10.8.22

Recensione: "Intrusion" e "Dos" - Su Netflix

 

Due thriller visti su Netflix in questi giorni.
Entrambi mediamente interessanti, entrambi mediamente riusciti.
Il primo, Intrusion, racconta di una coppia che vive in una casa magnifica.
Iniziano a subire furti e intrusioni.
Tutto questo perchè, forse, quella casa nasconde un segreto...
Il film regge, c'è Logan Marshall-Green e già per questo vale la pena.
Sicuramente consigliabile anche se con evidenti difetti.

Il secondo, Dos, ha un soggetto assurdo.
Due persone si risvegliano attaccate tra loro, letteralmente cucite insieme.
Non si conoscono, non sanno perchè sono lì e non sanno chi c'è dietro.
Thriller da camera che per una buona ora regge e interessa.
Poi nel finale, quando prova a diventare "importante" e profondo, crolla quasi del tutto.

PRESENTI SPOILER

Che bello ritrovare il grande Logan Marshall-Green del meraviglioso The Invitation...
A dir la verità ci eravamo già incrociati una seconda volta nell'ottimo Upgrade (davvero consigliato).
Sbarbato, con occhialini da nerd, sempre mezzo clone di Tom Hardy, sempre tanta roba da vedere.
Ma ancora più piacevole è stato ritrovare la bellissima Freida Pinto, l'attrice indiana che 14 anni fa entrò nella case (e nel cuore di tutti) con The Millionaire.
Per quanto mi riguarda, da lì in poi, mai più vista.

Intrusion è un thriller più che discreto, uno di quelli che se un amico appassionato vi chiede cosa vedere su Netflix potete segnalarglielo senza problemi.
Come punto di forza ha il riuscire a trasformarsi (all'inizio sembra un film che parla d'altro) e il cercare di costruire una sceneggiatura non banale, come punto debole ha invece semmai quello, una volta trasformatosi, di svelare troppo presto le sue carte.
Un architetto vive in una casa pazzesca (da fuori sembrano addirittura tre grandi case unite tra loro, mi chiedo che senso abbia che ci vivano due persone...) con la sua bellissima moglie.
Cominciano a subire dei furti in casa.
Un giorno beccano gli intrusi, in piena notte.
Ci sarà del sangue e si inizierà a capire che dietro quell'agguato c'è una storia molto torbida.
Punti di forza del film sono l'ambientazione a Corrales, con queste mega ville in mezzo al deserto (anche l'ospedale, dalle finestra, sembra avere il deserto intorno), l'idea stessa della mega-casa moderna e pulita che può nascondere luoghi dove avvengono cose terribili, il personaggio di lui che per una buona metà film - anche se poi la storia andrà altrove - ci sembra ricalcare quello di Mortensen in A history of violence (che passato ha quell'uomo? è davvero così mite? come ha fatto ad uccidere tre persone in uno scontro a fuoco?), l'atmosfera tesa ma fintamente serena tra lui e lei e la voglia (almeno per metà pellicola) di capire dove si andrà a parare.
Ho trovato davvero ben rappresentato un fatto che appare minore e "invisibile" ma che poi, andando al contenuto del film, manifesta invece delle scelte ben precise.
Mi riferisco a come loro due dormano di schiena, distanti come siano parimenti distanti anche ai pasti. Sembrano scene "normali", di vita quotidiana e magari solo casuali nel film mentre invece, alla luce di tutto, offrono gran parte degli elementi per poterlo leggere.
E leggendolo questa è la storia di una coppia che non si ama, non si tocca (non vedremo mai una scena di sesso e nemmeno di attrazione reciproca) e che fa insieme solo piccole cose di "facciata".
Lei, in realtà, non si rende conto di questo mentre lui, ovviamente, fa tutto scientemente.
Purtroppo un classico, uno dei due - magari ancora innamorato - non si rende conto del distacco dell'altro.


E' anche vero che viene messa in mezzo la storia del tumore, storia che serve sia a giustificare la "testa altrove" e la miopia di lei, sia quel concetto di finta protezione di lui.
Ecco, lui nasconde l'orrore di quello che è e di quello che fa esasperando questa recita della protezione alla moglie.
Non a caso nel finale, come ultime parole, lui dice "E ora chi ti proteggerà?", frase ad effetto ma secondo me completamente sbagliata e assolutamente dissonante con quello che, in realtà, è veramente lui, ovvero un uomo-mostro che ha bisogno di nascondere sotto abbaglianti falsità (che siano la bellissima casa o i suoi comportamenti) il suo lato oscuro. Ecco, nessuno crede che stesse veramente proteggendola.
Tornando al tumore - come scritto sopra inserito in maniera strumentale - devo dire che il film, a livello di contenuto, traballa parecchio e sembra non scritto benissimo.
Funziona più nel suo svolgimento evidente e manifesto, da puro thriller.
Non si capisce nemmeno bene cosa faccia lui con quella ragazzina (ripensando alle scene a letto di schiena con la moglie il motivo potrebbe essere prettamente sessuale ma prove certe non ne ho viste).
Curioso come in questo aspetto (la ragazza legata in cantina) Intrusion ricordi uno stupendo film italiano di quest'anno di cui non dirò il titolo per paura di giganteschi spoiler (mentre se uno ha letto fino a qua di Intrusion gli spoiler, riguardo Intrusion stesso, se li è cercati...).
Nel finale alcuni movimenti/scelte fanno storcere un pò il naso  il finale finale, quello "post-tutto" era del tutto evitabile) ma, insomma, è un thriller piacevole che si guarda volentieri.

6.5/7




Ecco, chi mi conosce sa che amo i soggetti assurdi, quelli dei quali se uno ti racconta anche solo una riga del film te fai subito "Lo voglio vedere!".
Dos fa parte di questa categoria.
Un uomo e una donna si svegliano (in una camera che non conoscono) e scoprono una cosa terribile, ovvero di essere letteralmente attaccati l'uno all'altro, proprio cuciti insieme per l'addome.
Le cose da fare sono o liberarsi (impossibile) o capire perchè è successa questa cosa.
Ovvio che dietro ci sia un'altra persona.
Ma chi?

Peccato, un buonissimo thriller da camera che nell'ultimo quarto d'ora si autosabota e quasi distrugge tutto quello di buono che aveva dentro.
Siamo a metà tra un Saw (due persone che si ritrovano prigioniere in un luogo non conosciuto, vittime di un "gioco" altrui) e Il Gioco di Gerald (essere chiusi in una stanza e dover usare l'intelligenza e il recupero dei propri ricordi per salvarsi).
Il film regge, i dialoghi sono discreti, i movimenti della "coppia" plausibili, così come i loro comportamenti (la diffidenza iniziale, i tentativi che provano a fare per uscire, le supposizioni sul perchè si trovino là etc...).
Non è che ci sia particolare tensione (almeno emotiva, è presente invece una certa tensione "fisica" per come sono conciati) però il film è interessante e la voglia di capire chi c'è dietro e perchè abbia fatto quello che ha fatto è grande.

A volte ci sono delle inquadrature secondo me "sbagliate" (ovvero dove il loro dover essere cuciti di pancia sembra essersi andato a benedire) ma è tutto abbastanza perdonabile.
Avrei evitato (almeno come lunghezza) la scena della pipì, sia smorza-tensione che, francamente, poco credibile (sto vivendo un orrore inumano, sono legato ad un'altra persona e c'è sicuramente un mostro che ha fatto questo, che mi frega di far pipì?).
Stesso discorso sulla scena della lasagna, con q
uei due che sono lì praticamente da un tempo reale (meno di un'ora) è ingiustificabile il bisogno atavico di mangiare o dare di corpo vista la situazione.
Però la visione procede in maniera molto piacevole, la parte (piccola) da body horror funziona (specie il tentativo col vetro) e quell'atmosfera da escape room è sempre stimolante (quei quadri, quella foto, tutti i piccoli indizi che dovrebbero aiutarli a capire).


Fa abbastanza specie il loro approccio e successivo atto sessuale, anche se me l'aspettavo ed ero sicuro sarebbe combaciato con la svolta del film.
Svolta che, però, porta ad un disastro dietro l'altro.
Prima quel "Mario" camuffato, un personaggio che sembra una macchietta.
Poi il suo non morire mai (3 volte).
La sua assoluta assenza di carisma.
Il discorso esistenziale sul Numero 2 che viene voglia di spegnere la tv.
E poi, ahimè, lo svelamento di tutto.
L'aver ritrovato quei suoi due figli perduti.
E, siccome erano siamesi, siamesi devono tornà.
Con la motivazione "in due siete più forti e vivrete qua".
E lei che invece di cercare soluzioni in casa  -casa dove tra l'altro avrebbe avuto - credo - cibo per sopravvivere mesi (altrimenti non ha senso il progetto del padre di vivere lì tutti insieme) -  lei dicevo che invece che cercare salvezza in casa (medicazioni, caldo, cibo, eventuali altri telefoni o telefonini per chiedere aiuto) va a morire di ipotermia nella neve, senza alcun senso e senza alcuna possibilità di salvezza.
Tutto questo per creare l'immagine finale dello yin e dello yang.
No, Dos fino a che fa il suo lavoro da thriller misterioso e "fisico" è davvero godibile, quando invece svela le carte e prova ad essere profondo (la storia dei figli persi e della madre morta) ed esistenziale (i pipponi sul numero 2) crolla miseramente.
Resta una pellicola da vedere per gli appassionati.
E le immagini finali di veri siamesi sono sempre quel weird che ci piace

6/6.5


7.8.22

Nono (9) Raduno de Il Buio in Sala, ovvero quello de "Ormai va a finì che 10 li famo davero" e quello dedicato al babbo - Perugia e Toscana, 9 - 11 Settembre




Ero sicuro che quest'anno non avrei fatto il raduno.
Appena saputo della malattia del babbo e quindi dei ristretti tempi che avrebbe avuto ancora qui su questa terra ero certo che o ci avrebbe lasciato poco prima di settembre o poco dopo.
Era impossibile anche solo pensare al raduno in questo scenario.
Poi, però, di punto in bianco la situazione è peggiorata talmente tanto che se ne è andato prestissimo (anche se quei 10 giorni finali mi sono sembrati due anni).
Mi sono quindi ritrovato con due mesi di tempo davanti per superate la cosa e, anche nel caso del raduno, organizzarmi.
E ho pensato che l'unica soluzione a queste tragedia è vivere (andrò anche a Lisbona tornando appena il giorno prima...), quindi lo facciamo.
Saremo pochi penso, ma sarà sempre bello.
Il format è sempre lo stesso, lo troverete qua sotto.
Cambiano i posti visitati, i film visti, i registi trovati, ma per il resto resta la solita formula super vincente.
Quest'anno il Supernova ha una nuova gestione ma mi hanno assicurato carta bianca nel poter fare quello che vogliamo, lo prenderemo tipo in "gestione" (senza che cambino i prezzi!).
Ecco il programma!

 QUANDO


Il raduno si svolgerà da Venerdì 9 a Domenica 11 settembre.
In realtà le due serate ufficiali sono quelle del 9 e del 10, poi tutto il resto (cosa fare domenica e i pranzi di ogni giorno) si decidono al momento

DOVE

Il raduno si svolgerà tra Perugia (mattine, pranzi e altro), il posto che sceglieremo di visitare sabato (Cortona?) e Vernazzano di Tuoro dove si svolgeranno le due serate di venerdì e sabato (al locale Supernova, ora Rebel).


COSA


VENERDI'

Pranzo tutti insieme in luogo da decidere, ma probabilmente a Perugia

la serata

Solita cena a bassissimo costo e visione di un film, possibilmente con regista presente


SABATO

Gita a visitare qualcuno dei bellissimi borghi tra Umbria e Toscana (Todi? Cortona? Gubbio? vedremo) pranzo lì e nel pomeriggio si torna a Perugia

la serata:

 dalle 20 in poi: Megacena a volontà come tutti gli anni 

21.14 circa: Megaquiz a squadre sul cinema

In nottata sicuramente vedremo un altro film

DOMENICA

Pranzo tutti insieme con i reduci rimasti, probabilmente all'Attaccabrighe che ha spopolato anno scorso

DOVE ALLOGGIARE

Tre possibilità

AGRITURISMO BORGO ELENETTA A PACIANO

Suggestivo, con piscina. Consiglio questa sistemazione a chi è munito di automobile o a chi comunque ha un "appoggio"

HOTEL SIGNA A PERUGIA (centro)

Consiglio questo alloggio a chi ama restare a Perugia durante il giorno senza doversi spostare per pranzo o altro

HOTEL BELVEDERE A PASSIGNANO

Vicinissima al luogo del raduno.
Ha prezzi bassissimi e quindi non sarà una reggia ma è comodissimo per chi vuole già essere nei paraggi del Supernova.
Con piscina.

per disponibilità e prezzi contattatemi ma in nessun caso (tranne per le singole) mi sembra si superi mai i 25 euro a persona a notte, con punte anche sotto i 20


per qualsiasi domanda sono qua

4.8.22

Recensione: "The Deer King - Il Re dei Cervi" - AnimE e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 15 - di Enrico C.

 

E dopo la prima puntata della nuova rubrica di Nicola ecco che torna invece Enrico, arrivato invece addirittura al suo quindicesimo appuntamento.
Avrei dovuto mettere questa recensione 40 giorni fa, in occasione dei 3 giorni/evento in cui il film è stato nelle sale.
Ovviamente - non sarei io - non ce l'ho fatta.
Ma pace, sarà sempre bello leggere di quest'opera e sicuramente, chi interessato, saprà come e dove vederla.
Vi lascio alle parole di Enrico di presentazione e poi alla recensione
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Per un evento di tre giorni è sbarcata al cinema l’epopea fantasy dal Giappone: The Deer King, cortesia della solita Anime Factory che quest’anno, dopo Belle, ha praticamente spodestato la Dynit come distributore italiano di fiducia. Se stanno portando il meglio dell’animazione nipponica sul grande schermo però, va detto che questa non è una delle loro migliori cartucce. Un bel filmone di terre magiche, natura e malattie, uomini e guerra, spettacolare, coraggioso. Ma troppo confuso, troppo spiegato, senza quella scintilla che lo elevi davvero o personaggi memorabili. Peccato, le premesse per uno dei migliori prodotti dell’anno c’erano davvero tutte.

Senza spoiler


RECENSIONE

Ammetto che forse avevo aspettative troppo alte. The Deer King non è uno dei tanti film animati del 2021, giunti da noi dopo il canonico annetto (per inciso: se va bene). Una scorsa ai nomi, e ci si rende conto, per citare The Wolf of Wall Steet, che “stiamo parlando di balene, ragazzi”. Anche evitando trailer e similia, mi arrivava che persino la campagna pubblicitaria italiana batteva molto sull’esordio “dell’animatore dello Studio Ghibli e Your Name”, sul “film dell’assistente regista alla Città Incantata”. Ora posso dire che si vede, e tanto, sia nel bene che nel male.
Prima la storia però. The Deer King fa parte del filone dei film fantastici, attenzione quindi a sciogliere il soggetto dal contesto. Per soggetto s’intende l’ossatura di un film, in questo caso un uomo tormentato dal passato che trova l’occasione di rifarsi una vita come padre di una piccola orfanella, fino a quando non ne viene separato, a causa delle mire politiche di potenti entità, ma anche di alcune forze mistiche. Il contesto invece è quella classica cosa, essenziale ed indubbiamente affascinante, che però nei fantasy fatti male sostituisce la storia, di solito banalissima, cioè la costruzione di un mondo altro, con tutte le sue regole, i suoi costumi, lingue, regimi, classi sociali. In una parola, il worldbuilding. Ora, credo che qui la base di partenza sia stata un libro, forse addirittura una saga, perché il worldbuilding è parecchio complesso. Non darò in merito informazioni che non possiedo, non so nemmeno se la fonte sia occidentale od orientale, adattata fedelmente o meno; so solo che il peso di questo contesto si sente tutto, su un soggettino, guardiamoci in faccia, abbastanza striminzito e già sentito come quello più sopra.




Per carità eh, sulla resa visiva di questo mondo mi tolgo assolutamente il cappello. Palese che i due registi vengano da un lungo rodaggio nelle file dello Studio Ghibli, il design, l’atmosfera, i temi trattati guardano tutti in quella direzione, persino le musiche urlano Joe Hisaishi da ogni pentagramma. Miyaji Masayuki è stato d’altronde collaboratore alla regia di Miyazaki, ma il pezzo grosso è Masashi Ando, ovvero uno dei più grandi animatori di sempre che nessuno conosce. Seriamente, basta guardare il suo curriculum, da Your Name a Napping Princess, dai “fuggiaschi del Ghibli” dello Studio Ponoc a Satoshi Kon, passando per la collaborazione con Production I.G. (rinnovata con questo esordio alla regia) quando Mamoru Oshii fece Ghost in the Shell 2, dite un successo giapponese degli ultimi trent’anni e lui ci ha lavorato. Soprattutto, dai primi anni ’90, faceva parte dello staff Ghibli, impegnato allora nello sforzo per Principessa Mononoke, e proprio questo sembra essere il modello supremo qui. Un mondo feudale dai tratti fantasy, violento, sanguinario, riproposto molto bene nei primi minuti di The Deer King, in cui praticamente non c’è un vero dialogo, solo grugniti, frustate, una lotta animalesca per la sopravvivenza. Poi ci sono i lupi, i destrieri-cervi del protagonista che ricordano il fedele Yakkul di Ashitaka, quel fiume viola che accompagna la malattia dei lupi, impossibile da non paragonare alla lebbra nera che fa impazzire le creature del bosco, la Natura divinizzata e personificata (là dal Dio della Foresta, qui dal Re dei Lupi). E poi ci sono le battaglie per il potere degli umani, dove il film brilla non poco. Il fatto d’essere un fantasy non annacqua affatto la crudezza di questo mondo, anzi trovano spazio pure momenti abbastanza horror (la bambina “posseduta”, l’attacco dei lupi alla miniera, l’agguato sui trampoli stile Mad Max Fury Road), discorsi affatto infantili sulla convivenza politica di popoli diversi, sprazzi d’azione “sporchi”, per nulla imbellettati da coreografie raffinate, come la scaramuccia tra l’Inseguitrice e Van. Si ha l’impressione, poi, di ammirare quelle stesse dinamiche recentemente viste in Dune: anche lì, nonostante la patina fantascientifica, ci si trova chiaramente in una sorta di Medioevo, un’epoca buia (cosa che il nostro Medioevo non era affatto, ma sto divagando) dove non a caso abbiamo delle figure religiose, queste specie di beghine chiamate le Bene Gesserit, che impongono il loro volere politico. In The Deer King è la stessa cosa in salsa fantasy, visto che troviamo le voci ingombranti dei sacerdoti, spesso e volentieri a fare da contraltare a quelle degli studiosi. Il personaggio più interessante della prima parte è infatti il cerusico di corte, un uomo delicato e idealista, che riflette se vogliamo il pensiero dello spettatore, sbigottito e affascinato dal mistero del mittal, la piaga dei lupi neri.




Purtroppo mano a mano che il film va avanti molte occasioni vengono sprecate. Dal secondo atto in poi è come se si perdesse il controllo dell’adattamento: la fonte libraria, certamente più corposa e dettagliata, ma gestita gradevolmente all’inizio, straborda nei monologhi interiori del medico, sempre più ripetitivi e pesanti, mentre il personaggio viene ridotto ad un compagno di viaggio senza una chiara utilità nelle meccaniche del gruppo. Molti altri invece, come il Re dei ribelli e il suo machiavellico Ministro, la donna ranger, il figlio dell’Imperatore, rimangono interessanti sulla carta ma tragicamente sottosviluppati, fino ad arrivare al disastro assoluto di sceneggiatura del capo villaggio del Cavallo Rosso: un jolly di conclamata importanza tra le fazioni belligeranti, che si fa mezzo film senza fare NIENTE, scompare per tutto il secondo atto, ricompare al terzo quando ormai te lo sei dimenticato, e dieci minuti dopo che le sue motivazioni sono state un minimo affrontate esce a gamba tesa dalla storia. Veramente complimenti.
L’unico miglioramento apportato riguarda la bambina adottata da Van. Francamente insopportabile, quando viene rapita dai lupi, è a dir poco un sollievo togliersela di torno per buona parte del finale. Lo so, può suonare duro, ma questo prova ancora una volta quanto sia difficile scrivere dei bambini che non risultino leziosi e antipatici, e quella di The Deer King tristemente cade in pieno nella trappola. Aggiungo, ad onor del vero, che il film si riscatta con una relazione padre e figlia niente male, costruita con poche pennellate. Vedasi il bellissimo montaggio musicale al villaggio degli allevatori, forse la parte migliore di tutte, dove vediamo la coppia ambientarsi: tanti risultati con poco sforzo. Però seriamente, se andate su Prime oggi stesso potete vedere The Head Hunter, un film poverissimo, col cui budget probabilmente quelli di Production I.G. non ci avrebbero animato nemmeno un cervo; eppure, che riesce a costruire un fantasy coerente ed eccitante, nonché una credibile relazione padre-figlia. E lo fa con letteralmente due attori e qualche oggetto di scena, senza mostrare praticamente nulla. Quindi scusate, ma mi sento un po’ scorretto a complimentarmi per il minimo sindacale, visto tutti i mezzi e le virtuose maestranze del disegno riunite.




E qui ci si rende conto che The Deer King non è un brutto film di per sé, ma impallidisce di fronte alle sue palesi ispirazioni. Dicevamo prima delle radici di Ando come animatore per Miyazaki. A mio parere, la genialità del celebrato maestro non sta tanto nella bellezza del tratto, e nemmeno nelle storie, tanto appassionanti quanto ripetitive (ci si potrebbe fare un libro intero sulla “arte del riciclo” di Hayao Miyazaki). No, anche la sceneggiatura migliore non potrebbe funzionare senza buoni personaggi. Pensiamo al fantasy feudale ravvivato da San, la Principessa Spettro, da Ashitaka, Eboshi, ma anche la più piccola comparsa che sparirà la scena dopo, quanto sono coloriti, empatici, valorizzati l’uno dagli altri. Il confronto purtroppo è schiacciante, e lo sarà specie quando Mononoke farà un gradito ritorno al cinema, il 14 luglio (segnatevi la data ed evitate possibilmente la versione doppiata in cannarsese). So che è un paragone ingiusto, ma l’ambizione di confrontarsi con certi modelli d’altronde non può che portare a dei paragoni. Non voglio fare il passatista, quando Ayumu Watanabe ha sfidato 2001: Odissea nello Spazio con I Figli del Mare sono stato pronto a parlare di capolavoro - tra l’altro anche lui mi ha deluso quest’anno, con La fortuna di Nikuko, confermando purtroppo come il 2022 sia un pallido anno per il cinema rispetto al 2021, e persino dal Giappone arriva poco di entusiasmante – ma se i rischi non pagano giustamente bisogna essere onesti a riguardo.Spero di non suonare più duro di quello che vorrei, The Deer King è a suo modo un esperimento con i suoi buoni risultati, specie in campo visivo, immaginifico, metaforico. So che Masashi Ando può fare grandi cose. L’ho letto nella passione, che trasuda dai colori di quelle montagne, di quei lupi feroci, di quei popoli del regno della fantasia, sopra ogni segno di matita. La prossima volta però, una sistemata alla sceneggiatura, eh?

2.8.22

Recensione: "X : A sexy horror story"

 

L'ultimo film di Ti West è un horror - ancora una volta dopo lo straordinario The House of the Devil - che omaggia il cinema slasher degli anni 80.
X convince, è un buonissimo prodotto, eppure per tutta la durata del film ho sperato che potesse essere o diventare qualcosa di ancora più bello e profondo (sia a livello narrativo che tematico).
La Goth è splendida e finalmente ha un ruolo da protagonista.
Sangue, sesso, un pizzico d'ironia, un'ottima atmosfera.
Anche una certa dose di coraggio nell'affrontare e nel mostrare la vecchiaia in questo modo.
Di certo non il suo miglior film ma vale assolutamente il viaggio in sala

presenti spoiler

Ti West mi piace.
Il nostro primo incontro fu così così,
Vidi The Inkeepers, horror super apprezzato da pubblico e critica.
Mi piacque poco.
Poi però venne The Sacrament, uno dei migliori mockumentary di questo decennio.
E poi (anche se in realtà questo titolo è antecedente agli altri due) quel mezzo capolavoro che è The House of the devil.
In mezzo un discreto cortometraggio in V/H/S.
Sommando tutti e 4 i pezzi (non ho visto altro di suo) il totale non è poco, anzi.
Insomma, mi piace.
E' inevitabile però accostare questo "X" a "The House of the devil".
Inevitabile perchè entrambi sono grandissimi omaggi all'horror di un tempo, perchè simili per trama e suggestioni, per la componente slasher et cetera et cetera.
E c'è poco da fare, pur essendo un dignitosissimo horror X nel confronto esce con le ossa rotte.


Non starò qui a vedere affinità e differenze, i due film sono due cose comunque diverse e io, per giunta, ricordo poco dell'altro.
Ma basterebbe il tipo di operazione - che è la medesima - per far pendere la bilancia da un lato.
X è un grande omaggio agli slasher degli anni 80 (e 70). Un incrocio tra Non aprite quella porta (basterebbe la casa), Venerdì 13 (il laghetto e gli omicidi) e tanti altri titoli meno famosi.
The House of the devil era qualcosa di più. Non era solo un omaggio agli anni 80, era un "fottuto" film degli anni 80 ma girato nel 2010. Non c'era una minima inquadratura, un movimento di macchina, una suggestione, un volto che non sembrasse arrivato a noi da 30 anni prima. Tutto con una grana fotografica straordinariamente identica a quel periodo. Una cosa mostruosa.
X no.
X sin dalla prima inquadratura (la falsa soggettiva da dentro la cascina) e con la medesima fotografia sporca ci dice sin da subito che West sta compiendo la stessa operazione. Ma c'è poco da fare, il "trucco" si vede, non c'è mai quella sensazione di straniamento metacinematograficamente anacronistico.
Poco male, è divertente e bello lo stesso.
Di X voglio segnalare come difetto quello che, probabilmente, è un pregio.
Per tutto il film ho avuto la sensazione di "qualcosa in più", che quello che vedevamo non fosse solamente quello che vedevamo.
Il continuo montaggio alternato tra le vicende dei "giovani" e quelle della vecchia, quella sensazione che ad interpretare la stessa anziana ci fosse qualcuna più giovane (a me dopo 10 minuti era sembrata la Goth, poi piano piano ho cambiato idea e poi una volta arrivato a casa ho visto che avevo ragione all'inizio), quelle continue allusioni che fa Pearl (la vecchia appunto) a Maxime (la Goth) sull'essere "uguali", niente, tutto questo mi aveva portato alla certezza che non ci fosse nulla di reale o lineare, e che il film quindi vivesse o di un paradosso temporale per cui uno stesso personaggio stesse vivendo insieme due fasi della propria vita oppure che ci trovassimo davanti a un sogno, una visione  (che i giovani si immaginassero i vecchi o viceversa). 
Alla mia tesi contribuiva anche il fatto che Pearl, per una buon'ora, fosse stata vista solo dalla Goth.
E che mi ritrovo invece alla fine? che non c'era NIENTE, che tutto quello che stavamo vedendo era soltanto quello che era.
Secco, lineare, senza strane costruzioni, basico.


Perchè ho parlato di difetto che, in realtà, è forse un pregio? Perchè alla fine gli horror anni 80, specie gli slasher, erano così, dritti come una spada, essenziali, lineari.
Mi resta però l'amaro in bocca perchè c'era spazio per grandi colpi di scena.
Odio il fatto che il film in questo mi abbia fregato (specie nel montaggio, che è forse la parte più interessante e importante del film).
Già, il montaggio. Tutto il film si basa sull'alternanza tra giovani e vecchi, con almeno 2-3 scene di alternato bellissime. Ma il montaggio è protagonista anche in senso lato. Non è un caso che alla stazione di servizio quando il giovane regista riprende il negrotto che fa benzina la biondona gli dica "ma non giriamo in modo cronologico?".
Ecco, West si diverte - omaggiando il cinema - a giocare col montaggio.
Non è un caso che anche il film nel film (quello porno) sia girato tutto senza consequenzialità.

29.7.22

"Class Enemy /Ultima Notte a Soho /Chernobyl" - A luci accese (divagazioni illuminate) - 1 - di Nicola C.




 Proprio nel momento più "fermo" del blog (ma si spera in una grande ripresa) ecco che forse una nuova rubrica esterna può arrivare a dare slancio.
Nicola è un lettore/commentatore del blog.
I suoi commenti sono sempre bellissimi, interessanti, stimolanti.
Gli ho detto che sarebbe stato bello fare il passo successivo, ovvero non limitarsi a stare lì in fondo, nei commenti, ma, magari, creare una rubrica "emersa".
Ha accettato, ed eccoci qua alla prima puntata.
Troverete sempre pensieri su 2/3 film, sono sicuro davvero interessanti per molti di voi.
Vi lascio alla sua presentazione della rubrica e poi ai suoi primi 3 film.
E approfitto per scusarmi con Roberto ed Enrico (i due amici che hanno ancora rubriche super aperte qua) per il mio ritardo nel pubblicare i loro nuovi pezzi ;)
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"A luci accese" e' uno spazio che raccoglie i momenti in cui, cessata la penombra della visione, torna a illuminarsi la sala e siamo noi a essere nuovamente proiettati al mondo, restituiti ai lumi della dimensione razionale, a quanto nostro malgrado ci porterá a riflettere su quel sogno cullato qualche ora in chiaroscuro. Nulla sara' esattamente come prima, e' stato per sempre aggiunto qualcosa al nostro sguardo sulle cose e alla sua inevitabile condivisione.

N° 1 CLASS ENEMY - LA SCUOLA DELL'ISOLAMENTO


Class enemy di Rok Biček è il miglior film che abbia visto sul tema “scuola”; insieme a Non uno di meno di Zhang Yimou esprime il meglio sull’universalità dell’insegnamento, quale momento chiave della continuità dell’ “essere umano”. Nella pellicola cinese ne vengono percorsi in crescendo i valori positivi, qui invece troviamo tutto quanto li opprime nel nostro mondo e, riguardandoci così da vicino, rimane una pellicola di cui a maggior ragione far tesoro. Ciò che mi pare si imponga all’attenzione (a monte di qualunque lettura) è l’incomunicabilità quale ratio di un sistema, in un insieme sovraordinato di relazioni che talvolta trascende persino le intenzioni dei suoi attori nella propria incapacità di vedere oltre quelle; e il primo effetto (e anche il più grave)  è il fallimento delle possibilità del protagonista “prof”, che diversamente avrebbero tutto per essere elevate ad arte. La profondità della persona (che pur apprezziamo cristallina) mostra di fatto la sua impotenza di fronte all’apparato scuola – rimanendo ingessata nel proprio ruolo – e uscirà sconfitta proprio dal rapporto con i ragazzi. Interessante è capire le origini di questo fallimento, che personalmente rintraccio nel non aver compreso che la prima relazione efficace è il proprio rapporto con l’insegnamento stesso, nella consapevolezza che nulla viene prima dell’incontro quotidiano con ogni singolo studente. E non può che essere un momento creativo perché ogni volta nulla può essere omologato a quanto già vissuto. Egli invece non solo quel momento irreggimenta (e quindi omologa) ma fa del suo patrimonio umano e intellettuale un bagaglio retorico da impartire con altero distacco, piuttosto che da condividere accogliendo le diffidenze che deve affrontare; a noi appare sempre incapace di vedersi negli occhi o nei gesti di quell’adolescenza che, nell’atto di insegnare, diventa semplicemente parte di sé.

L’atteggiamento del docente sempre contribuisce a strutturare quello dell’istituzione in cui agisce e con esso quello dei suoi discenti, ma fuori da questo percorso l’impermeabilità alza barriere che si impongono in controcampo. Già la semplice distanza da egli imposta - con una tempestività che anticipa in sé gran parte dei contenuti  –  suscita nei ragazzi soltanto ostilità verso chi avrebbe avuto invece molto da dire su ciascuno di loro; ma – con tali premesse - ciò non provoca la minima scintilla, nessuna benevola o impertinente curiosità: regna un clima nel migliore dei casi di anaffettiva diffidenza.


Gli studenti – da canto loro - non posseggono alcuna attitudine all’altro da sé fosse anche da irridere, ma intanto da accogliere nella sua genuina rivelazione. Conta invece l’aspettativa di venir assecondati alle proprie condizioni (così come l’istituzione stessa ha stabilito), su una strada che si pretende sempre e comunque in discesa avendo perso il gusto di ammirare il paesaggio dalla cima del pendio, forse perché il “sistema” ha già tradito quella promessa a partire da se stesso. Ma il sistema qui è tutti loro, anche l’insegnante colpevole di mancare proprio di questa consapevolezza e cavalcarla (che è materia sua). La classe raccontata da Biček non si cimenta neanche davvero nello scontro (che sarebbe tale solo alla luce di un confronto realmente vissuto) ma piuttosto nella difesa a oltranza delle rassicurazioni (elevate a status di diritto) elargite a proprio favore da una scuola in apparenza strutturata per esigere ma sempre ammiccante all’indulgenza (estremi dello stesso rovinoso equivoco). E’ un mondo adulto che in fondo vuol sentirsi per primo al sicuro, cristallizzando i propri paradigmi per mettersi al riparo dal futuro; quel mondo al quale noi tutti per altro abbiamo imparato piuttosto ad abituarci (diversamente declinato anche nella nostra esperienza): omologato dal puntiglio prolisso e formale della norma, in cui si omologano persone e scopi; mentre il cuore della sua missione è ridotto a ragioneria del profitto e burocrazia didattica all’insegna del dovere, che è coazione all’apprendimento e mortificazione della curiosità (sempre motore della conoscenza). Ogni atto è finalizzato alla mera sopravvivenza dell’apparato scuola, disinteressato e comunque impreparato a spingersi oltre se stesso. In questo scenario l’impotenza elevata ad atto estremo, il suicidio di un’alunna che paga (anche) quest’ennesimo abbandono, è quel momento di rottura che pone gli uni di fronte agli altri elementi sostanzialmente ripiegati su sé stessi (il “sistema”, il prof e la classe), svelandone le contraddizioni una volta rimossa la coltre di conformismo che le nascondeva o peggio che le facesse sembrare normali parti del gioco; che è una critica forse più ampia e rivelatrice di un modello di umanità di cui la scuola è modello in erba e che retroalimenta la propria crisi anche laddove ci sarebbero le risorse (se non per uscirne facilmente) almeno per affrontarla. 


Un appello volutamente crudo in cui si individuano molte assenze e troppi discorsi colmi di silenzio. Ogni elemento in sé positivo (il rigore intellettuale del prof, la “migliore amica” quale immagine genuina del candore adolescente e la direttrice dell’Istituto armata a modo suo delle migliori intenzioni) rimane chiuso nel suo isolamento e destinato a dissolversi senza lasciar traccia; quell’assenza di volto in locandina che è sintesi dell’intera vicenda, quando alle maschere è affidata l’espressione più audace della protesta.


N°2: ULTIMA NOTTE A SOHO (E BARTON FINK) –  LA GESTAZIONE GROTTESCA DELL’AMBIZIONE



Ultima notte a Soho è un film che ho visto dopo aver ammirato Anya Taylor-Joy nella Regina degli scacchi e, al contempo, attratto dalla recensione di Giuseppe sul Blog che mi serviva su un vassoio d’argento quest’occasione. E anche a titolo di gratitudine volevo (per quel che vale) agganciarmi alla perplessità che ho rilevato (perché dopo il film, è quella che mi ha colpito) per un finale che disinnesca i piani raffinatamente visionari del racconto per virare – diciamo così – su ritmi sorprendentemente dissonanti: si passa da un’avvolgente armonia classica alle distorsioni del metal senza neanche cambiar spartito.

27.7.22

Recensione: "Veleno" - Le Serie tv de Il Buio in Sala - Su Prime

 

A fine anni 90 in due paesini emiliani scoppiò il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese".
Abusi in famiglia, messe nere, omicidi rituali.
Tutto questo raccontato da dei bimbi presi da famiglie in grossa difficoltà economica.
Decine di persone arrestate, 16 bambini portati via ai loro genitori, una vicenda terribile, inumana, vergognosa, che solo tanto tempo dopo ha rivelato la sua verità, peraltro palese.
Tutto, o quasi tutti, era stato inventato. Assistenti sociali e inquirenti senza scrupoli che, senza uno straccio di prova, hanno ucciso o fatto uccidere (in alcuni casi non solo metaforicamente)  tante famiglie che avevano solo la colpa di vivere un grande degrado.
Pablo Trincia ho ha voluto portare allo scoperto questa incredibile e vergognosa pagina di storia italiania.
Lo ha fatto nello splendido podcast Veleno.
Da qui questa bellissima miniserie tv.
Che vi farà incazzare.
Che vi farà piangere.
Che vi farà pensare.

Più di un mese dall'ultima recensione.
E 14 giorni da quando ho visto questa splendida miniserie. Ero gasato, emozionato, pieno di cose in testa, convinto che c'avrei scritto tantissimo sopra.
Poi, però, oltre al mood davvero basso per quello che mi è successo in famiglia, si è aggiunto un covid davvero pesantissimo.
E l'umore è andato ancora più in basso.
E' il momento di reagire e ricominciare.
Peccato scrivere solo adesso di una cosa così complessa come Veleno.
Perchè oltre al rischio di scrivere meno della metà di quello che avrei scritto potrei anche commettere errori, essere impreciso.
Mi scuso preventivamente per questo, non solo coi lettori, ma anche con le persone eventualmente interessate alla vicenda.

Veleno è una miniserie di Amazon Prime "figlia" di un podcast omonimo andato in onda  - in 8 puntate - negli anni precedenti.
Il podcast è di Pablo Trincia, ex Le Iene.
E' un'inchiesta su un oscuro, terribile e doloroso fatto di nera italiana, ovvero la vicenda dei Diavoli della Bassa Modenese, questo il nome che venne dato ad un manipolo di persone accusate di uno dei più terribili dei crimini, ovvero quello di tremendi abusi verso i propri figli.
L'appellativo "Diavoli", in realtà, non fu casuale, riguardava accuse ancora più pesanti e specifiche.
Messe nere, sacrifici, bambini uccisi da altri bambini, violenze sessuali nei cimiteri.
Di tutto e di più.
Una vicenda incredibile che, in realtà, nasconde una vergognosa pagina italiana.




Emozione, rabbia, dolore, profonde riflessioni.
Durante le 5 puntate della miniserie non c'è stato un solo momento in cui non mi sono sentito profondamente coinvolto.
Quello degli abusi ai minori è un argomento che mi ha sempre interessato molto.
Se poi, come in questo caso, è associato al tema della manipolazione mentale ancora di più.

Alla fine degli anni 90, nella bassa modenese, precisamente nei paesi di Mirandola e Massa Finalese, fu scoperchiato un tremendo vaso di Pandora.
Più famiglie si ritrovarono accusate di abusi contro i propri figli, messe nere sataniche con tanto di sacrifici e altre terribili cose.
Tutto è partito dal disagio di un bambino ("il bambino 0" come si dice in questi casi), figlio di una famiglia con gravissimi problemi finanziari, "adottato" dai vicini di casa, costretto a raccontare cose terribili che poi, tra un'accusa e l'altra, porteranno al coinvolgimento di sempre più bambini, di sempre più famiglie.
Tutto "per colpa" degli assistenti sociali, in particolare quello di Valeria Donati (di cui, ahimè, dovrò dire quel che penso), probabilmente donna in buona fede ma con evidenti problemi d'esperienza nel campo e, se posso permettermi, personali.
Vero, la situazione del bambino 0 era di forte degrado.
Famiglia poverissima, al limite della sopravvivenza.
Probabilmente anche anaffettività, vero.
Probabilmente anche qualche esperienza traumatizzante (ma quanti bambini ne hanno avute?).
Fatto sta che quel bambino ha dei problemi e che la Donati si convince che ci siano state delle molestie. Da lì partirà uno tsunami incredibile che travolgerà tutto e tutti.

Degrado, ecco, forse la parola che meglio racconta Veleno è questa.
Degrado morale, degrado fisico, degrado strutturale, degrado statale.
Una storia di persone poverissime uccise dalle istituzioni.
Tutto viene raccontato nella serie in più modi, sostanzialmente tre.
Attraverso degli agghiaccianti filmati dell'epoca, specie quelli delle registrazioni degli "interrogatori" (colloqui) ai bambini.
Delle ricostruzioni di fiction (quelle tipiche dei docufilm per capirsi) che raccontano - tramite attori - come andarono le vicende al tempo, sia quelle reali (come ad esempio le perquisizioni) che quelle immaginarie (come i racconti delle messe nere).
E poi l'oggi, ovvero l'inchiesta fatta da Trincia e dalla sua collega Rafanelli.

Se devo trovare un piccolo difetto a Veleno è solo in questa parte.
Trincia mostra sì cose che ha fatto realmente (le indagini, lo studio del materiale, i contatti e gli incontri coi protagonisti) ma, non avendo filmati di tutti quei momenti, li "reinterpreta" adesso.
Una piccola opera di finzione che avrei evitato.
Vero che dà ritmo alla serie, vero che "vedere" le cose che una voce solo può raccontare è sempre preferibile, ma immaginarsi Trincia che "rifà sè stesso" un pochino fa storcere il naso.

Madonna, mi accorgo adesso che pur ricordandomi poco della visione le cose da dire sono un'infinità, e non ho nemmeno cominciato (meno male il block notes...).
E siccome non ho ormai la forza mentale per fare un discorso ampio e strutturato credo che l'unico modo per scrivere questo post siano delle considerazioni sparse

- I filmati degli incontri coi bambini fanno veramente male. Sarà la grana dell'immagine, sarà aver visto qualche film sull'argomento, sarà quell'atmosfera da found footage ma, davvero, sembra quasi di ritrovarsi in un film del terrore. Ma, immagini e contesto a parte, fa veramente specie e sconcerto il contenuto degli incontri.
Qualsiasi persona senziente, oggettiva e in buonafede avrebbe capito che quelle dichiarazioni non fossero spontanee nè veritiere.
Quando un bambino di 6-7 anni ti dice che "uccideva altri 5 bambini a settimana" hai la prova provata di come quel povero ragazzino sia ormai entrato in un mondo immaginario di mostri completamente inventato. E' incredibile come delle dichiarazioni così dolorosamente fantozziane abbiano potuto portare all'arresto e alla rovina di decine di persone




- Veleno ha il merito di porre l'attenzione in un mondo che, diavoli inventati a parte, è purtroppo diffusissimo e quasi sempre nascosto. Mi riferisco a quello della povertà, etica, morale o monetaria, di tantissime famiglie italiane. A quanti bambini crescano senza agi, con poco affetto e in situazioni di grande indigenza. Bambini magari insospettabili di famiglie insospettabili. Sono migliaia, milioni. 
Ma queste povere famiglie raccontate in Veleno, oltre a tutti i problemi che già avevano, sono state pugnalate ovunque, nell'affetto, nella dignità, nella speranza. Vedere questi genitori adesso 40enni/50enni, vedere i loro occhi, ti mette una grandissima tristezza. E forse la sensazione più forte che ti lascia questa miniserie è che c'erano persone meravigliose considerate invece dei mostri e persone considerate meravigliose per quello che stavano facendo comportarsi invece in modo mostruoso.
Sì, i mostri, semmai, erano dalla parte dei presunti buoni

- Questa vicenda non ha solo seminato dolore, rabbia, ingiustizia.
Ma ha portato via più d'una vita.
Quella splendida madre suicida per aver perso la figlia ti distrugge.
L'ha cresciuta da sola, era un tutt'uno con lei, una viveva per l'altra.
E quei farabutti si sono permessi di portargliela via, senza un grammo di prova.
Capisco il suo dolore, capisco il suo suicidio.
Fa male, tanto
Non parliamo del parroco, un parroco amato da tutti, anticonformista, buono, intraprendente.
Anche lui, dal nulla, accusato di cose che definirle ridicole è poco.
Un intero paese a difenderlo, nessuno che crede a quelle voci.
Nemmeno questo basta, anche senza una prova, anche con centinaia di persone che testimoniano il contrario, basta un racconto messo in bocca a un bambino per far di quel prete un mostro.
Anche lui pagherà con la vita tutto questo.
E poi ancora un altro brav'uomo, anche lui morto di infarto per le accuse infamanti.
E' vero, tutti i protagonisti di Veleno in qualche modo sono stati uccisi.
Alcuni, però, non solo metaforicamente

9.7.22

Al mio babbo, agli imbecilli e alla vita puttana

 

Il mio amato babbo se ne è andato.
Scrivo questo post intorno ai miei amici, a casa mia, col babbo in mezzo tra noi.
Sembrerà inopportuno ma questo è il momento per scrivere, queste ultime ore insieme a lui e con amici fantastici, non avrei un'altra occasione e non me ne frega niente di quello che pensa la gente.
Il mio babbo è morto per un tumore al polmone.
Una coincidenza incredibile!
Sì perchè da 40 anni gli dicevo che sarebbe morto così, e incredibilmente c'ho preso.
Ma la realtà è un'altra.
Mio padre fumava da 60 anni milioni di sigarette.
Un imbecille.
Era ovvio finisse così.
Perchè chi fuma così tanto è un imbecille.
Imbecille perchè si uccide lentamente, perchè mette la sua vita in mano alla sorte.
Ma non imbecille per questo, perchè tutti abbiamo delle dipendenze.
Imbecille perchè fumare sigarette non serve a NIENTE, se non a uccidersi.
E' un gesto bruttissimo da vedere (non siamo più dentro ai film americani degli anni 50), puzzate sia dentro che fuori, non vi serve a nulla e in più vi uccidete.
E siete talmente imbecilli che mi dite "Mia zia ha 95 anni e fuma da 80. E sta benissimo"
O altre cazzate così.
Ridicoli.
Prendete per esempio chi non si è ammalato e dite che il fumo non fa male, se deve succedere succede.
No, fumando migliaia di sigarette vi state mettendo in una fune con sotto un abisso.
E stigrancazzi se in fondo alla fune ci arrivano in tanti, e anche sani.
Perchè salirci?
Perchè aumentare di decine di volte il rischio di morire in un modo così inumano, terribile e devastante come il babbo?
Ma perchè piuttosto non vi drogate pesante, eroina, cocaina.
Almeno tutto avrebbe un senso, la disperazione e lo sballo che sia.
O perchè non vi alcoolizzate?
Almeno anche qua un senso ci sarebbe, il gusto della birra, del superalcoolico, del vino.
O la disperazione, anche qua.
Ma fumando vi uccidete per nulla, per un vizio subdolo, inutile, che vi rilassa, che fate per status quo. Per una dipendenza da una cosa con un sapore terribile che decide di preferire alla vostra vita.
Porca puttana non vi capirò mai, morite di continuo per una cosa così imbecille.
E la rabbia, e il dolore che ho addosso adesso col mi babbo qui freddo vicino a me è troppo forte, e ste cose devo dirle.

Babbo, abbiamo litigato così tante volte.
Così tante volte mi hai fatto sentire inadatto a fare le cose, anche le più sceme.
Per questo errore comune dei genitori che pensano di far bene il loro ruolo se ti dicono come fare le cose, facendoti sentire sempre sbagliato te a farle.
Non è questo fare il genitore.
O il tuo essere tremendamente antisportivo.
O il tuo voler sempre cercare di fregare le compagnie telefoniche o televisive, la tua furbizia.
Tanti difetti, che ho sempre odiato.
Sembravi arrogante a volte ma in realtà eri una persona profondamente insicura di sè, umile, consapevole di alcune sue mancanze, culturali o genitoriali.
Perchè, diciamocelo, non hai potuto fare del tutto il padre, eri quasi usurpato.
E chissà quanto t'ha fatto male sta cosa babbo.
Eppure hai cresciuto insieme a quell'altro essere umano assurdo che è la mamma quattro figli profondamente buoni, stimati quasi da tutti.
E la nostra casa, la tua casa, è diventata la casa di tutto il paese.
Ho sempre temuto che te ne saresti andato e io non avrei fatto in tempo a dirti quanto ti voglio bene.
E invece sta notizia del tumore ci ha fatto vivere dei mesi bellissimi, spesso insieme, a mangiare, a scherzare, ad abbracciarci continuamente.
Abbiamo fatto in tempo a dimostrarci tutto quello che non avevamo mai avuto il coraggio di fare.
Fino a questi ultimi devastanti ultimi 10 giorni.
Devastanti.
Potrei scrivere cose fortissime che ho vissuto con te in ospedale ma questo è un post di rabbia verso chi fuma e di ricordo di te, non voglio dare un peso così grande a chi legge.
Perchè se dicessi alcune cose sono convinto che tutta la gente sensibilissima che legge qua dentro si farebbe male.
E allora le tengo per me.
Sono intime, eppure gigantesche.
Il gigantesco è spesso nell'intimo.
Le due cose più gigantesche che ho vissuto sono state in un ospedale.
La nascita della mia Ginevra, un momento assoluto, perfetto, sovrumano che mi ha annichilito.
E ora questi 10 giorni con te.
Ospedale e ospedale.
La nascita della vita e il lento accompagnamento, cosciente e inesorabile, alla morte.
Ma del resto come possono esserci cose più gigantesche della vita e della morte?
Sti 10 giorni non me li toglierò mai dalla testa, quei 4-5 momenti che abbiamo vissuto (e che hai vissuto probabilmente insieme ai miei splendidi fratelli) non se ne andranno più via.
Non mi faranno dormire la notte.
Ma questo accompagnamento alla morte è la cosa più colma di vita che ho mai vissuto, quella che più me ne ha fatto capire la grandezza.
E chiudo questo post di dolore e rabbia mentre nel frattempo qualche amico se ne è andato via.
Un abbraccio, un "Peppe, che scrivi?", e via.
Domani sarà il primo giorno senza di te.
Sopravvivremo, assolutamente.
E visto quello che stavi vivendo questi giorni saremo anche sollevati.
E ora andrò a letto senza probabilmente avere il coraggio di riguardarti ancora, volgendo lo sguardo altrove.
E sai babbo, se 10, 100, 1000 o 10000 persone leggeranno queste righe, e se solo una smetterà di fumare per questo, ecco, è merito tuo.
Un imbecille in meno, una persona in più che ha possibilità di non finire come sei finito tu.
Tu che hai avuto un comportamento perfetto quando hai saputo cosa ti ha colpito. Hai pianto, ti sei disperato, ma lo hai accettato, con una dignità e una onestà intellettuale straordinaria.
Che tutti dovrebbero copiarti.
Ti voglio bene.