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18.7.23

Recensione: "Animali Selvatici" - Al Cinema 2023 - 10 -




Dopo quasi due mesi e mezzo torno a scrivere un film nel blog.
L'occasione giusta per provare a ripartire era questa, l'ultimo film di quel grande regista che è Mungiu.
"Animali Selvatici" è un film duro, "politico", un film che racconta di un paesino in Transilvania che diventa crogiolo di etnie, popoli e lingue.
Un film che parla di difesa delle identità, di paura e odio verso il diverso, di società maschiliste, di educazioni estreme, di bimbi che cessano di parlare.
E in tutta questa cornice realistica Mungiu, sottilmente, inserisce piccoli elementi misteriosi che rendono Animali Selvatici un film tutt'altro che immediato, un'opera da ragionarci sopra.
E poi c'è una scena, quella dell'assemblea, che è un miracolo



L'inquadratura ferma.
Siamo in una sala polivalente, c'è un'assemblea.
Nella stessa inquadratura non c'è spazio per nulla che non siano corpi e volti di esseri umani.
Del resto è questa la specialità di Mungiu, creare queste sequenze senza "respiro", senza spazi vuoti, senza vie di fuga, solo corpi, volti e voci che parlano.
E se è vero che solo in Animali Selvatici di questo tipo di composizione claustrofobica ne abbiamo almeno 4 esempi, è impossibile non ritornare con la memoria a quella che è LA scena per eccellenza del cinema di Mungiu, ovvero la cena in "4 mesi 3 settimane 2 giorni".
Ecco, se volete capire quello di cui sto parlando vedetela, recuperatela.
Ma torniamo all'assemblea.


Mungiu sceglie un taglio per cui vediamo in basso a destra, in mezzo primo piano, la maggior parte dei nostri protagonisti (Matthias, Csilla e la proprietaria del panificio) e sulla sinistra, in piano leggermente più largo, Ana, l'ex moglie di Matthias.
Tutti, ovviamente, sono immersi nella moltitudine delle persone presenti all'assemblea.
Partono così 10 minuti (o più?) di piano sequenza e di una scena pazzesca, quasi miracolosa.
Perchè siamo davanti ad una sequenza "multitasking" in cui lo spettatore malgrado - ed è qui il pazzesco paradosso - l'inquadratura sia ferma, NON può fisicamente seguire tutto quello che accade.
Perchè Mungiu ha creato una composizione con 3, 4, forse 5 differenti punti focali, un vero e proprio capolavoro.
Lo spettatore può focalizzarsi ogni volta in un punto diverso, accettando però (specie nel grande schermo ovviamente) di "perdere" per forza qualcosa.
Può scegliere se cercare di seguire la scena nell'insieme (senza soffermarsi quindi nei dettagli), può scegliere se porre la sua attenzione su Matthias e Csilla (specie nel tentativo di lui di prendere le mani di lei),  può scegliere (come ho fatto io) di guardare quasi soltanto Ana e il suo crescente disagio e disperazione nel vedere Matthias e Csilla.
Tutto questo mentre poi le persone parlano sempre, si alzano una per volta (anche qui lo spettatore deve scegliere se seguire chi parla o i nostri protagonisti).
Ne nasce qualcosa di assolutamente incredibile.
Le voci dell'assemblea che si mischiano a quelle "private" di Matthias e Csilla, le persone che si alzano, il volto - magnetico - della proprietaria del panificio sull'estrema destra, gli stessi Matthias e Csilla e il loro "gioco" di mani che si prendono e non si prendono e, soprattutto, l'incredibile piano di ascolto di Ana che guarda verso il suo ex marito 40 volte, spesso proprio verso le mani di lui che cercano quelle di lei, e comincia letteralmente a impazzire di dolore.
Io, come detto, mi sono soffermato su di lei prechè trovavo quella linea di sguardo di devastante bellezza. Mi sono perso i dialoghi dell'assemblea, mi sono perso le persone che parlavano e si alzavano, mi sono perso sicuramente anche qualche interazione tra Matthias e Csilla.
Ma non c'è niente da fare, è una scena immensa in cui è proprio la sensazione di perdersi le cose che la rende tale, qualcosa di rarissimo.


"Animali Selvatici" è l'ennesimo grande film di Mungiu, regista in grado di creare questi film al tempo stesso così realistici e secchi, ma anche capaci di avere venature da thriller e, in qualche caso, anche di "mistero", come se ci fosse qualcosa che lo spettatore deve capire o "trovare" (un pò quello che accade coi film di Fahradi, film che molto spesso vengono presi per lineari ed espliciti quando invece, quasi sempre, c'è sempre qualcosa di nascosto e misterioso).
Anzi, quest'ultimo è, se possibile, il film più sfaccettato di Mungiu, quello dove lo spettatore deve "lavorare" di più.
Il significante (quello che ci viene mostrato) è preciso, secco, realistico, ma il significato è tutt'altro che cristallino.
Sono almeno 3 i "campi" in cui lo spettatore deve lavorare.
Il primo è quello metaforico.
E' abbastanza evidente come tutto il film sia una metafora politica e sociale.
Ogni personaggio alla fine sembra un simbolo di qualcosa di più ampio.
Mungiu ci parla di difesa della propria identità e di nazionalismo (pensiamo ad esempio a tutte le scene di cultura "popolare" del film e a tutti i discorsi estremisti dei rumeni), di paura e rifiuto dello straniero, di immigrazione ma anche di emigrazione (i nativi che vanno a lavorare in Germania), di convivenza di diverse etnie nello stesso territorio (rumeni e ungheresi), senza farci mancare altri personaggi simbolici come il francese o qualche accenno alla madre Russia.
E fa tutto questo facendo precipitare lo spettatore in un vortice di lingue (rumeno classico, dialetti rumeni, ungherese, inglese, tedesco, francese, cingalese, se vogliamo anche l'italiano di Bella Ciao) che saturano lo stesso spettatore come le sopracitate scene di corpi e volti.
Ne nasce un film-paradosso in cui ci sembra di vivere in un mondo "unito", pieno di lingue diverse e di etnie diverse collassate tra loro, ma dove, invece, ognuna di queste lingue ed etnie ha un muro di cinta intorno.
Emblematica la scena di sesso tra Matthias e Csilla, scena in cui anche parlare d'amore ("ti amo") o di sesso viene fatto in 3 lingue diverse, rumeno, ungherese e inglese.
E Matthias non riesce a dire "ti amo" in rumeno perchè, in qualche modo, quella è la sua lingua, quella la verità senza filtri mentre le altre lingue che usa sono un mezzo per sentirsi meno autentici, lingue in cui possiamo dire di tutto con la sensazione - alibi di non essere del tutto noi stessi.
E tutto il film, tutti i suoi personaggi, sono un grande mix tra ultranazionalisti, "meticci" (Matthias è mezzo tedesco e mezzo rumeno, Csilla mezza ungherese e mezza rumena, e così altri personaggi) e veri e propri "stranieri" di cui aver disprezzo o "paura" (perchè pensare che il pane impastato dai cingalesi non sia puro deriva anche da una ignota paura dell'altro).
In questo senso è interessante notare come gli "Animali Selvatici" possano essere identificati sia nelle persone non del luogo, "selvagge", venute da fuori, sia negli stessi paesani, persone retrograde e violente incapaci di ragionamenti sensati (vedi assemblea) e abituati a delle leggi, appunto, più "animali" e selvagge.
E' come se per i personaggi del film gli animali selvatici fossero i cingalesi, mentre per noi spettatori siano invece gli stessi paesani.
Una questione di prospettive dentro e fuori la diegesi.
E se questo, come dicevamo, è il primo "campo" dove lo spettatore deve uscire dal realismo della pellicola per calarsi nella metafora, passiamo al secondo, al finale.

Finale incredibile, difficile, confuso.
Perchè, semplicemente, onirico.
Matthias che si aggira col fucile nella notte del paese sembra quasi Wendy e Jack che si aggirano per l'Overlook Hotel.
Entra in stanze, vede cose, poi esce, con noi spettatori che non riusciamo a capire cosa sta succedendo, cosa sta cercando.
Arriva a casa di lei, lei che gli dice "Mi dispiace!" (ma per cosa? forse perchè col fucile riportato dal francese lui ha capito di un tradimento? non è importante alla fine), poi sembra spararle, poi spara a un orso che la stava per aggredire, poi quell'orso diventano tanti orsi, probabilmente i paesani mascherati.
E' una scena caotica in cui si mischiano tante cose, il senso di possesso di Matthias, la sua violenza e cattiveria (ricordiamolo, è un personaggio a cui a volte vogliamo bene ma resta un violento e per tanti versi un uomo orribile), il suo senso di protezione (alla fine spara all'orso per difenderla, come ha comunque sempre cercato di difendere il figlio) e questa sensazione finale di ritrovarsi in una comunità in cui, finalmente, questa identità con gli animali selvatici viene fuori.
Loro che si sentono le "vittime" di un sistema (il dover andare a lavorare fuori dalla Romania o il sentirsi "assaliti" da gitani e stranieri) sono in realtà i predatori, i carnefici, quelli pronti ad uccidere chiunque entri nella loro tana.
Anche persone meravigliose come i cingalesi, loro sì vogliose di integrazione.
Persone capaci ancora di preparare un pasto con amore o far suonare l'orlo dei bicchieri (questa scena poetica va in contrasto con la rudezza e durezza di tutti i personaggi rumeni).


Ma c'è un ultimo ambito dove lo spettatore deve provare ad uscire dal realismo della pellicola e darsi delle spiegazioni.
E questo sì che è alla Fahradi, un "mistero" vestito da non mistero, come piace a me.
Nel bellissimo incipit vediamo Rudi aggirarsi per i boschi.
Poi vedere qualcosa di terribile ai suoi occhi, e scappare via.
Il bambino da quel momento diventa muto.
Scopriremo poi, dopo metà film, che ha visto un uomo impiccato, anche se di quell'uomo non c'è traccia.
Sarà poi a fine film lo stesso suo nonno, il padre di Matthias, ad impiccarsi in quel luogo.
Ecco che in maniera straordinaria Mungiu crea qualcosa di veramente unico.
Un paradosso temporale per cui Rudi vede REALMENTE qualcosa che poi nella linea del tempo accadrà solo dopo?
O una premonizione? Nel senso che Rudi si immagina di vedere qualcosa che poi, in effetti, accadrà?
O semplicemente niente di tutto questo, è tutto reale e, al massimo, una coincidenza?
E' talmente bella questa costruzione da rimanerci secchi.
Sì, ma che significa?
Innanzitutto è curioso constatare come questa vicenda riguardi il personaggio più giovane del film (Rudi) e il più anziano (Otto).
E come uno sia il figlio e uno il padre della stessa persona, Matthias.
E come questi due personaggi siano "ai margini", sì dentro la storia ma ognuno perso nel suo mondo (Rudi nel suo trauma, Otto da solo a casa con le sue pecore).
E' come se i due personaggi fossero una specie di cornice sia "temporale" (il più giovane e il più vecchio) che spaziale (sono fuori dalle altre vicende) di un grande quadro, che è quello che mostra il film.
Ed è come se il bambino, per me, fosse quello che sa vedere "oltre", quello che possa attraversare il quadro e vedere l'altro lato della cornice, la morte del nonno.
Come a dire, se andate avanti così, se qua dentro continuate a odiarvi, non rispettarvi, non unirvi, non convivere, l'unica fine che farete è quella là, impiccati.
Sono due figure tragiche il figlio e il nonno, due figure che si trovano loro malgrado dentro questo quadro così inumano e cattivo.
Due figure ai margini che, in qualche modo, provano a lanciare un segnale, essere un esempio.
Non a caso Rudi libera quella volpe, il suo animo è diverso.
E non a caso Otto vive solo con le sue pecore, il suo animo è diverso.
I due (che nel film non si vedono mai) sono quindi connessi in qualche modo, sono uno il possibile futuro e uno la reificazione di quel futuro se si vive una vita in un clima come quello, isolati, senza amore, animi puri in mezzo ad animali selvatici.
Chissà se quel sacrificio servirà a qualcosa.

Per amore della verità ci tengo a dire che il film (ma con Mungiu capita...) è a tratti faticoso, pesante nel senso "positivo" del termine (i suoi film non hanno mai momenti leggeri, personaggi brillanti, situazioni distensive, e sia per composizione delle inquadrature che per regia tout court sono molto claustrofobici), una visione sicuramente non per tutti.
E ci sono tante altre piccole tematiche come la famiglia, come l'amore (solo le due donne sembrano sapere cosa sia), come il maschilismo, come l'educazione (ci sono un paio di scene che ricordano The Road, ma lì la situazione di sopravvivenza era reale ed estrema, qui è solo retaggio di una società identificata con gli uomini "forti". Del resto, poi, da cosa di deve difendere Rudi se non proprio dai suoi paesani?), come la (bella) difesa delle tradizioni, come il lavoro.
E location stupende come i boschi (che bella la scena col vento..), la palude, la gigantesca cava che ricorda Behemoth.
E, infine, Animali Selvatici può essere visto come il racconto di un'umanità sporca che si illude di potersi depurare, pulire.
Come quell'acqua torbida della laguna.
Acqua, però, che sarà per sempre e comunque imbevibile

22 commenti:

  1. qui non è arrivato, ma lo cerco lo stesso

    non mi ha mai deluso, e so che non mi deluderà, visto quello che scrivi.

    ciao

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    1. avevi ragione
      https://markx7.blogspot.com/2023/07/rmn-animali-selvatici-cristian-mungiu.html

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    2. Era facile averla in questo caso :)

      ah, vedi, te ci vai diretto "vede i morti", senza dubbi

      ci sta :)

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  2. Appena potrò guardarlo lo farò e grazie per il tuo ritorno da un lettore silenzioso. Buona serata.

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    1. Beh, per me te sei tutt'altro che silenzioso, anzi, sei quello che ha più commentato quest'ultimo mese, altro che silenzioso

      grazie paolo...

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  3. Ciao Caden
    Ben tornato :)
    Tante le cose in questo film che racconta le profonde paure umane, di tutti, perché c'è sempre qualcosa che ci spaventa e ci toglie sicurezza.

    Oltre a quella magnifica citata da te, c'è la scena del recupero del corpo del nonno, quel lungo e finalmente silenzioso corteo in mezzo alla neve che accompagna la famiglia di Rudi, quel figlio che prende in spalla il padre ed il nipote che li abbraccia e recupera la parola. Che emozione, in quel "vi voglio bene" ho visto un raggio di sole, in quell'abbraccio tra tre generazioni una speranza.
    Salut da France Basil

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    1. è assurdo che non abbia parlato di quella scena (anzi, nememno ho menzionato il ritorno della parola di Rudi, malgrado ho parlato moltissimo di quella vicenda)

      però mi sembra che sia proprio "TI voglio bene", riferito al papà

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    2. Ops, Caden hai ragione. L'essere rimasto orfano, agli occhi del figlio, gli ha restituito una fragilità umana spogliandolo di quella maschera di duro.
      France b

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    3. Riciao Caden

      Altri piccoli appunti.
      I film corali non sono facili da gestire, amo quelli di Altman e Magnolia sono film complessi e così umani, mi piace seguire più personaggi perdermi nella storia e così moltiplicare lo sguardo. In questo sono tanti i personaggi, un mix di lingue e culture meticciate tipiche delle terre di confine, prima tra Imperi ora tra Stati. Vite di emigrazione che dovrebbero essere disponibili verso lo straniero che immigra ma quì si nutre la paura e la diffidenza, come cntava De Andrè il dolore degli altri è dolore a metà. Quì non si fanno ponti ma si alzano i muri.

      Cosa aggiungere a quello che hai già detto, mi ha colpito la scelta di come vengono posizionate le panoramiche fisse che comprendono tutto l'ambiente degli incontri ma essendo fisse escludono sempre qualcosa di importante. In chiesa dà le spalle a Dio, per il libero arbitrio punta sugli uomini che cacciano altri uomini e ne decidono il destino.
      Mentre nel centro culturale dà le spalle al potere terreno e spirituale, si sentono le loro voci fuori campo ma della decisione si lavano le mani, la macchina punta fisso sul confronto e scontro dell'assemblea, fatto di parole e di sguardi.

      Quel fucile che gira durante il film. Il fucile come segno di difesa "non ti avvicinare mai ad un animale selvatico senza un arma". Il fucile come segno di protezione " l'ho portato da te perché lei non la amo più". Il fucile che viene restituito, non credo per un tradimento, non lo vuole perché lei crede più nel dialogo, parlare e confrontarsi che è la vera ed unica cura al razzismo. Lei decide di andare via, rinuncia al suo posto di lavoro e a lui, perché non accetta di vivere così nel compromesso.

      Buona giornata
      France basil

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    4. Beh, due mesi per rispondere mica male eh ;)

      1 i film corali sono davvero belli...
      Hai citato un regista e un film ma al posto del film (Magnolia) potevi citare direttamente il suo regista visto che di film corali ne ha fatti tanti e bellissimi

      2 Sì, questa terra di confine è la cosa più affascinante del film. E, per chi come me non sapeva nulla della trama, anche fonte di confusione. Nei primi 10 minuti sentivano 3/4 lingue, 2/3 stati, non capivamo minimanente dove eravamo. Poi, a film finito, ho capito che questa sensazione di smarrimento e caos era voluta

      3 Perfetta la tua descrizione dei quadri fissi (o inquadrature fisse, lasceremi "panoramiche" che presuppone invece un movimento). Molto interessante la sua analisi di questi quadri

      4 E molto anche interessante il tuo focus sul fucile...
      Però, mi chiedo, perchè vediamo la serie di sequenze del francese a casa di lei nuda, del francese che porta il fucile a lui e di lui che va tipo a vendicarsi? Cioè, se come dici non c'entra niente il tradimento perchè il francese riporta il fucile? e perchè lei era nuda con lui?

      però la tua lettura l'ho sentita anche da amici, non la escludo

      ciao!

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    5. Ciao Caden
      Meglio tardi che mai :) (Dylda non credo che non l'hai mai letto, sigh).

      Ma sai che non ricordo di lei con il francese, l'unica scena di nudo che ricordo è con Matthias. L'avrò rimossa, bha!
      France

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    6. Sempre grazie per la tua attenzione! È un dono prezioso.

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    7. Dylda vado subito a vedere allora, anche se ricordo pochissimo il film (stupendo)

      a me sembra che si vede lei nuda che si riveste, con lui nella stanza...

      certo non si vede il sesso (quello solo col protagonista) ma son quasi sicuro di questa allusione ad una loro storia

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  4. Non ho visto il film e, naturalmente, non ho letto nulla, ma che bello che tu sia tornato a scrivere! Un abbraccio

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    1. Ahah, grazie, ma l'ho fatto solo perchè almeno posso pubblicare anche voi ;)

      scherzo

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  5. Salve, ottima recensione, non ho visto il film ma volevo ringraziarla per avermi fatto conoscere vari film con questo blog, quali "Non Lasciarmi", "The Road", "Another Earth" e altri che ho trovato delle vere e proprie esperienze. Allo stesso modo volevo provare a consigliarle qualcosa che le potesse piacere e visto che di film ne ha visti molti pensavo di consigliarle una serie animata: "Cowboy Bebop" con 26 episodi di 24 minuti ciascuno. In qualsiasi caso la ringrazio.

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    1. Grazie mille!

      ma dammi del tu ;)

      eh, purtroppo amico non vedo serie e, se le vedo, cortissime, roba che 8 episodi da 40 minuti è veramente il massimo che riesco

      cowboy bebop (storica comunque) è tipo una decina d'ore oltre il mio limite ;)

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    2. Fa lo stesso, al massimo penserò a qualcos'altro.

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    3. Comunque nel caso ti dovesse venire l'ispirazione per la serie te la consiglio

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  6. allora torno a scrivere perché a volte non mi capacito di non essere in sintonia con te! ma ci sta ovviamente. Animali Selvatici non mi è piaciuto. Mungiu è sopravvalutato. E il protagonista, nonostante lo si voglia ammantare di una qual nobiltà d'animo, è una brutta persona. E dopo queste pacate affermazioni ;) ti saluto e mi auguro davvero di poter venire al raduno di settembre. e.l.e.n.a. p.s.: è mai possibile che un personaggio/persona conosciuta e amata "solo" attraverso le sue interpretazioni possa mancare così tanto e farti provare qualcosa che avverti come una fitta di dolore, rimpianto, struggimento quando ti accorgi che domenica sarebbe stato il suo compleanno ? Auguri comunque Philip Seymour Hoffman e grazie per essrci stato. :)

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    1. Ciao Elena!

      Ma guarda che Mungiu alla fine si somiglia sempre, quindi se non ti è piaciuto uno facile che non ti piaccia nessuno dei suoi film e sì, a quel punto, definirlo sopravvalutato è matematico

      ma che scherzi, anche io ho scritto che è una persona orribile, si capisce anche abbastanza bene che picchiava sia moglie che figlio....

      su PSH non aggiungo altro...

      e speriamo ci sia questo incredibile colpo di scena di un tuo ritorno!


      P-S: francesca basile, se leggi sto commento sappi che appena riesco rispondo eh, è che come sai quelli più lunghi rispondo tardi ;)

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