Torna una delle rubriche più accattivanti per me (anche se per adesso non sono mai entrato su Mubi...), ovvero quella di Riccardo e il suo scovare su quella bellissima piattaforma i film più interessanti da vedere.
E questo lo sembra davvero molto...
La parola a lui.
E questo lo sembra davvero molto...
La parola a lui.
------------------------------------------------------------
Magico come un sogno tormentato senza tempo, reale e preciso come un trattato etnografico contemporaneo, ‘The Dead and the Others’ è un viaggio esistenziale alla ricerca delle radici ancestrali del dolore. Un mondo di natura e di lutto visto attraverso gli occhi già adulti di un giovane indigeno di 15 anni, che cova dentro di sé uno strano disagio spirituale.
Magico come un sogno tormentato senza tempo, reale e preciso come un trattato etnografico contemporaneo, ‘The Dead and the Others’ è un viaggio esistenziale alla ricerca delle radici ancestrali del dolore. Un mondo di natura e di lutto visto attraverso gli occhi già adulti di un giovane indigeno di 15 anni, che cova dentro di sé uno strano disagio spirituale.
Disponibile nella Videoteca/Library MUBI (anche sottotitolato in italiano).
Vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione ‘Un Certain Regard’ del Festival di Cannes 2018.
(presenti spoiler dopo l’ultima immagine)
È notte. Tutti dormono. Tutti tranne Ihjac, un indigeno della tribù Krahô del nord del Brasile.
Ha appena 15 anni, ma capiamo subito che la sensibilità che lo caratterizza non è quella di un adolescente. Sì, perché qualcosa lo lega alla natura incontaminata che gli sta attorno. Qualcosa che l’ha svegliato in quella notte, mentre tutti gli altri esseri umani riposavano in silenzio, dopo che è calato il sole.
La foresta infatti non sta dormendo, e con essa anche le anime e gli spiriti che la abitano. Basta saperli ascoltare, individuando la giusta frequenza in quel concerto di voci animali che si sovrappongono e si alternano.
Proprio lì, proprio in quella notte, Ihjac incontra, dopo averlo visto in sogno, lo spirito del padre defunto. Ma non sarà un abbraccio caloroso a ricongiungere i due familiari. Quanto più una richiesta sommessa ed esasperata.
L’anima del padre vaga infatti al freddo e al buio. Perché nessuno ha ancora organizzato la festa funeraria che gli permetta finalmente di raggiungere il villaggio dei morti.
Quel padre, ora solo più spirito, gli chiederà dunque di preparare la cerimonia rituale perché il suo lutto possa finalmente concludersi.
Ihjac non sa ancora, però, che quella non è una notte come tante, ma è invece il primo segno di un’evoluzione spirituale che lo riguarda in prima persona.
Così inizia ‘The Dead and the Others’, con un incontro che si tinge di magia nella sua massima tragicità. Un incontro tra un vivo e un morto. Tra un figlio e un padre. E ad unirli la presenza monumentale di una natura che presto sarà a sua volta legata indissolubilmente proprio al nostro giovane protagonista.
Quel padre, scopriamo, è morto diversi anni prima di quell’incontro, ma nessuno si è mai dedicato nel frattempo al suo destino, lasciando la sua anima così sospesa in un limbo spazio-temporale che lì lo imprigiona, tra chi possiede ancora un corpo e chi invece l’ha perso definitivamente. A metà strada tra il villaggio dei vivi e quello dei morti.
E così lo stesso Ihjac nasconde ancora dentro di sé il dolore di quella perdita, di un padre che non è né vivo né morto. Né carne materica, né ricordo spirituale. Impossibile dimenticarlo, impossibile lasciarlo andare.
Ma nel frattempo il giovane indigeno, nonostante la sua età, si è già costruito una sua famiglia, con una moglie e un figlio. Ma ora quell’incontro notturno sconvolgerà tutto. Perché ravviverà un fuoco interiore che prima era stato celato, ri-accendendo quel profondo dolore che Ihjac pensava di aver superato.
Osserviamo dall’interno la vita di quella comunità indigena, respiriamo l’aria della loro quotidianità fondata sulla tradizione, su un rapporto quasi simbiotico con la natura che li circonda.
È cinema osservazionale, contemplativo, di attesa e di ascolto, dove persino la paura e l’orrore vengono privati di ogni accezione dinamica. La tensione diventa pietrificazione, paralisi di muscoli che non possono nemmeno più tremare. Non si può scappare da quei mostri: bisogna stare lì ed affrontarli.
Tutto assume così un carattere ancestrale, quasi senza tempo, di fronte ad una natura sì viva, ma stazionaria ed irremovibile, come un millenario albero con le sue profonde radici conficcate nel terreno.





