14.9.26

Raduno 2026, me tocca dì qualcosa per forza.


Ho appena riaccompagnato le ultime due persone al treno, il raduno è ufficialmente finito. E' stato forse, tra 14, quello più difficile da organizzare, sia per la nuova formula sia per l'incredibile serie di problemi che ho dovuto affrontare.

Io sono troppo stanco per capire ma tutti mi hanno detto quanto sia stato bello.

Mi fido.

E capirò, forse, da domani.

Oggi c'è la stanchezza, il sonno, e il tempo da occupare stancamente per riprendersi. E, soprattutto, il tempo di ringraziare.

In assoluto ordine cronologico, convinto di dimenticare qualcuno, magari anche qualcuno dei più importanti.

Ma tanto per fortuna i post si possono modificare ;)


Ringrazio la famiglia di Pippo - Pippo stesso, Agnese, Emma - per il pranzo, una scelta rivelatasi super vincente per qualità, "divertimento" e fruizione. Una di quelle cose "mai più senza" nel futuro.

Ne approfitto, a mò di spin off, per ringraziare Pippo, praticamente insieme ad Antonio (persona incredibile che aiuta senza chiedere nulla) l'artefice di ogni cosa avete trovato in agriturismo, dagli appartamenti ai tavoli, dal bar costruito a mano alle luci, tutto. Devastante. E, sempre riguardo la manovalanza, sempre decisivo anche Jacopo, sia per il proiettore che per i tavoli... Ringrazio Noe e Isabella per lo straordinario lavoro per il bar, un primo assaggio di lavoro con rischio (comprare cose da soli accettando qualsiasi scenario successivo), compito che hanno affrontato con ancora più impegno di quello che serviva (vederli cucinare nei due giorni precedenti SETTE torte una diversa dall'altra per 5 ore al giorno è stato commovente). Ringrazio Chicco e i suoi cocktail. Chicco, ti sei dimostrato ancora una volta una delle meglio persone che il nostro paese ha generato negli ultimi 40 anni, la tua "esultanza" quando hai capito di essere andato pari con le spese, per poter da lì in poi offrire molti spritz gratis, fa capire chi sei, ancora una volta. Ringrazio Tommaso perchè è riuscito nell'incredibile e impossibile compito di realizzare un quiz "Klaverna-Style" (ovvero come negli ultimi 3 anni) senza poter avere buio e immagini. Non so come ha fatto, io per due mesi mi sono chiesto come potesse oscurare lo schermo per poi scoprire che...non serviva. Il prossimo anno rivogliamo però tutte le immagini, troveremo un modo. Ringrazio Marco sia per aver co-condotto il quiz con Klaverna che preparato TUTTE le domande, a suo modo di dire "facilissime" anche se 40 persone ne hanno sapute il 20%. Però, Marco, guarda Porco Rosso. Ringrazio Andreina, Guido e il vulcano Viciani per averci regalato uno spazio culturale, facendoci quasi sentire colti e intelligenti. E se tornerò alla lettura prometto che a sto punto lo farò con il tuo libro, Andreina. Ringrazio Romina, la su mamma, Marta, la su mamma, Carmela, Antonio ed Elena per tutta la cena, cena di cui per una volta ho assaggiato qualcosa anche io. Anche qui il lavoro e la passione che ci sono dentro sono altissimi, ma so che chi viene lo capisce. Ringrazio Noe, Isa e Ieio per aver tentato questo esperimento di musica "post-tutto", ma come in ogni "post-tutto" la gente ci arriva distrutta, troveremo anche qui un modo nell'anno prossimo per poter fare questo spazio in un modo più performante (magari quando ancora siete svegli). Me toccà ringrazià anche Roberto che fino alle 2.45 (mortacci sua) ci ha deliziato con le sue incredibili sculture di palloncini. Sei un fenomeno Roberto, anche se sarei voluto andare a casa un'ora e mezzo prima. Ringrazio la mi mamma pe esse la mi mamma, per tutti i soldi che butta pe ste cose, per la giovinezza che trasmette, per la pazzia e per i cappellini che dovrò tenere in casa per i prossimi 20 anni. Il prossimo anno famo le shopper, meglio. Ringrazio il mi babbo per essere sempre un ricordo fortificante, uno sprone. E poi vorrei ringraziare una persona che per decenni mi ha spesso odiato, demoralizzato, abbattuto, umiliato, messo i bastoni sulle ruote a qualsiasi sogno. E però anche una persona che negli ultimi anni, specie negli ultimi mesi, ha invece cominciato a volermi bene, a tirarmi su, a farmi star sereno, innamorato della vita e voglioso di far cose. Quella persona sono io e dopo 10 anni e 14 raduni forse un minimo di grazie devo dirglielo. Non lo nascondo, 9 mesi fa in un lettino mi hanno detto una cosa lì per lì terribile (anzi, due cose). In quei 10 minuti di tentativo (poi non riuscito) di sommergere una disperazione definitiva, in quei 10 minuti di occhi chiusi e lacrimanti, ho pensato a tutto quello che avrei perso. E, ricordo, di aver pensato anche al raduno, a voi. Poi i medici e soprattutto Emanuela - che fu e sarà anche nei mesi successivi il mio angelo custode - mi hanno tranquillizzato, e la disperazione è sparita di colpo. Ma in quei 10 minuti di paura perfetta e inscalfibile(che poi torneranno soltanto nei 5 minuti del buio in sala...operatoria, prima di essere addormentato), ecco, ho pensato anche al raduno. Quindi non posso chiudere questo post se non con i veri protagonisti del raduno, voi. Senza i quali, ovviamente, niente esisterebbe, io me ne starei quel week end di settembre a incazzarmi per il fantacalcio, vedere un film a casa e preparare un'amatriciana. E invece da 10 anni mi imbarco in questa avventura allucinante che più energie toglie più vita ti regala. Sono energie che ti togli volutamente, proprio perchè sai che noterai ancora di più i benefici che portano. Un pò come creare apposta il buio in sala, premere l'interruttore, per poter godere ancora meglio delle luci che ci sono nella stanza. E quelle luci sono accecanti. E siete voi. Anzi, siamo noi.

2.8.26

Quattordicesimo Raduno Il Buio in Sala (11-13 settembre) - LO STORICO RADUNO DEL DECENNALE (con una grossa novità) - PERUGIA, PACIANO




Come sempre ad inizio Agosto ecco che arriva il post del Raduno.
Non so come sia possibile ma è successo, siamo arrivati al Decennale (incredibile).
Questi 10 anni sono stati pazzeschi, 13 Raduni (perchè a volte ne abbiamo fatti due in un anno) uno più bello dell'altro, tutti riusciti, tutti splendidi.
Grazie ai Raduni ho trovato alcuni dei miei più grandi amici, provato tante emozioni, vissuto amori, avuto momenti difficili (pochi) e tantissimi entusiasmanti.
E siccome questo raduno dei 10 ANNI è, a suo modo, speciale abbiamo deciso di provare una grande novità (il sabato), la leggerete qua sotto.


QUANDO


Il raduno si svolgerà da Venerdì 11 a Domenica 13 settembre 2026


DOVE

Il raduno si svolgerà tra Perugia (venerdì e domenica) e l'Agriturimo Borgo Elenetta a Paciano (sabato).


COSA


VENERDI'

Per chi sarà già arrivato a pranzo (di solito 3/4 persone) si mangia qualcosa insieme molto easy e se fanno due chiacchiere.
Il pomeriggio, come sempre, è abbastanza libero, si può visitare Perugia oppure, chi starà in agriturismo, goderselo :)

La sera possiamo dire che inizia ufficialmente il raduno.
 Ormai da 5-6 anni ci siamo abituati ad andare in sala al cinema, ovviamente in base a quello che ci sarà in programmazione quei giorni.
Si cena insieme cercando di restare sotto i 10 euro e poi si va in sala.
Nel remotissimo caso che non ci sia nemmeno UN film da vedere (ma tra 4 cinema in centro e 2 multisala è davvero difficile) capirò i giorni precedenti che fare.

SABATO

Ed ecco, dopo 13 edizioni, la grandissima novità di quest'anno.
Nei 9 anni precedenti abbiamo sempre pranzato a Perugia, poi abbiamo lasciato pomeriggi liberi e poi la sera siamo andati alla serata clou, quella che in qualche modo è mezzo raduno.

Quest'anno, invece, staremo TUTTO il giorno insieme.
Andremo all'Agriturismo sin dalla tarda mattinata, pranzeremo lì, e andremo avanti fino a notte.
Un cambiamento radicale che:

1 Ci permette di stare molto più tempo insieme (e con la luce del giorno) dando anche la possibilità alle persone che vengono solo il sabato di conoscere le altre con più tempo.

2 Ci permette il pomeriggio di fare tutte le attività che vogliamo  (presenteremo un libro, forse avremo dei disegnatori, forse della musica).

3 Potremo fare le due attività principali, IL MEGA QUIZ e IL FILM, con assoluta calma, uno il tardo pomeriggio e l'altro la sera. Così da non arrivare sfiniti oltre mezzanotte con il quiz.

Il pranzo sarà gestito da noi, probabilmente pizza in forno a legna (sotto 10 euro).

 Dalle 20 in poi, invece, la ormai famosissima Megacena, a volontà come tutti gli anni con una decina di portate (antipasti, verdure, pasta, zuppe, cinghiale, carne alla griglia e altro).

Ci sarà poi, come dicevo il mega quiz di cinema a squadre nella magnifica versione inventata due anni da mio fratello (per chi non l'ha mai vissuto non svelo niente). Questo lo faremo nel tardo pomeriggio.

Dopo cena, ovviamente, il film.
Sono quasi sempre riuscito a portare un film con regista, quest'anno ne ho individuato uno splendido, speriamo di farcela.
In ogni caso ne vedremo uno, tranquilli :)
Non so se poco prima del film o poco prima di cena vedremo anche un corto horror vincitore di numerosi premi (registi presenti).

Come dicevo nel pomeriggio sto cercando di inserire anche altri piccoli avvenimenti.
E, credo, organizzeremo un piccolo bar nella piscina.


L'intero evento, ovvero tutta la giornata insieme, il Quiz, la visione del corto, quella del film, l'utilizzo per chi vuole della piscina e l'intera Megacena verranno 20 euro (poi come al solito se qualcuno ci vuole dare 1 euro in più per aiutarci ringraziamo a prescindere :)  )





DOMENICA

Pranzo tutti insieme con i reduci rimasti, da decidersi dove

DOVE ALLOGGIARE

Due possibilità

AGRITURISMO BORGO ELENETTA A PACIANO

(che è anche la location della giornata di sabato)

ATTENZIONE!!!
Al momento della pubblicazione del post ho solo 2 posti liberi qua.





HOTEL SIGNA A PERUGIA (centro)

Come sempre avremo anche il Signa nel centro storico di Perugia, con i suoi prezzi convenzionati.
Dico già che le camere singole sono esaurite.

Sta a voi capire (magari parlando con me) dove vi fa più comodo stare, dipende anche se avete macchina o no, se domenica mattina avete treni a Perugia e via dicendo.

In ogni caso contattatemi perchè ho anche altre soluzioni!

In ogni caso persone stupende, cibo ottimo, cinema, bellissimi posti, vi aspetto!


GRAZIE

21.6.26

Recensione: "Le Bambine"

 

Torno a scrivere dopo un anno e 4 mesi una recensione "seria" (in mezzo c'è stata solo la recensione comica de La Mummia) e lo faccio con uno splendido film italiano adesso nelle sale (per ora poche, troppo poche).
Un film scritto e diretto da due sorelle, ambientato a fine anni 90, che racconta di infanzia, di adulti sbagliati, di responsabilità, di tenerezza, di scoperta, di repressione, di amore e disamore.
Un film piccolo e tenerissimo che vi darà sensazioni bellissime anche quando (e lo fa spesso) ha dentro tematiche e scene molto forti.
Un'opera coraggiosa, dall'anima drammatica anche se mascherata dalla magia dei suoi personaggi (amabilissimi), da una regia pop e "pazza", da un'atmosfera spesso spensierata e magica.
Vi auguro di viverlo come l'ho vissuto io perchè, se accadrà, non si staccherà più da voi.


PRESENTI SPOILER

  Una zanzara svolazza in una stanza, con quel suo insopportabile ronzio che, più si avvicina al suo obiettivo - NOI - più si fa forte.
La vediamo in soggettiva prima perlustrare e poi fiondarsi verso una delle nostre future protagonista, Eva, donna tutta sbagliata, madre tutta sbagliata che, con un battito di mani, porrà fine alla sua odiosa vita (quella della zanzara dico, anche se questa frase potremmo riciclarla pari pari in futuro con diverso significato).
"Donna tutta sbagliata" e "madre tutta sbagliata" ho scritto, già.

Questo perchè così penseranno quelli dal pensiero netto e facile, quelli che non vedono oltre o dentro le cose.
In realtà Eva, personaggio praticamente identico a quello di Halley in Florida Project (ma i due film, quello e questo, fanno l'amore continuamente), è semplicemente una ragazza-madre piena di problemi, dipendenze e incapacità di amare e accudire, forse figlie di mancanza d'amore e d'accudimento pregresso.
Potremmo considerarla un personaggio che alla fine è paradigma di quasi tutti gli altri, ovvero esseri umani pieni di difetti, problemi, vizi ed egoismi ma, e qui sta la magia principale di questo splendido film italiano, comunque esseri umani che lo spettatore porterà con sè, amerà, capirà, accudirà, perchè i primi che li hanno amati, capiti e accuditi sono coloro che li hanno scritti, le due sorelle Bertani registe e la terza sceneggiatrice, Maria Sole Limodio.
Come ho già detto a quest'ultima in privato queste sono le sensazioni che di solito mi danno Sean Baker (per me riferimento principale), Dolan e P.T.Anderson, ovvero quei registi che - qualsiasi personaggio scrivono - percepisci da 16 km lontano quanto loro, scrivendoli, li hanno amati e, di conseguenza, quanto questo accadrà anche a noi.

Le Bambine è un grande piccolo film perchè è una continua madeleine, ogni frase, ogni oggetto, ogni azione, ogni paura, ogni speranza nel momento stesso in cui te li vedi, tipo Ego in Ratatouille, ripensi a quando quella frase l'hai pronunciata, a quando quell'oggetto l'hai maneggiato, a quando hai fatto quella stessa identica  cosa, a quando hai avuto quelle stesse speranze e stesse paure.

Siamo (circa) nel 96/97, epoca in cui la tecnologia stava, in nuce, promettendo tutto quello che sarà.
I primi cellulari, i primi giochi tecnologici (Tamogochi, Il Grillo Parlante), e la rumorosissima assenza di internet che faceva sì che i bambini non vedessero l'ora di fiondarsi fuori, a correre (parleremo di una corsa in particolare), a sbucciarsi le ginocchia, a saltare nelle pozzanghere.
A volte ho pensato che se c'è un gesto che divide l'età bambina da quella adulta, ecco, quello è proprio saltare nelle pozzanghere.
Tanto impossibile non farlo da bambini quanto quasi altrettanto impossibile avere il coraggio di farlo una volta cresciuti.
Quel magnifico gruppo dei Sigur Ros (che ai bambini affiderà quasi ogni loro videclip) forse questo lo sapeva, e ai salti sulle pozzanghere (il titolo proprio questo significa) dedicarono l'incredibile Hoppipolla.
Ora smettete di leggere e ascoltate.
Fa bene all'anima.



Ma l'assenza di internet aveva anche uno svantaggio, ovvero quello che ogni paura che ci inculcavano diventava per noi gigantesca, granitica, incontrovertibile.
E così mettere la cannuccia nel naso poteva far sì che aspirassimo il cervello, e così ogni tappeto era pieno di acari - minuscoli esserini che ci avrebbero mangiato - e così le droghe sembravano mostri ancora più grossi di quelli che, comunque, sono realmente (nel film si vede un cartone animato "educativo" di cui avevo visto un piccolo documentario su youtube, fece veramente scandalo).
Non potevamo controllare niente di quello che ci dicevano nè avevamo qualcuno che controllasse per noi.
Tutto poteva essere maledettamente vero e reale.

Però fermiamoci un attimo, perchè se continuo a parlare del "materiale" che c'è dentro il film rischio di perdere di vista il film stesso.
Ci torniamo poi sulle tematiche e le atmosfere.

Cos'è "Le Bambine" alla fine?
E' un film di straordinaria tenerezza che ha la grandissima capacità di metter dentro temi anche molto duri e drammatici senza mai, però, perderla quella tenerezza, quella leggerezza.
Può parlare di discriminazione, di disamore, di odio, persino di morte ma, facendolo, arriverà comunque a noi quasi sempre come carezza.
Le bambine dicono parolacce e ruttano? Una carezza.
Mette dentro personaggi oggettivamente insopportabili? Lo stesso, non ne avvertiremo la pesantezza ma al massimo il loro lato grottesco (in questo mi ha ricordato anche un certo Sorrentino).
E' un film che fa veramente di tutto per essere spigoloso, volgare, non accondiscendente con lo spettatore.
Ma lo stile, i personaggi, gli attori, la bellezza che trasuda continuamente, smussano tutto.

Pensiamo per esempio al sesso, quasi un trait d'union di tutti i personaggi, tutti.




Eva che fa sesso occasionale, mercenario, "sporco", solo per pagarsi la droga.
I genitori delle due sorelline che sembrano perennemente pronti a saltarsi addosso, un'intesa sessuale fatta anche di soli sguardi.
Il trans Carlino che in almeno due scene (quella del calippo e quella della fellatio interrotta dal barista) supera i limiti del buongusto dello spettatore medio.
E persino le bambine (e qui il film è tanto coraggioso, ma del resto è coraggioso in moltissime scelte) a soli 10 anni vengono comunque accostate al sesso, con Azzurra che correndo con il body sente una strana "aura" (per andare incontro ai ragazzi di oggi) che la pervade, e quell'aura altro non è che una prima sensazione di piacere fisico, sessuale, che attraversa il suo corpo (non sono una ragazza ma presumo che avvenga con lo sfregamento del body sulle parti intime).
Per non parlare di Marta, 9 anni, che cerca il pene dell'action figure.

Ogni singolo personaggio fa sesso, vuole sesso, prova la sensazione del sesso, eppure te, spettatore, manco te ne accorgi di quanto la tematica è presente (e, in almeno 3 dei 4 casi sopracitati, anche "scomoda") perchè sei lì, coccolato ed emozionato da un film che ti sembra leggerissimo senza che, ad analizzarlo a compartimenti stagni e non nel suo fluire, leggerissimo alla fine non lo è mai.
Anche perchè sei rapito dai personaggi, tutti iper caratterizzati, tutti "indimenticabili" (questo è uno di quei film che quando tra 10 anni ti parlano di un personaggio te lo ricordi, ne sono sicuro).

Di Eva abbiamo già detto nell'incipit (anche se ci sarebbe da scrivere un libro), delle bambine parleremo poi, vediamone qualcun altro.

La Nonna in Svizzera funziona. Funziona perchè è letteralmente opposta a sua figlia (Eva), funziona perchè perfetto archetipo di quelle anziane signore che, con i soldi, possono comprare tutto. Eppure - sarà che il film dà questa sensazione con tutti i personaggi - sembra una donna che alla figlia e alla nipote - sotto sotto - ci tiene davvero, ma che è, ormai, semplicemente imprigionata in uno status (e nel corrispettivo modus operandi di quello status) che la fanno così tanto diversa dai suoi affetti.
Ecco, se devo trovare un minuscolo difetto al film è non chiudere tutti tutti gli archi narrativi dei vari personaggi in modo perfetto, il suo è uno di questi.

I due gemelli "diversamente belli" (lo dico con empatia ragazzi) sono dei micro personaggi (intendo come tempo sullo schermo, compariranno 5 minuti in totale) che al tempo stesso sono sì tremendamente odiosi, ma che ci fanno anche una profonda tenerezza, con il loro autismo, l'esser segregati, il passare una vita-non vita fatta di maniacalità (il loro contare ogni cosa) e routine ossessive (meravigliosa la citazione del Signor Giancarlo e le sue amazzoni con figa, visto in loop).
Ammetto che vederli ridere alla fine davanti al rogo di Carlino mi ha fatto male ma, lo ripeto, fa parte del coraggio del film.
Curiosa la simbolica scena dell'ascensore quando, aiutati da Linda, escono finalmente fuori casa senza madre.
Curiosa perchè, per me, c'è un errore o di scrittura, o di montaggio o, semplicemente, di una scena di raccordo tagliata.
I 3 arrivano al piano terra ma il secondo dopo Linda è da sola.
Capita :)

Anche la famiglia dei vicini ha personaggi odiosi, eppure non li odi.
La vicina pettegola, perbenista, ipocrita, finta inclusiva, invadente, giudicante, narcisista, è davvero perfetta come personaggio, chissà quante ne abbiamo avute nella nostra vita di vicine di casa così.
Il marito alla fine è un pò come lei con la differenza che se ne sta più sulle sue, impegnato a pensare al cibo (splendido il soprannome "maritozzo").

Hanno una figlia adottiva, arrivata da qualche povero paese dell'Est.
Mi permetto un ritorno nella mia sfera personale.
Ho pensato che la figlia fosse ucraina e l'ho subito "abbinata" a Chernobyl.
Nei fine anni 80 molti orfani di Chernobyl venivano portati in Italia, al mio paesino avevamo addirittura due bambine. 
Erano identiche a lei, per questo ho avuto il flash.
Poi - ripensando che il film è ambientato a fine anni 90 - mi son detto che non c'entra niente, ma poco importa, per me lei è la ragazzina ucraina.
Una ragazzina completamente amputata della sua parte bambina, costretta a vivere secondo ridicoli precetti, privata di tutto dai genitori, nessuna spensieratezza, nessun gioco, nessuno sfogo.
Forse è l'unico personaggio che prova odio verso un altro (la madre) ma, direi, ne ha ben donde.

I genitori di Azzurra e Marta sono forse i personaggi più indecifrabili.
Lei, bellissima donna, eternamente indecisa sul suo futuro, con quella vocazione d'infermiera che se ne va a discapito di quella d'artista che poi se ne va a discapito di quella di infermiera.
E' una madre che permette letteralmente tutto alle proprie figlie (anche qui torniamo a Florida Project) e che si limita, giusto per sentirsi ogni tanto madre, a dare piccole regole alle quali crede poco anche lei. Perchè c'è lei davanti tutto, i suoi sogni, il suo desiderio di sesso col marito, i suoi hobby.
Il suo è personaggio tremendamente sfaccettato, percepisci che ama le sue figlie ma, al tempo stesso, è pronta in ogni momento a metterle in secondo piano, fino alla scena simbolicissima in cui "le vende" alla nonna di Linda (quelle bambole simboleggiano le proprie figlie, lei stessa lo disse), in cambio di apprezzamenti e soldi per la sua arte.
Sta con un uomo che non parla praticamente mai, sempre preso soltanto a fumare (sempre!) e ammiccare con lo sguardo.
Un "piacione" che non avrà evoluzione, misterioso, affascinante, particolarissimo.
Quei suoi cerchi di fumo durante i pasti è come se fossero le sue parole, parole piene di carisma, velata autorità, fascino.
Cerchi di fumo che attraversano la tavola ed è come se noi ne percepiamo la calma e inossidabile fermezza. E' un personaggio così scolpito nella sua caratterizzazione che ho immaginato possa venire - magari come tanti altri - dallo stesso passato di chi l'ha scritto.
 (io invece odiavo te babbo quando fumavi, sempre, come lui. Non ho mai provato quel fascino, quell'incanto. Ti voglio bene).

E poi c'è Carlino, il personaggio più grande (con Linda), quello più amabile, quello più commovente.
Un uomo (o una donna, o qualsiasi cosa si senta lui) con una empatia e una capacità d'amare straordinaria, un essere umano meraviglioso che anche quando - vedi la scena della volgare fellatio in un bar pubblico - ha comportamenti sicuramente discutibili comunque non viene "sporcato" ai nostri occhi. Uno di quei personaggi che per gli spettatori diventa "persona", che travalica lo schermo, che senti di volergli bene "davvero".
La scena in cui lo chiamano con disprezzo "frocio", quella malinconicissima con la vecchia madre abituata a rispondere a telefonate di approccio di bavosi e quella, ovviamente, del rogo, sono scene che mi hanno fatto male, ma non in quanto tali, ma per pura empatia con lui.
E quel vestirsi come Lady D, e farlo proprio il giorno che lui ha rischiato di morire, e farlo proprio il giorno in cui la vera Diana morirà, ecco, è una di quelle forzature di sceneggiatura che sì cazzo, la voglio, è perfetta, è simbolica, ci emoziona.



Che poi tanto "Le Bambine" non è mai solo puro realismo (in questo mi ha ricordato anche Pietro Marcello e il suo realismo magico), e quindi va bene tutto, qualsiasi cosa "magica".
Ma del resto magica era la scena del body, magico è il rapporto tra Eva e sua figlia (quasi stregonesco, un contatto trascendentale), magica è la scena (stupenda) in cui Eva racconta una favola alle bimbe in montaggio alternato con sua madre che fa la stessa cosa, magico il formarsi della locandina del film, con quel titolo - Le Bambine - che appare quando effettivamente le 3 bambine sono per la prima volta insieme, magica e fosca è la scena della discoteca con quella piramide umana (anche qui vidi un documentario su quell'usanza nei locali dell'epoca) che mette in cima Linda, magica è la scena della stessa Linda e delle sue stelline che provano a coprire lividi e dolore, magica la struggente, coraggiosa e devastante scena finale, quella della (possibile) morte di Eva, con quella sensazione "cosmica" che unisce le 3 generazioni della famiglia.

E così stiamo per arrivare alla fine, senza che poi, a pensarci, delle vere protagoniste del film, le bambine appunto, ne abbia mai parlato un granchè.
Perchè voglio lasciare loro il finale.
Finale di un film girato in maniera perfetta e virtuosa (non si contano le scene con intuizioni di regia), in un 4/3 di cui non so il significato ma che a me, anche se non l'avesse voluto, ha dato un po' quel senso "analogico" degli anni 90, con attori tutti tremendamente nella parte, con uno stile visivo di grande fascino, con una colonna sonora di incredibile varietà di stile (mi ha fatto piacere anche Ligabue...).
Un film di idee, una dietro l'altra (anche solo i titoli iniziali, per dire).
E ancora, alla rinfusa, la t shirt iniziale di Eva con Luca Carboni (il mio idolo adolescenziale, lì avevo già capito che "Le Bambine" sarebbe stato un mio film), il clacson della macchina usato come una specie di alfabeto Morse "uditivo", il racconto della morte del padre di Linda (sembra quasi preso da Big Fish), le chiamate alla radio per farsi mettere dei pezzi (ti ricordi mamma quando a 8 anni, nell'85, chiamammo la radio per farci mettere Noi ragazzi di oggi di Luis Miguel?), il trauma di vedere i propri genitori far sesso, il Grillo Parlante, Street Fighter, Paolo Fox, quanti stimoli, quanti.



E le 4 bambine.
La ragazzina ucraina che, quasi fosse sulle macerie di una guerra (come probabilmente è stata abituata ad essere)  mentre tutti sono scappati via se ne sta lì, serena, serafica.
E in soli 5 secondi abbiamo, contemporaneamente (incredibile) 3 simboli della fine dell'infanzia.
Il primo sangue mestruale che scende.
Una sigaretta che s'accende.
Il Tamagochi che viene lasciato morire (doppiamente simbolico, anche i suoi genitori l'unica cosa che facevano era darle da mangiare).
Tre istantanee in un secondo, quella bambina da adesso diventerà un'adulta.
Senza che, alla fine, bambina è stata mai potuta esserlo.

Allegra e Marta sono invece l'apoteosi dell'infanzia, quelle che possono far tutto, correre, saltare, fare avventure, fare le sceme, confondersi con gente più grande, scoprire le prime cose, giocare, divertirsi, tornare tardi, avere un'incredibile spensieratezza.

E poi c'è Linda, Linda che bambina non può permettersi di esserlo, che già a 8 anni deve essere la madre di sua madre, Linda che tiene la carta di credito della famiglia, che accudisce la madre, che ha una maturità incredibile, che sembra avere più carisma ed esperienza di tutti gli altri adulti del film (non a caso, forse, sarà in cima alla piramide in discoteca, lei è superiore a tutti).
Linda che non sa divertirsi non perchè questo non le viene permesso (la madre è completamente assente e potrebbe far tutto) ma perchè sente delle responsabilità talmente grandi che no, il divertimento, l'infanzia, non possono essere distrazioni da prendere in considerazione.

Tre tipi di infanzia diversissimi, la ragazza ucraina cui l'infanzia viene negata e tarpata, le due sorelline che la vivono a pieno, Linda che non può permettersi, per scelta sua di responsabilità, d'esser bambina.

E qui arriviamo al finale, talmente coraggioso da fare male.
Eva sta morendo, anzi, praticamente è già morta.
Ma riesce con l'ultime forze a "connettersi" alla figlia, in quella connessione "cosmica" in cui è coinvolta anche la nonna.
Linda la sente.
Linda che per la milionesima volta potrebbe andare a salvarla, forse la volta più importante, perchè quella veramente mortale.
Eppure le sue nuove amiche stanno correndo per andare a giocare.
Linda si ferma, la sua parte adulta la fa guardare indietro, dove c'è una bambina mai cresciuta che sta per morire, sua madre.
Aiutarla per la milionesima volta?
No.
Linda si gira dall'altra parte e corre con le amiche.
Un finale identico a Florida Project, 3 amiche che corrono (anche in quel caso 2 + 1 acquisita) verso la libertà, verso il divertimento, verso la spensieratezza, scappando dal mondo orribile degli adulti.
C'è un'unica differenza, nel film di Baker la meta era il magico castello della gigantesca Disneyland, qui il calcinculo di una fiera di periferia.
Eppure non c'è differenza.
Ci sono comunque tre bambine che rivendicano il diritto di essere tali, bambine.
Con un sorriso, con la gioia stampata nel volto.
Oppure no.
Oppure quella gioia ha un'immagine diversa.
Un suono diverso.
Un urlo di rabbia.

20.4.26

Recensione: "Lee Cronin - La Mummia" - Al Cinema 2026

 

Torno a scrivere una recensione dopo 14 mesi, probabilmente è un caso ma, come disse Califano, "non escludo il ritorno".
In realtà questa volta, a differenza di tutte le altre (ho visto almeno 40 film di cui avrei voluto parlare) sono riuscito a scrivere proprio perchè il film era ricchissimo di cose brutte e buffe.
Allora mi son detto "ma se provo a ripartire con una recensione "comica", spontanea e mezza in dialetto come facevo spesso?
Ho provato e, miracolo, le parole sono volate.
Se avete visto il film speriamo vi divertiate a leggere, se non l'avete visto ma tanto non volevate vederlo speriamo vi divertiate a leggere, se non l'avete visto ma volevate vederlo... speriamo vi divertiate a leggere e almeno non lo vedete.


 Allora, ce sta Mietta che rientra a casa e trova l'uccellino morto.
Sulla gabbia ce sta st'uccellino morto co na panza allucinante, lei capisce che è una Profezia de 3000 anni fa senza nemmeno pensà a un'ipotesi alternativa, tipo morte per abbuffata de semi.
Dice ai figli "state boni, non ve movete" e va disotto col marito.
Disotto c'è una mini Piramide, e na botola.
Dentro la botola se scende ancora più giù e c'è un sarcofago.
Mietta apre il sarcofago e a un certo punto bum, c'è una mezza esplosione e il marito resta lì impalato.
Non nel senso che non dice niente, impassibile, ma che dal contraccolpo finisce impalato su un gancio sul muro.
Tra l'altro, storia triste, aveva da pochi mesi scoperto una tresca della moglie, quel "trottolino" che aveva letto ripetutamente nel cel di lei in una chat co un certo "Amedeo Minghi" non lasciava dubbi, " questa me tradisce".
Ma tanto ormai è morto, quindi sticazzi.
Alla fine Mietta in 10 minuti ha perso entrambi gli uccelli de casa.

Mietta

Ce spostamo su n'altra casa e ce stanno Victoria e Midsommar.
I veri nomi non li ricordo quindi lei ormai è Victoria perchè era la protagonista de quel capolavoro de film (Victoria, appunto) e lui è Midsommar perchè era il fidanzato insopportabile de lei in Midsommar (lei che l'amava così tanto, lui che a malapena la considerava, che quasi la vedeva come un peso, in quel magnifico film sull'elaborazione del lutto, sul dolore, sul love bombing, sul bisogno di famiglia, su tante cose).
Victoria e Midsommar c'hanno 2 figli più n'altrA in arrivo (spoiler sul sesso), dentro la pancia de Victoria.
Qui accade un fatto minimo ma che, visto come va tutto il film dopo, è un turning point.
Victoria dice alla figlia de levà il cellulare perchè sono a tavola.
La figlia, che per ora è la figlia ma che poi chiameremo Mostriciattolo, lo leva, e da quel momento, come na magia, nel film non esisterà più la tecnologia.
Mai sti pori cristi che usano un cellulare, mai che guardano internet, in Egitto poi vedremo lavorà la polizia tipo sul Commodore 64. La spiegazione? Ve l'ho data, è quando Victoria dice che a pranzo non se deve usà il cel.
Avranno confuso "a pranzo" con "nel film".
Ah, Midsommar fa il reporter, non so se sta cosa tornerà in recensione ma io so uno preciso e ve lo dico.

La figlia gioca fori sul giardino.
A un certo punto arriva Mietta che glie offre il solito cioccolato (glieli aveva dati tipo 40 in 40 giorni e io me chiedo com'è possibile che una strega usa metodi da pedofila affermata quando poteva prende la figlia quando glie pareva) e poi, uguale a Biancaneve, glie dà na mela (come fosse più allettante della cioccolata), la figlia la morde, glie entra un insetto in bocca e Mietta la rapisce.
Midsommar non trova la figlia, capisce che gliel'hanno presa e allora diventa Uncharted e corre in mezzo a na tempesta de sabbia in mezzo a tutti i trabiccoli egiziani, ma niente da fa, Mietta e la figlia scompaiono.
Victoria e Midsommar vanno dalla Polizia egiziana dove faranno la conoscenza della Detective Emancipata più scarsa della filmografia recente.
Emancipata è uno spoiler perchè a quell'epoca c'ha ancora il turbante musulmano, poi 8 anni dopo, quando ha fatto carriera, non più.
E' una bella ragazza ma sempre super vestita, quindi non era conturbante manco quando era con turbante.
(ora avete capito perchè l'ho chiamato turbante, se non arrivavo alla battuta non ero contento).
Comunque questa per tutto il film praticamente non fa nulla.

8 anni dopo.
La famiglia ha lo stesso numero de figli, ma perchè una ormai è persa (quella rapita da Mietta), l'altra, nel frattempo, è nata e c'ha 8 anni.
La chiameremo Frida Kahlo, anzi, Fridakahlo tutt'attaccato, perchè c'ha il monociglio.

Lei deliziosa tutto il film


Ah, c'è anche la nonna, una simpatica signora spagnola che per 3/4 del tempo prega, l'altro quarto fa cazzate.

In Egitto, intanto, cade n'aereo (forse best scena del film).
Un fregno ("ragazzetto", in perugino) va a vedè il relitto e trova uno dei piloti morto CORRETTAMENTE a terra, mentre l'altro è infilzato su un ramo de n'albero.
Ora, questo ramo è perfettamente a 90 gradi col tronco dell'albero. L'areo cade o verticale o in diagonale.
Per nessuna legge fisica quell'omo pò esse stato infilzato in bocca a 90 gradi sull'albero.
A meno che a 4 metri da terra è saltato fori all'ultimo, proprio dritto al ramo.
Su sto aereo c'era un sarcofago (ce spiegano dopo in qualche modo perchè era lì e lo portavano via ma io non c'ho capito letteralmente una sega), aprono sto sarcofago e dentro c'è la figlia de Midsommar, avvolta dalle bende e brutta come la fame, infatti da ora è Mostriciattolo per noi.
La trattano come una bambina "normale" senza dicce com'è possibile che una figliola dentro un sarcofago e avvolta in delle bende sia ancora viva.
Alla famiglia glie dicono che la figlia "non sta bene", il più grande eufemismo della storia del cinema.
Glie dicono anche de evità rumori forti e scossoni e allora - ovviamente - Victoria e Midsommar, riportatala in Usa, ripensando alle parole dei medici ("mi raccomando, fate piano") la portano in camera facendo tutte le scale con la sedia a rotelle, 100 kg de roba e un busso enorme ogni scalino.
Ovviamente pensare de prendela in braccio era impossibile, evidentemente.

Tempo 5 minuti e Mostriciattolo prima dà na musata in faccia alla nonna (musata in perugino = testata), poi inizia a contorcese identica a L'Esorcista.
Poi scappa sul seminterrato e il babbo e la mamma la trovano rannicchiata a magnà un ragno de mezzo chilo.
Poi glie accorciano le unghie dai piedi, lunghe 40 cm, e per fallo a un certo punto glie levano la pelle de mezza gamba, scarnificandola.

Quindi questa è stata dentro un sarcofago coperta di bende, ha l'aspetto de un mostro, prende a capocciate la nonna, si contorce e quasi levita sul letto, magna le tarantole, glie strappano un metro de pelle e manco se lamenta ma EHI, è nostra figlia, stamole vicino e vedrai che se riprende.

Sul lembo de pelle (lembo stocazzo, è un metro de pelle) Midsommar vede delle scritte strane (praticamente se avete visto quel gran film de Autopsy ecco, identico), ovviamente va all'Università dove c'è il classico studioso de stocazzo e ovviamente il classico studioso de stocazzo tempo mezza giornata glie racconta tutta la rava e la fava su quelle scritte, non se sa come mai sti studiosi dei film fanno sempre il lavoro de n'anno in un paio d'ore.
Qui parte il pippone sulla storia del demone, pippone di cui ce se capisce il giusto (quasi niente) e quel giusto che se capisce la scena dopo l'hai già dimenticato.

Midsommar intanto vede che Mostriciattolo batte i denti in maniera forsennata, capisce che probabilmente non è pel freddo o per disturbi gastrointestinali e glie viene in mente che forse è Alfabeto Morse, Alfabeto che in famiglia studiavano da sempre, per gioco.
Quindi il babbo se appunta su un foglietto, a mò de puntini e trattini, tutte le dentate che fa la figlia (scena più fastidiosa del film insieme ad altre 2 che arriveranno), ovviamente stando ben lontano dai denti della stessa per evitare che poi l'Alfabeto Morse diventava Morse sia de nome che de fatto.

Qui accadono un paio de capolavori.
Il primo è che Midsommar va a ricercà in mezzo agli scatoloni de 8 anni prima l'opuscoletto con l'Alfabeto Morse che usavano. 
Bastava collegasse a Internet.
Ma lo sapete, la tecnologia è stata bandita dal film.

Poi vedemo che inizia a scrive le lettere corrispondenti a tutti i puntini e i trattini.
Finisce.
L'inquadratura se allarga e che vedemo?
Che ha scritto SEMPRE E SOLO "Leyla" (che è il nome dell'amichetta che la figlia preMostriciattolo aveva in Egitto, sticazzi).
Quindi vedemo su sto foglio 10 volte il nome Leyla.
Mi viene un ictus, mi chiedo perchè il babbo non si fosse fermato alla seconda ricorrenza del nome, toh, anche la terza glie abbono, ma per un metro de foglio ha continuato a scrive sempre la stessa cosa, corrispondente, ovviamente, agli stessi puntini e trattini.
Forse, avrà pensato, non conta che me sta a dì SOLO "Leyla" ma anche il numero delle volte che me l'ha detto.
Chissà come cazzo ragionano i reporter, non so un reporter e non lo so.

Telefona alla Detective Emancipata in Egitto e finalmente questa fa qualcosa.
Prima usa il Commodore 64 (siamo almeno nel 2020, citano Taylor Swift addirittura 8 anni prima) poi - non ho capito come - trova la casa de Mietta, va a casa de Mietta, spara a Mietta, trova la figlia de Mietta (Leyla, appunto), questa glie dà una VHS che non se sa perchè avevano seppellito vicino a un dirupo, quest'altra, la Detective Emancipata, vede la VHS e nella VHS ce sta Mietta che fa il rito per cui Mostriciattolo è diventato Mostriciattolo.
Anche se in reatà il contenuto della VHS la vedemo dopo, a casa de Midsommar e Victoria, ve cambia qualcosa?
Comunque il filmato nella VHS è IDENTICO a quello de Bring her back, mamma mia che film quello.

Allora, intanto Fridakahlo era stata attirata da Mostriciattolo vicino alla porta della camera.
Mostriciattolo da sotto la porta glie lecca i piedi e Fridakahlo inizia a levità.
Non ce fanno vedè come finisce la scena ma il risultato è che Fridakahlo dopo quella leccata diventa stronzissima, una Bad Mini Girl che dice anche alla maestra "Troia con la faccia di topo" senza sapè che Tricarico quasi 25 anni prima alla maestra glie aveva detto non solo una volta ma TRE volte "Puttana" (anzi, 6 col controcanto) dopo che questa glie aveva detto de scrive il tema sul papà e lui il papà l'aveva perso e aveva iniziato a piange su quel foglio bianco impossibile da riempire (me viè da piagne).
Insomma, Fridakahlo, hai ancora pastasciutta da mangiare.



Poi c'è la scena della morte della Nonna Spagnola, morte che i Bookmakers davano a 1.01 visto che questa è da inizio film che rompe il cazzo alla nipote, che glie prega vicino e che la stressa, secondo me l'ammazzava anche una bimba normale.
Bella scena comunque!
La Nonna Spagnola poi la magnano i coyote in computer grafica che stanno sotto (perchè viene defenestrata).

Arrivamo al funerale della Nonna Spagnola, il punto di non ritorno di un film senza senso, a tratti inaccettabile, cringe ma comunque, nel suo, pure piacevole.
E praticamente identico al film precedente de Cronin, il sequel "apocrifo" de La Casa. Quasi stessa trama, quasi stessa tematica, quasi stessi errori e stesso casino.

D'ora in poi lo sceneggiatore (lo stesso regista) che finora aveva scritto da cani finalmente cambia, ovvero smette de scrive da cani perchè, semplicemente, smette de scrive.
Semplicemente se sarà detto "da ora famo tutto casino, famo scoppià tutto".




Quindi a sto funerale succede che Fridakahlo se leva tutti i denti, poi prende la dentiera della nonna e azzanna uno degli ospiti.
Nel frattempo anche Mostriciattolo buca il soffitto (???) e scende giù a fa casino.
Poi anche la Nonna Spagnola torna in vita e chiederà un cunnilingus a Midsommar, il marito della figlia.
Ma la cosa incredibile è che la maggior parte de ste scene mostruose avvengono davanti ai convitati al funerale, tra cui altre due Nonne Spagnole.
Ma il giorno dopo NIENTE, la famiglia è in casa "tranquilla" che chiacchiera.
C'è stato un morto azzannato davanti 10 testimoni, una figlia mostro che ha camminato pel soffitto e altre delizie horror ma in quella casa la polizia, l'ambulanza e il prete (servivano tutti e 3) non sono arrivati.
Malgrado tutti quei testimoni, malgrado la presenza di 19 reati (compresi alcuni trascendentali).

Da qui in poi ragazzi io non ricordo nulla.
Ormai in casa ce sono più mostri che gente normale (Mostriciattolo, Fridakahlo, la Nonna Spagnola e il Fratello Anonimo e Inutile - mi sono accorto ora di non averlo mai nominato, quindi devo chiamarlo per forza così - sono tutti o mostri fatti e finiti o comunque posseduti momentaneamente, totale 4.
Di là, tra i normali ce sono Victoria, Midsommar e la Detective Emancipata, 3, quindi vincono i mostri che, tra l'altro, so anche più intelligenti dei 3 normali.
E boh, inizia un casino senza fine, uno fa a botte con uno, uno con l'altro, sangue, scorpioni in bocca, tracheotomie, un'esplosione de violenza completamente casuale che io, ve giuro, anche se ho visto il film ieri non me ricordo niente.

Solo che finisce che Midsommar, non se sa perchè, decide de prende il demone al posto della figlia, un sacrificio che vole elevà il film ma che non ha senso.
Ma la cosa dura poco perchè tempo pochi giorni scoprimo che Mietta è ancora viva, ferita in Ospedale (e senza Amedeo Minghi al capezzale) e questi quindi portano Midsommar a fa scambio con lei.
Ora, prima di concludere, voglio dire che io della storia dei passaggi de demone, della differenza tra il tenere i demoni chiusi e no, del perchè dopo il trasferimento alcuni tornano in vita e altri no, del perchè quelli dell'aereo portavano via il sarcofago e de tutta l'importanza de sto cazzo de sarcofago non c'ho capito niente.
Quindi se volevate risposte non le avrete.
Una domanda, però, ci ha lasciato il finale.
Midsommar è un mostro, viso completamente nero con varie sfumature di altri colori mostreschi.

Questo il dato:


Ma me dite come cazzo è possibile che un Mostro venga fatto passare a un check in in Usa, faccia 17 ore de volo insieme ad altri 200 passeggeri, fa n'altro controllo in Egitto e arriva in quell'Ospedale?
L'unica spiegazione che me viene in mente è questa:

"C'avemo un Mostro, è un problema?"

"Sì, lei non può imbarcarsi, mi dispiace, suo marito è diventato palesemente un Mostro e le nostre direttive non permettono viaggi con Mostri"

"Ma dovemo finì il film "Lee Cronin - The Mummy", cercate de capì, questo sul titolo c'ha messo anche il su nome, è fomentato ed esaltato, pensa che sta a fa un capolavoro, il film deve finì per forza e ve assicuro che quando lo vedrete sarete orgogliosi che voi Assistenti di Terra avete permesso che finisse, avete fatto un favore a milioni de spettatori"

"Ma Lee Cronin quello del sequel de La Casa?"

"Sì, lui, ha fatto sto film uguale a quello e deve finillo"

"Mamma mia, finitelo, ve prego, First Class per voi"

6

13.3.26

Il meglio dell'Invisibile, edizione 2025 - 11 film bellissimi non ancora distribuiti in Italia


Terminato il sondaggione sul Miglior Film distribuito in Italia nel 2025 ecco che arriviamo IN ESTREMO RITARDO all'ormai classico appuntamento sull'altra faccia della Luna, ovvero il post in cui dei valorosi e competentissimi amici vi presentano il meglio che potete trovare sul non distribuito, sul non ancora legalmente visibile in Italia.
11 bellissimi film, raccontati da 3 voci diverse.
Ovviamente si spera che tutti questi film possano trovare una distribuzione.
In caso contrario dovrete cercarli in altri modi.


RICCARDO SIMONCINI

YES di Nadav Lapid


Il ritorno di Nadav Lapid è ancora una volta un film schizofrenico e disperato, cinema ossessivo in cui le grandi domande sono quelle della sua vita, del suo essere artista, israeliano, immerso in un contesto personale, familiare e geopolitico ben chiaro e definito, ma fuori posto dal punto di vista esistenziale. In Ahed's Knee il protagonista era un regista in trasferta in una città desertica dell'Arava per presentare un suo film “politico” al costo però di rinunciare ad ogni qualsivoglia critica allo stato di Israele. Qui invece sono una coppia di artisti, un musicista e una ballerina, Y. e Yasmine, mattatori sfegatati delle feste più esclusive e mondane d’Israele, tra sesso, droga e party privati da cui con i binocoli spiare le bombe dall’altro lato della costa, ogni volta però ignorandole. Così, all’ombra degli attacchi del 7 ottobre, a Y. arriva una proposta milionaria: scrivere un nuovo inno per lo Stato d’Israele, per la guerra, per il massacro, su commissione. Sì, No. Nessun'altra opzione, se non il proprio futuro, il proprio posizionamento umano più che politico.
Lapid continua il suo spietato racconto idiosincratico, di un (alter) ego frammentato e scomposto, pedinato da una macchina da presa sempre nervosa, disorientata, travolta dal frastuono assordante e dissonante di chiunque abbia una cittadinanza ma non si senta cittadino di niente, se non del proprio incolmabile senso di colpa, il senso etico e responsabile strappato nella carne e nel cuore. Lapid racconta di un rumore bianco quasi acufenico, sporcato dal sangue della guerra, il volume che si alza oltre i limiti di sopportazione per cancellare ogni altro tipo di suono, ogni altra immagine indelebile dimenticata. Cinema attuale, splendidamente confusionario, fuori beat.


DAVIDE BIANCHERA

ALLEN SUNSHINE di Harley Chamandy


ALLEN SUNSHINE è l’opera prima del regista Harley Chamandy, vincitrice del premio Werner Herzog 2024.
Il film si distingue per la presenza di atmosfere rarefatte, malinconiche, in cui ogni inquadratura sembra voler catturare l'essenza del silenzio. Il protagonista, un musicista e tecnico del suono specializzato in field recording, dopo la perdita della moglie cantante, sceglie l'isolamento volontario in una rustica casetta in riva a un lago. La sua esistenza, scandita dalla registrazione ossessiva dei suoni della natura, viene lentamente scossa dall’incontro con due ragazzini del luogo, la cui vitalità irrompe nella sua tranquilla routine giornaliera. A completare questo microcosmo di relazioni inaspettate un vicino di casa che, con semplici gesti, come portare frutta e verdure dall'orto, lo trascina in esperienze condivise come preparare semplicemente una torta insieme.
Nel suo percorso di rinascita, il protagonista farà un timido tentativo di aprirsi a nuovi sentimenti, provando ad incontrare un'altra donna, ma sarà grazie ad attività dimenticate come la pesca, il gioco spensierato dei cowboy o le camminate in mezzo alla natura in compagnia del suo cane, che riscoprirà una dimensione perduta. Tornare bambini come forma di guarigione diventerà così il percorso per elaborare il lutto.


FRANCO CAPPUCCIO

PIN DE FARTIE di Alejo Moguillansky


Pin de fartie non è tanto un adattamento quanto un anagramma di Fin de partie, o Finale di partita, di Samuel Beckett. Alejo Moguillansky - membro della stravagante e cross-genere troupe argentina di El Pampero Cine - espande l’atto unico teatrale in narrative multiple impilate una dentro l’altra e organizzate intorno a tre coppie contrappunto, ognuna delle quali si approccia ad una separazione di strade. Un padre cieco e dispotico (Santiago Gobernori) esaspera la sua figlia-serva (Cleo Moguillansky) in un bucolico cantone svizzero; due attori (Laura Paredes e Marcos Ferrante) coltivano un desiderio latente l’uno per l’altra mentre provano Fin de partie a Buenos Aires; una pianista invecchiata e cieca (Margarita Fernández) e suo figlio (lo stesso Moguillansky) scoprono le incredibili similitudini tra loro e i personaggi nell’opera di Beckett. Sarebbe tutto troppo stucchevole se non fosse per i giochi da rottura della quarta parete di Moguillansky, che rivelano i props, gli artisti foley, e la presenza di due narratori onniscienti. Ogni ripetizione porta le coppie più vicine alla loro inevitabile separazione, che viene costantemente rinviata dall’impulso romantico e senza speranza di Moguillansky di tenere duro - seppur solo un atto ancora.


RICCARDO SIMONCINI

FUCKTOYS di Annapurna Sriram


L’America d’oggi è una cartolina sfavillante di surrealtà, un paesaggio rotto e memabile, in cui le maledizioni sono diagnosticate da venali e seducenti cartomanti queer. Così a Trashtown (geografia di nome e di fatto) AP, in compagnia della sua vecchia e ribelle fiamma gemella Danni, cerca di invertire la dannazione che la perseguita, tra improbabili e stravaganti incontri di ogni tipo e sostanza: uomini malati di sesso, donuts zuccherosi e granite versate su pelosi tappeti rosati.
Strizzando l’occhio all’estetica camp di John Waters e tanto cinema indie americano da sempre amatissimo qui sul blog (da Todd Solondz a Greener Grass), Fucktoys sperimenta in 16mm con forme e linguaggi, la creatività kitsch e consumistica che lascia prendere polvere e fango al classico sogno americano ormai ammuffito. La regista e attrice Annapurna Sriram, qui all’opera prima ma anche nelle vesti di indimenticabile protagonista, dà vita a un dissacrante viaggio pop allucinato, sghembo e strambo, in cui l’unico erotismo rimasto (come nel mondo reale) è il vile denaro, il trauma ipertestuale di una generazione nata durante la catastrofe capitalistica di qualcosa, più che dal presagio del suo collasso. Cinema indipendente allo stato puro.


FRANCO CAPPUCCIO

O RISO E A FACA di Pedro Pinho


L’epopea di tre ore e mezza di Pedro Pinho è un mondo aperto attraverso cui lo spettatore è incoraggiato a vagare liberamente. L’ingegnere civile portoghese Sérgio (Sérgio Coragem) arriva in Guinea-Bissau per condurre uno studio d’impatto ambientale per una strada pianificata, continuando il lavoro di un predecessore italiano che ha abbandonato il progetto sotto circostanze misteriose. Un incosciente naif che lascia una carcassa di animale investito in un frigo comune, Sérgio genera un imbarazzante attrito comico ovunque va: nei nightclub di Bissau; nei villaggi che eseguono rituali tradizionali per autocompiaciuti operatori umanitari in t-shirt abbinate; in una centrale energetica nel deserto e nel bordello dove i suoi appaltatori europei si sfogano. La caustica tesi di O Riso e a Faca, sul lascito della violenza coloniale che persiste nell’agenda di sviluppo, emerge dalle scene di lavoro, di festa, e di sesso esplicito che Pinho, un ex documentarista, mette in scena con una realtà molto densa.


RICCARDO SIMONCINI

ABOUT A HERO di Piotr Winiewicz


In un’epoca iperscientista sempre più timorosa del fallimento del suo centro gravitazionale, Piotr Winiewicz si avvicina alla contemporaneità, con lo sguardo divertito e curioso dell’osservatore. Cosa ci unisce all’intelligenza artificiale? In che modo possiamo raccontarla seguendo per una volta il suo linguaggio, le sue regole, il suo mondo, invece di quello iper-logico e umano che da sempre avvolge le nostre teorie? About a hero parte da una semplicissima provocazione che compare anche in esergo al film: le dichiarazioni di Werner Herzog riguardo al fatto che «nessun computer sarà in grado di creare un film bello quanto i miei per almeno altri 4.500 anni». E così Winiewicz costruisce un deepfake di Herzog, lo trasforma in voce metallica e senza dinamica, lascia che un’intelligenza artificiale addestrata appositamente sulla sua filmografia (dal nome paradigmatico Kaspar) rediga una sua sceneggiatura mimetica, un'indagine sulla morte misteriosa di un operaio di una grossa azienda tecnologica. In un viaggio tagliente e surreale, ironico ma anche vagamente orrorifico, in cui - come ci viene intimato dallo stesso fake-Herzog - «è normale non capire nulla», About a hero ragiona per glitch e interferenze sull’errore algoritmico che ci congiunge a ciò che abbiamo costruito, la possibilità di sentirci ancora fallibili ma reali, quando nel quotidiano siamo invece abituati a concepire macchine umanizzate e, all’opposto, dall’altro lato, esseri umani che dovrebbero produrre e performare più perfettamente di una macchina. Sbagliando si può ancora creare arte.


FRANCO CAPPUCCIO

BOUCHRA di Orian Barki, Meriem Bennani


A un certo punto durante Bouchra, la nostra protagonista del titolo incontra un classico dilemma lesbico: “Non sapevo se stava flirtando o se stavo soltanto immaginandomelo”. Non aiuta il fatto che Bouchra, un’artista che vive a New York ma originaria del Marocco, sta vistando la sua città natale di Casablanca. I desideri e le complessità della vita diaspora si aggiungono alla sua confusione, cosi come il fatto che lei si trovi ad un crocevia sia con il suo lavoro che con una famiglia incapace di avere a che fare col suo essere queer. Diretto dalle artiste e filmmaker Meriem Bennani e Orian Barki (della serie web virale 2 Lizards), questo film animato è una arguta e tenera meraviglia di film, parzialmente basata sulla propria vita di Bennani. I personaggi sono rappresentati da animali antropomorfi (la nostra eroina è un coyote agile e stiloso), eppure Bouchra si percepisce come incredibilmente viscerale, presentando una riconoscibile e umorale New York e una vibrante Casablanca dai colori del gioiello con la CGI, e includendo conversazioni avvenute dal vero (comprese le telefonate tra Bennani e sua madre). Il risultato è un’intima meditazione sui confini porosi tra vita e arte.


RICCARDO SIMONCINI

BRAND NEW LANDSCAPE di Danzuga Yuiga


In una Tokyo brulicante di passi e assenze, Ren consegna orchidee ornamentali a domicilio, le impacchetta nel bagagliaio con cura e dedizione. Da quando sua madre è morta suicida, Ren ha perso ogni contatto con il padre, famoso architetto della modernità, autore di imponenti palazzi per gli altri anche a costo di sacrificare le fondamenta emotive della sua casa familiare. In mezzo a tutto quel cemento che riempie di blocchi e vetrate ogni residuo di umanità, sono i ricordi che tengono in vita Ren, l’accavallarsi di tutte le vite che non sono state, lasciate là ad arrugginire sempre in attesa che qualcuno le riprenda come all'ufficio oggetti smarriti. La famiglia di Ren è esattamente questo: un’idea, un ricordo, uno spettro remoto che si aggira come comparsa nei cantieri verticali del futuro, nelle stanze sigillate del passato, una cartolina sbiadita appartenuta per lui a secoli prima, per il calendario a una manciata di anni appena trascorsi. Danzuga Yuiga, giovanissimo regista giapponese classe 1998 (il più giovane della storia della Quinzaine des cinéastes di Cannes, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale), racconta di una generazione invecchiata nella precocità del proprio corpo, di mani ancora lisce e glabre, le gambe veloci e scattanti, ma con gli occhi tristi, non entusiasti. Lo spleen di Baudelaire, lo spaesamento moderno ma composto in un quadro contemplativo di struggente malinconia: un bivio del (nel) tempo, in cui cercare e fidarsi ancora dei propri fantasmi.


FRANCO CAPPUCCIO

ESCAPE di Masao Adachi


Non è l’unica uscita nel 2025 che tratta di rivoluzionari che invecchiano, ma Escape arriva a noi da un regista particolarmente adeguato a parlare del soggetto: Masao Adachi, oggi 86enne, lasciò il periodo d’oro della Nouvelle Vague giapponese nel 1971 per co-dirigere un documentario con l’Armata Rossa Giapponese in Libano, poi si è dedicato alla liberazione palestinese fin quando non fu estradato in Giappone nel 2000. Il suo ultimo lavoro è un biopic dell’anarchico Satoshi Kirishima, che ha evitato la cattura per quasi 50 anni dopo aver partecipato in una serie di attacchi bomba contro delle corporazioni giapponesi nella metà degli anni -70 - fin quando, sorprendentemente, ha rivelato la sua vera identità sul letto di morte nel 2024. Adachi ha caratterizzato la vita solitaria in fuga di Kirishima come “una forma di lotta”, che il film presenta in dettaglio calmo e quotidiano. Le memorie dei compagni che Kirishima ha perso sfumano nel suo presente, accumulando mezzo secolo di reenactment e apparizioni. Per quanto dolorosi, questi ricordi gli impongono di mantenere la lotta viva - e la devozione alla loro causa, suggerisce Adachi, è una maratona, non uno sprint.


RICCARDO SIMONCINI

BLACK OX di Tsuta Tetsuichiro


Dieci icone del bue, dieci tappe zen per riscoprire non solo il valore del tempo, della Storia a cavallo della Restaurazione Meiji, ma l’idea stessa di spiritualità che l’ha accompagnata in maniera sinestetica. Nel Giappone del XIX secolo un uomo entra in sintonia con un maestoso bue nero. Mentre la modernità fa capolino al di là della montagna, diversi quadretti quotidiani, episodici e immersivi, accadono su uno schermo monocromatico di rara potenza visiva e sonora, a lasciarsi contemplare tra tutti gli infinitesimali dettagli che lo formano: cercare il bue, domarlo, ripulirlo con dedizione dopo un’estenuante giornata di lavoro. Le stagioni si susseguono, la nebbia e la cenere, il buio che crolla oltre la notte, il gelo che l’avvolge insieme alla luna, l’accecante e battente neve che suggella spazi di bianco fino a diventare luce pura, schermata lattea da cui ripartire per una nuova era. Quella natura metamorfica resiste: strato dopo strato nella profondità della terra, anche al di là dei suoi commoventi protagonisti, riuscirà a fondare nuova vita. Il cinema come testimonianza poetica e percettiva di chi è sopravvissuto alla fine del proprio mondo.


FRANCO CAPPUCCIO

LAST NIGHT I CONQUERED THE CITY OF THEBES di Gabriel Azorín


In una grande annata per il cinema spagnolo, il debutto al lungometraggio di finzione per Gabriel Azorin, Last Night I Conquered the City of Thebes, è l’outsider inaspettato. Fatta eccezione per una lunga sequenza d’apertura contenente una meravigliosa ripresa col drone, il film si ambienta esclusivamente in una sorgente termale in Galizia nell’epoca dell’Impero Romano, dove un gruppo di giovani uomini che sembra siano tornati dalle prime linee della guerra, spendono la notte. Cosa succede appena i ragazzi si immergono nelle acque rigeneranti e sia delicato che portatore di riflessioni. I corpi galleggiano insieme, le menti si inzuppano in piscine di tempo, gli occhi si adeguano all’oscurità, e nuove dimensioni si aprono. Evocando - ed espandendone oltre - le strategie contemporanee di registi come Eduardo Williams, Apichatpong Weerasethakul e Amber Serra, il tour de force di Azorin è un viaggio allucinando attraverso stelle e rovine e battaglie storiche e guerre virtuali, esplorando il tempo cinematico come un sogno sia fugace che permanente, simultaneamente lineare e circolare