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10.11.19

Festival dei Popoli di Firenze - Recensioni dei film vincitori (corto, medio e lungo) - BuioDoc 43

CONCORSO CORTOMETRAGGI


ALL CATS ARE GREY IN THE DARK

Un omo vive con due gatti grassi. Ma grassi grassi eh.
Bellissimi.
Ci parla, sono gli unici amici, li porta in giro sulla testa.
Una delle due gattone sta per partorire.
Poi partorisce.
Finito
Ha vinto.
Boh

CONCORSO MEDIOMETRAGGI


THIS FILM IS ABOUT ME

I primi 20 minuti mi stava assalendo un istinto omicida.
Vediamo una donna parlare fissa in primissimo piano, filosofeggiare.
Una narcisista impressionante.
Per 20 minuti abbiamo solo il suo faccione, il suo volersi mostrare, dipinti che la raffigurano.
Siamo in pieno onanismo intellettuale.
Cristo, stavo smadonnando pensando come una giuria potesse aver votato come medio (direi anche lungo, un'ora) più bello qualcosa del genere.
Volevo ucciderla, poi anche il titolo confermava i miei sospetti.
Poi chi la intervista le chiede "perchè hai ucciso quell'uomo?"
E il film non solo comincia, ma acquista un senso.
E capiamo che quella donna così vanesia e dagli occhi matti è una persona che ha commesso un crimine, che probabilmente non ne è mai venuta fuori, che sta facendo questo film come una specie di seduta di psicanalisi, che attraverso l'arte magari vuole sublimare un dolore.
Iniziano a scorrere immagini in Super 8 della sua infanzia, ritagli di giornale del crimine, confessioni, reticenze, dolori, raffigurazioni su lavagna di sentimenti.
E scopriamo che quei dipinti iniziali erano di qualcuno che l'amava, qualcuno che cercava di ritrarne, senza riuscirci, l'essenza.
Quello è l'uomo che lei ha ucciso.
Film ostico, molto autoreferenziale e di certo cinematograficamente niente di eccezionale.
Ma bisogna rispettare questa donna e il suo bisogno di raccontarsi.
Il finale, quel racconto dell'onda che arriva, quell'orgasmo con la Natura, è da pelle d'oca

CONCORSO LUNGOMETRAGGI 


THAT WHICH DOES NOT KILL (SANS FRAPPER)

Più che un film un esperimento.
Più che un film un progetto.
Una giovane donna, con fatica, comincia a raccontare di sè.
Del suo primo amore, dell'adolescenza, della sua migliore amica, poi del fidanzamento con l'ex ragazzo di lei.
E poi arriva il primo sesso.
Terribile, praticamente uno stupro.
E così sarà anche per le volte successive.
Poi, però, quel racconto viene proseguito da un altro volto.
Lo spettatore viene confuso, poi capisce.
Uno stesso testo, la stessa confessione di un'unica vittima, viene interpretato da tanti volti diversi, da tante donne diverse, persino da uomini.
Ne nasce un vero e proprio esperimento, ovvero quello di far recitare lo stesso brano a tante persone.
 Non diventa solo un grandissimo saggio di recitazione (tutti, ma veramente tutti, sono straordinari) ma anche l'occasione per ognuno di questi attori per parlare di sè, per vedere cosa quel testo scatena dentro di loro.
Anche alcuni di loro sono stati abusati, altri, magari "involontariamente", hanno abusato.
Ne nasce un film sullo stupro, sulla violazione, sul non amore, sulla vergogna di sè (stupendo il confronto che viene fatto tra la vergogna - sentimento che riguarda ciò che si è - e senso di colpa - sentimento che riguarda ciò che si è fatto -), un'occasione per avere un paradigma dove ognuno degli attori declina sè stesso.
Lo spettatore a volte resta confuso, non capisce dove sia il testo e dove l'esperienza personale e, paradossalmente, quando c'è quest'ultima nessuno ci vieta di pensare che non sia comunque recitazione, che quell'attore sia semplicemente passato dall'interpretare la ragazza del testo a un "personaggio" del film.
Poco cambia perchè questo film è un fiume di parole che valgono di per sè, a prescindere dal vero o dal falso, dall'autentico o dal recitato.
Vengono fuori concetti difficili ed enormi, molte volte anche scomodi, come l'analizzare lo stupratore o la sensazione della stuprata di sentirsi in colpa.
E anche quando la mente la discolpa c'è il corpo, come avesse una memoria propria, come ragionasse da solo, a fargli (ri)vivere comunque l'inferno.
C'è solo un problema, il film è troppo lungo e rischia di depotenziare il suo messaggio.
E, inutile dirlo, non c'è niente di cinematografico, semplicemente una serie di interviste montate tra loro.
Potremmo dire che in un festival il film vincitore debba anche possedere una piccola parte di "cinema", di tecnica, di sguardo.
Ma magari no, magari questa è l'essenza del documentario, sono gusti.
Alla fine questo Sans Frapper potrebbe anche apparire come un lungo spot, come una pubblicità-progresso per denunciare quel problema gigantesco che è la violenza di genere.
Ci riesce, emoziona anche, ma mi rimangono dubbi sul suo valore filmico.
Ha vinto il Festival, credo abbia vinto il "cosa" più ancora che il "come".

9.11.19

Recensioni "Campo" - "My English Cousin" - "Honeyland" - BuioDoc 42 - Festival dei Popoli 2019

Sono al Festival dei Popoli di Firenze, un importantissimo festival di documentari.
Questi i film che ho visto ieri, in ordine di apparizione e - casualità - anche di gradimento (in climax ascendente)

Mi dispiace, specie per Honeyland, scriverne poco ma avevo 40 minuti di connessione per parlare di tutti e 3 i film


CAMPO

Da qualche parte in Portogallo (non ho fatto in tempo ad appuntare dove) esiste una delle più grandi basi militari europee (non ho fatto in tempo ad appuntarmi se sia addirittura la più grande).
C'è un solo problema, ovvero che questo è un esercito che probabilmente la guerra la vedrà solo al cinema.
Il soggetto del film era molto interessante, aver trovato questo gigantesco campo militare in cui si addestrano soldati che oltre "fingere" missioni e battaglie non fanno altro era sicuramente un buon motivo per raccontarci una storia.
Il film, però, ha due problemi.
Il primo è una coperta terribilmente troppo corta, troppo poco materiale per costruire un lungometraggio.
Il secondo problema è proprio il modo in cui il regista (presente in sala) ha tentato di allungare questa coperta.
E lo ha fatto facendo diventare Campo un'opera filosofica, esistenziale, di massimi sistemi.
Una voce fuori... campo ci parla di Dei, dell'Origine della Terra, di come gli uomini furono catapultati su di essa (e qui l'incipit con i paracadute dei militari è davvero bellissimo), di creazione di esseri umani e animali, di come tutte le qualità migliori (forza, velocità etc...) furono dati ai secondi lasciando i primi quasi come specie inferiore, di come poi grazie a Prometeo e il suo averci regalato il Fuoco potemmo dominare il Mondo, di Ordine e Caos, di granelli nell'Universo e di tante altre cose.
Il problema non è tanto quello che la voce dice (cose anche molto interessanti, altre invece meno) ma la sensazione che il significato del film sia enormemente superiore al significante, a quello che vediamo e, anzi, nemmeno troppo connesso ad esso.
Ne nasce un film che ha la stessa struttura di Behemoth, una voce Alta e Universale che si intramezza a immagini di noi poveri uomini, di militari che giocano alla guerra, di ornitologi che classificano uccelli, di pastori con le loro pecore (e qui il paragone con il capolavoro cinese è perfetto).
Ma mentre nel film orientale quello che veniva detto si sposava alla meraviglia con quello che vedevamo e, anzi, lo rendeva potentissimo, qui c'è la sensazione di una lezione di filosofia fatta su uno scorrere di immagini non tanto interessanti e pertinenti.
Se a livello di montaggio Campo somiglia a Behemoth per quanto riguarda gli spazi ricorda molto il nostro, sopravvalutatissimo, Sacro Gra.
La Base Militare come il Grande Raccordo Anulare di Roma, con cose che accadono dentro di esso o nei suoi pressi.
Ma anche qui c'è un altro problema visto che non si capisce mai se quella gente che corre, se quegli scienziati, se quei pastori siano dentro o appena fuori la Base o che attinenza possano avere con essa.
Il film rimane interessante, ha tante immagini belle (gli spari notturni, i paracadute, gli alberi che cadono, il racconto in bianco e nero della prima mongolfiera o del confronto uomini-rocce, la nascita dell'agnello e la morte di un altro) e i temi che affronta sono molto interessanti.
 Ma hanno due problemi.
Sono troppi e nel posto, forse, ahimè, sbagliato

6

MY ENGLISH COUSIN


Incredibile come in 10 minuti si sia passati da un film che voleva volare altissimo ad uno che, invece, non tenta mai minimamente, un solo secondo, di essere più grande del piccolissimo che è.
La storia di un algerino in Inghilterra, Fahed, raccontata dal suo cugino regista.
Fahed che fa il kebabbaro, che si sveglia sempre alle 5, che ha una moglie inglese e obesa con cui oltre a rispettarsi non sono nulla, Fahed che vuole tornare in Algeria, Fahed che lascia la casa e va a vivere in un appartamento insieme a 4 inglesi (grandi bevitori, of course), Fahed che poi in Algeria ci torna davvero e trova una ragazza da sposare ma nemmeno ci ha mai parlato, Fahed che poi cambia idea e torna in Inghilterra, Fahed che cambia di nuovo idea e torna ancora in Algeria, Fahed che trova un'altra ragazza da sposare, Fahed che ci ripensa ancora e, infine, torna per l'ultima volta nel Regno Unito.
Niente di più che questo nostro seguire questo simpaticissimo e bambinone uomo che arrivato a 50 anni non sa assolutamente che fare.
Sullo sfondo il duro lavoro, i pochi soldi, le tradizione algerine, la tristezza infinita di alcuni luoghi periferici inglesi, posti dove oltre che abbattere palazzi e bere nei bar non hanno altro da fare.
Ne nasce un documentario minuscolo, senza velleità, ma vero, sincero, divertente e mai piagnone.

Allo spettatore più volte scapperà una dolce risata, ad esempio nel vedere Fahed pesarsi con le valige, col personaggio (leggasi persona) fantastico del nipotino decenne, con le rumorose ma innocue liti in famiglia in Algeria.
Uno di quei documentari da camera che non chiedono niente (a differenza di Campo) e danno solo quello che vogliono dare, un'oretta spensierata e sincera.
E piccoli spunti di riflessione

6.5

HONEYLAND


E proprio in serata arriva il vero filmone della giornata.
Se qualcuno di voi ha conosciuto grazie a questo blog lo splendido Sto Lyko (greco) non potrà non vedersi anche questo Honeyland, film praticamente fratello.
Se nell'opera ellenica la protagonista era una poverissima famiglia di pastori qui abbiamo invece degli apicoltori. 
Per il resto i due film sono sovrapponibili, stessa inaudita povertà, stessa dignità, stesse difficoltà e - anche qui gestita in maniera straordinaria - stessa capacità di nascondere una leggera sceneggiatura sotto delle spoglie più reali del reale (penso alla morte della madre o al racconto dei progressivi problemi con la famiglia vicina, quasi di sicuro tutto opera di finzione).
Una storia di figlia e madre, anche se è sempre particolare parlare di figlie e madri quando la prima ha 60 anni e la seconda oltre 80.
Siamo in una remota zona dei Balcani, meravigliosamente arida o aridamente meravigliosa.
C'è una donna che oltre alle sue api non ha altro. Ha alveari in rocce che raggiunge solo attraverso pericolosissime mulattiere, ne ha altri sul muro di casa e altri ancora nella sua aia.
Prende sempre solo metà del miele per lasciarne metà a loro - le api - coloro che le permettono di vivere. Prende il miele senza protezioni, solo una sbuffata di fumo e nient'altro e non a caso il suo naso - grande così - racconta anni di punture.
Ogni tanto lo vende quel miele, a pochi euro al litro e con quei pochi soldi compra banane e poco altro, solo ciò che basta a sopravvivere. La madre è cieca e sta morendo ma ha un carattere di ferro e alla morte no, non ci pensa.
Un giorno arriva una famiglia di Rom turchi (o almeno credo) come vicina di casa della donna.
Anche loro sono apicoltori oltre che pastori di mucche. Hanno 6 bambini.
Per Hatidze, la donna di cui sopra, un modo per avere qualcuno con cui parlare, per sentirsi di nuovo viva, per vivere nel mondo.
Ma ben presto quella che sembrava una fortuna si rivelerà una disgrazia.
Honeyland è un documentario bellissimo, pieno di immagini ferme nel tempo e dotate di straordinaria potenza. 
Il mestiere dell'apicoltore è visto in ogni suo piccolo aspetto e l'empatia che lo spettatore prova per Hatidze davvero miracolosa.
Ne viene fuori la figura di una donna straordinaria che fa sentire lo spettatore piccolo piccolo, come un'ape.
Una donna capace di vivere col niente, capace di amare, di divertirsi, di accudire, di volere bene.
Vederla insieme a quei bambini scalda il cuore come scalda il cuore quel finale completamente sola, in una terribile e "perfetta" solitudine, con la famiglia amata ed odiata che se ne è andata e con la madre che l'ha lasciata per sempre.
Resteranno negli occhi delle immagini, come quel delirio di mucche nel recinto, come quelle due api che fanno lotta greco-romana allo stesso modo dei due ragazzi nella scena appena precedente, come il grande albero nel fiume, come la tinta che, vezzosamente, si fa Hatidze.
E' risaputo come in pochi contesti come quello dell'assoluta povertà sia possibile riscontrare la ricchezza umana.
Honeyland ne sarà l'ennesima dimostrazione.

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