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19.12.24

"Finalmente l'alba" / "Sette minuti dopo mezzanotte" - A luci accese (divagazioni illiminate) - 6 - di Nicola C.

Dopo quasi un anno (ma, al solito, colpa mia, i pezzi li avevo da mesi..) torna Nicola con il sesto appuntamento della sua rubrica "A luci accese", rubrica nella quale Nicola analizza più film, spesso per un filo conduttore comune (lo spiegherà lui nella presentazione).
Nicola è diventato da poco padre e capisco quanto "Sette minuti dopo mezzanotte" (film splendido) possa averlo colpito (l'altro non l'ho visto invece).
Comunque vi lascio a lui, prima alla presentazione e poi ai due film!

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Questa volta ci tengo a scrivere qualche riga d’introduzione, il che di solito non è nelle mie corde ma i film di cui parlerò meritano un’eccezione. Finalmente l’alba e Sette minuti dopo la mezzanotte sono per me entrambi meravigliosi, senza difetti. E visto che sono papà da qualche mese, questo è proprio il momento per due film così. Sono due film sulla “separazione” come quel momento che nell’immediato viviamo come perdita e che è tanto più prezioso perché ci rimarrà scolpito nell’anima e farà di noi quello che siamo. Per sempre.
E può anche essere la liberazione da quanto abbiamo tenuto sommerso troppo a lungo per paura o per vergogna; o che semplicemente non eravamo pronti a scoprire e in cui finalmente possiamo riconoscerci.
Separazione quindi che può diventare un più utile liberare per liberarci.
Perché la vita stessa è una separazione dal suo primo momento.
Ogni scelta è lasciar andare ciò che abbiamo escluso, ogni viaggio comincia da ciò che ci lasciamo alle spalle e – appunto – venire al mondo è la separazione più difficile e dolorosa eppure la più bella perché conduce a quel primo abbraccio altrimenti impossibile.
Ma da ogni esperienza “creativa” non ci si separa davvero mai più.
E’ il modo in cui lasciamo le nostre zone di conforto o le narrazioni che ci rassicurano che decide ciò che saremo. Perché poi il doverle lasciar andare non è che dipenda sempre da noi, anzi quasi mai. E a quel punto dobbiamo pur raccontarci qualcosa per sopportarlo. A volte le nostre bugie dicono di noi molto più delle nostre verità: l’inconfessabile che non sappiamo ancora mostrare agli altri ma innanzitutto a noi stessi. Allora se è vero che la realtà va scovata in ogni affabulazione è anche vero che queste ultime ne fanno parte indissolubilmente. E questi due splendidi film ci parlano proprio della verità quando irrompe nella sua crudezza a sciogliere l’enigma della sua maschera.
Siamo anche quella maschera e solo dopo averla riconosciuta possiamo separarcene.
Fatto questo siamo nuovamente pronti a tutto.

N° 12 FINALMENTE L’ALBA – LO SCANDALO DELLA PUREZZA


 

Finalmente l’alba è un film dai diversi piani di profondità e la sua ricchezza è nell’offrirli tutti con discrezione ed eleganza senza nulla togliere alla propria “generosità”. Alla fine un tale caleidoscopio di connessioni non può che portare ad altrettante interpretazioni personali. Per quanto mi riguarda ho visto soprattutto emergere una splendida epifania del femminile. Per arrivarci il film ci parla di ciò che rappresentò il Cinema nel dopoguerra: dall’incubo di un’umanità stretta intorno alle proprie macerie (e miserie) al sogno che quelle macerie vuole illuminate solo da una stella: la propria; perché la polvere sudicia della devastazione non ci riguardi più.
E il neorealismo tratteggiato in poche ma eloquenti scene gioca di contrasto
con la macchina “holliwoodiana” nell’epoca d’oro di Cinecittà.
Simmetria perfetta.
Saverio Costanzo conferma di conoscere benissimo gli strumenti che maneggia
ed è uno di quelli che non mi ha mai deluso.
La narrazione è subito intrisa della sottaciuta necessità di sopravvivere, la cui vitalità prende forma nelle spregiudicate ambizioni come negli espedienti che lastricano la salvezza: un matrimonio a buon partito o l’eldorado di quel Mondo oltre l’Oceano ancora una volta “Nuovo”. Quindi in una domenica come tante, in un pomeriggio restituito a un quotidiano nuovamente possibile del dopoguerra, nella sala d’un cinema il “Sacrificio” di una giovane che si immola per la vita di un bambino ebreo s’illumina in chiaroscuro, nelle ultime atrocità del nazismo in fuga dalla Liberazione; in controcampo il soldato americano uccide l'ufficiale tedesco pronto a giustiziare il bimbo. Nell’epilogo il soldato in campo lungo ascende la scalinata di Trinità dei Monti, evocando simbolicamente un domani finalmente migliore. Ma ci viene mostrato anche il giovane eroe che si congeda dall’orrore dopo l’ultimo gesto di coraggio, restituito alla vita e alle infinite possibilità di cui è sempre gravida la giovinezza. Soprattutto se tinta di stelle e strisce.
E questa metamorfosi, quella del giovane attore, va tenuta a mente.
Perché le trasformazioni degli altri spesso ci aiutano a capire le nostre.
Il merito è non cambiare quando il cambiamento obbedisce a regole altrui.


Mimosa (nome più simbolico non poteva esserci per un’epifania del femminile) al cinema con madre e sorella sarà comunque l’unica a emozionarsi e vivere sottopelle le vibrazioni di quell’orrore di guerra cogliendone la realtà: per lei reale è tutto quanto sia intensamente umano; a partire da quel momento ci è già chiara la sua alterità.
Dunque ritroveremo (non a caso, in un film dove tutto è simbolo e analogia) lo stesso interprete dell’eroe soldato come protagonista nel “faraonico” set di Cinecittà, dove Mimosa si trova quasi per caso a far da giovane comparsa in quell’angolo di firmamento d’oltreoceano. Lei che – a differenza di chiunque altro – quell’incanto vive con la purezza dello stupore e mai con la spregiudicatezza dell’ambizione.
“Comparsa speciale” le dicono e speciale lo è.
La terra promessa prende la forma di un Colossal, magnificando icone da rotocalco la cui emulazione significa dimenticare la miseria di ieri ed esorcizzare quella di domani.
Poi c’è il presente di lei: sogno a occhi aperti in una veglia che fagocita destini, speranze, vite. E innocenza. Ne sarà rapita, sedotta e tradita in un viaggio surreale, attraversando con candida grazia mondi assurdi come il linguaggio dei sogni, dove però reale è ogni ferita e ogni caduta su quella polvere di stelle sotto la cui coltre il suo è l’unico cuore a battere. Il silenzio della poesia è tempo sospeso, inganno involontario eppure l’unica emozione colta, offerta in dono a chi mente persino nel sogno. Finalmente l’alba è un film in cui scandalo è la purezza, rompendo da sola la quarta parete quale ancestrale confine tra la coscienza e le pulsioni dell’anima. Protagonisti disperatamente intenti a negare le proprie debolezze me che a quelle si immolano in un incosciente sacrificio, dove la cruda realtà non può che infrangere la finzione dorata.
Ed ecco che inseguendo la vita la si può perdere su una spiaggia ai margini della dolce vita o in un matrimonio fortunato solo nello sguardo altrui.


Fin quando il volto della dea perde, con gli strati della maschera,
la sua insolente divinità
svelando il segreto di una fragilità meravigliosamente umana.

Trascorsa la notte, il viaggio di Mimosa scandisce
“in direzione ostinata e contraria”
la stessa scalinata da cui cominciò
quella domenica pomeriggio
restituendone il simbolo alla realtà.
Rivoluzione che riconduce al principio, come ogni rivoluzione.
E il principio già non è più il pudore di umile ragazza del popolo
ma l’inviolabile natura del femminile.
Senza deleghe. Al di là delle parole. Delle rivendicazioni.
Fiera al suo fianco.


N° 13 SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE – L’AMORE CHE MOSTRO!


E’ stato un interessante scambio di battute con Giuseppe (nei commenti alla sua recensione) a farmi capire fino in fondo quanto sia davvero speciale questo film e a convincermi che valesse la pena parlarne qui più compiutamente.
Questo è un film che ci fa mettere a fuoco la differenza tra ciò che sentiamo e ciò che mostriamo, tra ciò che proviamo davvero e ciò che pensiamo di dover provare. Ed è indubitabile che siano piani profondamente diversi dell’esistenza la cui opposizione qui è dolorosa, rivelando cose di noi che normalmente (ci) teniamo nascoste.
E Sbagliamo.
Perché questa contraddizione è dovuta al fatto che spesso il preteso paradosso di insegnare le emozioni ne esige solo la manipolazione, fino magari a negarle. Ma sarebbe meglio piuttosto farle nostre, che solo scoprendole possiamo crescere.
Di ciò che sentiamo non potremmo mai sentirci in colpa, semplicemente perché colpa non è. Banalmente perché la sfera emotiva è per sua natura esente da qualunque giudizio morale e poco importa se ci ostiniamo a sottoporla alla sua lente.
Nel film di tutto questo ci parla un mondo adulto che sa di non poter punire ciò che è privo di volontà. Di questo ci parlano i racconti del “mostro”: lezioni per una catarsi laica dal senso di colpa che vogliono liberarci dalla cecità degli imperativi morali cui obbedisce la coscienza tarpata dal giudizio. Racconti che alludono al linguaggio del mito (qui edulcorato alla forma infantile della fiaba) e quindi alle “radici” dell’esperienza umana che solo in se stessa può cercare le risposte. Ma per quelle occorre sempre uno sguardo nuovo e Connor – anche se ancora deve esserne consapevole – già lo possiede grazie proprio a quella madre, nel momento a partire dal quale niente più sarà come prima.


La radice di “Monstrum” (dal latino, prodigio) è etimologicamente in monere (come ammonire) da cui “monstrare” (mostrare una volontà trascendente che è infine monito e insegnamento):indicare la via corretta prendendo l’aspetto di un essere sovrannaturale e quindi divino,
ma della divinità declinata nella cultura classica
che rappresenta l’umano anche e soprattutto nella sua oscenità.
L’albero che estrae le sue radici dal terreno, che diventano gambe per muovere verso il bambino, è profondamente simbolico. La parte ”radicata”, sepolta e perciò invisibile agli altri (ma che “alimenta” ciò che gli altri vedono e che per loro siamo) viene dissotterrata, emerge allo scoperto e diventa finalmente cammino verso di sé a “rivelare” i segreti di quella profondità
in cui è custodita l’origine di ogni salvezza.
Il mostro è un prodotto della fantasia del bambino:
è Connor che impara a guardarsi e a “venirsi incontro”.
Così con quelle storie ora potrà ritrovarsi raccontandosi la necessità degli esseri umani di mentire a se stessi (il principe che vuol credere che l’amata sia morta per mano della strega negando a se stesso il proprio gesto, così come il popolo che vuol crederlo innocente per ritrovare il suo amato sovrano); ma anche che in una sembianza orribile - alter ego della propria - non è detto si celi una colpa (la strega infatti è innocente) con chiaro riferimento al proprio desiderio vissuto come colpa ma che colpa non è.
Per poi comprendere (con la storia dell’uomo invisibile) che peggio di risultare invisibili allo sguardo altrui è esserlo a sé stessi, accecati dallo stesso odio che ci viene rivolto; e che poi, una volta proiettati nella realtà, gli altri quell’odio sapranno assolvere quando ne conoscono il dolore, che si può essere al mondo per cose diverse dal giudicare e dal punire (la nonna non lo rimprovera nonostante abbia devastato le sue cose).
E solo recuperando lo sguardo su di sé Connor potrà affrontare infine l’incubo della Creatura (in quell’ultima sembianza, la malattia) che l’obbliga ad afferrare sua madre sospesa nel vuoto in uno sforzo insostenibile, solo per capire che lasciar andare ciò che è impossibile trattenere è un gesto d’amore necessario anche se può apparire mostruoso.
Adesso lo sa.


Il cerchio quindi è chiuso: sta a noi assolvere l’innocenza quando gli altari si trasformano in patiboli. La morale applicata ai sentimenti è una rassicurante menzogna - con cui assecondiamo aspettative che ci schiacciano - prima illusoria e che poi al dunque può essere profondamente ingiusta e devastante. Il finale è straordinario e commuovente perché rivela che a volte la “salvezza” è proprio in ciò che rifiutiamo o che il mondo ci impone di rifiutare;
che qualunque edificazione morale calata dall’alto ci allontana dal nostro diritto di esserci,
che è molto più di esistere soltanto.
Così come amiamo non perché sia giusto ma solamente perché ne abbiamo bisogno,
come per ogni nutrimento (la voglia di dare e l’istinto di avere, cantava il buon De André).Amare ed essere amati fino all’ultimo istante è il massimo che può esser concesso
e infine lasciar andare sarà l’unico gesto in nostro potere.
Poi vivremo l’illusione del ricordo, ma solo così avremo imparato ad amare davvero.
E potremo farlo ancora.



5.2.24

"C'è ancora domani"/"Licorice Pizza" - A luci accese (divagazioni illuminate) - 5 - di Nicola C.


Dopo tantissimo tempo (al solito per colpa mia) torna anche la rubrica dell'amico Nicola, arrivata al quinto appuntamento.
Nicola, con la sua solita acutezza e capacità di analisi dei dettagli, ci parla stavolta di due film.
Il primo è il caso dell'anno, "C'è ancora domani" (che, se non sbaglio, diventa il primo film in 15 anni di blog di cui non ho parlato io ma ben DUE persone "esterne" - l'altra è stata Angela pochi mesi fa- ).
Vi invito a leggere perchè le considerazioni di Nicola, conoscendolo, saranno sicuramente molto personali e "forti".
 Il secondo Licorice Pizza, tornato abbastanza in auge per le due prime serate che i canali Rai gli hanno dedicato questi giorni.
Vi lascio a Nicola, certissimo di quanto i pezzi siano interessanti



N°  10  C’ E’ ANCORA DOMANI –  …PER LE LOTTE DI  IERI.


 Mi sono già imbattuto nella questione femminile parlando di Men,
pur mantenendo allora toni leggeri e rimanendo piuttosto sobrio sul senso del film.
Ma qui non posso evitare di entrare nel merito di alcuni aspetti su cui è sollecitata la riflessione, perché questo è un ottimo film e avrei voluto  davvero apprezzarlo fino in fondo, fino a farne quasi un manifesto nel suo magnifico pontificare tra passato e attualità, tra origine della questione (relativamente alla storia repubblicana) ed epilogo ai nostri giorni.
Per tutto il tempo mi ha sorpreso un entusiasmo quasi gioioso 
per trovarmi di fronte a un piccolo gioiello che istintivamente ho accostato 
a Una giornata particolare di Scola; d’accordo, il film di Scola è  un capolavoro che viaggia ad altre latitudini, ma il fatto che questo me lo abbia portato alla mente per me è indicativo.
L’evocazione del presente viaggiando ad arte nel passato è un’operazione riuscita alla perfezione, con tutti gli strumenti che il Cinema mette a disposizione, maneggiati con consapevole cura e profondità. 
Vero è che poi la scrittura vacilla in qualche occasione, 
una su tutte il soldato americano che fa saltare un Bar (in stile Pizza Connection) solo perché una donna incrociata per strada
(per cui nutre una pur affettuosa compassione per intuirne il vissuto) glie lo chiede; ecco, penso che una cosa del genere vada ben oltre l’inverosimile, 
ed è "grave" perché nella narrazione 
rappresenta uno degli snodi cruciali che portano all’epilogo.
Ma vabbè, di fronte alla bellezza dell’opera nel suo complesso 
sarei disposto a passare anche sopra a questo, 
che al massimo gli conferisce un tocco un po' surreale. 
E proprio quando ero così soddisfatto per aver assistito a queste due ore 
di cinema bello, potente nei contenuti senza mai perdere la leggerezza 
con cui ci accompagna in ogni singola piega, 
ecco che mi imbatto incredulo nel finale. 
Un finale che a mio avviso disinnesca tutto o gran parte quanto di buono 
costruito fino a un momento prima. 
Non ci voglio credere fino ai titoli di coda, ma devo proprio farmene una ragione.
Si è passati dalla rabbia che brucia sotto la pelle di quei segni 
che invocano un riscatto necessario e definitivo, alla lezione di Educazione civica,così… senza che neanche la campanella ce lo annunci.
Di punto in bianco siamo semplicemente ridotti agli edificanti gesti 
con cui la società del diritto ci promuove a cittadini, 
più di ciò che percepiamo di noi stessi, di chi ci è accanto,dell’odio e amore che respiriamo ogni giorno.
Insomma, i diritti della cittadinanza ci realizzano come esseri umani 
anche quando non ce ne viene riconosciuta la dignità nel profondo della cultura dominante e delle relazioni che ci tengono al mondo. 

“Voto quindi esisto”
è il corollario rassicurante della dignità femminile celebrato nell’ atto conclusivo del film.
Ebbè, uno ci rimane male.
Ma per la banale ed evidente constatazione che quel diritto poco o niente ha cambiato nella parabola dell’emancipazione femminile in sé 
(che è il tema) 
se le cose oggi stanno come stanno e cioè male
(che è pure il messaggio del film).



Il voto femminile fu ovviamente un traguardo doveroso e tardivo già allora,
che tutti abbiamo felicemente salutato e che sarebbe inevitabilmente arrivato in un’Italia comunque democratica, ma il problema è farne una bandiera di svolta femminista
(per chi ha nostalgia di quest’espressione).
Ebbe sì un valore epocale, ma è pur evidente che non vi fu dato seguito 
(il che getta qualche ombra pure sulla genuinità di quel gesto 
da parte di molti che finirono per concederlo).
Il parlamento che riconobbe il voto alle donne è lo stesso che da allora 
ha continuato a essere composto prevalentemente da uomini, 
che ha perpetrato la stessa pigrizia sul diritto all’eguaglianza 
e ha promulgato solo alcuni anni fa la Legge 40, violando deliberatamente salute e corpo  della donna nella procreazione assistita (il tema più propriamente e profondamente femminile di tutti) sotto dettatura dei vescovi italiani  
(l’ala più oscurantista e reazionaria della Chiesa che fece il bello e cattivo tempo in combutta con il parlamento approfittando della malattia di Giovanni Paolo II); peraltro le donne (o meglio la maggioranza di esse) stettero in silenzio e a casa nell’appuntamento storico con il referendum abrogativo, pur potendosi avvalere del famigerato diritto di voto, rimanendo al tema.
Se vogliamo, anche quell’astensione fu espressione di cittadinanza,
il diritto a una democratica abdicazione civile.
Ci pensò infine la magistratura a smontare quel mostro legislativo per la sua evidente incostituzionalità.
Sì, perché il fatto che evidentemente sfugge è che i diritti negati 
si conquistano sempre con la lotta (anche civile, non violenta) 
dimostrando di essere più forti di chi quel diritto nega,
traendo forza delle proprie ragioni e dalla loro condivisione 
al punto da farle valere su tutto e tutti da una posizione di sostanziale sottomissione o emarginazione.
Si tratta di istanze che appartengono ai singoli individui 
che uno ad uno finiscono per essere moltitudine, 
rivendicando la propria esistenza quando è negata. 
E la Storia sa essere crudele nell’imporne il prezzo, 
è fatta da esseri umani e riflette sempre ciò che essi sono.
Va subito detto che il diritto di voto non fu conquistato dalle donne ma concesso (dagli uomini); e fu concesso nell’ambito più ampio della necessità di traghettare il paese con sufficiente credibilità dal passato fascista all’alveo delle democrazie in orbita atlantica, in un paese che non poteva essere governato da altri che coloro che lo governarono per i successivi quarant’anni
(fino alla caduta del muro).
 Certo, furono concessi certi margini di manovra al livello del suffragio locale o referendario, ma il voto politico in sé (degli uomini quanto delle donne) 
non era previsto ne cambiasse la storia, 
che rimaneva quella decisa nelle stanze della diplomazia post bellica 
con le buone o con le cattive
(chiedere alla Grecia dei Colonnelli, mentre qui organizzazioni 
come Gladio vigilavano sullo status quo).
La stessa democrazia non fu dunque una conquista per il Paese 
(anche se spesso la si celebra come tale), 
ma una condizione imposta agli sconfitti dai vincitori.
Prima di allora gli italiani avevano scelto il fascismo ed ebbero le idee molto chiare su questo.
E la società di cui ci parla il film è ancora quella, 
la sua anima profonda non cambiò in una notte per la firma di qualche trattato. 
C’è tutta la differenza possibile tra un diritto calato dall’alto 
e uno che incarna la memoria del doloroso prezzo di una conquista, 
sarà per questo che la democrazia italiana non si è mai davvero compiuta 
e l’uomo forte e carismatico rimane suggestione sempre appetita dalle masse, è storia persino recente.
Se dobbiamo evocare l'Educazione civica o la Storia allora usiamo i riferimenti giusti, 
almeno per aprire gli occhi su chi siamo davvero, 
se proprio si pensa di voler cambiare qualcosa.
Invece ho visto assurgere senza alcun indugio il voto politico a chiave di volta del riscatto femminile,
quel punto a partire dal quale la Storia volta pagina 
e apre tutte quelle possibilità precluse fino a un istante prima 
perché le cose vadano finalmente a posto.
E tiriamo tutti un sospiro di sollievo.
Peccato che le cose a posto poi non ci siano mai andate.
Ecco, confondere la retorica delle narrazioni con la memoria storica 
spiega ad esempio perché, da quel momento,
proprio le donne siano ancora tanto discriminate, 
quando non abbandonate a se stesse persino dinnanzi alla violenza 
pur essendo cittadine con tutti i crismi in una società – quella italiana – 
che dietro un dedalo di mantra politicamente corretti 
perpetua ostinatamente - al modo dei nostri tempi - il passato denunciato dalla Cortellesi.
Non saper leggere la Storia è cosa assolutamente perdonabile, ognuno ha le proprie attitudini, ma non farlo col “senno del poi” per ciò che ci riguarda in prima persona  è grave, denota un’infatuazione ideologica che altera proprio la percezione della realtà 
e quindi preclude al suo cambiamento.
E la realtà oggi non ci piace, segno che i presupposti su cui è costruita non sono quelli che vorremmo o comunque sono ampiamente insufficienti a renderla migliore.
Comunque, per chiarezza, non disconosco il valore della “cittadinanza”, che è anzi la cifra antropologica occidentale che custodisce il valore soggettivo della nostra esistenza
entro la consapevolezza dell’oggettività di un diritto comune.
Ma poi bisogna vedere quale ruolo è chiamata a interpretare questa cittadinanza 
se costruita su un rito politico collettivo che ci rassicura negandoci.
Per cambiare la storia (o almeno provarci) è sempre necessario uno sguardo 
che colga coraggiosamente la cruda umanità delle cose 
su cui restare “vedenti” prima che sognanti,
tanto sul piano collettivo quanto su quello della storia di ognuno.



 Nel mondo attorno a Delia l’amore e il rispetto sono in coloro 
che vivono oltre il senso comune che tutto appiattisce 
rendendo orrendamente normali piccole e grandi brutalità;
e ci sono sempre i segni con cui capire se lo sguardo e i gesti di chi abbiamo di fronte siano amorevoli o cerchino la nostra umiliazione.
E non è certo il ruolo di cittadini a venirci incontro se vogliamo ignorare questa differenza.
Delia ha imparato a sue spese a riconoscerla.
Sequenza magistrale di Cinema quella in cui al suo sguardo si svela il ragazzo già non più scanzonato, con l’onore di uomo che ne solletica l’orgoglio e le mani nei gesti divenuti ormai latenti minacce sul volto di sua figlia.
Destini già segnati, altrettante declinazioni della cittadinanza 
già scritte e approvate dalla Storia.
L’eroismo di Delia è non abdicare all’inconfessabile rassegnazione 
insegnata e pretesa dal Passato:
per la figlia di Delia c’è ancora domani
solo se ne capirà l’unica lezione possibile.

 

N°  11  LICORICE PIZZA – LA LUCE PROPRIA DEI SOGNI



 Per me è impossibile non voler bene a questo film, anche per la curiosa circostanza di essermi casualmente capitato di vederlo cominciando dalla metà, per poi (successivamente) riprenderlo dall’inizio (e non era possibile resistere!). 
Ho rivissuto quando da ragazzino - in un curioso déjà vu con i miei personali anni ’70 - 
capitava che mi portassero al cinema all’intervallo, vedendo così i due tempi in ordine inverso. Impossibile (e inconcepibile) oggi: siamo dominati dalla linearità delle cose sin da piccoli 
(al punto da farne un’aspettativa, ma il mondo delle emozioni che restano non conosce linearità). 
Questa circostanza mi ha restituito la sensazione infantile di un’epoca mirabilmente evocata 
per tutto il film, seppure a diverse latitudini, ma a quei tempi anche qui era un po’ tutto America. 
Quindi non è solo con spirito – diciamo così – analitico, ma anche con certa languida emozione dico che LP è già in se stesso ciò che vuole raccontare: un bellissimo inno alla purezza  (Ah!… Lei recita talmente bene che sembra non  farlo mai).
LP è implacabile nel ridimensionare il mondo autoreferenziale di tutto ciò che si presenta 
come un punto d’arrivo: la vanagloria confezionata per relegare all’anonimato tutto all’infuori di sé. 
Una sfilata di icone la cui infallibilità brilla soltanto negli ingenui occhi di chi le guarda.
Ma qui Anderson mostra che quella presunta grandezza, quella rassicurante spregiudicatezza di cui luccica il “mondo dei Grandi” non è mai esistita davvero e l’unico atto amabilmente spregiudicato è l’incanto di chi, di fronte a quel mondo, sogna.  
E sogna perché non sa; sogna perché i sogni di cui traboccano i propri desideri potrebbero inondare qualunque cosa: salva quindi è l’innocenza (e noi nel poterla ammirare).
Ai margini di quel "mondo giocattolo" Alana e Gary sono le uniche presenze reali che possono ammirare mondi dorati come scintillanti promesse solo grazie al fatto di non appartenervi, se non altro per “privilegio d’anagrafe”: 

4.5.23

Comparazioni tra Joker/Freaks Out - Anime Nere/A Chiara - La persona peggiore del mono/Thelma - A Luci accese (divagazioni illuminate) - 4 -di Nicola C.

 


Finalmente un altro pezzo dell'amico Nicola.
Un pezzone.
Nicola mette in comparazione - in tre diverse "coppie" - sei bellissimi film (io ne ho visti 5 e amati tutti, uno più bello dell'altro).
Prima analizza le due figure del Joker di Phoenix e di Franz (Freaks Out).
Poi ci parla di due grandi film italiani, A Chiara (mezzo capolavoro) e Anime Nere.
Poi confronta due film di uno dei migliori registi europei emergenti, Joachim Trier.
I due film, anche questi imperdibili, sono La Persona peggiore del mondo e Thelma.
Starà a voi scoprire come e perchè Nicola ha creato queste tre coppie.


N° 7 JOKER E FRANZ (DI FREAKS OUT) – DUE MASCHERE AGLI ANTIPODI

 

“Siamo la Mont Blanc con cui ti faccio fuori
Siamo la risata dentro al tunnel degli orrori”


Se i pensieri avessero una colonna sonora questa qui di Ligabue adesso sarebbe perfetta.

Le osservazioni riguardo Franz e Joker su cui non ho potuto evitare di cimentarmi maturano da un debito intellettuale (ma anche, diciamo così, emotivo) con le analisi sempre illuminanti in cui ci si imbatte nel Blog, dove è impossibile non essere catturati dalla suggestione di una visione nuova, comunque diversa da quella che si aveva prima. Dico diversa nel senso che ti accorgi che ogni cosa avessi avuto in mente ormai non basta più e andare oltre è lo stimolo che feconda una necessità: quella dei viaggi dello sguardo interiore che altrimenti non avresti fatto e che ti conducono verso la tua parte migliore. Questo è successo grosso modo ogni volta che ho letto le recensioni del Buio (da cui nascono la maggior parte delle cose presenti in questo spazio) come risultato di un dialogo spontaneo, perché sarebbe stato impossibile convivere con gli innumerevoli sospesi sollecitati dalla profondità del contenuto e del linguaggio.

Le risposte che di volta in volta mi sono dato sono diventate altrettante parti qui pubblicate, insieme ad altre volente o nolente avvinte da quelle stesse suggestioni.

Quando nella recensione di Freaks out ho visto accostati Franz e Joker da Giuseppe, non ho potuto fare a meno di seguire quell’iperbole, trattandosi non solo di due personaggi ma di due “topos” del dramma contemporaneo. Approfondire per comparazione singoli aspetti o personaggi (come in questo caso) di un film è un esercizio che consente la lettura trasversale dei diversi piani del "testo", fino a dilatarne parti che possono divenire un discorso in sé.

Franz e Joker, quindi.
Due maschere condannate all’emarginazione perché il fallimento è reietto.
Il successo è lo status dominante.
Ma il disprezzo tradito dalle sue maschere rassicuranti trafigge l’anima.

Il ghigno di Joker è controcampo al sorriso di ogni melliflua benevolenza, ma anche e soprattutto all’insolenza con cui è inflitta la propria immagine vincente, tale perché sempre dal lato giusto dei muri invisibili dell’esclusione. E infine della smorfia di dolore e rabbia che è impossibile trattenere. Una maschera che si rivolge alle espressioni più civili del disumano, di cui si arrogano le persone ammodo nei gesti politicamente corretti in cui si compiace l’indifferenza. La crudeltà di Joker ci sbatte dall'altra parte di quel sorriso, conducendoci alle estreme conseguenze delle crescenti sfumature dell'isolamento. Una società  che non pratica apertamente la violenza soltanto perché preferisce delegarla dove, forte della propria invisibilità, può colpire fino in fondo mentre si è impegnati a fabbricare giustificazioni morali.  La maschera di Joker mostra chi e' quell'uomo se solo perseguisse fino alla fine la propria mostruosità, infliggendola a sua volta come uno specchio in cui è riflessa tutta la crudeltà della Storia. Il paradosso di Joker risiede proprio nella purezza della propria follia che ne rende l’aspetto più autentico di quanto ci sia dietro qualsiasi maschera.

E proprio in questo Franz e Joker rappresentano cose molto diverse.
Franz non  è non e' nulla di quanto detto fin qui.



Egli incarna l'impotenza patologica dell'uomo forte, l'anima infantile che è sempre all'origine del potere e della sua capricciosa ostinazione (di cui in troppi portano i segni sulla pelle finché non diventi scorza). I suoi caratteri sono ovunque marcati dall'isteria: quando fracassa la testa dell'uomo con le branchie (per il fallito esperimento) e' il bambino deluso e infuriato che distrugge il proprio giocattolo difettoso. E’ perennemente schiacciato dalla frustrazione delle proprie aspettative: anche lui patisce un’esclusione impietosa ma ad essa offre l’ostinata obbedienza in cerca di riabilitazione, fino a cadere nella grottesca cecità di chi ha negato se stesso. Franz amputa di sé l'unica parte che ne sospendeva la disumanità, perché nel suo mondo (il nazionalsocialismo) ha solo questa per essere accettato e redimere il proprio fallimento. Matilde è quel mondo affettivo che gli è ormai precluso perché amputata è quella parte sua dell’anima, in quelle dita che ne erano la residua appendice. In questo sì è una vittima, essendo quella mutilazione inferta dall’odio di cui è stato nutrito, ma la colpa di Franz è l’efferato rifiuto di ogni possibilità diversa che avrebbe dato un senso a una fine che egli aveva il privilegio di vedere come inevitabile; e quindi perché non renderla meravigliosa visto che crudele è comunque destinata ad esserlo? Non è un caso che la sua “comprensione” di Matilde coincida con la fine del “mostro”, ma un’altra creatura sarebbe stata possibile se solo nr avesse avuto il coraggio. L’emarginazione di Franz passa per delle scelte: aspira a essere carnefice solo come la via più semplice per uscire dal ruolo di vittima. Tradisce se stesso e lo sa. Egli non ha mai voluto essere speciale ma esattamente come tutti gli altri, perché il conformismo è l’unico carattere che riduce alla normalità qualunque abominio. Pateticamente non ci riesce, deludendo le aspettative che sente su di sé. Franz incarna la psicosi collettiva del nazismo, che peraltro interpreta magistralmente. Vuole sentirsi parte dell’ordine costituito, esserne cullato e protetto come tra le braccia di un padre spietato la cui benevolenza faccia sentire al sicuro, ma soprattutto una volta per tutte speciale. Vero è che nessuno dei Freaks avrebbe cambiato la storia, ma è tutt’altro che una debolezza di sceneggiatura (questo capolavoro infatti non ne ha): con la cattura di uno di loro egli insegue il colpo di scena, come il bambino che si sogna prodigio per fuggire dallo sforzo di crescere. Vuole essere credibile al mondo perché credere in se stesso richiede un coraggio che non ha o in cui semplicemente non vuole imbattersi. Prevede il futuro sapendo bene che in quanto tale non può essere cambiato: e infatti non vuole cambiarlo, vuole solo entrare nel presente prima che il suo mondo finisca. Ma il tempo stringe impietosamente e lo sa.


Joker, a modo suo, ci restituisce la maschera che irride sprezzante le ferite dell’anima e che ha ridisegnato con il gusto beffardo del paradosso. Franz, al contrario, è fedele al suo mondo e cerca con ogni mezzo di farne parte, immolandone agli altari la diversità  in segno di devozione filiale. Perché – a differenza del Joker –  non ha nessuna coscienza critica ma solo l’incosciente obbedienza infantile che non sa e non può giudicare gli adulti, ma solo disperatamente assecondarli per esserne accolto.

 

N° 8  A CHIARA E ANIME NERE - LA SCHIAVITU’ DEL SANGUE


Guardando A Chiara continuava a tornarmi in mente Anime nere, che avevo visto molto tempo prima. Allora ho dovuto proprio rivederlo (e ho fatto bene) per capire meglio cosa pungolasse la mia memoria. La comparazione (come atto istintivo, non scolastico) ha anche il merito di creare qualcosa che vale più del contributo delle singole opere, eppure le valorizza per ciò che sono nella sostanza. 

A Chiara e Anime nere sono due pellicole assolutamente sovrapponibili nell'essenza di ciò che rappresentano, ognuna però a modo suo. A Chiara ci mostra la sua storia dall'interno, scovando l’anima di un volto che condensa tutto ciò che accade intorno, al punto che non avremmo neanche bisogno di vedere. Siamo tutt’uno con quell'intensità' meravigliosamente umana e non ci serve altro. In Anime nere protagonisti sono i fatti e i personaggi li percorrono come un destino cui obbediscono secondo le regole classiche (e sempre valide) della tragedia. Ma sono due film che, sebbene di autori diversi, snocciolano lo stesso teorema offrendo epiloghi opposti pur partendo dalle medesime premesse: vicenda familiare nell'ambiente 'ndranghetista calabrese, mercato della droga nel deserto di qualunque altra economia, amori traditi di padri e figli che si scontrano sull’assurdità dei principi imposti dal “sangue”.

13.12.22

La Scuola Cattolica/Circeo/Pasolini /Calvino - A luci accese (divagazioni illuminate) - 3 - di Nicola C-

 

Terzo appuntamento con l'amico Nicola che scrive un pezzo magnifico, impegnato, forse scomodo, che, prendendo spunto dal film "La Scuola Cattolica", ripercorre un'epoca (quella del massacro del Circeo, cui il film fa riferimento), sfiora altre pellicole (come Il Divo e Todo Modo) fino ad arrivare a Pasolini e Calvino (e una loro celebre querelle).
Se potete ritagliatevi il tempo di leggere

N° 7  LA SCUOLA CATTOLICA (CITANDO IL DIVO) - IL POTERE SACRO DELLE CLASSI DIRIGENTI

Abbiamo un mandato, noi.

Un mandato divino.

Bisogna amare così tanto Dio

per capire quanto sia necessario il male

per avere il bene.

Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.

 

[Paolo Sorrentino, IL DIVO]

 
 Chi leggerà queste righe avendo vissuto il periodo di cui parliamo, potrà trovarle forse pretenziose o a buona ragione retoriche; le consideri nel peggiore dei casi un’escursione nella memoria (parola abusata che uso e ascolto sempre con reticenza e che – assicuro – non ripeterò). La Scuola cattolica è film che si è imposto all’attenzione generale evocando la strage del Circeo (1975) e il carico scabroso del suo orrore, ma è bene dire subito che non è un’opera su quel delitto, nel senso che quest’ultimo è cronaca che rientra nel mondo che Stefano Mordini cerca di mostrare e che porta a considerazioni molto più ampie e direi interessanti. Sul piano formale viene descritto il mondo giovanile da cui scaturì quella mostruosa pagina di cronaca con un’analisi tutto sommato congrua del contesto, ed è proprio partendo da quella che ho sentito il bisogno di spingermi a una visione più ampia. Quegli eventi infatti andrebbero letti al di là della cronaca nera, per quanto orribili, anche a costo di andare sopra le righe. Guardare oltre è un atteggiamento sempre costruttivo e a volte anche iperboli apparentemente audaci aggiungono un patrimonio di riflessioni preziose.  Al tempo poi il compito di dar loro la giusta dimensione. A me La scuola cattolica è subito apparso come un resoconto di come mantenendo un ordine costituito si stesse già definendo di fatto quello che sarebbe seguito, attraverso l’inevitabile osmosi dalle aule e i cortili scolastici ai rapporti “fuori” che ne sono la naturale prosecuzione fino a diventare uomini. Un travaso di identità dal passato alle nuove generazioni, dagli adulti ai giovani, dai padri ai figli. Qui non interessa valutare gli elementi estetici del film, ma semplicemente approfittare dei contenuti per comprenderne il soggetto così come – piaccia o meno – è stato rappresentato. Personalmente la considero una pellicola che merita uno sguardo attento, anche al di là dei suoi meriti di scrittura e direzione; non che manchino opere sul tema, ma questa ha il pregio di inscriverlo esattamente nell’ottica di allora. Il film di Mordini prova a riavvolgere il nastro fermandosi in un quotidiano giovanile in cui apparentemente non succede nulla di eclatante; non mette a fuoco i fatti cruciali dell’epoca ma lo sfondo su cui accaddero fuori dal conformismo della cronaca. Dico solo, casomai, che ho trovato didascalici i passaggi che tentino di spiegare i rapporti tra adolescenti solo attraverso l’azione corrosiva di certe dinamiche del mondo adulto (figure familiari o educative ridotte perlopiù al grottesco). Non che disapprovi il metodo, è solo che la rappresentazione mi è apparsa sbrigativa nel merito senza osare in profondità. Detto questo, ho trovato certamente più convincente la narrazione di quella gioventù quando si disvela in assenza degli adulti mettendone in evidenza finalmente l’influenza concreta.



Il primo elemento che emerge è che i giovani rappresentati sono esattamente ciò che quei modelli educativi - famiglia, società, scuola -  volente o neolente dovevano produrre.  Nel contesto di cui parliamo i loro comportamenti non potrebbero mai essere effetto di un disagio sociale con il suo carico di rabbia dovuta all’emarginazione, ma piuttosto sono oggetto dello scrupolo di un apparato “adulto” che si è occupato di loro con intenzioni calcolate. Tutto quanto si rappresenta nel quotidiano è il risultato di un indottrinamento puntuale nel metodo, coerente nelle intenzioni ed efficace nel risultato. E certo tutto si svolge in seno a una classe sociale che plagia, come sotto cultura, quelle subalterne quale modello dominante. L’Istituto cattolico raccontato da Mordini raccoglie la “meglio gioventù” dell’alta borghesia romana, individuando accuratamente (in una ricostruzione che mi è parsa appropriata) un perimetro narrativo entro cui definire il topos della continuità di quelle generazioni, ma soprattutto delle condizioni che la  resero possibile. Si ravvisa sempre la misurata intenzione di dare ordine al caos dell’adolescenza, il che porta a sistemi educativi precisamente orientati all’imperativo di “dover funzionare”. La religione di Stato (come paradigma retorico) declina l’autoritarismo in una veste confessionale, disinnescando qualunque visione critica dell’individuo. La devozione ridotta ad attitudine all’obbedienza induce a percepire come inadeguatezza il disagio verso valori e rapporti imperanti, che quindi vengono subiti o assunti acriticamente: quanto necessario per una società bipolare nel concepire quello di “dominante” e “dominato” come unici ruoli possibili cui ricondurre ogni rapporto. Il potere assume un carattere sempre soggettivo: è tollerabile essere dominati solo nell'illusione narcisistica di essere dominanti a propria volta o subendo la fascinazione del potere. Il compiacimento dell’autorità quale unica gratificazione erotizza l’esercizio del potere stesso, tanto nel carisma dei suoi attori quanto in ogni singolo atto che lo determina. Una dimensione predatoria dell’eros: tra adolescenti, l’amicizia o l’approccio tra i sessi, è un quotidiano addestramento ai rapporti di forza in cui prevale sempre la negazione del sé. E’ la stessa frustrazione che ha ormai avvizzito i rapporti tra adulti su cui – mi permetto – Mordini però calca davvero un po’ la mano nella direzione sbagliata. 


La scuola cattolica descrive il prodotto culturale di una visione politica in senso stretto, che garantisce sotto traccia un vivaio tanto al nuovo modello autoritario quanto alla silenziosa complicità della moltitudine dei suoi servitori, per i quali la ragion di Stato (sotto le spoglie democrazia) sostituirà i feticci clericali (la cui funzione pedagogica è assolta). Essere “iniziati” a quel determinato assunto di valori, nella condivisione tacita dei suoi codici, ne implica un’appartenenza totalizzante, pena l’atteggiamento vessatorio (magari sottoforma di certa virile goliardia) a cui il mondo adulto appare sempre senziente. Il film ha la giusta intuizione, le cose effettivamente avvengono dove e come le vediamo rappresentate e lo scenario ha tutti gli elementi simbolici e concreti per mostrarci dove può spingersi il limite strisciante dei rapporti, fino al momento in cui limiti non ce ne saranno: l’assimilazione al mondo adulto.  E’ l’investitura alla libertà di concepire (attivamente o passivamente) qualunque atto nella mostruosa, inconfessabile contraddizione di perpetuare il male per garantire il bene” (Il divo), quale distillato della maturità cui sarebbero destinati i protagonisti dell’affresco di Mordini. Parole, quelle del Divo, che sono parafrasi evidente del “Todo modo para buscar la volontà divina” evocato da Elio Petri nel 1964 in Todo modo a sradicare l’anima del cattolicesimo democristiano: il diritto (divino) di agire aldilà del bene e del male di cui si appropria una classe dirigente all’interno dell’apparato democratico. Il film ne inscena la grottesca rappresentazione (dando visionario seguito alla necessità di processare la DC denunciata da Pasolini) nel rito di espiazione collettiva della dirigenza del partito, riunita per l’occasione negli esercizi spirituali ignaziani. Tuttavia su quell’altare non vedremo altro che la reiterazione sempre più efferata delle colpe fino all’epilogo di una condanna perentoria e definitiva. Colpe che solo in virtù dell’immunità del proprio rango possono essere confessate: lo stesso “mea culpa” che risuona nel Divo (di cui il film di Petri a mio avviso non può che essere stato d’ispirazione) al cui monologo appartiene qui ogni citazione.


L’autoreferenzialità incensata dal divino rappresentata in Todo modo è dunque un filo sottile ma robusto che lega i mondi esplorati dai film di Sorrentino e Mordini nei diversi gradi e momenti del proprio sviluppo. Il Divo fa due passi avanti, proiettandone la spregiudicatezza nella forma più compiuta, arrivando a evocare la lunga stagione dell’estrema ratio quale opzione risolutiva per conservare il controllo della società con ogni mezzo (todo modo, appunto). E questo esige un’applicazione quasi ascetica, con il distacco e la motivazione necessari per elevarsi al di sopra della colpa in nome di una causa più giusta. Un’orrenda fede ideologica negli atti stessi che si è chiamati a determinare. Nella Scuola cattolica vediamo quindi allevare in erba proprio quanto già compiuto nel Divo nell’atto di aver officiato il sacrificio con i paramenti sacri del potere

 

La responsabilità diretta o indiretta

per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984,

e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti.

A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso.

Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa,

per mia grandissima colpa.

Questo dico anche se non serve