16.10.19

Recensione: "Manta Ray"



Un film difficile, pieno di simboli e metafore.
La storia di un pescatore che trova un uomo morente, lo salva e lo accoglie con sè.
Quell'uomo viene dal mare, non ha un nome, non parla.
Sembra impossibile per lui integrarsi in quella nuova situazione, in quella nuova "casa" ma, piano piano, ci riesce.
Ma chi scappa da qualcosa o da qualcuno non troverà mai una nuova casa, prima o poi dovrà andar via, di nuovo.
Film ostico, "magico", pieno di luci e luccicanze che squarciano il buio.

Questa in 10 anni di recensioni è una delle volte in cui la mia "talebaneria" nel non voler sapere niente dei film nè, tantomeno, leggere altri pareri o commenti, mi rende la vita più dura.
Manta Ray è film difficile, difficilissimo e credo che qualche informazione, per scriverne, dovrebbe esser presa. 
Ma niente da fare, mi conoscete, andrò a mie sensazioni.
A dir la verità un'informazione - una sola - il film la fornisce proprio nei titoli di testa. Ed è una dedica, al popolo Rohingya, popolo che, scopro in rete, è perseguitato nella loro terra, la Birmania, e quindi costretto a fuggire e rifugiarsi altrove.
Difficile senza sapere almeno queste due righe capire un film che avrebbe comunque "vita propria" e che rimane comunque aperto a mille possibili interpretazioni.
Quello che conta è il trovarsi davanti un'opera affascinantissima che, oltre ad esser bella da vedersi, ha quella magia tipica di certo cinema in cui quello che vedi è al tempo stesso reale e simbolico, senza che il confine tra i due universi sia mai netto o facilmente individuabile.
Paradossalmente potremmo vedere Manta Ray anche come "semplice" film verità, al confine del documentaristico. Quello però che lo rende quasi trascendente non sta tanto in quello che accade ma nelle millemila suggestioni e simboli che, qua e là, brillano (verbo non scelto a caso) nel film.
Siamo davanti a uno di quei casi in cui se il film lo raccontiamo difficilmente riusciremo a discostarsi dal reale, se invece lo vediamo - e i film in teoria andrebbero visti - le sensazioni che lascia sono di un mondo-altro, di un qualcosa che con forza e disperazione cerca di venir fuori dall'evidenza delle immagini, quasi come quelle pietre preziose che, in una scena magnifica, escon fuori dalla terra bagnata.
Ecco, credo proprio in quella scena ci sia la - doppia - metafora del film, un film di "terra e realtà" in cui c'è sotto qualcosa di prezioso e magico che deve venir fuori.
Dico doppia perchè ce n'è una più diegetica, più legata all'universo che racconta il film, ovvero che quelle pietre simboleggino altro, forse i corpi senza vita dei Rohingya, uomini che provarono ad attraversare il mare per trovare una nuova casa.
Anche per questo Manta Ray diventa film quanto mai attuale e "universalizzabile" a tutti quei popoli e quelle etnie costrette a scappar da casa propria per salvarsi.
La mente va subito al bellissimo Styx, film diversissimo da questo perchè secco, esplicito, essenziale ma, al contempo, tanto simile a Manta Ray.


Un pescatore un giorno trova nelle mangrovie (o almeno credo siano tali) il corpo apparentemente senza vita di un uomo.
Lo porta a casa sua, lo cura, lo salva da morte certa (ma, attenzione, il dubbio che quell'uomo sia sempre stato effettivamente morto ce l'ho), instaura con lui una bella amicizia.
Quell'uomo non ha un nome e nemmeno parla, e qui la metafora con tutti quei popoli di rifugiati che vengono privati di individualità e diritto di parola è fortissima.
E' molto interessante notare come Thongchai - il nome lo dà il pescatore all'uomo ritrovato morente - in realtà capisca tutto quello che gli viene detto ma non solo non risponda mai a parole, ma nemmeno a gesti. Non lo vedrete mai annuire o negare malgrado le decine di domande che gli vengono poste.
In realtà non lo vedrete mai nemmeno esprimere gratitudine, come se fosse un uomo "morto dentro", che viene da sofferenze troppo grandi e che, forse, non si fida nemmeno della salvezza che ha trovato.
Thongchai ha una ferita nel cuore (forse altra metafora), probabilmente dovuta ad un'arma da fuoco. Eppure riesce a sopravvivere.
Un giorno il suo salvatore - il pescatore - scompare e appena dopo torna a casa la moglie fuggita in passato dello stesso pescatore.
Thongchai prenderà così il posto dell'ex marito.
Fino a che questi non tornerà.

13.10.19

Recensione: "Starlet"


Terzo film di Baker che vedo (oltre a The Florida Project e Tangerine) e terza volta che ne rimango quasi incantato.
Più che altro è davvero impressionante notare come i 3 film si somiglino, come a Baker piaccia raccontare queste storie di sobborghi in cui ci sono persone così dolci e sbagliate.
E lo fa con "non-sceneggiature" in cui accadono anche cose inutili, altre incidentali e altre strane, a formare personaggi difficilmente definibili ma sempre amabili.
La storia di una ragazza che, per sbaglio, ruba migliaia di dollari a una vecchia.
E che per questo motivo diventerà la sua migliore amica.
Sembra la storia di un senso di colpa ma in Baker niente è mai sicuro, i suoi sono film in cui siamo noi a dover decifrare azioni e personaggi.
Delizioso.

E così il mio casuale viaggio a ritroso nella filmografia disponibile di Sean Baker (i suoi primi 3 film sono al momento introvabili o non hanno sub ita) è finito.
Buffo come abbia visto le sue 3 opere con tre fruizioni diverse, una al cinema - The Florida Project -, una su Netflix - Tangerine - e una, giocoforza, presa dalla rete, questo Starlet.
Anche se l'ordine in cui l'ho visti è perfettamente inverso alla loro uscita è facilissimo notare la straordinaria coerenza tematica e stilistica di Baker, coerenza talmente netta e lampante che, in futuro, non mi stupirei di usare espressioni come "à la Baker".
L'ormai 48enne regista indipendente americano (tra l'altro bello come un attore e apparentemente molto più giovane) ha delle caratteristiche talmente peculiari da farci pensare alla sua filmografia quasi come a un progetto unico.
Progetto in cui il regista vuole raccontare vite piccolissime, laterali, quasi sempre di sobborghi (non è tanto un regista di periferia quanto di sobborghi anche di grandi città).
Ma non è solo il soggetto a renderlo riconoscibile quanto il come realizza Baker i suoi film.



E lo fa con "non-sceneggiature" in cui niente è importante e tutto è importante, in cui avvengono anche cose che non hanno sviluppi (aspetto che in teoria è un cancro delle sceneggiature), oppure altre così, incidentali, quasi per caso. Se è vero che ormai i documentaristi sono sempre più legati ad un minimo di finzione (i doc di oggi sono in minima o buona parte sceneggiati) qui siamo nel caso opposto, ovvero alla presenza di un regista di fiction che usa le metodologie del documentario, ovvero quelle della mimesi con la realtà, del racconto anche del nulla, dell'assenza di eventi traumatici o di turning point, dell'osservazione di come può essere meravigliosamente semplice e casuale la vita.
Ma c'è di più, se i soggetti si assomigliano e anche il modo di "riprenderli" lo fa, c'è anche un altro aspetto che lega i 3 film di Baker in modo indissolubile, ovvero i personaggi.
Baker crea SEMPRE dei personaggi deliziosi, anche quando questi compiono cose non tanto belle o sono persone molto discutibili.
Nelle tre opere sono tanti i personaggi che di buono non hanno poi mica tanto, anzi, sono personaggi "sbagliati", persone che commettono un sacco di errori, hanno una marea di vizi, fanno cose non condivisibili. Eppure finisci per amarli praticamente tutti perchè il primo che li ama è proprio Baker. 
Un pò la cosa che accade con i personaggi di Dolan, amabili perchè amati dal regista.
E in questo Starlet, come già avvenne con i protagonisti di Florida e i trans di Tangerine, accade la stessa cosa.
Arriviamo quasi al paradosso di "voler bene" ad un personaggio davvero insopportabile e senza una minima qualità, come Melissa, l'amica della nostra protagonista.
Immatura al limite del patologico, una bambina di 8 anni nel corpo (bellissimo tra l'altro) di una 25enne, una che proprio non ci arriva alle cose e che non sa andare più in profondità del piangere per l'unghia che le fa male.
Fino a quando non va a sputtanare Jane a casa di Sadie (l'anziana) sto personaggio così stupido e negativo a me stava addirittura simpatico, specie nelle sue bambinesche sfuriate. Ma anche il suo ragazzo, altro 35enne che oltre a canne e XBox non va oltre, è un personaggio a cui non vuoi male, molto bakeriano.
Ma del resto lo stesso film parla di una vicenda apparentemente non etica di cui, però, percepisci quasi soltanto il lato buono della medaglia.

12.10.19

Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 5 - Recensione "Your Name" - di Enrico G.


Il 14, 15 e 16 ottobre esce nei cinema l'ultimo lavoro di Makoto Shinkai, considerato uno dei più grandi registi di animazione moderni.
Il film in uscita si chiama Weathering with you ed allora Enrico, il nostro ragazzo esperto di animazione ha pensato di recensire quello che viene considerato, ad oggi, il capolavoro di Shinkai, Your Name (mi si dice di recuperare anche Il Giardino delle Parole e 5 cm al secondo).
Insomma, buona lettura, sperando che serva a qualcuno per vedere sia il film recensito sia quello che esce il 14

Ecco, mi ritrovo ancora a parlare di Makoto Shinkai e del suo film atteso nei cinema. Ma stavolta non si parla di un piccolo gioiellino per appassionati come fu 5 cm al secondo, ma di Weathering with you, che uscirà portando già il suo nome sulla bocca di tutti. E siccome non l’ho ancora visto (perché sarà uno schermo gigante a meravigliarmi, non certo un computer o peggio, un cellulare), rimane solo da capire cosa ha creato tanta attesa, cosa è Your Name. Parlare di Kimi no na wa, “qual è il tuo nome”, non vuol dire solo parlare di un film, ma di un evento. Come una meteora è uscito dal nulla, sconvolgendo il 2016 giapponese, e internazionale con il passaparola, divenendo il primo incasso della storia degli anime. Come di norma, quando un film ha troppo successo, ci si spacca in chi lo ama e chi lo odia, ma non importa: tutti l’hanno visto, tutti ne hanno parlato, e il mondo degli anime per una volta è arrivato anche a chi snobba l’animazione e il Sol Levante in generale. Ho già sviscerato così tanto del regista nella mia primissima recensione che, lo dico subito, lo amo, ma non penso sia il suo capolavoro. Penso però che sia davvero “La Città Incantata” della mia generazione, anche solo per la portata del suo impatto culturale. Ogni sincero appassionato dovrebbe essere grato a Makoto Shinkai, uomo dalla poetica personalissima che non si è piegato agli standard, ma ha piegato il mondo intero ai suoi. Ora che questo artista è di nuovo pronto a sorprenderci, vorrei come personalissimo ringraziamento ricordare questa sua opera più famosa, spiegando punto per punto perché è così straordinaria.
L’inizio è tutto. In un film, può determinare se ti piacerà o meno, e qui vale dieci volte tanto, visto il regista di cui parliamo. Si comincia, ed è già puro Shinkai: un cielo, una stella cadente, ombra e luce come in 5 cm al secondo, dove un razzo saliva su mentre qui un astro cade giù. Pochi secondi, con quella visione aerea di un lago, e già potremmo capire tutto, se non fossimo abbagliati da questo show di bellezza, degno di un vero prestigiatore. Tutto in fondo sembra normale all’appassionato: il balzo temporale, la voce fuori campo triste e commossa, le ferrovie di Tokyo, l’esplosione della musica j-pop durante i titoli di testa (non ricordo l’ultima volta che li ho visti così curati, specie in un cartone). Niente, a me aveva già conquistato. Ma la vera magia di Your Name è proprio come gioca con le aspettative, ti mette sotto il naso pezzi essenziali del puzzle di cui comprendi il significato solo dopo continue visioni. Ad ogni inquadratura c’è un dettaglio, prendiamo i primi sei minuti (contati), dove abbiamo la cometa Tiamat, gli altoparlanti, le elezioni del sindaco, la perspicacia della nonna, il cordoncino con cui Mitsuha si lega i capelli. Tutto tornerà, tutto.
Ora, questa ragazza che ho nominato, si alza un mattino in camera sua, e comincia a toccarsi le curve con curiosità. Se ancora leggete senza aver visto il film, fermatevi qui. Quello che potrebbe benissimo essere l’atto di una diciassettenne è invece dovuto al fatto che durante il sonno l’anima di un ragazzo, Taki, per motivi sconosciuti è finita dentro al suo corpo, e viceversa. E questo non rivela nemmeno la prima mezzora di un film cangiante, pieno di sfumature che analizzerò una per una. Per ora è solo la storia di due ragazzi completamente diversi che finisco l’uno nella vita dell’altra, particolare, piena di momenti divertenti, con le classiche difficoltà sul capire l’altro sesso.


Mitsuha Miyamizu rappresenta in pieno questa prima parte, è la nostra protagonista allegra, solare, con due cari amici (Tesshy e Saya-chin) e una vita tutto sommato normale nel delizioso ma isolato paesino tra le montagne di Hida, Itomori. Come questo mondo rurale è aggrappato tra le montagne e il lago omonimo, Mitsuha si sente schiacciata tra la nonna, sacerdotessa del tempio, e suo padre, il severo sindaco. È proprio in questa situazione che ci viene introdotta: umiliata da suo padre, esasperata da quel piccolo villaggio, presa in giro durante una cerimonia religiosa, a fine giornata esplode. Sotto il torii del tempio Miyamizu, urla al vento di non poterne più, di voler essere un ragazzo di Tokyo nella prossima vita. Il sonno esaudirà il suo desiderio: la seguiamo fino alla mattina dopo, dove si ritrova nel corpo di Taki Tachibana, un liceale della capitale.

9.10.19

Recensione: "Joker"


1

Su una cosa, solo su una, posso dire di esser stato avanti.
Da almeno 13-15 anni dicevo che Seymour Hoffman fosse il più grande attore vivente, quando ancora non aveva fatto una, ripeto una, parte da protagonista. Poi ne sono arrivate tante e, alla sua morte, in tanti finalmente hanno pensato la stessa cosa, se ne è andato il più grande di adesso.
Da 10 anni e più dicevo che l'unico che poteva seguirne le orme era Joaquin Phoenix, anche lui in quel momento attore di terza fascia senza ruoli importanti. Ora, finalmente, quasi tutti concordano nel definirlo il più grande o uno dei più.
C'è una motivazione per cui questi due attori sono superiori.
Ovviamente la loro arte recitativa è straordinaria.
Ma c'è qualcosa nell'uomo-attore che li eleva. Se prendete un frame di PSH o di JP probabilmente avrete un piccolo brivido perchè quei due uomini ci trasmettono qualcosa anche solo guardandoli. Non siamo solo ammirati da quanto son bravi ma ci emozionano a prescindere.
E questo probabilmente perchè hanno la morte dentro, PSH poi la farà finita, JP si porta addosso sin da adolescente la morte vista in faccia (erano insieme) di suo fratello River. Quando hai la sofferenza dentro di te hai una specie di aura e chi ti guarda, se riesce a "vedere", la nota.
Proprio per questo probabilmente Joker era il ruolo della vita per Phoenix, con un processo simile a quello di The Wrestler per Rourke


Non so niente di fumetti, non vedo cinecomics, sono una totale capra sul genere.
Per questo motivo in questa recensione non troverete nè polemiche sterili nè riferimenti all'argomento.
Ringrazio quindi solo Dio che sia stato girato questo film sul Joker con un taglio così adatto a me, fosse stato fumettoso nemmeno sarei andato.
Sono solo gusti, niente di personale.

3

Il regista Todd Phillips aveva fatto solo commedie prima di Joker, anche di grande successo. Ho visto per sbaglio una volta in tv Una notte da leoni e l'ho trovato davvero pazzo e godibile.
Davvero buffissimo come un regista che fino ad adesso aveva girato solo film per far ridere diriga adesso questo Joker in cui la risata, ma una risata ben diversa, è letteralmente tutto.

4

E' per me impossibile nell'analizzare Joker, sia nella sua parte filmica che in quella, diciamo, extradiegetica (fuori dall'universo che racconta il film) non ripensare al finto documentario che "si fece girare" Phoenix da Casey Affleck, suo amico.
Parlo di "I'm still here" (recensito qui).
Phoenix per lungo tempo finse di essersi ritirato dal cinema per cominciare la sua carriera di cantante. Partecipò a show televisivi, rilasciò interviste, si presentava come distrutto da droghe e alcool.
Poi venne fuori che era tutto finto, un mockumentary.
Ma, e lo dissi già all'epoca, quel documentario vero si dichiarò finto per coprire quanto fosse vero.
Ok, Phoenix non pensava davvero di lasciare il cinema magari, ma il degrado cui arrivò era un degrado reale, non recitativo. Joaquin con la scusa dello scherzo secondo me si abbandonò perchè voleva realmente abbandonarsi.
E, anche in questo senso, il ruolo del Joker che gli ha dato Phillips è, una volta di più, un personaggio di cinema dove nascondere molta parte di sè stesso, poter essere reali nella finzione


5

Ok, il film.
Meraviglioso.
Un film praticamente perfetto, in ogni singolo aspetto in cui possiamo vederlo.
Cinematograficamente uno spettacolo, dinamico, inquadrature una più bella dell'altra, fotografia eccellente, scene dirette magistralmente, anche quelle più concitate e d'azione (dai, basta quella corsa nel prologo per capire il livello).
Poi c'è lui, Phoenix, in una delle più grandi interpretazioni degli anni 2000. Lui è già grande di suo ma se poi gli affidi il ruolo della vita, quello dove poter mettere Joaquin insieme a Phoenix ,allora crei una bomba atomica praticamente devastante.
Poi c'è la componente tematica, anche questa di grandissimo spessore. Niente di nuovo (ma esistono tematiche nuove?) ma è impressionante come questo film riesca ad essere incisivo in quello che racconta.
E poi c'è la componente che forse rende Joker un vero capolavoro, quasi un aspetto "fortunato" (o forse no, forse Joker è uscito adesso apposta).
Perchè questo film, pur essendo ambientato in altra epoca, non poteva essere "più perfetto" nel 2019 rispetto a qualsiasi altra decade, qualsiasi.
Perchè è un film che racconta di un mondo al collasso, di un mondo che non ce la fa più, di una rabbia repressa che si accumula, di un pianeta di ultimi e di oppressi che è arrivato allo stremo.
Dirò di più, il personaggio di Phoenix non rappresenta solo un uomo, non rappresenta solo una categoria di uomini, nè una città, nè una nazione.
Joker sembra proprio l'intero nostro Pianeta Terra, un Pianeta martoriato, vessato, ferito, non rispettato, sfruttato e torturato dai potenti.
La ribellione di Joker è un'apocalisse privata che sembra tanto un collasso mondiale, uno tsunami, un terremoto, una bomba atomica.
Ed è per questo che un film del genere riesce nell'incredibile equilibrio di essere al tempo stesso fortemente politico e profondamente intimo e personale.
Ed è molto intelligente creare un personaggio che di politico non ha nulla (lo dice tre volte lui stesso) ma che crea poi delle conseguenze sociali così grandi.
La lotta di Arthur Fleck è una lotta personale, è quella di un uomo solo, disperatamente solo, un uomo che non conosce cosa sia l'amore ricevuto, un uomo a cui hanno detto che nella vita bisogna sorridere ma non ha mai trovato un solo motivo per farlo.
Esiste solo sua madre, un unico affetto (struggente questo rapporto così vero, forte e delicato) e, quando anche questo piccolo microcosmo che ancora lo tiene al di qua della sottile linea rossa, quando anche questo piccolo microcosmo si rompe (la scoperta di essere figlio di Wayne, anche se il film, magistralmente, ci lascerà sempre il dubbio se sia vero o no) allora per Arthur non c'è più nessuna isola di salvezza, nessun porto sicuro. E la sua voglia di verità, il suo odio verso Wayne è solo una intima e devastante crepa nel cuore. Ma, per gli altri, per la città, per il mondo, acquista valore politico e sociale. Arthur godrà di quello che si crea a Gotham, della ribellione, ma non è un godimento nel vedere che anche altri la pensano come te o che una propria battaglia sta prendendo piede, no, Arthur gode solo perchè per una volta, un'unica volta, sente di essere importante, sente di essere un (involontario) esempio.
Del resto anche per questo motivo il fatto che Joker sia uscito nel 2019 è emblematico e perfetto.

8.10.19

Guida a Netflix, 70 (e oltre) grandi film che potete vedere oggi sulla piattaforma (al 7 ottobre 2019)



Netflix sì, Netflix no.
Netflix ha bei film, Netflix è tutta spazzatura.
Netflix è una multinazionale bavosa, Netflix è un gran servizio.
Netflix uccide il cinema, Netflix fa in modo che si possano vedere legalmente tante cose.
Ormai se ne leggono tante riguardo Netflix e, quasi sempre (ma del resto tutto il nostro mondo è diventato manicheo) si va da un opposto all'altro.
E invece dov'è la verità?
Nel mezzo ovviamente.
Nel senso che sì, a livello di principio qualcuno può benissimo boicottare Netflix (magari poi si veste firmato...) ma se andiamo nei contenuti è impossibile dire bello o brutto, semplicemente ci sono cose belle e altre brutte.
Certo resta una piattaforma popolare dove i grandi film d'autore o il cinema nascosto o coraggioso difficile che lo trovi.
Ma davvero non c'è niente di bello dentro?
Ecco, mi sono fatto un giro sul catalogo e vi segnalo AL 7 OTTOBRE 2019 (perchè magari poi dei film scompaiono) il meglio che c'è dentro.
La copertina è molto carina, lontanissima da me (c'ho visto 15 film in due anni...) ma l'ho scelta lo stesso, ha cuore.
Per ogni film che ho recensito metterò il link (mi sto pentendo nel momento stesso che lo scrivo...)
Andiamo.

I CAPOLAVORI ANTE 2000

Ecco, questa è una categoria che molti non considerano "da Netflix" e invece i titoli giganteschi che hanno fatto la storia sono presenti, eccome se sono presenti.
Sempre un'occasione per rivederli (in mancanza di dvd vederli in ottima definizione non è mai male) o, per i pochissimi a cui mancano, un modo per colmare una grossa lacuna.

The Shining

Girando un pò ho notato che ci sono almeno 3 Kubrick, ovviamente uno più bello dell'altro.
Anzi, possiamo dire che sono i 3 titoli più importanti del Maestro, ovvero The Shining (RECE), Arancia Meccanica e 2001 Odissea nello Spazio.
Tre film diversissimi uno dall'altro che non hanno bisogno di presentazione, ognuno nel suo campo - e non solo - ha fatto la Storia di quest'Arte.

Anche Tarantino è ben presente in catalogo, pure lui con i suoi filmoni più acclamati, ovvero Pulp Fiction (RECE), Kill Bill e Le Iene. Sembra che non ci sia nulla degli ultimi ma, insomma, il meglio è forse tutto qua.

Gli amanti dell'horror potranno trovare quasi tutti i capisaldi di ogni epoca, dal già citato The Shining a Psycho, da Nightmare a Scream.

Altri grandissimi film di qualche anno fa sono Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Mystic River, American History X, American Beauty fino ad arrivare ad uno dei miei film preferiti di sempre, Le Ali della Libertà (RECE) che, come Shining, è tratto da Stephen King.

E poi c'è il gigantesco P.T.Anderson, con (almeno) due film, il sottovalutatissimo Boogie Nights (RECE) e un altro dei miei top di sempre, l'immenso Magnolia (RECE).

Insomma, 16 grandissimi titoli, magari cercatene o segnalatene altri.

I GRANDI FILM CHE NON HO ANCORA VISTO

Requiem for a dream


Siccome questa guida servirà a qualcuno per vedere cose nuove, ho pensato che potrebbe servire anche a me, mettendomi un secondo dalla vostra parte, quella di lettore dell'articolo.
Ormai tutti sanno che non ho ancora visto il primo Blade Runner.
Beh, è su Netflix, magari un modo per recuperare.
Ma c'è anche Requiem for a dream e, per stare più recenti, Mad Max e The Wolf of Wall Street. Insomma, in teoria non ho più scuse...
Per restare a titoli meno famosi ma molto riconosciuti (sempre tra quelli che non ho visto) abbiamo anche Okjia, Il Tredicesimo Piano (da anni lo punto), Predestination (che mi consigliano tutti) e l'ultimo dei Coen, La Ballata di Busters Scruggs.
Per fare una capatina negli Anime impossibile non citare Akira, altro cultissimo che ho mancato e Your Name che vedrete presto su questi canali (non recensito da me).
Finisco con un film odiato e amato da tantissimi (capolavoro o boiata), Under the Skin, e con il film "caso" dell'anno scorso, ovvero quello sulla vicenda Cucchi, Sulla mia pelle.

I BELLISSIMI DEGLI ANNI 2000

Eternal Sunshine of a spotless mind

Ecco, questa è forse la sezione più fornita e "divertente" di Netflix (e anche quella dove ho recensito quasi tutto, perderò DU ORE solo a mette i link...).
In realtà quasi tutti i filmissimi da vedere di questo secolo presenti su Netflix sono degli ultimi 10 anni, visto che ante 2008 c'è veramente poco.
Certo basterebbe solo The Eternal Sunshine of a Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello - RECE) a coprire un decennio :)
Imperdibile anche il supercult Donnie Darko (anche perchè ha lanciato uno degli attori più grandi di adesso, Gyllenhall).
Poi, almeno negli appunti che ho preso, sembra non ci sia più niente più fino al 2008.
E qui allora lasciamo perdere i riferimenti cronologici e andiamo a braccio.
Per togliermi subito di dosso il genere che frequento di meno vi consiglio qualcosa di leggero, per ridere un pò.
Specialmente due dei tre film della Trilogia del Cornetto, ovvero Hot Fuzz e La Fine del Mondo (RECE), davvero notevoli. 
Buffo che manchi il terzo tassello della Trilogia, L'Alba dei morti dementi, sostituito però alla grande dal suo "gemello" Benvenuti a Zombieland (RECE).
Abbiamo anche il bellissimo film francese Quasi Amici (RECE), commedia drammatica molto importante, forse rovinata dal troppo successo.

madre!

Se avete voglia di qualche gran thriller impossibile non segnalare Shutter Island (RECE), Lo Sciacallo (RECE), madre! (RECE), Argo (RECE) e l'ormai immancabile Contrattempo (RECE).
Scoprirete 5 modi diversissimi di trattare il genere, tra lo psicologico, il sociale, il metaforico, il politico e il giallo. 
Cinque film grandissimi tutti contraddistinti da atmosfere magistrali.

Per quanto riguarda i film italiani non troverete molto ma, qualora vi manchino, impossibile non dare una chance a due film molto simili (anche nel titolo) che raccontano vicende di malavita e degrado in due contesti molto diversi.
Sto parlando di Gomorra e Suburra (RECE).
A difendere i nostri colori da segnalare anche la notevole opera prima Mine (RECE), film particolarissimo con un finale per me da pelle d'oca.

District 9

Per quanto riguarda la fantascienza ci sono veramente dei film formidabili, gran parte del meglio degli anni 2000.
Partiamo con il meno visto ma ormai diventato cult, quel District 9 (RECE) che lanciò nel mondo Bloomkamp (che poi non si confermerà più a quei livelli).
Passando per il capolavorissimo di Nolan, ovvero Interstellar (RECE) (di Nolan non ho visto altro mi pare) arriviamo poi a due film che trattano la fantascienza in modo particolarissimo, quasi "laterale" e che mettono davanti tematiche e vicende molto più umane, sto parlando degli straordinari Her (RECE) e Mr Nobody (RECE), due film che hanno un grande spazio nel mio cuore.
Ma non finisce qua, abbiamo il grandissimo sequel Blade Runner 2049 (RECE), il thriller distopico/politico di Bong Snowpiercer (RECE) e quella cosa immensa nei cartoni che è Wall-E.
Anche qui, 7 titoli che, davvero, trattano la fantascienza in 7 modi completamente diversi.

Drive

Spaziando un pò per i generi scoviamo altri film straordinari.
Ad esempio uno dei film che ha aperto la polemica che ci accompagnerà questi anni, Netflix rovina i cinema?
Mi riferisco a Roma (RECE) di Cuaron.
Poi andiamo da quello che ad oggi è forse il capolavoro di Refn, Drive (RECE), passiamo per l'ultimo grande Inarritu, Birdman (RECE), aggiungiamo quella specie di thriller musicale che è Whiplash (RECE) per finire con un film che vi colpirà forte nel cuore, Room (RECE). Credo che anche questi 4 non hanno bisogno di presentazione, casomai cercate in rete (o leggete le recensioni).
Ricordando che è poi presente anche quello che, forse, è il più bel film di Eastwood degli anni 2000, ovvero Gran Torino (RECE) e un altro Inarritu impossibile da non vedere, Revenant (RECE), finiamo poi con l'horror.

The Neon Demon

Ecco, credo siano almeno 4 i grandi titoli da segnalare.
Il primo è il remake dei uno dei miei horror preferiti di sempre, ovvero La Casa (RECE).
Film che secondo me non racconta il Male come lo fece Raimi ma è bellissimo da vedere e ancora più cattivo.
Poi un titolo geniale, ovvero Quella casa nel bosco (RECE), perla che prende in giro tutti gli stereotipi dell'horror facendo cosa? essendo il più stereotipato di tutti.
C'è poi un horror atipico, il patinato, estetizzante e (apparentemente) vuoto The Neon Demon (ancora Refn) (RECE) e, per finire, uno dei titoli più importanti nel genere di questi ultimissimi anni, It Follows (RECE), bello, forse bellissimo, anche se io non mi strappo le vesta come altri.

I MENO CONOSCIUTI (ORIGINALI NETFLIX O DISTRIBUZIONE NETFLIX)

The Maus
Ed eccoci arrivati alla sezione forse più interessante ma delicata e rischiosa.
Perchè se nelle precedenti tre si parlava di grandissimi film più o meno riconosciuti da tutti qui si va da tutt'altra parte, ovvero in quelle produzioni Netflix (o produzioni vere e proprie o distribuzioni) che in pochi hanno visto e ancor meno hanno stimato.
Insomma, qui non troverete nè capolavori riconosciuti nè film oggettivamente bellissimi.
A me son piaciuti tutti, alcuni anche moltissimo, ma sta a voi rischiare la visione o no.
C'è da dire che in questa sezione troverete principalmente thriller (alcuni con qualche sconfinamento nell'horror) perchè io uso principalmente Netflix per questo, per i thriller.
Se seguirete i miei consigli sarete delusi più volte ma magari nel mucchio troverete qualche chicca.
Partiamo da altre due trasposizioni da Stephen King, di certo non epocali come Shining e Le ali della libertà ma una più che discreta, 1922 (RECE) e l'altra direi addirittura ottima, Il Gioco di Gerald (RECE), tratto dall'omonimo libro, uno dei più infilmabili del Re.
Una donna rimane incatenata a letto dopo che il compagno, in un gioco erotico, muore. Non c'è modo di liberarsi, l'unica via d'uscita è combattere con i demoni dei propri ricordi.
Il Gioco di Gerald è di Flanagan, regista che ha alternato grandi lavori ad altri davvero debolissimi per me (Somnia, Oculus, Ouija). 
E Flanagan ha addirittura due titoli in catalogo, i due suoi migliori. 
Oltre a Gerald infatti è presente Il Terrore del Silenzio (Hush - RECE), film con praticamente due soli attori, una donna sordomuta e qualcuno che la tormenterà dentro la sua stessa casa, home invasion atipico se ce n'è uno.
Uno dei titoli più recenti è sicuramente The Perfection (RECE), molto criticato (lo capisco, film troppo pop e patinato) ma che nasconde una grandissima metafora al suo interno ed è tutt'altro che banale.
Di certo sono davvero chicche quasi imperdibili due film che, in qualche modo, vedono un bosco come protagonista, ovvero The Maus (RECE), film davvero bellissimo che gioca con i generi per raccontare gli orrori della guerra serbo/croata e Calibre (RECE) drammatico/thriller britannico su due ragazzi che commettono "per sbaglio" un omicidio e vivono poi con l'ossessione di essere scoperti.
Ma, guarda caso, il bosco è protagonista anche de Il Rituale (RECE), "horror" suggestivo e d'atmosfera, molto già visto sì, ma girato alla grande e con un finale davvero delirante.

Good Time
Siamo quasi alla fine di questo estenuante post (estenuante per me per il lavoro che c'è dietro, non certo per voi che in 3 minuti basta che vi leggiate tutti i titoli in rosso e festa finita...).
Prima con The Maus avevo parlato di thriller metafora degli orrori di guerra. Ecco, praticamente dello stesso sottogenere è lo splendido L'Ombra della paura (Under the Shadow - RECE), horror iraniano elegantissimo e simbolico, davvero una perla.
E restando in Medioriente un'altra perla è il cartone Sotto il Burqa (The Breadwinner - RECE), splendido animazione che racconta con forza e infinita grazia la condizione della donna in Afghanistan.
Ricordando anche il bellissimo documentario Jim & Andy (RECE), doc che racconta come Jim Carrey preparò il suo ruolo nel magnifico Man on the moon, e segnalando anche il vituperato Annientamento (RECE), uno dei titoli più discussi della piattaforma ma da me molto amato, finiamo con i titoli più "strani", oggetti filmici poco codificabili.
Partiamo da The Incident (RECE), affascinantissimo e complesso film di paradossi temporali che spremerà e stimolerà i vostri neuroni come pochi altri. A quel punto dovreste vedere anche I Simili (io non l'ho ancora fatto), opera dello stesso regista e, credo, legata all'altra e sempre presente in catalogo.
Davvero stupendo è poi Good Time (RECE) dei fratelli Safdie, un film in unità di tempo, adrenalinico come pochi, ritmo indiavolato, fotografia mostruosa e un Pattinson indimenticabile in una storia di rapine e fratelli.
C'è poi il "coeniano" I don't feel at home in this world anymore (RECE), opera prima alla regia dell'attore feticcio di Saulnier, Macon Blair.
Un film divertente, malinconico, strampalato ma che ha anche un grande cuore dentro, specie grazie al suo bellissimo personaggio principale.
E chiudo con il film più indecifrabile di tutti, Time Share (Tiempo Compartido - RECE), opera raffinata, una specie di commedia nera che non sai dove vuole andare a parare e il modo con cui sceglie per farlo. Ma notevole davvero, e splendida riflessione sull'intimità del dolore e sulle follie correttive.

E VOI, COSA CONSIGLIATE DENTRO NETFLIX?

VI ASPETTO NEI COMMENTI

2.10.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 13 - C'era una volta Sergio Leone - di Edoardo Romanella


Puntata un pò anomala e off topic della rubrica di Edoardo.
Una riflessione su tutta la filmografia di Sergio Leone
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Ho deciso di scrivere questo articolo non con l’intento di raccontare una biografia sulla vita del grande regista, ma con l’intenzione di celebrare il suo genio cinematografico e mostrare quanto realmente sia stato importante per la settima arte. Quindi non leggerete nulla riguardo la sua infanzia, la sua famiglia, o la sua gavetta come assistente, solo e unicamente sulla sua opera.

Il primo film risale al 1961, ed è Il colosso di Rodi, film realizzato con un budget molto ridotto, che in sostanza narra la storia tra due amanti, un viaggiatore e la figlia del re di Rodi. E’ l’unico tra i suoi film (a mio avviso) a non essere un capolavoro (sette film totali, sei capolavori, dei quali quattro western, uno sulla Rivoluzione Messicana e uno sulla storia americana nel periodo del proibizionismo). Rappresenta in parole povere il suo esordio, un breve riscaldamento come preludio alla manifestazione del suo vero genio.
Due anni dopo fu convinto da un amico ad andare al cinema a vedere un film capolavoro di Akira Kurosawa: La sfida del Samurai, e ne rimase molto colpito, tant’è che si mise subito a scrivere una sceneggiatura, un “remake stile western” per così dire. Una volta terminata, andò in cerca di un produttore che accettasse il finanziamento.
Una volta trovati i produttori, questi ultimi gli assicurarono di avere l’ok a girare da parte di Kurosawa: poterono iniziare le riprese di quello che oggi conosciamo come Per un pugno di dollari, il primo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro.
E’ una storia di guerra tra due famiglie in una cittadina del New Mexico, nella quale arriva un misterioso pistolero, Joe, che prenderà le parti di una di esse (vista la poca moralità dell’altra), e porrà fine alla lotta.

Alla sua uscita il successo è immediato, da subito il pubblico lo percepisce come un western atipico, anni luce avanti ai prodotti americani (nonostante lo abbia girato con lo pseudonimo di Bob Robertson), e sbanca al botteghino. Da qui iniziano le collaborazioni con i grandi attori, da qui iniziano le grandi interpretazioni, come quella di Gian Maria Volontè (nella parte di Ramon) e di Clint Eastwood (nella parte di Joe). Peccato solo che i produttori non avevano ancora stilato un accordo col regista giapponese. Così, quando Kurosawa seppe della pellicola (che in breve tempo era diventata un cult a livello mondiale) citò Leone in tribunale. Come prevedibile vinse la causa e ottenne un cospicuo risarcimento.

Fu così che Sergio Leone stabilì il punto di non ritorno, il punto in cui si inizia a capire l’essenza più profonda della settima arte e da cui attingeranno tutti i registi (successivi e non). E’ il primo esempio di “potere dell’immagine”, di quelle inquadrature simmetriche e oniriche che senza i dialoghi parlerebbero da sole.



(L’inquadratura che segnerà la svolta nella storia del cinema)


Sarebbe riduttivo però dire che questo film si sofferma solo sulla bellezza estetica e sulle inquadrature rivoluzionarie, sull’azione e su qualche frase a effetto (“Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto”).

30.9.19

Recensione: "Burning"


Il fatto di avere aspettative altissime - credevo di trovarmi davanti uno dei migliori film del'anno - mi ha un pochino bloccato.
Specie perchè nel primo tempo Burning mi sembrava una storia troppo semplice e banale, di quelle che abbiamo visto anche troppe volte.
Eppure qualche piccolo elemento faceva presagire a quello che sarà nel secondo tempo, secondo tempo in cui Burning diventa una specie di thriller-noir etereo e misterioso, tutto basato sul vero e il falso, sull'immaginazione e il reale.
E anche la regia in questo secondo tempo salirà a livelli altissimi, regalandoci 3-4 sequenze da pelle d'oca.
Ma di cosa parla questo film tratto dall'immenso Murakami?
Io, al solito, ho provato a dire la mia

Me l'avevano un pò descritto come uno dei film dell'anno e, forse per questo, non nascondo un pizzico di delusione.
Ma, attenzione, il pizzico di delusione è nel "totale" perchè nel secondo tempo, quando questa strana e anche banalotta storia d'amore acerbo diventa altro, ossia un thriller magnifico, etereo, che gioca col vero e il falso, il reale e l'immaginato, ecco, questa seconda parte l'ho davvero adorata.
E fa diventare Burning uno di quei film che puoi stare ore con gli amici a parlarne, a provare a interpretarlo. 
Come al solito butterò qualche impressione mia e solo mia, convinto come non mai che alcune cose sono solo mie seghe mentali :)


Un ragazzo cammina per strada a Seul. Entra in un megastore, poi esce e conosce una ragazza-immagine che sta là fuori per una specie di Ruota della Fortuna.
Si conoscono, lui le regala l'orologio rosa che ha vinto alla stessa ruota (e, attenzione, pare quasi che lei abbia scelto lui per farlo vincere), poi escono una sera insieme, lei gli dice del suo progetto di andare in Africa e se, nel frattempo, lui può occuparsi del suo gatto, vanno a casa sua, fanno l'amore, lei parte.
Tutto è molto naturale, immediato, semplice, come naturali, immediati e semplici paion questi due personaggi, due ragazzi dall'incredibile candore (anche se lei nasconde una parte nera e, forse, depressa) che sanno ancora sbalordirsi delle piccole cose.
Nella casa di lei, che poi è solo una stanza, non arriva la luce, se non di riflesso 10 secondi al giorno, quando questa "colpisce" la Torre di Seul e poi, appunto, finisce nella stanza di lei.
Questo accade proprio mentre i due fanno l'amore, pare una coincidenza ma sarà solo una delle piccole stranezze e magie di un film basato tutto sui minimi dettagli.
Bellissimo, a proposito, quel suo masturbarsi guardando la Torre di Seul, come a ricordare quell'attimo magico in cui la luce, metaforicamente e non, entrò nella sua vita mentre faceva sesso con lei.
E' uno dei primi accenni in cui si fa forte il tema del Ricordo, decisivo in Burning.
Lei in Africa conosce un altro ragazzo e, quando i due tornano, si forma così un trio di amici/amanti.