto i loro morti e i loro feriti ma c'erano mille modi per farlo venir fuori. In conclusione un bel film consigliato a tutti quelli che amano il cinema delle storie (e della Storia) ma niente che rimanga impresso per sempre.

( voto 6,5 )

2.5.11

Recensione: "Nuovomondo"



Da dove cominciare...
Forse dal fatto che Nuovomondo è senza dubbio una delle più importanti pellicole italiane (almeno) degli ultimi 5 anni? Che Crialese ha flirtato col Capolavoro ed è riuscito quasi a portarselo a letto? Che è forse nata una nuova corrente di neorealismo moderno e visionario?
Già son lungo di mio, qua per stare nei limiti ho bisogno di asciugare parecchio.
Crialese affronta, se posso permettermi l'espressione, una specie di autobiografia diacronica, cioè prende un fatto personale (la sua emigrazione negli Stati Uniti) ma lo analizza agli albori del fenomeno, il primo '900. E' molto importante che un nostro rappresentante formatisi in America senta però così forti le proprie radici (vedi anche Respiro, la sua opera precedente).
La storia non è semplice,di più, è quasi un paradigma: la famiglia siciliana dei Mancuso vende tutti i propri averi (qualche animale) per imbarcarsi verso il Nuovo Mondo, l'America, terra di ortaggi giganti, soldi che cadono dagli alberi e fiumi di latte. Stop.
Tra le tante una delle cose che sorprende di Nuovomondo, e che ad una visione superficiale non viene in mente, è che Crialese non ci mostri mai in realtà l'America. Lo sbarco avviene nella nebbia più fitta e gli ultimi 40 minuti sono tutti in uffici (non luoghi) senza aver mai una minima visione dell'esterno (paradossalmente se ci pensate dal momento dell'imbarco in poi non c'è più un esterno, se non il ponte della nave). C'è una scena emblematica in cui alcuni dei protagonisti si affacciano da una finestra e vedono "palazzi di 100 piani"; quello che vedono ci viene raccontato e non mostrato a dimostrare la precisa scelta di Crialese.

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E un'altra curiosità sta nel fatto che un film che ha tutte le carte in regola per essere considerato una specie di romanzo popolare in realtà non prende mesi, anni, decenni, ma racconta soltanto (a parte il periodo in nave, necessario per il collegamento) 2,3 giorni della vita dei protagonisti, quello dell'imbarco (e il giorno prima presumibilmente) e quello dello sbarco, geniale.
Parla dell'America ma non mostra l' America, ha le caratteristiche del romanzo ma racconta 2 giorni.
Credo che pochissime volte mi sia capitata una pellicola in cui mi trovo costretto a citare così tante sequenze. In realtà Crialese infila, come in una collana, una perla dopo l'altra. La scalata iniziale dei due protagonisti, la consegna delle scarpe e dei vestiti, l'arrivo nel porto con la claustrofobica scena dei venditori di pesce, la panoramica sulla gente in attesa di imbarcarsi, la partenza della nave presa dall'alto con le due masse di teste che si staccano una dall'altra (impressionante), la sistemazione nelle cuccette, il gioco di sguardi tra Lucy e Salvatore, la tempesta vissuta e mostrata solo dall'interno della nave con la successiva panoramica sui corpi addormentati e stremati, la pettinatura con il canto di Fortunata, la doccia (scena quasi lirica e profondissima) , i matrimoni combinati, la stessa Fortunata che urla "siete Dio?" riferendosi al potere di decidere del destino di una persona, il saluto dei figli alla madre. E ne ho saltate parecchie.
Prova attoriale incredibile dove, tra tutti, spiccano una straordinaria Gainsbourg e la coppia Quattrocchi (Fortunata), Pucillo (Pietro), protagonisti della scena emotivamente più forte. La regia è meravigliosa, a suo agio tanto nelle scene ampie (panoramiche in campo lungo e splendide riprese dall'alto, vedi quella dei visi che al suono della sirena della nave si voltano all'unisono) che in quelle più strette e concitate (la tempesta, l'arrivo al porto).
Forse l'unico difetto è un leggero periodo di stanca nell'ultima mezz'ora, con le scene degli "interrogatori" troppo lunghe e ripetute.

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E' un vecchio cinema sposato perfettamente al nuovo. Forse qualcuno storcerà il naso alle scene visionarie, ma hanno una propria coerenza con il resto. L'america è un Mito, un Sogno, e così lo tratta Crialese. Salvatore ha 3 visioni e tutte sono basate su accadimenti reali. Le prime 2 (gli ortaggi giganti, la pioggia d'oro) sulle foto che gli aveva mostrato Pietro, la 3° (il fiume di latte) sui racconti in cuccetta. Sono quindi soltanto proiezioni, non proprie invenzioni. Visioni magnifiche.
Mai come la nostra, quella di Nuovomondo.

( voto 9 )