22.9.18

Recensione: "Un affare di famiglia" - Perle d'Oriente -

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Il primo film che vedo di Kore'eda è un'opera molto più importante di quello che potrebbe all'inizio sembrare.
Una profonda, coraggiosa e non banale riflessione sulla famiglia, sul senso di essa, sulla differenza tra l'avere persone a fianco per legami di sangue oppure poterle scegliere le persone che vuoi vicino a te.
Potere sceglierle per stare meglio.
La piccola Yuri è una bimba che, tempo di una notte, si ritrova in una nuova famiglia.
Quasi un rapimento, è vero, ma la stranissima famiglia Shibata, a modo suo, sa darle affetto.
Un film sui diversi punti di vista, sulle diverse prospettive, sui giudizi affrettati, sulla capacità, che a volte non è pura ma comunque efficace, di saper dare amore

Era il mio primo Kore'eda, regista di culto di tanti tanti amici, stimatissimo.
Tra l'altro un regista che più volte (almeno una decina) mi era stato consigliato, anche perchè nei suoi film ci sono tematiche  - e sensibilità nel trattare quelle tematiche - molto adatte a me.
Finalmente un film è stato distribuito (ha vinto Cannes, vorrei vedere) e ci siamo fiondati al cinema.
E ho trovato un film bello, bellissimo, ma che, con non poca sorpresa, ho trovato più potente nel suo lato "impegnato" che in quello emozionale.
Intendiamoci, di scene da brividi a livello emotivo ce ne sono eh, ma sarebbe un gravissimo errore farsi accecare da quelle e non rendersi conto di quanto "Un affare di famiglia" sia film molto coraggioso, quasi ambiguo, politicamente non corretto.
Di sicuro questo film porta a riflessioni sul significato di famiglia e su quello degli affetti davvero importanti (a proposito, devo vedere Captain Fantastic non so da quanto, me l'appunto).
Osamu e suo figlio (dopo ne parleremo...) sono una buffa coppia criminale dedita a piccolissimi furtarelli nei supermercati. 
Qualche zuppa, spaghetti, shampoo, niente di più.
Il fatto è che vivono in un nucleo famigliare di 5 persone, strampalatissimo, e di soldi in casa ne entrano pochi.
Lui, il "capofamiglia", tanta voglia di lavorare non ce l'ha, fa l'operaio a chiamata e se si può far male al lavoro meglio ancora.
La sorella della moglie lavora in una specie di bordello in cui - solite perversioni giapponesi - i clienti guardano le ragazze masturbarsi da dietro un vetro.
La moglie di Osamu non lavora, il figlio, come detto, lo aiuta a rubicchiare e poi, per ultima, c'è la nonna, nonna che ha una pensione ma non è tanto propensa a metterla in comune.
Di ritorno dall'ennesimo furto Osamu e il figlio notano una bimba piccolissima - sui 5 anni - che se ne sta sul balcone di casa al freddo.
Le dicono se c'è la mamma, lei risponde di no, poi la invitano a casa loro.

19.9.18

Recensione: "Entertainment"

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Un comico che non fa ridere nessuno.
Misantropo, misogino.
Se ne va sul palco a dire le sue volgari battute, in un tristissimo tour fatto in un'America desertica che sembra morta, come, del resto, sembra morto lui.
Un film di una malinconia infinita, di una solitudine cosmica, pieno di immagini fortissime di vuoto e abbandono.
Una figlia da chiamare la sera, senza mai ricever risposta.
Grande cinema, forse, tra tutti, quello più vicino a me


A me la figura dell'artista malinconico, solo, magari non di successo, o meglio ancora non più capace di averlo quel successo, ha sempre creato una grandissima empatia.
A cercarli troveremmo almeno una decina di grandi titoli sull'argomento.
Non posso però non menzionare tre capolavori o mezzi capolavori.
Uno è il clown di Chaplin in Luci della Ribalta, Calvero. Un clown che non riceve più applausi, ormai solo, abbandonato, prossimo al suicidio. Tra l'altro in questo che è uno degli ultimi film del Sommo c'è anche l'unica scena nella storia in cui i due più grandi di sempre nel loro campo, Chaplin e Keaton, sono insieme.
Poi, almeno 40 anni dopo, c'è stato il fantastico Man on the Moon in cui un Jim Carrey da pelle d'oca interpreta -in modo mimetico, pauroso- il "comico che non faceva ridere", il geniale Andy Kaufman (evidentemente un cognome ad uso dei geni).
Dieci anni dopo esce invece L'Illusionista, l'enorme film di animazione di Chomet.
Un mago che non sorprende più nessuno, che non meraviglia più nessuno. La sua malinconia, la sua amicizia con una bambina.
E quel "i maghi non esistono" finale che mi fermò il cuore per parecchi minuti.

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E adesso, ultimo esponente di questa magnifica famiglia, c'è Entertainment del giovane regista indipendente americano Rick Alverson.
Ancora una volta con un impressionante attore protagonista, Gregg Turkington.
La storia di un comico da cabaret volgare che gira gli Stati Uniti senza far ridere quasi nessuno.
La storia di una solitudine cosmica.

14.9.18

Recensione: "Revenge" (2018)

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Vado al cinema pensando di ritrovarmi davanti un filmetto che oltre all'impressionante fondoschiena della Lutz e un pò di sangue non mi avrebbe dato altro.
E invece mi ritrovo un'opera visivamente magnifica, tesa, disperata, dallo stile pazzesco.
Storia che, però, si basa su un antefatto inverosimile, ingiustificabile.
E Revenge mi dà anche l'occasione di parlare finalmente senza mezzi termini su MeToo e femminismo.

presenti tantissimi spoiler



Approfitto di Revenge per dire la mia su un argomento caldissimo e mai attuale come adesso, quello del MeToo.
Questi anni mi è capitato più di una volta (per fortuna non troppe) di rischiare di esser definito maschilista (io?? rido) per aver espresso delle mie opinioni.
Ora, a parte il fatto che io amo le donne come niente altro al mondo e che mai nella mia vita ho compiuto un atto "maschilista", ma andiamo avanti.
Il mondo purtroppo è diventato binario, siamo tutti dei robot che hanno sempre e solo due funzioni, sposti la levetta e sei o uno o l'altro.
Riguardo quello che penso del mondo scrissi questo post, per chi vuole leggerlo.
E da allora è andata solo peggio.



Come non mai nella faccenda MeToo si sono formati due schieramenti per cui o sei dalla parte delle donne o da quella degli uomini. Nessuna sfumatura, se provi ad affrontare la questione in modo intelligente stai sicuro che ti prendi del maschilista.
Ma io in questi argomenti - non in generale-  mi reputo persona molto intelligente e inattaccabile, per questo vado avanti.
Nel film la regista è talmente più intelligente delle cieche femministe da scrivere un personaggio molto coraggioso, ovvero quello di una bellissima ragazza che, in qualche modo, si struscia con tutti, ha atteggiamenti disinibiti, in qualche caso la sbatte (o lo sbatte, il sedere) proprio in faccia a chi ha davanti.

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Quindi fare la ragazza sveglia, farla annusare a tutti giustifica le violenze del maschio?
Questo possono pensarlo solo i maschi malati o le femministe cieche.
Io non toccherei una ragazza, molestandola, nemmeno se questa me lo chiede piangendo.
Piuttosto l'abbraccerei e le darei una carezza se la vedo avere atteggiamenti simili.

Noi persone normali diciamo solamente che una ragazza bellissima, che ama essere guardata, che ama essere adulata, che non ha problemi col proprio corpo, che è disinibita si mette a rischio, c'è poco da fare.
E si mette a rischio proprio perchè il mondo è malato, proprio perchè ci sono uomini che ragionano solo con il cazzo, proprio perchè ci sono persone che hanno solo istinti bestiali e non razionali.
Quando io dico che una ragazza così si mette a rischio non sto dicendo una frase maschilista o la sto privando della sua libertà, AL CONTRARIO, la sto difendendo da un mondo che troppe volte mi fa schifo e da un genere, quello maschile, che troppe volte mi sembra un genere cui io non appartengo.
E invece dire che questi comportamenti disinibiti, queste libertà, queste provocazioni, mettono a rischio le ragazze mi fa del maschilista.

12.9.18

Recensione: "Ride" (2018)

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Il nuovo progetto dei registi di Mine (qui in molte vesti ma non di regia) è a mio parere un passo indietro rispetto all'opera prima, opera prima che per me fu terribilmente emozionante.
Ma Ride è film ancora più difficile e ambizioso, un progetto folle, quasi senza senso ma che deve esser solo premiato.
In un incredibile mix tra Natura e Tecnologia la storia di una misteriosa corsa di downhill, una corsa che più va avanti più si rivelerà qualcos'altro, qualcosa di terribile.

presenti molti spoiler, all'inizio anche su Mine

La visione di Mine - due anni fa quasi spaccati-  fu una delle più sorprendenti dell'intero anno.
Perchè ad una prima parte interessante ma con qualche problema, seguiva una seconda, e in particolare un'ultima mezz'ora, che mi aveva aperto in due specie perchè quello di cui parlava, quell'immobilismo, quella paura di alzare il piede ed andare avanti, rappresentavano perfettamente quello che mi stava accadendo in vita.
In realtà la metafora di Mine, magnifica, è una metafora che coinvolge tutti noi, in più ambiti. Ma con me era perfetta. E andare avanti dopo aver saputo che quella mina non scoppierà non serve a nulla, bisogna avere il coraggio di farlo prima.
Vado quindi a vedere il nuovo progetto di Fabio & Fabio (Guaglione e Resinaro, anche se alla regia c'è Jacopo Rondinelli) carico di attese.
E mi ritrovo davanti un film "alieno", qualcosa di mai visto prima, un progetto coraggiosissimo sia nel soggetto che nella tecnica di realizzazione.
Film con tanti difetti e inverosimiglianze, con troppa carne al fuoco.
Ma, cavolo, un film che rischia da morire e che non premiare sarebbe veramente un suicidio.

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I due Fabio (credo sceneggiatori, consulenti, produttori e forse anche montatori, ma vado a ricordi di facebook) capovolgono completamente la situazione di Mine.
Lì un uomo fermo, impossibilitato a muoversi, qua due atleti lanciati in una folle downhill, per capirsi la disciplina di quei pazzi ciclisti che se ne vanno a duemila l'ora già per montagne e colline.

Appunti veneziani di un giovane appassionato - 2018 - parte 2 - I grandi film in concorso

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Ed eccoci alla seconda parte del resoconto veneziano di Riccardo Simoncini.
Questi di cui parlerà sono, a suo parere, i 7 migliori film presentati in concorso.
E ci sono tutti registi che adoro, Lanthimos, Cuaron, Nemes, Reygadas, Corbet, i Coen...
Io, mannaggia, non posso legger nulla.
Voi fatelo ;)
E se commentate Riccardo vi risponderà su tutto.

The Favourite (Concorso)

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Corte sfarzosa del 1700.  Una guerra è in corso. Sarah (Rachel Weisz) è la Favorita della regina. Fredda, spregiudicata, assetata di potere, a tal punto da scavalcare spesso la regina e prendere decisioni al suo posto. Arriva poi alla corte una cugina della Favorita, Abigail (Emma Stone), una dama declassata per problemi di famiglia. E se all’inizio suscita pena e compassione, per il suo essere continuamente maltrattata, sfruttata, derisa e picchiata, ben presto si capirà che, dietro quella gentilezza e nobili sentimenti, si nasconde in realtà uno spirito calcolatore e comunque pur sempre spregiudicato. Perché Abigail vuole diventare la nuova Favorita. E così inizierà la lotta tra le due cugine, entrambe spregiudicate, ma dai metodi diversi. Sarah così dura e fredda, ma così spontanea, l’unica che osi dire alla Regina che “assomiglia ad un tasso”. Abigail gentile, intelligente, ma più simulatrice, ingannatrice. 
E queste due donne si scontrano di fronte ad una regina (Olivia Colman) fragile fisicamente e psicologicamente che, dopo aver perso 17 figli, può solo trovare conforto in conigli che portano i loro nomi. È infatti proprio lei il personaggio chiave del film, in questa sua fragilità, che tanto si oppone alla sua carica di regina, che dovrebbe invece rappresentare sicurezza e autorità.
Ed in effetti le sorti di tutta la storia sono affidate a donne, personaggi femminili complessi, intelligenti, capaci di controllare, decidere, governare. La femminilità è il Potere, il controllo. I personaggi maschili sono al contrario incapaci di agire razionalmente, , in preda alle loro pulsioni più primitive e totalmente sotto il controllo delle diverse sfaccettature della Lei. Sono proprio questi personaggi maschili quelli più divertenti. Sì, perché questo nuovo Lanthimos si allontana in parte dalla componente disturbante (forse anche perché cambia lo sceneggiatore), per approdare più concretamente alla commedia: cinica, cattiva e irriverente, riuscendoci perfettamente. 

Roma (Concorso) 

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Il film-esperienza di Venezia75. Dopo essere stato lanciato al grande cinema, Alfonso Cuaron torna con il suo film più personale. Un film fortemente autobiografico, per raccontare una famiglia borghese messicana degli anni ‘70, in particolare le donne che la formano, il vero pilastro di tutto il nucleo familiare. La femminilità qui trascende i rapporti di classe, ponendosi come l’unica in grado di occuparsi della vita quotidiana della famiglia. La famiglia di Cuaron. La sua esperienza. Che diventa anche la nostra. Ed è interessante a tal proposito una frase pronunciata continuamente da un personaggio bambino (Cuaron?) del film:
“Quando ero grande, facevo...” 
“Si dice: quando sarò grande” viene corretto dalle persone che ha intorno 
“Quando ero grande, prima di nascere” puntualizza lui. 
Ed è quello che in effetti fa Cuaron. Un grande regista, famoso, diventato “adulto”  con film dai grandi attori americani, rinasce bambino e ricorda come un bambino. Semplifica la storia e la rende ricordo. Perché, come si è detto, il film è una vera e propria esperienza di immersione ed atmosfera, fatta di suoni, musiche diegetiche, immagini oniriche in bianco e nero. 
Tutto questo è funzionale non solo a raccontare un microcosmo familiare  ma anche per delineare un macrocosmo nazionale: il Messico. Il Messico di Cuaron. Il Messico dei cambiamenti sociali. Il Messico che ha generato un grande regista, che è riuscito a portare il grande cinema anche al di fuori del suo Messico.

The Ballad of Buster Scruggs (Concorso)

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Sei episodi (in questo festival tanti sono i film che sfruttano gli episodi o la divisione in atti per la narrazione). Tutti western. Tutti nello stile tipico dei fratelli Coen. Ma comunque sei episodi autonomi, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi attori. Potremmo quasi definirli come “fiabe americane”. Ognuna esplora in maniera diversa un aspetto di un genere che forse molti potrebbero rilegare al passato. Ma l’approccio dei Coen è come sempre geniale, perché dagli episodi emergono tutte le sfaccettature dell’animo umano, eterne e costanti nell’evoluzione del tempo, così tanto divertenti e grottesche, come da sempre ci hanno abituato. 
Ed in effetti seppur il western faccia da sfondo, i generi si mischiano e permane sempre  quella commedia irriverente, che è ormai un marchio di fabbrica di grande qualità della coppia di registi. 

Sunset (Concorso)

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La degna continuazione de Il Figlio di Saul è a Budapest, all’alba della Grande Guerra. Il volto che la telecamera segue continuamente durante il film è questa volta di una ragazza, Irisz Leiter, che arriva da Trieste cercando lavoro come modista nel negozio di cappelli che una volta apparteneva ai genitori, morti in un incendio. 
Le suggestioni e gli interessi di Nemes sono rimasti, però, invariati da il figlio di Saul. A muovere i personaggi c’è sempre la ricerca continua di un qualcosa. Di misterioso, di nascosto. Un rabbino ne il figlio di Saul. Un fratello inaspettato in questo secondo film. Un fratello che si nasconde. Un fratello che potrebbe avere a che fare con un gruppo di rivoluzionari. Ma pur sempre un fratello. 

A far da sfondo alla vicenda c’è poi sempre un’epoca storica ben precisa, che in qualche modo conserva un rapporto diretto con la realtà della guerra. Ne Il figlio di Saul gli effetti di questa sono già del tutto evidenti. Perché siamo nel bel mezzo di un campo di concentramento. Nemes ci mostra cioè una caduta e una dissoluzione ormai in atto, forse già quasi conclusa. In Sunset, invece, la guerra deve ancora iniziare. Vediamo insomma le premesse della dissoluzione del tutto. Tristi e inquietanti presagi di una fine imminente, che porterà quella distruzione raccontata nel primo film. Ed in questo senso il titolo “Tramonto” si deve forse intendere: il momento di passaggio tra la fine di qualcosa, l’affievolirsi della luce e l’incombere devastante di un buio che tutto divora e avvolge. Un buio che abbiamo ben conosciuto ne Il figlio di Saul e di cui in questo caso vi è solo presagio. 
Ma come detto a dominare la scena è l’essere umano, che si concretizza in questo film nella figura di Irisz. Le sue ossessioni, le sue paure, le sue ambizioni. E se quindi insomma tutto ciò che le sta intorno sta cambiando, “tramontando”, anche lei sta mutando. E dalla piccola e dolce ragazza piena di luce e di speranza, lentamente emergerà un buio, che conquisterà anche il suo animo, ormai attuazione di quella guerra che prima era solo un triste presagio.


Vox Lux (Concorso)

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Dopo il bellissimo “L’infanzia di un capo”, Brady Corbet torna con un film che appare più che legato alla sua opera prima. Cosa porta una persona comune a diventare un leader? In che modo può essere capace di riunire e condizionare intere masse di persone? Se nel primo film questa figura si concretizzava in un futuro dittatore (di cui solo alla fine ne vedevamo il compimento), in questo caso la protagonista è una popstar, in egual modo persuasiva e potente, seppur in maniera diversa, contestualizzata all’interno di un’epoca storica ben precisa. Se ne “L’infanzia di un capo” il tempo era il Novecento dei grandi totalitarismi, ora il tempo è quello presente, tra il 1999 e il 2017, quello delle stragi nelle scuole, delle Torri Gemelle, dei terroristi islamici. Quello in cui proprio quegli stessi terroristi possono indossare maschere ispirate alla nostra popstar. Celeste il suo nome (da ragazzina interpretata da Raffey Cassidy e da adulta da Natalie Portman). Celeste come il cielo. Come un cielo sereno, limpido, puro, privo di preoccupazioni. Celeste e luminoso, come quegli abiti, quelle coreografie, quei video così colorati, allegri, sfarzosi. Ma che nascondono sotto una personalità fragile, spesso cattiva, soprattutto nei confronti delle persone a lei più vicine. La “star”, la stella, una luce, in un cielo celeste, nasconde dentro un grande buio, un grande vuoto.

Nuestro Tiempo (Concorso)

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“Il nostro tempo”. “Nostro” inteso come personale, in prima persona, di una famiglia. Di una coppia. L’occhio di Reygadas (che qui ricopre anche il ruolo di protagonista) si immerge del tutto nella vicenda. Come in tutti i suoi altri film, accediamo ad un nuovo mondo, evanescente, onirico, pieno di emozioni. Il Tempo in questione non è quello narrativo, ma quello interiore dei personaggi. Quello filtrato dalla soggettività. In questo senso è una vera e propria storia personale, dato che nel film ci sono Reygadas, la moglie, i figli. Tutto questo in un ranch, con tori, cavalli, che regalano sequenze magnifiche, dal grande impatto visivo. Quei tori che combattono, quei cavalli che corrono. E che riprendono un po’ quelle figure umane che si destreggiano, scappano, si ritrovano. E non è un caso che ad ostacolare la relazione coniugale sia un addestratore di cavalli, la persona che dovrebbe quasi “umanizzare” gli animali. Tra questo triangolo di persone si sviluppa la vicenda, che ovviamente si allontana dalla narrazione classica, per scegliere invece una messa in scena sempre coinvolgente ed estasiante.

Killing (Concorso)

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Il nuovo film di Shinya Tsukamoto. Una nuova riflessione sulla violenza. Questa volta su un fenomeno radicato nella cultura giapponese: quello dei samurai. In effetti anche noi spettatori abbiamo sempre visto film su samurai, senza porci troppe domande sulla legittimità di quella violenza. Tsukamoto, invece, parte proprio da questo dubbio: come può essere così facile uccidere? Ammazzare persone senza alcuna esitazione? E lo fa prendendo come punto di riferimento un giovane samurai incapace di uccidere. Si sviluppa così non solo una riflessione sul concetto generale di violenza, ma proprio su una tradizione, su una componente ormai del tutto consolidata nell’immaginario collettivo. In questo senso il film nasce dal passato e dalla storia per poi modernizzarla, attualizzarla, ponendo in prima linea un problema più che mai contemporaneo.

Violenza come dimostrazione di forza e coraggio, per diventare eroi, per sentirsi i migliori del villaggio. Come se bastasse uccidere per essere apprezzati e considerati.

10.9.18

Appunti veneziani di un giovane appassionato - 2018 - Parte 1 - i migliori film fuori concorso

Riccardo Simoncini è un giovanissimo lettore del blog, se non sbaglio ha da poco compiuto vent'anni.
Già due anni fa scrisse due articoli sui film visti a Venezia.
Siccome non ha ancora spazi suoi dove scrivere anche quest'anno ne approfitto io e lo faccio diventare voce ufficiale del blog al festival.
Riccardo è un ragazzo d'oro che sta cercando di approfondire questa sua passione per il cinema a 360°, anche girando cose (avevamo fatto veder qua il suo corto).
Credo che mai come quest'anno, visto quello che è accaduto, dare voce a un ventenne che ha voglia di crescere ed imparare sia una gran cosa, rappresenti la faccia bella di questa straordinaria ma ancora tumultuosa moltitudine di giovani appassionati.
Come prima puntata ho raccolto sei film fuori concorso, domani parlerà di 7 che invece erano nella gara ufficiale.
D'ora in poi a scrivere è lui.


Un’edizione ricca di grandi nomi. Di nuove scoperte. Di grandi riconferme. Tanti film hanno diviso pubblico e critica, ma come ha detto in conferenza stampa la presidente di giuria Orizzonti, Athina Rachel Tsangari, in quanto amanti del cinema occorre quasi “ucciderci” l’un altro per un film, sia come registi,  che come giurati o come semplici spettatori. Parlare e discutere dei film è in fin dei conti forse una delle parti più emozionanti di tutti i festival. In questa edizione 2018 domina poi la realtà Netflix: non solo tanti film in concorso, ma anche due film vincitori Netflix (Roma come Leone d’Oro e i Coen per la miglior sceneggiatura). Come ha detto, però, Guillermo del Toro, presidente di giuria del concorso, questo non deve essere inteso come un evento epocale, come inizio o fine di qualcosa, ma piuttosto come “la continuazione di un processo iniziato centinaia di anni fa”.

Sulla mia pelle (Orizzonti)

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Il caso di cronaca nera di Stefano Cucchi, interpretato magistralmente da Alessandro Borghi. Una storia di 7 giorni iniziata con un episodio di violenza inaudita. Noi non lo vediamo questo episodio. Ma ne vediamo gli effetti. I segni indelebili sulla pelle di Stefano. Quei segni che lo accompagneranno in tutto il film, durante tutti i suoi spostamenti. Durante tutti i suoi incontri. E in effetti in questi incontri, nessuno può restare indifferente. 
“Cosa ti sei fatto?” Gli viene chiesto
“Sono caduto dalle scale.” Risponde lui 
Ma di tutta la gente che incontra, non riesce mai a vedere le persone che vorrebbe: la sua famiglia, il suo avvocato. Perché la burocrazia è lunga e complessa. E lui sempre più debilitato. A volte ha la forza di arrabbiarsi, altre volte solo di abbandonarsi a se stesso e di non combattere più. Ed è in quest’opposizione che noi cogliamo il suo dolore: la volontà di ribellarsi è frenata dalla paura, dalla mancanza di fiducia nelle persone che ha attorno. 

Alla fine quei segni di violenza di moriranno con lui. Ma non tutto è morto. La sua storia è viva. E questo film ne è la testimonianza. 


Anons - The Annoucement (Orizzonti)

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Una commedia politica satirica turca su un colpo di stato militare. O meglio: sul tentativo di attuarlo in una notte. Perché in realtà quel colpo di stato troverà continuamente degli ostacoli: assurdi, impensabili e per questo tremendamente divertenti. 
Così, recuperando stilisticamente Roy Andersson, il film si prende gioco degli idealismi, il dogmatico ed eccessivo credere in qualcosa fino alla fine ed esalta quindi il contrasto tra idealismo e realtà. È interessante, infatti, quest’opposizione proprio perché il film arriva da una nazione come la Turchia, dove sembrerebbe impensabile poter ridere di temi così delicati. In effetti il film più che come una commedia appare come una tragicommedia. Il silenzio domina la scena e quando qualcuno parla è per dire frasi inopportune, assurde e fuori contesto. “L’annuncio”, insomma, non è solo quello del colpo di stato alla radio all’interno del film, ma rappresenta anche l’annuncio dell’arrivo di un nuovo regista e chi lo sa magari di una vera e propria corrente. 

Domingo (Giornate degli Autori)

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Domingo potrebbe sembrare ad una prima occhiata il classico dramma familiare. Di quelli già visti e rivisti. Invece no. Di nuovo una tragicommedia. Di nuovo il contesto esterno alla famiglia assume un valore centrale nella narrazione, soprattutto se si considera che il paese in questione è il Brasile. Se si considera che nel film il presidente Lula è appena stato eletto. Così questo contesto ben preciso non fa da semplice sfondo al racconto, ma ne è del tutto interno. È radicato nei personaggi. Perché nel loro agire, in fondo, tutti sono in qualche modo condizionati da ciò che li circonda. Le vicende del Brasile ne determinano allora le azioni, i pensieri, le emozioni. I rapporti tra i membri della famiglia, in alcuni casi sinergici, in altri conflittuali, in altri ancora addirittura morbosi, vengono ad essere conseguenza del tempo. Tempo del presente per i cambiamenti in atto. Tempo del passato, per chi l’ha vissuto. 
E così c’è chi spera in quel cambiamento incarnato da Lula, chi lo vuole evitare e chi invece quella speranza l’ha del tutto persa. 

Blonde Animals (Settimana della critica)

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Riprendendo il surrealismo di Quentin Dupieux (anche se meno allucinato e meno geniale rispetto ai film del grande regista francese), Blonde Animals è un viaggio divertente all’interno della vita di Fabien, un uomo che non può più ricordare. “Mi dimentico le cose perché non assimilo bene le vitamine” è la frase che torna continuamente durante la visione. Perché si dimentica di tutto: di cose, di persone, di luoghi e appunto delle frasi che lui stesso pronuncia. 
Il tema della memoria è il fulcro del film. A ricordi del presente che non riescono ad essere impressi nella sua mente, si oppongono ricordi di un passato felice, di successo, quando Fabien era una star di una sitcom degli anni ‘90, che invece permangono in maniera indelebile nella sua memoria. Così come permangono i ricordi di una ragazza che ora non c’è più. Quasi come se quell’uomo fosse bloccato: incapace di andare avanti e di vivere un presente che diventerà poi passato. A contribuire all’assurdo è in particolare una caratteristica di Fabien: la capacità di mangiare (e digerire) qualsiasi cosa. Oggetti di qualsiasi tipo e dimensione. Ma questa capacità così completa, concreta e materiale è contrapposta ad un’incapacità più astratta, ma in questo senso molto più dolorosa: quella appunto di non riuscire a  ricordare. 

The man Who surprised everyone (Orizzonti) 

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Il travestimento come inganno. Quello che viene sfruttato, per esempio, da un ladro per eludere la sicurezza. Per non farsi riconoscere. Per confondersi con gli altri. Potremmo definirlo come un segno di astuzia. Cosa cambia allora quando quel travestimento è invece da donna? 

Così un uomo, malato terminale, ormai abbandonato dalla scienza, decide di affidarsi a credenze popolari e si traveste da donna, per ingannare la morte. Per non farsi riconoscere appunto e confondersi quindi con altre donne. Un semplice vestito, del trucco applicato sulla faccia: una maschera insomma, un sottile velo esteriore. Perché il protagonista in realtà non si sente donna. Quella è solo apparenza, una maschera, che, però, agli occhi della gente del posto (una classica cittadina nella taiga siberiana) è qualcosa di più. Qualcosa di diverso, che esce dal comune, dalla tradizione, e che per questo deve essere represso. Se i suoi amici e conoscenti all’inizio provavano pietà nei suoi confronti, arrivando a dargli soldi per permettergli di curarsi dal cancro, con un po’ di trucco e vestiti femminili invece lo deridono, arrivando addirittura a picchiarlo. Come se in fondo i primi ad essere ingannati da quel travestimento fossero proprio le persone a lui più vicine. Come se queste non l’avessero mai conosciuto realmente per la sua essenza. Come se quell’aspetto esteriore con cui nasciamo rappresentasse in toto il nostro Io.


Manta Ray (Orizzonti)

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La manta. Animale marino gigantesco. Titanico. Quasi mitico. Immenso nuotatore. Immerso continuamente nell’oceano. Ed è nel mare che affogano tanti rifugiati, che in questo film thailandese in particolare sono rappresentati dai Rohingya della Birmania. Uno di loro viene trovato ancora vivo da un pescatore del posto. Non parla, non ricorda. È un uomo senza nome, senza identità. Tra il salvato e il salvatore, entrambi uomini soli per motivi differenti, inizia così una grande amicizia, di silenzi innanzitutto, di esperienze, che diventano spirituali, immateriali e spesso quasi surreali, perché in tutta questa sofferenza diventa difficile accontentarsi della realtà e si può solo più nuotare nell’acqua. Lontano.

9.9.18

Recensione: "Nuovo Ordine Mondiale" - Gli Abomini di Serie Z (28)

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Questo film fa parte de La Promessa ( 7/15 )
Me sa non ce la fo manco st'anno


Un gruppo di "rapinatori barra assassini barra poliziotti deviati barra rettiliani barra scugnizzi napoletani" assalta un Supermercato.
Oltre a vedere tutte le marche e marchette dei vari prodotti (fuori c'è anche un furgone di una pasta fresca me pare) accade che arrivano, sgommando e frenando all'ultimo, una decina di volanti della Polizia, compresa quella del grande Commissario Torre, un benemerito e mitico esponente delle forze dell'Ordine.
Arrivano lì e trovano un poliziotto gravemente ferito, quasi morente.
Sono tipo in 45.
Nessuno lo soccorre.
Anzi, parlano, parlano, parlano, dicendo cose quasi prive di senso.
Poi, come non bastasse, si avvicinano al loro collega morente.
Gli fanno qualche domanda ma, ancora una volta, non lo soccorrono.
Siamo davanti a quella che è forse la scena più insensata nel mondo poliziesco che io abbia mai visto.
Ma il capolavoro deve ancora arrivare.
Quando il Commissario Torre decide finalmente di entrare nel Supermercato (e, vista la mole, credo ne sia assiduo frequentatore anche privo di pistola) il poliziotto morente, manco fosse un peluche da buttare perchè il tuo labrador te l'ha distrutto, viene preso per un PIEDE e trascinato via con violenza.
Non solo nei suoi ultimi minuti di vita ha visto 45 colleghi parlare del più e del meno mentre lui moriva, ma si è visto anche buttar via come un sacchetto dell'umido.

Ora, sta scena avviene quasi all'inizio, e basterebbe di per sè a farci fuggir via.
Eppure avevamo visto già abbastanza merda in precedenza.
Nuovo Ordine Mondiale, dei Ferrara rothers (tutto vero eh, non li chiamo così io) è un film cult che purtroppo non è ancora assurto a supercult.
Un peccato.
Questi due fratelli da anni lo pubblicizzavano, facevano finta che avrebbe invaso i cinema, parlavano di un film che avrebbe stravolto il nostro cinema e le nostre coscienze.
Un progetto durato anni e costato, dicono, milioni di euro.
Io, lo dissi 2 anni fa, ero disposto anche a spenderci 10 euri per vederlo in sala.
E invece niente, e invece il mega progetto dei Ferrara Brothers non è mai partito, limitandosi ad una copia nel tubo.
A rendere ancora più mitica la questione ce sta il fatto che la copia migliore del film è parlata in italiano e sottotitolata in inglese e in ARABO.


(ah, io c'ho la copia 1080 hd, semmai chiedete)

Ora, vedere giganteschi sottotitoli arabi ha reso tutto molto straniante.
Ma avere vicino il tuo amico Rocco (che l'arabo l'ha studiato) che ogni tanto provava a legger i sottotitoli e andava quindi di lingua capovolta è stato anche più straniante.
E, ciliegina sulla torta, nell'unica scena presumibilmente sexy del film lo schermo viene ricoperto da centinaia di PETROLDOLLARI, a coprire la vergogna.
Io sono serissimo eh, tiè


Siccome Nuovo Ordine Mondiale è il film definitivo sul complottismo (c'è di tutto, prologo massonico e rettiliano, vaccini, dentifrici che hanno fluoro per farci controllare la mente, governo deviato che vuole usarci come marionette e altre stronzate simili) la faccenda dell'arabo potrebbe anche essere una scelta dei registi, per diffondere la loro opera a tutte le latitudini.
Non lo so e non lo voglio sapere.

7.9.18

Recensione: "Bajo la Rosa"

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Batto un mio nuovo record, scrivo questa recensione a una settimana esatta dalla visione (era il venerdì del raduno). Ero indeciso sull'opportunità, a questo punto, di farla o no perchè a me scrivere senza il film ancora dentro non piace, è lo stesso film poi a rimetterci.
Ma ho pensato che queste poche righe possono comunque essere indicative per qualcuno.

grandissimi spoiler dopo seconda foto

Per chi ha amato i recenti grandi thriller spagnoli (Contratiempo, El Cuerpo, ma anche roba come Magical Girl e Bed Time) un altro possibile grandissimo esponente di questa ondata.
Purtroppo, però, la sua prevedibilità e alcune scelte narrative penalizzano molto Bajo la Rosa.
Ma guardatelo perchè è comunque un gran film e se avrete la fortuna di non capir nulla lo amerete da morire



Ricordo che più di una persona, parlandomi di Contratiempo, mi disse di aver intuito il colpo di scena finale (completamente o all'incirca) e quanto questo, ovviamente, gli abbia un pochino rovinato il totale apprezzamento del film.
Io, invece, fui completamente spiazzato dal finale, pur sapendo che un grosso colpo di scena ci sarebbe comunque stato (era il regista de El Cuerpo...).
Insomma, grazie a questa mia scarsa capacità di intuizione mi ritrovai davanti ad un grandissimo thriller.
Con Bajo la Rosa credo sia successo l'opposto, ovvero l'essermi in gran parte rovinato la visione di un grande thriller per aver indovinato dopo solo mezz'ora tutto quello che stava accadendo e che sarebbe successo, "colpo di scena" finale in primis.
Resta un gran bel thriller ma viverlo tutto con prevedibilità lo depotenzia molto.

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Una bambina di 10 anni scompare.
La famiglia è ovviamente disperata.
Il secondo giorno (mi pare) la stessa famiglia riceve una strana lettera nella quale viene comunicato che la bimba sta bene e che se si vuole rivederla bisogna lasciar fuori la polizia e accettare semplicemente una chiacchierata di mezzanotte con i rapitori.
La famiglia, spalle al muro, accetta.
A mezzanotte si presenta a casa loro un uomo.
Si mette a sedere.
E succede una cosa incredibile, l'uomo dice loro che è disposto a restituire la bimba solo se uno dei 3 (padre, madre, fratello) confessa entro le sei di mattina un segreto tremendo.
Se questo non accade la bambina verrà uccisa.
Chi dei tre ha qualcosa di terribile nascosto?
Lo confesserà?

6.9.18

Recensione: "Lucky"

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Un film meraviglioso.
Uno di quelli a cui non riesco a toglier nulla, nulla.
Certo, il film testamento di Dean Stanton ma forse sarebbe meglio considerarlo come film testamento tout court.
Un vecchio, la sua routine, il suo cambiamento.
Non pensare alla morte, poi averne paura, poi saperla accettare.
In mezzo lacrime, risa e riflessioni.

Lucky, tra le tante tante cose, mi ha fatto pensare a come il sorriso, insieme allo sguardo, sia probabilmente l'unico aspetto "fisico" che non invecchia mai.
Chè gli aspetti morali o astratti si sa, posson davvero mai invecchiare.
Invece per quanto ci manteniamo bene, per quanto curiamo noi stessi, per quanto ci sentiam giovani dentro, il nostro corpo dice altro, mostra altro, e quello che eravamo a 20 anni a 80 non siam più.
Eppure lo sguardo e il sorriso no, quelli non invecchiano mai. E se prendessimo solo il sorriso di Dean Stanton, in un super zoom che ci metta fuori campo rughe e pelle cadente, secondo me vedremmo lo stesso sorriso che aveva 20 anni fa, 50 anni fa, 70 anni fa.
Credo che veder ridere un vecchio sia bellissimo.
Ed è buffo che questo mio prologo sul sorriso l'avrei fatto lo stesso, l'ho pensato sin dalla prima volta che il vecchio attore ne mostra uno.
Mai avrei pensato che poi, però, il sorriso diventasse architrave e anima di questo meraviglioso film, film che mi ha lasciato l'ultima mezz'ora con gli occhi sempre lucidi (magari lucidi e basta, veniva già un vero tsunami che dovevo coprire al Nencioni seduto vicino a me. Per fortuna, a destra, nessuno).

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Lucky è il film testamento di Dean Stanton, possiamo far finta che non sia così ma così è.
Del resto un film interpretato da un 90enne che parla proprio di morte e di avvicinamento ad essa è testamento anche nel significante, non nascondiamoci.
Ma sarebbe un errore considerare Lucky solo come film testamento di questo attore quando, invece, dovremmo ergerlo a Film Testamento tout court, ovvero di un'opera sull'andarsene, anzi, sull'andarsene nel miglior modo possibile.
Anche qui, come col sorriso, torneremo sopra.
Lucky è l'opera prima di John Carroll Lynch (e anche su quest'ultimo cognome torneremo), un grandissimo caratterista americano (io l'ho adorato soprattutto su The Invitation) che a 50 anni suonati ha deciso di saltare la staccionata.
E che in questo suo primo film abbia preso come protagonista unico Dean Stanton è un'altra di quelle piccole grandi cose, di quelle emozioni che dovremmo far nostre.
Un attore, Carroll Lynch, quasi solo caratterista, che gira un film mettendo come protagonista unico uno dei Re dei caratteristi.

28.8.18

Recensione "Tower" - BuioDoc - 38 -

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Tower è un bellissimo documentario a tecnica mista (animazione in rotoscope, filmati d'archivio, interviste, audio originali) che racconta la prima strage in un college americano della nostra era moderna.
Siamo nel 1966, un cecchino spara indiscriminatamente dalla Torre dell'Università di Austin.
Un doc artisticamente grande, umano, rispettoso, emozionante

Mi ritrovo per caso a vedere Tower proprio il giorno che negli Stati Uniti si verifica l'ennesima strage.
Questa poi, se vogliamo, ancora più preoccupante e "interessante" delle altre perchè non si limita a farci riflettere solo sull'abominevole discorso del possesso delle armi ma anche perchè avvenuta in un contesto, quello dei giochi virtuali, sempre più spersonalizzante.
Un ragazzo perde ad un torneo di un videogame e allora inizia a sparare a tutti.
Potremmo scriverci un libro su sto fatto, vero e proprio emblema dei nostri tempi.
Tra l'altro, altra coincidenza, in questo momento negli Stati Uniti c'è anche la piccola Caden Cotard. 
E vabbeh.
Ma di cosa parla Tower allora?
Della prima strage con armi da fuoco compiuta in un college americano, o almeno la prima di questa nostra ultima era moderna (ci dovrebbero essere dei precedenti a fine 800 e inizio 900).
Siamo nel 1966
Da lì in poi non se ne conteranno più anche se mai tante come negli ultimi 20 anni.
E' abbastanza strano che un appassionato stragista come me non conoscesse (o non ricordasse) questo terribile e incredibile fatto, per certi versi ancora più assurdo e iconico di tante stragi famosissime avvenute dopo, come la Columbine o la Virginia Tech.
Perchè dico così?
Perchè questa strage avvenne di giorno, fuori, in uno dei punti più trafficati di Austin.
E in estate, con 38 gradi.
Ma, soprattutto, perchè il cecchino si mise sul davanzale della Torre dell'Università, questa qua, proprio sotto il grande orologio.

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Praticamente era impossibile vederlo lassù, nascosto dietro la balconata, a quell'altezza.
Mentre lui, invece, vedeva mezza città sotto di sè.
Il cecchino iniziò a sparare in questo grande piazzale universitario e nelle strade adiacenti.
Impossibile nel 1966 (che non era il mondo di adesso) e in pieno giorno pensare che stesse accadendo qualcosa del genere.
Si pensava a petardi o cose simili.
E invece la gente cominciava a cadere.
Morirono (mi pare) 16 persone, senza contare la moglie e la madre dell'assassino, uccise la notte prima della strage.

24.8.18

Recensione: "The End? L'inferno fuori"

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Un film prodotto dai Manetti che sembra un film dei Manetti.
Un Piano 17 in salsa zombesca che si fa voler bene, che gioca con il genere, che ha cose interessanti dentro e che è un ottimo tentativo di far qualcosa di diverso nel genere.
Peccato per le tante ingenuità di scrittura e, forse, per una mancanza di coraggio e di cattiveria in più.
Un film che va aiutato, imperfetto ma meritevole

presenti spoiler


Guardi "The End?" e dopo nemmeno 8 minuti ti trovi a dire "cavolo, ma sono i Manetti?".
Poi, sempre che non lo sapevi già da prima, scopri che i due fratelloni romani sono in effetti i produttori del film.
Ed è molto bello, ma al tempo stesso molto strano, che producano un film che è quasi copia diretta delle loro opere e di una in particolare - lo splendido Piano 17 - di cui è quasi una copia carbone.
Perchè, diciamocelo subito, il film del bravo Misischia è un Piano 17 in salsa zombie.
Credo che il riferimento sia assolutamente voluto perchè di film di persone "costrette" in un luogo ce ne sono tanti (gli stessi Manetti ne han fatti almeno 3, come nel caso di Misischia "budget che aguzza l'ingegno") ma se si è scelta proprio l'ascensore impossibile non pensare ad un rimando.
Poi c'è anche la romanità, l'ironia, la tensione, insomma, tantissime cose in comune.
Anche se a me piace citare pure un'altra opera, anch'essa notevolissima, che è Dead Set, una miniserie tv inglese che è forse una delle tre meglio cose viste in tema zombie in questo decennio.
Mi piace nominarla perchè anche lì c'è un luogo chiuso (la casa del Grande Fratello inglese) e, soprattutto, "isolato" dal resto del mondo.
In entrambi i casi chi sta dentro (casa o ascensore) non si rende conto di quello che sta accadendo fuori (vedi il sottotitolo del film di Misischia) e solo piano piano inizia ad essere travolto dall'orrore.
Lo dico subito, "The End?" (mortacci sua il punto interrogativo, scomodissimo) è un film tremendamente imperfetto ma che si fa voler bene, eccome.
E' un film che non si prende mai troppo sul serio, ironico e che sa giocare con l'orrore.
In più è ben recitato (in nessun attore si percepisce, come spesso accade nel nostro piccolo cinema, quel senso di pesce fuor d'acqua amatoriale), ben girato ma, bisogna dirlo, non benissimo scritto.
Come vedremo, infatti, tutti i problemi sono di scrittura.
Claudio Verona (un bravissimo Alessandro Roja) è un economista che, ad appena 40 anni, sembra già aver costruito un piccolo impero.
Una mattina sta andando a chiudere un importantissimo trading nel suo ufficio.
Rimane chiuso in ascensore.
Intanto a Roma è arrivata l'Apocalisse.

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Il pregio maggiore del film, la costrizione in un unico -strettissimo- luogo diventa a lungo andare uno dei suoi più grandi limiti.
Perchè se è vero che assistere e combattere un'apocalisse zombesca da dentro un'ascensore è soggetto molto simpatico ed interessante è anche vero che - anche a causa di una sceneggiatura che si copia troppo spesso - ad un certo punto lo spettatore ha una tremenda voglia di uscire e di iniziare ad assistere a cose diverse da quelle viste finora.
L'errore più grande del film in fase di scrittura sta nell'incredibile ridondanza della stessa situazione.

16.8.18

Recensione: "Utoya 22. July" ( U - July 22 )

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Il 22 luglio 2011 in Norvegia avviene quella che è forse la strage più grande compiuta da un solo uomo che mondo ricordi.
Prima la bomba ad Oslo poi un pazzo nazista che va su un'isoletta a fucilare quanti più giovani potesse.
Morirono 77 persone, 70 delle quali ventenni o ancora più giovani.
Fare un film sulla vicenda era delicatissimo.
Dovevano essere compiute delle scelte.
E Poppe, il regista, non ne sbaglia una.
E ci regala un film straordinario, etico, che più si allontana dal cinema dell'orrore, più diventa verosimile, più orrore ci fa provare.
Imperdibile

presenti spoiler dopo metà recensione

So praticamente tutto della strage di Utoya e di Breivik.
In realtà la mia passione per le stragi e i serial killer è forse più forte di quella per il cinema, pari solo a quella per il cibo.
Ho visto documentari all'epoca, altri negli anni, uno appena una settimana fa.
Quella di Utoya è forse la più grande strage commessa da un singolo uomo nella storia.
Di sicuro è la più incredibile, insensata, pazzesca di tutte.
Un ragazzo poco più che trentenne, praticamente nazista, redige un suo manifesto politico e sociale. 
Lo manda per mail a migliaia di persone e poi parte per compiere il suo massacro.
Prima fa scoppiare una bomba a Oslo, vicino agli uffici governativi.
Bomba devastante che causerà 8 morti.
In realtà i morti in quel caso erano "solo" un effetto collaterale per Breivik. No, quella bomba serviva a distrarre il paese e la polizia, a far stare tutti lì mentre lui indisturbato si poteva prendere una barchetta, andare nella piccolissima isola di Utoya e sterminare, fucilandoli, i giovani di sinistra che si erano accampati lì per fare una festa-convegno.
Il paradosso - ma poi nemmeno tanto - è che Breivik odia gli immigrati, specie gli islamici. Ma poi trucida 69 giovani norvegesi, solo per la colpa di appartenere ad un partito di "apertura" verso l'immigrazione.
Breivik ucciderà in totale tra Oslo e Utoya 77 persone, ma prenderà solo 21 anni, il massimo della pena previsto in Norvegia.

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Ora, una vicenda così è delicatissima da portare al cinema, gli scrupoli son mille.
Qui non si trattava di fare un bello o brutto film, ma di compiere delle scelte.
E il regista - Erik Poppe - non ne sbaglia UNA.
Roba che se io fossi stato un mese solo a pensare quali potessero essere le migliori scelte da fare, anche senza girare una scena, solo scegliere l'approccio, non avrei mai potuto trovarne uno migliore.
Cercheremo di analizzare tutte queste scelte, scelte che fanno di Utoya 22 July un film enorme per me.