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18.3.20

Recensione: "Elling" - Passeggiate, il cinema della poesia - 2 - di Roberto Flauto


Secondo appuntamento con Roberto e la sua nuova rubrica.
Un'altra recensione fiume per un film norvegese che non conoscevo ma che, guardando in giro in rete e leggendo qualcosa della recensione (tutta non posso), pare bellissimo.
Roberto va come al solito un pochino lungo (più de me) ma vale la pena leggere.
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Elling è un film di una dolcezza spietata.
Elling è un uomo che deve imparare a stare al mondo
Elling è un film di una tenerezza brutale.
Elling è una persona carica di problemi e di ossessioni.
Elling è un film di rinascita e conquiste.
Elling è un poeta ma anche una poesia.
Elling è un film indimenticabile.


Noi invece siamo diversi. Siamo morti, siamo orti: coltivati a menzogna e malattia. Siamo mostri, e abbiamo paura di rivelarci, di essere visti, allora ci nascondiamo. Io, per esempio. Ho nascosto la mia esistenza in un cosmo in corrosione, ho nascosto il cosmo in corrosione in una galassia confusa, ho nascosto la galassia confusa in un pianeta insensato, ho nascosto il pianeta insensato in una pioggia incessante, ho nascosto la pioggia incessante in una città senza nome, ho nascosto la città senza nome in un vicolo cieco, ho nascosto il vicolo cieco in una casa abbandonata, ho nascosto la casa abbandonata in una cantina buia, ho nascosto la cantina buia in una cassa sporca, ho nascosto la cassa sporca in una scatola fantasma, ho nascosto la scatola fantasma in un quaderno impolverato, ho nascosto il quaderno impolverato in una pagina sbiadita, ho nascosto la pagina sbiadita in una frase che fa paura, ho nascosto la frase che fa paura nelle parole «questo sono io». Giro alla larga da quelle parole, frequento altri luoghi. In un altro luogo ho trovato le stesse parole ma diverse, nelle stesse parole ma diverse ho trovato un verso che non fa orrore, nel verso che non fa orrore ho trovato una pagina colorata, nella pagina colorata ho trovato un diario affamato, nel diario affamato ho trovato uno scrigno prezioso, nello scrigno prezioso ho trovato un baule pregiato, nel baule pregiato ho trovato una soffitta luminosa, nella soffitta luminosa ho trovata una casa piena di vita, nella casa piena di vita ho trovato una strada che conduce ovunque, nella strada che conduce ovunque ho trovato una città con un nome, nella città con un nome ho trovato un sole innamorato, nel sole innamorato ho trovato un pianeta con un senso, nel pianeta con un senso ho trovato una galassia sognante, nella galassia sognante ho trovato un cosmo infinito. Nel cosmo infinito c’è un armadio, nell’armadio c’è un uomo spaventato. Perché anche lui è un mostro e ha paura di rivelarsi. Ma è vivo, è privo: di menzogna e malattia. Anche lui è diverso. Si chiama Elling.


«Elling». Elling. Il film, il personaggio. L’uomo, il bambino, il poeta. Il misterioso E. Vorrei prendergli la mano e dirgli «va tutto bene, va tutto bene». O forse sono io a volere che lui mi consoli, che mi faccia sentire meno spaventato, meno mostruoso, e un po’ più Elling. Lui è “quell’anonima voce delle silenziose strade della notte”. Quel sussurro inestinguibile che ci accompagna e ci indica la strada verso casa. Quella lieve eco che percorre le vie dei colori nel bianco della luce. La radiazione cosmica di fondo, che permea l’universo, e che combatte l’entropia dei sentimenti. Allora, forse, una panchina, un sorriso, una musica che esplode. Dall’alba dei tempi ai giorni mostri, quelli che fanno paura, in cui c’è un sola cosa da fare: chiudersi nell’armadio e piangere. Elling è lì dentro, impaurito, smarrito. Loro sono venuti a prenderlo: perfetti estranei, vogliono parlargli della sua vita.

Il film è una lunga carezza sul dorso di una mano che trema. È un respiro profondo prima di guardare nell’abisso e cogliere il proprio riflesso. Elling deve imparare a stare al mondo, a socializzare, ad assegnare alle cose lo stesso significato degli altri, quanto basta per non svanire, per essere riconosciuti, visti, scelti. Ma come si fa? Imparare a nascere è la cosa più difficile da fare per chi è vivo. Elling arriva alla casa di cura. Elling esce da se stesso. No, non è vero, vi rientra subito, non ne esce mai. No, nemmeno questo è vero: lui diventa se stesso, in qualche modo nasce. L’unica cosa vera è Elling. Lui e Kejll Bjarne, il suo migliore amico, il suo unico amico, diventeranno inseparabili, amici veri. Kejll Bjarne è grande e grosso, e parla solo di donne e di cibo. È un puro, come Elling. Condividono la stessa stanza, all’istituto. Elling gli racconta tante storie, tutte inventate di sana pianta, e Kejll Bjarne pende dalle sue labbra, gli chiede di raccontargliene anche quando scopre che sono tutte bugie. Splendido. In effetti, è così: le storie che (ci) raccontiamo sono il tessuto della nostra identità. Siamo storie, racconti: siamo narrazioni. E sono sempre vere, anche quando sono finte. Del resto, è proprio nella finzione che fiorisce l’identità di sapiens, è nella finzione scenica del palcoscenico della vita che si svolge la commedia umana. Siamo le maschere che indossiamo. Lo ha detto Shakespeare in «Come vi piace», lo ha detto Goffman meglio di quanto saprei fare io. Ma non divaghiamo. Anzi, no: divaghiamo. Andiamo a Oslo, restiamo a casa, leggiamo la tetralogia di  Ingvar Ambjørnsen, il papà di Elling, di questo personaggio che ha valicato i limiti della pagina, i confini della Norvegia, i margini del cosmo ed è sbocciato nel mio cuore. Forse un giorno, quando sarò grande, avrò imparato a essere un po’ più Elling. In fondo, quello che questo film ci suggerisce è un’idea piccolissima e sconvolgente, ci dice che si può diventare grandi senza trasformarsi in adulti. Il ché non vuol dire, meramente, “restare bambini”, ma significa mettersi in gioco, giocarsi nel mettere, fingersi, “facciamo che io ero…”, diventarsi diventando, dinventando: cioè diventare ciò che si inventa, come Dio che si fa uomo. Eccolo, il misterioso E., che ci costringe a metterci in gioco, a rivelarci, con ogni maschera possibile, lui che continua a sorgere, a sbocciare. Un fiore vero, in un campo di fiori di plastica.

«Com’è diversa la gente… Alcuni sciano da soli verso il polo nord, mentre io devo raccogliere tutto il mio coraggio per attraversare la sala di un ristornate». Le sfide che Elling e Kjell Bjarne si trovano ad affrontare, dopo essere stati dimessi dalla clinica, sono di quelle difficili. Rispondere al telefono. Fare la spesa. Dimostrare di saper vivere da soli, condurre una vita normale. E come si fa? Come si nasce? La domanda ritorna, ma non è mai andata via. Avviene in un attimo o ci vuole tutta la vita? L’uno e l’altro. L’uno e Luna, perché poi viene sera ed è ora di dormire, Kjell Bjarne porta il letto nella camera di Elling per ricreare la dimensione dell’istituto, l’unica che abbiano mai conosciuto. Ma la sfide sono tante, e loro hanno paura. Frank Åsli, l’assistente sociale che segue il loro percorso di reinserimento nella società, li sprona, li aiuta, li incoraggia. C’è quella sequenza, bellissima, in cui lui “insegna” a Elling come rispondere al telefono, «non è così facile!» (una di quelle attività che svolgeva sua madre, lui si occupava dell’ “ideologia”, del sapere). Che bello, questo film. Lo porto dentro e non lo dimenticherò mai. Come i libri di Ambjørnsen, in cui il personaggio di Elling e il suo mondo vengono, naturalmente, approfonditi e vissuti ulteriormente. Di questo splendido film, tra l’altro, esistono due sequel, che non hanno lo stesso grado di poesia del primo. Inarrivabile.

La storia di Elling, triste e dolorosa per molti aspetti, è quella di uomo di circa quarant’anni che è cresciuto solo con la sua mamma, non ha nessun altro, non ha mai avuto amici, è dotato di una certa cultura, si interessa di politica, di letteratura, di arte, ma non esce di casa se non con sua madre, è pieno di fobie, insicurezze e paure indomabili. Poi il suo mondo collassa: sua madre muore. La casa è colma di vestiti sparsi ovunque, di giornali, pentole, sembra quasi la casa dei fratelli Collyer. E poi c’è quell’armadio e dentro c’è molto più di Narnia. C’è Elling, c’è l’universo sconfinato. C’è una passeggiata immaginata, c’è uno sguardo mai indossato. Tra le tempie ci sono altari eretti al dio degli attimi che non possono essere che perduti. La storia di Elling è quella di un uomo qualunque, ma diverso. Un corvo ricoperto di neve in uno stormo di colombe. Perché, beh, a ben guardare, non è poi così normale essere normali.



«Ho sempre avuto due nemici» - dice Elling - «i capogiri e l’ansia. Mi seguono sempre, ovunque vada». Una vita sotto assedio. Circondato, accerchiato, da questo branco di bestie feroci affette da cruda realtà. Elling ha paura. Anche Kejll Bjarne ha paura. Ci sono mostri spaventosi. Il supermercato all’angolo, con i suoi corridoi, i suoi scaffali. Il cinema, il ristorante, il telefono che squilla, che urla, che assorda, che paralizza. È stupenda quella breve e intensa sequenza: loro due sono seduti al tavolo e, all’improvviso, il telefono squilla. Restano immobili, pietrificati. Uno squillo di puro terrore. Il mondo preme per entrare. Si alzano barriere di sogno. Si aprono crepe sul muro del reale. Filtrano luci di albe mai viste. Allora si nasce, con dolore, fatica, lottando con tutte le proprie forze. Non si può nascere in nessun altro modo. Elling attraversa la sala del ristorante. Sì, ce la fa: Elling attraversa la sala del ristorante. E poi risponde al telefono. Chiama Frank Åsli. Passeggia con Kejll Bjarne, sotto la pioggia, vanno in luoghi meravigliosi. «Sono qui che cammino con uno degli apostoli della vita semplice, eppure in un certo senso mi sento al sicuro con lui al mio fianco, e questo è molto strano». Diventano eroi, cavalieri, marinai, solcano oceani, attraversano deserti, mangiano costellazioni, sono pirati, imperatori, dinosauri, gatti, sabbia, astronauti, coriandoli, minuti, passeggiate, coccinelle nella criniera di un cavallo che corre in un campo di lavanda, non esiste fine. Come in una canzone di Tricarico. Come in un episodio di Juanito Jones. Dimmi che andrà tutto bene, misterioso E., dimmi che andrà tutto bene.

In fondo in quel vuoto io ho inventato un mondo.

Una camomilla che si mangia una frittella.

Sì, amore, ora sono un drago. Sono libero, sono il capitano dell’universo.



E poi arriva lei. Inaspettata, violenta, bellissima, devastante, come solo lei sa essere. La poesia. «All’improvviso un fiume di parole cominciò a scorre nella mia mente, era come se fossero scritte all’interno delle mie palpebre». È natale. Questa scena è stupenda. Lo scambio di regali. Lo sguardo di Kejll Bjarne è assoluto splendore. E gli occhi di Elling, che sono come le stelle di Confucio: buchi da cui filtra la luce dell’infinito. La frase di Kejll Bjarne quando dà a Elling il suo regalo, una meravigliosa costruzione fatta da lui della loro casa: «se non ti piace, mi uccido». Non c’è minaccia, ma solo disperato amore. Un sentimento comune solo a poche persone. Come John May («Still Life»), Bashir Lazhar («Monsieur Lazhar») o Ofelia («Il labirinto del Fauno»). Hanno imparato a conoscersi, i nostri eroi, e stanno imparando a stare al mondo. E poi, eccola, arriva lei. La donna del piano di sopra perde i sensi e cade sul pianerottolo. Kejll Bjarne la porta nel suo appartamento e se ne prende cura. Elling, scioccato da questa irruzione di realtà, si siede sul divano di casa e si accorge della sua presenza; capisce che c’è sempre stata, che insieme ai capogiri e all’ansia ha avuto un’altra compagna di viaggio: la poesia, in tutta la sua magnifica assenza, in tutta la sua brutale dolcezza. Non ha che un’unica possibilità. Scrivere.

La trovammo per le scale

I capelli come l’ala di un corvo nero contro il sudiciume dell’inoleum

La adagiammo sul letto

E scorgemmo che gli angeli le avevano nascosto un bimbo nella pancia.

La poesia. Nel suo significato primigenio, quello più antico: nascita, genesi, creazione. La storia di Elling è la storia di un parto. Un fiore che sboccia dentro un temporale. Non è mai facile, non può esserlo. Ogni nascita avviene tra pianti, sangue e squarci di luce. Tutto cambia, dunque, tutto si diventa. Kejll Bjarne si innamora della donna che hanno soccorso, incinta di un uomo che l’ha abbandonata; Elling inizia a frequentare seminari e incontri di poesia, dove incontra Alfons Jørgensen, uno dei maggiori poeti norvegesi. Ma lo aveva già incontrato, lo capiamo anche noi: era l’uomo che aveva schioccato le dita nel bagno del ristorante. La poesia e l’amore (che poi, per molti aspetti, sono la stessa cosa) invadono le vite di Elling e Kejll Bjarne. Quest’ultimo, che idolatra Elling, gli chiede aiuto per conquistare Reidun, di cui si è innamorato perdutamente. Elling inizia a frequentare Alfons, il quale, in uno scambio di battute davvero splendido, gli dice con sincero affetto «è buffo, sai, alcuni fingono, ma tu sei pazzo davvero» ed Elling «ebbi la netta sensazione che quell’uomo avesse bisogno del mio aiuto». Che bello! E poi sì, è davvero così. La diversità, l’unicità, “pazzia”, la follia, l’irrazionalità di Elling e Kejll Bjarne sono l’espressione poetica, a mio modo di vedere, di quell’homo demens di cui ci ha parlato Morin. Che non è la faccia opposta di sapiens, quanto la sua controparte, il suo contraltare, il suo completamento, e viceversa, dandosi senso a vicenda. Come le mani di Escher. L’uomo, questo strano animale che corteggia l’infinito, è sapiens proprio perché è demens. È un essere razionale perché è un essere irrazionale. Voglio dire: per sapiens, il nostro antico antenato, il comportamento razionale era uccidere il bufalo e mangiarlo, e lui naturalmente lo faceva (altrimenti non saremmo qui oggi), ma si comportava in maniera del tutto irrazionale e illogica (esattamente come ognuno di uomo, come ogni società, di ogni tempo e luogo): percorreva un cunicolo piccolissimo, con scarsissime riserve di ossigeno, per poter accedere a una grotta in cui dipingere sulle pareti quello stesso bufalo che aveva cacciato, o che stava per cacciare. A che serviva comportarsi così? Ma lì, in quel momento, stava nascendo l’arte, la religione, il libro, gli shuttle, Dante, facebook. Stava nascendo la poesia, l’astrazione, la metafora. Attraverso un gesto di pura irrazionalità, quindi, si giunge a una razionalità “superiore”, più complessa, più densa e articolata. Io la leggo così, la diversità di Elling e Kejll Bjarne, come qualcosa di oscuro e incomprensibile, ma che conduce a luoghi straordinari. Ed è esattamente lì che si trovano, i nostri: fuori dall’ordinario. Fuori dal mondo del così è, dentro l’universo del così potrebbe essere.

E il film prosegue, non finisce mai, è ancora in corso. Elling e Kejll Bjarne e Reidun e Alfons e Frank Åsli. E l’invito a cena, le discussioni sugli spazi, la spesa da portare, l’auto da riparare, la gita al mare, le mutande pulite, qualcosa di molto simile alla felicità che pulsa nelle vene. Succede, allora, che pezzi di realtà si incastrano nel sogno: perché, io credo, non è tanto importante rendere reale i sogni, quanto rendere sognante la realtà. Elling fa questo. Almeno credo, almeno il mio Elling, è uno scarto (quantico) di prospettiva, di visione: si tratta di entrare nella grotta per dipingere e non per nutrirsi. Irrazionalità: poesia: umano: nascere. Ecco Elling. Sento le sue palpebre che scrivono versi di bellezza inaudita. Eccolo, è lui: il misterioso E., il poeta dei crauti, quell’anonima voce delle silenziose strade della notte. È lui, il cocco di mamma, l’uomo che piange nascosto nell’armadio, o meglio: l’uomo che non ha paura di piangere nascosto nell’armadio. Non come noi, che siamo diversi, e abbiamo paura di varcare le soglie del nostro io, e facciamo qualsiasi cosa pur di evitare di rispondere alla domanda che il demone dell’esistere ci pone ogni istante: “chi sei?”. Elling è diverso, lui le soglie le varca. E ha paura, certo, ne ha tanta, ma è diventato oceano. Noi invece facciamo solo acqua da tutte le parti. Affondiamo nel cielo infinito dei nostri pensieri di tenebra. Io, per esempio. Vorrei essere quel poeta, vorrei essere quella voce nella notte. Ma sono un mostro impaurito, rinchiuso in un armadio inesistente, in un cosmo in corrosione, in una pioggia incessante, che piange senza motivo. Elling, vieni qui, prendimi per mano. Dimmi che andrà tutto bene.

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