| Addio letto mio. |
Questo post è importante per me, non credo per voi.
Però ecco, qualcuno che lo leggerà tutto magari lo troverà stimolante in alcuni passaggi e magari anche interessante.
In realtà potete saltarlo tutto e andare direttamente alla parte in neretto, l'unica che conta.
E ho immaginato un viso terribilmente sfiancato da 4 giorni durissimi, i capelli che, per quanto sudati, saranno stati appiccicati e all'apparenza radi e il mio corpo, grottesco e quasi penoso appendiabiti umano, asimmetrico persino (avevo tutto a destra) dove erano attaccati cateteri, due drenaggi, busta di urina, busta di sangue, tubicino dalla schiena per l'epidurale, altri tubicini per vari accessi venosi qua e là e una maschera dell'ossigeno come firma finale.
Ve le metto qua ma prima prendete fiato per 10 secondi perchè passare dalla mia modesta scrittura alla Scrittura potrebbe farvi avere un mancamento.
Eppure in quei momenti ho proprio ricordato questo passaggio di Gadda: "Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità".
Non potevo che fare piccoli gesti, un indice che mette un capello davanti la fronte e poco altro) per dare dignità a quel corpo che immaginavo fossi diventato.
Il quinto giorno sono riusciti a mettermi seduto davanti allo specchio del lavandino.
Ho chiesto d'esser lasciato solo, malgrado il tremendo affanno.
Ho alzato il viso e tutto quello che mi ero immaginato era lì, tipo incubo del senzatetto in Mulholland Drive, era esattamente identico a come lo avevo immaginato.
Eppure è successo qualcosa di imprevedibile. Non mi sono spaventato, non mi sono vergognato, non mi sono "fatto schifo", ma ho sentito di volermi bene.
Quell'immagine era la sola possibile conseguenza dei 4 giorni precedenti, forse di tutti i 2 mesi precedenti.
A differenza delle righe di Gadda e della signora che ne è protagonista, ecco, ho sentito che io invece potevo riuscirci, potevo dire: Io.
Poi ho preso shampoo e sapone.
Avevo un gran bisogno di lavorare e quindi ho accettato un lavoro in una gigantesca ditta di carico/scarico/invio pacchi, ditta di cui non farò il nome perchè è talmente vergognoso quello che ho visto in sole 3 ore che meglio dimenticarli (anche se tutto quello che accadrà, a pensarci, è "merito" loro, gli devo la vita).
Pensavo di avere a che fare con piccoli pacchi o medi e invece alle 5 di mattina mi ritrovo a caricare pneaumatici, televisori LCD larghi un metro e mezzo, batterie della macchine e altre cosucce da 25 kg, in un camion.
Dopo 2 ore e mezzo sento il cuore che mi scoppia.
Mi licenzio ed esco.
Ho la pressione oltre i 240.
Mi portano all'ospedale.
La pressione è sempre lì, tanto che pensano ci sia un errore.
Comunque poco tempo e si migliora.
Mi fanno un'ecografia e poi, in 2 minuti d'orologio, mi vedo caricato, in jeans e giubbetto, in una barella.
Tac, dicono.
Ok, ma perchè correte, perchè l'infermiera che mi porta (poteva starci attenta) mi dice "codice rosso".
5 minuti prima ero comunque sorridente e sereno per un infarto salvato, 5 minuti dopo mi ritrovo dentro un sarcofago che mi parla, in codice rosso.
Finisce, vengono tutti da me.
Sorridono.
"Va tutto bene" dicono "è tutto perfetto."
"Ma perchè mi avete portato di corsa in codice rosso?"
"Ci era sembrato di vedere l'aorta dissecata. Ma era solo un'immagine letta male"
Torno di sopra.
Che bello, non solo mi sento bene ma ho il cuore perfetto.
Solo che, mi dicono, c'è un probabilissimo tumore ai reni (rilevato approfittando della Tac).
Chiudo gli occhi e ricordo di non aver parlato con nessuno per tanti minuti, sentivo solo le lacrime.
Di certo la situazione non è migliorata quando mi è stato detto che, probabilmente, ce n'era anche un altro, al polmone.
Due.
Ti svegli la mattina alle 4 (ovviamente era il primo giorno di lavoro) per movimentare pacchetti e poi ti ritrovi a caricare pneumatici ed avere 2 tumori in 3 ore.
Intermezzo, qualsiasi secondo vogliate
Quante volte abbiamo chiamato Eroi o Esempi quelle persone che hanno lottato contro i tumori, sia vincendo che perdendo la battaglia?
Ecco, lo dico da subito, se c'è una scala da 1 a 10 degli Eroi contro i tumori io sono a livello 2.
O, toccandosi di nuovo ai piani bassi, quantomeno a prenderli dai.
Riuscendoci.
Ed è stato anche "facile".
"Peppe ma come fai a stare così tranquillo?"
"Semplice, perchè ho trovato un lavoro terribile, perchè dopo 2 ore mi sono sentito male, perchè ci sono finito all'ospedale, perchè per errore mi hanno fatto una tac non dovuta e perchè ho così scoperto due tumori che forse mi avrebbero ucciso. Presi presto o molto presto.
Togli solo un elemento, uno qualsiasi, dalla sequenza qua sopra e io non li avrei scoperti.
Come faccio a non essere felice?"
(((Ah, comunque ho scritto l'intermezzo solo per immaginare un mini-Gentile con un minicasco e il suo barbone bianco che non ci entra dentro.)))
C'era un bellissimo docufilm che raccontava la storia (abbastanza famosa, peraltro) di 2 alpinisti, rimasto uno sospeso nel vuoto e l'altro, legato a lui, che si vide costretto a tagliare la corda- mandandolo a morte certa - per sopravvivere lui stesso.
Sono quasi sicuro che quel film sia "Touching the void" ("toccando il "vuoto"), seconda citazione che faccio oggi dopo Gadda e secondo titolo incredibile, così ibrido tra un doppio senso, un ossimoro e una sinestesia.
Notevole, per una volta, anche il titolo italiano, "La morte sospesa".
Ora, mi spiego meglio, il film di cui ho scritto questa breve sinossi è sicuramente questo ma non sono sicuro se la scena che mi interessa citare sia tratta da lui o da un altro film sullo stesso argomento (Alpinismo e Morte).
Ad un certo punto entra nella sua testa una melodia, una stupidissima canzoncina che, se non ricordo male, aveva sentito nell'infanzia.
Non esce. Può anche scacciarla via, può provare a pensare ad altro ma quella canzoncina lo tormenta per ore ed ore, forse giorni, mentre lui ride impazzito.
Mi è successa esattamente la stessa cosa, anche se per un motivo molto diverso, lui un corpo ormai prossimo alla morte in una situazione ormai estrema e senza più speranze, io solo per un dolore terribile e persistente che non riusciva ad andarsene (malgrado la morfina, la grande protagonista di questo racconto, sia in presenza che in assenza).
E' il 1989, ho soli 12 anni e un giovanissimo Jovanotti (scusate la brutta allitterazione) canta un brano terribile, No Vasco.
E' un brano dal testo ai confini dell'internamento psichiatrico, senza appeal, stupido ma, inspiegabilmente, di successo.
Non ricordo se il me 12enne riusciva quantomeno a non tapparsi le orecchie nel sentirlo ma sta di fatto che per i successivi 36 anni io non l'ho mai riascoltato, mai cantato nè mai mi ci sono di nuovo imbattuto.
No Vasco no Vasco, io non ci casco
per quelli che la notte ritornano alle 3
No Vasco no Vasco io non ci casco
per quelli come te, per quelli come me
E' impossibile per me calcolare il tempo in cui No Vasco è stata nella mia testa ma non vado lontano se dico 2 giorni. Ok, ovviamente con moltissime pause (ad esempio tutte quelle dove interagivo con qualcuno) ma parliamo di centinaia di volte.
A rendere tutto ancora più incredibile è che, piano piano, l'intero testo, non solo il ritornello, sono cominciati a comparire, specie quell'odioso e incomprensibile
"Ma questa sera Vasco non c'èèèèè
chissà perchè fratello, ce l'hai con me"
Si dice che una volta che si passa una cosa brutta poi, se finisce bene, rimani legato in qualche modo anche a piccoli aspetti "negativi" di quel periodo, di quella cosa, di quel percorso di difficoltà o sofferenza.
Io no, per me No Vasco sarà la mia canzoncina odiata per eccellenza.
Ma questa è solo la prima delle 3 esperienze "mistiche" che ho avuto per colpa di dolore, morfina e successiva interruzione della stessa.
Arriveranno.
Una persona simpatica, nel senso di divertente, piacevole.
E quasi tutti gli infermieri della toracica di Siena sono simpatici.
In realtà simpatia etimologicamente significa altro, significa una capacità di compassione per l'altro, di vicinanza, di saper soffrire con lui.
L'attenzione, la passione, la vicinanza, il calore che Infermieri e OSS hanno con i pazienti è straordinaria e, spesso, anche parte della cura.
Una santabarbara di "caro", tesoro", "amore", tutti termini che è vero che usano con tutti ma, anche se lo sai, non ti sembrano mai finti, affettati, ipocriti.
E che ti fanno stare tanto meglio.
Tra l'altro ragazzi giovani, a volte giovanissimi, sempre sorridenti e appassionati.
Quindi grazie a tutti ragazzi, per la vostra simpatia e per la vostra sympathia, per la vostra professionalità, attenzione, dolcezza e capacità di non farci sentire mai un peso.
Cito due nomi ma potrei farne 20.
Uno è Claudio, infermiere che sembra nato per fare quello che fa, tanto perfetto che l'avrei scritto così.
L'altra è Mara, terribile cane da tartufo (cucù!, ancora tremo) nel trovare, anche solo per 30 secondi, due visitatori in stanza invece del massimo 1 consentito, ma poi con i pazienti infermiera di grandissima dolcezza e professionalità.
Ma, ecco, se qualcuno commenterà qui nel blog sarà bello, perchè in qualche modo resterà.
Siena, non la mia Perugia.
Perchè?
Perchè solo a Siena potevo fare i due interventi entrambi in robotica (robot, vero, ma sempre con due fenomeni che lo muovono al millimetro).
Perchè solo a Siena potevo farne 2 in 1, e visto il post operatorio che ho avuto immaginarmi a sostenere due operazioni invece che una soltanto mi fa tremare.
E perchè a guidare quel robot c'erano, appunto, questi 2 qua.
Siena per la robotica chirurgica se non è l'apripista in Italia poco ci manca.
Questo mio intervento - doppio senza soluzione di continuità rene e polmone - proprio qui per la prima volta è stato fatto 6 anni fa, trovate tutto online.
Per un infermiere di lungo corso io ero solo il "secondo" caso di questo tipo, chissà se è vero.
Addirittura ho letto di prime volte mondiali a Siena riguardo la robotica chirurgica.
Comunque smancerie finite, l'intervento è stato un vero capolavoro tecnico e umano, è andata come meglio non poteva andare.
Vi devo una cena professori.
O fuori o cucino io. Non accetto cucini Gentile, ho paura della barba lunga.
Vedo gente che si infila mascherine, berretti verdi, che ride e scherza.
A me ha accompagnato Stefania, infermiera in veste di Angelo (non era nemmeno di turno, ha scelto lei di accompagnarmi) che mi spiega passo passo tutto quello che sta accadendo, che devo star tranquillo, che andrà tutto bene.
Poi arriva l'anestesista (grazie per il suo lavoro dottore) e inizia ad elencarmi tutti i buchi che mi faranno.
Mi sembra un elenco lunghissimo che smetto di ascoltare sin da subito.
"Dottore, mi sento un pò agitato"
"Va bene, ci addormentiamo allora"
Questo, all'incirca, è l'ultima cosa che ricordo prima del nero.
Stefania mi dirà poi che c'è stato invece un conteggio, un conteggio che io dovevo fare fino a 10. Dice che ho contato fino a 6.
1
Ma sarà che era comunque tanta, che il mio corpo non ha mai assunto "droghe" in vita sua o una serie di concause, quello che mi accadrà nei giorni seguenti ha, per me, dell'incredibile.
Ovviamente quando la morfina riusciva a superare la soglia del dolore (a volte nemmeno bastava) poi dormivo ore ed ore, continuamente.
Ma è durante la veglia che mi accadeva qualcosa di incredibile e, per me, esperienziale.
Il nero non esisteva più.
Chiudete gli occhi, vedrete nero.
Io no. Durante il giorno (o comunque da sveglio insomma) ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo immagini, e lucenti anche. Immagini perlopiù fisse, simboli, oggetti, ideogrammi. A volte anche volti.
Mi bastava chiudere gli occhi e vedere tutto. Incredibilmente affascinante, vero, ma anche spossante. Il nero ti riposa, ti dà quiete (chiudevo gli occhi apposta per averla quella quiete).
E invece niente.
A volte tutto era così nitido e reale che solo riaprendo gli occhi capivo che quell'immagine non era la realtà (che alla fine era sempre vedere soffitta e mura di camera).
Quello che rende tutto per me ancora più incredibile, e che sembra quasi dare "scientificità" ad una cosa che è esattamente opposta alla scienza (o almeno apparentemente) è il caso dell'Aerosol.
L'ho fatto 3 volte in quei 2 giorni.
Ad occhi aperti ovviamente vedevo la mascherina e la stanza, appena li chiudevo una cosa stranissima, una specie di schermo nero pieno di punti e linee in incredibile HD, a metà tra codici binari e linguaggio Morse.
Il bello è che - e qui l'incredibile che vi dicevo - in tutti e 3 gli Aerosol, anche a distanza di 20 ore l'uno dall'altro, chiudendo gli occhi, avevo la stessa immagine, quella.
Come se allora queste mie "visioni" in veglia potessero avere un'assurda logica, come se - ad esempio - l'immagine "nascosta" dell'Areosol, quella che percepivo NON vedendolo (ad occhi chiusi) fosse in realtà indiscutibilmente e sempre quella, perchè quella E'.
Poi risolto il problema del dolore, stop morfina.
E questo ha portato ad un altro trip, molto meno affascinante per me e più inquietante.
Non ho dormito un singolo minuto nelle ultime 3 notti in ospedale (e nemmeno nella prima a casa).
La prima notte chiudevo gli occhi e tempo 3 secondi cominciavo a parlare da solo, ridere e poi riaprire subito gli occhi.
Riaprendoli apparivano figure, ombre (anche umane, le prime 3-4 volte mi hanno terrorizzato), oppure simboli o altro.
Per 8 ore lo stesso schema, io che chiudo gli occhi, il corpo che mi sveglia subito, io che parlo e rido, io che vedo cose.
Il secondo giorno tutto uguale ma senza più risate e soliloqui (meno male che il giorno precedente non avevo compagni di stanza).
Il terzo giorno "semplicemente" l'impossibilità di dormire. Niente, non riuscivo nemmeno a brevi secondi. Ma senza più visioni o altro, un "sereno" aspettare la mattina ad occhi aperti.
E' incredibile come in soli 3 secondi di chiusura degli occhi ho avuto minisogni con una storia compiuta.
Quello che ricordo con più ilarità (tanto che lo appuntai subito) riguardava un regista che mi proponeva di fare l'attore in un biopic su mia madre (!!!???).
Per vacche ovviamente intendo le mucche, speravo che quel "agricolo" bastasse per capirlo.
In ogni caso quelle prime 8 ore tra risate e mostri a fianco del letto non la dimenticherò mai.
E dai, almeno so cosa si prova.
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E' ovvio dirvi che se a 48 anni, in salute perfetta, scopro per caso di due tumori le possibilità che anche tantissimi di voi ne abbiano uno, anche in fasi avanzate, è alta.
Il tumore non è una malattia di nicchia, tutt'altro, noi maschietti ad esempio ne avremo uno prima di morire con una possibilità del 50%, UNO OGNI DUE PERSONE.
E' impossibile pretendere un controllo continuo, è insostenibile per la stessa macchina-sanità e stressante per noi.
E poi è comunque fortuna, magari ti controlli 6 mesi prima che arriva o magari 1 anno dopo che ormai è quasi troppo tardi.
Inutile vivere col terrore, è anche molto questione di destino.
Quello che voglio dire, quello che la mia esperienza mi ha insegnato e quello che quindi voglio far passare è, semplicemente, quello di volervi bene, di fare senza affanni o terrore qualche controllo ogni tanto, di non dare niente per scontato (io stavo BENISSIMO) perchè i numeri sono altissimi, impossibile ignorarli.
Se su 1000 che leggeranno questo post 100 faranno un sereno controllo, e se su questi 100 in 10 scopriranno qualcosa e, con "facilità", la toglieranno allora queste righe saranno servite a qualcosa.
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Non è mai stato un inno alla vita (ma lo è), un testo motivazionale, un trasmettitore di valori, niente.
Di post sul cancro di questo tipo ce ne sono centinaia.
Io ho voluto solo "raccontare", perchè questi 8 giorni mi hanno stimolato mille cose. E spero che anche solo pochi di voi trovino in queste righe quegli stimoli.
Eppure non posso non citare velocemente qualcosa sull'appena dopo, quello che accade dal secondo 1 dall'uscita dall'ospedale in poi.
Tutto quello che è praticamente sempre lì, fermo, immutabile ed inutile.
Eppure case, bidoni, negozi e fabbriche, essendo cose non senzienti, non lo sanno che dall'altra parte, chi li vede, li vede in tante maniere diverse.
Per qualcuno tutte quelle cose ai lati della strada significano "casa", per altri ricordi, per altri routine, per altri squallore, per altri brevissimi momenti di curiosità, per altri pigra indifferenza.
Mi piacerebbe che la notte che sono andato via, come un Toy Story, quelle case, fabbriche, colline e bidoni della spazzatura si animassero.
Ma uno che li ha addirittura "guardati", uno ad uno.
Poi la prima pizza in macchina, l'arrivo a casa, la partita (terribile della Juventus) vista con amici e fratelli.
E da lì tutti i milioni di secondi che ancora vivrò.
"Oddio cosa succede, non l'abbiamo più fatta?"
"Giuseppe, è andata benissimo, svegliati"
Un momento assoluto che può capire solo chi l'ha vissuto o lo vivrà.
Mi sveglio ed era già tutto finito, tutto.
10 ore in sala operatoria, altre 4 tenuto addormentato, 14 ore.
Quando ci svegliamo dopo aver dormito, anche tantissime ore, ci rendiamo conto di averlo fatto, dormito dico, ci ricordiamo sogni, ci ricordiamo piccoli risvegli, magari anche il minuscolo momento in cui abbiamo cambiato posizione.
Qua no, qua non c'è NULLA.
14 ore prima Giuseppe ha contato fino a 6, adesso potrebbe dire serenamente 7 giurando che è davvero passato un solo secondo.
E' sicuramente la cosa più vicina al nascere che abbia mai provato.
Con l'unica differenza che al posto del pianto del neonato io la prima cosa che ho fatto è chiedere come fosse andata l'individuale di Biathlon d Giacomel del giorno precedente.
Il giorno precedente, ovvero il giorno che non ho mai vissuto nè percepito.
Eppure lo stesso giorno in cui qualcuno mi ha guarito, il giorno che io chiamerò sempre tra il 6 e il 7.
E' vero, capita sempre che durante un film io percepisco una cosa che devo scrivere, e capita anche di formulare pensieri tra la fine del film e l'inizio della scrittura.
Dei punti fermi, insomma, ce l'ho, malgrado poi la scrittura istintuale è sempre almeno il 70% del totale.
Questo post no, questo post è maturato in quei giorni di ospedale, nitido e pensato.
Avevo in testa l'80% di quello che avrei scritto oggi, appuntato o non.
Ma, insomma, di istinto ce n'è pochissimo, la scrittura è lucida e "già pronta" da prima.
Eppure non ho mai pensato ad un finale.
Me ne sono venuti in mente tanti, alcuni emozionali, altri magari incisivi come scrittura, altri ironici, altri motivazionali.
Poi sul palco come candidato per un finale è salito uno sgorbietto, un essere piccolo, storto, vestito male e claudicante.
Arriva al centro del palco e io rido con i miei collaboratori (apparsi con la morfina probabilmente), quasi schernendolo.
"Come ti chiami"
"Barzelletta di Siri"
"Che nome strano. Perchè sei qui?"
"Perchè sono il tuo finale"
rido
"Non dire altro" gli dico "la parte è tua"
Vicino ho il cellulare appoggiato, ancora non mi sono mai alzato in 4 giorni.
(a proposito, questi 8 giorni non ho mai praticamente usato il cellulare, sono indietro di decine di chat e messaggi. E' stata un'ondata di affetto indescrivibile, ma mi ci vuol tempo per recuperare le cose e ho sentito che il cellulare poteva aspettare).
Ad un certo punto dico.
"Ehi Siri"
"Sì?"
"Raccontami una barzelletta"
"Cosa dice un'onda quando è triste?
Sono a-mareggiata"
Poi sento arrivare le lacrime.
Oppure dovute al dolore al torace (ridere lo causava).
Un significato che sento di capire ma che, ve lo giuro, non riesco a spiegare.
Ecco, senso è il nome più giusto.
Perchè, non lo so, ma percepisco che abbia qualcosina in comune con quello più importante, quello con la s maiuscola.
Quello dell'Esistenza.











