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31.5.21

Recensioni: "La Donna alla finestra" (Su Netflix) e "La sedia del Diavolo" (Su Prime - Gli Abomini di serie Z - 36 - ) La Doppietta di Vieri (5)

Dopo 9 mesi è finalmente tornato a trovarmi il mio grande amico Vieri.
Ed abbiamo così potuto fare la quinta edizione de La Doppietta di Vieri, ovvero il costringerci a vedere due film, uno bello (sperando più bello possibile) e uno brutto (sperando più brutto possibile).
Diciamo che ci è andata meglio (nel senso peggio) nel secondo caso.

Il primo è un thriller psicologico che per metà è quasi remake de La finestra sul cortile.
E' su Netflix, ha attori incredibili (Amy Adams, Julianne Moore, Gary Oldman), buone cose ma anche tanti difetti.
Il secondo è un horror tanto brutto, e soprattutto insopportabile.
Quello che volevamo

 

Com'è possibile che esce un film con Amy Adams, Julianne Moore e Gary Oldman e praticamente nessuno ne parla?
Stiamo davvero parlando di 3 tra i più grandi.
Ecco, forse il motivo è che questo La donna alla finestra non è niente di che.
Intendiamoci, è un film gradevole, uno di quelli che all'amico che te chiede de consigliaglie un thriller alla fine glielo consigli, ma resta veramente lontano dalle vette del genere.
Del regista Wright avevo già visto e apprezzato Espiazione ed Hanna, certo senza strapparmi i capelli, ma comunque superiori a quest'ultimo.
Anna (la sempre grandissima Adams, qui in una parte che la imbruttisce, triste, con qualche kg di troppo, mai curata nell'aspetto) è una psicologa che vive da sola in una grandissima casa. Soffre di agorafobia, non ce la fa ad uscire. Le sue giornate passano nel chiamare l'ex marito e la figlia al telefono e guardare dalla finestra la vita dei suoi vicini. Fino a che non conosce i membri della famiglia Russell. Ecco, lì diventano cazzi amari.
Per tutta la prima parte possiamo quasi considerare questo film l'ennesimo remake de La finestra sul cortile di Hitchcock (ci fu anche il più che discreto Disturbia).
Se nell'originale il protagonista aveva la gamba rotta e in Disturbia il braccialetto elettronico qui la scusa per non poter uscire è, come detto, l'agorafobia.


In ogni caso Wright esplicita l'omaggio a Hitchcock in più sequenze che la protagonista vede nella sua tv (il film nel primo tempo è profondamente cinefilo, lei vede sempre film, io non ho riconosciuto niente ovviamente, voi sì).
Ci troviamo davanti ad un buon personaggio, quello è sicuro, profondamente "disturbato", profondamente infelice e profondamente impaurito. Uno dei meriti del film è che dopo mezz'ora non sappiamo assolutamente dove lo stesso stia andando a parare, mentre poi, almeno per quanto mi riguarda, sarà tutto abbastanza prevedibile (ad esempio avevo azzeccato il killer dopo 40 minuti, complice un sorriso sornione che, fossi stato il regista, non avrei messo).
Più volte però la sceneggiatura risulta didascalica (lei che trova l'orecchino e rivediamo la scena del passato, lei che ha in mano il disegno e rivediamo la scena del passato etc etc.., ma dio bono, così uno spettatore non deve esse manco attento se glie ricordi tutto...) e, oltre che didascalica, ha un intreccio veramente debole.
Scoprire alla fine le motivazioni di tutte le morti e i retroscena di tutto quello che è successo risulterà davvero non solo poco credibile ma anche segno di una scrittura tanto tanto povera.
Comunque si salvano gli attori, una buonissima atmosfera in più di una scena, una bellissima fotografia, l'uso perfetto della location (vero personaggio del film), qualche sequenza notevole (l'uscita con l'ombrello, lei sulla sedia a dondolo che vede nello spiraglio, l'annuncio del suicidio in una specie di split screen reale, il flash back dell'incidente e quella macchina in salotto, qualcosa che mi ha ricordato il bellissimo Mine).
Ma la sceneggiatura è, come detto, bruttina, i personaggi secondari raffazzonati e il plot nel secondo tempo abbastanza prevedibile e poco convincente.
Con un finale che, forse, voleva ricordare ancora una volta Hitchcock, con Vertigo.
Discreto

6.5


Ad un certo punto il nostro insopportabile protagonista dice:

"Come vedete a questo punto sembra tutto piuttosto demenziale"

ecco, la sua frase non è un onesto mea culpa, ha un altro significato, ma non volendo c'aveva preso, e alla grande.

La sedia del diavolo è un brutto horror che però se crede stocazzo sin dalla prima inquadratura, quella dove vediamo il nostro insopportabile protagonista (da ora in poi abbreviato in INIP) fumare nel buio una sigaretta e iniziare a raccontarci questa storia che, dice, ci farà accapponare la pelle (forse intendeva le palle).
Boh, alla fine c'è INIP che era andato in un vecchio manicomio con una bellissima ragazza (ecco, unica qualità del film che ci sono 3 ragazze e tutte bellissime), questa s'era seduta in una sedia (tra l'altro diversissima da quella della locandina, locandina che hanno fatto evidentemente prima del film) e sta sedia ad un certo punto le blocca polsi e testa e attraverso torture incredibili non solo la uccide ma la fa scomparire (sì, non ve la prendete con me).
INIP viene ovviamente accusato dell'omicidio (c'era solo lui con lei e il corpo non c'è), e portato in un manicomio.
Un giorno però uno scienziato lo fa uscì perchè gli crede (al racconto della sedia insomma) e lo riporta a sto cazzo de vecchio manicomio per andà a studià quella sedia. Porta con se due belle assistenti e un nano nerdone con una parrucca, personaggio talmente improbabile da chiedere l'internamento dello sceneggiatore. Nel secondo tempo poi lo vedremo con una t-shirt raffigurante un teschio umano, dei pantaloni da pigiama aderenti con pacco in vista e DEGLI STIVALI, io vi giuro è la mise più incredibile mai vista nel cinema.
Comunque andando agli orrori del film.
Vedrete il montaggio più brutto e scellerato della storia, con tanto di inquadrature bloccate ogni 5 secondi, uno scempio.


Per tutto il film c'è la voce fori campo de INIP, con frasi a metà tra Kafka, Poe e Shakespeare, qualcosa di inudibile.
Nel vecchio manicomio ce sono 4 MILIARDI de foglie morte, ovunque, in ogni stanza, sopra le cose, sulle sedie, su stanze chiuse a chiave. Vi giuro è da ammazzarsi de risate, hanno messo ste foglie ovunque, anche in luoghi dove qualsiasi legge fisica non poteva pretenderle.
Ci sono tanti errori di continuità (continui scavalcamenti di campo ad esempio o lei che se toglie il piumone e l'inquadratura dopo ce l'ha).
Il discorso metafisico del film (dell'anima de li mortacci loro) è patetico.
Il colpo di scena finale, boh, una presa per il culo vista poche volte.

Ma ci sono anche cose belle!
Ad esempio che il vecchio venga chiamato Gandalf (e del resto l'assistente sembra n'hobbit).
Oppure la tortura della sedia, ottimi effetti speciali.
O il mostro dell'aldilà, davvero convincente.
O la location.
O il finale cattivissismo e splatterissimo (ma del resto lo sapevamo sin dal prologo).
L'ultima mezz'ora è talmente tanto meglio della prima ora che quasi quasi se salvava.
Ma no, non se salva

4.5

26.5.21

Recensione: "Black Mirror - Stagione 3" - Le serie tv de Il Buio in Sala

 

Sette anni, sette anni mi ci son voluti per riprendere in mano Black Mirror, una serie di cui avevo adorato le prime due stagioni.
Se volete leggere cosa ne pensavo qui c'è la recensione (che feci mischiando le due stagioni, come fosse una soltanto).
Comunque, per un rapido recap, ricordo che di quei 6 episodi solo uno mi sembrò debolino ("Torna da me", dove scoprii però il figlio di Gleeson), due stupendi e gli altri 3 davvero davvero belli.
Ecco, se i miei ricordi son giusti devo dire che questa terza stagione, che alla fine ha sei episodi ed quindi perfettamente comparabile alle prime due unite tra loro, è un sensibile passo indietro.
Intendiamoci, non c'è nemmeno un episodio da buttare nel cestino però ce n'è solo uno di livello eccelso, un altro bellissimo e gli altri 4 tutti discreti, con punte notevoli ma anche con parecchi difetti.
Una cosa è sicura, le idee dentro ogni singolo episodio sono davvero interessantissime ma in questo aspetto credo sia abbastanza pacifico poter definire tutta l'operazione Black Mirror, a livello di soggetti cinematografici, come una delle 2-3 cose più belle di questi anni.
Poi, però, non sempre il soggetto ha portato a risultati pari allo stesso soggetto.
Siccome son passati parecchi giorni (15) dai primi due episodi che ho visto, altri 10 dal terzo e dal quarto e qualche giorno dagli ultimi due, faccio davvero fatica a organizzare un discorso complessivo, interessante e coeso, come in realtà avrei voluto fare.
Quindi niente, preferisco dare giusto qualche impressione su ogni episodio, almeno per archiviarli nella mia memoria e nel blog.

3X1
CADUTA LIBERA


Siamo in un futuro (direi molto vicino...) in cui ogni persona sulla terra ha una "valutazione" (da 1 a 5), valutazione che è la media di tutti i voti che prende dalle altre persone. Si compie un gesto carino? magari qualcuno ti dà 5 stelle. Metti una bella foto su Instagram? riceverai tantissime 5 stelle, e così via.
Se sei sopra i 4 di media vieni considerato una persona "degna", di spessore, importante (hai anche benefici sulla società), sotto quella media hai tanti meno comfort e vieni visto male dagli altri.
La nostra protagonista è una giovane donna molto ben "posizionata" che aspira però ad entrare nel Gotha della società. Proprio quando sembra stia per riuscirci iniziano a succederle una catena infinita di cose che le distruggeranno letteralmente la vita (e la valutazione).
Tematica molto interessante. Più che dell'apparire Caduta Libera parla dell'ipocrisia (perchè chi vuole apparire può comunque essere vero), di come ci mostriamo migliori agli altri per avere da loro un feedback positivo. Ogni azione dei personaggi è mirata a prendersi le 5 stelle, non c'è più un comportamento naturale, un rapporto genuino, niente. In questo l'episodio è davvero perfetto.
Il problema è che dopo un grande inizio (l'incipit poi a livello cinematografico è stupendo, con quei colori che sembra d'essere in Florida Project) si perde un pò di mordente e di interesse e tutto diventa anche abbastanza prevedibile e a volte anche un filo trash (l'ultima tappa in moto). La giovane protagonista è bravissima, quello sì. 
In ogni caso davvero interessante, una spietata analisi su quello che, sempre di più, sta diventando l'essere umano moderno.
Gli ultimi due minuti son magnifici, con quelle due persone che si insultano pesantemente, che provano dopo non so quanto tempo l'ebrezza di farlo.
Tanto che in quei vaffanculo finali sembra quasi spuntare l'ombra di un sorriso.
Sono tornati veri

3X2
GIOCHI PERICOLOSI


Mi verrebbe da dire che sia l'episodio più debole se non fosse per il finale.
Un giovane americano si ritrova in Inghilterra (vado a memoria) senza una lira. Decide di fare la "cavia" per un videogame di realtà virtuale talmente immersivo che non riconosci più la realtà dalla finzione. Finirà molto male.
A memoria nelle prime tre stagioni questo mi sembra per larga parte della sua durata l'episodio più "mainstream", quello meno autoriale. C'è una parte horror centrale veramente debole (eppure siccome si parlava di fobie si poteva fare meglio), da horror di sala.
Anche il personaggio di lui, alla lunga, diventa insopportabile, ho capito prendere sottogamba tutto ma fare il cazzone per 40 minuti anche no.
Ci sono location bellissime, c'è l'idea di fondo del gioco horror calibrato sulle tue paure reali davvero stimolante  ma, insomma, fino alla fine non si va oltre il buon intrattenimento.
Ma il finale è qualcosa di straordinario.

22.5.21

Recensione: "Un altro giro" (Another Round)

 


Vinterberg, ancora una volta, ci regala un film magnifico.
Intanto voglio dire che Mikkelsen ha rotto le palle, è troppo troppo grande, vengono i brividi.
Quattro amici fanno un esperimento, tenere un tasso alcolemico costante (e non alto) per vivere meglio.
La cosa funziona e allora ogni volta decidono di salire un pò, fino all'inevitabile distruzione.
Ma Another Round è un film che ti fa star bene, è un abbraccio, è una carezza.
Non è un film, è un inno.
Ma solo alla fine, solo negli ultimi 5 minuti, questo film fa entrare un "ospite" che non avevamo mai visto prima.
E quell'ospite diventa non solo il vero protagonista del film, ma capiremo che tutto doveva portare a quel punto, a quell'insegnamento.
Non vi dico altro, sarà bellissimo per voi poterlo scoprire.


E così dopo Festen e Il Sospetto Vinterberg ne ha tirato fuori un altro di film magnifico.
A me piace il vino e piace la birra.
Ma non mi sono mai ubriacato.
Anzi, non ho nemmeno mai bevuto più del dovuto.
Credo inizierò a farlo.

Another Round non è un film, è un Inno.
E' un film di cui chiunque, una volta visto, sente il calore, sente l'insegnamento, sente l'abbraccio.
Sembra un inno alla vita, al perdere almeno momentaneamente la ragione per ritrovare sè stessi (e a me sto concetto di perdersi per ritrovarsi è sempre sembrato meraviglioso) ma solo alla fine, negli ultimi 5 minuti, diventerà un inno a qualcos'altro, a qualcosa che, incredibilmente, durante il film non era MAI venuto fuori.
E invece in quei 10 minuti finali da pelle d'oca capisci che questo film era un lungo percorso, strutturato, quasi scientifico, che voleva portare solo a quello.
Sembra un finale "posticcio", appiccicato, e invece scopri che Another Round era tutto lì.

Vinterberg prende gran parte del cast del capolavoro Il Sospetto, fa un incipit che proprio Il Sospetto ricorda (ma ci saranno altri riferimenti, vedi scena al supermercato, la messa o l'amicizia tra Mikkelsen e Bo Larsen, amicizia che fu talmente incredibile nel precedente film che il regista ha voluto esaltarla anche qua) ma a differenza dell'altro film, un film che ti uccideva dentro, qui senti una voglia di vita e di speranza che quando esci dal cinema hai bisogno veramente di ballare (e non dico questo a caso). Tra l'altro l'ho visto in dei giorni in cui questa voglia di vita ce l'avevo già forte di mio, sto film è stato l'ennesimo aiuto.

Degli amici, 4, decidono di fare un esperimento, ovvero dimostrare (lo aveva detto uno studioso) come un essere umano possa vivere meglio se riesce a mantenere in maniera costante un tasso alcolemico dello 0,5 (che, dicono, dovremmo avere di natura).
Si sta meglio, si rende meglio, si vive meglio, si è più felici, più concentrati, più vogliosi di fare.
E così è, i quattro amici stanno così bene che decidono di andare un passo oltre, ovvero passare ad un tasso superiore.
E va ancora meglio, la vita sia intima che sociale diventa ancora più bella, ci si sente vivi come mai.
E allora decidono di andare ancora oltre, ovvero al massimo raggiungibile.
E qui invece avverrà il disastro, ubriacarsi fino al limite concepibile (ad un certo punto il film sembrava quasi un La Grande Abbuffata ma sull'alcool invece che del cibo) porterà i quattro amici quasi alla distruzione, sia personale che di tutti i loro rapporti famigliari e sociali.
C'è da dire che qui possiamo subito cogliere una metafora, ovvero come per vivere la vita sia bellissimo e quasi necessario "perdere la testa" ma che comunque l'eccesso, come in tutte le cose, ti annienta.



Con Rocco si diceva che questo aspetto è anche metafora del confronto che potremmo fare se questo film, invece di Vinterberg, l'avesse girato il suo amico Trier.
Trier porta sempre tutto all'eccesso, il dolore, la ninfomania, la depressione, la violenza.
E di sicuro con questo soggetto il meraviglioso regista danese avrebbe creato un'opera di completa distruzione, un'opera a tasso alcolemico di 2 o oltre.
E invece Vinterberg, come scopriranno i suoi personaggi, gira un film che fa della misura uno dei suoi pregi maggiori. Un film che ti insegna come serve sì andare oltre, ma mai troppo. E meno male che pensa questo perchè sto film diventa così una carezza, un abbraccio, un'opera con dentro insegnamenti di grandissima positività.
Inutile dire che gran parte del film la fa quel mostro di Mikkelsen.
Ormai posso dirlo, Mikkelsen non è un attore ma è un nostro Privilegio che si mette davanti la macchina da presa.
Il suo viso, i mille colori deli suoi occhi e della sua anima, le centinaia di emozioni che riesce a dare, sono un qualcosa di cui noi, come spettatori, dovremmo solo ringraziare.

18.5.21

Recensione: "Corpus Christi"

 

Dopo 8 mesi (da Vitalina Varela) possiamo tornare finalmente al cinema.
Farlo di domenica mattina poi è stato ancora più bello.
Ed ancora più bello è se lo fai con un film così.
La storia di Daniel, un giovane che, appena uscito da un riformatorio, finge di essere un sacerdote nel paese nel quale viene chiamato a lavorare (fare il prete era sempre stato il suo sogno).
Viene creduto e di lì a poco sostituirà il sacerdote della comunità.
Un film bellissimo con un giovane interprete eccezionale.
Un'opera di grandissima umanità in cui "il peggiore dei preti" diventerà probabilmente il migliore di tutti.
Un film che racconta del più bello e alto dei sentimenti umani, il perdono.
"Perdonare è amare"

Impossibile non scrivere prima due parole su Battiato.
Io sono una capra musicale (anche sul cinema non è che sappia molto, amo analizzare i film ma non sono certo un esperto).
Ma musica molto molto peggio.
Conoscerò veramente bene giusto 10 artisti (tutti italiani + i Sigur Ros) e avrò in memoria tipo 500 brani contro le migliaia e migliaia degli appassionati.
Però, ecco, Battiato è da sempre stato uno dei miei 4-5 cantautori preferiti (e anche di lui non conoscerò più di 25 brani, per darvi un'idea).
Solo per farvi capire in questi giorni in macchina avevo lui.
Lo chiamano Maestro, ci chiamano in realtà un pò tutti, ma se uno ne esisteva era davvero lui.
Non scrivo niente di più, solo che alla notizia due lacrime mi sono scese e sono andato subito in macchina a farmi un giro con lui.
Voglio ricordarlo con le parole di un suo brano poco conosciuto, "E' stato molto bello".

"Non domandarmi dove porta la strada
seguila e cammina soltanto"

è un passo che ogni volta che lo sentivo pensavo che sarebbe diventato il "mio" passo riferito alla morte di Battiato. Una strada che non si sa dove porti, ma dobbiamo percorrerla.

E' stato bellissimo tornare al cinema.
E' stato bellissimo poi farlo in compagnia alla domenica mattina, credo non ci sia orario più bello (esci e pranzi in centro, il massimo).
E' davvero buffo che abbiamo visto un film che si chiama Corpus Christi alle 11 di mattina della domenica.
Ci mancava di vederlo ad Ostia e il quadro era completo...
Tutto diventa ancora più bello se poi, e questo è successo, il film che vedi è bellissimo.


Film polacco che ci era gravitato nel guardaroba nel periodo in cui ho poi deciso la chiusura. Ho resistito a vederlo fino ad adesso ed ecco che riesco a beccarlo in sala.
E' la storia di Daniel, un giovane ragazzo finito in riformatorio per un non meglio precisato reato (una scena suggerisce lo stupro).
Daniel è fervente cattolico tanto che il suo sogno è poter diventare sacerdote. La sua fedina penale, però, non glielo permette.
Un giorno, finita la sua pena, viene mandato a lavorare in un villaggio lontano. Lì, quasi per caso, dice di essere un sacerdote. Viene creduto. Di lì a poco inizierà a sostituire il prete della comunità.

Ci troviamo davanti ad un'opera dalla sceneggiatura tanto esile quanto perfetta.
Ogni personaggio è assolutamente strutturato (Daniel, il suo mentore prete, il sindaco, la giovane ragazza, la madre di lei, i paesani), le due storie parallele (l'inganno di Daniel e la vicenda dell'incidente stradale) incastrate perfettamente, il climax magistrale e, in generale, un grande senso di "verità" (penso ad esempio alla bellissima scena del funerale fatto contro tutti del "conducente", quando dal gruppo dei genitori "vedovi" di figlio alla fine se ne stacca solo una, altri film li avrebbero fatti andare tutti).
Gli attori sono uno più bravo dell'altro (credo che la scuola attoriale dell'Est abbia sempre qualcosa di superiore, anche somaticamente) con lui, il giovane protagonista Bartosz Bielenia, davvero impressionante. Il suo personaggio è magnifico, specialmente in questo suo incredibile equilibrio tra l'essere un normale peccatore (droga, alcool, sesso, un reato in passato) ma darci anche assolutamente la sensazione che quel percorso che si è creato da sacerdote sia non solo quello che lui vuole ma quello per cui è veramente destinato ad esistere.
Più vediamo quel ragazzo sembrarci un "non-prete" più al tempo stesso ci arriva come il prete migliore possibile.
Uno che mette l'umanità, anche nelle sue fragilità e nei suoi errori, davanti a tutto, uno che se ne frega delle formule e dei riti, uno che usa metodi poco ortodossi (vedi le urla davanti alle foto dei ragazzi morti) ma con la convinzione reale di quello che sta facendo, uno che ha intelligenza, che ha intuito (vedi come capisce delle sigarette e delle violenze al figlio nel primo confessionale, e quel suo dire al posto delle preghiere "vai in bicicletta con lui" è simbolo di tutto quello che sto dicendo), uno che sembra destinato ad essere una guida tra gli uomini proprio perchè uomo tra gli uomini, non un'autorità religiosa.
Ovviamente la sua figura non può non rimandare al Cristo, a quella enorme figura che poi, quasi sempre, viene seppellita nei dogmi e nei riti della Chiesa.
No, Daniel è un piccolo cristo, un uomo capace di abbracciare l'altro, di non punirlo per gli errori commessi, un uomo capace di capire, di sacrificarsi, di rischiare sulla propria pelle, un uomo, soprattutto, capace di perdonare.
"Perdonare è amare" dirà ad un certo punto. Magnifico.
E proprio il perdono diventerà il motore di tutta la seconda parte del film, con quella figura "fantasma" ma struggente dell'autista morto e della sua vedova, due reietti odiati dal paese per, dicono loro, aver causato la morte di 6 giovani vite.
Daniel (che nel frattempo ha preso il nome del suo mentore, padre Tomasz) lotterà contro tutto e tutti per celebrare il funerale di un uomo "appestato" e per permettere che la sua vedova venga perdonata da tutti.
Lotterà contro il paese, contro le vittime, contro l'insopportabile sindaco (ma che bello il discorso di Daniel all'inaugurazione della nuova ala della falegnameria, con tutta quella gente inginocchiata nel fango, altra metafora di come tutti dovremmo considerarci uguali agli occhi del signore).
E, in qualche modo, riuscirà in questa sua missione impossibile, in questo tsunami di umanità arrivato in un paese scopertosi disumano.
Fa da suo contraltare l'assistente del precedente sacerdote, mamma della ragazza amante di Daniel e, anch'essa, vedova di un figlio in quell'incidente.
Una donna sì sofferente ma anche incapace di uscire da certi dogmi religiosi e morali che la imprigionano in un ruolo per cui tutto quello che fa il ragazzo le sembra un sopruso verso la chiesa e l'etica. Non un mostro, certo, ma una donna ormai incatenata a delle convinzioni e convenzioni impossibili da sradicare.
E che bello invece il personaggio di sua figlia, probabilmente la persona più "illuminata" del paese (forse anche per via del sentimento che prova per Daniel) e anche quella più pronta a capire e far capire.
Lei sa anche una verità che gli altri non sanno (l'ubriachezza del gruppo dei ragazzi) anche se, con un metodo alla Fahradi, alla fine avremo il dubbio che forse la colpa fu veramente di quell'uomo, un uomo distrutto dalla fine del rapporto con la moglie.
Ci sono scene bellissime come quella della prima messa celebrata da Daniel, come quella del sesso con Marta, così al tempo stesso "assurdo" per la figura che sta rappresentando Daniel ma anche così bello e naturale, come quella di quando lei canta alla festa di paese, come la riconsegna delle lettere d'odio, come il sopracitato funerale o quell'ultima messa in cui Daniel diventa veramente un cristo, nudo, senza più abiti religiosi, uomo tra gli uomini, e può uscirsene via.


E arriveremo così ad un finale in cui tutti i pezzi si ricomporranno.
Marta se ne andrà da quel paese che disprezza e che le ha portato via il suo amore.
La vedova, come ne Il Sospetto, troverà il coraggio di tornare a messa in mezzo agli altri parrocchiani.
Daniel, scoperto, dovrà ritornare in riformatorio dove qualcuno lo sta aspettando per ucciderlo.
Un finale veloce, inaspettato, tronco, ma di grandissimo impatto.
Con un'ultima sequenza che, ce lo aspettavamo, ci mostra il ragazzo come immagine in terra del calvario cristiano.
Un film con tanto dolore e con protagonista un ragazzo che ha fatto capire quanto il vero insegnamento religioso dovrebbe essere quello dell'amore e del perdono.
Un ragazzo che ha fatto capire che, se si vuole, c'è una cura per tutto


16.5.21

La Casa Occupata

 

Era la prima volta che andavo ad abitare completamente da solo.
2013
Lavoravo in fabbrica, lo stipendio era da fame e c'era necessità de trovà la cosa più economica possibile.
Mi dicono "Eh, allora va bene solo Via della Pescara".
"Perchè?" dico io
"Beh, su quei palazzi le case non costano niente"
"Perchè?" dico io
"Beh, è una zona un pò malfamata, lì c'è la Nigeria bene (io ero rimasto alla Milano bene, Nigeria bene mai sentito).
"Ah, capito"
"Per cercare il palazzo che dico io chiedi de Il Palazzo delle Puttane"
"Perchè?" dico io
"Beh, se lo chiamano il Palazzo delle Puttane forse è perchè ce sono le puttane" mi dicono
"Ah"
"In realtà c'erano una volta, puttane, delinquenti, spacciatori, ma ora hanno ripulito tutto, però resta Il Palazzo delle Puttane"
"Ok, grazie, tutto molto incoraggiante"
Vado a sto Palazzo delle Puttane, sento di 3 appartamenti, due non mi accettano visto il contratto determinato in fabbrica ma uno sì.
Insomma, vado a vivere lì, nella zona una volta più malfamata de Perugia.
In realtà io in quei due anni e mezzo non vedrò niente di male.
Ma che una casa di 35 metri quadri avesse DUE bagni, ecco, sì, era la conferma che quello era il Palazzo delle Puttane.
Ma andiamo alla vicenda.
Ero stato via 4-5 giorni, non ricordo dove, forse ero tornato al mio paesello.
Torno a casa a Perugia una sera, parcheggio, e mi si gela il sangue.
Vedo le luci di casa mia accese.
Dico 30 bestemmie, penso alla bolletta che sarebbe arrivata, e distrutto faccio per andare a casa.
Arrivo al portone e non si apre.
Penso sia il mio nervosismo, mi calmo, rimetto la chiave per bene ma niente, non se apre.
Poi, ad un certo punto, sento dei rumori in casa.
Il cuore mi si ferma (è una sensazione che non vi auguro mai).
Dopo 10 secondi MI APRONO alla MIA porta.
E' un uomo dell'est, altissimo, biondo, sembra ucraino.
Uno di quegli uomini che paiono usciti da Ogni cosa è illuminata.
Mi guarda e mi chiede cosa voglio.
Io che a botte non so fare e sono sempre molto cordiale inizio a tremare e gli dico
"Ma...siete...a casa...mia"
"Casa tua?" mi fa quello con un accento dell'est
"Sì, casa mia cazzo, cosa avete fatto?"
"Ah, casa tua? allora entra, facci caffè"
A quel "facci" noto dietro di lui un altro uomo, sempre dell'est, che mi guarda seduto al tavolino con in mano una bottiglia di vodka.
Mi sorride.
Noto che il tavolino NON è più nemmeno il mio, e anche qualcos'altro che scorgo dalla porta mi sembra diverso.
Non solo hanno occupato casa in 4 giorni ma hanno cambiato tutto.
A quella richiesta di entrare a fargli un caffè mi prende male, inizio veramente ad aver paura e mi allontano minacciandoli
Al che inizio a chiamare mezzo piangente tutti i miei parenti che, giustamente, mi dicono di chiamare subito amministratore e polizia.
Chiamo l'amministratore.
Non riesce nemmeno a capirmi al telefono tanto la mia voce è sconvolta ed impaurita.
Mi dice di calmarmi, che lui è già lì per motivi suoi e in 2 minuti sarebbe arrivato.
Io aspetto lì sul corridoio mentre l'Ucraino numero 1 mi guarda dalla porta ridendo, come a sfidarmi.
Passano quasi 10 minuti, ancora niente amministratore.
Poi lo stesso amministratore mi chiama al telefono.
"Giuseppe, sono qui davanti al tuo portone, ma dove sei?"
"In che senso sei davanti al mio portone?"
"Sono qui, al 13, e non c'è nessuno"
Chiudo per 5 secondi gli occhi, cerco di capire cosa sta succedendo e poi la verità arriva, e quando arriva è come se mi avessero sparato addosso.
Avevo parcheggiato la macchina davanti all'interno precedente quello di casa mia (sono 3 interni tutti identici).
Ero entrato nella prima casa a destra (come era la mia) ma di un altro interno.
Chiudo il telefono.
L'ucraino continua a guardarmi e ridere.
Non dico nulla, nemmeno mi scuso, esco dal portone e vado su quello 10 metri dopo, dove mi aspetta l'amministratore.
Sono rosso come un peperone.
In quei 10 metri di strada mi giro verso la mia NON casa e vedo la cosa più umiliante del mondo.
 I due ucraini sono alla finestra, mi indicano e ridono, facendomi vedere anche la bottiglia di vodka.
Credo che a quel punto scappi anche a me un mezzo sorriso.
Arrivo nella casa giusta, chiedo all'amministratore di non raccontare mai a nessuno sta storia (non lo farà) ed entro in casa mia.
Vado a letto

11.5.21

Recensione del libro di Ivano Landi "L'Estate dei fiori artici" - a cura di Max



Torna il lettore Max per recensire un libro di Ivano Landi, un suo amico blogger.


 "Ivano Landi è il padrone di casa di uno dei  blog più belli della Blogosfera.
A raccontare le pagine del romanzo è quello che Ivano definisce il suo alter ego, lui non ha mai ammesso di avere scritto un romanzo autobiografico anche se confessa che i nomi delle protagoniste femminili sono reali.
 Quello che rimane impresso leggendo L’Estate dei fiori artici è come si viene catapultati dentro le passioni che animano Ivano e che chi frequenta il suo Blog “Cronache del tempo del sogno”  le conosce molto bene, queste sue passioni.
Nelle pagine de L’Estate dei fiori artici respiriamo Rimbaud e i poeti maledetti Francesi ma anche S.King e Jack London, la musica di Jim Morrison e i Doors, Brian Eno passando per Beethoven.
I fumetti di Metal Hurlant e Linus.
Il cinema di Peter Weir e le suggestioni di Pier Giuseppe Murgia e la sua Maladolescenza.

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 “Il poeta deve coltivare le sensazioni estreme e la sregolatezza dei sensi per raggiungere l’ignoto e non precludersi nessuna esperienza di vita ”
(Arthur Rimbaud)

Firenze , ultime settimane di un estate di fine anni settanta .
Nel corpo hai l’irruenza  dei tuoi vent’anni, Il liceo artistico è terminato da poco e ti resta l’incertezza di non sapere se hai fatto la scelta giusta scegliendolo come percorso di studi.
Ci penserai meglio dopo, c’è tempo, adesso la tua curiosità ed il tuo entusiasmo sono proiettati all’imminente viaggio che con il tuo amico di sempre hai deciso di fare in Irlanda.
Irlanda terra di miti e tradizioni celtiche che da sempre ti affascinano e catturano la tua attenzione .
Un viaggio pensato prevalentemente in autostop, avventuroso, con l’emozione di accettare un passaggio da degli sconosciuti.
Nello zaino tra le poche cose da portarti via non possono mancare i libri dei tuoi amati maudits francesi come Rimbaud e Lautréamont, da tempo tuoi inseparabili compagni di lettura.
Prima tappa Parigi, visita quasi obbligata al cimitero monumentale di Père-Lachaise ad omaggiare la tomba di uno dei tuoi miti musicali e la delusione di fronte allo spettacolo che ti si presenta davanti agli occhi, uno scempio che non ti aspettavi.
Forse non è solo quello ma qualcosa improvvisamente comincia a rompersi dentro di te...alla tua età i facili entusiasmi lasciano spesso il posto a inaspettate delusioni.
Non basta  il quartiere latino di Parigi, nè una rocambolesca festa un po’ psichedelica a casa di una amica dagli occhi così simili a quelli che a suo tempo avevano abitato il viso crudele e angelico di Rimbaud a dissuaderti dall’idea, che ormai sta prendendo forma nella tua testa, di tornare a Firenze da solo.
 Abbandonando l’idea forse definitivamente del viaggio in Irlanda.


Ma la vita è un crogiolo di emozioni continuo e come il viaggiatore dalle suole di vento alla ricerca dell’ignoto, le esperienze più strane e gli incontri più insoliti possono capitarti anche ad un passo dal naso e nei luoghi più inaspettati.
Come quello con la sgangherata compagnia di cinque ragazzi quasi tutti tuoi coetanei che conosci in treno in quello che doveva essere il tuo viaggio di ritorno a Firenze .
Sono mezzi imparentati belli e disinibiti, ma è la più giovane del gruppo a conquistarti, da subito.
Sembra uscita da un racconto delle mille e una notte, è affascinante e misteriosa.
I suoi capelli son neri e lunghi, gli occhi scuri e profondi, un corpo snello e ti colpisce il modo in cui si comporta, sembra stare sempre sulle sue.
Ha un vestitino di cotone leggero striminzito e come hai occasione di accorgerti, perché ormai non riesci più a toglierle gli occhi di dosso, non porta l’intimo sotto i vestiti.
Lei è così, ti dicono i suoi amici man mano che li conosci e inaspettatamente ma anche fortemente desiderata ti arriva la proposta di passare quella fine estate con loro .
Destinazione Follonica e le sue spiagge naturistiche.
“Ti è mai successo di star nudo in riva al mare, vestito solo dell’aria trasparente e della luce del sole?”
“Lei è così ma non scherzarci troppo e non fare di più di quello che ti permette” è l’ammonizione che ti fa la zia quando capisce il tuo interesse verso la sua giovane nipote.
Ma la ragazzina ha già il controllo della situazione e l’interesse capisci che è reciproco.
Gioca con te come il gatto con il topo e tu ne sei sempre più infatuato .
Non è solo inevitabile attrazione fisica, lei ti coinvolge anche mentalmente.
Alla sua giovane età ha già letto Proust e conosce i Canti di Maldoror di Lautréamont, chissà se conosce pure i Surrealisti ..?
È intelligente e continua a sfidarti, non riesci a capire se veramente tiene a te o ti sta prendendo in giro.
I suoi amici non fanno niente per aiutarti a capirlo, forse sono suoi complici in questo gioco pericoloso ma seducente al tempo stesso.
Sai di essere importante anche per loro, ti hanno scelto e per quest’estate stai sicuro che non ti lasceranno più andare via.
È un viaggio alla scoperta di qualcosa di ignoto stare con loro e hai deciso di viverlo intensamente, costi quel che costi.
Essere nudi in spiaggia non basta a scoprirsi veramente, la diffidenza copre più di un vestito. Questo almeno fino a quando la giovane ragazza non decide di farti conoscere di più del suo passato.
E allora sì che (se già non lo fosse) diventa nuda pure l’anima.
Un nome che non è il suo, il tatuaggio di uno scorpione sulla nuca forse retaggio delle sue vere origini Sudafricane.
Un nome e un simbolo che evocano esoterismo e riti sciamani di protezione .
Tante domande e poche risposte.
Quanti misteri nasconde quella ragazzina.
La voglia di restare da soli in una parte di spiaggia meno frequentata, con uno sperone di roccia che ti ricorda così tanto il luogo di quel film, il tuo preferito, dove delle studentesse in gita si spogliavano e restavano vestite solo dei loro sensi attratte da qualcosa di ignoto.
Come ricorrono spesso le tue passioni in questa estate tutta ancora da assaporare  e da vivere intensamente con lei ma destinata comunque a finire.


L’estate dei fiori artici è il primo romanzo pubblicato di Ivano Landi.
Blogger che conosco da diversi anni e che secondo me è il padrone di casa di uno dei  blog più belli della  Blogosfera.
A raccontare le pagine del romanzo è quello che Ivano definisce il suo alter ego, lui non ha mai ammesso di avere scritto un romanzo autobiografico anche se confessa che i nomi delle protagoniste femminili sono reali.
 Quello che rimane impresso leggendo L’Estate dei fiori artici è come si viene catapultati dentro le passioni che animano Ivano e che chi frequenta il suo Blog “Cronache del tempo del sogno”  le conosce molto bene, queste sue passioni.
Nelle pagine de L’Estate dei fiori artici respiriamo Rimbaud e i poeti maledetti Francesi ma anche S.King e Jack London, la musica di Jim Morrison e i Doors, Brian Eno passando per Beethoven.
I fumetti di Metal Hurlant e Linus.
Il cinema di Peter Weir e le suggestioni di Pier Giuseppe Murgia e la sua Maladolescenza.
Vengono evocate le sessioni fotografiche di Joel Brodsky su Jim Morrison e restando in tema di fotografia come non citare l’artista statunitense Francesca Woodman alla quale Ivano ha dedicato il suo libro.
Spero di non avere fatto un torto ad Ivano e alla grande tradizione surrealista di cui Rimbaud e  Lautréamont son stati sicuramente i precursori quando ho deciso di scrivere del suo romanzo con questa “ recensione “.
In qualche modo ho cercato di raccontare razionalmente un opera, la sua.
Ma l’opera o meglio ogni forma d’arte  in senso generale va vissuta e raccontata in prima persona per questo vi saluto invitandovi a leggere il romanzo, disponibile su Amazon sia in cartaceo che come eBook.
Nel  mio piccolo cercherò sempre di fare il possibile per aiutare a far conoscere le autopubblicazioni dei miei amici blogger.
Max


6.5.21

Recensione: "Chi canterà per te?"(Quien te cantara) - Su Netflix

 

Dopo lo stupendo Magical Girl (film che dovetti vedere due volte per capirne la grandezza) Carlos Vermut si conferma un autore straordinario, uno che risulta davvero incredibile che con due film del genere sia ancora praticamente sconosciuto.

Una famosissima cantante viene salvata da un tentativo di suicidio.
Ha perso però la memoria e tra poco deve partire il suo tour di rientro (dopo 10 anni).
Viene allora chiamata una sua grande fan (e cantante anch'essa) per reinsegnarle a cantare, a ricordare, ad essere chi era.
Come in Magical Girl un altro film eccezionale psicologicamente, del tutto polanskiano, un altro film ambiguo, con un mistero latente, con dei personaggi veri come le persone e con un dolore dentro talmente devastante e perfetto da fare male.
Un film sull'ìdentità, sulla personalità, sull'imitazione.
Stupendo.

Dovetti vedere Magical Girl due volte.
La prima visione fu talmente "strana", turbata e difficile che non riuscivo quasi a darne un giudizio (pur sentendone sottopelle la grandezza).
La seconda visione mi disvelò un capolavoro.
Vedo ieri il film seguente dello stesso regista, Carlos Vermut.
E ancora una volta sento che dovrei rivederlo, che la sua grandezza non mi si è ancora rivelata del tutto.
Ma stavolta mi basta una visione per dire che ci troviamo davanti, ancora una volta, ad un film eccezionale.
E mette quasi i brividi vedere come questi due film così diversi eppure così simili a sè stessi, mette i brividi riuscire a "capire" così bene quanto sotto ci sia la stessa anima, la stessa mano.
Sono due film difficili (non apparentemente, a primo sguardo, ma lo diventano "dentro" lo spettatore), pieni di personaggi ambigui, ricchi di un mistero non assoluto ma nascosto tra le pieghe, capaci di raccontare la vita vera e quella nascosta con la stessa precisione.
E soprattutto due film in grado di raccontare il dolore in una maniera così perfetta, vera e spietata che umanamente se ne esce travolti.
Io non capisco come un regista che ha fatto due film del genere sia ancora nascosto.
Qui siamo davanti all'eccellenza assoluta.


Una cantante famosissima viene salvata all'ultimo momento da un tentativo di suicidio.
Sta di fatto, però, che ha perso quasi completamente la memoria.
Stava per rientrare in scena dopo 10 anni, ma adesso non ricorda le canzoni, la sua vita, come ci si muove, niente.
Viene allora chiamata una delle sue più grandi fan (nonchè cantante anch'essa, di cover sue) per "reinsegnarle" a cantare, per farla tornare ad essere chi era.
Ne nascerà un film straordinario sull'identità e sull'imitazione.

E' innegabile che il cinema di Vermut sia un film di contenuti, di tematiche.
Ma è anche innegabile quanto siano belli da vedere, quanto siano ben fotografati, quanto gli attori che sceglie siano eccezionali, quanta cura ci sia nei dettagli (il regista li adora) e quanto le sue sceneggiature siano autentici capolavori psicologici, dei film apparentemente lineari che in realtà si capovolgono continuamente su sè stessi, come stare nelle montagne russe, dove sai che vai sempre avanti su binari prestabiliti ma facendolo rischi di perdere la testa.
Io li considero film quasi unici, talmente perturbanti e grandi "sotto" che il rischio di non amarli di primo acchito è altissimo.

L'incipit, importantissimo, è già grande cinema.
Quel corpo rianimato, quell'oceano immenso dietro di esso (e quell'oceano sarà il personaggio nascosto più importante del film), bellissimo.
Poi quella mano che si tocca il corpo e il viso in ospedale, primo tentativo, forse, di riconoscersi.
E poi l'origami sul quale, però, voglio tornare più avanti.
Lila scoprirà di avere un'importante amnesia e, di conseguenza, doversi ricostruire un'identità, dover ricordare piano piano chi era.
La sua manager prova ad aiutarla ma ormai siamo a due mesi dal suo ritorno alle scene (dopo 10 anni dal suo ritiro) ed è impossibile per lei ricostruire la Lila artista.
Lila vede sul tubo una cantante che canta le sue cover in un karaoke (karaoke che era già presente in Magical Girl, in questa ossessione che ha Vermut per l'imitazione).
Le piace talmente tanto che la contatta.