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18.3.19

"La vita in pochi frame", la potenza di una scena o di una inquadratura - 1 - la ragazza di schiena in Oslo, 31 August


Comincio una nuova rubrica, ovvero quella in cui presento e provo ad analizzare delle piccole scene (o anche pochi frame) che dentro nascondono mille cose.

presenti spoiler

Volevo iniziare con questo poco conosciuto film danese, Oslo, 31 August di Joachin Trier.
E' la storia di un trentenne tossico e buono come il pane, Anders.
Finalmente ha un giorno per uscire dalla rehab dove era ricoverato.
E il film questo ci racconta, il suo giorno fuori, quello dove deve iniziare a rimettere insieme la propria vita per ripartire.
Film bellissimo, molto doloroso, di grandissima empatia, non retorico.
La figura di Anders ti rimane appiccicata addosso, specie perchè molti trentenni e quarantenni di oggi rischiano un forte senso di immedesimazione.
Anders tenta il suicidio nella prima scena, nell'alba successiva ad una notte di sesso con una donna, appena uscito dal centro di recupero.
Fallisce.
E comincia così un film che va da alba ad alba, un solo giorno.
Film sullo smarrimento, su una generazione che si sente fallita e che non crede di poter rimettere mai più la testa fuori, sulla finzione del sorriso che nasconde profonde depressioni interiori.
Anders incontra amici, fa colloqui di lavoro, fa fingere a sè stesso di potercela fare ma non ci crede per niente.
Ma in questa rubrica non voglio parlare troppo del film (se volete c'è la recensione) ma soffermarmi in una sola scena.

Anders conosce una bellissima ragazza.
A lei lui piace e benchè l'abbia appena conosciuto sembra disposta a impegnarsi o provare a frequentarsi.
Dopo una notte passata insieme (non sessualmente) si ritrovano la mattina davanti ad una grandissima piscina.
I due amici di lei si tuffano, lei si spoglia per farlo.
Anche Anders sembra entusiasta e si toglie di corsa le scarpe.
Poi, si ferma.
Lei è lì, nuda, di schiena, gli dice che senza di lui non si tuffa.
Anders accenna un sorriso e la guarda con due occhi profondissimi.
Poi, diventa serio.
Poi lei si tuffa.
Poi vediamo lui tornare indietro, è andato via.

Quella descritta è una sequenza di devastante e meravigliosa profondità.
Lui che si toglie le scarpe e poi si blocca.
Lei, bellissima, di schiena, che lo aspetta.
L'alba.
Tutti simboli di una promessa, di una rinascita, di una possibile felicità.
Eppure Anders in un nanosecondo si blocca, per poi sorriderle e tornare indietro.
Tutto è una straziante metafora della tremenda paura di essere felici, a volte più forte e ineludibile di quella di star male.
Anders in quell'alba e in quella schiena ha visto qualcosa che pensa di non poter raggiungere, o meritare, o volere.
Oppure avrà pensato che tutto questo è effimero, non vero, che la sua realtà è un'altra, che lui è segnato.
E' questione di pochi secondi, sono scelte esistenziali che si prendono in un amen.
Le scarpe tolte e poi quel fermarsi, il sorriso e poi la serietà.
In quei pochi secondi Anders ha probabilmente davvero pensato che sì, la felicità esiste ed è lontana pochi passi.
Ma, in pochi attimi, il suo cervello gli ha fatto rifiutare tutto questo.
E allora se ne va indietro, verso quel destino che lui si sente già segnato ma che in realtà, segnato, non lo era per niente.
E credo che questo possa capitare molto spesso a chi decide di farla finita, avere un ultimo momento in cui decidere se essere felici, credere addirittura di poterlo essere, avere un'ultima, concreta, chance in cui si stanno per trovare le forze di buttarsi in piscina.
Ma quei 3 secondi di luce se non portano ad una luce ancora più intensa sono il viatico più sicuro verso il nero assoluto.
Eppure le scarpe le aveva tolte.
Ma, togliendole, era anche caduto.
Non credo sia un caso.