19.4.21

Recensione: "The Block Island sound" - Su Netflix

 

Con mia grandissima gioia sono finalmente riuscito a vedere un film brutto.
Io che parlo solo bene de tutto, che esalto gni cosa, adesso ho visto un film brutto e posso sfogamme.
Ma non un film brutto che sapevo già brutto, ma uno brutto che pensavo bello, per questo so contento.
Siamo su un'isola, accadono strane cose, muoiono uccelli e pesci. C'è qualcosa de strano nel mare.
Alla fine manco se scoprirà bene che era quella cosa strana.
Sta de fatto che i membri di una famiglia de pescatori cominciano ad impazzì.
E ce regaleranno la figura del nonno morto, una figura che dovrebbe esse terrificante e invece è una delle cose più ridicole viste sti anni.
Adoro

Madonna che soddisfazione.
Finalmente ho visto un film BRUTTO. Ma non de quelli brutti che sapevo fosser brutti, no, uno brutto che pensavo fosse bello.
Sta sensazione è bellissima, parlo sempre bene de tutto, tutto è interessante quando non magnifico, e ora finalmente posso parlà male de un film senza sentimme minimamente in colpa.
Posso distruggelo in pace e con la coscienza a posto.

De The Block Island Sound me aveva colpito la locandina (di gran classe e suggestiva), il titolo e anche le due righe de soggetto lette.
MENO MALE non avevo visto il trailer, altrimenti forse me ne sarei stato alla larga.
Questo è un film dove non funziona niente, ma proprio niente.
La sceneggiatura ha un bello spunto iniziale (che incuriosisce lo spettatore) ma poi è disastrosa, ogni elemento che viene messo dentro o è sviluppato da cani (o da cervi...) o dimenticato, gli attori son cani (o cervi...), i dialoghi pessimissimi, le reazioni agli eventi incredibili, un personaggio talmente ridicolo che diventerà uno dei miei giocatori idoli, il finale terribile.

Siamo su n'isola.
Stanno accadendo fatti stranissimi, muoiono migliaia de pesci a riva e se schiantano in mare o sempre a riva migliaia de uccelli.
Non se sa quale sia il problema.
Noi spettatori però sappiamo che è qualcosa che ha a che fare col mare, un suono sinistro e gutturale (come di un mostro marino) che, come un virus, infetta chiunque lo senta (o chiunque, credo, passi su quel tratto de mare, non ce se capisce un cazzo).
Sta de fatto che birillo o baralla nell'isola son tutti preoccupati (almeno all'inizio, poi sembrano fregassene tutti).
Soprattutto una famiglia è colpita da sta cosa, visto che il nonno è stato infettato da quel "suono", si comporta in modo assurdo e ridicolo inquietante, poi na volta morto lui (spoiler, se avete letto per sbaglio meglio per voi) la cosa colpisce anche il su figlio e niente, è un casino.

Abbiamo una bella location, la colonna sonora è buona e quel suono (e anche il suo mistero) son belli.
Stop.
Tutto il resto è un disastro.
Gli attori fanno a gara a chi è peggio.
Ma il nonno, il nonno porcalaminonna è qualcosa di veramente agghiacciante da quanto è scarso.
Il fatto è che deve diventà il personaggio horror del film, quello che dovrebbe impauricce.
E invece fa ride anche i polli (come diciamo qua).
Una volta morto torna più volte sotto forma di "zombie" e dice delle cose al su figlio, tipo

"Cervoooooooooooo
Cervoooooooooo
Cervoooooooooo
Cervooooooooooo"

quando il figlio davanti alla strada se trova un cervo

poi

"Caneeeeeeeeeeeee
Caneeeeeeeeeee
Caneeeeeeeeee
Caneeeeeeeeeeee"

quando il su figlio vicino c'ha un cane

e poi

"Leiiiiiiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiiiii"

quando il su figlio c'ha davanti la su nipote.


All'inizio pensavo che semplicemente quelle parole così lamentose e ridicole fossero la seconda parte de qualche bestemmia, pensiero che si è dissolto con il "lei".
Poi ho pensato che, semplicemente, lo spirito del su babbo fosse na specie de guida per ciechi, nel senso che se il su figlio davanti c'ha un cervo glie dice cervo, se c'ha un cane glie dice cane e se c'ha na bimba gli dice lei.
Poi, con tanta fatica, ho capito che glie dice de prende quegli esseri viventi e portarli sul mare, tipo in sacrificio.
Per chi non se sa, forse gli alieni.
Alieni che hanno bisogno de un tonto che glie porta un animale per volta quando normalmente hanno a che fa con migliaia de pesci e uccelli. Ma forse glie servono specie diverse pe studialle.
Vi giuro che non si sa, il film mette dentro in maniera casuale mille cose senza sviluppanne bene una.
Io ve dico che vale la pena vedè il film solo per il personggio del nonno, tra l'altro attore cane anche prima de morì. C'ha un viso che sembra finto, da pigliallo a schiaffi tutto il tempo (come del resto la nipotina, è una delle poche volte che ho immaginato de dà du schiaffoni a na bambina).

La sceneggiatura è terribile.
More il babbo e la figlia dopo 2 minuti non glie frega niente. Figlia che è andata lì per studià il fenomeno dell'isola ma poi non fa una fava. I dialoghi fanno pena, i personaggi non ne funziona uno, il protagonista ha il carisma di un dadino di zucchina in mezzo a 10 fette de guanciale.
Forse una mezza scena buona è l'incubo di lui, quello della cartina e dei parassiti che vomita.
Poco altro.
Tra l'altro c'è un fil rouge su sto film incredibile. Ovvero che la gente parla de cose de tardo pomeriggio quando sembrano sempre le due de notte. Quello passa la notte in gattabuia ma quando escono lei parla di cena, una volta sembra tarda notte e lei prende il traghetto, n'altra volta sembrano le 3 de notte e c'è una ragazza che fa jogging, vi giuro accadono continuamente cose che uno pensa sia pomeriggio ma l'isola è completamente buia e senza nessuno fori.
Vengono messe dentro teorie complottiste, dispositivi elettrici (oh maria la scena sulla roulotte, un altro attore cane incredibile), alieni, mostri marini e alla fine non se cava un ragno dal buco.
Io non c'ho manco più voglia de perdece tempo, ciao

"Cervooooooooo
Cervoooooooo
Cervooooooo
Cervooooooooooo"

4,5 / 5

15.4.21

Comunicazione scema di servizio

 Mi è apparso sul blog che da non ricordo quando ma credo presto (ho chiuso la notifica e non la ritrovo più) dopo tanti anni sarà sospeso il servizio per cui se vi iscrivevate tramite mail vi arrivavano i post...in mail.
Pensate che se non me arrivava sta notifica io manco me ricordavo de sta cosa.
Non so in quanti la usano (io so di due), magari 10, magari 30, magari un centinaio, però dice che non funzionerà più.
Nella notifica c'era anche un metodo per salvare l'elenco degli iscritti e fare una procedura strana ma non avevo voglia di farla ho chiuso la notifica e non so più come fare.
Non credo sarà un danno per nessuno, anche se magari c'era qualcuno affezionato a sta cosa.
In quel caso semmai consiglio di prendere un cagnolino o un gattino in sostituzione

12.4.21

Recensione: "Lo Squalo" (1975) - Yesterday, i film del (mio) passato - 13 -

 

Dopo 3 anni e mezzo riprendo in mano la rubrica Yesterday, quella in cui parlo dei miei cult dell'infanzia/adolescenza (sempre rivisti per l'occasione).
Lo Squalo è forse il film simbolo del cinema della minaccia e del pericolo, un'opera diventata poi paradigma di tante altre.
L'ho riscoperto bello, molto bello, ma a sorpresa (rispetto ai miei ricordi) con una prima parte sensibilmente superiore alla seconda.
Ne approfitto anche per dire due cose del mio rapporto col mare e della discussione tra effetti speciali e visivi

Credo di aver avuto all'incirca 8-9 anni la prima volta che vidi Lo Squalo.
A quell'epoca noi 3 fratelli (il quarto era appena nato, prima di iniziarlo all'horror abbiamo aspettato che diventasse almeno cinquenne) noleggiavamo praticamente un film a sera in vhs.
Io adesso non ricordo bene che effetto mi fece il film ma ricordo benissimo le conseguenze.
E le conseguenze furono che ogni volta che, di lì in poi, andai al mare (almeno tutti gli anni fino all'adolescenza) vivevo l'esperienza in acqua con una sola grande certezza, ovvero che sotto l'onda che mi stava per arrivare addosso ci fosse uno squalo.
Ok, questa è passata ma sarà sicuro nella prossima, mi dicevo.
O la prossima.
O la prossima.
O la prossima.
Questo continuo "o la prossima" finiva solo quando me ne tornavo in spiaggia, dai miei amati libri (che fino a 11-12 anni erano Topolino).


Ora rivedendo il film dopo tutti questi anni (credo ci fu solo un'altra visione nel mezzo, nell'adolescenza) ho capito perchè c'avevo così forte sto cazzo de paura dello squalo.
E' perchè ad un certo punto del film dicono che gli squali attaccano soprattutto vicino alla riva, con nemmeno un metro d'acqua. Se vede che quel dialogo m'era rimasto così impresso che nei successivi 7-8 anni de vita di mare la mi testa s'è detta "o la prossima" a più di 72000 onde.
Voi ce scherzate ma in questo mio stupido (ma vero) ricordo personale si nasconde il segreto di questo indimenticabile film, Jaws ("Fauci" in originale, tradotto con sineddoche poi in italiano).
Lo Squalo diventò il vero e proprio simbolo del cinema della minaccia, del cinema del pericolo. Fece molti più danni del cinema più propriamente horror e più propriamente spaventoso perchè raccontava, in maniera davvero mirabile, di una minaccia sì improbabile ma assolutamente reale. 
L'Esorcista, per raccontare di un capolavoro coevo, faceva 10000 volte più paura, almeno per quello che mi riguarda. Poi, però, quel film finiva lì, non entrava nella nostra vita reale (anche se certe incazzature della mi mamma me le ricordo ancora adesso in maniera LindaBlaireggiante).
Invece Lo Squalo magari terrorizzava meno ma poi ce lo portavamo anche nella vita reale.
E a proposito di questo discorso "reale-non reale" secondo me cade perfettamente un discorso che di sicuro avrei intrapreso dopo, quello degli effetti speciali.
Gli ultimi 20 minuti del film sono splendidi soprattutto grazie agli straordinari Animatronic (quindi reali) che vennero costruiti. Roba che ancora adesso, dopo 45 anni, sembrano reali.
Ma ve lo immaginate Lo Squalo con gli effetti visivi anzichè quelli speciali? Vi rendete conto di quanto perderebbe?
Ecco così che arriviamo al mio discorso. Gli effetti visivi sono comunque arte, non c'è che dire. Ma secondo me quasi per legge dovrebbero essere usati soltanto in alcuni generi, o quantomeno solo in alcune sceneggiature. I cinecomics, il fantascienza spettacolare, l'horror mainstream dei jumpscares e via dicendo guadagnano da morire con gli effetti visivi. Senza di quelli non avremmo praticamente il film (o torneremmo negli anni 60 quando anche questo tipo di cinema di genere era fatto in maniera artigianale, senza una lira, ma con un cuore davvero grande).
Ci sono poi film che non ci portano in altri mondi lontanissimi da noi, ma che raccontano invece di terrori, inquietudini o meraviglie assolutamente verosimili. E se in quei film mi piazzi gli effetti visivi io potrò prendere uno spavento o esclamare un "ma che bello..." ma non mi sentirò mai nel mondo reale. Gli effetti speciali, invece, anche quando raccontano di mostri impossibili, di luoghi incantati o di sequenze inverosimili, riescono in qualche modo a non farci uscire dal mondo filmico. Prendete quel capolavoro de La Cosa, se gli effetti fossero stati fatti al computer vi rendete conto non solo di quanto il film avrebbe perso ma anche di quanta inquietudine in meno ci avrebbe trasmesso? c'è poco da fare, la CGI è un'arte magnifica ma è e resterà sempre una cosa fuori dall'uomo, un trucco, una magia e nessuna immagine prodotta dal computer ci sembrerà mai vera come qualcosa creato dal vero, artigianalmente.

1.4.21

Recensione: "Calls" - Le serie tv de Il Buio in Sala - Su Apple TV

 

Una minuscola serie tv capolavoro.
Due ore e mezza soltanto in cui non vedrete nessun attore, nessun luogo, niente.
Sentirete solo persone telefonarsi mentre sullo schermo appaiono delle onde radio, dei giochi grafici "emotivi" che renderanno ancora più pazzesca l'atmosfera.
Stanno succedendo cose incredibili e terribili nel mondo. Il tempo sembra collassato, al telefono il passato parla col futuro, la gente comincia a morire in modo mostruoso per delle ragioni che solo poi capiremo. Un fantascienza solo audio che nasconde dentro un significato talmente potente e bello che si fa davvero fatica a vederne la grandezza.
Una delle esperienze più coinvolgenti che io abbia mai fatto.

CONSIGLI DI VISIONE

1 Vedete tutta la serie in un'unica sessione. Oltre a non perdere l'atmosfera potrete trovare dei piccoli legami tra i vari episodi, legami che in visioni distanziate è quasi impossibile notare
2 Vedete la serie da soli o al massimo in due, deve essere un'esperienza immersiva
3 Vedetela, se potete, di notte o comunque al buio
4 Non cambiate episodio quando cominciano i titoli di coda, a volte ci sono cose inserite tra di essi
5 Il doppiaggio italiano è fantastico. Quindi, non essendoci attori, io quasi vi consiglio di sentirlo in italiano, ne resterete più coinvolti (se sono solo voci è normale che ascoltarle nella propria lingua dia un impatto più forte ed immediato) e potrete anche migliorare il vostro inglese, visto che sullo schermo vedrete le conversazioni in lingua originale

QUANDO COMINCIANO GLI SPOILER SARETE AVVERTITI NELLA RECENSIONE


 Sarebbe bello e credo anche interessante chiedersi se i film, le serie tv o il cinema in generale siano qualcosa che è già stato, qualcosa che è o qualcosa che, semplicemente, accade.
Qualcosa che è già stato, un prodotto fatto in precedenza da qualcuno e in cui poi, casualmente o no, finisce gente per vederlo e giudicarlo.
Qualcosa che è, ovvero qualcosa con cui comunque stabiliamo un rapporto di sincronismo temporale, nel senso quel film a prescindere da quando sia stato realizzato in quel momento è lì con noi, anche se "lui" è nel passato mentre il nostro giudizio sarà nel futuro.
Oppure semplicemente il cinema è qualcosa che accade, qualcosa che ha la sua massima espressione e senso di esistere solo nel tempo in cui le due vite, la nostra e la sua, si incrociano, solo in quel tempo sincronico.
Vedete, questi discorsi strambi hanno una doppia valenza nel parlare di questo capolavoro.
La prima ragione perchè la stessa serie è tutta giocata sul Tempo, su quello che accade o è già accaduto, sul futuro che parla al passato o il passato che parla al futuro, sulla compresenza di più temporalità.
Ma è anche importante perchè per giudicarlo io non me la sento di farlo con quello che Calls "è" nè con quello che Calls "è stato", ma solo nel modo in cui questa serie "mi è accaduta".
Per questo, per quanto conti, il mio voto è 10, perchè il tempo in cui io e Calls siamo esistiti insieme è stato magnifico, indimenticabile, perfetto.
Che poi, se ci pensate, la nostra stessa vita è spesso una brutale, spesso devastante, spesso impari, spesso non lucida, contrapposizione e scontro tra il giudicare cosa ci accade nel momento in cui ci accade, fare invece un'analisi del contesto in cui è accaduta o, peggio ancora, rileggerla giorni, mesi o anni dopo.
Quell'ora meravigliosa passata con la nostra ragazza, quei 60 minuti perfetti, devono restare quello che furono, 60 minuti perfetti, oppure è meglio e più giusto guardare anche fuori da quei 60 minuti, ad esempio a tutta la giornata?
O magari, una volta lasciati, ripensare molto tempo dopo a quei 60 minuti, a freddo, alla luce dei fatti poi successi?
Qual è la temporalità più "reale" delle cose? La vita sono milioni di attimi veri di per sè oppure una estenuante analisi a posteriori di tutto quello che ci è successo?
La risposta sembra difficile ma non lo è. La vita è entrambe le cose, la vita è tutto.
Ma io preferisco raccontare quelle due ore e mezzo di Calls per come mi sono accadute, preferisco pensare che quell'ora d'amore con la mia ragazza - a prescindere da tutto quello che accadrà dal minuto dopo - sia stata nè più e nè meno che quello che si è vissuto in quel momento.
La verità era lì.

Calls è una serie letteralmente geniale, mai vista (l'originale è francese ma Alvarez l'ha riscritta tutta, dall'inizio alla fine).
Una serie in cui non vedrete un singolo attore recitare. Non vedrete nemmeno location niente.


Tutto quello che avrete davanti ai vostri occhi sono le onde radio delle telefonate che ascolterete. Sembra banale e magari anche noioso, lo so. E invece anche la parte visiva de sta miniserie (2 ore e mezza) vi assicuro che è qualcosa di stupendo. Quelle onde radio diventeranno in qualche modo onde "emotive", onde che per forma, colore, traiettoria e ritmo richiameranno molte volte lo stato d'animo e situazionale delle voci che parlano. Le loro paure, le loro distanze, il loro rapporto, tutti diventerà uno psichedelico ed ipnotico incrociarsi di linee e curve. A volte si raggiungeranno dei picchi emotivi quasi più alti grazie a questa parte visiva che a quello che ascoltiamo.

Sono 9 episodi, durano massimo 18 minuti l'uno.
Non sono propriamente 9 telefonate perchè in ogni episodio sentiremo più telefonate e avremo sempre, come minimo, 3 interlocutori.
Però, ecco, non ci sarà mai un solo secondo di pausa, il ritmo è pazzesco, anzi, è uno dei motivi per cui Calls diventerà una serie coinvolgente come poche (immaginate di prendere i minuti più intensi e importanti di The Guilty e moltiplicarli per due ore e mezza).

Ma di cosa tratta Calls?
Stanno accadendo fatti strani, inquietanti, a volte mostruosi.
In questo senso la prima telefonata (che in realtà temporalmente è l'ultima, tanto che l'episodio si chiama The End) basta e avanza già da sola. 
In un quarto d'ora siete già lì, in apnea, inquietati, quasi terrorizzati per quello che state sentendo.
Un incipit straordinario.
Di base stiamo parlando di fantascienza, insomma, anche se sarà abusato il paragone, è come se stessimo assistendo a un "Ai confini della realtà" in versione audio o, se volete, a una specie di "Guerra dei Mondi" di Welles.
La differenza è che qui non c'è una radio, una voce che tutti ascoltano, qui succedono cose a noi stessi e le chiamate (verosimili come poche altre ne ho sentito) sono semplicemente quelle che avvengono tra persone semplici, unite da rapporti di amore, parentela, amicizia.
Non c'è quindi una Voce autoritaria, qualcuno che tesse le fila, ma l'incubo viene raccontato attraverso le nostre telefonate di tutti i giorni.

da qui inizierò a fare spoiler



Già dal primo episodio, come dicevo, saremo completamente catapultati in uno scenario apocalittico, inquietante, impossibile da decifrare.

31.3.21

Recensione: "La Trilogia di Lupin III di Takashi Koike" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 12 - di Enrico G - Su Prime



Dodicesimo appuntamento con Enrico che torna per la seconda volta sul mitico Lupin.
Lo fa perchè su Amazon Prime sono disponibili tre mediometraggi (sui 50 minuti l'uno) molto recenti che hanno entusiasmato il nostro giovane appassionato di Anime.
Vi lascio prima alla sua premessa, poi alla sua premessona e poi alle 3 recensioni dei singoli film


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La lapide di Jigen Daisuke, Il getto di sangue di Goemon Ishikawa, La bugia di Fujiko Mine. Tre mini film (da 50 minuti) su Lupin III, o meglio, tre istantanee sulla sua scalcagnata banda. Personaggi assurti ormai al Pantheon degli anime, giustamente meritevoli dell’occhio appassionato e al contempo sfacciato di un regista che nel suo campo è un piccolo maestro.

Disponibili su Prime. Spoiler minimi.



Lupin terzo, dalla nascita nel 1967, non se n’è mai andato. Film televisivi con protagonista il simpatico ladro sono usciti ogni anno, ma ci voleva davvero qualcosa di speciale avvicinandosi al 50esimo anniversario. Le prime avvisaglie sono arrivate con la miniserie dedicata interamente alla compagna/avversaria di Lupin, la Donna chiamata Fujiko Mine. Non l’ho vista, ma sembra che sia nel look che nelle intenzioni dovesse riagganciarsi a quando tutto cominciò, con le tavole schizofreniche, al limite dello scarabocchio, del creatore Monkey Punch. Insomma, pare che parlando di Lupin non ci sia scampo dai paragoni con l’ispirazione James Bond: anche la famosa serie cinematografica, quando perse slancio negli anni ’80, si volse nuovamente ai libri di Ian Fleming per ritrovare carattere. Idealmente questa rivoluzione alla romana (cioè che guarda al passato per rinnovare il presente) dovrebbe essere proseguita dai tre mediometraggi in questione, forniti di tutto il necessario per il fan di Lupin della prima ora: avventura, violenza, tensione, e il giusto pizzico di erotismo.

Questi però sono parte di un’unica creatura, modellata sui tre comprimari classici della saga: Jigen, Goemon e Fujiko (a dirla tutta ci sarebbe anche Zenigata… quarto capitolo in arrivo?). Lo stile varia, da cervellotico e adrenalinico per il pistolero, più cupo per il samurai, più sensuale per la ladra; ma tutto è collegato dalla pennellata di Takeshi Koike, già character designer della citata miniserie. Per chi non sa chi sia, solo l’allievo del mio regista preferito nella storia dell’animazione, nientemeno che Yoshiaki Kawajiri. E il più promettente, a giudicare dal curriculum. Chi non si fida delle raccomandazioni infatti, dovrebbe ammirare il suo meraviglioso World Record, un corto di quella antologia di tesori animati chiamata Animatrix (spin-off del famosissimo film dei Wachowski). Probabilmente è meglio conosciuto per il lungometraggio Redline, arrivato anche in Italia, quindi ci troviamo già davanti ad un talento multiforme, capace di lavorare con qualsiasi tempistica della macchina cinema. Riuscire poi ad incanalarlo in una serie longeva e dai cardini solidi come rocce quale è Lupin, vuol dire essere davvero un genio.

Funziona a meraviglia, diciamolo. Lupin è sempre quello, giacca blu in linea con le ultime due serie, la faccia da schiaffi e la voce, ormai consolidata da più di un decennio, del bravissimo Stefano Onofri. Ma è pure un Lupin straordinariamente retrò, a partire proprio dalla collocazione temporale di metà anni ’70. Tempi in cui Lupin e Jigen erano freschi compari, agli albori di una splendida amicizia (quasi un caposaldo del primo anime) ma formalmente in rapporti di affari. Anche Goemon vive in una specie di versione alternativa di sé stesso, durante la caccia a Lupin ma prima della nascita della loro collaborazione. Fujiko è l’unica con un’avventura tradizionale, non fosse per il suo assoluto protagonismo, che più o meno conferma tutto quel (poco) che sappiamo sulla ladra.

Un restyle impossibile da non amare, che coinvolge anche la colonna sonora jazzissima, un vero capolavoro: per una volta hanno lasciato in pace il decano compositore Yuji Ohno, quindi le musiche sono molto più fresche del solito (ancora una volta, niente di nuovo: per il rinnovo Bond, con Solo per i tuoi occhi, avevano chiamato Bill Conti per svecchiare la saga dalla costante presenza del maestro John Barry). Ma basta con questi dettagli panoramici, direi di passare ai singoli film.


 La Lapide di Jigen Daisuke




Ho sempre sospettato che Jigen fosse il mio personaggio preferito della cumpa. Adoro il personaggio del solitario pistolero, che qui più che mai digrigna quella faccia da James Cogburn e sprofonda lo sguardo nelle tese sconfinate del suo fedora, non ama i lavori di squadra e dà l’impressione di poter persino ficcare una pallottola nella schiena di Lupin per una parola di troppo.

La Lapide di Jigen Daisuke, d’ora in poi mia opera topica per il personaggio, ne è la conferma definitiva.


Ovviamente non cambierà il mondo dell’animazione o del cinema in generale, non è rivoluzionario nella narrativa o tematiche, lo è relativamente al suo ambito, la saga di Lupin. Guardando un prodotto a caso dalla lista ci si aspetta tutto tranne che una trama eccelsa (eccezione, il Castello di Cagliostro) da thriller hitchcockiano o poliziesco coreano. Lapide non fa eccezione, per via di qualche smussatura da operare a livello di sceneggiatura. Ciò che rende un Lupin III meritevole è la scrittura dei personaggi, l’effetto sorpresa, ma soprattutto la capacità di legare il tutto senza strabordare. La ricetta è in fondo sempre quella, sarabande di rapimenti, inseguimenti, tecnologie irreali o anacronistiche, sparatorie, mascherate. Tutte cose che, scollate dai rapporti di causa-effetto, possono annoiare a morte, come succedeva in alcuni special annuali, paradossalmente aggravati dal ritmo indiavolato. Anche con le libertà che concede l’animazione bisogna andarci piano: un personaggio, anche fatto di linee e colori, deve poter morire, altrimenti perché lo spettatore dovrebbe preoccuparsi per lui? Devono essere i simpatici ladruncoli che tutti amiamo a latitare, non la tensione.


Takeshi Koike riesce nell’impresa di tenere tutto assieme. Anzi, scommette con lo spettatore di poter fare molto di più: uccidere Jigen Daisuke, una delle pietre angolari della saga (in un prequel, per di più!). Jigen muore, anzi è già morto, fin dalla prima, bellissima tavolozza, questo cimitero dalle testate spropositate e cielo rosso sangue, dove un uomo posa un fiore s’una tomba, la tomba di Jigen Daisuke. È un po’ la scommessa che faceva un altro franchise da me molto amato, Kuroshitsuji, nel bellissimo OAV Book of Murder: sappiamo che tu, spettatore, conosci a menadito le regole, ma noi ti freghiamo lo stesso.

27.3.21

Recensione: "Personal Shopper"

 

Dopo Sils Maria (sempre con la Stewart, in un ruolo quasi identico) questo è il secondo film di Assayas che vedo.
Ancora una volta trovo un cinema molto sofisticato, colto, complesso (anche nell'interpretazione).
Forse non il "mio" cinema, perchè questo raffinato dramma psicologico, con leggerissime venature di thriller e ghost story, non riesce ad avere quel perturbante che io di solito amo, quello sporco, quel malato. Come se il film avesse un'anima davvero bellissima (e con tematiche che adoro come lo spirituale e il metaforico) ma le raccontasse in una maniera sui generis, tutta in superficie.
In ogni caso un film da vedere, da interpretare, da analizzare.
Forse la storia di una difficilissima elaborazione del lutto, la storia della ricerca di fantasmi reali che in realtà sono solo interiori.

Questo qua, dopo Sils Maria, è solo il mio secondo Assayas.
Intanto è curioso che in entrambi i film la protagonista sia Kristen Stewart (che a me piace sempre più come attrice) ma è ancora più curioso che interpreti praticamente lo stesso personaggio, ovvero l'assistente personale di una star (più segretaria tuttofare in Sils Maria, personal shopper in... Personal Shopper).
Certo dopo soli due film non posso tirar fuori un teorema definitivo ma quello che posso dire è come entrambi mi siano piaciuti molto senza però riuscire del tutto a conquistarmi e, soprattutto, coinvolgermi come speravo.


Probabilmente ciò deriva dal tipo di cinema di Assayas, un cinema sofisticato, colto, complesso, psicologico ma non nell'accezione che amo io, ovvero quella di profonda inquietudine, "sporcizia", malattia.
Personal Shopper, film difficile, quasi inafferrabile, affascinante, ha tutte le caratteristiche (e lo script) che piacciono a me, eppure per tutta la sua durata mi è restato davanti ad un metro di distanza, senza che io riuscissi a farlo mio del tutto.
Un pò perchè umanamente è freddo (come il mondo che racconta del resto) un pò perchè, come dicevo, la sua preponderante parte psicologica arriva a noi in un modo insolito, "superficiale", nel senso che non turba quasi per nulla ma sembra raccontarci una vicenda quasi "normale" che nasconde significati nascosti.
Sì, è vero, c'è la casa stregata, ci sono i rumori, c'è addirittura la presenza fantasmatica (evitabilissima e pacchiana per me), c'è quella sottile inquietudine dovuta allo scambio di sms tra la Stewart e chissachì, c'è un omicidio efferato, insomma, a livello di significanti gli elementi del thriller ci son tutti, eppure l'atmosfera resta fondamentalmente serena per lo spettatore, senza che nè l'inquietudine nè lo scavo psicologico arrivi in profondità.
Attenzione, girare un thriller psicologico barra ghost movie così atipico potrebbe essere anche un pregio eh, ma io ho sentito poche vibrazioni.
Per fortuna in un aspetto il film invece mi ha molto interessato, ed è il cercare di capirlo.
Magari dopo dico due cose al riguardo.

La regia è molto buona ed elegante, la Stewart, che passa dall'esser nascosta in abiti sformati all'esser nuda è davvero grande e l'uso delle location ottimo.
Fermandoci un attimo a questo passaggio che ho scritto riguardo la Stewart è indubbio che quel suo essere "nascosta" dentro orribili abiti sognando continuamente quelli che noleggia alla star che assiste, è un primo tassello della costruzione psicologica del film, ovvero quella di qualcuno che desidererebbe essere qualcun altro. In tal senso credo anche i nudi siano simbolici, in un aspetto che ricorda vagamente le tematiche de Il Cigno Nero.
Iniziano ad esseri inseriti elementi fortemente spirituali e/o spiritistici, come la vicenda della pittrice svedese (molto interessante ma poi lasciata lì), come il manifestarsi definitivo di alcune forze dentro il villone deserto, come lo scambio di sms (troppo lungo, 40 minuti di film).
E' come se il film si riempisse di tantissimi elementi interessanti (sia di per sè sia nell'eventuali ricerca di un significato finale) ma tutta l'unione di essi non porti alla loro somma.
Ed è così che i singoli amanti dei vari aspetti (chi ama la spiritualità, chi lo spiritismo, chi il thriller, chi il dramma psicologico, chi il soft horror) rischiano di avere catturata la loro attenzione e sperare in qualcosa di grande che, invece, nei rispettivi aspetti, li potrà deludere.
Inoltre il film non sa essere essenziale, ma spesso pecca di ridondanza, specie nei dialoghi e negli scambi di sms (troppo didascalici, troppo manifesti).
Che il personaggio della Stewart sia attratta dal proibito, che voglia in qualche modo far venir fuori una sua parte più "nera", che la ecciti (si masturba pure) quel poter vivere un' "altra sè", è tutto davanti ai nostri occhi, senza che avessimo dovuto sorbirci 35 sms inutili che raccontano le cose.
Per fortuna però il film resta molto godibile, vogliamo vedere dove arriva, vogliamo capire chi manda gli sms, vogliamo sapere come si concluderà la ricerca del fratello.
Spesso restiamo spiazzati (la scena in cui lei va nell'hotel, poi vediamo andar via il "fantasma" e poi l'amante della diva è davvero confusa, devo riguardarla) e anche il finale ci toglierà pochissimi dubbi.
Questo però, paradossalmente, è la cosa che più ho amato, l'ho trovato davvero bellissimo pur, probabilmente, non avendolo capito.
E andiamo così alla mia interpretazione.
Per tutto il film ho immaginato che Maureen fosse in qualche modo schizofrenica. L'ho pensato soprattutto per tutte le scene con gli sms, immaginandomi una specie di dialogo inesistente tra lei e sè stessa, tra la parte che "non deve sbagliare" e quella che la esorta a scoprire la sua parte più nascosta.
Il fatto che poi la prenotazione all'albergo fosse a nome suo mi aveva ancora più convinto di questa idea.


E, arrivando al finale con questa convinzione, non potevo non leggerlo in tal senso.
Credo che quindi Personal Shopper racconti di una difficilissima elaborazione del lutto e del tentativo di cercare "fuori di sè" (la presenza del fratello) una via di uscita che, invece, è possibile solo dentro di sè.
Non c'è mai stato lo spirito del fratello, non c'è mai stato un misterioso messaggiatore, non c'è mai stato niente, se non delle "presenze" che Maureen ha creato per reificare, o tentare di farlo, un grandissimo disagio interno. 
Non è un caso che le venga detto, credo frase più emblematica del film, "liberati di lui", perchè solo quello può salvarla, ovvero l'accettare che per trovare la pace lei non deve cercare l'interazione con altri, ma trovarla dentro di sè.
Ed è in questo senso che leggo anche l'ultimo minuto, quel credere dapprima di trovarsi davanti lo spirito del fratello, poi immaginarsi che sia un altro spirito per poi, infine, chiedere "Sono io?" e ricevere un "sì" di risposta.
Come se da sempre tutto quello che abbiamo visto fosse stato un continuo dialogo con sè stessa camuffato da presenze misteriose.
Elaborazione del lutto, paura (di morire come il fratello), malattia, incapacità di andare avanti, sono tante le cose che si mischiano dentro secondo me.
Potremmo addirittura, in una lettura molto ardita, pensare che è invece Maureen ad essere morta (vedendo gli sms come una specie di contatto di qualcuno, magari del fratello in vita, ripensando alla scena in cui vediamo l'ascensore e le porte dell'hotel aprirsi senza vedere esseri umani o quel finale "Sono io?" a significare che è il contrario, la morta è lei) ma resta una suggestiva idea, molto affascinante, che non riesco però a metter sopra all'interpretazione più psicologica.
Quello che è sicuro è che ci troviamo davanti ad un film di fantasmi.
Un film dove la protagonista ricerca quelli reali, quelli che danno segni.
Non capendo però che, forse, gli unici fantasmi, come spesso accade nella vita, sono quelli che ci creiamo da soli.
E che se solo lo vogliamo, se solo lo capiamo, ecco che, puff, possiamo mandarli via in un attimo

22.3.21

Recensione: "I see you" - Su Prime

 

Uno di quei thriller che, se avessi ancora la videoteca (aka "se esistessero ancora le videoteche") mi avrebbe letteralmente salvato (oltre che fatto guadagnare qualcosa) perchè l'avrei potuto consigliare veramente a tutti essendo pure certo del gradimento. 
Un film che gioca con più generi (il thriller, il crime, il soft horror), che ha una costruzione narrativa molto stimolante, una grande atmosfera, una colonna sonora da brividi e un'anima davvero nera.
Inoltre vi farà conoscere cos'è il Phrogging (NON ANDATE A LEGGERE SENZA AVERLO VISTO PRIMA!).
La storia di una famiglia cui succedono cose sempre  più strane ed inquietanti e quella di un serial killer del passato che potrebbe essere tornato a colpire.
Davvero un gioiellino.
Disponibile su Amazon Prime

 PRESENTI SPOILER UCCIDI FILM, SIN DA SUBITO, CONSIGLIO LA LETTURA SOLO DOPO

Quando mi capita di vedere thriller come questi non posso non sospirare ripensando alla videoteca. A quanto fosse faticoso consigliare film a tutti quelli che entravano e che, senza che io li conoscessi, pretendevano che io gli trovassi il film perfetto per loro. Certo, nel tempo, dopo tante chiacchierate e vedendo cosa gli piaceva, mi creavo il profilo di ognuno, manco fossi un profiler dell' F.B.I..
Ma la maggior parte erano comunque clienti poco fidelizzati e che volevano il film perfetto per la serata.
Vedendo film come I see you sospiro perchè sarebbe stato uno dei quei film "salva-consigli", uno di quei thriller che avrei potuto consigliare a TUTTI essendo poi pure sicuro di fare pure bella figura. Oltre a"parecchi" soldini ovviamente.
Sì, impossibile che un amante del thriller non apprezzi sto film, impossibile.
Non che sia un capolavoro e, lo vedremo, nemmeno perfetto.
Ma un thriller che sa dare atmosfera, qualche inquietudine, giocare con più generi (il soft horror e il crime), avere una costruzione narrativa stimolantissima (tanto che pare quasi uno dei quei game movie dove devi ricostruire le cose piano piano), una colonna sonora stupenda, che sa metter dentro 2/3 colpi di scena davvero ben assestati, ecco, è una fortuna.
Un altro merito è quello poi di far conoscere un fenomeno, quello del Phrogging, che almeno io non conoscevo minimamente.

ATTENZIONE, non andate a leggere cosa sia sto Phrogging se non avete visto il film, ve lo rovinereste irrimediabilmente.


L'incipit è molto interessante. 
Drone a parte (più volte verrà usato, molto bello) è sin da subito manifesto della prima parte del film, ovvero del gioco che verrà fatto con lo spettatore, quello di viaggiare costantemente su due possibili binari, il paranormale e il reale. Quel bimbo che viene sbalzato dalla bicicletta e sembra volare via è simbolo di quanto appena detto, ovvero di un film che per 50 minuti terrà nel dubbio lo spettatore. In questo senso vanno lette anche tutte le inquadrature in soggettiva dentro la casa (quelle che praticamente danno titolo al film), inquadrature tipiche degli evil movie ma che solo poi avranno una spiegazione.
Iniziano a succedere tante cose piccole ma inquietanti, posate che spariscono, televisione che parte da sola, criceti usciti fuori dalla gabbia, quadri sulla parete scomparsi, lenzuola tirate via, dischi che partono a suonare.
La famiglia è al tempo stesso impaurita da tutto quello che accade ma - e questa è una buona idea di sceneggiatura - alla fine le risposte possono essere sempre dentro la stessa famiglia, visto che c'è una tensione pazzesca dovuta al fatto che la madre ha un amante. C'è talmente tanto nervosismo e ostilità tra i 3 membri della famiglia che tutti questi strani accadimenti possono esser letti come dispetti o piccole vendette private.
Fino a che, però, non ci scappa un morto e che lo stesso figlio rischi di morire...

Da qui partirà il secondo film, parallelo temporalmente al primo, e scopriremo tutta la verità.
Sarà molto stimolante per lo spettatore ripercorrere tutte le scene già vissute (sia a livello visivo che auditivo) da quest'altro, nuovo, punto di vista. Capiremo che quelle soggettive non erano cinematografiche ma reali e anche ogni singolo strano accadimento successo.
Dico la verità, se questa seconda parte all'inizio è davvero notevole, piano piano inizia a stancare visto che per mezzoretta ci faranno vedere ogni singola cosa successa in precedenza da questa nuova angolatura. Io, in fase di sceneggiatura, avrei fatto rivivere gran parte delle scene, ma non tutte, anche perchè poi la cosa diventa prevedibile e crea un calo d'attenzione.

19.3.21

Recensione: "Rams" - Passeggiate, il cinema della poesia - 15 - di Roberto Flauto

 

E' un caso quasi unico questo.
Mai, o forse solo una volta, ho pubblicato nel Buio in Sala un pezzo esterno (ossia di una rubrica di altri) già recensito in precedenza da me.
La motivazione è molto semplice, le rubriche (o anche i pezzi singoli)  di amici devono colmare tante delle mie lacune, che siano tematiche (generi che non vedo), stilistiche (modo di scrivere diverso) o anche, semplicemente, recensire bei film che io non ho visto.
In questo caso Roberto (al suo sedicesimo appuntamento) ha "per sbaglio" scritto di un film già presente in archivio.
Non posso però non pubblicarlo, per  due motivi.
Il primo è che Rams è un film bellissimo (con uno dei 10 finali più emozionanti che ho visto in questi anni, sicuro), il secondo perchè la recensione di Roberto (finalmente dato che il film l'ho vistoho potuto leggerti!) è molto meglio della mia.
Vi lascio a lui.

P.S. : il film lo trovate su Prime
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 In una valle islandese,
immersa in un tempo sospeso,
due fratelli lottano contro l’estinzione.

Se la nostra pecora è felice,
il sole tutti riscalda e benedice.
Se la nostra pecora è infelice,
la notte è oscura e traditrice.


Il vento accarezza l’erba.
La città è lontana, siamo nell’entroterra, le montagne abbracciano ogni cosa.
Il cielo è così vicino che stordisce. Il respiro della terra è unità di misura dei giorni.
Eternità e attimo si confondono, fino a prendere l’una il significato dell’altro.
Islanda. Terra di ghiaccio e di fuoco.
Ghiaccio: perché siamo a pochi passi dal Circolo Polare Artico, perché la neve appartiene a tutte le stagioni, perché c’è qualcosa di unico nel processo di condensazione dei desideri apparentemente inesprimibili.
Fuoco: i vulcani, i geyser, le sorgenti termali, vene incandescenti che scorrono ovunque, perché il battito di ciglia della natura non conosce pietà, perché c’è qualcosa di unico nel processo di esplosione dei desideri lasciati ad asciugare al sole.
L’erba si piega sotto le carezze del vento. Chilometri e chilometri di pura assenza. Il rumore del silenzio pervade ogni suono, ogni ambiente, ogni colore. Le estati sono tiepidi e brevi, gli inverni sono gelidi e lunghissimi. In una valle immensa e dalla bellezza selvaggia, circondata da vette imperiose, lontana da anni luce dalla luce degli anni di tutti noi, ci sono due case, distanti poche decine di metri l’una dall’altra. Appartengono a due fratelli, entrambi allevatori di pecore, che conducono la stessa vita, hanno gli stessi ritmi, consumano gli stessi cibi, sono della stessa natura, ma si odiano e non si parlano da quarant’anni.
Gummi e Kiddi.
Si odiano, come solo due fratelli possono odiarsi.
Ormai vecchi, entrambi soli, non si sono mai sposati, non hanno figli, non hanno niente, eccetto le loro amate pecore. Il rapporto che hanno con questi animali è davvero unico, speciale, prezioso. Sono due allevatori induriti dal freddo e da una vita di sfiancante e continuo lavoro, condividono la stessa terra, le loro pecore appartengono alla stessa, antichissima, pregiata razza: Bolstad. Sono le migliori, e loro due sono i migliori allevatori di tutta la valle.
Eppure non vanno d’accordo, non si sopportano, non si rivolgono la parola da quaranta, lunghissimi, gelidi anni.
Il vento disegna destini inafferrabili tra i fili d’erba.

Seguiamo la vicenda dalla prospettiva di Gummi.
Un lungo abbraccio carico di un affetto che non si può capire. Gummi abbraccia le sue pecore, le coccola, le stringe a sé, «ti voglio bene» dice a ognuno di loro. Sorride.
Il film si apre così. Con un abbraccio. Sincero, affettuoso, dolce, ma anche (e per questo) primitivo, viscerale, fuori da ogni logica.
Il cielo si colora di ghiaccio.

C’è una staccionata.
Una lunga sequenza di paletti, recinti e sbarre di legno: è il confine tra la terra di Gummi e quella di suo fratello Kiddi.
Sono identici, perché condividono lo stesso stile di vita e conducono la medesima esistenza, eppure profondamente diversi: Gummi è calmo, serafico, attento, mentre Kiddi è più estroverso, più istintivo e impulsivo.
Il film ci dà piccole e disordinate informazioni (le mie preferite), grazie alle quali possiamo capire che i loro defunti genitori aveva preso due decisioni differenti. Il padre, come probabilmente ogni uomo razionale avrebbe fatto, aveva deciso di affidare la sua terra e le sue pecore al suo primogenito Gummi, il più saggio e affidabile. Ma la madre gli strappa una promessa: lasciare che anche suo fratello minore avesse una parte della terra e delle pecore da allevare.
Ma non sappiamo altro. Non sappiamo cosa abbia davvero portato a quarant’anni di silenzio. Le poche comunicazioni che intrattengono avvengono tramite lo scambio di messaggi scritti su fogli di carta, che il fedele cane pastore di Kiddi consegna ogni volta all’uno e all’altro.
Cosa può esserci di più gelido di un cuore che rifiuta di battere e di battersi?
Chissà quante parole sono sepolte nei loro cuori. Chissà quante carezze morte, in quelle mani.
Quanti sospiri trattenuti, quante carezze abortite, quanto freddo, quanti giorni, quanti sbagli.
Quaranta anni. Senza dialogo, senza sorrisi. In completa solitudine, vivendo l’uno accanto all’altro.
Gummi, Kiddi, le loro pecore.
Il cielo in frantumi si disperde nel vento.

Rams: “arieti”.
L’ariete – o montone – è il maschio della pecora. Ma è anche la metafora perfetta per descrivere i nostri protagonisti. E non solo perché sono vecchi, pelosi e con la barba lunga e disordinata, come il vello delle loro pecore, ma anche perché appartengono entrambi a una razza in estinzione, di cui sono gli ultimi due esemplari, almeno in quella valle: allevatori dotati di una sensibilità unica, profondi conoscitori di ogni palpito della natura, amanti appassionati e passionali del proprio mestiere, che in realtà è tutta la loro vita, perché loro amano prendersi cura delle pecore, non sanno fare altro, sono i migliori. E stanno per estinguersi.
Rams è quindi una storia di resistenza, un racconto di ghiaccio e di fuoco.
Ghiaccio: perché siamo a pochi passi dal baratro della fine, perché quarant’anni di silenzioso morire non lasciano scampo, perché lo strato di gelo che avvolge il cuore degli uomini può non sciogliersi mai.
Fuoco: perché malgrado e grazie a ogni sguardo, perché nonostante e a causa di ogni silenzio, perché sebbene l’assenza, benché l’antagonismo, il sangue, la famiglia, l’amore avuto e quello sepolto dentro raffiche su raffiche di entropia, c’è un cuore che pulsa e continua a bruciare.

In una piccola comunità, per quanto sia esteso il territorio che la contiene, ci si conosce praticamente tutti. È una cosa bella, rassicurante, ma che può risultare asfissiante (non è un caso, per esempio, che i rapimenti alieni avvengano sempre in piccole comunità sperdute, ma questo è un altro discorso). A Gummi e Kiddi, però, non interessa nulla, tranne il benessere delle loro pecore.
Arriva il giorno del concorso annuale per il miglior montone. Tutti gli allevatori portano il proprio esemplare migliore. I due fratelli sono tra i partecipanti, come ogni anno. E come ogni anno sono i favoriti. Gummi è secondo, Kiddi è il vincitore. Vince “per un muscolo”. Tutti festeggiano, ridono, brindano, bevono, tranne Gummi.
Rams, film in cui si parla pochissimo, una storia con dialoghi rari ed essenziali, è un racconto fatto di sguardi bellissimi, profondi, significativi. Gli occhi di Gummi persi nel vuoto sono perfetti.
Il suo sguardo e quello di Kiddi non si incrociano mai, eppure pesano l’uno sull’altro. Si guardano senza guardarsi. Come i quarant’anni di silenzio che li separano e li tengono insieme in una danza immobile.
(Alcuni degli sguardi presenti in questo film sono tra i più belli che abbia mai visto, tra i più penetranti e significativi che abbia mai vissuto).

Poi arriva l’imprevedibile.
Gummi si accorge che il montone del fratello ha qualcosa che non va, sembra malato.
Intuisce subito cosa possa essere, e ne resta terrorizzato.
Potrebbe essere la scrapie, un virus micidiale che colpisce gli ovini, una malattia infettiva neurodegenerativa che attacca il cervello e il midollo spinale, è letale e incurabile.
Quando i veterinari andranno a prelevare l’ariete di Kiddi non potranno che confermare il timore di Gummi. Questo significa una sola cosa per i due fratelli, e per tutti gli allevatori della valle: l’apocalisse.
Tutte le pecore della valle devono essere abbattute. Tutti gli attrezzi, i fienili, il cibo e tutto ciò che è entrato in contatto con gli animali deve essere sterilizzato o bruciato. Forse ci vorranno almeno due anni perché alcune pecore possano essere riportate nella valle.
È la fine. Non si sopravvive a una cosa del genere.

15.3.21

Recensione: "Il Sabba" ("Akelarre" - "Coven") - 2020 - Su Netflix

 

Un grande film su Netflix che, ancora una volta, tratta dell'argomento più delicato e urgente di questi nostri ultimi tempi, il femminicidio o, in senso lato, l'autorità dell'uomo sulla donna, il suo farla sentire "strega", sbagliata, colpevole.
Ma Il Sabba diventa visione diversa e necessaria perchè riesce ad usare la Storia e la metafora (la caccia alle streghe appunto, il film è ambientato nel 1600) per parlare indirettamente ma con ugual forza di questi temi.
Lo fa attraverso una fotografia straordinaria (da infarto in alcune scene), una protagonista magnifica, tante scene simboliche, una forza "grezza" e anche una bella dose di coraggio.
Non sarà un capolavoro ma è un piccolo film che scava nel cuore e nella coscienza

"Niente è più pericoloso di una donna che balla"

dice ad un certo punto quella specie di Giudice Inquisitore protagonista del film.
E' davvero incredibile come dentro questa frase ci si possa trovare la tematica di cui parla Il Sabba da qualsiasi angolo la si voglia vedere. Davvero, una piccola frase che ha dentro di tutto.
Inutile nascondere quanto questa frase riguardi molto noi uomini. Io stesso sono stato più volte male pensando alla "mia donna ballare" (senza me presente ovviamente), come se quel gesto così innato ed atavico (e gioioso) di per sè portasse dentro qualcosa di negativo, di minaccioso. La gelosia è la più brutta bestia da gestire che esista, e riguarda tutti noi, uomini e donne, innamorati veramente o no, possessivi o no, intelligenti o no. Se non sei per niente geloso non puoi dire di amare secondo me. Eppure il vero amore dovrebbe essere quello in cui la gelosia, lo star male pensando alla "tua donna che balla", dovrebbe rappresentare semplicemente una istintiva e irrazionale paura, anche profonda magari, ma che non deve nè modificare te nè, soprattutto, invadere la libertà della persona che ami. E' molto difficile, lo so, io stesso mi sono reso conto che più volte quella libertà magari non l'avevo violata ma resa difficile sì. L'avevo "condizionata". E quando la gelosia fa vivere l'altra persona in modo non naturale bisogna intervenire perchè poi si sta male in due, entrambi.
Bisogna accarezzare le paure dell'altro, capirle e fare in modo che, piano piano, svaniscano.
Anche perchè amore è, prima di ogni altra cosa, fiducia.
Ma, come dicevo, quella frase del film ha dentro davvero di tutto. Ha dentro la "bellezza" delle donne (mai diremmo "niente è più pericoloso di un un uomo che balla" ) ha dentro il loro "potere", ha dentro il pensiero distorto dell'Uomo che vede come pericoloso una cosa naturale fatta dall'altro sesso, ha dentro la sfiducia, ha dentro la superiorità autoproclamata del genere maschile, ha dentro l'immagine della libertà (il ballo) che noi fatichiamo ad accettare, ha dentro l'alibi per punirle. E' davvero difficile condensare così tante sfaccettature dell'argomento in una sola frase.
Frase che, ovviamente, considero l'anima di questo bellissimo film basco, l'ennesimo probabilmente sull'argomento ma, in ogni caso, opera che considero "necessaria" perchè riesce, sia attraverso la Storia (la caccia alle streghe) che la metafora (la Strega, appunto), a parlare dell'oggi. Serviva un film così, serviva un film che andasse a ripescare questa inumana barbarie che fu la caccia alle streghe, che la raccontasse in un modo tanto esaustivo quanto "semplice", che ci potesse far riflettere non con una sceneggiatura diretta sull'argomento (ovvero quella in cui la denuncia è palese) ma attraverso un viaggio nel 1600, attraverso un qualcosa che adesso non esiste più solo perchè non esiste più in quelle vesti.
Ma tutto quello che accade ne Il Sabba è, in modo traslato, quello che accade tutti i giorni nel nostro mondo.

Siamo nel 1600. Un manipolo di uomini (un Giudice, un suo segretario, alcuni soldati) gira per la Spagna in cerca di streghe da giustiziare su ordine del Re. Arrivano in un minuscolo paesino costiero dei Paesi Baschi, in un momento della stagione in cui tutti gli uomini sono per mare. Restano qualche vecchia e un gruppetto di giovani ragazze. Tutte verranno prese, portate in cella e, tra interrogatori e torture, dovranno solo aspettare il momento in cui verranno bruciate.


Fate una cosa per favore, vedete i primi 3-4 minuti.
Vedete quella prima inquadratura di fuoco, straordinaria. 
E dopo il dialogo quell'immagine invece di luce e gioia, con le ragazze che corrono nel prato.
Visto?
Ecco, ora rimandate indietro il film e rivedetela.
Poi un'altra volta.
Facciamo che 4 bastano.
Guardate la fotografia della prima scena, guardate quella della seconda e guardate il momento di stacco tra le due.
Una cosa da restarci secchi.
Ma del resto la fotografia de Il Sabba è meravigliosa. Dico la verità, nel mio cervello allo stesso momento dava sia l'idea di "televisiva" (nell'accezione ovviamente negativa del termine) sia una sensazione di bellezza incredibile. Raramente mi è capitato di vedere nella stessa luce, nella stessa grana, queste due sensazioni così contrastanti.
In ogni caso a fugare ogni dubbio ci sarà il sabba finale, un quarto d'ora pazzesco, probabilmente fotografato da qualche divinità, magari da Lucifero stesso.
La fotografia, però, non è l'unico dei grandissimi meriti di questo piccolo film basco.

11.3.21

Recensione: "Il talento del calabrone" - Su Prime

 

Un film italiano "nuovo", coraggioso sia nella struttura che nelle tematiche, scritto da zero (ci lamentiamo sempre dei soggetti dei film italiani e poi una sceneggiatura originale come questa ci sputiamo sopra), capace di creare una grande atmosfera, avere un paio di interpreti eccezionali e con dei 20 minuti finali assolutamente perfetti sia per effetto sorpresa (addirittura 4 colpi di scena, nessuno per me prevedibile) che per intreccio che per capacità di emozionare.
Peccato per degli evidenti problemi di scrittura in alcuni aspetti (un personaggio principale completamente sbagliato e dei dialoghi a volte debolissimi) che, purtroppo, ne minano il risultato finale e danno un "alibi" difficilmente smontabile a chi ha il piacere di stoncarlo.
Io me lo tengo stretto invece.

PRESENTI GRANDI SPOILER DOPO ULTIMA IMMAGINE

Faccio uno stupido outing.
Ho visto questo film perchè mi ero rotto di fare recensioni sempre troppo positive. Allora mi son detto: "Giusè, pe na volta vedi qualcosa de brutto almeno non passi per un esaltatore seriale", e me so ricordato che me parlavano tra il male e il molto male di questo film italiano su Prime, Il talento del calabrone.
E niente, manco quando me riprometto de parlà non troppo bene de qualcosa ce riesco. Posso provà a esse cattivo quanto voglio ma la verità è una e solo una, ho trovato Il talento del calabrone bello, forse bellissimo.
Di sicuro qualcosa di molto molto coraggioso, diverso, quasi unico nel nostro panorama.
E' incredibile di come ci lamentiamo sempre dei soggetti scritti nel cinema italiano e poi ci troviamo davanti un soggetto e sceneggiatura originali (in entrambi i sensi del suo significato) come questo e riusciamo non solo a criticarlo (chè quello è giusto e lecito) ma addirittura a stroncarlo.
No, per me questo film è un piccolo miracolo di regia, atmosfera, tensione e scrittura.
Che purtroppo ha un paio di difetti talmente grandi che rischiano di affondarlo.
E' come se ci trovassimo davanti un bellissimo grattacielo (non parlo a caso di grattacieli...) in cui ci sono 4-5 piani completamente dissestati.
Sì, ma il grattacielo non solo è bello lo stesso, ma sta in piedi alla grande.

Si parte con delle riprese dall'alto di Milano di notte talmente belle da sembrare di stare a Hollywood e che Milano sia una piccola New York, davvero splendide.
Ma, del resto, sia il livello estetico del film che la regia (specie considerando che si svolge praticamente in due sole, ristrettissime, location) sono di ottimo livello, davvero il meglio che si poteva tirar fuori da questa sceneggiatura.
Arriviamo all'ultimo piano di un grattacielo, piano dove si trova la stazione radio di una importante emittente (mi sembra Radio 105). La trasmissione del momento è quella di Steph, un giovane Dj, famosissimo, bello e arrogante, che cura uno spazio abbastanza futile di stupidi concorsi con i radioascoltatori e di richieste di brani.
Ad un certo punto chiama però un uomo.
Quell'uomo ha intenzione di suicidarsi.
Quell'uomo ha intenzione di suicidarsi facendo scoppiare la potentissima bomba che porta con sè in auto. E no, non scherza, appena lo si prende in giro infatti fa esplodere a distanza un altro ordigno in cima ad un palazzo (disabitato, solo a scopo dimostrativo).
La situazione è drammatica, non resta che parlare con lui e provare a farlo desistere.


Parlo subito dei difetti, evidenti, del film.
Il più grande, veramente quasi imperdonabile, è quello della figura del Colonnello donna interpretato dalla Foglietta.
A parte la buona scelta (anche se forse un pò "politica") di scegliere un comandante donna (i due ruoli di comando nel film, sia nella polizia che nella radio, sono entrambi al femminile) per il resto non funziona niente, ma veramente niente.
La Foglietta arriva in abito da sera (era ad una mostra) e, non si sa perchè, appena arrivata alla radio si mette scarponi militari, cinturone e pistola, si "rambizza" per gestire una "crisi" solo telefonica. Non si capisce a cosa serva quella tenuta antisommossa dentro la radio
Ma andiamo avanti.