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3.12.18

Recensioni "High Life" - "The Guilty - Il Colpevole" - "Pity" - Torino Film Festival 2018

Ho visto 14 film al Tff.
Ero riuscito, ad oggi, a scriverne solo sette.
Su 4 ho rinunciato, troppo tempo passato, non sarei riuscito a infilare 3 righe messe in fila.
Però ci tenevo a salutare questa bellissima esperienza recensendo gli ultimi 3 film, probabilmente pure i più belli che ho visto.

presenti spoiler

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HIGH LIFE

La fantascienza intimista è una delle mie materie preferite di quella magnifica scuola che è il cinema.
Buffo come adori questo (sotto)genere con la stessa forza con cui evito la fantascienza tout court.
Questi anni di film che attraverso lo sci-fi cercano di raccontare l'uomo, il senso della vita e quello dell'esistenza ce ne sono stati tanti.
Così tanti che iniziano spesso a somigliarsi l'un l'altro.
Tanto che un filmone come High Life perde un pochino di potenza dopo che uno ha visto tanta roba simile.
Però sticazzi, fatene quanti volete e io li vedrò.
High Life è un film ambiziosissimo (uno dei più ambiziosi visti questi anni nello sci-fi) che trasla nella cornice fantascientifica concetti primordiali e assoluti come quello della maternità (vita) e del senso dell'esistenza.
Ambientazione alla Moon, richiami di The Martian (vedi l'orto), pennellate di Wall-E (con quelle immagini malinconiche della Terra e di quello che eravamo) e, come detto, un sottotesto autoriale fortissimo. Non scomoderei Kubrick ma il tentativo (nelle intenzioni) è simile.
Grande incipit in cui vediamo un astronauta (grandissimo Pattinson) vivere in un'astronave con la sola compagnia di una neonata. I gesti di Monte (il personaggio) sono quelli di un padre. Solo poi (il film è quasi tutto flash back) capiremo se è veramente figlia sua.
Prima di tuffarci sul flashback vediamo Monte liberarsi di 5,6 corpi, corpi ibernati che in una scena davvero forte vengono gettati letteralmente fuori, nello spazio.
Tutti morti.

Andiamo indietro nel tempo, comincia il film.
Scopriamo che quell'equipaggio è formato da tutti galeotti che hanno commutato la loro condanna a vita (o a morte) in un viaggio spaziale di cui non è assicurato il ritorno.
Un viaggio alla scoperta dei buchi neri, lo spazio ignoto per eccellenza.
Film sui misteri quindi, su quello della vita, su quello dell'universo.
A bordo c'è infatti una dottoressa, a sua volta omicida (una splendida Binoche), ossessionata dal voler far nascere la vita all'interno della nave spaziale.
Dopo tanti tentativi falliti alla fine riuscirà nel suo intento.
Film ipnotico, di gran classe, suggestionante, scarno e complesso High Life ha semmai il difetto di affrontare tanti temi senza dare loro una perfetta coesione.
Lo spettatore è un pochino confuso, non capisce quale sia l'obiettivo ultimo (se ce n'è uno) del film e rischia di perdersi in più sottotrame.
Ma il film è affascinante, stimola la vista e la mente, ha grandi interpreti e due personaggi, quello di Monte e quello della dottoressa, davvero notevoli.
Tante scene che rimangono impresse, su tutte l'autofecondazione della Binoche, una specie di rito tribale con provette e sperma. Scena al limite del sostenibile e del ridicolo ma per me straordinaria.
Ma i sopracitati corpi gettati nello spazio, la bimba che muove i suoi primi passi, la bellissima e inquietante sequenza della Goth che entra con la navicella nel buco nero, l'arrivo nella base spaziale gemella, il film è pieno di momenti altissimi.
Tutto è permeato da un'atmosfera di angoscia, di speranza perduta, di tensioni e, soprattutto, è fortissima la componente sessuale che, in questo universo grande e sconosciuto, risulta davvero incisiva per questa sensazione che proviamo di Origine, un cortocircuito di origini anzi, quella della vita umana e quella della vita dell'Universo.
E poi lei crescerà e il rapporto tra i due (vero capolavoro del film) sarà sempre bello e forte.
Fino ad un finale che mi ha ricordato Synecdoche New York e Biutiful.

Qual'è il titolo dello spettacolo?
Cosa c'è oltre il bosco?

Cosa si nasconde in quel buco nero?

7.5/8

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THE GUILTY - IL COLPEVOLE

Il mio film del festival.
Per quanto mi riguarda un'opera perfetta, di sicuro il miglior thriller del 2018.
Il fatto è che dentro questo film c'è quasi tutto quello che amo.
Intanto una sceneggiatura sontuosa, intoccabile.
Poi il coraggio di girare il film tutto in un'unica location.
Poi, se non bastasse, affidare tutto a sole conversazioni telefoniche (solo Locke e Buried, a memoria, hanno fatto lo stesso).
Poi ha un attore devastante per bravura.
Poi è teso, tesissimo, più di qualsiasi thriller in cui vengono mostrate cose.
E, ciliegina sulla torta, è un film dall'umanità impressionante, tanto da doverlo classificare, come fu già con Locke, in quelli che io amo definire thriller "etici", ovvero film dove la componente della tensione va di pari passo con quella dei comportamenti umani, del tentativo di essere Uomini (penso anche al sottovalutato A Most Violent Year).

Siamo nella sede operativa del 112 ( o 911) danese.
Quella delle emergenze insomma.
Asger è un operatore integerrimo. C'è però la sensazione che questo potrebbe essere il suo ultimo giorno di lavoro visto che l'indomani è atteso in tribunale, non sappiamo per cosa.
Dopo alcune chiamate di preparazione Asger riceve quella di una donna. Non può parlare, c'è un uomo violento lì con lei.
Asger la tranquillizza. Di lì in poi succederà di tutto, in quella che è una sceneggiatura magistrale dove anche i colpi di scena arrivano senza esser furbi ma, al contrario, sono quasi colpi di scena "emotivi", di lenta empatia.
In questo perfetto script lo spettatore sa poi che le due vicende (la chiamata della donna, la storia del tribunale) dovranno convergere nel finale.
E sì, lo faranno, in modo quasi commovente. E quel titolo acquisirà un profondo significato.
Unità di luogo quindi, ma anche unità di tempo.
Anzi, The Guilty va anche "oltre" l'unità di tempo (24 ore) svolgendosi tutto in tempo reale (un "piano sequenza montato" per capirsi).
Tutto il film è sulle spalle del fantastico Jakob Cedergren (non a caso ha vinto miglior attore a questo festival), attore capace di regalare emozioni a non finire senza mai andare una singola volta sopra le righe. Anzi, il suo personaggio appare quasi freddo, incapace di emozionarsi (del resto in quel lavoro è obbligo) ma al tempo stesso viene fuori tantissimo tutta la sua umanità, tutto il suo dolore, tutto il suo terrore, tutta la sua voglia di riscattarsi come uomo.
La vicenda va avanti, si fa sempre più tesa, la telefonata con la piccola Mathilde mi ha messo a dura prova.
Piano piano la situazione si fa sempre più tragica, terribilmente tragica.
Fino ad arrivare al colpo di scena (io intuito zero, molti sì) che fa correre un brivido freddo lungo la schiena ma rende tutto ancora più doloroso.
Quel delirio sui "serpenti in pancia" invece di farti odiare la donna rendono ogni personaggio ancora più empatizzante, sia la stessa donna sia Asger, uomo che stava facendo di tutto per salvarla e si trova invece adesso con una situazione completamente ribaltata.
E il film è terribile nel descrivere l'incredibile sforzo di questo uomo per salvare tutti e tutto che, invece, si rende conto di aver commento solo danni irreparabili (far vedere il fratellino a Mathilde, non permettere che Iben venisse portata in clinica).
No, non è giusto, pensa lo spettatore.
Ma l'emozione è troppo forte e quel titolo, The Guilty, il colpevole, fa finalmente capolino in tutta la sua terribile bellezza.
Asger che pochi giorni prima aveva ucciso un uomo.
Asger che adesso per redimersi e salvare vite umane ha commesso errori madornali.
Sempre più colpevole.
E poi la telefonata struggente in cui si parla di pesci ed acquari.
E poi un ponte.
E poi una linea che cade.
Asger finisce nell'inferno più cupo possibile, è come se avesse ucciso di nuovo, adesso che invece aveva fatto di tutto per dimostrarsi uomo.

"E' con noi"
gli dice una voce

E scende l'ultima lacrima.
Perchè è giusto così cazzo

8.5/9


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PITY

Cristo, il cinema greco non sbaglia mai.
Quando ho saputo che a scrivere Pity c'era in mezzo lo storico sceneggiatore di Lanthimos ero già a posto, sapevo di trovarmi davanti al 100% ad un film geniale, probabilmente glaciale e che mi aprisse la mente.
E così è stato.
Dico la verità, senza il - per me - grandissimo finale Pity sarebbe stato "solo" un bel film, probabilmente una/due spanne sotto i greci più belli.
Ma il finale, oltre a portare i presupposti a limiti inimmaginabili, lo "completa", in una sceneggiatura in cui tutti gli elementi alla fine (appunto) convergono.
Pity (compassione) è la storia di un uomo che ha la fissa di voler essere compatito.
Sua moglie è in coma ma lui sembra non soffrire per niente della cosa.
A lui interessa soltanto che gli altri gli porgano le loro condoglianze, lo facciano sentire importante, gli mostrino il loro dolore e il loro affetto.
Anzi, quasi a mò di Pirandello, l'uomo diventa un acuto osservatore e quasi "saggista" della tristezza e della pietà, di cui codifica comportamenti, atteggiamenti, effetti (vedi capelli bianchi) e mimica facciale.
Il suo diventa uno studio sulla compassione che ha sè stesso e chi gli sta intorno come personaggi principali.
A me ad un certo punto è venuta in mente la scena della Grande Bellezza in cui Servillo spiega come fingersi tristi al funerale (anche se qualche dubbio che quelle lacrime fossero vere ce l'avrò sempre).
Pity diventa un film capace di trasformarsi più volte. All'inizio è un surreale drammatico molto compassato, poi diventa un film dall'irresistibile humour nero (la scena delle urla con registratore acceso è uno dei momenti comici dell'anno per me) poi alla fine si tramuterà in una tragedia senza pari.
Ho adorato questo trasformismo (che in altri film del festival avevo mal sopportato) perchè è tutto giocato sulle sfumature, non c'è mai un cambio di rotta netto e pacchiano.
Ci sono tanti elementi geniali come lui che rompe il pianoforte per non permettere al figlio di suonare musiche allegre ("potrai suonarle solo se la mamma di risveglia"), come quell'assurdo caso di omicidio di un suo assistito (lui è un avvocato) dove c'è una biciclettina vicino al corpo (dettaglio che verrà usato in modo meraviglioso nel finale), come i siparietti con la vicina e le sue torte (il non ricevere più torte lo fa decadere dal suo ruolo di essere umano da compatire), come la surreale canzone che ha preparato per la moglie in coma, come la sequenza della mammografia (devi aver qualcosa per forza, non può essere che stai bene, io ho bisogno di essere compatito!), o la scena dei lacrimogeni.
Scena assurda sì, ma importantissima per questa sottotematica del film, ovvero quella dell'incapacità di saper piangere (che vedemmo, con risultati grandiosi, in Synecdoche New York).
Perchè se è vero che l'uomo vuole essere compatito è anche vero che al tempo stesso lui compie esercizi su sè stesso per essere anch'egli in grado di compatire o, quantomeno, dimostrar tristezza per le cose.
Verso il finale l'uomo compie un gesto simbolico, ovvero togliere il quadro di quel mare placido e calmo (la serenità) per sostituirlo con uno di mare in tempesta (il dolore, il tormento).
Ma ormai nessuno ha più voglia di dimostrarli vicinanza, nemmeno quando finge di aver perso il cane.
E il film era già buono così.
Ma il finale è qualcosa di sontuoso, perchè unisce tutti i punti.
C'è un solo modo per essere ancora compatito, sterminare tutta la famiglia.
L'uomo ricorda l'omicidio del padre del suo assistito, ricorda l'affetto che la gente riversava sui figli del morto.
E allora ricostruisce lo stesso omicidio. E la sua mente è talmente fuori di sè che mette vicino al corpo la stessa biciclettina di quell'omicidio (se già in un omicidio era elemento senza alcun senso, ridicolo e quasi grottesco figuriamoci in due).
Poi continua il suo sterminio, e ancora biciclette.
Come se tutto l'universo di quell'uomo fosse lo stesso piccolo universo che lo spettatore aveva scoperto con il film, la compassione, un omicidio, una bicicletta.
L'uomo ha solo quegli elementi per raggiungere il suo scopo. Anche se niente ha senso di quello che sta facendo.
E alla fine, in uno script perfetto, abbiamo anche i capelli bianchi.
E abbiamo anche, finalmente, le lacrime, probabilmente vere.
Lacrime che fanno da colonna sonora ad un mare placido e sereno

7.5 / 8

1.12.18

Recensioni "Madeline's Madeline", "Marche ou crève" e "Vultures" - Torino Film Festival 2018 - di Riccardo Simoncini

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Madeline’s Madeline (di Josephine Decker)
Ecco che arriva il film-esperienza di questo TFF36. 
Un racconto di formazione che prende le tinte di un thriller psicologico a tratti sperimentale. Un’esperienza immersiva nella vita di una sedicenne che sta crescendo. Che vuole crescere, soprattutto. Che vuole rendersi indipendente. Soprattutto perché quella ragazza di nome Madeline in passato ha dovuto affrontare una malattia psichiatrica, da cui ora si sente guarita. La madre, però, non è del tutto convinta della sua guarigione. La vede, infatti, come una persona debole, fragile, perennemente in pericolo e per questo bisognosa di aiuto. Madeline invece si sente indipendente, semplicemente diversa, incompresa probabilmente da tutte le persone che ha attorno. L’unico luogo in cui possa sentirsi a suo agio è il teatro. Un teatro sperimentale dove si annulla ogni tipo di limite. Un teatro dove ci si può finalmente sentire normali. Il ballo, il corpo, la musica, la voce, il ritmo, i costumi, le maschere: tutto diventa una liberazione. Tutto consente di scoprire una parte di sé prima nascosta. Madeline quando è sul palco esprime ed esplora se stessa, scoprendo e creando il suo Io. Ed è proprio così che, attraverso quel teatro, lo spettacolo si fonde con la vita. La realtà e la finzione scenica si sovrappongono. L’improvvisazione teatrale (così come il pathos teatrale stesso) diventa imitazione di una quotidianità difficile da accettare. L’eccesso di maschere, balli e musiche diventa un pretesto, invece, per camuffarla e confonderla quella realtà. Come se Synecdoche, New York (di Charlie Kaufman) avesse un’adolescente come protagonista. E in fondo forse la grande e vera malattia di Madeline è proprio quella di essere un’adolescente.
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Marche ou crève (di Margaux Bonhomme)

Il confronto con una persona disabile da parte di un’intera famiglia raccontato attraverso uno sguardo che rifugge banalità e pietismo. Le musiche strappalacrime tipiche di queste tematiche lasciano lo spazio ai suoni onomatopeici che la diversamente abile Manon usa per comunicare. Suoni, come versi, per dire sì e dire no. Per esprimere allegria o rabbia. Questi suoni continuamente tornano nel film, scandendone il ritmo. Quei suoi che pian piano impariamo ad interpretare. Diventiamo noi stessi parte di quella famiglia. Siamo, cioè, immersi in un mondo che non è triste, ma semplicemente incompreso, difficile e spesso doloroso. Un mondo che, come detto, diventa anche nostro. E non è un caso che alla regia di questo film ci sia il debutto di una fotografa, Margaux Bonhomme, attenta ai dettagli, a suoni, ai gesti, immortalati nella loro durezza, come in una fotografia.  Così questo approccio registico ci obbliga a rimanere lì, in quel mondo, in quella famiglia. Cerchiamo di interpretarlo a fondo, di dargli un senso e forse cerchiamo pure di fornire soluzioni alle problematiche ad esso associate. Ma queste non si trovano. Perché paradossalmente quel mondo è troppo vero e reale per essere del tutto compreso. 
Tutti provano pietà, ma nessuno esterna compassione. Tutti giudicano dall’alto, a debita distanza. Nessuno prova, invece, ad avvicinarsi a quella famiglia, a comprenderla. Per questo acquisiscono valore gli abbracci, le carezze, le strette di mano che vediamo all’interno del nucleo familiare. Un bisogno di contatto fisico che è invece del tutto assente nelle persone che interagiscono con Manon. Perché, in effetti, è facile avere pietà, difficile invece è andare avanti, vicini, a contatto con la disabilità. Come se fossimo su una parete da scalare, di cui spesso è difficile vederne persino la fine. In cui la fatica si fa sentire ad ogni passo. In cui in ogni momento si pensa sia meglio mollare. Anche perché è un attimo cadere. È un attimo perdere quel contatto fisico.

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Vultures (di Börkur Sigthorsson)

Tra i diversi metodi sfruttati per il traffico di droga c’è quello basato sugli ovuli di plastica ingeriti dai trafficanti. Vultures parte proprio da questo: in particolare dalle complicazioni di quel trasporto di cocaina che avrebbe dovuto invece concludersi facilmente senza problemi. Qualcosa va storto e in poco tempo tutto si complica. Il film stesso vive di questo crescendo di tensione e azione che va pian piano a crearsi (anche se spesso in maniera troppo classica e prevedibile). Una tensione che si gioca principalmente sul piano personale. In effetti il vero pregio del film è proprio quello di concentrarsi prevalentemente sull’intimità dei personaggi, sul loro modo di confrontarsi con la dura realtà che li circonda, una realtà governata da qualcosa di incontrollabile, qualcosa che non si vede, ma che si percepisce. Le associazioni criminali, i cartelli della droga e tutte quelle organizzazioni tanto abusate nel cinema di genere rimangono sullo sfondo. Ma è proprio quello sfondo di Islanda, così duro, freddo e desolato il luogo in cui i personaggi interagiscono. Personaggi che, come detto, sono semplici esseri umani, con bisogni, desideri e paure altrettanto semplici. Personaggi che per diversi motivi, come già detto, si sono ritrovate in un mondo più grande di loro, in cui non contano nulla e in cui non ci si può affidare a niente e a nessuno. Un mondo desolato, dove è facile perdersi ed essere dimenticati.

28.11.18

Recensioni "Ghostland" - "L'amour Debout" - "Papi Chulo" - Torino Film Festival 2018

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PAPI CHULO

Se non fosse stato per il The Guilty visto ieri questo sarebbe, ad oggi, il mio film del festival.
Divertente, delicato, profondo, un film che è una vera gioia per il cuore.
Il ricchissimo anchor-man Sean ha un periodo difficilissimo.
Così difficile da fare una figuraccia tremenda in diretta nazionale durante le sue previsioni del tempo.
Gli viene dato un periodo di riposo.
Decide di verniciare una macchia in un patio, una macchia che gli ricorda il suo ultimo fidanzato, Carlos.
Copre la macchia (metafora) ma poi si rende conto che adesso deve verniciare tutto il patio per uniformare il colore.
Si affida allora a un messicano, Ernesto, che non sa una parola di inglese.
Ne nascerà un rapporto basato sul non potersi capire.
Un rapporto che per Sean va molto oltre quello che sembra.
Film dall'umanità disarmante sul bisogno di sfogarsi, sulla capacità di saper ascoltare gli altri anche senza capirli, sulla tremenda necessità dei rapporti umani.
Ernesto rappresenta per Sean tutto questo.
Ma anche qualcos'altro.
Ernesto, uomo molto più vecchio e brutto del bel e atletico Sean, assomiglia infatti tantissimo a Carlos, l'ex fidanzato di Sean.
E allora avviene così un cortocircuito per il quale la stessa persona che Sean ha ingaggiato per "coprire le tracce" di Carlos è al tempo stesso qualcuno che gli somiglia, cosicché Sean, in realtà, dimostra l'incapacità di liberarsi di quel fantasma.
Film di pochissima regia ma tanta, tanta sostanza, Papi Chulo è una riflessione sul dolore, sull'incapacità di dimenticare, sull'elaborazione del lutto.
Tutto giocato su questa stranissima e improbabile coppia e sulla loro impossibilità di capirsi.
Ci sono tante scene divertenti, tanti equivoci, un'atmosfera sempre leggera ma più si va avanti più Papi Chulo mette cose dentro.
Splendida ad esempio la scena di loro due in auto che cantano Madonna, a dimostrare come la musica e i testi musicali possano essere un punto di unione tra lingue diverse.
Poi avverrà un delicatissimo colpo di scena, colpo di scena che ci farà vedere tutto da una prospettiva diversa e renderà il "dramma" di Sean, tutto quello che faceva, ancora più complesso.
E, in ultima analisi, Papi Chulo è anche un film sulla solitudine, su quella solitudine esistenziale che ti può colpire anche quando sei famoso e sempre in mezzo a mille persone.
"Li senti ancora i coyote?" chiede Ernesto a Sean.
Magnifico

8

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L'AMOUR DEBOUT

Mmm, niente di che.
Già film dal soggetto simile (amori adolescenziali finiti) non mi fanno impazzire, poi se come ne L'Amour Debout tutto è un pò annacquato diventa un problema
Lea fa la guida turistica di Parigi.
Martin, il suo vecchio fidanzato, è un aspirante regista.
Lui è ancora molto innamorato di lei, lei forse lo stesso ma lo caca poco.
Martin, però, ha anche forti latenze omosessuali (anzi, più che latenze diciamo che è proprio bisessuale) mentre la dolce Lea inizierà a flirtare con un quasi 60enne.
Il problema del film sta proprio qua, in un soggetto che apparentemente è coraggioso (amori omosessuali e altri quasi pedofili) ma che invece non ha alcuna incisività, risulta innocuo e, specie nella storia di Lea e del "vecchio" musicista, tutto appare tremendamente inverosimile (che lei si sia innamorata di lui per una foto è abbastanza assurdo, se poi aggiungiamo che questo è un pesce lesso senza alcun carisma non ne parliamo).
Siamo dalle parti di Truffaut (anche se il regista francese che viene esplicitamente citato è Eustache), del racconto di questi amori, di queste pulsioni, tutto in una cornice di imbarazzata leggerezza.
Buffo come nel film ci sia quasi un'ossessione per le "lezioni", visto che tutti i personaggi principali (Lea come guida turistica, Martin come cineforum e l'amico biondo de Martin per il magnetismo - che è metafora? boh -) abbiano a che fare con un pubblico di ascoltatori.
Questo è uno di quei film che può piacere specialmente al genere femminile, o almeno ad un parte di esso, quella che ogni tanto vuole staccare la testa e veder raccontati teneri amori e disamori.
Un discreto tentativo di cominciar a far cinema

6 - -

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GHOSTLAND

Laugier è un gran bel regista.
La sua sfortuna è forse quella di aver realizzato il capolavoro subito, quel Martyrs che è senza ombra di dubbio una delle meglio cose visti nell'horror negli anni 2000.
Anche Saint Ange aveva cose buone dentro (e tante altre meno buone) mentre I bambini di Cold Rock mi piacque davvero.
E sì, anche Ghostland è un buon film horror, non c'è dubbio.
Laugier sa girare, sa esser cattivo, è fantastico nel descrivere atmosfere e nello scegliere gli attori.
Il problema di Ghostland, però, è nel suo essere troppo derivativo.
E lo so, è molto bello quando un regista prende tanti clichè horror e riesce poi comunque ad esser personale (e Laugier, in qualche modo, ci riesce) ma è anche vero che alla fine nel 2018 di case maledette, bambole e quant'altro ne abbiamo piene le scatole.
E Ghostland nella prima parte non ha mezzo elemento per farci uscire dal "giàvisto1000volte" e io da un regista così importante e di questo talento non me l'aspettavo.
Per fortuna nel secondo tempo Ghostland si fa più interessante, complesso e molto meno banale. Certo non c'è un'idea nuova dentro ma la principale (quella di lei che per sfuggire agli orrori che sta vivendo immagina una realtà parallela futura felice) è davvero ben gestita e in un paio di passaggi pure emozionante.
Intendiamoci, in Ghostland funziona tutto, dalle due sorelle principali ai due maniaci (uno sembra Renato Zero l'altro Sloth dei Goonies grasso), dalle ambientazioni alle violenze (quando lui la alza per le gambe come fosse davvero una bambola è impressionante).
Gli appunti da fare prossimi allo zero ma, lo ripeto, la sensazione di vedere l'ennesimo film horror in catena di montaggio è stata forte.
In ogni caso davvero emozionante la parte finale, con questa bambina ormai devastata che continuamente si rifugia nel mondo parallelo (e futuro) che si è creata per non concentrarsi sulle torture che sta vivendo.
E l'immagine di lei che esce in barella è davvero potente.
Un bel film horror che non dice niente di nuovo ma è l'ennesima conferma che Laugier, il suo, lo fa sempre.
Ma Martyrs resta ancora lassù, molto più in alto

6.5 / 7

27.11.18

Recensioni "His Master's Voice", "In Fabric", "Mandy" e "Tyrel" - Torino Film Festival 2018

A differenza del ToHorror dove la mattina ero sempre libero e c'erano pochi film in programma al Tff le proiezioni non finiscono mai, da mattina a notte tardissima.
E' davvero per me quasi impossibile trovare spazi per recensire, specie perchè è ancora più impossibile portarsi dietro il computer.
Ho visto una decina di film per adesso.
E scrivo oggi con tutti e 10 i film nella testa, quasi impossibile tirar fuori cose buone.
Di alcuni, a questo punto, nemmeno scriverò, altri per fortuna magari sono capitati a Riccardo, degli altri ancora ci proverò.
In questo primo quartetto ci sono 3 film di registi che avevo amato tantissimo in passato, Palfi (Taxidermia), Cosmatos (Beyond the black rainbow) e Sebastian Silva (Magic Magic).
Nessuno dei 3 film presentati al festival raggiunge il livello dei precedenti.
Proviamo a scrivere due righe l'uno



HIS MASTER'S VOICE


Cominciamo col film di venerdì sera.
Non posso nascondere che le aspettative erano davvero alte visto che alla regia c'è quel Palfi che mi strabiliò che Taxidermia, film unico, difficile, a tratti rivoltante, grottesco ma anche pieno di cose dentro.
Il passo indietro è notevole.
Sin dall'inizio capiamo che l'ambizione è forte, il film ha chiare velleità esistenziali. Siamo davanti ad una via di mezzo tra un mock e uno sci-fi. Due ragazzi ungheresi vogliono ritrovare loro padre, scienziato emigrato tanti anni prima negli Stati Uniti.
Uno dei due è in sedia a rotelle e resta a casa, l'altro, specie dopo aver visto un documentario su dei fatti incredibili negli anni 70 (gente che esplodeva) - documentario in cui è sicuro di aver riconosciuto il padre - , parte.
Un film sulla ricerca di qualcosa insomma (molto interessante quel volto strappato, bianco, che vedono i due fratelli), ma questa ricerca così "umana" e piccola scoperchierà un mondo molto più vasto, talmente vasto da abbracciare l'Universo intero.
Il film ha due grandi problemi per me. Il primo è la ripetitività, così marcata da non permettere alla pellicola di partire mai veramente. 
Il secondoè il suo essere terribilmente verboso, specie negli intermezzi (e ce ne sono tantissimi) scientifici. Si spiega tutto ma malgrado si spieghi tutto il film rimane molto complesso e difficile da decifrare perchè vola alto, molto in alto.
A quel punto, se tanto volevamo renderlo difficilmente decifrabile, io avrei detto tante meno cose.
Ogni tanto la pazzia di Palfi fa capolino, specie nella stupenda sequenza del Gigante o quella nel sesso di gruppo. Scene però difficili da unire al contesto.
La cosa paradossale è che più il film è lineare e privo di guizzi più si complica.
E alla fine diventa una specie di opera dal collasso temporale sul senso della vita e, forse, sull'incontro tra più mondi e pianeti.
E in questo senso ho trovato davvero straordinario il finale (cosa più bella dell'intero film) con quel figlio che dal tappeto cucito dal padre prova a ricavare un programma in codice binario.
Finale davvero potente sia per questa particolarissima "eredità" padre-figlio sia per come viene rappresentato un possibile Senso del Tutto.
Per certi versi questo finale, ma anche forse tutto il film, potrebbe richiamare il non troppo riuscito The Zero Theorem di Gilliam

6.5

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IN FABRIC

Anche qua attese non piccole visto che il regista, Strickland, aveva diretto in passato un film che tantissimi appassionati mi hanno consigliato di vedere, Berberian Sound Studio.
Beh, no, non ci siamo per me.
In Fabric è la storia di un vestito maledetto, un abito da sera rosso venduto in uno strano e mefistofelico negozio in cui tutti sembrano parlarti de Stocazzo solo per venderti cose.
Già la figura di questi guru dopo un pò diventa ridicola ma i problemi del film sono tanti.
Per prima cosa, come sopra, il film è tremendamente ripetitivo.
Di solito quando siamo davanti a film su "possessioni catena di Sant'Antonio" seguiamo la vicenda del primo per intero e poi, alla fine, ci viene fatto capire che "tutto ricomincerà come prima".
Qua invece muore la prima protagonista, poi il vestito viene nelle mani di un altro e niente, rivediamo per intero tutto quello che avevamo già visto prima.
Film metaforico (anche se la metafora vestito rosso = pulsione o risveglio sessuale è abbastanza basica) anche con idee interessanti (il marchio al seno, la possibile critica al capitalismo e al consumismo) e più di una scena buona (fantastica quella della lavatrice) ma che non fa paura, quando diventa sentenzioso rischia l'effetto ridicolo e ha un finale talmente pacchiano e arbitrario da non crederci (la scazzottata al negozio, da cinepanettone).
Tra l'altro vengono inseriti degli inserti abbastanza surreali come quegli uomini che parlano alla donna di colore di strette di mano o saluti o come il datore di lavoro del secondo protagonista.
Film girato sempre in ambienti notturni o scuri (c'è forse solo una scena alla luce, quella dell'attacco del cane) e che, come capiterà con Mandy (ma lì in maniera netta e non confusa) non sa mai cosa vuol essere da grande, se un horror serio e inquietante o una specie di divertissiment di genere.
Scena emblema quella del "sesso" con manichino, di suo molto suggestiva ma resa ridicola dalla masturbazione dell'altro proprietario.
Nel finale, però, in quella specie di montacarichi-ascensore c'è finalmente un'idea che merita, rivedere tutti i personaggi che tessono il vestito.
Probabilmente ci sarebbe da decifrare ma il film non mi ha messo la voglia di farlo, troppo tardi

5.5

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MANDY

Terzo film e, ancora una volta, grandi aspettative.
Perchè Cosmatos girò quella perla assoluta di Beyond the Black Rainbow, straordinaria opera estetizzante e dall'atmosfera unica.
E i primi 20 minuti di Mandy mi avevano fatto sperare di ritrovarmi in un altro mezzo capolavoro.
Assistiamo in una prima parte che, come solo i grandi film riescono a fare, è riuscita ad emozionarmi da morire senza praticamente raccontare nulla, solo attraverso le immagini, i visi e le musiche.
Loro due stesi sul letto e quella luce che cambia continuamente, lei che appare da fuori il pelo dell'acqua, l'infartuante sequenza dell'arrivo del caravan, con la "banda" che viene ripresa, uno ad uno, e poi l'incrocio con lei, sempre in questa superba fotografia rosso cremisi.
E poi quella carcassa di animale nel bosco, il racconto degli storni, mamma mia che film mi dico.
Poi, però, Mandy cambierà totalmente.
E sono sicuro che tanti avranno apprezzato questo cambio di direzione (che ne fa sicuramente un cult) ma io no, io mi ero perso in quei primi 20 minuti, sognante ed emozionato. E ci credevo davvero.
E invece Cosmatos "tradisce" sè stesso (se vedete Beyond the Black Rainbow capirete) e fa uscire la sua parte cazzona, notevole eh, ma fosse stato per me l'avrei tenuta nel cassetto.
E così Mandy diventa una specie di crasi tra Ghost Rider (per la presenza di Cage) ed Evil Dead (di cui riprende in maniera pedissequa alcuni momenti, vedi la "preparazione" alle armi), un film visivamente sempre bellissimo (Cosmatos sarebbe bello anche se girasse un documentario sulle penne) ma che annienta tutta l'atmosfera della prima parte. Tra l'altro, a mio parere, avviene anche una specie di errore "emotivo", ovvero quello di creare una profonda empatia per la coppia del film (empatia che Cosmatos crea non con fatti avvenuti ma con emozioni tutte nascoste nelle immagini e nei volti) poi distrutta da questa pazza vendetta cazzona di Cage.
Ci si diverte (divertimento più di grana grossa che altro però), assistiamo a tanti omicidi, i mostri stile Hellraiser funzionano alla grande, c'è qualche buon splatter e qualche momento cultissimo (lui disperato in bagno, la faccenda della maglietta, la pubblicità del Grana).
Mandy diventa insomma un godibilissimo cinema di genere.
Eppure io ero rimasto agli occhi di lei, a quella carcassa nel bosco, a quei silenzi.
E avrei voluto non andarmene di là

6.5 / 7



TYREL

E niente, questa è la giornata dei film visti con alte aspettative a causa di film precedenti dello stesso regista e tutti andati un pò così così.
Questo poi era di gran lunga quello che più volevo vedere visto che alla regia c'è Sebastian Silva, il regista di uno dei miei film preferiti di questi anni, Magic Magic.
E il problema di Tyrel - che rimane un bel film - è proprio quello di esser venuto dopo quel mezzo capolavoro.
Ma non è tanto il problema dell'esser scesi di livello (per forza direi) ma che Silva ha commesso l'evidente errore di voler fare un film sulla stessa tematica (o quasi).
Quando in un dato argomento raggiungi il top l'errore più banale che puoi commettere è tornare di nuovo là.
Intendiamoci, i due film hanno notevoli differenze (Magic Magic poi di tematiche o interpretazioni ne ha una decina, Tyrel un paio) ma sono più, e più evidenti, i punti in comune.
Ancora una volta un film basato sul disagio interiore di un ragazzo, ancora una volta questo disagio che si crea in mezzo ad amici, ancora una volta una casetta sparsa nella natura.
E ancora una volta un film sulla difficoltà del vivere e relazionarsi, anche se in questo caso sia le cause che gli effetti sono facilmente individuabili.
Eppure l'incipit prometteva davvero molto.
Questo ragazzo di colore in mezzo ad una decina di altri (tutti bianchi), piccole battute spiacevoli, piccole tensioni. Silva è stato bravissimo nel non metter dentro nessun personaggio apertamente razzista, anzi, se andiamo a vedere i comportamenti in sè di tutti non c'è nulla da eccepire, in una serata tra amici qualche piccola frase spiacevole c'è sempre.
Eppure piano piano Tyrel (il ragazzo di colore) inizia a sentirsi a disagio, a bere troppo, a perdere il controllo.
Siamo davanti ad uno di quei film che io chiamo "pentola a pressione", quelli in cui i protagonisti, in maniera lentissima, iniziano a non farcela più, ad andare in apnea, a scoppiare.
Ne ho appena visto e recensito uno sull'argomento, Respire. Citerei poi anche Krisha, come minimo.
Iniziano ad apparire simboli già visti in Magic Magic (il voodoo, il doversi tuffare, un cenno pure all'ipnosi, la natura intorno, Michael Cera :)  ) e Tyrel, specie per contrasti col personaggio interpretato dall'immenso Landry Jones, inizia davvero a non poterne più.
E sì, se è vero che la tensione a volte non manca, è anche vero che il film non riesce mai a decollare e, a differenza sempre di Magic Magic, non porta nessuna premessa a soluzioni drastiche.
In definitiva un bel film, tutto giocato sui dialoghi e i rapporti, benissimo recitato e con 3,4 sequenze davvero belle.
Però, ecco, la sensazione che manchi davvero qualcosa è forte

6.5/7

26.11.18

Recensioni "Happy new year, Colin Burstead" - "Relaxer" - "History of love" - "53 Wars" - Torino Film Festival 2018 - a cura di Riccardo Simoncini

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Cominciamo a parlare dei film del festival.
Io sto avendo tantissime difficoltà a scrivere, mi ritrovo a casa praticamente al massimo due ore al giorno e considerando docce, colazioni, chiacchiere, vestirsi e tutte le cose minime della vita non sto avendo un minuto.
E mi ritrovo così con già 7 film contemporaneamente in testa, un disastro.
Per fortuna che almeno il mio giovin Riccardo ha trovato tempo.
Cominciamo quindi con 4 film suoi (anche se uno l'ho visto pure io), tra cui anche il nuovo di Wheatley.
Grazie Riccardo :)
Da domani DEVO parlar dei miei, almeno una decina di righe l'uno

Happy New Year, Colin Burstead (di Ben Wheatley)

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Festeggiare l’anno nuovo con tutta la famiglia. Arrivare addirittura ad affittare una ricca villa per l’occasione. Ma non si tratterà di un capodanno qualsiasi. Il nuovo film di Ben Wheatley (Killer in viaggioKill List) porta infatti all’estremo un mezzo che il regista britannico ama molto: il dialogo. Sembra di essere davanti ad uno spettacolo teatrale. Un’unica grande scenografia con attori che entrano ed escono dalla scena. E poi un lunghissimo ed ininterrotto dialogo a più voci che si alternano e si sovrappongono l’una con l’altra. Come se fosse vedessimo sulla scena un unico lungo monologo: quello della famiglia Burstead. Un dialogo che è un crescendo di voci, di ritmo, di toni: un climax di tensione che diventa poco per volta più serrato. L’iniziale caduta della “madre” a causa di uno scalino all’ingresso della sontuosa casa. L’arrivo di ospiti inattesi e inaspettati. La richiesta di un prestito familiare. Vecchi amori e vecchie conoscenze. Si parla di tutto. E le parole scorrono rapide, taglienti, spesso dirette e violente. Ma quelle parole non portano comunicazione. In quella famiglia si parla (e si urla) tanto, ma sembra sempre difficile capirsi ed intendersi. Ma la famiglia Burstead alla fine è così e forse in molti casi quando si è insieme è meglio non parlare, se ciò diventa così doloroso. Non resta allora che cantare, prima piano e poi più forte. E dopo aver cantato, iniziare a ballare, abbandonandosi alla musica e smettendo almeno per un momento di pronunciare parole di odio. Fino almeno al prossimo capodanno.

History of Love (di Sonja Prosenc)


“Tanto c’è tempo”, pensiamo. Per imparare, per scoprire. Per domandare e per capire. Diamo per scontato che le persone che abbiamo vicino rimangano lì per sempre. Ma in effetti spesso sono proprio queste le persone che conosciamo meno. Perché crediamo di avere un’intera vita davanti. Una vita che si può, però, spezzare in un momento. Così la giovane Iva viene a dover affrontare la morte della madre. Senza forse conoscerla davvero. E con lei il fratello, la sorellina e il padre. Ma è Iva la vera protagonista, colei che concretamente vorrà conoscere di più sulla madre. Il film inizia proprio con la giovane orfana, che scopriamo essere una tuffatrice. I suoni in questo momento ci si mostrano come ovattati. Ma pensiamo sia normale dato che la prima ambientazione che vediamo è l’acqua, la piscina. Poi l’attenuazione sonora continua. Delle persone parlano con Iva, ma non capiamo cosa dicano, come se lei fosse isolata dal mondo che la circonda. Solo successivamente intendiamo che ha un problema all’udito che la costringe ad usare quando non è in acqua un apparecchio che pone sopra all’orecchio. La percezione ed i sensi sono in effetti il vero motore del film. Suoni, stimoli visivi e sensazioni tattili. Tutto si fa percezione. Tutto diventa esperienza e scoperta. La pioggia, la piscina, le api, i lampi. Ogni cosa ha un’espressione tangibile che ci permette di conoscerla. Iva vuole conoscere allo stesso modo quella che è stata sua madre. Cerca la percezione come mezzo di comprensione. Quando il corriere porta un pacco indirizzato alla madre (e giunto dopo la sua morte a causa di un ritardo nella spedizione) Iva non vuole aprirlo, ma lo tocca e lo esplora con le mani. Estrapola informazioni attraverso i sensi. E poi incontra persone, visita luoghi. Tutto per costruire un’immagine più completa possibile di quella donna che l’ha data al mondo. Emergono segreti e tante sofferenze. Ma quel vuoto rimane.
Si è giunti a quel vuoto in un istante, in un momento, in un tempo che separa vita e morte. Un tempo che è breve come un tuffo di Iva, in cui ad essere separati sono l’aria e l’acqua. Ma in questo tuffo, quando si entra in acqua, non si riesce più a riemergere. E si sa: in acqua i suoni sono ovattati. Nella vita di Iva ormai è tutto ovattato, come una bolla di vetro, ma in questo caso nessun apparecchio acustico potrà riportare la normalità.

53 Wars (di Ewa Bukowska)

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L’esordio alla regia dell’attrice polacca Ewa Bukowska è il ritratto (non del tutto riuscito) di una donna, sola a casa ad aspettare il marito che è un corrispondente di guerra. I due sono entrambi giornalisti, ma solo lui è riuscito ad inseguire il sogno di viaggiare così tanto e così lontano. Lei vorrebbe in effetti seguirlo, accompagnarlo, ma deve rimanere a casa. Lui dice di aver bisogno di una solida certezza ad aspettarlo a casa. Qualcuno che gli dia la forza, che gli dica che tutto va bene. E poi è pericoloso, laggiù, in guerra. È una situazione difficile da sopportare. Ma l’impressione che noi  abbiamo è che quel luogo in cui la protagonista Anka dovrebbe rimanere per dare forza al marito non sia in realtà così felice, ma che porti tanto dolore quanto la guerra stessa. Sì, perché mentre il marito Witek va e viene dalla guerra, Anka inizia a sviluppare una sindrome da stress post traumatico. La sua casa diventa un campo di guerra, dove ad ogni angolo si nascondono mine pronte ad esplodere. Due campi di guerra paralleli: quello di chi parte e quello di chi rimane, interconnessi attraverso suoni, immagini, testimonianze dei due fronti. Questi input sensoriali portano Anka a idealizzare in maniera onirica e tragica quella guerra, ad interiorizzarla ed immaginarla, anche se spesso in maniera troppo scontata e convenzionale. La sua guerra a (ed in) casa diventa appunto un’ossessione, così difficile da sopportare da costringerla a separarsene ad ogni costo, diventando così anche lei una veterana.

Relaxer (di Joel Potrykus)

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C’è qualcosa di imminente. Qualcosa di grande. Qualcosa che quando arriverà sconvolgerà le vite di tutti. Ma non sappiamo mai con certezza di cosa si tratti, perché fisicamente non vediamo cosa c’è fuori. È difficile contestualizzare spazialmente l’ambientazione del film. Perché Relaxer si compie in una singola stanza, in un singolo angolo, su un piccolo pezzetto di un divano. Non ci stacchiamo mai di lì. Il protagonista Andie stesso sarà costretto a rimanere lì fermo, in quel pezzettino di divano. Tutto per una sfida. Ma capiamo che in realtà di sfide ne ha affrontate tante, con esito negativo però. Questa volta vuole riuscirci, vuole dimostrare che lui ce la può fare. Che non è un perdente, che nella sua famiglia lui conta qualcosa. Così questa sfida diventa un lento (ed eccessivamente lento e lungo) decadimento dello spazio (quell’unico spazio) e dell’individuo (Andie). Un’autodistruzione portata all’estremo. Con sporco e schifo di ogni tipo. E l’esistenza di Andie è lì. La sua essenza, i suoi stimoli, le sue aspirazioni sono lì. Con un gusto nostalgico degli anni ’90, in quell’angusto e sporco appartamento arrivano persone di ogni tipo (e tutti i personaggi sembrano a loro modo usciti da un film di Todd Solondz) e tutti prendono in modo diverso contatto con Andie, sempre intento a raggiungere il suo unico scopo: vincere la sfida, battere il record di Pac-Man, senza potersi mai alzare da quel divano. Per lui quelle sfide non rappresentano semplici giochi, ma sono dei veri e propri obblighi morali, attraverso cui dimostrare a se stesso di potercela fare. Non può sottrarsi. E se non può sottrarsi dalla sfida, si potrà però sottrarre ed isolare dal mondo, perdendosi così l’inizio del nuovo anno. L’inizio del nuovo millennio. Ma forse anche la fine del mondo.

22.11.18

Torino Film Festival 2018, il post di presentazione (non mio eh, anche perchè io una cosa così seria, perfetta e malata manco morto l'avrei fatta)



Domani comincia il Torino Film Festival.
Andrò 5 giorni. Cercherò di vedere più film possibili (anche se io odio le scorpacciate) e, se riesco, riportarvi recensioni e impressioni giornaliere (sarà difficile visto che a differenza del ToHorror qua iniziano di mattina).
Io non mi sono informato di nulla, andrò all'avventura a casaccio sapendo che tanto lassù ci sono amici che invece di sicuro si son preparati.
Tra questi c'è il celeberrimo Roberto "Palloncini" che per l'occasione ha scritto questo "mostruoso" post di presentazione del festival.
In realtà il post l'ha scritto per FIlmtv.it (sito dove un tempo scrivevo e consiglio) ma ho trovato una legge del 1964 per cui ad una persona che ha dormito almeno 27 giorni a casa tua puoi rubar tutto. 
E Roberto ha dormito a casa mia almeno 53 giorni questi anni.
Quindi mi prendo il suo post, buon divertimento


«Imparammo abbastanza presto che nel nostro giro eravamo gli unici ad apprezzare,
per esempio, i classici del cinema europeo.
Perché ci piacevano? E' difficile  dirlo...
Perché erano strambi e spesso violenti, come noi.
E talvolta confusi e apparentemente senza senso, come la vita.
Insomma, tale era la passione che diventammo cineasti anche noi...
L'idea era ispirarci ai film che ci erano piaciuti, facendo la parodia dei titoli
e poi girare delle storie coerenti con i nuovi titoli.
Erano venute fuori delle cagate pazzesche, ma per qualche strana ragione continuavamo...»
Parola di Greg Gaines, alias Thomas Mann, il protagonista di «Me and Earl and the diyng girl», un film che adoro e che fu proiettato al Torino Film Festival del 2015. In quel film i due amici, anzi «colleghi», Greg e Earl si divertivano a rifare a modo loro i grandi classici del cinema mondiale e tra i tanti grandi autori omaggiati, apparivano in più scene anche Michael Powell e Emeric Pressburger, con la loro inconfondibile sigla fatta di frecce scagliate su un bersaglio. Come a ribadire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza del cinema tutto, anche del passato, soprattutto per le nuove generazioni.






Tre fotogrammi da "Me and Earl and the dying girl" che omaggiano Powell e Pressburger

Tre anni dopo, il 36° Torino Film Festival mette al proprio centro i due “archers”, dedicando la retrospettiva principale (assieme all'altra su Jean Eustache) alla "strana coppia" di cineasti, due grandi della settima arte mai troppo conosciuti o celebrati anche se autori di film eccezionali: regista inglese uno e sceneggiatore ungherese l'altro, che firmavano le loro opere col nome di entrambi. Sarà una ghiotta occasione per riscoprire sul grande schermo tanti loro capolavori, a partire dal loro esordio insieme «Duello a Berlino», lasciarsi stregare dalle fantastiche atmosfere di «A matter of life and death», farsi ammaliare dalle suore di un torbido e infuocato mélo come «Black Narcissus», (ri)vedere un cult maledetto qual è «Peeping Tom» firmato dal solo Powell, volteggiare con uno dei loro film più celebri come «The red shoes»,  volare con la fantasia con una delle più belle fiabe avventurose di ogni tempo con «The thief of Baghdad» (la loro è la più nota delle varie versioni cinematografiche) e tantissimi altri della loro lunga e fortunata carriera.