18.11.22

Recensione: "Piove"

 

Piove è senza ombra di dubbio uno dei migliori horror prodotti in questi anni nel nostro paese.
Roma, uno strano fumo proveniente dal sottosuolo rende le persone sempre più rabbiose, l'odio serpeggia.
Colpirà tutti, anche una famiglia devastata da una recente tragedia.
Piove è sì un horror ma ciò che lo eleva è la sua parte drammatica, è il racconto esatto, terribile e doloroso di alcuni inferni famigliari, tra padri e figli adolescenti che un tempo si amarono e ora si odiano, tra vuoti incolmabili, tra ferite dell'anima e del corpo, tra sensi di colpa che si provano e si danno.
E anche un film pieno di interpreti eccezionali, dalla grande colonna sonora, dalla grande fotografia.
Un'opera coraggiosa che ha la forza di andare nel profondo e mostrare realtà al tempo stesso quasi sempre più nascoste ma quasi sempre più diffuse.


 Paolo Strippoli aveva co-diretto A Classic Horror Story con De Feo (a proposito, quel film non l'ho mai recensito ma rivedendolo una seconda volta mi è cresciuto molto di più).
De Feo aveva prima diretto, da solo, quel gioiello di The Nest.
Vedendo ora questo Piove mi viene da unire i puntini e constatare un'affinità elettiva e una sintonia artistica/umana tra i due registi.
Che, per farla breve, hanno girato i due migliori horror italiani di questi anni.
Due horror che eccellono soprattutto nel loro lato drammatico, nell'essere così "precisi" nel raccontare i rapporti umani, nell'estrema sensibilità che li percorre.

Siamo a Roma, in tempi non precisati ma che possono tranquillamente essere i nostri.
Nel sottosuolo, nelle fogne, c'è una sostanza che, evaporando, rende le persone rabbiose, sempre più rabbiose.

Piove è, prima di tutto, un film coraggioso.
Perchè racconta gli inferni famigliari in maniera secca, diretta, durissima.
Il rapporto tra il padre Thomas ed il figlio Enrico ti uccide, ti fa male, non solo perchè costruito in maniera magistrale, ma perchè ne percepisci la "verità". Vedendo il film il cuore ti si stringe non tanto per quella famiglia (in cui la figura della piccola bimba diventa struggente) ma perchè, o almeno a me è successo questo, ti vengono in mente tutti quei milioni di famiglie reali in cui avvengono quelle dinamiche.
In cui non c'è amore (o meglio, c'è qualcosa di più forte dell'amore che non permette a questo di manifestarsi), in cui vedi un padre ed un figlio odiarsi, in cui ci sono figure che non ci sono più (la madre morta) ed altre che sono invece spettatrici indifese di quel disamore, di quella rabbia. Per esperienza personale essere spettatori di odio e rabbia tra due persone che ami e che pensi si dovrebbero amare ti uccide come e più se in quel vortice d'odio ci fossi dentro te stesso.
E Piove in questo è magnifico, radicale, estremo.
La figura di Enrico (un pazzesco Francesco Gheghi) è quanto di meglio la scrittura cinematografica può regalare nel raccontarci un'adolescente che era felice (quei flash back nel finale sono davvero commoventi), che ha subito un trauma devastante di cui è anche assoluto colpevole e che da lì in poi, vuoi per dolore, vuoi per senso di colpa, vuoi per una sensazione assoluta di vuoto (non a caso cerca l'amore in una 45enne prostituta, figura - l'unica - che può sostituire la madre) e vuoi anche per un "pretesto" per cui la colpa può "trasferirla" al padre (lui doveva prendere la macchina), ecco, l'adolescente che viene fuori da questo inferno è esattamente quel personaggio, personaggio in cui le ferite interiori sono esattamente reificate anche da quelle esteriori, dalle cicatrici rimaste nel volto.
Cicatrici lui, la sorellina in sedia a rotelle, una tragedia che già comunque sarebbe impossibile da dimenticare a maggior ragione non potrà mai essere superata perchè le conseguenze che ha lasciato sono sempre lì, visibili, terribili.


Una famiglia letteralmente devastata, mangiata dentro e sfregiata fuori che ha anche la paradossale "sfortuna" di essere stata prima invece una famiglia bellissima (perchè se la tragedia colpisce uno status quo di felicità lascia ferite e conseguenze - e rabbia - ancora più grandi).
Per me Piove, al di là di tutti gli altri aspetti, sarebbe stato un grande film anche solo per il racconto spietato di questo microcosmo.
E di certo la famiglia di Enrico è il seme perfetto dal quale può nascere il frutto d'odio che Piove racconta.
Siamo in una società e in un mondo sempre più nervosi, sempre più stressati.
Ed ecco che quel "fumo" che viene dalle fogne non è un agente esterno che ci modifica, che inietta rabbia od odio in un mondo invece colmo d'amore. No, il mondo sta comunque impazzendo, la gente è veramente sempre più cattiva ed esasperata, i rapporti famigliari, specie con adolescenti di mezzo, sono sempre più delicati.
E allora ecco che io quel fumo più che vederlo come causa di tutto quello che accadrà lo vedo invece come conseguenza di quello che già siamo.
Per banalizzare la cosa, lo vedo solo come la classica ciliegina di una torta d'odio che abbiamo già da tempo preparato.
E' il mondo ad averlo creato, un mondo comunque già vicino al collasso, arrivato al limite, e che ora respirando quella cosa quel limite può "finalmente" superarlo.
Ed ecco che Piove, oltre alla straordinaria esattezza degli inferni casalinghi, diventa per me anche uno dei 3-4 titoli più incisivi nel raccontare questi 3 anni incredibili che abbiamo vissuto nell'era Covid.
Sì, molti film si sono venduti come film "sul Covid" senza avermi dato nulla in quel senso mentre Piove, senza dirlo (e magari senza nemmeno esserlo nelle intenzioni) è invece uno dei film che meglio mi ha raccontato questi due anni e mezzo, questa insofferenza sempre più forte, questo non capirsi, queste convivenze sempre più difficili, questa rabbia e questo odio figlie di una situazione incredibile che non riusciamo a vivere.
Nel film c'è una battuta (nel flash back della madre al compleanno) sui focolai.
Magari non c'entra niente col Covid ma io questo ho riconosciuto nel film, il mondo di questi due anni.

Uscendo un attimo dalle tematiche (ma la forza principale di Piove è senz'altro in quelle e nella metafora che racconta) gli aspetti da analizzare sono tanti.
Inutile dire che non tutto funziona.
Ho trovato molto deboli le 2/3 scene di "gruppo", da gang, abbastanza banalotte.
In più il film aggiunge qualche personaggio secondario per creare un contesto più ampio ma che, a mio parere, niente aggiunge al film, anzi, ci dà l'idea di scelte buttate là sulle quali nemmeno si credeva troppo (penso ad esempio al personaggio interpretato da Ondina Quadri).
A proposito, è evidente come Strippoli (o chi per lui) abbia fatto un notevole lavoro di casting e segua il miglior cinema italiano, visto che troviamo dentro qua dei giovani che sono stati indimenticabili protagonisti di alcune gemme recenti del nostro cinema, come Leon de la Vallee del bellissimo La terra dei figli o la stessa Quadri di quell'esordio clamoroso che è Piccolo Corpo.
Ecco, il ragazzo della gang che rivede la piccola Martina nel finale, quello della Quadri, quello della guardia giurata (scena rivedibile...) e forse anche un altro paio... paiono aggiunte assolutamente evitabili.
Però questo film ha un merito, tra i tanti.
Ovvero quello di diventare sempre più bello, sempre più convincente, sempre più coinvolgente, in un climax inesorabile che combacia perfettamente col climax della diegesi, quello della rabbia e dell'odio sempre più forti.

15.11.22

Recensione: "Miracle - Storia di destini incrociati" (Bogdan George Apetri - 2021)

 

Se trovate una sala a voi vicino andate a vedere di corsa Miracle.
Film rumeno (una scuola ormai consolidata e che ha portato a vette eccezionali questi anni) che è lezione di regia, lezione di scrittura, lezione di recitazione e che è capace, in un finale indimenticabile - da brividi -  di portare lo spettatore a profondissime e complesse interpretazioni e considerazioni (io ho provato a dare le mie, come sempre).
Cristina è un giovanissima (e bellissima) suora.
Un giorno fugge dal monastero per andare in città, c'è qualcosa di molto delicato che deve fare.
Nel viaggio di ritorno accade l'orrore.
Una storia dolorosa che vi farà soffrire e pensare

SPOILER DOPO LA SECONDA IMMAGINE

Cristina è una bellissima ragazza.
La troviamo in monastero, è una suora.
Nell'incipit la vediamo però uscire quasi di nascosto, "coperta" da una delle sorelle.
Deve andare in città, ha qualcosa di molto importante da fare.
Nel viaggio di ritorno verso il monastero le succederà qualcosa di orribile.
Un ispettore indagherà. 
Quest'ispettore sembra troppo ossessionato da questo caso, sembra che per lui occuparsene vada oltre il semplice lavoro.
Film straordinario di quel cinema rumeno che ci ha ormai abituato ad una perla dietro l'altra, e ad un nuovo autore dietro l'altro.
E' molto buffo e interessante pensare che se prendiamo i due film più importanti del massimo esponente di questa scuola, Mungiu, ne abbiamo uno sull'aborto (lo stupendo "4 mesi 3 settimane 2 giorni") e uno ambientato in monastero (Oltre le colline).
E adesso mi ritrovo questo Bogdan George Apetri che fa un film che sembra perfetta crasi di quei due.
Ma Miracle è molto di più di questa buffa coincidenza, è cinema che eccelle in scrittura, che eccelle in regia, che - un pò come accade con Fahradi - riesce a raccontare storie iper realistiche immettendo dentro però piccolissimi dettagli "misteriosi" che costringono lo spettatore più attento a profonde e stimolanti analisi ed interpretazioni e a creare un'atmosfera da thriller in dei film che, presi oggettivamente, non sembrano tali,


In più poi qua, in un finale indimenticabile che reputo tra i più belli di questi anni, c'è ancora una componente in più, forse trascendentale, forse no, che porta Miracle ad un livello sia qualitativo che interpretativo ancora più alto.
Inutile che stia qui ad elogiare gli attori, il cinema dell'est - da sempre - in questo aspetto fa scuola a tutti.
Eppure impossibile non menzionare la splendida Ioana Bugarin, in un ruolo complessissimo e sfaccettato, quello del misterioso e struggente personaggio di Cristina.
E se è vero che Miracle è sì cinema del reale (anche se, come detto sopra, quel tipo di "reale" che nasconde qualcosa che lo trascende) il livello di regia è tutt'altro che povero, anzi.
Una serie infinita di piani sequenza, dei movimenti di macchina di infinita classe, in un film che non ha una sola scena scolastica o dal sapore televisivo.
Il piano sequenza di Cristina che esce per la prima volta dal monastero (con quei colori di fuori così luminosi), il primo viaggio in macchina, tutti quelli successivi (ci sono almeno quattro long takes dentro le automobili, quasi un cinema teatro dentro auto), la doppia panoramica completa nella stazione di polizia, quella verso sinistra e poi nuovamente verso destra del primo cambio d'abito, con quel vento che forse significa più di quello che sembra.
E poi l'inquadratura madre, una delle più belle che io ricordi recentemente.


Ovvero la panoramica, lentissima, dello stupro.
Usando una specie di sinestesia temporale-spaziale, potremmo definirlo uno stupro lungo 360 gradi.
Partiamo dal terribile incipit della violenza, ce ne andiamo lateralmente in maniera lentissima verso i campi (con in sottofondo sempre le urla di Cristina) per poi tornare lì, alla fine del giro completo, nell'attimo esatto in cui lo stupro ha il suo termine.
Una scena che ti uccide per quello che racconta, che ti esalta per quanto sia meravigliosa.
Ma Miracle, per me, è soprattutto cinema di vertiginosa scrittura.
Un film in cui in ogni secondo c'è un rimando. E mai urlato, mai sottolineato, solo piccoli elementi messi lì per lo spettatore che questo film vuole viverlo veramente.
Il tassista che dice a Cristina "io ti ho già visto", il vento che torna più volte (nelle due scene di cambio abito e nello stupro), i riferimenti al cantante Petrescu, il neurologo da cui Cristina scapperà via che tornerà poi nel finale (da lui sarà ricoverata in coma), l'altro dottore - di cui non avevamo saputo mai nulla - che nel finale scopriremo addetto all'autopsia della giovane,  o le pecore che tornano sempre.
E poi altri fili che solo con un'attenta analisi possiamo avvolgere insieme.
Come Cristina che dopo la rinuncia in ospedale va a cercare in stazione di polizia un certo ispettore per poi recarsi anche in un appartamento.
Ecco, quell'ispettore sarà quello che prenderà in mano il suo caso e quell'appartamento quello della sua famiglia (si riconosce la moglie).
E allora scopriamo che in questo film di destini (casuali o divini?) dove ogni personaggio torna più volte e sembra in qualche modo legato a Cristina (pensiamo anche solo ai due medici) ecco perchè quell'ispettore lo vediamo così coinvolto, così incattivito, così furioso, perchè altri non è che il padre di quel bambino che doveva nascere, che poi si decise che non sarebbe più nato, che poi si decise ancora invece di mettere al mondo e che poi non nascerà per il motivo più terribile, la morte della madre.
Ma questo è un film dove ogni minimo gesto va interpretato.
Cristina che rinuncia alla visita neurologica, che poi rinuncia all'aborto, che poi rinuncia alla risposta nella stazione di polizia, che poi rinuncia nell'appartamento, che poi decide di tornare al monastero dopo questa serie infinita di rinunce.
E, forse, alla luce del finale queste rinunce tratteggiano ancora di più un personaggio straordinario e "sovrumano"
Perchè, e questa è la mia lettura, il personaggio di Cristina (anche il nome lo richiama) è assimilabile a quella di un nuovo Cristo.
Intanto la scelta del monastero, come se ci fosse stata una "chiamata" di cui non sappiamo nulla.
Poi tutte quelle rinunce nella vita "reale" e sociale per tornare solo a quella della Fede.
Poi quel vento che accompagna le sue azioni, come se ci fosse qualcosa più grande di noi sempre intorno a lei.
Poi la scelta di non denunciare l'animale schifoso che l'ha violentata, quell'ennesima rinuncia in nome di qualcosa sicuramente più grande della comprensione umana, un perdono che va oltre ogni logica.
E poi quel sussurro nelle orecchie a Marius (scena da brividi, anche questa molto fahradiana) di cui non sappiamo nulla ma che ci dà l'idea di qualcuno che sta dicendo all'altro qualcosa riguardo il destino e quello che deve accadere.
E poi nell'infartuante finale, finale da ringraziare gli Dei del cinema, quel suo comparire nell'acqua e dare a Marius la possibilità di "tornare indietro", emendare il suo errore, un rewind che dà a Marius la possibilità di salvarsi.
Sacrificando invece sè stessa, come Cristo.
E qui non so se sia questione di religione o no (il film può essere interpretato in maniera religiosa o no, come del resto il magnifico "Lourdes" della Hausner) ma questa figura così "cristiana" della ragazza, una ragazza pronta a morire pur di salvare un uomo (l'umanità), pronta a perdonare anche l'essere più abietto (lo stupratore) è qualcosa che va comunque al di là dell'umano.


E ok, l'ultima scena può anche solo essere nell'immaginazione di Marius (per capirsi l'omicidio che commette è solo ciò che avrebbe voluto fare - e che a noi viene mostrato - ma che in realtà non ha mai fatto) ma la sensazione è che ci troviamo davanti - nel personaggio di Cristina - ad un essere umano che, religiosamente, spiritualmente o semplicemente umanamente, è migliore di tutti noi.
E quella lacrima finale (altra scena che sembra di Fahradi, è l'identico finale di un suo film) è la lacrima di chi ha donato la propria vita per quella di tutti gli altri.
La lacrima di un essere superiore destinato probabilmente a quella fine terribile in nome di qualcosa di più alto.
Sei solo un personaggio cinematografico Cristina, ma puoi comunque renderci tutti migliori.
E questo farci tornare indietro dagli errori che facciamo, darci una seconda possibilità, permetterci di cancellare l'odio, sì, è un vero e proprio miracolo.

8


14.11.22

45 opere prime recenti e bellissime (accorpamento delle due liste di 4 anni fa e 10 titoli nuovi)


Circa 4 anni fa feci una lista (quegli anni ne tiravo fori una a settimana) sulle opere prime più belle di questi ultimi anni. Questo mese la stiamo riproponendo, in 5 appuntamenti (l'ultimo stasera) sulla pagina Instagram del blog. Per l'occasione ho aggiunto anche 10 titoli nuovi visti nel frattempo, ossia dalla pubblicazione della prima lista di anni fa ad oggi.
E allora ho pensato di fare questa nuova lista, super completa, sia accorpando le due parti divise del 2018 sia i 10 titoli nuovi che ho aggiunto.
Ho anche ricontrollato, modificato e aggiornato tutti i minicommenti.
Poi dite che non ve voglio bene.

Ecco a voi quindi 45 opere prime recenti e bellissime

LA ZONA - RODRIGO PLA'

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La metto per primo perchè l'opera prima di Plà è anche l' "opera prima" de Il Buio in Sala, il primo film recensito.
La terribile storia di un ragazzino povero andato a rubare nella zona dei ricchi.
Non si può più uscire, è una caccia all'uomo.
Plà si confermerà poi più volte

ANOTHER EARTH - MIKE CAHILL

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Una Terra identica alla nostra.
Magari con dei nostri doppioni.
Un altro pianeta dove quello che abbiamo commesso qua, nella nostra di Terra, forse non è avvenuto.
E un senso di colpa che non se ne va via e che per essere espiato ha solo un'ultima folle possibilità.
Cahill debutta con un'opera dolce, profonda e dolorosa.
E farà ancora di meglio alla seconda prova, con I Origins

EX MACHINA - ALEX GARLAND

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Gran film di quello che era già un grande sceneggiatore.
Garland punta subito in alto, con un film capace di affrontare tematiche moto attuali e delicatissime.
Un film apparentemente "sovrumano" che in realtà racconta l'essenza dell'essere umano.
Per me giudizio confermato da Annientamento e poi, in maniera ancora più fragorosa, con Men

THE CHASER - NA HONG-JIN

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Anche se più di un amico me l'ha smontato continuo a pensare che questo sia un grande film, un thriller anomalo, teso e cattivo.
Di sicuro è il debutto di un grandissimo regista che poi arriverà al suo apice col capolavoro The Wailing

GOODNIGHT MOMMY - VERONIKA FRANZ


La moglie di quel pazzo malato di Seidl debutta alla macchina da presa (nei lungometraggi di fiction) con un film che, forse, non è poi tanto lontano dalle opere del marito.
Thriller psicologico morboso, inquietante, freddo e malvagio.
Un grande film
Poi, con The Lodge, arriverà forse ancora più in alto

STILL LIFE - UBERTO PASOLINI

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C'è gente che muore sola, senza nessuno a cui la cosa interessi.
Il funzionario John, uomo spento e metodico, decide di dedicare la sua vita a rintracciare le persone più vicine a chi non c'è più.
Opera tenerissima, a tratti struggente, insieme a Departures una delle più belle e dolci riflessioni sull'andarsene degli anni 2000

SNOWTOWN - JUSTIN KURZEL

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Definirlo sottovalutato è dir poco.
Snowtown ha tutto, è un drammatico, è un film di formazione, è un thriller, ha sequenze agghiaccianti.
Una vera storia australiana che si dipanerà sotto i vostri occhi a poco a poco.
Dispiace molto che poi Kurzel sia finito a fare Assassin's creed

LUCKY - JOHN CARROLL LYNCH

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E' il film di debutto alla regia di un grandissimo attore caratterista, John Carrol Lynch.
Che ha deciso di fare un'opera cucita addosso ad un altro grandissimo caratterista, al suo ultimo film poco prima di morire, Harry Dean Stanton.
L'indifferenza di morire, la paura di morire, la serenità di morire. Tra una risata e una lacrima

GET OUT - JORDAN PEELE

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Formidabile debutto nel cinema di un attore comico nero famosissimo negli Usa, Jordan Peele, che poi con i due film successivi si confermerà autore straordinario.
Grande sceneggiatura in un "horror" al tempo stesso derivativo e diverso da tutti.
Nel genere una delle 3-4 più grandi sorprese di questi anni

A GIRL WALKS HOME ALONE IN THE NIGHT- ANA LILY AMIRPOUR

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Non sarà l'unica regista donna presente.
Ma che classe, ma che occhio, ma che capacità di descrivere atmosfere.
E una protagonista indimenticabile.
Della sua opera seconda ho sentito di tutto, da gente entusiasta ad altra delusissima

IL FIGLIO DI SAUL - LASZLO NEMES

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Senza nemmeno pensarci tra le 4-5 più grandi opere prime degli anni 2000.
Un film enorme di cui è difficile vedere i limiti.
L'opera seconda di Nemes, presentata a Venezia, è stata amata e odiata dalla critica e dal pubblico.
Mi manca ancora

LAKE MUNGO - JOEL ANDERSON

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Il miglior mockumentary degli anni 2000 non solo è opera prima (di un regista dal cognome che nel cinema è una garanzia) ma è addirittura rimasta opera unica dello stesso, malgrado abbia ormai 10 anni.
Che dire, lo sapete, un finto documentario perfetto, costruito in maniera impressionante. E capace di spaventare. E con tantissimo dolore dentro

MINE - FABIO GUAGLIONE, FABIO RESINARO

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Mettiamo dentro anche un pochino d'Italia (anche se il film ha produzione estera).
Mettiamolo dentro perchè Mine ha un'ultima mezz'ora che mi ha emozionato come poche altre al cinema in questi anni.
E perchè è un film-progetto coraggiosissimo, come del resto lo è il secondo dei due Fabio, Ride (inferiore sì, ma molto interessante)

AMER - HELENE CATTET, BRUNO FORZANI

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Visivamente una delle cose più belle viste questi anni.
Un delirio di colori, rumori, suoni, sensi. Un'opera destrutturata ma di enorme fascino.
La coppia (anche nella vita) dei due registi ha poi girato altri due film, molto simili ad Amer a quanto so, e si sono confermati alla grande.
Rimasi un pò deluso dalla loro opera successiva, vista al ToHorror

LA MIA VITA DA ZUCCHINA - CLAUDE BARRAS

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Dopo tantissimi corti Barras debutta nel lungo (al limite, un'ora appena) in maniera straordinaria.
E ci regala un cartone in stop motion di una tenerezza infinita, su una tematica molto delicata.
Barras evita la facile retorica e le facili accuse o soluzioni.
Il suo è un racconto vero, divertente e commovente, con dei personaggi che ti restano dentro


KAILI BUES - BI GAN



Impressionante.
Uno dei film di questi anni con più cinema dentro, uno dei più geniali, simbolici, tecnicamente e semanticamente interessanti.
E un piano sequenza da lacrime.
Abbiamo un fenomenale nuovo autore

BEYOND THE BLACK RAINBOW - PANOS COSMATOS



Vale un pò il discorso fatto per Amer, ovvero quello di trovarci davanti ad un'opera esteticamente pazzesca che quasi se ne frega del resto.
Atmosfere incredibili, un uso di luci e fotografia unico.
Il successivo film di Cosmatos sarà un altro delirio ma, per me, una spanna inferiore a questo

CONTINUA...

10.11.22

Pillole di Buio in Sala: Riflessioni su "L'angelo dei muri", "Doppia Pelle", "Christian", "Apollo 10 e mezzo", "Quicksand", "The Old People", "The Supernatural", "Ultrasound" e "Soft Air"

Questo è stato sicuramente l'anno con meno post e recensioni.
Faccio sempre più fatica a scrivere, anche se non c'è nessun motivo negativo, anzi, nessun motivo in generale.
Ho visto abbastanza cose questi mesi delle quali non ho poi tenuto traccia nel blog.
E allora provo a recuperarle nella memoria (si va da visioni di 8 mesi fa ad altre di 10 giorni, con inevitabili ripercussioni nella memoria).
In questo abbastanza inedito post per il Buio in Sala parlo quindi di tante cose diverse, con minirecensioni o "medie" recensioni.
Abbiamo un film italiano bellissimo, un Dupieux sempre geniale ma forse non ai livelli dei suoi capolavori, una serie italiana straordinaria e l'ultimo film di quel regista unico che è Linklater, regista che non fa solo film ma veri e propri progetti.
E poi una bella miniserie svedese su una strage scolastica, un dimenticabile film horror tedesco (o austriaco?) su una casa di riposo dove i vecchi diventano spietati assassini (e con una retorica insopportabile), un tremendo film italiano e uno ancora più brutto, ma così brutto, così brutto che più de due righe non posso dagliele.
E poi un gran bel film "alla Guardaroba" su ipnosi, tecnologia futuristica e manipolazione.
E poi basta



Bellissimo, forse in tutta questa carrellata il titolo del quale più mi dispiace non averne scritto.
Siamo a Trieste.
Un vecchio uomo che vive in una grande e vecchia casa (vera protagonista del film) scopre che verrà sfrattato.
Ma quella casa è tutta la sua vita (e nel finale capiremo perché) e lui non vuole andarsene. Decide quindi di murarsi in un piccolo stanzino, nessuno se ne accorgerà.
Film italiano di quel Bianchini di cui provai a vedere "Radice quadrata di 3" (abbandonando dopo 10 minuti senza averne capito una parola) e del quale amai invece molto "Across the river", horror di pura atmosfera, quasi muto e con un solo protagonista assoluto.
L'Angelo dei muri è senz'altro il suo film più sentito, maturo, complesso, e anche quello che scavalca di più il genere puro.
Pellicola dalla grandissima anima che in un finale davvero struggente rivela una storia di profondissimo dolore, certo prevedibile da uno spettatore attento e scafato (noi avevamo previsto il colpo di scena a metà film) ma che non perde minimamente d'emozione.
Prima abbiamo un film girato in maniera straordinaria (ricordo dei movimenti di macchina di un'eleganza incredibile, e un piano sequenza iniziale tra i corridoi della casa che è qualcosa di bellissimo), con un attore principale indimenticabile e con una storia al tempo stesso minuscola ma anche gigantesca, esistenziale e, in qualche modo, "nuova".
Il film è perfetto nel miscelare un lato drammatico impressionante con delle venature ghost mai pacchiane, quasi sussurrate.
Più temporalità iniziano a mescolarsi tra loro, qualcosa di terribile successo nel passato entra nel presente. Bianchini è perfetto in questo bilanciamento e il film riesce ad essere per tutta la sua durata un mirabile ibrido tra cose diverse.
Come "Across the river" anche questo è un film di silenzi (il protagonista non parla mai se ricordo bene) e dalla grandissima atmosfera, anche se rispetto a quella inquietante e misteriosa ne prevale una maledettamente malinconica.
Proverete una rara empatia per quest'uomo, cercherete insieme a lui di ricordare e, nel finale, il vostro cuore sarà spezzato.
Bianchini forse esagera (nello stesso finale) in retorica e spiegazioni varie ma il suo film e i suoi personaggi erano così belli e credibili che l'emozione, anche se ci viene quasi imposta, resta intatta.
Film di volti, di atmosfera, di regia, di emozioni, di dolore.
E di senso di colpa.
E di vuoto pneumatico.
E di voglia di riabbracciarsi

8



Il solito soggetto incredibile e geniale di Dupieux.
Un uomo è ossessionato dagli abiti in pelle, specialmente dalla sua giacca. E' convinto che tutto il mondo la trovi bellissima, che tutti parlino di "lei".
E' talmente ossessionato che decide che quella deve essere l'unica giacca al mondo.
Le altre persone devono quindi o buttarle o essere uccise.
Film a tratti straordinario e comicissimo Doppia Pelle non riesce però, a mio parere, a raggiungere i livelli dei veri capolavori di Dupieux (Realitè, Wrong, Wrong Cops).
La sensazione è che il soggetto faccia fatica a reggere la durata del film anche se grazie al suo talento Dupieux riesce sempre a intrattenerti.
Come al solito ci saranno moltissimi discorsi metacinematografici (nei suoi film quasi sempre Dupieux parla di Arte e Industria cinematografica) con questo personaggio che si finge regista senza, probabilmente, non solo non aver mai girato una scena ma nemmeno aver visto un  solofilm.
I momenti migliori sono senz'altro quelli surreali in cui la giacca è protagonista (il tipo di humour che adoro) e alcuni degli efferati ed irresistibili omicidi.
C'è anche una piccola vena malinconica, il protagonista del film è un uomo solo e triste a cui niente è rimasto se non questa sua ossessione.
Dupieux, come al solito, fa ridere con soggetti e sceneggiature talmente sceme che solo un'accurata lettura permette di capire che se sono così sceme è perchè, in realtà, non lo sono per niente.

7




No, ho cambiato idea, sta serie è troppo troppo bella per scriverne poco. Ma ormai avevo caricato la locandina e la lascio qua, in attesa (spero!) de rivedella e parlarne al meglio.
Il voto però intanto lo metto

9


Linklater è un mezzo genio, senz'altro uno degli autori più originali e, per certi versi, "estremi" del cinema moderno, almeno di quello emerso e alla portata di tutti.
I suoi film, più che semplici film, sono quasi sempre progetti quasi unici nel suo genere.
Partendo da quei due gioielli in rotoscope di Waking Life e A Scanner Darkly, continuando con la trilogia "Before" (in cui il regista ha raccontato - con 3 film a distanza 10 anni l'uno dall'altro - 3 singoli giorni di una sola coppia, tra l'altro interpretata dagli stessi due attori ovviamente nel frattempo invecchiati anch'essi del medesimo intervallo) e finendo con quel film assurdo che è Boyhood, altro progetto sul Tempo ancora più estremo dei Before (la vita di un bambino che diventa adolescente tutto realizzato usando stessi attori cresciuti nel tempo, con pochi minuti di ripresa fatti ogni anno. 
Ecco che adesso, nel suo ultimo film, si torna all'animazione (direi a tecnica mista vista la quantità finita di disegni diversi ma, come i due precedenti rotoscope, usando spesso attori anche reali) con un film molto piccolo, quasi documentaristico, ma che è in tutto e per tutto il solito Linklater, ovvero un autore malinconico, legatissimo all'adolescenza, al tempo e al ricordo, con spesso anche derive filosofiche ed esistenzialistiche.
Apollo 10 1/2 è la storia, ambientata nel 1969, di un bambino di 10 anni  (Linklater è del 1960, quindi è evidente quanto il film sia quasi del tutto autobiografico) che si troverà a vivere un'esperienza incredibile, pazzesca, unica, storica, ma che nessuno potrà mai conoscere, ovvero l'essere andato sullo spazio (anzi, sulla Luna) prima dell'Apollo 11, in un esperimento segreto di prova tenuto nascosto a tutti (da qui il titolo).
Una specie di ucronia quindi, anche se assolutamente sui generis (visto che per tutta l'umanità l'unica Storia conosciuta sarà quella ufficiale).
Bisogna dire che uno spettatore non informato (come eravamo noi) può rimanere spiazzato nel ritrovarsi davanti un film che, alla fine, per tre quarti della sua durata è "solo" un documentario animato sulla fine degli anni 60.
Linklater racconta quegli anni in maniera incredibile, sia a livello macroscopico (politica, sociale, grandi avvenimenti) che intimo e personale.
I flipper, i vecchi telefoni, le partite a ping pong, le grandi mangiate di famiglia in cui si prepara tutti assieme, i programmi televisivi e la stessa televisione come momento comune, i giochi semplici dei bambini, i gelati, il troppo cloro delle piscine, le cadute e le fratture, i film horror noleggiati, gli scherzi telefonici, i petardi, il drive in e mille altre cose si mischiano all'allunaggio, al Vietnam, a Nixon e alla Storia.
Sarà che ero l'unico ultraquarantenne della combriccola ma rivedere tutte queste cose mi ha profondamente colpito avendole vissute veramente tutte (che tempi meravigliosi).
Ma il punto forte del film è senz'altro in questa incredibile (anche nel senso di non credibile) trovata, quella del bimbo mandato per primo sulla Luna.
E c'è poco da fare, le scene di lui che arriva, che scende, che la vede per primo, sono eccezionali.
Anche se il momento più bello, malinconicamente geniale del film, è quando poi ci sarà il vero allunaggio e lui se ne sta lì annoiato sul divano, insieme alla famiglia. Quella famiglia - e tutto il mondo con loro - che sta assistendo a qualcosa di mai vissuto prima, ad uno dei momenti storici più importanti di sempre. E lui, lì, che (in un montaggio alternato davvero emozionante) rivive il suo viaggio, le sue emozioni, lui, un bambino annoiato in un divano che in realtà è stato lassù prima di tutti.
Sono minuti bellissimi ed emozionanti in un film che, per il suo taglio quasi solo documentaristico, potrebbe annoiare i più.
Ma resta un'opera personale, intima.
E qualcosa che fa sognare

7.5


Piccola miniserie svedese (durata complessiva 4 ore e mezza mi pare) su un argomento al quale non riesco mai a resistere, le stragi scolastiche.
Siamo a Stoccolma e nella scuola di un quartiere molto ricco c'è stata una strage.
Una delle sopravvissute, Maja, è in realtà la principale sospettata. 
Lei stessa sa di essere in qualche modo responsabile ma solo durante la prigionia ed il processo riuscirà a ricordare tutto.
La serie è molto bella nella costruzione, intersecando le due temporalità principali (l'oggi del post strage, della detenzione e del processo e lo ieri dei mesi precedenti il massacro) con dei flash della strage stessa che, velocissimi, compaiono a Maja e anche a noi spettatori.
Ho amato questo "nostro" non sapere, questo ricevere poco a poco sempre più informazioni, informazioni che, ad esempio, la polizia aveva già.
Ne nasce quindi una serie molto interessante a livello psicologico perchè raccogliendo pezzi del puzzle del passato riusciamo sempre di più a formare l'immagine di Maja e di tutto quello che le è successo.
L'attrice è formidabile, riesce ad essere 3-4 Maja una diversa dall'altra (la brava ragazza, la femme fatale, l'essere umano empatico, quello freddissimo) restituendoci un personaggio di altissimo livello, davvero complesso.
Quicksand ("sabbie mobili" la traduzione, perchè è questo che succede alla la protagonista, il ritrovarsi in una situazione - sia pre strage che dopo -  nella quale ogni mossa che si fa porterà solo a maggiore dolore o esiti negativi) è quindi una serie dalla grande connotazione psicologica, una di quelle che si prendono il tempo di analizzare le cose, delineare personaggi, fornire elementi, senza mai dare risposte.
Quanto Maja sia realmente responsabile, quanto succube del ragazzo, quanto davvero ragazza immatura, è un qualcosa difficile da capire. E la serie fornisce allo spettatore tutti gli elementi per riflettere.
Certo il finale fa storcere un pò il naso e pare un filo inverosimile (ma non sono esperto di giurisprudenza) ma la serie funziona.
Il personaggio di lui è forse ancora più complesso.
Insopportabile, tossico, violento, pazzo, razzista, narciso, pericoloso.
Tutto vero ma la serie è perfetta nel mostrare il disamore avuto da sto ragazzo in tutta la sua vita.

9.11.22

Recensione: "Triangle of sadness"

 

L'ultimo film di Ostlund è, come sempre, qualcosa di molto interessante, come solo i grandi autori sanno ogni volta regalarti.
Uno yacht di lusso pieno di ricconi, magnati, influencer, si ritroverà in una tempesta che li porterà - in tutti i sensi - alla deriva, dove il loro ruolo niente più conta e dove i giochi di potere saranno ribaltati.
Come in The Square siamo dalle parti di un cinema fortemente satirico, anche se in Triangle of Sadness la componente fracassona e banalotta non ha paura di venir fuori, travolgendo forse tutto il resto.
Non del tutto il mio cinema che è più cinema psicologico che sociale, più intimo che macroscopico (non a caso continuo a ritenere Forza Maggiore il mio preferito).
I personaggi di Ostlund non sono mai esseri umani ma simboli, pedine, ruoli.
Eppure la corsa disperata di Carl nel finale ce lo restituisce a dimensione umana.
E di lui, e di lei, mi piace parlare.
Di lei che ci ha lasciato a 32 anni, privandoci dei suoi magnifici occhi

Charlbi Dean è bellissima.
I suoi occhi dolcissimi (tra l'altro occhi - ma anche gran parte del viso - che mi hanno richiamato una persona importante per me), il suo sorriso altrettanto.
Sapere che se ne è andata a soli 32 anni (e non si sa nemmeno bene come) fa davvero stringere il cuore.
Ma la cosa davvero impressionante è un'altra.
Il suo personaggio, la modella Yaya, è anche l'unico che (molto probabilmente) muore nel film, in un finale sospeso e bellissimo.
Ma non solo questo.
Perchè in tutti e 3 i film che ho visto di Ostlund, film molto cerebrali, sarcastici, "freddi" e ironici, il suo è forse l'unico personaggio veramente umano, caldo, tragico, e l'unico che mi abbia dato l'idea che sappia veramente amare.
E ritrovarsi quindi a sapere che se è andata a soli 32 anni l'unica attrice in tutta la filmografia di Ostlund nel cui personaggio ho percepito amore e tragedia e l'unica - anche - che in Triangle of Sadness andrà presumibilmente a morire (tra l'altro nell'ultima inquadratura) mi ha dato una sensazione fortissima, quelle sensazioni in cui ti sembra che cinema e realtà siano impercettibilmente legati e che nei ruoli interpretati ci sia quasi un legame spirituale con la vita reale.
Io ho trovato magnifica Yaya, ne ho colto il dolore, l'empatia, il disagio, il sentimento. Solo con lei ho vissuto questo, e non soltanto in Triangle of Sadness ma in tutti i personaggi della filmografia di Ostlund. Non so se sia un caso.

Ennesimo film del regista svedese che "percepisco" bellissimo ma non riesco ad inquadrare perfettamente e farlo mio.
I suoi film sono satira, sono una straordinaria rappresentazione, fredda ma ironica allo stesso tempo, della società in cui vive, delle ipocrisie, delle differenze tra classi sociali, dei suoi paradossi.


Non è un caso, però, se alla fine il suo film che più mi è rimasto resti Forza Maggiore, il suo film meno "ampio", quello più intimo, quello dove più che uno sguardo allargato su un mondo abbiamo un restringimento su un microcosmo famigliare, e più che parlare di massimi sistemi si dà spazio a delicatissimi e personali meccanismi psicologici.
E' quello del resto il cinema che più amo, quello degli esseri umani e di quello che accade nelle loro teste.
The Square e Triangle of sadness sono pane per altri, sono "saggi" quando invece Forza Maggiore - anche se innegabilmente film a tesi - somiglia più a un romanzo psicologico.
E' per questo che forse la parte che più ho amato di Triangle of Sadness è la prima, quella più intima e psicologica.
Parte che, del resto, somiglia tanto a Forza Maggiore per quella piccola cosa, quel piccolo dettaglio apparentemente insignificante (nel precedente film il padre che pensa a salvare il tablet invece della famiglia, qui la faccenda del conto) che invece non se ne va più dalla testa e apre una voragine nella coppia.
Se però nel vecchio film l'effetto era "strano" e abbastanza gelido qua è sicuramente più comico e divertente anche se, ben analizzato, resta tutt'altro che stupido, anzi, quel continuo tornare da parte di Carl sulla questione del conto tra una risata e l'altra assume contorni abbastanza drammatici e manipolatori.
E se è vero che forse è lei il personaggio che "sulla carta" ci viene mostrato come più superficiale (è un'influencer che basa tutto sull'immagine) unendo tutti i puntini è facile ravvedere in lui invece l'elemento più immaturo, egocentrico e incapace di amare (malgrado nella scena in camera sia lui a dirle ti amo, lei a non corrisponderlo e lui allora a fare la scommessa che prima o poi lo amerà).
E' forse strano - ma conoscendomi anche no - che in un film del genere (a suo modo debordante e sopra le righe) io perda così tanto tempo a parlare e analizzare la parte di Triangle of Sadness più nascosta e intima ma trovo quel rapporto tra Carl e Yaya l'aspetto più interessante.

25.10.22

ToHorror 2022 (3/3) - Recensioni: "Mandrake" - "Il Cameraman e l'Assassino", "Polaris" e "A Wounded Fawn"

La mia ultima giornata al ToHorror 2022 (terza per me delle 6 totali, di cui solo 4 con film in concorso) è buona, come media direi ai livelli della prima.
Un buonissimo film, Mandrake, ambientato in Irlanda del Nord, che racconta di streghe, bambini, omicidi, mamme incapaci di esser tali, amore e disamore.
Un buon film, Polaris, ambientato nel 2144 in una Terra, come in Snowpiercer, ormai rimasta solo neve e ghiaccio. La storia di una bambina e di qualcosa che deve raggiungere, probabilmente molto simbolico.
Poi un film bruttino, una specie di revenge movie in cui la prima parte, quella del serial killer che deve uccidere la ragazza, è completamente realista, mentre la seconda, tutta metaforica, simbolica e giocata su effetti visivi, è davvero debole e retorica.
Ma il mio ToHorror si conclude ottimamente con Il Cameraman e l'Assassino, film che volevo vedere da 20 anni e che sì, merita la fama che si porta dietro.
Divertente, assurdo, anarchico, a suo modo inquietante.
Una troupe segue un serial killer nelle sue gesta. 
Da recuperare subito


 

L'Irlanda - e gli irlandesi con essa - è uno di quei luoghi che, come la giri la giri, sono già cinema.
In realtà, nel caso di Mandrake, ci troviamo in Irlanda del Nord, terra che, a differenza della sorella a sud, viene vista sempre in modo diverso da noi europei.
Come l'Eire è sinonimo di terre verdi sconfinate, paesaggi mozzafiato e piccole città caratteristiche quella del Nord, invece, forse per una personificazione con la sua capitale Belfast, ci sembra una terra grigia e operaia piena di uomini grigi e operai.
Chissà dove sta la verità.
In ogni caso quando sento parlare di "horror irlandese" vado sempre in fibrillazione (al volo ripenso a The Canal e A Dark Song ma ce ne sono sicuramente tanti altri).
E Mandrake mantiene sicuramente alto il livello.
Siamo all'ennesimo film sulle streghe (evidenti, anche poi confermati dalla stessa regista, i rimandi a The Witch, Hereditary e altri film sul filone) ma per ambientazione e svolgimento del plot Mandrake ha una sua assoluta originalità.
E' la storia di Bloody Mary (così viene chiamata), una donna che nel passato uccise in maniera brutale il marito e adesso è appena tornata - in libertà vigilata - dalla prigione. Vive in una casa fatiscente in cima al bosco e vuoi per questo, vuoi per l'omicidio del passato, vuoi per le leggende del luogo, Mary è considerata una strega.
Un giorno, lo stesso giorno che la donna è uscita di prigione e tornata a casa, spariscono nel bosco due bambini. Fare 2 + 2 per gli abitanti del luogo è immediato...
Film benissimo girato, ancora meglio interpretato e che ha la sua forza nell'ambientazione (la piccolissima comunità, il bosco, la casa della "strega") e nel saper sapientemente fondere insieme l'elemento horror (con nemmeno troppe derive paranormali) e una componente molto più intima e delicata, ovvero la maternità (che possiamo tranquillamente individuare come tematica principale del film).
In questa storia di donne e streghe si parla quindi di amore verso i propri figli, di disamore verso gli stessi, di disagio nell'esser madri, di voglia di esserlo di nuovo, di invidie e gelosie femminili. Quasi tutto è poggiato sulle spalle delle due protagoniste, la strega Mary e l'assistente sociale Cathy, donna probabilmente incapace di amare il proprio figlio ma, forse, altrettanto desiderosa di averne un altro (e qui gioca l'ambiguo, splendido e tronco finale).
Il film è molto particolare anche nel NON sorprendere. Tutti pensano che le tragedie che stanno accadendo siano colpa di Mary e, incredibile, proprio di Mary sono colpa. Di solito in sceneggiature del genere la figura della strega (falsa o vera che sia) viene sempre inquadrata come quella della donna innocente accusata di cose terribili. Qui no, qui Mary è veramente il mostro, la colpevole, anche se resta un personaggio complesso con il quale è possibile provare pure una certa empatia.
Bello il costume da Diavolo del figlio, belle molte sequenze nei boschi o nella casa, affascinante la sequenza della mandragora (che dà titolo al film). Curiosamente questo che è sulla carta uno dei film più "sovrannaturali" del festival ha in questa scena l'unico elemento trascendentale (mentre quasi tutti gli altri film paiono realistici per poi virare nel soprannaturale).
Un gran bel film, forse sul mio podio del festival (tra quelli in concorso)

7


30 anni fa uscì un minuscolo film, realizzato con pochissimo, che in qualche modo entrerà poi nella piccola storia del genere.
Curioso caso vuole che il titolo originale francese, quello internazionale e quello italiano non c'entrino niente l'uno con l'altro (caso più unico che raro credo).
Quel film è - almeno qui da noi - Il Cameraman e l'Assassino e io finalmente sono riuscito a vederlo.
Dico subito che il suo "mito" e il fatto che 30 anni ancora se ne parli a mio parere ha assolutamente senso.
Ci troviamo infatti davanti ad un film che, visto adesso, ci appare straordinario per l'epoca. Geniale, originale, pazzo, anticipatore dei tempi.

La trama si può riassumere in una riga.
Una troupe decide di seguire un serial killer.
Punto.
Il film è ironico, a tratti comicissimo, altri violento, altri surreale. Per almeno mezz'ora si fa fatica a respirare tanto alto il ritmo e tante le trovate.
Un Benoit Poelvoorde al debutto, nemmeno professionista al tempo (se ho capito bene tutta la troupe e gli attori erano amici reali di vita) ci regala un'interpretazione straordinaria, prendendo il film tutto su di sè (e da lì partirà una lunghissima ed esaltante carriera per lui).
Il suo Benoit (il personaggio si chiama come lui) è irresistibile, istrionico, folle.
Un uomo razzista, misantropo, anarchico, a cui ogni tanto parte la capoccia e ammazza gente senza quasi un perchè (all'inizio erano i soldi il motivo ma poi la sua pazzia lo porta ad omicidi del tutto gratuiti).
La troupe lo segue e lui spiega loro i trucchi del mestiere (ad esempio nel folgorante incipit sulla zavorra da mettere in un corpo morto per farlo affondare nell'acqua), si lascia seguire negli omicidi e, nel frattempo, disserta di tutto, dall'immigrazione all'accoppiamento degli uccelli, dalle case popolari agli omosessuali.
Non sappiamo perchè quella troupe lo segua, non c'è un prima.
E il montaggio, specie nel primo tempo, è straordinario nell'alternare momenti di vita normale di Benoit con velocissimi estratti dei suoi omicidi.
Tante le scene da ricordare, come la vecchia fatta morire per infarto, come la splendida e lunga sequenza della fabbrica (la regia, tutta camera a mano, è di altissimo livello), come l'omicidio del "nero che non si vede di notte" o il massacro famigliare con quel bambino prima perso e poi riacciuffato (e l'anarchia e follia di questo film e del suo personaggio principale la vedi specie qua, con questa scena di omicidio di un bambino che viene mostrata e raccontata come niente fosse, con serenità e divertimento).