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29.9.17

Recensione: "Kotoko" - Orientarsi a Oriente, viaggio nel cinema asiatico - 1 - di Claudio Cappannari


Claudio è un amico.
Claudio è una persona buona, quasi un ossimoro con gambe e braccia tanto è schivo quanto simpaticissimo.
Ma, fuor di vita, quello che ci interessa in questo contesto è che Claudio è uno dei più grandi esperti di cinema orientale italiani nonchè subber ("sottotitolatore") di tanti capolavori di quelle latitudini.
Gli ho chiesto se se la sentiva di fare una rubrica.
Se l'è sentita.
Questo il primo appuntamento

In quest' opera Tsukamoto si discosta (ma non del tutto) dai territori metropolitani per avventurarsi nei meandri della mente. Oltre al proprio inconfondibile stile, il regista ci regalerà un vero e proprio one-woman-show grazie alla straordinaria interpretazione della cantante Cocco, che donerà corpo, mente e voce al personaggio di Kotoko, oltre che occuparsi della scenografia e della sceneggiatura, scritta a quattro mani col regista. 
Il film si apre con una bambina che danza sola in riva al mare, questa sarà l'unica scena realmente idilliaca e spensierata, perché di colpo saremo catapultati nella vita presente di Kotoko, interrotti da quell' evento traumatico indefinito che probabilmente è all'origine dei suoi problemi. 
Kotoko è il titolo del film, ed in effetti Kotoko non solo è presente costantemente, ma tutte le immagini che vedremo corrispondono alla sua visione ed ai suoi pensieri. La camera a mano instabile mostrerà tutto il suo disordine e la sua fragilità, e questo movimento ai limiti, o oltre, del fastidio ci accompagnerà per tutto il film, senza tregua saremo continuamente sballottati nell' inquadratura, così come una persona con problemi psichici è costretta a convivere ogni singolo secondo con la sua condizione. A questa atmosfera contribuisce enormemente anche il montaggio sonoro, con l'amplificazione di suoni stridenti e rumori, e la location: il caseggiato di cemento in cui vive Kotoko, ricorda i cunicoli di "Haze", altro labirinto mentale costruito da Tsukamoto. 


Per un'ora e mezzo ci troveremo a vivere la vita di Kotoko insieme a lei, vivremo il suo distacco e la sua insicurezza in un mondo che sente alieno, rappresentato dalla sua "visione doppia": di ogni persona che incontra vede anche una sua controparte negativa e minacciosa, e non riesce a distinguere quale delle due sia reale. Questa debolezza è anche alimentata dai telegiornali che divulgano continuamente notizie di cronaca nera. 
Non riuscendo a trovare sostegno negli altri, Kotoko deve contare solo su se stessa, ed anche qui avremo un dualismo nei metodi che ha sviluppato: l'autolesionismo e il canto. Praticato nelle stanze più buie della sua casa il primo, e all' aperto in scene luminosissime il secondo. Ma in entrambi i casi il sollievo sarà momentaneo e illusorio.