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23.11.23

Buio in Sala Crime, 4 documentari di True Crime da vedere su Netflix - "Amanda Knox" - "Kai, l'autostoppista con l'accetta" - "Il caso Isabella Nardoni" - "Missing : Il caso Lucie Blackman"

 

In un paio di giorni (due settimane fa...) ho visto 4 documentari di True Crime su Netflix.
Parlo di "docufilm" (anche se bisognerebbe specificare bene cosa sia un docufilm), non di miniserie, miniserie che vorrei cominciare a vedere tra un pò di tempo.
Come faccio con i film "normali" avrei voluto prendere qualche appunto durante la visione e recensirli nel miglior modo possibile.
Poi, però, mi sono accorto che questi documentari sono realizzati un pò tutti alla stessa maniera (ovvero benissimo, farli meglio di così è difficile) e che provare un'analisi "cinematografica" fosse quasi inutile, o che comunque ne bastava una per tutti.
Quindi faccio questo post semplicemente per segnalarvi questi bei doc e, in qualche modo, presentarveli.
Quattro storie affascinanti e interessantissime.
Una conosciuta da tutti, quella di Meredith (io poi sono di Perugia...), quella assurda di un giovane autostoppista che armato di accetta salva una donna da un'aggressione (e in 3 mesi passerà da eroe nazionale a ricercato per un altro omicidio), quella terribile di una bimba lanciata da un palazzo in Brasile (storia da noi sconosciuta, laggiù - invece - è forse una delle più famose di sempre) e quella di una giovane ragazza inglese scomparsa a Tokyo.
Alla fine i bei documentari di true crime questo devono avere, ovvero una storia "bella", particolare, non banale, tragica ma affascinante, ed essere raccontati come ogni grande documentario dovrebbe essere raccontato, con più materiali d'archivio reali possibili.
Questi 4, chi più chi meno, hanno tutto questo

OVVIAMENTE PRESENTI SPOILER



E' il 2007 (tra l'altro l'anno più assurdo della mia vita) e qui a Perugia viene uccisa barbaramente una ragazza inglese di 22 anni, Meredith Kercher.
Fu uno shock qui in città, città da sempre conosciuta per i giovani e per le Università, soprattutto quella per gli stranieri, una delle prime 3 in Italia.
Mai avremmo pensato però che questo caso, per tutti i suoi sviluppi, sarebbe diventato una delle vicende di true crime più importanti, controverse e famose della storia italiana.
Quando mi sono approcciato ad "Amanda Knox" avevo paura che fosse un documentario "in sua difesa" o addirittura realizzato dalle persone intorno ad essa. 
Ricordavo un libro, ricordavo interviste, ero sicuro che si fossero autoprodotti anche un documentario ad hoc.
Fortunatamente no, "Amanda Knox" su Netflix è una ricostruzione molto bella, oggettiva, intellettualmente super partes (anche se diventa, giocoforza, leggermente di parte avendo interviste solo di Amanda e Raffaele e non di Rudy, cosa assolutamente normale visto che i primi due sono liberi e il terzo no), davvero interessante anche per chi, come me, su questa vicenda ha visto tutto e di più.
Questo grazie a quello che dovrebbe essere il segreto di tutti i migliori documentari crime (che siano film di un'ora e mezzo, miniserie tv o anche video di 20 minuti sul tubo), ovvero recuperare il maggior numero di materiale d'archivio possibile.
E' davvero difficile infatti realizzare documentari crime di alto livello con solo ricostruzioni di fiction (anche se abbiamo delle eccezioni, come l'incredibile "L'impostore") mentre, quasi sempre, se vediamo immagini reali, volti reali e reali vicende difficilmente avremo qualcosa di non qualitativo o che non ti tiene incollato.
"Amanda Knox" ha veramente dentro un sacco di materiale, specialmente i video dei carabinieri e dei RIS dentro l'appartamento di via Pergola (ogni volta che passo in quella via impossibile non guardare a destra la villetta), che sono riportati in maniera quasi completa, cosa rarissima (molto forti).
Inutile dire che la "star" (o antistar) del Doc è Amanda, ragazza da sempre magnetica, ambigua, sfuggente.
E molto furba.
Il fatto che il documentario la intervisti per tutto il tempo e ripercorra tutta la sua vita pre e post Meredith per quanto mi riguarda non rende questo lavoro agiografico o assolutorio visto che non viene tralasciato nulla delle indagini, dei processi, dell'accusa e dei dubbi giganteschi che la coppia Sollecito - Knox ha sempre sollevato (alcuni loro comportamenti gridavano - e gridano - colpevolezza, da sempre).
Tantissimi scorci della mia meravigliosa Perugia, ricostruzioni degli avvocati di ambo le parti, immagini e interviste della famiglia di Meredith, un largo spazio ad un famoso giornalista inglese (abbastanza insopportabile e narciso), video dei sopralluoghi, il vergognoso arresto di Lumumba, spiegazioni delle prove con grafiche accattivanti e tanto altro.
Forse uno spazio troppo esiguo per la questione della "messinscena" sul luogo del delitto e soprattutto su Guede, ma questa scelta combacia perfettamente con quello che è successo realmente, ovvero come la vicenda di Rudy sia sempre stata messa in secondo piano rispetto a tutte quelle della Knox, Knox che, per estetica, comportamenti e ambiguità è sempre stata colei che ha attirato tutte le attenzioni.
Una ragazza che qui non amiamo (siamo colpevolisti, lo ammetto), che sin dal primo giorno si comportava in un modo in cui un innocente non si sarebbe mai comportato e che, soprattutto, aveva un suo DNA nel manico del coltello probabilmente usato per l'omicidio (trovato a casa di Sollecito).
Una che dopo nemmeno una settimana che si erano conosciuti parlava di quella con Sollecito come una grande storia d'amore (forse solo perchè le serviva qualcuno per difendersi, giovane e sperduta com'era) ma che a 20 anni appena compiuti aveva invece già avuto una vita che disinibita è dir poco.
A sentirla nel doc sembra una donna adesso molto matura, molto forte, molto sicura della sua innocenza.
Io mi auguro, e le auguro, che sia veramente come dice e, se è così, che possa essere felice.
E, lo ammetto, la telefonata che fa in italiano presumibilmente a Sollecito dopo la scoperta dell'assoluzione (altro documento questo inedito in questo documentario) mi ha inaspettatamente emozionato, forse una delle prime volte in cui ho percepito Amanda come sincera.
Momento cult (un pò divertentissimo e un pò cringe) quello in cui il "nostro" avvocato Biscotti, in risposta agli statunitensi che l'attaccavano, dice: "Qui nel 1308 abbiamo aperto la prima facoltà di Giurisprudenza d'Europa. In America nello stesso tempo forse disegnavano bisonti nelle caverne"
In definitiva per alcuni aspetti un documentario abbastanza definitivo (ripeto, solo per alcuni aspetti, come quello della perfetta cronologia degli eventi) e che ha il merito di darci una quantità di materiale originale eccezionale.
Resterà sempre di noi l'immagine di una ragazza che gira per Perugia, i suoi capelli neri, quel suo voltarsi, quel meraviglioso viso che aveva Meredith.


Ecco, questa probabilmente dei 4 è la vicenda più assurda, stramba e originale.
Seppur, ovviamente, tragica anch'essa.
C'è un incidente per strada e l'uomo che l'ha provocato scende alla macchina impazzito.
Dice di essere Gesù, vuole uccidere tutti i neri e altre farneticazioni simili.
Mentre sta per strozzare una donna di colore arriva un ragazzo giovanissimo (che, incredibilmente, aveva proprio fatto autostop con quell'uomo) che, a colpi di ACCETTA libera la donna e mette fuori gioco l'uomo (senza ucciderlo però).
Arriva un giornalista del luogo che intervista il ragazzo, un'intervista che passerà alla storia degli Usa.
Il giovane racconta con naturalezza quello che è successo, manda messaggi di pace e amore al mondo, e mima le accettate che ha dato all'uomo.
Quel gesto e quegli "smash! smash! smash!" diventeranno virali, meme su meme, parodie, di tutto.
Tutti vogliono trovare Kai, l'autostoppista eroe con l'accetta, tutta l'America lo vuole, tutte le ragazze lo cercano.

Kai è un senzatetto, ha un passato tremendo e, dentro di sè, delle parti super oscure.
E presto passerà da eroe USA a ricercato, ma per altri motivi.
Documentario davvero straordinario per l'assurdità delle cose che accadono, per l'incredibile magnetismo e carisma di Kai, per la curiosità che mette allo spettatore sapere come la storia andrà avanti.
Viene raccontato un mondo senza scrupoli, pieno di avvoltoi che cercano di sfruttare la popolarità di Kai senza minimamente rendersi conto delle condizioni psicologiche del ragazzo (che sembra vivere in un mondo tutto suo, a tratti dolcissimo, a tratti che mette i brividi per come può scattare all'improvviso).
Un reality tutto su di lui (dai produttori di quello delle Kardashian), interviste nei più noti talk show, su Kai si avventano tutti, vista l'incredibile storia che rappresenta (l'essere homeless, il mandare messaggi d'amore mentre quasi uccide uomini, il non essere rintracciabile).
Poi, però, succede un gravissimo fatto di sangue e, ben presto, si scopre che l'assassino è proprio Kai.
Un omicidio brutale, violentissimo, che forse ha matrici ben solide (Kai è stato davvero stuprato da quell'uomo?) o forse no.
Ed ecco che il ragazzo eroe adesso diventa un mostro, ed ecco che tutte le sue stranezze che prima venivano viste con simpatia adesso sono lette come inquietanti.
Per un'ora e 20 avremo quasi soltanto filmati originali, scopriremo una storia famosissima negli USA ma quasi sconosciuta da noi, ci divertiremo, resteremo affascinati da Kai e schifati dai media, ci commuoveremo per il passato del ragazzo e, al tempo stesso, avremo in qualche modo sempre "paura" di lui.
Davvero notevole




Senza dubbio il documentario che fa più male.
Voglio dire, quando una vicenda racconta di una bambina di 5 anni buttata dal sesto piano di un palazzo ci sono davvero poche cose che possono colpire di più.
La vicenda di Isabella Nardoni è, ovviamente, famosissima in Brasile (forse ho detto "ovviamente" in modo troppo scontato visto che da noi un paio di storie identiche sono passate quasi del tutto inosservate), così famosa che questo documentario, più che la vicenda in sè, racconta tutto quello che è successo intorno.
Un popolo intero che si solleva, che va per strada, che manifesta, o le interviste televisive dei protagonisti (quelle per scagionarsi dei due assassini ma anche quelle, un pò da primadonna, del magistrato), o la lotta di "classe" che è scaturita (il padre dell'accusato è molto ricco e ha sempre fatto vivere suo figlio sotto la sua protezione), sono moltissimi gli aspetti che hanno fatto diventare il caso della povera Isabella un qualcosa di gigantesco, "nazionale" e terribilmente mediatico.
Direi che in Italia questo caso possiamo paragonarlo per alcuni aspetti a quello della Franzoni, e non solo per il circo che ne è venuto fuori, non solo perchè è morto un bambino, ma anche perchè siamo davanti ad uno di quei casi che, anche senza prove schiaccianti, qualsiasi persona di buon senso si troverà a dire "non può NON essere stata lei" (o loro, in questo caso).
Come i famosi 8 minuti a casa della Franzoni (chi mai in un tempo così breve avrebbe dovuto entrare in una casa, uccidere un bambino senza alcun motivo, e poi andar via?) anche qua gli assassini li abbiamo già, per pura logica.
Un padre che torna a casa con la nuova compagna, con la figlia - Isabella - del precedente matrimonio e i due nuovi figli acquisiti, lo stesso padre che senza alcun motivo dice di essere salito in casa con la sola Isabella per metterla a letto e poi tornare in garage (sei piani sotto) a prendere gli altri, una bambina che cade dal sesto piano (anzi, viene gettata visto che c'è una rete di protezione che è stata tagliata) proprio mentre, in due minuti, il padre sta tornando in garage.
Insomma, come nel caso della Franzoni, l'unico scenario alternativo possibile è quello di un pazzo che in 5 minuti entra in un appartamento, uccide una bambina strozzandolo e buttandolo dalla finestra e poi esce.
Capite da soli che, anche nella stringatezza di questo breve riassunto, si capisce quanto questo sia uno di quei casi che  - se è vero che per la legge deve essere dimostrato - per la logica solo in un modo può essere andata.
Umanamente ci sono momenti molto forti, specie tutti quelli che riguardano Isabella e la giovanissima madre (lasciata sola dal presunto assassino dopo appena un anno) o i ricordi delle cugine e dei nonni.
Questa ragazza-madre così buona, così ancora legata al vecchio compagno, così contenta che Isabella "vivesse" anche l'altra famiglia.
E poi, piano piano, una verità (l'unica possibile) che viene fuori.
Ed è una verità sempre più terribile, con la scoperta che Isabella, prima di esser stata gettata, fu strozzata (anzi, probabilmente è stata gettata per quel motivo, per coprire quell'omicidio).
E se è vero che nelle ricostruzioni dell'accusa ci sono parti per niente convincenti ed "errori", se è vero che questo probabilmente è stato un processo quasi inutile, visto che un intero paese ormai gridava odio ai presunti assassini, è anche vero che lo spettatore non può NON provare disgusto ed odio ogni volta che vede quel volto da pesce lesso del padre e quello - fintamente commosso - della nuova compagna.
Forse come struttura questo documentario non riesce ad andare in climax, anzi, la seconda parte pare abbastanza prevedibile e scontata, e anche leggermente ripetitiva.
Ma la vicenda raccontata è incredibile ed incredibili i comportamenti di alcuni dei protagonisti.
Proverete commozione, dolore, rabbia, curiosità, disgusto.
Un padre inumano e una matrigna, almeno lei, che ha sicuramente come parzialissima scusante una forte depressione, dei disturbi mentali, un buco senza fondo in testa (ragazza bellissima ma senza alcuna amicizia, una casa tenuta in modo disastroso, l'assoluta solitudine).
Quello che è strano, e il documentario lo ricorda, è che siamo davanti un rarissimo caso di due condannati che, negli anni, hanno continuato a professarsi innocenti (e questo è normale) senza però (questo rarissimo) accusarsi mai l'uno con l'altra.
Non si sa sia dovuto al fatto che siano veramente innocenti (direi impossibile, ma si sa mai), se per una specie di patto d'amore fatto o perchè qualcuno dei due è riuscito completamente a manipolare l'altro.
Intanto Ana Carolina (la madre di Isabella) è riuscita a rifarsi una vita, avere altri figli, appoggiare una coltre di felicità sull'apertura di quel pozzo di dolore senza fondo. 



Una giovane ragazza inglese pazza del Giappone.
Il sogno realizzato di trasferircisi per lavorare, conoscere meglio quella cultura e fare un'esperienza di vita.
Poi, d'un tratto, quella ragazza scompare.
In una delle città più popolose e "dense" di tutto il pianeta.
Il padre arriva in Giappone e, in modo commovente, lotta con tutte le sue forze per ritrovarla.
Una storia tristissima e torbida che, purtroppo, ha la fine che tutti si erano ormai aspettati.
Ecco, forse questo tra i 4 documentari è quello più "investigativo", nel senso quello che racconta di più le varie indagini per trovare un colpevole.
Questo è senz'altro un suo punto di forza perchè, a differenza degli altri 3 documentari, non sappiamo già chi è l'assassino (o il presunto assassino).
A tutto questo unite il sempre affascinante mondo giapponese ed il gioco è fatto.
Suo punto di forza (come nel caso della Nardoni) è quello umano, è l'empatia che lo spettatore instaura sia con Lucie (immaginarsi che fine potrebbe aver fatto una ventenne sperduta in un altro stato, in una città così gigantesca e alienante, è davvero forte) sia col suo meraviglioso padre che, non solo con commozione e dolore, ma anche con rabbia, forza, dedizione e coraggio farà di tutto per "smuovere" tutta Tokyo per ritrovare Lucie.
Il documentario - mi ripeto - è realizzato benissimo, con una grandissima quantità di interviste sia d'archivio, al momento dei fatti, che di adesso, a bocce ferme.
E' molto interessante l'unione di questi due mondi, anche investigativi, tra gli inglesi e i giapponesi.
Come è interessante il contrasto tra luoghi squallidi e altri ricchissimi, in un documentario in cui c'è sempre la sensazione che il marcio sia dietro uomini con montagne di soldi.
E, come in un film, c'è la voglia (e la speranza) di scoprire come è andata a finire, di trovare l'assassino (perchè la speranza che Lucie sia viva è veramente nulla. In ogni caso ne approfitto per consigliare di guardare documentari di vicende che non si conoscono senza andarsi prima ad informare, li vivrete in tutt'altra maniera. Solo poi, dopo, è bello informarsi).
Alla fine possiamo dire che questo documentario ha le stimmate di un thriller.
Poi, attraverso un paio di finezze investigative, arriveremo a scoprire tutto e si aprirà a noi un mondo orribile di una persona orribile, un serial killer, un violentatore, un perverso, uno proprio di quegli uomini che incarnano completamente il Male assoluto.
La parte più emozionante, però, sarà quella finale, molto tragica, vero, ma umanamente la più bella.
Il ritrovamento di Lucie in quella sporca e squallida caverna vicino al mare, il dolore del padre, la straordinaria empatia dei giapponesi che non solo costruiranno - in quell'impervio spazio - un altare per la ragazza, ma andranno anche a trovare la famiglia in Inghilterra.
Davvero bello.

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