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6.9.18

Recensione: "Lucky"




Un film meraviglioso.
Uno di quelli a cui non riesco a toglier nulla, nulla.
Certo, il film testamento di Dean Stanton ma forse sarebbe meglio considerarlo come film testamento tout court.
Un vecchio, la sua routine, il suo cambiamento.
Non pensare alla morte, poi averne paura, poi saperla accettare.
In mezzo lacrime, risa e riflessioni.

Lucky, tra le tante tante cose, mi ha fatto pensare a come il sorriso, insieme allo sguardo, sia probabilmente l'unico aspetto "fisico" che non invecchia mai.
Chè gli aspetti morali o astratti si sa, posson davvero mai invecchiare.
Invece per quanto ci manteniamo bene, per quanto curiamo noi stessi, per quanto ci sentiam giovani dentro, il nostro corpo dice altro, mostra altro, e quello che eravamo a 20 anni a 80 non siam più.
Eppure lo sguardo e il sorriso no, quelli non invecchiano mai. E se prendessimo solo il sorriso di Dean Stanton, in un super zoom che ci metta fuori campo rughe e pelle cadente, secondo me vedremmo lo stesso sorriso che aveva 20 anni fa, 50 anni fa, 70 anni fa.
Credo che veder ridere un vecchio sia bellissimo.
Ed è buffo che questo mio prologo sul sorriso l'avrei fatto lo stesso, l'ho pensato sin dalla prima volta che il vecchio attore ne mostra uno.
Mai avrei pensato che poi, però, il sorriso diventasse architrave e anima di questo meraviglioso film, film che mi ha lasciato l'ultima mezz'ora con gli occhi sempre lucidi (magari lucidi e basta, veniva già un vero tsunami che dovevo coprire al Nencioni seduto vicino a me. Per fortuna, a destra, nessuno).

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Lucky è il film testamento di Dean Stanton, possiamo far finta che non sia così ma così è.
Del resto un film interpretato da un 90enne che parla proprio di morte e di avvicinamento ad essa è testamento anche nel significante, non nascondiamoci.
Ma sarebbe un errore considerare Lucky solo come film testamento di questo attore quando, invece, dovremmo ergerlo a Film Testamento tout court, ovvero di un'opera sull'andarsene, anzi, sull'andarsene nel miglior modo possibile.
Anche qui, come col sorriso, torneremo sopra.
Lucky è l'opera prima di John Carroll Lynch (e anche su quest'ultimo cognome torneremo), un grandissimo caratterista americano (io l'ho adorato soprattutto su The Invitation) che a 50 anni suonati ha deciso di saltare la staccionata.
E che in questo suo primo film abbia preso come protagonista unico Dean Stanton è un'altra di quelle piccole grandi cose, di quelle emozioni che dovremmo far nostre.
Un attore, Carroll Lynch, quasi solo caratterista, che gira un film mettendo come protagonista unico uno dei Re dei caratteristi.
La cosa è bellissima. Io non credo sia casuale. Io credo che tra gli attori straordinari che però stanno sempre ai margini ci sia una gran vicinanza a chi è come loro, a chi ha fatto sì una gran carriera ma sempre all'ombra di altri.
E allora vedo questo Lucky come un omaggio di Carroll Lynch a questa figura che lui stesso rappresenta, quello del caratterista, di quegli attori che colorano i film, che recitano personaggi decisivi, spesso cult, spesso migliori dei protagonisti, ma che alla fine restano sempre fuori dai poster e dalle locandine.

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Lucky è uno di quei film in cui io non riesco a toglier nulla, non un personaggio, un dialogo, una scena, uno sviluppo di trama, niente.
Uno di quei film essenziali e perfetti, scritti alla grande, recitati meglio e, ciliegina sulla torta, tanto profondi.
E' molto interessante la prima parte, specie con quel reiterare la parola "realismo". Alla fine lo stesso film è perfetto esempio di realismo, di senso della realtà, di eliminazione di voli pindarici.
Lucky ha 90 anni e a 90 anni il realismo non è solo importante ma è quasi l'unica cosa che conta.
Fa continuamente parole crociate, guarda quiz in televisione, vive in un mondo in cui bisogna dar risposte. Lucky cura il proprio corpo, fa yoga la mattina, beve quasi solo latte, fa una vita parca ma sana.
Un giorno però cade, di botto.
Va dal dottore per capire cosa sia successo e niente, il dottore gli dice che è più sano di un pesce, che non ha niente, che deve sentirsi fortunato (e quel lucky nel film prende poi almeno tre significati), che non deve preoccuparsi.
Eppure Lucky sta caduta non se la spiega e, in qualche modo, gli cambia la vita.
Ed è molto bello che questo "cambio di vita" Carrol Lynch ce lo mostri e non mostri, bisogna intravederlo da soli.
Lucky che non si siede allo stesso posto nel bar abituale, Lucky che prende più sigarette del dovuto e non ride alla messicana del negozio, Lucky che rimette l'ora nel frullatore, Lucky scorbutico al bar serale.
La routine che contraddistingueva le sue giornata cambia.
Fino a quando Lucky non parla con un veterano, un ex Marine.
Ne nasce un dialogo straordinario, culminato nel racconto di quella bimba buddhista che sorride all'arrivo dei soldati americani.
Dopo la caduta è l'ennesimo turning point.
Ed è così che questo film diventa un'opera sul fine-vita divisa in tre atti.
Il primo atto, quello del prologo e della vita come routine, è sul non pensare alla propria morte.
Il secondo atto, dopo la caduta, è sull'aver paura di morire.
Il terzo atto, dopo il racconto del marine, è sull'aspettare serenamente la fine.
Tre atteggiamenti al tempo stesso così simili (a volte possono sfiorarsi) ma così distintamente divisi.
E l'ultimo atto, quello della serenità, quello dell'accettare quello che prima o poi arriverà - e a 90 anni il prima arriva prima del poi - porta ad almeno due scene da pelle d'oca.
La prima è quella al bar di vecchi amici, con quel discorso sulla futilità dei divieti quando le cose importanti nella vita son ben altre.
Con quel "Sorridi" al nothing che ti aspetta che ti apre il petto.
La seconda è la sequenza alla festa dei messicani.
Quando Lucky comincia a cantare assistiamo a due minuti da pelle d'oca. E' la scena simbolo di quelle piccole cose che nella vita non riusciamo mai a fare, spesso per pudore e vergogna o proprio perchè le consideriamo stupide.
Cose o gesti che invece nascondono una potenza infinita.
Quante piccole scene della vostra vita vi sono rimaste dentro più delle grandi? 
Ecco, quel canto di Lucky è una di queste piccole scene, solo una canzone cantata in una lingua non tua ad una festa, nient'altro.
Eppure tutti piangono, e noi con loro.
Ma di emozioni ne avevam vissute già tante. E una delle più grandi è lo sfogo di David Lynch.

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Sì, proprio lui, recita qua dentro. E magari ha sempre la stessa espressione e una voce cacofonica. Eppure funziona, funziona tanto, e il suo sguardo rimane impresso.
Lo sfogo di Lynch a favore dell'amore per la sua testuggine ("E' una testuggine!") parte come comico e surreale (e di momenti comici ce ne son tanti) ma quando arriviamo in fondo ci accorgiamo di quanto sia bello e vero, di quanto sia possibile, di quanto non ci sia niente da ridere, niente.
O la sequenza con Johnny Cash come colonna sonora, quel Cash che poi, tra l'altro, alla vecchiaia ha dedicato due o tre pezzi formidabili.
Il film ha il passo del novantenne ma non annoia mai, grazie specialmente a dei volti che ti fanno restare incollato, dei dialoghi perfetti e una costruzione narrativa solo apparentemente banale (penso ad esempio a quel "coglioni" che dice sempre Lucky a quell'insegna, solo il controcampo finale ci svelerà perchè).
E arriviamo al finale, un finale desertico e, per me, inaspettato.
Perchè mai avrei detto che un film che è accompagnamento alla morte poteva finire così, alla Chaplin, con qualcuno che se ne va verso l'orizzonte.
Ma prima c'è l'ennesimo momento che ti uccide.
Prima quel cactus grande, maestoso, forte e ferito.
Poi Lucky guarda fisso in camera e sorride.
Lucky ci guarda e sorride.
Ma non è Lucky quello, sarebbe un errore pensarla così.
Quello è Dean Stanton.
E ci sorride, e ci saluta.
Sorride alla Fine.
La morte lo raggiungerà pochi mesi dopo l'uscita del film.
E intanto una tartaruga, ops, una testuggine, torna indietro.
Stessa inquadratura iniziale.
Il Presidente Roosevelt torna indietro.
Lentamente, mentre Lucky si allontana.
E in questo strano incrocio di esseri vecchi e lenti, in queste traiettorie perpendicolari, ho asciugato la mia ultima lacrima.

8.5

29 commenti:

  1. A proposito di sguardi in camera... Maronna che pacca al petto

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    1. eh, però online...

      a me dispiace sempre quando film al momento in sala si vedono così

      speriamo ti piaccia

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  3. Dico la mia sul discorso sala/rete: ormai vedo solo roba in lingua originale, una volta intrapresa quella strada è impossibile tornare indietro. Come paragone posso usare l'esempio della musica: propormi il doppiaggio nei film è mostruoso come propormelo nelle canzoni. Ci pensate fare ricantare tutte le canzoni di questo mondo da cantanti italiani in italiano? Qui a Bologna ce la caviamo grazie al cinema Lumiere che propone puntualmente lingua originale e sottotitoli. Altrimenti si compra o si pirata

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    1. non sono d'accordo Dado ;)

      dico con l'esempio della musica

      la musica è puro ascolto, pura voce, se non è il vero cantante semplicemente è un'altra cosa

      il cinema è un mix di tante cose, con l'immagine davanti tutte. Quindi il doppiaggio può peggiorare un aspetto ma di sicuro il film resta quello, stesse immagini, stessi attori, stessa colonna sonora, stessi movimenti di macchina, magari anche voci simili

      quindi va bene qualsiasi crociata per la lingua originale ma non trovo calzante l'esempio con la musica

      un abbraccione ;)

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  4. Come fai a ribattere a uno che risponde in una maniera tanto garbata e soprattutto argomentata? Con la chiusa di Gianni Morandi, poi... Sei fantastico, Caden

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    1. secondo me io lo scrivevo prima de Morandi, ahah

      grazie amico a 6 facce ;)

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  5. Questa avrei voluto leggerla prima di vederlo.

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  6. avrei usato il tuo filtro signor Caden

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  7. Mi accodo al Nencioni qui sopra, le tue parole me lo farebbero valutare come un quasi capolavoro. Chissà perché allora in sala, per quanto mi sia piaciuto molto, non sia scattata la scintilla. Forse è un film che ha bisogno di sedimentarsi. Forse, un po' come Boyhood, è un film che ha valore più umano che cinematografico (seppure anche da quel punto di vista non ci sia niente da rimproverargli), e forse c'è la presenza ingombrante di quel capolavoro "Una storia vera", che per coincidenza (o forse no) aveva sempre Stanton e Lynch.
    Quello che rimarrà sicuramente è il sorriso di questo straordinario attore, l'ultimo prima di andarsene, un altro degli indimenticabili sguardi in camera che il cinema ci può regalare, abbattendo le (quarte) pareti fra finzione e realtà, fra vita e morte.

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    1. io invece, ma lo hai letto, in sala sono mezzo morto ;)

      ma mi capita spesso quando vedo rappresentata la vecchiaia

      invece per Boyhood la scintilla non scoccò del tutto, fu più artistica (film unico e irripetibile) che umana

      pensa, non ho incredibilmente ancora visto Una Storia Vera,,,,

      fosse per me Enrì il cinema sarebbe fatto tutto da piani sequenza ed interpellazioni, ahah, sono forse le due cose che mi emozionano più ;)

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    2. Nel cinema della lentezza e della vecchiaia, Una storia vera è la pietra di paragone, uno dei film più belli e profondi di Lynch; penso che ti piacerebbe tantissimo Giuse'

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  8. Ottima analisi!
    Anch'io avevo pensato alla stessa cosa, al fatto che questo film sia essenzialmente un omaggio di un caratterista divenuto regista ad uno dei più grandi caratteristi del cinema americano, con invece un grande regista, Lynch, che di quel caratterista si è servito a più riprese, che invece stavolta fa lui stesso il caratterista...
    Che confusione ;-)
    In ogni caso, un buon film... peccato che in Italia sia stato visto davvero da poche persone, come indicano gli esigui dati degli incassi...
    Ciao
    Vincenzo

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    1. sì, infatti avevo anche letto io la tua vincenzo (e commentato, forse su fb) ed avevo notato che anche te avevi tirato fori sta cosa dell'omaggio al "caratterismo" fatto da un caratterista ad un caratterista ;)

      ma la cosa de Lynch a completare il quadro non l'avevo pensata ;)

      per me grandissimo film, tra i 5 dell'anno (di un fantastico anno poi) e a Perugia sono 3 settimane che non lo tolgono

      contasse solo Perugia sarebbe in alto ;)

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  9. un film apparentemente semplice, a me ha lasciato parecchie cose in sospeso...A cominciare dal senso e della potezna del sorriso. Realismo, paura, sorriso. Realismo, paura, sorriso. Esemplare parabola di quel che hai detto tu, ovvero occhi lucidi e ironia, la vita.

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    1. è così...

      e forse quel sorriso m'è rimasto ancora così impresso che anche nel film successivo, Entertainment, la minuscola scena del sorriso è quella che m'è rimasta più

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  10. Sono riuscita a vederlo ieri sera spettacolo unico in lingua originale! Gran recuperone del cinemino d'essai che abbiamo a Cesena! :)
    Davvero meraviglioso.. sala piena e alla fine tutti immobili in silenzio.. nessuno si alzava!
    La tua recensione impreziosisce il tutto ed esalta il film. Bellissimo l'affondo che fai sulle 3 parti. Il non pensare, il pensiero che arriva e fa paura e poi l'accettare .. e per questo sorridere, vivere di più!!.. quel sorriso finale dopo il cactus gigante è qualcosa di indescrivibile. Un sorriso e un viso disteso che mi è sembrato di vedere la mia cara nonnina, che nei momenti belli era proprio così. Unico rammarico: doveva durare di più! Una inquadratura davvero da spaccare il cuore.
    E sì.. non ci sono parole da aggiungere alla scena che hai descritto del Volver..... È tutta la mattina che me lo riascolto a ripetizione!!

    PS. Ciao MG! Bello leggerti! Sei mancato il 1 settembre!!!

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    1. ma pensa, credo che alla tua stessa visione allora c'era anche una coppia mia "amica". Sono di Cesena, l'hanno visto in lingua originale e lo stesso giorno.
      Si fanno tutti i festival, mezzi metallari, capelli lunghi e tatuaggi ;

      beh, questo era il film perfetto per Bianca, emozionante, delicato, senza violenza ;)

      grazie mille :)

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    2. comunque Mauro ha fatto solo il primo raduno, se te non venivi quella giornata al volo eravate pari

      ho capito che il primo raduno resterà sempre il più mitico ma potete anche partecipare ai meno mitici

      un abbraccio a tutti e due

      ah, mauro, stasera credo vedrò un doc che dovrebbe piacere a te, vediamo

      la cosa assurda è che devo presentarlo a un festival sabato sera con la regista e ancora non l'ho visto, ahah (non lo sa nessuno). L'ho fatto mettere in cartellone perchè mi fido di lei (il suo primo che vidi era bellissimo)

      speriamo bene, ho paura :(

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    3. oddio, ho detto che piacerebbe a te perchè sei amante dei doc e specialmente di quelli "antropologici" ma non pensavo che piacerebbe forse ancora di più a Bianca visto l'argomento (indaga intorno alla religione)

      vabbeh, niente, alla prossima

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    4. Aahha incredibile la storia del documentario.. si mi sono informata un sacco dopo aver visto il programma che avevi messo, me lo cerco :) ma com'è andata a finire poi????!!!!
      Caspita ma chi sono i tuoi amici?? Allora non sono l'unica della Romagna! E' piccolissima quella sala a saperlo li avrei visti sicuro!! Al prossimo evento mi metterò a scrutare un po'tutti........
      Grande che sai il mio gusto cinematografico :))
      Ci vediamo al prossimo raduno che sarà ancora mitico.. se torna MG! ;) XD

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    5. è andata bene dai ;)

      mi sono ritrovato a presentar film in mezzo a giornalisti famosi, non era facile

      certo, i due film erano alle 23.20, la gente non è stata tanta ma personalmente sono stati bellissimi giorni

      eh, te l'ho descritti, magari facci caso la prossima volta

      il film Anatomia del miracolo non è ancora stato distribuito, era praticamente un'anteprima

      se vuoi te lo passo ma devi tenerlo per te, ce l'ho privatamente

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  11. La recensione, meravigliosa, richiama lo stile del film, quella semplice schiettezza che sussurra un messaggio profondo.
    Sebbene mi venga difficile stringere i miei film preferiti in una classifica, Lucky è certamente tra le visioni più affascinanti, anche se questa convinzione si è imposta soltanto alla fine, soltanto quanto Stanton mi sorride e se ne va, soltanto quando il Presidente Roosevelt, con la lentezza di chi (quasi) possiede l'eternità, concede un'ultima enigmatica comparsa, soltanto allora mi sono accorto di essere rimasto senza parole, con i brividi che mi suggeriscono che qualcosa di stupendo è scorso davanti ai miei occhi, il sollievo che cazzarola rischiavo di non accorgermene, il fiato sospeso perché devo stare un attimo in silenzio che questa grandezza non è immediata ma si deve sciogliere in bocca...
    Butto qui un riferimento che probabilmente sembrerà a casaccio, ma se penso alle corde che Lucky ha fatto vibrare, penso al finale di un'altra piccola perla: Swiss Army Man... non capisco esattamente perché, so soltanto che entrambi i film intrecciano angosce esistenziali in modo unicamente poetico... poi certo, lo stile è diverso e lo sono (forse) anche le fondamenta filosofiche (al momento non mi viene termine migliore), ma il sorriso di Stanton mi fa venire in mente quello di Manny, il sorriso di chi ti ha appena raccontato una verità potente, che sta proprio e "solo" in quel sorriso ma è comunque abbastanza forte da provocare un terremoto esistenziale, il sorriso di chi prova a svelarti un segreto e poi se ne va, vuoi scomparendo tra i cactus, vuoi scorreggiando sul mare...
    Mi piace molto e convince la lettura che ne hai dato, la divisione in tre atti, il prologo sul sorriso, l'interpretazione dello "sfogo" canoro di Lucky.
    Aggiungo solo che quest'opera sul fine-vita comincia soltanto come un "accompagnamento alla morte", ma, come uno specchio prodigioso, restituisce allo spettatore un riflesso ancora più grande, si trasforma in un accompagnamento alla Vita e alla sua verità, perché capire davvero l'importanza di quel Sorriso, il valore della reazione positiva nonostante il "nu cazz" (che scrittura divina in questo film), basterebbe nella sua difficilissima semplicità a farci macinare chilometri, magari lentamente, ma con passo deciso e la testa leggera, come Roosevelt, che come afferma con orogoglio il suo "proprietario", possiede già dal primo momento in cui viene in vita tutto quello che gli serve per non preoccuparsi di quando sarà il momento di abbandonarla.

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  12. Grazie dei complimenti ma il tuo commento non è da meno, anzi...

    sì, quel sorriso finale è uno incredibile, non dà anima ad un film intero ma anche alla stessa vita di un attore, impressionante
    bellissima la tua descrizione della tartaruga

    ardita e davvero notevole la tua personale analogia con Swiss Army Man. Di certo, andando molto più sul prosaico, sono due film tenerissimi che, come dici, raccontano profondi dolori, uno in una maniera più classica, l'altro assurda

    "Aggiungo solo che quest'opera sul fine-vita comincia soltanto come un "accompagnamento alla morte", ma, come uno specchio prodigioso, restituisce allo spettatore un riflesso ancora più grande, si trasforma in un accompagnamento alla Vita e alla sua verità, perché capire davvero l'importanza di quel Sorriso, il valore della reazione positiva nonostante il "nu cazz" (che scrittura divina in questo film), basterebbe nella sua difficilissima semplicità a farci macinare chilometri, magari lentamente, ma con passo deciso e la testa leggera, come Roosevelt, che come afferma con orogoglio il suo "proprietario", possiede già dal primo momento in cui viene in vita tutto quello che gli serve per non preoccuparsi di quando sarà il momento di abbandonarla."

    a queste parole inutile aggiungere nulla

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due cose

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3 ciao