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11.7.15

Collateral, guida ad un probabile capolavoro - Scritti da Voi - 44 - di Gianluca Memoli


Torna Gianluca con un altro dei suoi pezzoni "monstre". Con l'ultimo, questo, è successa una cosa molto particolare visto che è stato condiviso dallo stesso J-Ax nella sua bacheca portando a più di 5000 letture in pochissime ore.
Per la prima volta Gianluca affronta la rece di un film. Ma l'approccio, professionale ai confini del parossismo, è lo stesso delle altre volte.
Buona lettura!

Los Angeles. In una notte iniziata come le altre, un killer a contratto, Vincent, sequestra un tranquillo tassista, Max: lo costringerà a farsi accompagnare a compiere cinque omicidi.
Riuscirà Max a fuggire da Vincent?

Se volete far capire a qualcuno il concetto di depotenziamento, senza spiegarglielo ma direttamente facendoglielo provare, prendete certi film e riduceteli alla trama: gli arriverà un decimo (se va bene) di ciò che, in realtà, quelle opere sono. Così è “Collateral”: un film che sotto le vesti di un action-thriller adrenalinico, il genere che meglio prende il grande pubblico, si presenta stratificato come pochi. Sono trappole, pellicole come queste: capaci di divulgare messaggi profondi, concetti a volte anche ostici, diluendo certa pesantezza dell’erudizione in una struttura accattivante.

Trappole, insomma, che alla fine ringrazi. Come lo zucchero sul bicchiere della medicina. O come i gialli letterari.

Trappole, ancora, che non a caso annoverano successi di critica e pubblico: tra gli altri, i Simpson o il Batman di Nolan. Di quest’ultimo se ne sta parlando sempre più spesso (ad esempio lo si fece qui ), e sembra che su un punto si possa essere d’accordo: è riuscito a spogliare l’uomo-pipistrello dall’aura di mero intrattenimento degli ultimi adattamenti e a restituirgli la complessità originaria. Il cartone americano più famoso al mondo, poi, i Simpson, ha le gag televisive che piacciono a tutti, le allusioni parodistiche in cui si crogiolano intellettuali e adulti, e le trovate grossolane che fanno impazzire i più piccoli. Una comicità a strati, appunto.

Il primo personaggio di ‘Collateral’ che approfondiamo è Max, un tassista. Non uno qualunque, di quelli che iniziano la giornata con l’unico scopo di finirla, no: Max è uno che nella sua cabina gialla si sente praticamente a casa. Bellissima la sequenza iniziale, nella rimessa dei taxi, che ci introduce a questa caratterizzazione: c’è caos, televisione accesa, tassisti che litigano, insomma il solito rumore di fondo della vita lavorativa; Max entra nel suo taxi e la chiusura dello sportello coincide col silenzio ovattato dell’interno dell’auto; anche la musica di sottofondo si abbassa di volume, fino quasi a sparire: è nel suo mondo ora, e tutto il resto pesa molto meno. Scopriremo poi che, in realtà, per Max quello del tassista è un lavoro temporaneo: “Questo è un ripiego, ci pago le bollette, sarò il migliore nel lavoro che farò: sto mettendo su una compagnia di limousine, sarà come un’isola su ruote, un’atmosfera giusta, tipo un’esperienza da locale: quando arriverà all’aeroporto non vorrà più scendere dalla mia limo. Faccio questo lavoro solo per pagare le rate alla Mercedes, trovare il personale, farmi una lista di clienti giusti. Dev’essere perfetta, perfetta”.

Dodici anni però, da tanto Max fa il tassista, sono onestamente troppi per un lavoro temporaneo; e su questo punto si apriranno le prime crepe per un personaggio che ci sarà sembrato, fino a quel momento, inattaccabile. Crepe in cui s’infiltrerà, agile e complementare come l’acqua, l’antagonista Vincent. Ma a parte quest’elemento di disturbo, e prima di permettere al killer di entrare nel taxi (e nel mondo) di Max, noi capiamo che lui è il tipo di tassista che vorremmo avere la fortuna di incontrare sempre. Quello che “si mette a discutere col cliente per farlo risparmiare”, che “ha il taxi più pulito che abbia mai preso”, o quello che “con la sua corsa mi ha appena regalato una vacanza sulla Harbor Freeway”. Roba che quando, al tg, sentii un tassista assassinato essere ricordato così – “Quando entravano nel suo taxi, si innamoravano tutti di lui” – mi venne spontaneo immaginarmelo con le fattezze di Jamie Foxx; con i suoi occhialini, la sua attaccatura geometrica dei capelli, o col suo modo, rassicurante, di balbettare.

E una cliente, Annie, si innamora davvero di lui, di Max, e gli lascia il suo bigliettino da avvocato: “…non lo so: nel caso un giorno volesse indagare su una società tra le cinquecento nominate da Forge…o discutere sul percorso del taxi”. Un gesto delicato, nel suo ‘non detto’, e che le tornerà utile più in là nel film.

E così, tra canzoni d’atmosfera (“Hands of time” dei Groove Armada è uno dei pezzi di genere più belli che abbia sentito negli ultimi anni) e morbide riprese aeree in notturna, la prima parte della caratterizzazione di Max, quella positiva, si chiude.

Poi in macchina entra Vincent: l’uomo che ammaccherà, fino a distruggerglielo letteralmente, il taxi di Max; e con esso, simbolicamente, il suo mondo, il suo approccio alle cose, la sua staticità.

Vincent deve uccidere cinque persone in poche ore e usa Max come autista in affitto. Anzi, in sequestro: perché se l’idea iniziale era che il tassista rimanesse all’oscuro della cruenta missione del suo cliente, una sfortunata coincidenza ha fatto sì che la scoprisse. E ora Max non può più sottrarsi.

Inizia così uno dei picchi di profondità psicologica del film: la collisione e la reciproca influenza – in uno spazio minimo, quello di un’auto – tra due persone agli antipodi.

Il primo abbiamo imparato a conoscerlo. Per il secondo, Vincent, bastano poche battute per inquadrarne il freddo distacco:


-   Max: “Hai buttato un uomo giù da una finestra. Cosa ti aveva fatto?

-   Vincent: “Niente, l’ho conosciuto questa sera

-   M.: “L’hai visto una volta e l’hai ammazzato così?

-   V.: “Devo uccidere le persone solo dopo che le ho conosciute? Max,   siamo sei miliardi su questo pianeta e te la prendi tanto per un grassone qualunque? Senti, le cose stanno così: dovevi portarmi in giro e non sapere niente, ma il grassone si è piazzato davanti alla finestra e ha fatto un bel tuffo sul tuo taxi; siamo passati al piano b: dobbiamo farlo rendere al massimo, improvvisare, adattarci all’ambiente, Darwin, I-chin, quello che ti pare, dobbiamo seguire il flusso

-   M.: “Ma chi era?

-   V.: “Che te ne frega? Mai sentito parlare del Ruanda? Decine di migliaia di cadaveri prima che cali il sole, mai tanti morti in così poco tempo dall’epoca di Nagasaki e Hiroshima, e hai battuto ciglio Max? Ti sei iscritto ad Amnesty International, Oxfam, Save the whale, Greenpeace o roba simile? No. Io faccio fuori un grassone e ti fai venire un attacco isterico

-   M.: “Però non conosco nessuno del Ruanda

-   V.: “E quello qui dietro lo conoscevi?



Questo è Vincent: più che un uomo, una macchina. Quasi metallico, come i suoi capelli brizzolati.

Ma c’è un intoppo.

Le crepe che, attraverso i dialoghi col suo sequestratore, si aprono in Max, sembrano pian piano estendersi al sequestratore stesso. E come la speranzosa potenzialità del tassista inizia a cedere il passo a tutta la sua frustrazione per un progetto – quello della limousine – che pare non realizzarsi, così il distacco del killer sembra malcelare un disperato bisogno di cambiamento.

Bisogno che però non si trasforma in atto, Vincent cioè non cambia, nella bellissima sequenza al jazz club. Luci soffuse, musica incalzante ma ricercata, insomma tipica esperienza da locale raffinato. Il killer finge di intrattenere un dialogo disinteressato col proprietario del locale: poi scopriamo, e Max con noi, che quello in realtà è il terzo uomo da eliminare. Il punto è che durante il dialogo sul jazz, su Miles Davis, iniziato così, per puro cazzeggio, succede qualcosa: chiamatelo fattore umano, chiamatela potenza della vita sorda a ogni previsione, quello che vi pare, fatto sta che a Vincent la sua futura vittima pare stare simpatica. Si è creato qualcosa intorno a quel tavolo. E infatti, quando il proprietario del locale intuisce chi ha di fronte e gli chiede: “Tu conosci le persone che mi vogliono morto?”, Vincent gli risponde: “Purtroppo sì”.

Purtroppo sì.

Qualcosa è scattato.

La crepa si è aperta anche in Vincent.

Non conosceva neanche lui, il tipo del jazz club intendo, esattamente come le prime due vittime, esattamente come nelle ciniche battute scambiate con Max, eppure…eppure quel ‘grassone qualunque’, lì di fronte a lui, gli sta simpatico.

Max fa un tentativo, dice a Vincent che ora tocca a lui improvvisare – ‘Ti sta simpatico, ti piace come suona, lascialo in pace questo poveretto’ – ma ovviamente non ha presa. O sembra non averla. Perché poi, in realtà, il killer fa un gesto inaspettato nella sua umanità, nel suo concedere una chance: “Mettiamola così – gli propone – io ti faccio una domanda sul jazz, se la risposta è giusta ce ne andiamo, e tu sparisci, stanotte”. La risposta è sbagliata e Vincent spara. L’attimo dopo, però, mentre ancora stringe la mano calda della sua vittima, cambia sguardo.

Poi lo abbassa, rassegnato.

Quello sguardo è il ‘purtroppo sì’ di prima.

Quegli occhi bassi sono un’altra crepa. 
Che cazzo ho fatto?

Chi sono diventato?

Darwin, I-chin, adattarsi all’ambiente: tutte stronzate, io qui non ho improvvisato un cazzo, sono come Max, statico, intrappolato nel mio ruolo, proprio come lui’, sembra dirsi, in un attimo, con quegli occhi bassi.

Se avesse risposto correttamente lo avresti lasciato andare?”, gli chiede rassegnato Max.


E lui niente, nessuna risposta.

Solo un altro sguardo emblematico.

Cioè un’altra crepa.



Prima del quarto omicidio, Max riesce a distruggere i file contenenti i nomi delle ultime due vittime. Vincent dice che deve rimediare: deve andare dai suoi mandanti e farsi ridare i nomi. Manda lui per proteggere la propria identità anonima di killer professionista.

Max, naturalmente, è gettato in un mondo non suo.

I messicani armati all’ingresso, ad esempio, non sono un buon segno.

Lui comunque entra e inizia a parlare col boss. Meglio, inizia a balbettare. Quest’uomo in felpa e occhialini, che continua a ripetere a testa bassa ‘Mi dispiace di aver perso la lista’, non è esattamente l’incarnazione classica di un killer.

Ma Max deve uscire da lì coi nomi, o Vincent ucciderà sua madre. Gliel’ha giurato.

E così improvvisa.

Ora tocca davvero a lui.

Si toglie gli occhiali, guarda in faccia il boss e con voce sicura gli racconta una scusa credibile del perché ha perso la lista. E alla fine cita pure le parole di Vincent (quello vero): “Cose che capitano, bisogna seguire il flusso, Darwin, I-chin…adattarsi”. Come sta facendo lui. Come dire: trasformazione in corso.

Se Vincent, il freddo Vincent, ha visto nascere in sé, o piuttosto risvegliarsi, il lato umano grazie all’influenza gentile di Max, quest’ultimo si è lasciato lambire dalla determinazione, dalla spregiudicatezza del primo.

Un influsso, una crisi, un’attrazione, un respingimento, un beneficio, insomma qualunque cosa, ma sempre reciproca.

Max e Vincent, Vincent e Max.

Max è Vincent, Vincent è Max.

E’ come se ciascun personaggio dialoghi, nello spazio claustrofobico di una macchina, col proprio demone. Non nemico, proprio demone: perché un nemico puoi detestarlo per un po’ e poi permetterti di ignorarlo, di dimenticarlo; un demone no: lo odi, ma in maniera imprescindibile, in un modo che non si lascia dimenticare. Perché forse, in fondo, c’è qualcosa di te in lui. E vuole uscire.

E se per Max tutto questo è difficile da accettare, lo è ancora di più per Vincent: perché il suo demone non è un boss armato, o un uomo di potere, o almeno uno ‘cool’, no: quello che gli fa da specchio, mostrandogli un lato di sé che disperato cerca di farsi sentire, ha i modi pacati di un uomo qualunque, non gli ha mai puntato la pistola contro, porta gli occhiali e addirittura balbetta. E ba-ba-balbettando balbettando, lo ha disarmato. 


-   Vincent: “Non c’è una buona ragione per vivere o morire

-   Max: “Allora tu cosa sei?

-   V.: “Indifferente…seguimi: milioni di galassie e centinaia di milioni di stelle e un puntino che vaga nello spazio: siamo noi, persi per sempre. Lo sbirro, tu, io, chi se ne accorge?

-   M.: “Ma cos’hai nel cervello? Se qualcuno ti puntasse la pistola alla testa e ti chiedesse: dimmi che cosa sta provando quest’uomo, quali sono i suoi sentimenti oppure ti faccio secco, cosa lo spinge? Ecco, tu non saresti in grado di rispondere, dovrebbero ammazzarti, perché a te non interessa sapere cosa gli altri pensano. Sei squallido fratello, davvero squallido.

- primo piano di Vincent –

Cioè ma chi sei: uno di quegli sbandati cresciuti in istituto?

- altro primo piano di Vincent, che ora cambia sguardo –

Ti batte qualcosa dentro? Ciò che…che normalmente fa parte della natura umana in te non c’è.

- terzo primo piano del killer –

Perché non mi hai ancora ammazzato?

-   V.: “Dovevo andare a beccarmi Max Sigmund Freud tra tanti tassisti

-   M.: “Rispondi alla mia domanda

E ora tocca a Vincent dirgliene due.

-   V.: “Specchiati: tovaglioli di carta, taxi immacolato, un giorno una compagnia di limousine, quanto hai da parte?

-   M.: “Non sono affari tuoi

-   V.: “Un giorno…un giorno il mio sogno si avvererà? Una notte ti sveglierai e scoprirai che non è mai successo. Sì, ci hai girato intorno, non si è avverato e sei diventato vecchio. Non ha funzionato, ma tanto tu non l’avresti mandato in porto comunque. Lo spingerai nel ricordo e poi lo rimuoverai, sdraiato sulla tua poltrona reclinabile ipnotizzato dalla tv per il resto della vita.

Che cazzo ci fai ancora dentro a un taxi? Dimmelo

- questa volta il primo piano è di Max. Ed è lui a stare zitto. Poi

  riattacca –

-   M.: “Non mi sono mai messo d’impegno a guardare me stesso, avrei dovuto farlo.

- la macchina da presa dentro il taxi inizia a traballare - 

Io ho tentato di giocarmi una via d’uscita di straforo, ma era un gioco perdente in partenza

- gli alberi e i pali della luce fuori dai finestrini iniziano a

  passare più velocemente. Sul sedile posteriore, Vincent subisce

  il primo sobbalzo della corsa –

-   V.: “Rallenta

-   M.: “Doveva essere perfetto, doveva essere perfetto per partire, ogni rischio andava eliminato. Potevo farlo quando volevo

- contachilometri a 100 km/h, un semaforo in prossimità –

   - V.: “E’ rosso!

     - e Max se ne frega, accelera. Per la prima volta dall’inizio del     

       film Vincent sembra avere paura –

-   M.: “Ma sai che ti dico? Buone notizie, non me ne importa più niente. Chi se ne importa, in fondo, no? Siamo tutti insignificanti qui in questo gigantesco nulla. Stronzate ai confini della realtà, dice il paraculo sociopatico dietro di me.

- altro semaforo rosso, e lui passa ancora –

Ma sai la novità? Ti devo ringraziare perché finora non l’avevo mai vista da questa prospettiva.

- e continua ad accelerare –

Chi se ne frega, certo giusto, fottiamocene, tanto che abbiamo da perdere!

- e poi c’è la scena che, da sola, potrebbe simboleggiare l’intero

  film, questo rapporto tra due sconosciuti che ora sembrano

  odiarsi, eppure dipendersi, come certi fratelli. Vincent punta la

  pistola contro Max, che però sta guidando il taxi a oltre 150  km/h. Incastrati entrambi. Max dal ferro e Vincent dal taxi –


-   V.: “Rallenta!

-   M.: “Perché: mi spari così ci ammazziamo tutti e due? Accomodati, sparami

-   V.: “Rallenta cazzo!

-   M.: “Coraggio, sparami!

-   V.: “Rallenta!

-   M.: “Sai una cosa Vincent? Vaffanculo


E fa catapultare il taxi, con loro due dentro.

E con loro i loro mondi.

In una sola notte, tutto distrutto: il taxi, Max, Vincent.

La sequenza più in crescendo, adrenalinica ed eloquente di tutto il film.

La domanda che viene posta qui, ‘Perché non mi hai ancora ucciso?’ – spiega il regista Michael Mann – si riferisce al momento in cui Max distrugge la lista delle vittime. Perché in base a ciò che sappiamo di Vincent, è esattamente ciò che sarebbe dovuto accadere. E cominciamo a domandarci: cosa cerca Vincent da Max? Perché, mano a mano che instaurano un rapporto, cominciano a parlare di cose familiari, e poi dal familiare passano all’intimo? Che cosa sta succedendo? Ed è qualcosa che speravo, e che mi auguro il pubblico avverta impercettibilmente, quasi a livello inconscio. Preferirei che non si rendessero conto che questa domanda viene posta, ma che produca uno stato di apertura al chiedersi cosa succederà a questi due uomini. Perché il dubbio su cosa dovrà succedere, non è se Max vivrà o morirà, se Vincent vivrà o morirà. Ma più tipo: “Che tipo di rapporto c’è?’”.

Ed è proprio ciò che, sinceramente, ho provato io: ad un certo punto della visione, mi sono reso conto che non mi interessava più sapere che fine avrebbero fatto ‘fisicamente’ i protagonisti, se cioè sarebbero sopravvissuti o no; piuttosto mi stimolava la loro evoluzione psicologica. Ecco perché, all’inizio, ho parlato di film stratificato: fa finta di porsi come pellicola molto dinamica, atletica, come Tom Cruise, per poi diffondersi sulla complessità del comportamento umano.

Tra l’altro, Vincent non solo non l’uccide, Max: addirittura gli salva la vita, sparando ad uno che, per una sottotrama, stava per sparagli.

Segue uno scambio di sguardi tra i due molto intenso.

Nel pieno di una sparatoria della madonna, loro ‘perdono tempo’ a parlarsi con gli occhi.

E questo mi dà lo spunto per accennare ad una questione a cui tengo particolarmente: quella del realismo. Come la vita non è un film, così un film non è la realtà; e non si dovrebbe pretendere, come fanno spesso in molti, che tutto ciò che accade sullo schermo di un cinema debba essere perfettamente realistico. Ci dovrebbe essere una sorta di patto tra spettatore e opera: un patto che preveda una certa dose di sospensione d’incredulità e la consapevolezza che, di solito, un film non vuole riprodurre mimeticamente la realtà (a quello ci pensano giornali e documentari), ma piegarla al proprio messaggio, magari forzandone anche un po’ la verosimiglianza.

Quando lo scrittore Roland Barthes, in una lettera a Perec, scrive: “…la questione nasce da un trattamento riuscito di quei famosi oggetti a cui lei restituisce un sapore mitico”, che cosa vuol dire? Intende che ha saputo sfruttare il mondo materiale per parlare di qualcos’altro, il tangibile e il visibile per l’invisibile.

Insomma, quando in un film fanno vedere che uno non tocca cibo per mesi perché sta male psicologicamente, non significa che, nella realtà, deve per forza comportarsi così: è un’iperbole, un’esagerazione, una caratterizzazione immediata, funzionale al racconto. Come lo sguardo che Vincent rivolge a Max, e che lui ricambia. Due crepe che s’intrecciano. E chi se frega se, nella realtà, sarebbero stati colpiti.

Anche perché, nella vita reale, mi capita spesso, dopo aver sentito un fatto, di esclamare: “Che storia incredibile!”. Incredibile: cioè assurda, irreale, praticamente da film. Pretese di realismo nonostante.

Come dire: quando la realtà supera la fantasia.  

Sui due attori principali poco da aggiungere: penso che i dialoghi riportati restituiscano, in parte, la complessità del lavoro svolto. Il resto lo fanno la loro fisicità, i loro tempi attoriali, la loro naturalezza. E se per il premio Oscar (per “Ray”) Jamie Foxx, che interpreta Max, non c’è bisogno di spiegazioni, per Tom Cruise, invece, è sempre d’obbligo una specificazione. L’attore che qui dà carne e ossa (e capelli brizzolati e uno sguardo che non si dimentica) a Vincent, infatti, appartiene a quel curioso gruppo di attori troppo belli, troppo famosi, troppo ricchi – insomma, troppo tutto – che, nonostante la loro bravura, non solo non hanno mai vinto un Oscar (e fin qui, poco male), ma che addirittura a ogni interpretazione devono dimostrare, più degli altri, di essere davvero all’altezza. E’ come se la sovraesposizione mediatica creasse aspettative molto superiori alla singola prova attoriale; e loro sembrano costretti prima a scrollarsi di dosso tutto ciò che orbita intorno ai propri miti, e solo dopo a essere valutati per l’interpretazione specifica. Anch’io, in tutta sincerità, trovo qualcosa di ineluttabilmente sbagliato nell’attenzione maniacale riservata alle celebrità dello star sistem; ma insomma, a parte questo, avere ancora dubbi su attori come Di Caprio o Jhonny Depp, o appunto Cruise, mi sembra da snob della peggior specie.

Il tempismo ironico di Tom – spiega il regista – credo sia sottile e fantastico. E analizzando il modo in cui raggiunge l’ironia, si vede che Vincent si comporta come se non fosse conscio di qualcosa che per Max è evidente. Sono un estimatore di Billy Wilder, che usava molto l’ironia, una sorta di spirito berlinese di Weimar. Ho trascorso molto tempo a studiare il lavoro di Cary Grant in “Front Page”, come preparazione per l’uso di Vincent dell’ironia, la sua strana arguzia e il suo nichilismo facile. Ed è una specie di omaggio a Billy Wilder”.

Non ci sono controfigure – garantisce il coordinatore degli stunt, Joel Kramer – tutto quello che appare nel film lo ha fatto davvero Tom Cruise. E ovviamente le scene non sono montate. Abbiamo provato ogni mattina per gli ultimi tre mesi. Abbiamo lavorato assieme ogni giorno per settimane e lui non mancava mai. Si allenava per un’ora, prima di iniziare, si riscaldava e faceva stretching. Ed era molto rigoroso: ‘Se faccio qualcosa di sbagliato, dimmelo’. Se ad esempio la sua gamba era un po’ fuori sincronia mentre elaboravamo una scena di combattimento, voleva saperlo. ‘E’ tutto perfetto per l’addestramento fisico funzionale al personaggio?’”.

Poche storie, sul set Tom Cruise è un capo.



Oltre ai due secondari, Jada Pinkett Smith e Mark Ruffalo, c’è un altro personaggio che non si lascia dimenticare: è un attore-feticcio per Michael Mann, come De Niro per Scorsese, o Washington per Scott, o Servillo per Sorrentino: è la notte.

Presente praticamente in tutti i suoi titoli, da “Miami Vice” al cult “Heat – la sfida”, in ‘Collateral’ la notte, una sola notte, è l’unica ambientazione temporale. Iniziata e conclusasi nel giro di dieci ore, infatti - dal tramonto all’alba, tipo Rodriguez – la vicenda restituisce tempi serrati e un’assoluta compressione nel presente. Niente flashback o salti temporali di alcun tipo. L’unica dietrologia è quella che i protagonisti fanno nei loro discorsi man mano più intimi. E che appunto sembrano innescati, anche, dalla notte: “…persone più tranquille, meno traffico e mance più alte”, dice Max; un momento in cui i tempi sono rallentati e distesi, l’iridescenza delle luci dona qualcosa di magico, di poetico all’atmosfera e c’è una certa percezione, inspiegabile eppure nitida - come in certe serate estive - che ogni cosa sia possibile. Ecco, se Max e Vincent dovevano cambiare, completarsi, non potevano che farlo di notte; magari accumulare segnali di cedimento, d’insofferenza verso se stessi, di abitudini ormai insufficienti, di giorno, nel caos della vita, nella sua velocità, ma razionalizzarli di notte, nel suo silenzio, nella sua lentezza e spietatezza, nella sua verità.

Forse di quell’uomo morto in metropolitana, Vincent, in quella città ‘disconnessa’ da 17 milioni di abitanti che è Los Angeles, non se ne accorgerà nessuno. Ma della sua evoluzione, del suo essere diventato meno macchina e più uomo, meno taxi e più ‘limo’, credo, ce ne ricorderemo in tanti.

18 commenti:

  1. Non ho letto la (mastodontica) recensione, non lo faccio mai prima di aver visto il film trattato. Ma volevo ringraziarti per la citazione Gianluca :) è sempre un onore essere citatomi da qualcuno!

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  2. Di niente! Ho trovato il tuo pezzo ben argomentato e quindi, quando è pertinente, lo cito molto volentieri (l'ho passato in privato anche ad alcuni miei amici appassionati di Nolan/Batman). Comunque te lo consiglio questo film, è ancora di più, dello stesso regista, "Heat - la sfida": tra l'altro, Nolan ha dichiarato di essersi ispirato ad alcune sue sequenze 'di strada' per girare gli inseguimenti in Batman ;)

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    1. Sti cazzi, Heat è stato uno di quei film la cui videocassetta all'epoca quasi la consumai tante furono le volte che lo vidi :) grazie per l'informazione, a questo punto la visione È D'OBBLIGO (con annessa lettura della recensione).

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    2. Anch'io adoro quel film, e continuo a rivederlo.
      Se ti è piaciuto, sicuramente apprezzerai Collateral: la mano (e l'occhio di Mann) si sente.

      Ps: dobbiamo cercare di convincere Giuseppe a vedere Heat!

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    3. Ancora non hai capito che quando non vedo film consigliati è perchè sono troppo convinto, l'opposto ;)

      So perfettamente quanto sia bello e quanto mi piacerebbe, e queste sono le due condizioni peggiori per non farmi vedere un film

      (dovrò metterlo sulla Promessa 2016, almeno so costretto)

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    4. Visto questo pomeriggio, sono subito corso a leggere la tua recensione (e mi stupisco non ci sia una lunga scia di commenti visto la qualità del pezzo[ne]!). La cosa che emerge chiara e lampante è il grande apprezzamento che che nutri per questa pellicola :) che al sottoscritto è piaciuta un fottio. Due personaggi costruiti con tutti i criteri dovuti, Cruise da una fisicità tostissima a Vincent, e d'altronde lui è sempre stato l'incarnazione della fierezza e della spavalderia. C'è l'action, c'è il noir, c'è il thriller e c'è il drammatico. Se non mi avessi detto tu che il regista è lo stesso di Heat è pprobabile che i bellissimi dialoghi tra i due mi avrebbero ricordato l'indimenticabile confronto fra De Niro e Al Pacino nella tavola calda.
      Grazie per avermelo fatto conoscere ;)

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    5. Forse non hai capito che i pezzi di Gianluca non sono da blog.
      Sono troppo ben fatti, troppo competenti, troppo esaustivi, troppo professionali, troppo lunghi.
      Sono pezzi da siti di cinema, quelli che li leggi, ti piacciono tantissimo e non li commenti però.
      Se ci fai caso non c'è paragone tra i commenti nei blog di cinema rispetto ai siti.
      Quest'ultimi a volte non ne hanno nemmeno uno.
      Il blog è uno spazio informale che più è immediato e "stupido" più funziona.
      Gianluca lo sa ma è contento comunque della pubblicazione, alla fine vengono letti moltissimo.
      Ma il 90% di chi commenta lo fa in cose più immediate.
      E in modo più immediato tra l'altro.
      Qui un commento convenzionale sarebbe quasi assurdo, o ne fai uno abbastanza articolato oppure niente.
      L'importante è scrivere sempre per come si è e come ci piace fare.
      E gianluca fa ste cose, benissimo.
      Il resto fa parte del gioco ;)

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    6. Competenza! Ecco quale era quella maledetta parola che non ne voleva sapere di uscire quando ho scritto riguardo ai pochi commenti!

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    7. Sono contento MalawiBoy che lo abbia guardato: è sempre bello consigliare un film a qualcuno (soprattutto poi se, come nel tuo caso, il film piace). Hai ragione: i dialoghi potrebbero tranquillamente richiamare quelli di Heat, e in particolare della mitica scena della tavola calda. E questo sottolinea uno dei pregi dei film di Mann: e cioè che pur essendo classificati come film d'azione, in realtà danno alle parole dei personaggi il valore che meritano; non sono come gli action meno ricercati, in cui i dialoghi sono quasi sempre pretestuosi.
      Detto questo, ti ringrazio per ciò che mi hai detto, per la "competenza": aspiro a quella.
      E da qui passo a Giuseppe: ringrazio anche te per ciò che hai scritto; hai colto in pieno il discorso dello stile: io proprio non ce la faccio a scrivere pezzi brevi, ogni volta mi sembra di essere incompleto, di non aver reso a parole quello che l'argomento trattato è nella realtà. Anche con Collateral, ad esempio, nonostante la sua lunghezza, mi è successo questo: avrei voluto aggiungere alcune cose sul rapporto di Vincent con la madre di Max, oppure su come reagisce sempre Vincent col capo di Max. Nei miei schemi preparatori ci finisce sempre molta più roba di quella che effettivamente poi pubblico (perchè alla fine mi rendo conto di essere stato davvero troppo lungo). Ma è più forte di me. E credo sia questo il motivo principale per cui non sono così frequente nella scrittura: ogni pezzo mi porta via un bel po' di tempo. Ma come dici tu: l'importante è scrivere sempre per come si è e per come ci piace fare. Ed è vero, perchè al di là dei commenti, al di là dei riconoscimenti altrui (che fanno piacere, eh), è il gesto di scrivere in sè che conta più di ogni altra cosa, uno dei pochi gesti che, per quanto mi riguarda, mi fa desiderare di essere in quel preciso momento, in quel preciso luogo.

      Ps: scusate il ritardo nel rispondervi, ma non mi ero accorto dei commenti.

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  3. A sto punto sarei curioso pure di sapere cosa avevi da dire sulle due scene che non hai più inserito :)

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    1. Appena posso lo faccio volentieri. E aggiungo un collegamento che ho trovato in un film visto qualche giorno fa.
      Mi stava venendo in mente di scrivere qualcosa su Heat, ma la sola di approcciarmi a un film del genere mi spaventa.

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    2. Ma te Gianluca mi vuoi dire che ancora non usi le notifiche??

      Spero di sì, altrimenti è da pazzi ricercare sempre tutto.

      Per tutto il resto che hai scritto abbiamo fatto chat su chat, sappiamo perfettamente vita, morte, miracoli e modi di scrivere e intendere la scrittura dell'altro ;)

      ma hai fatto bene a metterlo anche qua, per tutti gli altri ;)

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    3. Ma che paura e paura?! Fallo! Quei due personaggi sono tra i più ganzi mai visti.

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  4. Ciao Gianluca, mi complimento per la tua dettagliata recensione di Collateral... Concordo con te su Michael Mann perchè secondo me è uno dei registi viventi maggiormente dotati di una tecnica cinematografica fuori dal comune...
    Penso che alla fine di quella affascinante notte, il vicendevole aiuto tra i due protagonisti ha comportato che i contorni tra il carnefice e la sua vittima non sono apparsi più così netti e distinti...descrivendo quindi i personaggi in modo da farceceli scoprire a poco a poco.
    Penso che tutto questo sia frutto dello scrupolo e della meticolosità con la quale Mann lavora e della capacità di trasmettere il proprio pensiero agli interpreti che lo assecondano magnificamente...Se poi dobbiamo parlare di due perle di Hollywood come Tom Cruise e l'allora semi sconosciuto Fox che esploderà con un Oscar di "Ray" lo stesso anno....bhe li' Gianluca starei a scrivere decine di pagine di commento ;)))))
    Infine ti dico il motivo per cui andai a vedere appena uscì al cinema Collateral: mi affascinava la storia ambientata in una Los Angeles Notturna perchè rimasi folgorato da un altro film del 1985 da cui secondo me Mann ha ricalcato quantomeno la notturna location: TUTTO IN UNA NOTTE (Into the NIght) di John Landis che tuttora rimane tra i miei preferiti registi (sono sue perle come Un lupo mannaro americano a Londra e the Blues Brothers)...
    Ciao! Massimo
    (che se vuoi, per rimanere in tema, mi firmo MAX) ;)))

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    1. Massimo tranquillo eh, Gianluca prima o poi risponderà.
      E' che non essendo il suo blog non sta come me sempre a controllare i commenti.
      Ciao!

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    2. Eccomi Max! :)
      Allora, dici bene: alla fine di quella notte, vittima e carnefice non saranno più così distanti; in un passaggio (che poi, però, non ho più inserito) del mio pezzo avevo scritto proprio questo: "...Insomma niente super-mostri o super-buoni in Collateral, con un leggero spiazzamento per chi è abituato a ragionare per categorie".

      Sui due personaggi, e sugli attori che li interpretano, potremmo parlare ancora per molto. Ma tu, se hai qualcosa da dire in particolare su di loro, dilla pure: mi interessa!

      "Tutto in una notte" non mi suona sconosciuto come titolo, ma penso di non averlo mai visto: cerco di recuperarlo subito però, da come l'hai presentato mi sembra ne valga la pena.

      Ciao Max, e grazie del commento :)

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  5. Ciao
    Grazie per le post
    Mi piace molto el blog
    bellissimo!
    Baccio

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    1. Che meraviglia lo spam poliglotta...

      "grazie per le post" francese
      "mi piace molto el blog" spagnolo
      "bellissimo" italiano
      "baccio" unknown

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