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7.12.17

Torino Film Festival - I Film visti (in più) da Vincenzo : "Casting" e "Kuso"

Ultimo appuntamento col reportage da Torino.
Dopo i 7 film recensiti da me e i 4 da Riccardo ecco gli ultimi due (gli altri che ha visto erano in comune con me).
Ce ne parla l'amico Vincenzo.
Due film davvero particolarissimi

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Una troupe televisiva impegnata nell’impresa di organizzare il remake del film di Fassbinder “Le lacrime amare di Petra Von Kant”. Una regista che, non riuscendo a trovare un’attrice adatta, rende l’impresa ancora più ardua. Se consideriamo poi che all’inizio delle riprese mancano pochissimi giorni, capiamo come sulla testa di tutti i personaggi di Casting penda una spada di Damocle non da poco.
Le vicende del film ruotano perfettamente intorno a questa crescente tensione. Con l’avanzare dei giorni e l’avvicinarsi della fatidica scadenza, sul set l’atmosfera si fa sempre più tesa ed emergono i conflitti, le frustrazioni, la paura e gli errori. Il set diventa quindi una macchina asfissiante che mette davanti alla difficoltà di prendere decisioni le cui conseguenze si rifletteranno sul futuro di decine di persone. Insomma una sorta di Boris abbastanza caustico ma molto meno grottesco e satirico.
Tutto il peso delle riprese, ovviamente, ricade sulle spalle di Vera, la regista. Personaggio complesso e ben scritto, Vera è una donna continuamente in bilico fra la volontà di dare un senso artistico al suo lavoro e il dovere di rispettare i dettami  e i tempi di un’emittente televisiva. Ne percepiamo perfettamente i conflitti interiori, il senso di colpa davanti agli errori (la scena con l’attrice al botulino è uno dei punti più alti del film) e la sensazione di essere ad una svolta di carriera: da questo progetto uscirà lanciata oppure rovinata. Senza mezze misure.

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E mo? Come caz accidenti ne parlo, di un film del genere? Senza dubbio questo è il primo pensiero che mi è venuto in mente a fine proiezione. Come posso parlare in un simile delirio lisergico, scorretto oltre ogni misura immaginabile, un film capace di far LETTERALMENTE fuggire il pubblico dell’ultimo Sundace Film Festival? Un film che pare girato da Lynch ma solo se si fosse prima bevuto una tanica di carburante per trattori. Impossibile o quasi farne una recensione sensata.
Kuso è l’Inferno. Un inferno in cui ogni liquido corporeo immaginabile viene sparato, mangiato, bevuto, vomitato da personaggi deformi e deliranti. Un’umanità distrutta da ciò che è uscito dopo un devastante terremoto, un confine ormai impossibile da cogliere fra la realtà e ciò che viene mostrato da una televisione allucinante. Parassiti, bambini deformi che fanno amicizia con giganteschi buchi di culo viventi, tazze di sputo, teste che escono dal water, esseri extradimensionali di pelo colorato costantemente fatti di erba. Davvero, a Kuso è impossibile e forse perfino controproducente stare dietro. Bisogna farsi investire dalla merda ed ovviamente ben pochi sono disposti a farlo
Perché alla fine, come le scoregge di cui è disseminato, Kuso piace solo a chi lo ha fatto e ad una piccola percentuale di bizzarri feticisti.
Per inciso, chi scrive è uno di essi

4.12.17

Torino Film Festival - I Film visti da Riccardo: Tesnota - A Fabrica de Nada - Blue Kids - Favola

A Torino si era in tanti.
Tra questi il più giovane, 19 anni, era Riccardo.
Che già l'anno scorso fece per questo blog un bel resoconto da Venezia.
Ecco i suoi pensieri sui film che ha visto a Torino (quelli che non erano in comune con me)




TESNOTA/CLOSENESS di Kantemir Balagov 

 L’opera prima di un regista ventiseienne allievo di Sokurov, che racconta con uno stile personale e a tratti claustrofobico cosa voglia dire essere parte di una comunità, intesa come luogo di appartenenza e di condivisione di lingua, religione e tradizioni. Siamo in Caucaso, nel periodo tra la prima e la seconda guerra cecena. Una famiglia ebrea viene sconvolta dal rapimento del secondogenito David. Non c’è altra soluzione se non quella di pagare il riscatto. Ma quello che potrebbe trasformarsi nel classico thriller si rivela in realtà un potentissimo film drammatico. Perché da quel rapimento, che in realtà è solo l’ultima delle tante cause, lentamente si sgretoleranno quei diversi ordini di comunità a cui si accennava all’inizio. La vera protagonista della vicenda è, infatti, Ilana, la sorella del ragazzo rapito, che dovrà scontrarsi con la “tribù”. La tribù intesa come famiglia, come comunità ebraica e nel significato più ampio come Russia. Sì perché Ilana vuole essere autonoma, indipendente, vuole sottrarsi a quelle regole che la costringono ad essere ciò che le viene imposto. E forse anche quella guerra cecena che rimane sullo sfondo non è che una conseguenza del sentirsi troppo parte di qualcosa di più grande.   

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Á FABRICA DE NADA di Pedro Pinho 

L’esordio di Pedro Pinho è un film complesso e multiforme, difficile da ricondurre ad un unico genere ma che è allo stesso tempo attuale e necessario, perché capace di fornire uno sguardo nuovo e attento su un problema ormai all’ordine del giorno: la crisi economica. Tutto parte dalla decisione di chiudere la sede in Portogallo di una fabbrica di ascensori, senza alcun preavviso per i lavoratori. Molto meglio delocalizzarla. In silenzio. Senza troppe spiegazioni. Ma quegli operai non ci stanno e decidono così di occupare le loro postazioni. Ecco dunque la “fabbrica del niente”. Una fabbrica autogestita dove non si produce più nulla, ma dove il posto di lavoro diventa fondamentale e centrale per tutti. La sfera privata e personale dei lavoratori si interseca con quella collettiva della fabbrica. Ma questa stessa sfera si deve invece scontrare con il mondo degli intellettuali, degli artisti, di coloro che teorizzano il capitalismo e la rivoluzione citando Marx ad una cena dai piatti prelibati. Quegli operai invece hanno semplicemente bisogno di sopravvivere. Sopravvivere in un mondo dove vige la legge del più forte. Dove spesso la priorità è il proprio guadagno. Dove la vera opposizione non è politicamente tra Destra e Sinistra, ma tra chi si adatta a questo mondo così difficile e chi invece decide di rinunciare a tutto. 
  
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BLUE KIDS di Andrea Tagliaferri  

Prodotto da Matteo Garrone, Tagliaferri esordisce con la storia di due giovani fratelli, uniti per parentela e per solitudine, per immoralità ed incoscienza. Eccoli i “blue kids”, due ragazzi cresciuti solo fisicamente, con ancora la voglia di buttarsi, di sbagliare, di portare a termine ciò che vogliono, facendo qualsiasi cosa pur di ottenerlo, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. Sempre spensierati, liberi, autonomi da una famiglia di cui non si sentono realmente parte. Esemplare per questo motivo è la scena in cui al funerale della madre i due ragazzi si provocano di nascosto le lacrime, perché non si sentono minimamente toccati dall’accaduto. Il loro sentirsi insieme così forti ed invincibili li condurrà a gesti folli e spietati, l’unica via per conquistarsi un posto in un mondo che sembra non capirli affatto. 

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FAVOLA di Sebastiano Mauri

La favola è da sempre stata associata ad una narrazione fantastica, di fatti inventati. Il contesto del film di Mauri richiama proprio la “favola americana” hollywoodiana da sogno: una casa modello dai colori sgargianti, abiti sfarzosi, due amiche e la loro relazione. Il nome stesso della protagonista, Mrs Fairytale (un Filippo Timi davvero sopra le righe), richiama proprio questo concetto. Lo sfondo così tanto artificiale, surreale e apparentemente melodrammatico però si trasforma ben presto in una black comedy, che come tutte le favole usa la semplicità per spiegare principi morali dalla grande complessità. In questo caso si parla di identità sessuale. La psicologia di una donna e il corpo di un uomo si scontrano. Così come la scenografia e i costumi così perfetti e pudici sembrano scontrarsi con tematiche di cui è meglio non parlare e con parole che è meglio non pronunciare. In questo mondo surreale l’unico in grado di agire con decisione sembra essere paradossalmente un barboncino bianco impagliato, ma che essendo inanimato alla fine non potrà nulla rispetto a quel sentirsi donna in maniera così tanto viva e reale.    

3.12.17

Recensioni "Dark River" e "Daphne" - Torino Film Festival - Giorno 3 -


E così al Tff mi becco quasi per caso il secondo film di finzione (esordì con un documentario) di Clio Barnard, la regista del bellissimo The Selfish Giant.
E, che dire, una conferma.
Perchè se è vero che, a mio parere, il precedente film era superiore è anche vero che in Dark River si nota una grande linea di continuità sia come livello che come stile che come tematiche.
Una ragazza torna dopo 15 anni alla fattoria di famiglia.
Ad attenderla (anzi, a dir la verità non se l'aspettava) c'è l' "amato" fratello, un ragazzo che, vista la morte del padre, tutti questi anni ha mandato avanti tutto da solo.
Il loro rapporto è difficile, lui non perdona a lei l'essersene andata. 
Ma se lei non tornava c'era un motivo, c'erano ricordi e fantasmi troppo grandi.
Ancora una volta la Barnard si conferma una regista eccezionale, letteralmente eccezionale, nel raccontare i rapporti umani.
Dopo i due bambini di Selfish Giant stavolta abbiamo due fratelli.
Due fratelli che si amano ma hanno messo troppe cose in mezzo a loro per riuscirci davvero. E un rapporto che poteva esser splendido diventa invece quasi terribile, difficilissimo, finanche pericoloso.

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La Barnard intervalla il presente con il passato. Ma non dobbiamo parlare di veri e propri flash back (anche se ce ne sono, pure belli) ma di fantasmi del passato che vivono nel presente. E così saranno innumerevoli le scene in cui Alice rivede il proprio padre accanto a sè. Non c'è luogo, non c'è momento in cui quella presenza l'abbandona. Il trauma che subì da adolescente è troppo forte, non se ne va via. E questo suo blocco è anche il motivo per cui il legame con il fratello non riesce a ripartire (splendido quel suo "come può andar bene se tu non ce la fai nemmeno a entrare in casa?").
Due attori formidabili, delle location notevoli (dovremmo essere nell'Inghilterra del Nord, vicini all'Irlanda) per una storia semplice e drammatica. Una fattoria, le pecore, due fratelli che faticano a parlarsi, impossibile non richiamare l'islandese Rams.
Importantissima la scena in cui lei suggerisce a lui di tagliare il campo. Quel suo difendere ogni specie animale (insetti) e vegetale, quel suo essere tremendamente attaccato a cose diverse da lei, l'ho trovato potente. E non è un caso che nel finale lei gli dia quegli "aghi", simbolo in qualche modo del loro campo (come a dire "non ho tagliato nulla").
Ma di dialoghi riusciti ce ne sono tanti in un film che è quasi un'opera teatrale in aperta campagna. 
Poi lei va su, nella cameretta, in quel piano superiore dove non riusciva più a tornare. E il fantasma, in quel luogo, è ancora più forte. E quel dialogo col fratello, quel "andavo io perchè l'attesa mi uccideva" è probabilmente il momento più forte ed emozionante del film.
Poi ci sarà il fatto di sangue e il comportamento straordinario del fratello, la prova, se ce n'è una, di quanto la ama.
Un film lento, di poche cose, di pochi fatti.
Ma di tanta vita e di tanto dolore.



Non la mia tazza di thè, lo ammetto.
Probabilmente avrei dato una sufficienza stiracchiata se non fosse arrivato quel finale che, oltre ad offrire le scene migliori, dona al film un senso o, per meglio dire, il completamento di un percorso.
Daphne racconta pochi giorni di vita di una bella trentenne (il titolo è il suo nome), abbastanza acida e scostante, insoddisfatta, una che se ne gira per Londra ricercando estemporanei contatti umani (specie sessuali), una che ha una mamma con cui non fa altro che litigare, che ha un lavoro che non la soddisfa e che non sembra nemmeno avere tanta stima di sè.
Un film che potrebbe ricordare quelli di Baumbach (una lei e una città, New York) o, per certi versi, la prima parte di Most Beautiful Island.
In questo tipo di film possono succedere due cose. O amare il personaggio, e di conseguenza il film, oppure sopportarlo poco (come è successo a me) e, per questo, fare parecchia fatica.
Daphne è molto cinica, a tratti arguta, spesso capace di battute. Ma a me stava antipatica, e nemmeno affascinava, c'è poco da fare.
Ad un certo punto assiste all'aggressione del proprietario di un minimarket. Un fatto che sembra passarle di mente 5 minuti dopo e che invece, e qui ho apprezzato molto il film, porterà a un leggero ma graduale cambiamento di sè.
C'è la sensazione che Daphne vorrebbe essere qualcosa di diverso da quello che è, che quel suo praticare sesso con estranei, quel suo drogarsi, quel suo trattare tutti con sufficienza, non rappresentino del tutto sè stessa, ma siano un pò la corazza che si sia costruita per combattere le proprie insicurezze.

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Ed è per questo che ho trovato nel finale un piccolo momento che è una perla di sceneggiatura.
Lei si scusa con l'immigrato per non avergli tenuto la mano mentre stava morendo.
Lui le dice che no, che gliela stava tenendo.
E lei "davvero? non me ne sono accorta".
In due righe l'anima di un film.
Una ragazza che si odia talmente tanto, che si crede così sbagliata e cinica, da non ricordarsi quando stava tenendo la mano di quell'uomo.
E scoprire invece di averlo fatto è anche lo scoprire una parte di sè che tentava disperatamente di nascondere.
Una corazza che inizia a sgretolarsi.
Forse da domani, per Daphne, comincerà una nuova vita.
E questa nuova vita parte da una mano che stringeva quella di un uomo e dal sorriso ad una madre

6.5


30.11.17

Recensioni "Wind River" - "The Crescent" - "The Scope of Separation" - Torino Film Festival - Giorno 2 -




Se non fosse per la perla vista solo due ore prima (ne parlo appena sotto) probabilmente Wind River sarebbe stato il mio miglior film visto al festival.
Opera seconda (ma non lo sembra) siamo nel territorio di quei drammatici travestiti da thriller, quei film di omicidi ed indagini che, però, riescono a dare più risalto al dolore, ai personaggi, ai dialoghi, alla profondità.
Trovo infatti che le cose migliori di questo gran bel film siano da ricercare nella perfetta caratterizzazione dei personaggi (quello di Renner è davvero splendido) e ai superbi dialoghi, secchi, essenziali, perfetti.
Siamo in una riserva indiana, quella che dà titolo al film.
Renner è un cacciatore di "predatori" (lupi, leoni etc...).
Tre anni prima ha perso sua figlia 16enne, in circostanze mai del tutto chiarite ma molto drammatiche.
In cerca di un leone trova un corpo sulla neve. E' di una ragazza del posto, nativa americana (del resto anche Renner era sposato a un' "indiana").
La sua esperienza nel ricercar le tracce unita ad una componente molto più umana (la morte di questa ragazza gli ricorda quella della figlia e, inoltre, conosce benissimo il padre di lei) lo portano ad aiutare in prima linea la bellissima agente dell'Fbi mandata per il caso.
Ne nasce un film col passo lento, un thriller che non ricerca colpi di scena ma è solo un lento avvicinarsi alla verità. 
Location bellissime, una regia quadrata e non invadente, un plot rigoroso e inattaccabile, dialoghi perfetti.
E un grande senso della misura, del rispetto, del trattenuto. Come se fosse lo stesso film ad essere, più che "americano",  "nativo americano", per come sa raccontare con garbo e basso profilo i dolori, il silenzio, per come sa parlare della vita (splendidi i dialoghi tra Renner e il padre della nuova vittima).

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E sa gestire benissimo anche le scene più concitate e d'azione come tutta quella alla casa dei due fratelli drogati (splendida) o tutto il flash back della violenza nel caravan, scena introdotta superbamente con una porta che si apre, una porta che dal presente ci porta al passato.
Ma del resto il regista, Sheridan, è lo sceneggiatore di roba come Sicario...
E buffo ritrovare Renner caratterizzato ancora per una tuta (qui bianca da cacciatore) come fu nel bellissimo The Hurt Locker. In entrambi i casi questo corpo nascosto in un vestiario così più grande di lui, in entrambi i casi un uomo rigoroso e quasi costretto ad uccidere.
E splendida, in questo senso, è la risoluzione finale, con quella morte alla Kill Bill, con quella morte che doveva far rivivere a quel bastardo la sofferenza vissuta da Natalie.
Inutile dire che la parte più profonda del film sia quella riservata ai due padri (che buffo, raramente nel cinema si mette così in risalto il dolore dei padri rispetto a quello delle madri) e ho trovato in questo senso perfetta e prevedibile una fine che riguardasse loro.
Perchè il dolore deve essere sempre affrontato, sempre vissuto.
Perchè è l'unico modo in cui, col tempo, possa diventare ricordo salvifico.

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Presenti spoiler dopo immagine, attenti!

Una perla.
Faccio fatica a trovare le parole per un film così, un'opera che in maniera sorprendente e quasi "nuova" riesce ad unire in modo così mirabile arte, senso estetico, dramma, metafora e profondità.
Eppure The Crescent parte come un semplice drammatico.
Una giovane ragazza ha perso da poco il marito e padre del loro piccolo bambino (di circa due anni).
Decide di isolarsi dal mondo per concentrarsi sul figlio e sul proprio dolore.
Sceglie di tornare alla casa di sua madre, isolata, vicino l'Oceano.
The Crescent parte con dei titoli fantastici, tutti incentrati sulla tecnica della marmorizzazione, una specie di pittura "bagnata" che crea degli effetti straordinari.
Sembra la classica trovata puramente estetica e che poi, col film, nulla c'entrerà.
Invece in quella tecnica pittorica, in quel mescolarsi di colori, in quel mondo d'acqua e non definito, sta tutto, letteralmente tutto, il significato del film.
Mamma e bimbo iniziano a sentire strani rumori. Molto spesso c'è un campanello che suona alla loro porta ma nessuno fuori. Il bambino (che è una cosa incredibile, da non crederci, quasi sovrumano far recitare in maniera così impressionante un duenne) a volte sembra notare cose che la madre non vede. In questo senso c'è una scena, bellissima, in cui lo vediamo giocare alla finestra. Sembra esserci qualcuno fuori, ma non vediamo nessuno.
E niente, poi in questo film accadrà letteralmente di tutto.

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A livello estetico siamo su livelli incredibili, molto spesso al confine della video-arte. I "riquadri del ricordo" (che alla fine, come per Mommy, si allargheranno, ma con un significato molto diverso), le sequenze di marmorizzazione, le inquadrature del mare (quella sul finale che richiama i quadri di lei è da infarto), l'uomo pitturato (che portano a 3 minuti da estasi cinematografica), il montaggio velocissimo finale, ragazzi, sui siamo al confine della pura arte.
Ma The Crescent non è sola cura estetica, c'è molto di più.
Il film comincia a diventare sempre più cupo, sempre più spesso si inizia a parlare di vita e di morte, strane presenze si avvicinano alla casa.
Piano piano The Crescent diventa una specie di ghost story.
E già andrebbe bene così.
Ma niente, si andrà ancora oltre, molto oltre.
Iniziamo ad avere la forte sensazione che la realtà che vediamo non sia semplicemente la vera realtà. In questo senso e, visto il finale, la canzoncina che canterà da solo il bambino
"la vita è solo un sogno"
diventa struggente. 
Lui, da solo nel lettone che canta questa nenia.
Ma prima avevamo avuto il suicidio di lei e poi la vera scena madre, quella del turning point, quella della telefonata del padre.
Quello "svegliati cazzo!".
Ho avuto i brividi. 
In quel momento ho capito tutto e il fatto che l'ultima, superba mezz'ora, abbia solo confermato tutto quello che avevo già capito nulla cambia, anzi, l'effetto è stato ancora più potente.
Un mondo di mezzo, un mondo dove c'è gente che deve restar là e altra che può tornare.
E quel bimbo che a soli due anni aveva popolato quel mondo di tutte le poche immagini che la sua giovane vita gli avevano riservato, l'uomo-paguro ("i paguri cercano sempre una casa nuova" "a me non piacciono i paguri!") i dipinti della madre, le polaroid.
Qualcosa di talmente grande da non vederne i confini.
E poi quel mare, quel mare portale tra due mondi.
Ma prima del pazzesco montaggio finale abbiamo tutta la sequenza dell'incidente, tesa, ansiogena. Sappiamo che quel motoscafo finirà in quel lembo di terra, in quella falce, dove tante persone sono morte.
Non lo vedremo l'incidente, tutto si trasformerà, dopo un tonfo, in un altro quadro marmorizzato.
Perchè da lì in poi saremo nell'altro mondo, in quel mondo acquatico e confuso di colori.
Ma è tempo di tornare.
E quella confusione di colori diverrà tinta unita, la tinta della vita.
E quell'inquietante campanello inizierà ad avere un ritmo più veloce, il ritmo della vita.
E una mano piccolissima, la mano di un bambino che ha lottato come un uomo per la propria salvezza, quella mano stringerà un'altra mano, quella di chi stava aspettando.
Senza parole

8.5

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La direttrice del TFF presenta questo film come sorprendente, come una tragedia comica o una commedia tragica, come qualcosa che richiama Woody Allen.

Ebbene.
Woody Allen si starà rivoltando, dovunque sia.
E questa direttrice va denunciata.
Perchè un non film di questo livello è un'offesa all'intelligenza di qualsiasi spettatore.
Il nulla che poi diventa nulla che poi diventa nulla.
Con un protagonista che fuma, contate, 56 sigarette (solo in una scena non ne fuma una).
Con l'unico turning point e, insieme, colpo di scena, che ad un certo punto dalla sigaretta passa alla pipa.
Da notare, in alcune inquadrature, la somiglianza dell'attore principale col nostro Zampaglione.
Forse anche il regista dovrebbe imparare dal vento.
Ma non a respirare.
A volarsene via.
Fori dai coglioni

4

29.11.17

Recensioni "Thick Lashes of Lauri Mantyvaara" e "What happened to Monday" (Seven Sisters) - Torino Film Festival - Giorno 1 -



Finlandese.
E già fa figo.
In più me ne parlano bene in due su due, andiamo tranquilli insomma.
Nel momento in cui abbiamo visto questo secondo film erano circa 35 ore che non dormivamo consecutive. Ma, come dicevo, la certezza di trovarsi davanti un bel film e, soprattutto, qualcosa di leggero, ci hanno fatto convincere che fosse il film perfetto per star svegli.
Manco per il cazzo.
Francamente, un mezzo disastro.
Ma più che un disastro, che il film si lascia guardare, quello che sconcerta di "titolo impossibile" è la banalità che lo pervade.
Io sono sicuro, se questo piccolissimo film fosse stato italiano o americano lo avrebbero massacrato, letteralmente massacrato. E mandato il pomeriggio su Canale 5.
Due ragazzine.
Sabotano i matrimoni perchè credono che sia tutto business, che con l'amore non c'entrano nulla (e già qui andremo incontro ad una delle tantissime contraddizioni del film).
L'idea è molto carina, e l'incipit ottimo.
Peccato che questa cosa dei sabotaggi finisca dopo 5 minuti.
Una delle due si innamora di un campioncino de hockey. 
Innamora ho detto (roba da occhi a cuore e gattini, letteralmente).
E l'amica l'aiuta pure per la relazione (ma come, l'amore bla bla bla, allora qualcuno non si poteva sposare per amore?)
Ne nasce un film che racconta di amicizie tradite, di sogni infranti, di... boh, non trovo null'altro.



Ma tutto di una banalità e retorica sconcertanti (e il film è proprio contro le retoriche).
Siparietti surreali che, tranne in un paio di casi, non funzionano affatto, sviluppi di trama improponibili (lui che fino a quel punto aveva dato tutto per lo sport, poi in un giorno conosce questa e decide di non andare in America!!!! per lei, poi lo stesso giorno però le dice che no, vuole essere solo amico, poi due ore dopo, tornato al suo sport, si distrugge il ginocchio apposta per terminare la carriera, poi boh, nessun senso, o un montaggio malfatto o non so che).
Ma quello che non se regge è il finlandese, la lingua dico. Una specie di giapponese ma senza grazia orientale, una lingua sillabica, dura, inascoltabile. E purtroppo lei, la protagonista (brava attrice), risulta insopportabile.
In una scena si salutano con dei ciao e sembra che ci siano le foche.
oink oink oink oink
No, davvero, si parla di tanti temi, anche importanti come la libertà, ma con una sceneggiatura di una debolezza disarmante.
Eppure c'era il materiale buono per una cosa dolce, anche emozionante, per un racconto di formazione ben fatto.
E invece tra moto che inspiegabilmente corrono nel mare tipo gesù, tra scene allo stadio di hockey che manco Moccia, tra inserti surreali sconcertanti e tra un finale ancora più sconcertante (tipo vedi? ho convinto tutto il mondo ad essere come me) si arriva alla fine di un film che solo tre eroi come noi possono aver visto senza dormire.
Dopo che da un giorno e mezzo non lo facevi. 

5.5

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Eppure le locandine dovevano farmelo capire.
Eppure che alla regia ci fosse il Wirkola del cultissimo Dead Snow e di roba brutta come Hansel & Gretel cacciatori di streghe doveva farmelo capire.
Cosa?
Che un film dal soggetto strepitoso poteva andare (quasi) in vacca.
Cercate le locandine del film. Troverete tutta roba mainstream, action, fumettosa.
Eppure questo film poteva esse bellissimo.
Solito futuro distopico.
Solito sovraffollamento.
E niente, il Governo emette una legge per cui si può avere solo un Figlio Unico.
Quelli in più, i fratelli e sorelle, li mettono tipo in ibernazione aspettando di creare un futuro migliore per loro.
Dafoe però ha 7 nipotine, tutte gemelle (la loro madre, figlia de Dafoe, muore nel parto).
Non vuole mandarne sei a dormì per sempre.
E allora le nasconde in casa, le chiama ognuna come un giorno della settimana e fa finta che siano un'unica persona, Karen Settman
(che poi Settman per noi italiano è assurdo come cognome per questo film...)
In poche parole ognuna di loro uscirà nel "mondo" solo il giorno di cui portano il nome.
Ognuna di loro vivrà un settimo della vita di Karen Settman.
Per non creare casini ogni sera si dicono quello che è successo nella giornata. Almeno ci sarà una coerenza nella vita, tutte devono sapere cosa è successo a Karen.
Succede però che una sera Monday (da qui il titolo) non torna a casa.
Come fare? 
Se Martedì esce di casa ci saranno due Karen Settman in giro, rischio enorme. 
Ma va preso.

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Script enorme che per buona parte del film funziona alla grande.
Noomi Rapace è straordinaria, si ritrova praticamente a fare quello che fece McAvoy in Split, ovvero interpretare tante sè stesse ognuna con un look e un carattere molto diverso. In questo senso Seven Sisters è un film che solo nella nostra epoca poteva funzionare tecnicamente benissimo, far interagire tanti sè stessi in un'unica inquadratura è roba davvero durissima.
In questo "sette che sono una" c'è anche una delle maggiori profondità del film, ovvero quello della grandissima unione delle gemelle (che già di per sè, lo si sa, è fortissima), quella del fare squadra, quella del nascondere ogni loro fragilità, carattere, sogno o comportamento sotto un unico prototipo, quello che devono interpretare nella società.
In questo senso film sull'essere e l'apparire come ce ne sono pochi.
Il film prende, i possibili sviluppi incuriosiscono, la Rapace è eccezionale.
Eppure, purtroppo, per almeno metà della durata lo si fa diventare un action. Intendiamoci, scene di pistolettate, lotte corpo a corpo, fughe ed esplosioni in un film ci possono sempre stare eh, ma qui se ne abusa (6? 7? ) e, in più, quasi tutte risultano improbabili, mal gestite, a tratti quasi trash (i poliziotti fermati dai barili).
Io quando vedo un esercito intero fermato da 3,4 ragazze al momento disarmate mi...disarmo anch'io.
In più nel film c'è una serie di errori impressionanti (4, ben 4, riguardano vestiti) che, davvero, ad un certo punto si pensa che non ci sia stato il benchè minimo controllo nella continuità delle scene.
Ma si va avanti, la storia delle possibili talpe è ben gestita (prima sembra il collega, poi il poliziotto innamorato, poi una di loro stesse) e ci porta ad una scena eticamente devastante, quella della falsa criogenesi.
E ad un finale che ricorda un pò quello del filmato in chiesa dello splendido Ben X.
Emozionalmente forse il momento migliore è in in quella sorella che cerca disperatamente di salvare le loro memorie, quello che loro erano singolarmente e insieme, il loro legame.
Un bel thriller che in mani più educate poteva portare a qualcosa di grandissimo

7