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28.3.20

Recensione: "Despair" (2019 - Lettonia)


Siamo in Lettonia.
Un ragazzo partecipa ad un rito sciamanico di "purificazione".
Non supera il rito, non è ancora pronto.
Scappa con la macchina e ha un incidente.
Scopriremo, in flash back, come è arrivato a quel rito.
La storia di Gatis, ragazzone trentenne vicino alla depressione.
Solo, triste, senza obiettivi, con dei traumi del passato che lo imprigionano.
Un film breve, troppo breve, ma davvero bello.
Per chi ha amato Oslo August 31st una visione da fare, anche se non si arriva alla complessità e all'emozione del film danese

Voglio partire da una figura, questa:


Rappresenta, evidentemente, un arco.
Al centro vedete un "pezzo" più grande, ecco, quella è la chiave di volta, ovvero la pietra che regge tutto, quella che, una volta tolta, farebbe crollare l'intera architettura.
Dopo ci torneremo perchè questo per me è il classico film dove questa metafora può inserirsi in maniera perfetta.

Siamo in Lettonia.
Un ragazzo arriva in un bosco dove lo stanno aspettando altri ragazzi.
Poi si spogliano ed entrano in una capanna.
Là dentro avviene un rito sciamanico di purificazione.
Il ragazzo entra in un'altra dimensione, urla, poi si "sveglia".
Non è ancora pronto, gli viene detto.
Fugge via, ha un incidente con la macchina.
Comincia il film, tutto quello (o gran parte) che vedremo d'ora in poi è un flash back, prima di quel bosco.



Despair è l'ennesimo film (ma alla fine nemmeno troppi) che tratta il tema della depressione o, comunque, di un radicato mal di vivere giovanile.
Specialmente quello che avviene nei trentenni che, oltre a batoste sentimentali (ce n'è quasi sempre una dietro) si ritrovano ad avere problemi col lavoro e con il futuro, esseri viventi che a volte vivono anni di angoscia perchè non sono più così giovani da pensare che ci sarà tanto tempo nè così vecchi da aver ormai vissuto e accettato le proprie esperienze.
Gatis è appena stato lasciato, non lavora (non abbiamo mai il minimo accenno su questo), va in cura da una psichiatra, non ha nessuno nella sua vita per stargli vicino.
Il primo rimando che mi viene da fare è allo splendido Oslo, August 31st, film che per molte cose ricorda Despair ma è senz'altro più potente, complesso e tragico.
Questo film lettone è davvero bello ma ha anche dei punti deboli impossibili da non vedere.
Innanzitutto è troppo corto e, per come è costruito, aveva senz'altro bisogno di almeno altri 20 minuti visto che la parte finale è davvero troppo affrettata.
In più ha gli ultimi due minuti disastrosi, pessimi, roba veramente da incazzarcisi.
E poi è molto ambiguo con il tema che tratta visto che quella di Gatis, almeno a mio parere, non è una depressione, solo un mix tra carattere, traumi non risolti e contingenze di vita che porta il ragazzo in una condizione veramente difficile.
Il film è girato molto bene, ha immagini veramente potenti, gioca molto con gli elementi (fuoco, acqua), ha ottimi attori e, sopratutto, è un film molto delicato, misurato, intelligente, mai alla ricerca dello shock o di facili sensazionalismi (o pietismi).

Già il rito iniziale è molto bello, con quella seconda dimensione a grandangolo sfocata. Paradossalmente, visto che il film comincia così, io avrei puntato più volte su questo aspetto. Il film sceglierà un'altra strada, sempre trascendentale (i ricordi che diventano reali e presenti) tralasciando del tutto quella dimensione-altra dovuta allo sciamanesimo.
Molto interessante quel cane che si mette sopra i vestiti di Gatis, come a proibirgli di rimettere i panni della sua vita, costringendolo a restare nudo (dovrà prendere vestiti altrui).

Cominciamo a parlare degli aspetti più interessanti del film.
Per prima cosa mi è piaciuta molto una particolarità che, se ci si pensa, è quasi irreale.
Ovvero quel gruppo di culto sciamanico che si riunisce a fianco della sala d'aspetto della psichiatria (anche se tutto è confuso, sembra quasi una capanna la loro, e come fa un luogo del genere a stare là?).
Mi è piaciuto molto questo "luogo-bivio" dove si può scegliere se affidarsi alla medicina tradizionale (mostrata in maniera terribile, impersonale, indifferente - nemmeno lo guarda in faccia - dogmatica) oppure provare "medicine" (nel senso di cure) alternative, prive di farmaci e più legate alla consapevolezza di sè.
Io mi trovo spesso in mezzo dato che sono uno che crede che quasi tutti i nostri problemi possano essere superati "conoscendoci", andando a fondo a noi stessi.
Però sono anche uno che questo processo vuole farlo da solo, magari è più difficile, sbagliato e doloroso ma può comunque portare ad uscirne.
La figura della sciamana è bella ma troppo semplicistica, il tutto dovuto a quella "fretta" presente in tutto il film.
"Vai a casa e affronta i tuoi demoni" è una frase bella e giusta ma, insomma, se è il punto più alto cui arriva la sciamana si poteva far meglio.
E' molto interessante che in entrambi i campi (medico e sciamanico) a Gatis venga detto o "non è il tuo caso" (nel senso che il medico gli dice che non sta poi così male) o "non sei ancora pronto" (la sciamana), due strade completamente diverse ma che entrambe vanno nella stessa direzione, quella di fargli capire che non sta poi così male o non ha ancora ben realizzato cosa ha, cosa gli manca.
Insomma, è un paziente "imperfetto" in entrambi i casi.

Come accadde in Oslo anche qui Gatis torna alla casa d'infanzia e, come in quel caso, è una casa abbandonata, piena di ricordi.
E i ricordi di Gatis sono talmente vividi che...vivono con lui.
Capiremo che Gatis è completamente intrappolato in un trauma ma solo nel finale capiremo quale, in una sola e quasi impercettibile battuta.
Ma c'è ancora un'altra analogia con Oslo, ovvero quello della possibile via di fuga, guarigione, attraverso una ragazza.
Se la ragazza nel film danese rimase lì, sola nella piscina, e Andres tornò indietro, qui Gatis rifiuta invece di uscire con lei (per cosa poi? per vivere dentro casa col ricordo di sua madre) e da lì in poi tutto il loro rapporto cambierà.
Anche perchè il depresso (o chi comunque è vicino alla depressione) rifiuta quasi per definizione l'aiuto, specie se può essere un grande aiuto (è un cane che si morde la cosa questo, terribile).
Gatis esce con la ragazza, la va a trovare, ma proprio quando, forse, la cosa potrebbe diventare più importante ha paura e si tira indietro, tipico (e non solo dei depressi).
Resta quella scena dolcissima del taglio dei capelli, forse il momento in tutto il film in cui lui si sente più sereno, amato, sente quel calore che praticamente non sentiva più da quando era bambino (il lui bambino torna più volte, un ricordo che gli dà calore).
Ci sono altre scene interessanti (l'incontro col padre, quello con la ex ragazza - attenzione prima di dare contro a lei eh, ha tutte le sue ragioni -), il rivivere la morte della madre per epilessia.
Gatis prova ad affrontare i suoi traumi ma c'è qualcosa che non riesce bene ad inquadrare, un mostro dai contorni non nitidi.
E arriviamo al finale.
E arriviamo alla chiave di volta.
Immaginate che quell'arco della figura sia la costruzione di tutte le paure di Gatis, un arco perfetto di timori, traumi, cose non risolte, lacci, catene.
Ogni pietra è un pezzettino di disperazione (vedi il titolo).
Ma la chiave di volta, il pezzo che tiene tutto insieme, è quello che Gatis non conosce.
Nel finale lo farà.



Suo padre è morto da 18 anni, lui non l'ha mai saputo.
Ma non è tanto questa notizia scioccante a rappresentare la chiave di volta, ma il fatto che sua madre non gliel'abbia mai detto.
"L'ha sempre saputo" dirà Gatis ad un certo punto, se lo spettatore sta molto attento da percepirlo.
Ecco, era quello il suo trauma portante, quell'aver vissuto per anni e anni con la madre che gli diceva che il padre era andato via, l'aveva lasciato solo, malgrado sapesse che era morto.
 Ora Gatis non solo scopre la verità ma anche che tutti quegli anni sono stati anni di bugie, il suo rapporto con la madre non è mai stato sincero, qualcosa non gli tornava e adesso sa cosa, adesso sa che suo padre è sempre stato morto, e ora  finalmente può capire tutti i dialoghi che faceva con sua madre, solo adesso il suo passato non ha più nebbia, ha un volto, ha una verità.
E allora può andare a bruciare la barca del padre, può cancellare tutto, può mettere la parola fine a qualcosa di sospeso da sempre.
Questo finale poteva essere perfetto e invece avremo un'appendice finale terribile, che narrativamente, drammaturgicamente e psicologicamente è davvero debolissima, oltre al far passare in un amen il film da una profonda emozione a una scena quasi trash.
 Ok, c'è il simbolismo del bambino e di lui che finalmente riesce e vederne uno sentendosi bene (pacificazione col passato) ma siamo davvero a livelli molto bassi.
No, non ho nemmeno voglia di analizzarla quella scena.
Preferisco tornare a quel ragazzo che brucia la barca, a lei che arriva, a lei che gli chiede se sta bene.
E non voglio nemmeno sentire la sua risposta.
So che Gatis potrà star bene adesso, mi basta questo

7

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