19.11.18

Recensione: "Tutti lo sanno"

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Probabilmente un Fahradi minore.
Ma solo perchè tutti i suoi precedenti erano davvero magnifici.
Al solito l'ennesimo film di pura sceneggiatura, l'ennesimo drammatico che riesce a diventar thriller solo attraverso la scrittura di rapporti, dialoghi e segreti.
A mio modo di vedere film penalizzato dal suo essere internazionale, dall'aver dentro attori famosissimi che hanno distolto l'attenzione dello spettatore dal film.
E i film di Fahradi sono grandi perchè il film stesso deve essere sempre più importante della somma dei suoi elementi

spoiler segnalato a fine recensione


Avete presente quando uno è accecato dall'altro?
Che so, un padre dalla propria figlia, un allievo dal proprio maestro e così via.
Ecco, io sono accecato da Fahradi.
Metto le mani avanti perchè ho avuto voci su quanto questo suo ultimo film sia stato pesantemente criticato.
E probabilmente hanno ragione loro.
Il fatto è che, io, uno che scrive come lui non lo conosco e quindi, niente, sono accecato, non credibile.
Lo dico da subito, "Tutti lo sanno", il primo lavoro non iraniano del Nostro, è leggermente inferiore ai suoi lavori in patria. Anzi, rispetto a un paio di film siamo sicuramente una spanna sotto.
Però m'è venuta in mente una cosa strana, una possibile lettura a tutto questo.
E la lettura è abbastanza psicologica verso lo spettatore.
Secondo me se Tutti lo sanno fosse stato girato in patria, nei luoghi natii e con attori del luogo la critica l'avrebbe amato.

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Il fatto è che quando nei film di Fahradi - film fatti quasi di niente che lui rende straordinari nelle piccole pieghe- ci sono attori importantissimi (come in questo caso) lo spettatore subisce una strana sensazione, ovvero vedere attori famosissimi (e già visti da lui in mille altre occasioni) ritrovatisi in un film in cui succede poco e nulla. 

15.11.18

Recensione: "Respire" (2014)

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Uno di quei film in cui le cose che accadono non sono tanto fatti reali, ma moti dell'animo.
Una di quelle opere di impressionante perfezione psicologica.
Un rapporto morboso, sbilanciato, dove qualcuno vuole e sogna cose che l'altro non pensa nemmeno.
Un film su una splendida ragazza che come un palloncino inizia a gonfiarsi di dolore, speranze disilluse, amori indefiniti, scherno, rabbia e delusioni.
Un film sulla manipolazione.
E sul tentativo di riscatto, di dimostrare che puoi correre anche senza l'altra, anche più forte di lei.
Ma un animo come quello di Charlie non è abituato a questo.
E il respiro si fa sempre più affannato

   presenti spoiler nel finale recensione

Io adoro sto tipo di film.
Quello dove le cose accadono sì, ma le cose che accadono hanno la consistenza dei moti dell'animo.
Uno vede film così, poi prova a raccontarli agli altri e si accorge che non c'è quasi niente da raccontare, che tutto quello che succede lo potresti dire in trenta secondi, parleresti di una ragazza che ne conosce un'altra, che comincia con lei un'amicizia complessa(ta) e morbosa, che si allontanano e si avvicinano fino poi ad arrivare al finale.
Mica te le ricorderesti quasi le singole scene e, anche dovessi ricordartele, raccontarle sembrerebbe tanto banale.

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Perchè questi sono film dove le cose che succedono non sono fuori, non sono nei piccoli gesti o nei piccoli accadimenti, ma stanno tutte dentro l'animo dei protagonisti.
E allora sta a te vederle, sta a te capirne l'importanza e la potenza.
Ma del resto la vita non è poi così?
Se l'analizzassimo ci renderemmo conto che le vette più grandi che abbiamo raggiunto e le fosse delle marianne più profonde dove siamo annegati non sono tanto fatti reali che ci sono successi ma sommità e dirupi interni a noi, dentro questo nostro corpo e questa nostra mente che altro che un solo mondo sono, diciamo un'universo via.
E Melanie Laurent, la splendida Shoshanna di Bastardi senza Gloria, qui alla regia e alla scrittura, tutto questo lo sa.
E ci regala un film che è quasi completamente dentro la sua protagonista (splendida attrice), così dentro che possiamo sentirne l'apnea del vivere.
Se devo citare due titoli che mi ricordano questo connubio fortissimo tra quello che vediamo e la psicologia della protagonista citerei quelle due perle di Magic Magic e Krisha, a suo modo due film che, come Respire, parlano della tremenda difficoltà del vivere, a volte momentanea, altre cronica.
Di quel sentirsi annegare.
E non è un caso che questo film si chiami Respire, titolo meraviglioso che diventa ancora più bello una volta che si è finito di vedere il film.
Perchè di respiri anelati, necessari, trattenuti e sospirati parla il film.
Una pellicola di una finezza psicologica sorprendente, di una "verità" delle emozioni unica, di una naturalezza in alcune scene di imbarazzante realismo.
Film che comincia con un'adolescente che sente delle urla, che scende dalla camera e quelle urla sono le urla dei propri genitori.
Potremmo aprire un capitolo a parte qua, parlare de sta cosa tremenda che ci mostra il prologo, far capire quanto vedere due genitori urlarsi contro senza alcun filtro, senza alcun blocco, senza alcun limite a ciò che si dicono potrebbe esse devastante per i figli.
Quei figli che sentono l'odio nelle due persone che l'hanno creati, quei figli che dovrebbero avere dei modelli da seguire e invece hanno modelli da dimenticare, quei figli che dovrebbero credere nell'amore e forse per colpa di quelle scene, il tempo di scendere le scale della camera, all'amore manco crederanno più.

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Sarà solo la prima di una serie di accadimenti che porteranno Charlie, la nostra protagonista - questa ragazza che sta scendendo le scale - ad un collasso finale inevitabile, ma inevitabile solo perchè tutte le persone che le stanno attorno non si rendono conto dei danni che le stanno procurando.
E' come se il film raccontasse di una ragazza-palloncino che viene gonfiata in pochi giorni di mille cose diverse, dolore, rabbia, speranza, sentimento, delusione, scherno, disillusione, amore. 
E forse è proprio perchè in questo strano elio che la gonfia ci son dentro anche cose belle che l'effetto, poi, è anche più devastante.
Perchè se in una vita che ti sta collassando attorno inserisci dentro anche delle speranze o delle belle sensazioni che poi vengono distrutte allora è la fine.
E tutte le cose potenzialmente belle per Charlie hanno un solo nome, Sarah.
La Laurent è perfetta nel creare un personaggio a 360 gradi in nemmeno 3 minuti.
Prima il suo arrivo in classe dove senza nemmeno conoscere nessuno suggerisce al ragazzo alla lavagna, poi la spaccata nella trave, poi le sigarette, poi la voce sicura e adulta, poi la nonchalance con la quale offende il padre di Charlie al telefono.
Nemmeno cinque minuti e hai un personaggio fatto e finito, quello di una ragazza bellissima che tiene il mondo ai suoi piedi, che sembra governarlo, che è diversa da tutte le altre, adolescenti a volte insicure nel marasma di questa età-crisalide.
E Charlie si innamora di lei, si innamora di lei in tutte le declinazioni che l'amore può darsi, quello di testa, quello fisico ma poi anche quello più subdolo dell'idealizzazione, del voler essere come l'altra, dell'adorazione.
Ne nasce così un rapporto pericolosissimo, un rapporto non paritario, tremendamente sbilanciato.
Anche se per certi versi diversissimo potremmo associare questo loro rapporto a quello devastante che vedemmo in Suntan.
Dinamiche diversissime ma stessa disparità, stessa differenza tra ciò che vuole l'uno e ciò che (non)vuole l'altro, stessa sensazione di inferiorità e di "miracolo" che è capitato a uno dei due.
Stessa dipendenza.
Ed è così che in questa cornice di dipendenza arrivano poi quelle tremende derive che sono il plagio e la manipolazione.

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C'è una scena magnifica.
Charlie è stata praticamente vittima di Sarah a scuola, nel senso che c'è stata una discussione nella quale, come sempre, è uscita "vincitrice" la ragazza perfetta.
Poi però Sarah chiama Charlie e le dice che la perdona per quello che ha fatto, che lo può superare.
Questo fanno spesso i manipolatori, ergersi a vittime (quando invece è tutto il contrario) riuscendo persino a prendersi il merito di perdonare.
Come non pensare a tutti quegli uomini che magari picchiano le proprie donne per qualcosa di ridicolo che hanno commesso e poi fanno finta di dire loro che no, non è successo niente, hanno sbagliato ma loro le perdonano.
Charlie piange, si sente in colpa.
Tipico di chi è manipolato e idealizza l'altro.
La Laurent è brava però a mostrarci il personaggio di Sarah non solo con accezioni negative, tanto che per metà film riusciamo quasi ad empatizzare pure con lei.
La splendida panoramica destra-sinistra di quando torna a casa, con quella tremenda madre che ci viene mostrata, è perfetta in questo senso (tra l'altro la ragazza corre alla finestra a prendersi un respiro, anche questo assimilabile al titolo).
In questa scena, tra l'altro, c'è una piccola finezza di sceneggiatura, una di quelle che emozionano lo spettatore quando ha la fortuna di coglierle.
Mi riferisco alla risata isterica della madre, nè più nè meno quella che Sarah, a inizio film, raccontò divertita essere della zia.
Da notare anche i pantaloni che Sarah si mette addosso prima di andare là, piccolo gesto che vale ancora un personaggio. Ragazza disinibita, promiscua, senza remore, che in realtà si copre per camminare di notte da sola.
Il film ha un notevole calo di ritmo nella parte centrale per me, dopo una prima mezz'ora bellissima (le scene di risata dei ragazzi sono di disarmante verosimiglianza) e un'ultima mezz'ora straordinariamente apnoica.
E ha anche un passaggio di sceneggiatura molto facilone e discutibile, ovvero quello in cui Charlie diventa d'improvviso una bullizzata solo per un piccolo segreto (tra l'altro manco grave) venuto fuori in bagno.
Non mi sembra un passaggio per cui un'intera scuola può prenderla di mira, anzi, avrei detto il contrario.
Sì, però nell'ultima mezz'ora tutto quel gonfiarsi del palloncino-ragazza e tutto quel lento soffocamento lo avvertiamo in maniera straordinaria (anche grazie alla colonna sonora).
Assistiamo a una spirale senza via d'uscita.
Prima quel "t'ammazzo" detto alla festa che sembra quasi un bacio.
E Charlie è lì, col cuore a mille e il fiato corto, un fiato corto dal duplice significato, quello della paura e violenza di ciò che le è stato detto ma anche quello della vicinanza di lei, di quella bocca che l'ha sfiorata.
Poi c'è lo sputtanamento nel bagno, poi la bullizzazione che Charlie, in maniera quasi commovente, combatte con lo studio (bellissime quelle scene).
E poi quella corsa sulla pista d'atletica che secondo me è la scena madre e metafora del film, magnifica, da brividi.
Charlie corre, Sarah la supera e la spinge (metafora della sua superiorità in tutto, del suo essere arrogante e irraggiungibile), Charlie allora comincia a correre più forte, questa volta è lei a superarla, è lei a volerle dimostrare che non solo non le è inferiore ma che può starsene anche davanti a lei.
Ma superare un proprio modello, superare un proprio manipolatore, è una cosa difficilissima, che poi ti manda in panico.
Il respiro (ancora una volta) di Sarah si fa sempre più affannato, quel suo voler essere andata oltre il proprio ruolo non riesce a reggerlo.
E stramazza al suolo.
Ormai Charlie è una ragazza distrutta, troppe emozioni, troppi dolori, troppi sforzi.
Sente i suoi genitori fare sesso dopo tanto tempo (ancora respiri, ancora sospiri), poi la madre le dice che no, che è finita, che quello è stato solo l'ultimo riavvicinamento prima di dirsi addio, l'unica soluzione possibile.
Poi in questa situazione sempre più delicata torna Sarah e per l'ennesima volta le fa il lavaggio del cervello, tenta di manipolarla.
Ma Charlie, o il palloncino che è, è ormai completamente gonfio e il gesto che compierà sarà quello di un inevitabile collasso.
E in un film come questo fatto di apnee, di respiri mozzati, di sospiri di sesso, di bisogno infinito di prendere boccate d'aria, di uscire da una vita-prigione devastante, quel gesto finale, terribile, sarà proprio un togliere il respiro.
Come l'amore.
Come un cuscino.
Ci sarà un pianto che ricorderò come uno dei più struggenti di questi anni.
E poi l'ennesimo finale con sguardo in camera.
Forse sperando di uscire da là, forse un chiederci aiuto.
Forse un cercare un respiro di vita fuori dal film perchè, dentro il film, dentro quella vita, ormai siamo come morti dentro

8


8.11.18

Recensione: "Soldado"

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Un primo tempo che oltre alla perfezione tecnica offriva veramente ben poco.
Standard, privo di guizzi, con una storia parallela debole e, soprattutto, completamente mancante di noi, dell'uomo.
Poi nel secondo arriverà tutto questo e, se non fosse per "quella" cosa nel finale, avremmo un film quasi perfetto nel come riesce a compattarsi ed acquisire profondità.
In ogni caso Sollima vince, e alla grande, la sua prova americana

presenti spoiler


Non c'era bisogno de esse grandi esperti de cinema per capì che i lavori de Sollima avessero un grandissimo afflato (l'ho imparata oggi sta parola eh, basta con "respiro") internazionale.
Quindi trovasselo in America a girà addirittura il sequel di un film di quel mostro de Villeneuve a me ha sorpreso solo fino ad un certo punto.
Ormai che i migliori registi europei finiscano laggiù è dato di fatto e sempre più frequente. Bella, bellissima cosa, anche se molte volte il volo transoceanico ha portato questi stessi registi a rinnegare del tutto sè stessi, a diventare bravi tecnici di una catena di montaggio standardizzata.
Ci sono non so quanti esempi in tal senso.
Poi, invece, c'è gente come Lanthimos che riesce nel miracolo incredibile de adattasse al cinema grande restando comunque sè stesso.
E Sollima?
Beh, Sollima non è che fosse principalmente un grande autore, ovvero uno che spicca per scrittura, tematiche e cifra. Sollima è un nostro grande regista, uno che sa girare, sa creare atmosfere, sa dare densità e sa risultare sempre dannatamente credibile ma, per il resto, niente da strapparsi i capelli.
Sarà quindi difficile per noi capire se il Sollima a stelle e strisce è rimasto sè stesso. Di sicuro ha portato tutte le sue sapienze e realizzato l'ennesimo grande prodotto filmico.
Che poi, diciamoci la verità, vedi Soldado e ti sembra di vedere veramente Sicario 2, nel senso che tutto gli somiglia, dalle luci alle riprese, dalla costruzione dei personaggi alle tematiche. E, visto il finale - dando quasi per scontato un Sicario 3 - ecco che capiamo che questa faccenda che Sollima abbia fatto il Villeneuve non è tanto per un'incapacità personale del Nostro a mettere dentro "sè stesso", quanto per un evidente ritrovarsi dentro un "progetto" (secondo me di almeno 3 film) che di coerenza narrativa e registica aveva bisogno.

4.11.18

Recensione: "Terrifier"

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Dopo non so quanto tempo (sicuro mesi ma forse anni) vedo un horror puro, uno che non flirta con nessun altro genere (che i miei de solito sono drammatici camuffati da horror o cose comunque ibride) e che addirittura ha l'arroganza de non avè la minima, minima, profondità. Insomma un film senza tematiche, banalissimo, scritto da cani bendati, pieno de situazioni senza alcun senso.
Ma c'è lui, Art il Clown, e lui sì che è straordinario, uno dei cattivi più belli, paurosi e malati visti negli anni 2000.
E allora sì, Terrifier era proprio quello che cercavo per Halloween, un film perfetto, da cervello finalmente spento e con un cattivo terrificante.
Imperdibile per i cultori

Dico la verità, per Halloween s'era deciso de vedè, finalmente, Apostolo de Gareth Evans.
Ma Netflix da na settimana me va a scatti, solo lui, che cazzo gli è preso non se sa.
Persa mezz'ora cercando de risolve il problema (semplicemente pregando) alla fine era sempre più tardi, Rocco c'aveva già la palpebra sui peli del petto e allora niente, unica soluzione per vedè un horror -banalissima e scontata scelta il 31 ottobre, de solito non ce cado- è stata quella de andà a cercà sulla caterva de film che c'ho scaricati (non distribuiti ovviamente) se c'era un horror.
E, bucio de culo, trovo Terrifier (che volevo vedè da tempo) e, ancora meglio, vedo che dura un'ora e venti (Rocco dormirà a rate lo stesso ma tant'è).
In più, incredibile, scopriamo che è ambientato nella notte de Halloween.
Non potevamo esse più fortunati.

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Terrifier è un film che ha la profondità con l'encefalogramma piatto, manco mai un sobbalzino, una cazzata senza pari.
In più è scritto in maniera pietosa, non c'è un singolo comportamento (tranne forse la scena del pub) che abbia un minimo de senso, nulla.
La trama è un disastro, una non-trama basata su 2,3 pretesti, pure sbagliati.
Insomma, un disastro.

1.11.18

Recensione: "Cemetery of splendour" - Perle d'Oriente - 3 -

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Questo film fa parte de La Promessa ( 8 /15 )

Per la prima volta vedo un film del quotatissimo regista thailandese Apichatpong Weerasethakul.
E mi trovo davanti un'opera difficile e dai tempi dilatatissimi.
Tutte cose che amo ma che stavolta mi hanno un pò bloccato.
Eppure questo film di soldati che non si svegliano dal sonno, di mondi ibridi (sonno-veglia, sopra-sotto, cielo-mare, passato-presente, realtà-tradizione orale) è opera che ho percepito come grande, grandissima, e che a prescindere da quanto si riesca a viverla  ti porta a tante suggestioni, tanti pensieri, tante fascinazioni.

Ho fatto molta fatica.
Ero al mio primo Apichatpong Weerasethakul ( e che "kul" che d'ora in poi posso andà de copia-incolla o de acronimo), regista "kult" (vabbeh, questa era telefonata) che un sacco di amici mi propongono da un sacco de anni.
Non mi hanno mai fatto paura i film "lenti" (che poi sul concetto di lentezza sarebbe da farci un post, adesso l'ho usato per far capire alle persone), anzi, li cerco continuamente.
Non mi hanno mai fatto paura i film difficili, anzi, li cerco continuamente.
Non mi hanno nemmeno mai fatto paura i film che preferiscono non dare risposte, anzi, odio il contrario. 
Io le risposte non le voglio avere.
Insomma, se ci aggiungete che parliamo di un film orientale (è vero, in questo blog ne trovate pochissimi ma sono un fan sfegatato dell'Est e ho passato la mia adolescenza con roba dagli occhi a mandorla) capite che Cemetery of Splendour (non capisco perchè in alcune edizioni o poster manchi la "u" su "splendour", si scrive in entrambi i modi?) aveva tutte le carte in regola per essere un mio film come pochi.
(ho fatto il record di parentesi, me ne rendo conto, ma è solo per rendervi difficile la lettura).
In più un suo fotogramma è anche l'immagine di copertina del mio blog preferito, Nuovo Cinema Locatelli.
Eppure ho fatto fatica.
C'è poco da fare, sui film c'entri dentro o non c'entri e io in Cemetery, tranne in rari momenti in cui stavo per esser rapito, non sono entrato.

Siamo in Thailandia, in una specie di ospedale sgarruppato costruito su quella che una volta era una scuola.
Ci sono vari "reparti" ma il più strano è una stanza in cui ci sono dei soldati che dormono.
O.k, tutti dormono da qualche parte, ma questi dormono e basta, non se svegliano.
Non so perchè non si possa parlare di "coma" - nel film non lo si fa mai - ma la condizione è assimilabile.

29.10.18

Recensione: "Antiviral"

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L'opera prima del figlio di Cronenberg è un film visivamente bellissimo, bianco, simmetrico, elegante.
Ma malato, estremamente malato.
In un prossimo futuro il divismo - uno dei concetti più lontani da me che esistano- è arrivato a livelli così assurdi e patologici che i fan comprano i virus, le malattie, contratte dai loro idoli.
Brandon "copia" suo padre (e ben venga la cosa per me) in un film che è uno Sci-Fi di corpi, aghi, malattie e mutazioni.
C'erano tutti gli elementi per tirar fuori un mezzo capolavoro. Così non è per una sceneggiatura un pò cervellotica e dispersiva. E per una mancanza di empatia in una storia sì cerebrale ma che aveva anche tutte le carte in regola per emozionare.
Ma ce ne fossero di film così.
Invece di attori come Caleb Landry Jones credo ce ne siano pochissimi.
Pochissimi

E' passata circa mezz'ora dall'inizio del film.
C'è una scena.
Io scrivo subito sul mio blocchetto "Cronenberg".
Voglio dire quando vedi carne, mutazioni, protesi ferrose tutt'uno col corpo impossibile non pensarci.
Uno dei miei due disastrosi compagni di visione (entrambi si addormenteranno più volte ed io non solo ero tenuto a svegliarli, ma anche a spiegargli scena per scena di un film che sì, è difficilotto), dicevo, uno dei miei due compagni di visione dice "Ma questo è Cronenberg!"
Anche lui, mentre lo stavo scrivendo io.

Ed ecco che come un flash mi sono ricordato che questo era, forse, proprio il film d'esordio del figlio di Cronenberg.
Vado a controllare al volo e sì, è suo.
Ricordo anche che me l'aveva consigliato, e forse pure mandato, un lettore.
Ma per una volta ho ringraziato di essermi dimenticato di tutto e di "riconoscere" da solo un Cronenberg dietro la macchina da presa.
Ovviamente mi immagino già tutti quelli che avranno criticato Antiviral, magari adducendo frasi come "Eh, vuole imitare il padre ma non è il padre" o cose simili.
Io sono completamente dall'altra parte della barricata.

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A me che un figlio intraprenda il mestiere del padre e nel suo primo film metta così tante cose dentro del su babbo pare bellissimo.
Tra l'altro in un'opera prima notevole, potentissima, molto imperfetta ma davvero interessante.
Quindi grande Brandon, ottimo esordio. E che hai imitato papà è una cosa grande, intima, che va oltre il cinema.
Ma tranquillo, ai cinefili non va bene.

Altro excursus.
Caleb Landry Jones.

28.10.18

Recensione: "7 Sconosciuti a El Royale"

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L'opera seconda del Goddard che debuttò col grandissimo "Quella casa nel bosco" è un film molto strano, per larghi tratti quasi indecifrabile.
Noir, storico-politico, thriller, giallo.
Una sceneggiatura ambiziosissima, americana fino al midollo, visto che nasconde al suo interno tutto quello che gli Stati Uniti sono, tutti i loro scheletri nell'armadio, le loro ipocrisie, le loro morti, i loro sogni, la loro musica, i loro generi cinematografici.
Troppo lungo, troppo confuso, troppo pieno di cose.
Eppure piano piano ci si riesce ad entrare dentro e alla fine questa sua anarchia diventerà il punto di forza di un film in cui, come i propri personaggi, niente è come sembra e dove può sempre accadere qualcosa che non ci si aspetta.

presenti spoiler, anche se ho evitato di fare i nomi di chi muore e chi no

Dopo lo straordinario esordio con "Quella casa nel bosco" (lo ribadisco, per me è uno dei 10 "horror" più importanti degli anni 2000) aspettavamo un pò tutti alla seconda prova Drew Goddard.
Nel frattempo ha proseguito la sua carriera di sceneggiatore (cominciata col gioiellino Cloverfield) scrivendo due film per me dimenticabili come World War Z e The Martian.
Alla regia, però, mancava da 6 anni.
E, lo dico subito, Bad Times at the El Royale (incomprensibile e completamente sbagliato il titolo italiano) è in gran parte una conferma per Goddard ma anche un evidente passo indietro.
Quello che è sicuro è che proprio nella sceneggiatura possiamo identificare i più grandi pregi e i più grandi difetti.
Una sceneggiatura enorme, non di livello, ma di complessità e ambizione.
Credo che dentro questo script possa esserci veramente tutta l'America (intesa come States) ma per uno spettatore italiano è davvero difficile cogliere tutti i riferimenti che, nascosti o no, vengono mostrati nel film.
Si tratta comunque di un film ambiziosissimo, pieno di personaggi, cose e tematiche.
Eppure l'incipit è tutto sul minimalismo.
Inquadratura fissa, una camera d'albergo.
Sembra di stare a teatro, ambiente unico e nessun movimento di macchina.
Camera spoglia. 
In una specie di time-lapse vediamo un uomo che, dopo aver liberato la stanza del mobilio, "seppellisce" una borsa sotto le assi del pavimento.
Poi rimette tutto a posto.
Poi qualcuno suona alla porta.
Poi qualcuno lo uccide.
Gran bell'inizio.

E quest'omicidio improvviso e inaspettato sarà poi un must del film, avverrà almeno altre 4-5 volte.
Siamo nel grande albergo El Royale, un tempo frequentatissimo e adesso ormai abbandonato.
L'albergo è precisamente al confine tra il Nevada e la California, la linea rossa dello stesso confine passa addirittura dentro lo stesso hotel, nel piazzale, nella hall e nei sotterranei. Insomma, un albergo tra due stati (e anche qua una delle prime tematiche del film, con la differenza abissale di regole e modi di vita che possono esserci in due stati americani contigui).
A dir la verità questo giochino della linea sarà protagonista nel primo quarto d'ora, per poi sparire del tutto.

24.10.18

Recensione: "Jim & Andy" - BuioDoc - 40 - Su Netflix - 12 -

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Nel 1999 esce lo stupendo Man on the Moon, con Carrey che interpreta il geniale comico Andy Kaufman.
E lo fa in maniera talmente mimetica da far paura.
Venti anni dopo esce questo documentario sul dietro le quinte del film che è anche una intervista-seduta terapeutica allo stesso Carrey.
Se amate Carrey, o se amate Kaufman, o se amate Man on the Moon dovete vedere Jim & Andy.
Ma potete o dovete farlo anche solo se amate il mestiere dell'attore, per capire questo strano mondo di false identità, di maschere dietro le quali nasconderci o scatenarci.
Per capire che, a volte, si interpreta qualcun altro anche solo per fuggire da sè stessi


Quando il secolo scorso emise i suoi ultimi respiti, nel 1999, uscì Man on the moon.
Il film raccontava la vita di un comico incredibile, Andy Kaufman.
Per interpretarlo venne scelto un comico altrettanto incredibile, forse meno geniale e più smorfieggiante, ma grande lo stesso, Jim Carrey.
Carrey solo l'anno prima aveva stupito il mondo in un ruolo drammatico in uno dei più grandi film che abbia mai visto, The Truman Show.
Man on the moon sarà la conferma del suo immenso talento, la conferma che dietro la sua incredibile mimica facciale e la sua esuberanza c'era molto altro.
Poi arriveranno The Majestic e un altro capolavoro, Eternal Sunshine.
Quando vidi Man on the moon mi innamorai perdutamente di Andy Kaufman, di questo comico alieno, uno capace di fare e pensare cose incredibili, quasi tutti contro ogni logica comica.
Kaufman che lesse tutto di seguito in tv Il Grande Gatsby, Kaufman che sfidò, con sprezzanti - e finte - invettive misogine le donne a sfidarsi con lui a wrestling, Kaufman che creò un suo alter ego, l'immenso Tony Clifton, e per molto tempo nessuno si accorse che fosse lui, Kaufman che che finse la morte di una donna a teatro e si mise a ballare sopra di lei per farla tornare in vita e tanto tanto altro ancora.
Mi innamorai così tanto di questo comico - non comico, fuori da ogni regola, che andai a vedermi i suoi video sul tubo.
E mi si fermò il cuore. 


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Tutto quello che avevo visto nel film interpretato da Carrey era là, identico.
Se togliessimo la "grana" cinematografica e televisiva rischieremmo quasi di confonderli.
Pensai che raramente, forse MAI, avevo visto una tale mimesi tra attore e personaggio - tra l'altro in questo caso reale-  interpretato.

16.10.18

Recensione: "Laissez bronzer le cadavres" - "Dhogs" - "Tigers are not afraid" - "Dog" - TOHorror - 4 -

L'ultima giornata al ToHorror Film Festival è assolutamente la migliore delle 4.
Paradossalmente il film più debole è proprio quello che avrei pensato come capolavoro, l'ultima pellicola dei registi di Amer.
Poi abbiamo una bellissima fiaba nera messicana, un interessantissimo film-game metacinematografico galiziano e uno stupendo, comico e straziante, film francese - Dog - che, per me, è la cosa più bella vista questi giorni

Nei due film con titoli simili, Dhogs e Dog, presenti spoiler


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LAISSEZ BRONZER LE CADAVRES ( fuori concorso )

Personalmente la grande delusione del festival.
Non dico di essere andato a Torino per questo film (semmai per Climax) ma è stato sicuramente uno dei motivi principali.
Lo sapete, avevo amato Amer sopra ogni cosa.
E avevo sentito di un film che manteneva lo stesso incredibile stile della coppia Cattet-Forzani ma, in questo caso, al servizio di qualcosa di più narrativo.
E sì, è tutto vero, ma che delusione...
Appena il film comincia sono dentro Amer. Dettagli ravvicinatissimi (occhi, labbra), rumori anche minimi esasperati al massimo (con Cattet-Forzani anche un respiro o lo struscio di un vestito diventano debordanti), giochi grafici, fotografia straordinaria, gusto dell'inquadratura raffinatissimo.
Che meraviglia, sono ancora vostro, mi son detto.
Il problema è che poi il film va avanti, è sì abbastanza narrativo ma poi, dopo un quarto d'ora, si blocca del tutto.
E assisteremo ad un'ora sempre uguale a sè stessa, una stessa scena o stesse dinamiche ripetute all'infinito.
Mi nascondo, sparo, parlo, mi nascondo, sparo, parlo, mi nascondo, sparo, muoio, parlo.
Tanto che, veramente, ho rischiato di addormentarmi più volte.
Questo qua è l'unico, ma veramente unico, film senza tematiche di tutto il festival, di tutti e 13 i film. Niente, non c'è niente dentro.
E o.k, sticazzi delle tematiche a volte. Il problema è proprio nell'assenza assoluta di ritmo e in quella delle trovate narrative, talmente nulla che l'unica speranza era non che succedesse qualcosa ma che ce la mostrassero nel modo più bello possibile.
In Amer almeno c'era così tanto mistero e simbologia che ce ne fregavamo della "storia". Qui la storia c'è ma è meno storia della storia di Amer.
E allora che fare? 
Niente, l'unica cosa era ogni volta aspettare qualche trovata visiva nuova, qualche inquadratura indimenticabile.
E ce ne sono, tantissime.
Quel corpo d'oro, gli sfondi color pastello, la strepitosa sequenza del girarrosto, la centralità delle inquadrature, la mappa con le formiche che simula gli spostamenti umani (geniale), quella ragazza in controluce che tanti vedono (e che per me simboleggia la Morte, Morte che colpirà praticamente tutti), i pezzetti di carta infuocati, quella morte tra oro e sangue.
Un'opera d'arte.
Ma che non va avanti, non racconta nulla, non ha tematiche, non ha sottotesti.
La magnificenza del Nulla

6.5

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DHOGS ( in concorso )

Molto molto interessante.
Parte che pare di ritrovarsi in Holy Motors (o in Interruption), con questi spettatori in sala che guardano uno spettacolo.
Dopo pochi minuti, nella sequenza del tassista che si cambia d'abito, ci sembrerà ancor di più di ritrovarsi nel film di Carax.
Alla fine però ci accorgeremo che quella di Dhogs è operazione per certi versi simile, specie nella metacinematograficità, ma anche molto differente.
Abbiamo diversi episodi, apparentemente slegati l'uno dall'altro ma in realtà tutti in qualche modo collegati.

13.10.18

Recensione: "Housewife" - "Pig" - "St. Agatha" - "One Cut of the dead" - ToHorror 2018 - 3 -

E così è successo, per la prima volta in vita mia mi son visto 4 film in un giorno (ma il record fuori dai festival rimane di soli 2).
Abbiamo la clamorosa conferma del regista dello splendido Baskin, uno strano film iraniano dal soggetto geniale ma poi troppo debole ed esplicito nel trattarlo, un horror psicologico purtroppo tanto già visto e uno spettacolare comedy-zombie che porta il livello di metacinema su lidi mai visti prima

possibili spoiler in qualche film


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HOUSEWIFE (fuori concorso)

E così dopo la grande opera prima Baskin abbiamo la conferma di avere un autore horror con i controcazzi (e, attenzione, le opere seconde son quelle che di solito fregan tutti).
Stiamo parlando di Can Evrenol, turco.
Housewife parte con un prologo folgorante, derivativo sì ma talmente ben girato, fotografato e montato che ce ne freghiamo.
Sentiamo la parola "visitatori", strane figure viste solo dalla madre. La mente mi è andata subito a The Others ma poi in realtà i due film sono cose completamente diverse.
Semmai il punto di riferimento più vicino nel cinema recente direi che potrebbe essere Amer. Stesse due temporalità, sempre una bambina nel prologo che subisce un trauma fortissimo (davvero potente e drammatica quella scena), stessi colori (il blu e il rosso la faranno da padroni per tutto il film, forti richiami ai grandi classici dell'horror-giallo italiano) e, come in Amer, la chiave "sessuale" usata per sublimare quel trauma infantile.
Sì, il sesso la farà da padrone in questo splendido film, molto complesso. Dal primo mestruo nel prologo alla "nascita" dell'epilogo quasi ogni scena ha una forte componente sessuale-erotica, quasi sempre giocata sul simbolico però.
Film elegantissimo, colonna sonora perfetta, 3-4 stacchi di montaggio bellissimi, atmosfera che gioca sempre tra realtà e sogno, presente e passato, verità inconfutabili che poi diventano nuove verità, commistione tra mondo-altro e convegni stile Scientology.
E, a differenza di tanti, troppi film, di questo festival rovinati da troppi dialoghi (almeno 4) qua si parla il meno possibile, qua di spiegoni o metafore svelate non ce ne sono, qua è lo spettatore a dover mettere del suo per interpretare.
Housewife è un horror psicologico giocato sui meccanismi del sogno, dalla rimozione alla sostituzione, anche se questi viaggi temporali e metaforici non incidono in una narrazione degli eventi ricostruibile linearmente.
La fotografia è magnifica (ma del resto anche in Baskin lo era), la classe di Evrenol indubbia, semmai potremmo storcere il naso per un eccessivo simbolismo e per un finale di grandissimo impatto e di pari difficoltà interpretativa ma, insomma, ce ne freghiamo quando abbiamo atmosfere così.
Ritroverete Argento, Fulci, Lynch, De Palma, Polanski in un film che però non scimmiotta nessuno. E poi ancora collassi temporali, oggetti simbolo (bellissima la paura del w.c), deja vu, fino ad un finale delirante (anche in Baskin ad un certo punto arrivava il delirio) in cui pare che Rosemary,s Baby ed Eraserhead si siano fusi insieme.
Il film a questo punto mette dentro concetti superiori, trascendentali, con richiami lovecraftiani inconfutabili.
E una storia "semplice" di trauma famigliare diventa qualcosa di molto più grande, una specie di terribile racconto di ereditarietà di poteri superiori all'uomo.
Che dire, film complesso che potrebbe anche allontanare lo spettatore ma io davanti a tanta classe e capacità di suggestioni mi sciolgo sempre

7.5/8


PIG ( in concorso )

Ah, ma che peccato...
Il soggetto di Pig è, ad adesso, il più originale e accattivante del festival.
In Iran ad un certo punto tutti i registi cominciano ad essere uccisi da un serial killer.
Solo uno di loro sembra salvarsi. E a lui sta cosa non sta bene, gli sembra di non essere considerato. E, alla fine, viene anche sospettato di essere lui lo stesso killer.
Grande idea e gran prologo.
Ma se ci sono scene veramente riuscite è anche vero che Pig commette una marea di errori.
Uno è da matita blu.
Il film è una chiarissima metafora sulla censura in Iran, sull'impossibilità di far arte, sui registi avversi al regime.
Il problema è che questa cosa viene esplicitamente detta e non solo una volta ma una decina.
Ed ecco che non possiamo più parlare di metafora (che, si sa, la metafora è figura retorica giocata sull'ellisse e sulla semplice sostituzione) ma di vero e proprio film di esplicita denuncia.
E siccome il film ha assolutamente la costruzione di una metafora sentirsi poi infiniti dialoghi che ce la spiegano diventa estenuante.
Come se non bastasse in almeno 5 scene Pig diventa una specie di Natale in Iran, con momenti di comicità che definir di grana grossa e privi di guizzi è poco.
Per non dimenticare dei surreali inserti musicali alla Austin Powers abbastanza irritanti per me.
Peccato, peccato perchè l'idea era formidabile, l'attore principale quello giusto, la parte del serial killer convincente e qualche accenno al metacinema interessante.
Poi nel finale il film cambia radicalmente tematica, andando a parare su quella del successo virale, dell'importanza di You Tube, del "esisti solo se hai like", dell'esser disposti a tutto a costo di avere successo.
Il tutto anche ben rappresentato eh, ma dimostra ancora una volta una scarsa capacità del regista di mostrare senza spiegare.
Ho adorato invece che, alla fine, non si sappia chi fosse il serial killer, questa sì una grandissima metafora lasciata tale (il killer è un'entità sconosciuta - Lo Stato? - che non ha volto).

6

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ST. AGATHA ( in concorso )

Madò quanto me dispiace che fosse presente in sala proprio la sceneggiatrice (tra l'altro bellissima ragazza, italiana ma che lavora negli Usa) perchè è proprio la scrittura del film quella che, insieme alla tremenda colonna sonora, è forse la parte più debole del film.
La sceneggiatrice ci ha esplicitato il suo (legittimo) pensiero anticlericale ma poi è evidente come questo suo astio abbia portato ad un film che non ha saputo restare dentro un limite credibile ma abbia portato quegli assunti a derive talmente esagerate da raggiungere risultati a volte pacchiani.
Perchè se è vero che un film sulle suore cattive è sempre ben accetto poi metterci dentro anche la loro avidità, mostrarcele torturatrici, con i fucili in mano, traditrici, picchiatrici e tanto altro è il tipico esempio di quanto si voglian dire troppe cose avendo troppo poco tempo per dirle.
E, purtroppo, come con Pig e altri film del festival, si parla tremendamente troppo, si spiega tutto, si mostra tutto, si gioca veramente poco coi silenzi.
Ci sono poi dei flash back con una fotografia assassina, piena di filtri, non si regge.
E una colonna sonora opprimente che sottolinea ogni passaggio.
Ma che il regista o il direttore della fotografia abbian problemi lo dimostra anche la scena di lei che si aggira la notte. Lo fa con una candela accesa quando, in realtà, la luce che arriva a noi è fortissima (tra l'altro quella candela non la spegne mai quando è l'elemento più forte - se fosse buio DAVVERO - per farsi scoprire).
Si riesce poi a peggiorare una scena già di per sè terribile mostrandoci lei che legge il libro senza bisogno della candela. Insomma, un paradosso.
Ma forse la scena più incomprensibile è quella della ragazza disposta a fari torturare solo per non rispondere "Agatha" alla domanda "Chi sei?".
Insomma, io gli dicevo Agatha sulla fiducia.
Però, incredibilmente, il film regge, non è un disastro, ti tiene lì, ha talmente tante cose dentro che alla fine tutto st'insieme qua e là qualcosa ti lascia.
Anche qua ad un certo punto viene messa dentro una setta (l'idea dei "compratori" mi ricorda Get Out o uno degli Hostel, anche se lì le merci eran diverse) e anche qua (e direi agli organizzatori che invece della strega questa poteva essere la tematica comune del festival) abbiamo grandi accenni di schizofrenia (come in Is that you?, Housewife, Derelicts e in parte anche Climax).
Quando alla fine le suore diventano una specie di ghetto-gang però ci cadono le braccia.
Un applauso comunque a questa sceneggiatrice. E il consiglio di usare il suo talento più sul non detto e sul poco e non sull'ossessione di voler dire tutto quello che ha da dire o che pensa di alcuni aspetti del mondo.
Less is more, in bocca al lupo

6

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ONE CUT OF THE DEAD ( in concorso )

Ed eccola la vera perla del concorso (anche se per adesso come film migliore in assoluto del festival se la lotta col film cubano).
One cut of the dead è probabilmente il film più metacinematografico della storia del cinema.
Come abbiamo detto ieri è meta-meta-meta-meta cinematografico, ovvero parla del cinema che parla del cinema in almeno 4 diversi modi.
Si sta girando uno zombie movie.
Ad un certo punto sentiamo "cut", era solo un film nel film. Solo che quando gli attori sono in pausa vengono attaccati da veri zombie.
Insomma, film nel film.
O almeno questo si pensava.
No, andremo molto molto oltre.
Perla comica, geniale, capace di far ridere in maniera fragorosa tantissime volte, specialmente nel quarto segmento metacinematografico (ovvero quello del "vi mostriamo realmente come sono andate le cose").
Le trovate sono infinite e avviene una cosa incredibile, ovvero quella di provare "empatia" per una troupe, pazzesco.
L'idea di girare un film live, in diretta televisiva, con un unico piano sequenza non solo è straordinaria ma è l'unica "scusa" che si poteva pensare per poi realizzare tutto il resto, ovvero un film che "non si poteva fermare" in nessun modo.
Tra l'altro carinissimo che all'inizio si dica che quella scena fosse al 42imo ciak, paradosso di un film che poi sarà quasi solo one take.
Ma funziona maledettamente tutto, compresi tutti i personaggi, dal regista disperato e invasato a sua moglie (la migliore) - attrice che prende tutto troppo sul serio -, dall'ubriaco al fonico che deve cacà.
E funziona incredibilmente anche la piccolissima parte emotiva, con quel padre e quella figlia che si ritrovano in questo casino dove tutti devono aiutare tutti.
Come se non bastasse avremo nei titoli finali un quinto metacinema e, se vogliamo, un sesto nel titolo stesso del film, che è lo stesso titolo del film nel film.
Insomma, non fatemi dire niente di più, imperdibile

8