20.2.24

Recensione : "Past Lives" - Passeggiate, il cinema della poesia - 25 - di Roberto Flauto

 

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Credo che Past Lives possa essere un film molto bello e anche nelle mie corde.
Ma siccome sono uno stronzo che ancora manco Lanthimos è andato a vedere (e quello rimane al momento la priorità) sono contento che l'amico Roberto l'abbia visto e mi abbia mandato una recensione da pubblicare, recensione che, col suo solito stile poetico, renderà sicuramente merito al film.
Buona lettura!
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Una storia d'amore, una storia dell'amore.
Mai sbocciato, sempre in fiore.
Mai nato, sempre esistito.
Che attraversa il tempo.
Che è tutto e ovunque.
Benché la distanza.
Malgrado la vita.
Nonostante noi.
 
 
 
Tutto ciò che è separato è in un certo qual modo è inseparabile. E lo verifichiamo sempre, senza rendercene conto, nello spessore umano della nostra realtà sociale. Allorquando in seno a una società si considerano gli individui, questi ultimi appaiono manifestamente separati gli uni dagli altri; ma se si cambia prospettiva, se si passa dall’individuo alla società, i detti individui sembrano allora delle appendici inseparabili in seno all’organizzazione sociale. È ugualmente il paradosso dell’individuo e della specie: la nozione di specie è una nozione di continuità attraverso la riproduzione, attraverso il DNA; ma ogni individuo è ben nettamente separato da ogni altro individuo anche e soprattutto nel tempo. In altre parole, tutto ciò che è separato è al tempo stesso inseparabile. Che paradosso! Non si può considerare di conseguenza che tutto è nel tempo ma che tutto ciò che è nel tempo è nello stesso tempo in un al di là o in un al di qua del tempo?

(E. Morin in un dialogo con M. Cassé)


E io e te e tutte le vite per tutta la vita. Provo a distruggere tutto, ma ricordo ogni cosa. Tutto è in frantumi e alla deriva. Una conchiglia del mesozoico. Una penna a sfera. Un gatto che passeggia sui tetti (è notte e piove e buio). Il processo di costruzione dell’attimo in cui. C’è qualcosa – c’è tutto – di poetico e spaventoso in ciò che accade, che siamo, che pensiamo, che guardandoci negli occhi forse allora posso non morire. Qualcosa di incredibilmente primordiale e potente, eterno e sempre nuovo. Come quando piangi e io invento mille storie per trovare casa alle tue lacrime. Come quando mi sveglio all’alba per poterti telefonare. Come quando da bambini eravamo i padroni dell’universo. Davvero, ricordo ogni cosa, anche se provo a distruggere tutto. Penso alla storia d’amore tra un bruco e una sequoia. Un insetto destinato a restare tale soltanto per pochissimo tempo e un albero secolare. La distruzione è genesi, almeno in senso poetico – e non ne esistono altri. Se ne può desumere che l’assenza è la misura di tutte le cose. Il bruco amerà ancora la sequoia quando sarà diventato farfalla, quando potrà finalmente volare e non sarà più condannato a strisciare? Lo zero, infatti, è pur sempre un più e un meno addizionati. La sequoia amerà ancora quel bruco diventato farfalla anche se consapevole del fatto che vivrà trecento anni dopo la sua morte? Il più e il meno, come luce e oscurità, come materia e antimateria, come tutto ciò che permette all’altro di riconoscersi, e tutti insieme diventano bianco (somma di colori) e nero (colori invisibili). Un animale che vive pochi giorni e un albero che vive centinaia di anni. Luminosa oscurità e oscura luminosità: dall’alba dei templi che edifico per adorare te alla distruzione totale e quindi un nuovo big bang. Come possono amarsi? Dove conduce tutto questo? Qual è il senso? Che cos’è che sento nel cuore che fino a ieri non c’era? E tu davvero non tornerai? Puoi vincerlo anche qui il Premio Nobel, o il Pulitzer, o il premio per il sorriso più bello. Ma sì, certo, lo so che devi andare e sono veramente felice che tu segua i tuoi sogni. Allora perché piango? Sento l’universo espandersi, lo sento vibrare. Tutto si agita dentro di noi, sotto ottomila strati di esistenze che siamo noi: e io e te e tutte le vite per tutta la vita. Perché mi hai detto addio, perché ti ho detto addio, perché non lo sappiamo, perché poi ti cerco per dodici anni e poi altri dodici e poi tutta la vita e poi per sempre e poi ancora: perché In-Yeon. E allora l’esplosione creatrice: big bang dritto al cuore. E allora è genesi, e allora è assassinio. Come ogni nascita, come ogni morte. Tutto ciò che esiste, compreso l’inesistente, esiste, e inesiste, solo per noi (perché siamo noi, noi siamo tutto, tutto è noi). Noi eravamo presenti, quando l’universo è sbocciato. Tutti gli atomi dell’universo si sono uniti, in una danza sfrenata e folle, in un unico, minuscolo puntino, che poi è esploso. I miei atomi e i tuoi atomi erano lì, erano sicuramente insieme. Con gli atomi delle stelle, dei pianeti, dei fili d’erba, delle pagine dei libri, del gatto che continua a passeggiare sui tetti (è sempre notte e piove e buio). Quella volta che ho lavato i denti con il tuo spazzolino. Quando abbiamo aspettato l’alba su una panchina, e speravamo non arrivasse mai. Quando passeggiavamo insieme tornando da scuola. I cieli sconfinati dei tuoi occhi verdi in tempesta. Davvero, com’è possibile tutto ciò? Sento le cose esplodere in continuazione dentro di me. Voglio andare a passeggiare sui tetti anche io. Come quel gatto. Come quell’eroe dei fumetti con la faccia da scimmia. Io penso questo: la felicità e la disperazione sono sorelle, non si lasciano mai. Una delle due dice: «a volte vorrei essere proprio come te». E l’altra: «anche io». Ci conosciamo da sempre, io e te. I miei atomi si sono uniti ai tuoi un’infinità di volte in miliardi di anni. Eravamo procarioti autotrofi che senza corpo danzavano nelle profondità di un oceano nero, nerissimo. Abbiamo visto le nostre cellule moltiplicarsi, abbiamo cominciato a respirare. Siamo diventati artropodi, vertebrati, abbiamo conquistato la terraferma attraverso una sconfinata serie di radiazioni adattative. Siamo stati plesiosauri e foglie d’erba, vento forsennato e bollenti raggi di sole; abbiamo attraversato ere geologiche e ci siamo estinti e siamo risorti continuamente. Siamo diventanti i padroni del pianeta come mammiferi. Siamo diventati fiori, piante, forme sempre più complesse di organizzazione biologica, abbiamo cominciato a volare, siamo stati in cima agli alberi più alti, scalato le montagne, ascoltato il frastuono dei vulcani che eruttavano. Siamo stati animali frugivoro-insettivori, abbiamo visto mutare il nostro corpo, abbiamo preso ogni cosa, siamo diventati ogni cosa, siamo diventati tupaie, dermotteri, euarconti, primati. Abbiamo modificato l’ambiente e lo abbiamo reso vivo e vissuto, perché noi siamo vita. Abbiamo cominciato a cercare e a cercarci, a diventare e a diventarci. Abbiamo guardato sotto i sassi e non abbiamo trovato niente: è il progresso. Ci siamo guardati per la prima volta in un riflesso su uno specchio d’acqua. Ci siamo riconosciuti, ci siamo innamorati, siamo morti. Dove andremo dopo? Guarda che bel dipinto. Ci siamo alzati in piedi, abbiamo organizzato i suoni in linguaggio, la nostra massa cerebrale ha aumentato sempre più il proprio volume, abbiamo divorato carcasse putrescenti, abbiamo ucciso e sterminato, alla luce di un fuoco abbiamo alzato la testa e osservato il cielo. Abbiamo dato un nome a tutte le cose, abbiamo inventato dio. Abbiamo viaggiato in ogni direzione, siamo il legno e la pietra scheggiata, il ferro, il cadmio, la plastica, l’elettricità. Abbiamo varcato confini, siamo stati sulla luna a ubriacarci al chiaro di Terra. Siamo noi la singolarità. E abbiamo paura del buio e della luce, siamo divinità in cerca di cieli da abitare. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore. Siamo giunti ovunque e coviamo dentro il timore di non esistere. Abbiamo fede, abbiamo graffi sulla faccia, sogni a forma di incubo. Siamo lo spazio e siamo il tempo, siamo questa pioggia che continua a cadere e siamo il gatto e siamo il tetto. Il mistero che ci abita si espande più velocemente del mistero che abitiamo. Le organizzazioni sociali, le forme dell’equilibrio, la scrittura, le guerre, lo stato di diritto, la moneta, le panchine su cui sedersi e aspettare l’alba, i divani, le villette a schiera, il motore, i campi sterminati di lavanda, la musica che invade l’aria, l’inestinguibile e selvaggio battito di tamburi nella giungla, i libri, il sistema feudale, le scatole di pastelli da quarantotto, il fuoco, i fonemi, gli schiaffi, il processo di ominazione, le arti, gli shuttle, i quadrati costruiti sulle ipotenuse, le invenzioni, gli album di fotografie, la ruota, i social network, le caverne, le carezze, gli occhiali, le teorie per spiegare il mondo, le confessioni tra le lacrime, i disegni dell’infanzia, i bruchi che si innamorano, l’acqua, le cosmogonie, il concetto di infinito e quello di nulla, le parole, i glifi, i demoni, le mode, le divisioni, i baci, le mani che impugnano coltelli, i dubbi e le certezze, le convinzioni profonde e le incertezze ataviche, il fatto che siamo qui, il caso e la necessità, le rovine, il futuro, le scelte – mentre una vecchia sequoia racconta agli uccelli che si fermano sui suoi rami del suo antico amore perduto. E io e te e tutte le vite per tutta la vita. E allora ti lascio andare. E allora mi lasci andare. Perché ti amo. Perché mi ami. Ci abbracciamo fortissimo prima di dirci addio. E torniamo alle nostre vite che chissà, forse, un giorno, un secolo, una pioggia, un amore così. E a differenza di ogni cosa, noi non finiremo mai.




12.2.24

Recensione: "The Holdovers - Lezioni di vita" - Cinema 2024

 

L'ultimo film di Payne è, come spesso accade, una coccola.
Lui è uno di quei registi, come ad esempio Dolan e P.T.Anderson, che ci dà sempre l'idea di amare i suoi personaggi e, di conseguenza, farli amare a noi, anche quando sono spigolosi e con molti lati fastidiosi.
Un burbero professore, un giovane allievo triste e ribelle e una cuoca che ha da poco perso il figlio in guerra sono costretti a passare due settimane da soli (le vacanze di Natale) nell'enorme istituto dove insegnano, studiano e cucinano (a seconda dei ruoli).
Tre diverse solitudini, tre diversi dolori che, piano piano, si avvicineranno e colmeranno a vicenda.
Un film divertente, dolce, anche amaro a volte e che restituisce un Giamatti incredibile, da pelle d'oca.

Siccome sono uno stronzo mi ritrovo a scrivere questo film a quasi 10 giorni dalla visione.
So che questa "scusa" la scrivo sempre più spesso ma penso sia importante dirlo.
Anche perchè scrivere così tardi ha anche i suoi lati "interessanti" (magari non per il lettore, ma per me), ovvero vedere i film con più distacco e capire cosa ti è restato.
Credo che una recensione scritta il giorno dopo o una dieci giorni dopo, in alcuni film e in alcuni casi, possano essere molto differenti tra loro.

E' buffo, in questo senso, che io parli di cosa mi è restato di The Holdovers in un film che nel titolo proprio questo significa, ovvero qualcosa che resta, qualcuno che resta, un retaggio.
Insomma, questa mia recensione è, in qualche modo, l'holdover di The Holdovers.
Mi sono quasi impaurito nel rendermi conto che ho dimenticato già tanto, cosa che mi infastidisce perchè mi dà la brutta sensazione che il film magari non fosse così bello.
In realtà credo ci sia una spiegazione molto più oggettiva e tecnica.
Ovvero che ci sono alcuni film talmente tanto parlati, talmente tanto basati nella sceneggiatura nei dialoghi che poi li perdi presto e facile.
Troppe parole, troppi scambi tra i protagonisti, troppe cose.
E' molto più facile, secondo me, che nel tempo rimangano nella testa quei film con pochi elementi, specialmente quelli con pochi dialoghi, come se la nostra mente non dovesse fare il doppio lavoro di ricordare sia immagini che testi.
E The Holdovers è l'opposto, è un film di parole, tantissime parole, che riserva le sue più grandi emozioni nei dialoghi e nelle interazioni dei personaggi.
Perchè racconta di 3 persone rimaste sole in un college durante le vacanze natalizie, persone che appunto attraverso il parlarsi e il confidarsi si avvicineranno, si capiranno e cominceranno a volersi bene.


I film di Payne sono sempre delle coccole, anche quando - e lo fanno quasi sempre - raccontano di vite piene di cicatrici e dolore.
Payne è uno di quei registi (penso anche a Dolan e P.T.Anderson) che mi danno la stupenda sensazione di amare i propri personaggi.
Anche quando sono personaggi spigolosi, ambigui, non amabili, Payne li dirige amandoli e, di conseguenza, li fa amare a noi.
E' uno di quei registi "retorici" ma di una retorica sana, sotto le righe, non ricattatoria.
Semplicemente uno di quelli che vuole dirci che ogni persona al mondo, e di conseguenza ogni personaggio, ha delle cose belle dentro da scoprire, ha un punto di vista con cui lo possiamo vedere per emozionarci.
Inutile non ammettere che The Holdovers si regge quasi del tutto sul personaggio di Giamatti e - le due cose non sempre combaciano sul cinema - su Giamatti stesso, autore di una prova mostruosa che riconcilia con l'arte attoriale.
Il suo è un professore vecchio stile, pochissimo incline alla leggerezza e completamente assorbito, quasi disumanizzato, per l'amore della Storia, Storia che fa capolino - sotto forma di citazioni - in quasi tutte le sue frasi e che lui sembra prendere ad esempio per ogni aspetto della sua vita.
Questa sua prigione di cultura, come detto, lo "disumanizza", nel senso che lo anestetizza dalle emozioni, lo rende distaccato, formale, accademico, in ogni cosa che fa.
Eppure, e lo capiremo durante l'arco delle due ore e passa del film, nel suo passato c'è anche "vita" vera, furore, gioie, amori, sogni e disillusioni.
Il ragazzo che fu, forse perchè sconfitto dalla vita e ormai disilluso, ha preferito trasformarsi in un "ruolo", quello del professore integerrimo completamente dedicato alla sua materia e con rapporti umani ormai limitati a quelli con uomini defunti da secoli, greci e latini soprattutto.
Il suo legame per gli altri è quindi una specie di paradosso temporale in cui lui dialoga solo e soltanto con esseri umani di civiltà antiche.
Eppure ora, restando da solo con il giovane Angus e la madre piena di dolore Mary, il professor Paul Hunham è "costretto" a interfacciarsi di nuovo con la vita reale, con persone reali, con cui deve convivere, a cui deve insegnare cose, dalle quali impara cose e grazie alle quali "ritorna" sempre di più a quello che era, un uomo ancora capace di emozionarsi, velatamente innamorarsi, arrabbiarsi, fare cose che riguardano la vita e non la sua materia.
E scopre così anche di essere uomo che può diventare guida, specie per quel giovane apparentemente così stronzo e ribelle che è Angus.
Angus che, invece, è adolescente con alle spalle e intorno a sè una tragedia continua, con quel padre buono che un certo giorno ha cominciato ad andarsene di testa e con quella madre incapace di capire il dramma e la solitudine del figlio, persa più che altro nel vivere la sua nuova relazione.
Un ragazzo senza più alcun amore e affetto intorno, con un viso al tempo stesso dolcissimo e "cattivo", perchè la dolcezza e la cattiveria, la rabbia, sono le due cose che adesso convivono in lui.
C'è poi Mary, madre che da pochissimo ha perso il suo unico figlio, anch'esso ex studente di quel college, morto militare in Vietnam.
E' molto bello come si ritrovino quindi da soli tre personaggi con 3 diversi dolori addosso, uno quello del fallimento e di una vita non vissuta, uno quello rabbioso del disamore e della paura del futuro e una quello della perdita della cosa più importante della sua vita, il figlio.
Giocando con le parole sono tre solitudini rimaste sole nella solitudine di un edificio.
Eppure non c'è scambio più grande e più vero di quello che avviene, appunto, tra solitudini diverse, perchè c'è quella sensazione di "parità" e di reciproco aiuto, come se ogni solitudine riesca a mettere dei mattoncini nel muro di dolore dell'altra solitudine e, al tempo stesso, ricevere mattoncini diversi da lei.


E così queste tre persone, tra momenti difficili, altri divertentissimi ed altri emozionanti, passano del tempo insieme, senza mai gesti eclatanti (è bellissimo che dopo tutto quel tempo insieme Paul e Angus mantengano comunque un certo "distacco" e reciproco rispetto dei propri ruoli, vedi anche il bellissimo e commovente saluto finale) ma semplicemente vivendo cose piccole uno insieme all'altro e dovendo giocoforza contare ognuno sugli altri due.

5.2.24

"C'è ancora domani"/"Licorice Pizza" - A luci accese (divagazioni illuminate) - 5 - di Nicola C.


Dopo tantissimo tempo (al solito per colpa mia) torna anche la rubrica dell'amico Nicola, arrivata al quinto appuntamento.
Nicola, con la sua solita acutezza e capacità di analisi dei dettagli, ci parla stavolta di due film.
Il primo è il caso dell'anno, "C'è ancora domani" (che, se non sbaglio, diventa il primo film in 15 anni di blog di cui non ho parlato io ma ben DUE persone "esterne" - l'altra è stata Angela pochi mesi fa- ).
Vi invito a leggere perchè le considerazioni di Nicola, conoscendolo, saranno sicuramente molto personali e "forti".
 Il secondo Licorice Pizza, tornato abbastanza in auge per le due prime serate che i canali Rai gli hanno dedicato questi giorni.
Vi lascio a Nicola, certissimo di quanto i pezzi siano interessanti



N°  10  C’ E’ ANCORA DOMANI –  …PER LE LOTTE DI  IERI.


 Mi sono già imbattuto nella questione femminile parlando di Men,
pur mantenendo allora toni leggeri e rimanendo piuttosto sobrio sul senso del film.
Ma qui non posso evitare di entrare nel merito di alcuni aspetti su cui è sollecitata la riflessione, perché questo è un ottimo film e avrei voluto  davvero apprezzarlo fino in fondo, fino a farne quasi un manifesto nel suo magnifico pontificare tra passato e attualità, tra origine della questione (relativamente alla storia repubblicana) ed epilogo ai nostri giorni.
Per tutto il tempo mi ha sorpreso un entusiasmo quasi gioioso 
per trovarmi di fronte a un piccolo gioiello che istintivamente ho accostato 
a Una giornata particolare di Scola; d’accordo, il film di Scola è  un capolavoro che viaggia ad altre latitudini, ma il fatto che questo me lo abbia portato alla mente per me è indicativo.
L’evocazione del presente viaggiando ad arte nel passato è un’operazione riuscita alla perfezione, con tutti gli strumenti che il Cinema mette a disposizione, maneggiati con consapevole cura e profondità. 
Vero è che poi la scrittura vacilla in qualche occasione, 
una su tutte il soldato americano che fa saltare un Bar (in stile Pizza Connection) solo perché una donna incrociata per strada
(per cui nutre una pur affettuosa compassione per intuirne il vissuto) glie lo chiede; ecco, penso che una cosa del genere vada ben oltre l’inverosimile, 
ed è "grave" perché nella narrazione 
rappresenta uno degli snodi cruciali che portano all’epilogo.
Ma vabbè, di fronte alla bellezza dell’opera nel suo complesso 
sarei disposto a passare anche sopra a questo, 
che al massimo gli conferisce un tocco un po' surreale. 
E proprio quando ero così soddisfatto per aver assistito a queste due ore 
di cinema bello, potente nei contenuti senza mai perdere la leggerezza 
con cui ci accompagna in ogni singola piega, 
ecco che mi imbatto incredulo nel finale. 
Un finale che a mio avviso disinnesca tutto o gran parte quanto di buono 
costruito fino a un momento prima. 
Non ci voglio credere fino ai titoli di coda, ma devo proprio farmene una ragione.
Si è passati dalla rabbia che brucia sotto la pelle di quei segni 
che invocano un riscatto necessario e definitivo, alla lezione di Educazione civica,così… senza che neanche la campanella ce lo annunci.
Di punto in bianco siamo semplicemente ridotti agli edificanti gesti 
con cui la società del diritto ci promuove a cittadini, 
più di ciò che percepiamo di noi stessi, di chi ci è accanto,dell’odio e amore che respiriamo ogni giorno.
Insomma, i diritti della cittadinanza ci realizzano come esseri umani 
anche quando non ce ne viene riconosciuta la dignità nel profondo della cultura dominante e delle relazioni che ci tengono al mondo. 

“Voto quindi esisto”
è il corollario rassicurante della dignità femminile celebrato nell’ atto conclusivo del film.
Ebbè, uno ci rimane male.
Ma per la banale ed evidente constatazione che quel diritto poco o niente ha cambiato nella parabola dell’emancipazione femminile in sé 
(che è il tema) 
se le cose oggi stanno come stanno e cioè male
(che è pure il messaggio del film).



Il voto femminile fu ovviamente un traguardo doveroso e tardivo già allora,
che tutti abbiamo felicemente salutato e che sarebbe inevitabilmente arrivato in un’Italia comunque democratica, ma il problema è farne una bandiera di svolta femminista
(per chi ha nostalgia di quest’espressione).
Ebbe sì un valore epocale, ma è pur evidente che non vi fu dato seguito 
(il che getta qualche ombra pure sulla genuinità di quel gesto 
da parte di molti che finirono per concederlo).
Il parlamento che riconobbe il voto alle donne è lo stesso che da allora 
ha continuato a essere composto prevalentemente da uomini, 
che ha perpetrato la stessa pigrizia sul diritto all’eguaglianza 
e ha promulgato solo alcuni anni fa la Legge 40, violando deliberatamente salute e corpo  della donna nella procreazione assistita (il tema più propriamente e profondamente femminile di tutti) sotto dettatura dei vescovi italiani  
(l’ala più oscurantista e reazionaria della Chiesa che fece il bello e cattivo tempo in combutta con il parlamento approfittando della malattia di Giovanni Paolo II); peraltro le donne (o meglio la maggioranza di esse) stettero in silenzio e a casa nell’appuntamento storico con il referendum abrogativo, pur potendosi avvalere del famigerato diritto di voto, rimanendo al tema.
Se vogliamo, anche quell’astensione fu espressione di cittadinanza,
il diritto a una democratica abdicazione civile.
Ci pensò infine la magistratura a smontare quel mostro legislativo per la sua evidente incostituzionalità.
Sì, perché il fatto che evidentemente sfugge è che i diritti negati 
si conquistano sempre con la lotta (anche civile, non violenta) 
dimostrando di essere più forti di chi quel diritto nega,
traendo forza delle proprie ragioni e dalla loro condivisione 
al punto da farle valere su tutto e tutti da una posizione di sostanziale sottomissione o emarginazione.
Si tratta di istanze che appartengono ai singoli individui 
che uno ad uno finiscono per essere moltitudine, 
rivendicando la propria esistenza quando è negata. 
E la Storia sa essere crudele nell’imporne il prezzo, 
è fatta da esseri umani e riflette sempre ciò che essi sono.
Va subito detto che il diritto di voto non fu conquistato dalle donne ma concesso (dagli uomini); e fu concesso nell’ambito più ampio della necessità di traghettare il paese con sufficiente credibilità dal passato fascista all’alveo delle democrazie in orbita atlantica, in un paese che non poteva essere governato da altri che coloro che lo governarono per i successivi quarant’anni
(fino alla caduta del muro).
 Certo, furono concessi certi margini di manovra al livello del suffragio locale o referendario, ma il voto politico in sé (degli uomini quanto delle donne) 
non era previsto ne cambiasse la storia, 
che rimaneva quella decisa nelle stanze della diplomazia post bellica 
con le buone o con le cattive
(chiedere alla Grecia dei Colonnelli, mentre qui organizzazioni 
come Gladio vigilavano sullo status quo).
La stessa democrazia non fu dunque una conquista per il Paese 
(anche se spesso la si celebra come tale), 
ma una condizione imposta agli sconfitti dai vincitori.
Prima di allora gli italiani avevano scelto il fascismo ed ebbero le idee molto chiare su questo.
E la società di cui ci parla il film è ancora quella, 
la sua anima profonda non cambiò in una notte per la firma di qualche trattato. 
C’è tutta la differenza possibile tra un diritto calato dall’alto 
e uno che incarna la memoria del doloroso prezzo di una conquista, 
sarà per questo che la democrazia italiana non si è mai davvero compiuta 
e l’uomo forte e carismatico rimane suggestione sempre appetita dalle masse, è storia persino recente.
Se dobbiamo evocare l'Educazione civica o la Storia allora usiamo i riferimenti giusti, 
almeno per aprire gli occhi su chi siamo davvero, 
se proprio si pensa di voler cambiare qualcosa.
Invece ho visto assurgere senza alcun indugio il voto politico a chiave di volta del riscatto femminile,
quel punto a partire dal quale la Storia volta pagina 
e apre tutte quelle possibilità precluse fino a un istante prima 
perché le cose vadano finalmente a posto.
E tiriamo tutti un sospiro di sollievo.
Peccato che le cose a posto poi non ci siano mai andate.
Ecco, confondere la retorica delle narrazioni con la memoria storica 
spiega ad esempio perché, da quel momento,
proprio le donne siano ancora tanto discriminate, 
quando non abbandonate a se stesse persino dinnanzi alla violenza 
pur essendo cittadine con tutti i crismi in una società – quella italiana – 
che dietro un dedalo di mantra politicamente corretti 
perpetua ostinatamente - al modo dei nostri tempi - il passato denunciato dalla Cortellesi.
Non saper leggere la Storia è cosa assolutamente perdonabile, ognuno ha le proprie attitudini, ma non farlo col “senno del poi” per ciò che ci riguarda in prima persona  è grave, denota un’infatuazione ideologica che altera proprio la percezione della realtà 
e quindi preclude al suo cambiamento.
E la realtà oggi non ci piace, segno che i presupposti su cui è costruita non sono quelli che vorremmo o comunque sono ampiamente insufficienti a renderla migliore.
Comunque, per chiarezza, non disconosco il valore della “cittadinanza”, che è anzi la cifra antropologica occidentale che custodisce il valore soggettivo della nostra esistenza
entro la consapevolezza dell’oggettività di un diritto comune.
Ma poi bisogna vedere quale ruolo è chiamata a interpretare questa cittadinanza 
se costruita su un rito politico collettivo che ci rassicura negandoci.
Per cambiare la storia (o almeno provarci) è sempre necessario uno sguardo 
che colga coraggiosamente la cruda umanità delle cose 
su cui restare “vedenti” prima che sognanti,
tanto sul piano collettivo quanto su quello della storia di ognuno.



 Nel mondo attorno a Delia l’amore e il rispetto sono in coloro 
che vivono oltre il senso comune che tutto appiattisce 
rendendo orrendamente normali piccole e grandi brutalità;
e ci sono sempre i segni con cui capire se lo sguardo e i gesti di chi abbiamo di fronte siano amorevoli o cerchino la nostra umiliazione.
E non è certo il ruolo di cittadini a venirci incontro se vogliamo ignorare questa differenza.
Delia ha imparato a sue spese a riconoscerla.
Sequenza magistrale di Cinema quella in cui al suo sguardo si svela il ragazzo già non più scanzonato, con l’onore di uomo che ne solletica l’orgoglio e le mani nei gesti divenuti ormai latenti minacce sul volto di sua figlia.
Destini già segnati, altrettante declinazioni della cittadinanza 
già scritte e approvate dalla Storia.
L’eroismo di Delia è non abdicare all’inconfessabile rassegnazione 
insegnata e pretesa dal Passato:
per la figlia di Delia c’è ancora domani
solo se ne capirà l’unica lezione possibile.

 

N°  11  LICORICE PIZZA – LA LUCE PROPRIA DEI SOGNI



 Per me è impossibile non voler bene a questo film, anche per la curiosa circostanza di essermi casualmente capitato di vederlo cominciando dalla metà, per poi (successivamente) riprenderlo dall’inizio (e non era possibile resistere!). 
Ho rivissuto quando da ragazzino - in un curioso déjà vu con i miei personali anni ’70 - 
capitava che mi portassero al cinema all’intervallo, vedendo così i due tempi in ordine inverso. Impossibile (e inconcepibile) oggi: siamo dominati dalla linearità delle cose sin da piccoli 
(al punto da farne un’aspettativa, ma il mondo delle emozioni che restano non conosce linearità). 
Questa circostanza mi ha restituito la sensazione infantile di un’epoca mirabilmente evocata 
per tutto il film, seppure a diverse latitudini, ma a quei tempi anche qui era un po’ tutto America. 
Quindi non è solo con spirito – diciamo così – analitico, ma anche con certa languida emozione dico che LP è già in se stesso ciò che vuole raccontare: un bellissimo inno alla purezza  (Ah!… Lei recita talmente bene che sembra non  farlo mai).
LP è implacabile nel ridimensionare il mondo autoreferenziale di tutto ciò che si presenta 
come un punto d’arrivo: la vanagloria confezionata per relegare all’anonimato tutto all’infuori di sé. 
Una sfilata di icone la cui infallibilità brilla soltanto negli ingenui occhi di chi le guarda.
Ma qui Anderson mostra che quella presunta grandezza, quella rassicurante spregiudicatezza di cui luccica il “mondo dei Grandi” non è mai esistita davvero e l’unico atto amabilmente spregiudicato è l’incanto di chi, di fronte a quel mondo, sogna.  
E sogna perché non sa; sogna perché i sogni di cui traboccano i propri desideri potrebbero inondare qualunque cosa: salva quindi è l’innocenza (e noi nel poterla ammirare).
Ai margini di quel "mondo giocattolo" Alana e Gary sono le uniche presenze reali che possono ammirare mondi dorati come scintillanti promesse solo grazie al fatto di non appartenervi, se non altro per “privilegio d’anagrafe”: 

2.2.24

Recensione: "Yannick - La rivincita dello spettatore" - Cinema 2024

 

Siamo a teatro.
Uno spettatore interrompe la commedia che si sta svolgendo sul palco perchè noiosissima, deprimente, e lui che si è ritagliato per una volta due ore di relax in una vita solitaria e triste questo non può accettarlo.
Yannick - questo il nome dello spettatore - fa sul serio e tira fuori anche una pistola, costringendo tutti gli spettatori e gli attori ad aspettarlo mentre lui, sul palco, con un pc, scrive una nuova sceneggiatura.
Il geniale Dupieux tira fuori un altro film assurdo (anche se, paradossalmente, il meno assurdo suo), divertentissimo, satirico, caustico.
Si ride tanto in questo film cortissimo (un'ora!) con un personaggio principale che forse inizialmente risulta odioso ma poi, piano piano, svela la sua vera anima.
Forse Yannick è il contraltare leggero di Interruption, il film greco capolavoro che aveva un soggetto iniziale praticamente identico.
Eppure questo è anche il film di Dupieux più umano, quello dove il regista francese, in modo quasi nascosto ma potente, sa regalarci anche emozioni.
Il coma è una malattia.
E quella malattia è l'amore.
O, la mancanza di esso.


Siamo a teatro.
Sul palco una commedia che vede protagonista una coppia con lui che ha scoperto il tradimento di lei e lei che non solo non può più nasconderlo ma, anzi, gioca talmente a carte scoperte che l'amante, un triste signore dell'aspetto impiegatizio, è lì in casa della coppia.
Il marito cornuto lo invita a mangiare con loro.
La gente sulla platea, poca e generalmente annoiaticcia, ridacchia ogni tanto.
Ad un certo punto, però, si alza uno spettatore.
Si chiama Yannick, dice, e protesta platealmente (beh, dalla platea solo platealmente si può protestare) perchè quella commedia non fa ridere per niente, perchè lui lavora come un mulo tutti i giorni, perchè per una volta si è ritagliato un piccolo spazio per divertirsi, si è fatto anche un'ora di strada per esser là, e quello spettacolo invece di divertirlo lo deprime.
La protesta è lunga e seria ma, alla fine, Yannick accetta d'andar via, costretto dai commedianti sul palco.
Alla biglietteria, però, sente soffusamente la gente ridere e, tornando dentro, si accorge che le risate erano dovute agli attori che appena lui se ne era andato lo stavano deridendo.
Yannick tira fuori una pistola e decide che no, non va via, resta lì e, anzi, ora scrive lui la commedia da recitare.



Il genio Dupieux (che oramai è una vera e propria macchina da due film l'anno, della qual cosa tutto sommato siamo contenti, anche se presenta dei contro, come quello di ritrovarci davanti dei piccoli divertissement e non opere più complesse) realizza con Yannick il suo film più "umano", quello più empatico, quello meno assurdo (pur restando assurdo!) e quello dove, oltre alla sua solita satira e attacco al mondo artistico (nella sua carriera troviamo film che perculano l'industria discografica, quella cinematografica e tanti altri ambiti dove si contrappongono produttore, artista e pubblico, cosa che non manca, anzi, esplode letteralmente anche qui in Yannick), dicevo, oltre a mandare le solite stilettate al mondo artistico per una volta, in una maniera nascosta, piccola ed esplicita solo nel finale, rende protagonista del suo film le emozioni, l'amore, la solitudine, il disperato bisogno d'affetto.
E' un film di quelli che piacciono a me, ovvero quelli che negli ultimi minuti ti fanno rileggere, o comunque ti danno una chiave di lettura, a tutto quello che hai visto prima.
Yannick ha scritto la sua commedia, in un modo lentissimo, con sintassi sbagliate, ripetizioni continue ed errori grammaticali.
E' un testo brutto, noioso, infantile.
Eppure in quel suo essere sbagliato quel testo non solo sa far ridere gli spettatori (molto di più che con la commedia originale) ma arriva anche al loro cuore.
E anche al mio.
E in soli due minuti emoziona di più di film che per tutta la loro durata trattano certi argomenti.
Quel corpo in coma può essere risvegliato con un bacio, un semplice bacio.
Perchè la malattia di cui soffre è l'amore e quel coma è semplicemente la mancanza d'amore, d'affetto.
E così quel piccolo bacio che risveglia il morente è, come una sineddoche, l'intera commedia che Yannick ha scritto, gli applausi del pubblico, la rappresentazione sul palco, che risvegliano la sua anima in coma.
Perchè Yannick, ce l'aveva detto, è orfano di genitori, perchè Yannick è solo, cosmicamente solo.
Perchè Yannick è un ragazzo che ha solo un desiderio, piccolissimo ma, almeno per qualche momento, salvifico, ricevere attenzione, ricevere affetto, sentirsi vivo.
Esattamente come quel corpo là sul palco, il suo corpo.

Intendiamoci, questa emozionante e profondissima epifania che arriva alla fine del film non è il film.
O meglio, volendo possiamo rileggerlo tutto in questa chiave, ma l'atmosfera è un'altra.
Ed è a metà tra il divertentissimo (ho riso da morire) e il satirico.
Quante letture, ad esempio, possiamo dare a quello che accade nel film?
Tantissime.
Dalla critica al mondo del teatro che porta in scena sempre le stesse cose a quella agli spettatori passivi che accettano (pagando) qualsiasi cosa - anche cose che non amano -.
Da - al contrario - il "potere" che possono avere gli spettatori, se si fanno sentire, di condizionare l'arte a loro piacimento (il gusto della distribuzione fa il pubblico o il pubblico fa il gusto della distribuzione?) agli attori diventati ormai "impiegati dell'arte" che fanno cose in cui non credono nemmeno loro.
Dall'invidia degli stessi attori per il successo altrui alla critica ai testi teatrali (e, mutati mutandis, alla sceneggiature) che mettono dentro tante cose senza arrivare alla gente quando basterebbero cose scritte anche peggio ma capaci di colpire lo spettatore.

Sono veramente tante le suggestioni che regala Yannick sul ruolo dell'artista, del pubblico, di chi vende un prodotto e di chi lo compra.
Con quella pistola che passa di mano che diventa simbolo di "comando" e, all'opposto, di "ostaggi" dall'altra parte.
Attori ostaggi del pubblico, pubblico ostaggio degli attori (e dell'Arte), è un continuo cambiare prospettiva con la sensazione, quasi miracolosa, che siano veri entrambi gli assunti.


Impossibile non farmi tornare alla memoria l'immenso Interruption (il film più bello che vidi l'anno in cui lo vidi) dove, anche là, uno spettacolo teatrale veniva interrotto da qualcuno armato che, in qualche modo, cambiava le regole.
Sono due film completamente diversi ma sovrapponibili, ed entrambi, nel loro mondo, capaci di stimolarci.
Yannick è, ovviamente, un Interruption "dupieuxiano", ovvero divertente, innocuo, surreale.
Eppure non banale, per niente.

Quanto ho riso.
Quanto ho riso alla password "vaginale" e a lui che deve farne anche lo spelling, quanto al "Signor Soggettivo", quanto a lui che scrive al PC una lettera per volta, fregandosene di tutti e tutto (con una colonna sonora tipo lento thriller sotto, fantastica), quanto alla battuta su Macron (le differenze d'età delle coppie), quanto a quello che fa pipì sul corridoio, al dialogo sul kebab, a quello tra le due amiche che cercano di mandarlo ognuna a casa dell'altra, o alla bigliettaia che invece di chiamare la polizia va davvero a prendere l'immensa stampante, o all'inizio della commedia finale scritta da Yannick, con quella ripetizione della parola test...ripetuta 7-8 volte.
E questa sensazione, fortissima, che quel rompicoglioni di Yannick in realtà aveva dentro un'anima grande e che quello che stava facendo, come abbiamo detto sopra, era solo una disperata ricerca d'affetto, due ore "belle" nella su vita solitaria e triste.
Yannick che è perfettamente conscio della sua condizione ("lo so" risponde all'attore quando questo, con la pistola, gli dice che adesso nessuno lo considera più) e che ha solo il desiderio di far conoscere agli altri il suo grido d'aiuto.
Ed è qui che, paradossalmente, Yannick si dimostra un Artista eccelso perchè affida questo grido all'Arte, ad un testo teatrale, lui che mai durante i suoi innumerevoli monologhi aveva elemosinato niente, se non divertirsi una serata, adesso attraverso la sublimazione dell'arte fa conoscere quello che prova.
E vederlo lì con gli occhi lucidi che vede la gente ridere, che percepisce la gente emozionarsi per quel testo, per "lui", è un finale di film eccezionale, è Dupieux che per soli due minuti sembra essersi detto "ok, mostriamo quello che ho dentro anche io, senza veli".

Ma arriva la polizia antisommossa (impossibile che il film non richiami anche il Bataclan) e non sappiamo cosa succederà a Yannick.
E' solo uno stupidissimo film, è solo uno stupidissimo personaggio.
Eppure viene quasi il magone a pensare a cosa ci sarà stato dopo i titoli di coda.
E se ti è andata male amico Yannick avrai una consolazione.
Esserti sentito veramente amato un attimo prima della fine

8

26.1.24

Sondaggio Miglior Film Distribuito in Italia nel 2023 - RISULTATI FINALI !!!!


Abbiamo battuto ogni sorta di record.
142 votanti, stracciato veramente ogni record.
I film votati sono stati 176
Dico la verità, il risultato finale un pò me l'aspettavo perchè, per quanto mi riguarda, non poteva che vincere quel film.
Al tempo stesso mi sembrava incredibile che la cosa potesse accadere.
Ma è stato invece un dominio come non si è mai visto prima, 250 punti di vantaggio sul secondo classificato, quasi una squadra che fa un campionato a parte.
E in quel secondo posto ha rischiato di finirci un film microscopico praticamente nemmeno uscito nelle sale (il 95% l'ha visto in piattaforma).
Era secondo fino a mezz'ora dalla fine ma il suo risultato è comunque incredibile.
Vi lascio a questo lavorone e, in fondo, a qualche statistica, come mio solito.
Non so davvero come ringraziarvi, è veramente emozionante la partecipazione avuta.
E state pronti perchè tra non moltissimo recuperiamo il 2020, il sondaggio che saltò.

Buona lettura!

167° 2 punti
John Wick 4
Silent Night - Il Silenzio della vendetta
Tic Toc
I peggiori giorni
Klondike
The Nun 2
Air - La storia del grande salto
Plan 75

165° 3 punti
Silent Land
Medusa Deluxe

157° 4 punti
L'Amore Dimenticato
Rodeo
Bottoms (2)
Coma
Barkings dogs never bite
Actual People
The Equalizer 3 - Senza Tregua
La Maledizione della Queen Mary

145° 5 punti
Laggiù qualcuno mi ama
Hanno clonato Tyrone
Non credo in niente
Il Grande Carro
Fidanzata in affitto
One Life
Pamfir
Felicità (2)
Enzo Jannacci - Vengo Anch'io
Armageddon Time - Il tempo dell'Apocalisse
Non così vicini
Club Zero

136° 6 punti
Joy Ride
Dark Harvest
Tetris
Renfield
Nezouh, Il Buco nel Cielo
Kissing Gorbaciof
Terrifier 2
L'amore secondo Dalva
The Son

129°  7 punti 
Fallimento
Kursk
Scream VI
The first slam dunk
Terra e Polvere
Indiana Jones e il quadrante del destino (2)
Lynch/Oz

127° 8 punti
Mon Crime - La colpevole sono io (2)
Prigione 77 (2)

117° 9 punti
Mur
Malquerida
I limoni d'inverno
Rebel Moon
L'esorcista del Papa
Repiro Profondo - The Deepest Breath
Galline in fuga - L'Alba dei nuggets
Misericordia
Mission Impossible : Dark Reckoning
Dungeons & Dragons, L'onore dei ladri

113° 10 punti
Il Migliore dei mondi (2)
Super Mario Bros il film (2)
Suzume (2)
Il morso del coniglio (2)

103° 11 punti
Una Sterminata Domenica
Mad Heidi
Passages
Napoleon (2)
The Palace (2)
La primavera della mia vita
Falcon Lake (2)
Denti da squalo (2)
Piggy
DallAmerica Caruso - Il concerto perduto

99° 12 punti
La Cospirazione del Cairo (2)
La moglie di Tchaichovsky (2)
Cocainoro (2)
Le Vele Scarlatte (3)

94° 13 punti
M3gan
Women Talking - Il Diritto di scegliere
Stars at noon - Stelle a mezzogiorno
Mi fanno male i capelli
Un anno difficile (2)

91° 14 punti
Talk to me (4)
L'ammutinamento del Caine: corte marziale (2)
Inu-Oh (3)

84° 15 punti
Come pecore in mezzo ai lupi (3)
Cento Domeniche (2)
L'innocente (3)
Nimona (2)
A passo d'uomo (2)
The Covenant (2)
Il Convegno

82° 16 punti
Stranizza d'amuri (3)
Adagio (3)

79° 17 punti
Il Cielo Brucia (4)
Skinamarink (3)
Tengo Suenos Electricos (3)

78° 18 punti
Un colpo di Fortuna - Coup de chance (4)

74° 19 punti
Rotting in the sun (3)
Empire of light (4)
Ferrari (3)
Godzilla Minus One (2)

68° 20 punti
Il frutto della tarda estate (2)
Tutta la bellezza e il dolore (2)
Gigi la legge (3)
Delta (4)
The Creator (4)
Sisu - L'immortale (3)

66° 22 punti
Totally Killer (3)
Elemental (3)

65° 23 punti 
L'ultima luna di settembre (3)

62° 24 punti
Un bel mattino (5)
Il Caftano Blu (3)
Benedetta (6)

61° 25 punti
Maestro (4)

60° 26 punti
Gli ultimi giorni dell'umanità (2)

58°  28 punti
Trenque Lauquen (2)
Mia (3)

57°  29 punti
Dream Scenario (5)

56° 30 punti
Il Maestro Giardiniere (6)

55° 31 punti
Assassinio a Venezia (3)

54° 33 punti
Il Primo giorno della mia vita (4)

53° 34 punti
Mixed by Erry (6)

TOP 50

50° 40 punti
The Quiet Girl (8)
Manodopera (6)
Nessuno ti salverà (6)

49° 42 punti
Sick of myself (10)

48° 44 punti
Passeggeri della notte (7)

47° 46 punti
Palazzina LAF (8)

46°  47 punti
Kafka a Teheran (8)

43°  48 punti
Leila e i suoi fratelli (7)
Suntan (6)
El Conde (6)

42°  49 punti
Dogman (7)

41° 50 punti
Pearl (7)

39° 51 punti
Infinity Pool (10)
Disco Boy (6)

37° 52 punti
Pacifiction (6)
Marcel the shell (9)

36° 55 punti
I guardiani della galassia 3 (7)

35° 57 punti
Mad God (5)

34° 58 punti
Bussano alla porta  (12)

32° 66 punti
The Killer (11)
Asteroid City (11)

31° 68 punti
Holy Spider (12)

TOP 30

30° 69 punti
Argentina, 1985 (10)

29° 74 punti
Barbie (11)

28° 75 punti
Ritorno a Seoul (10)

27° 83 punti
Il Sol dell'Avvenire (15)

26° 84 punti
TAR (13)

25° 85 punti
Saltburn (13)

24° 88 punti
Rapito (15)

22° 90 punti
Under the silver lake (11)
Il mondo dietro di te (10)

21° 115 punti
Godland (16)

TOP 20

20° 125 punti
Spiderman - Across the spiderverse (19)

19° 133 punti
The Old Oak (21)

18° 138 punti
Il male non esiste (22)

17° 181 punti
C'è ancora domani (23)

16° 183 punti
Animali Selvatici (25)

15° 188 punti
Babylon (22)

14° 191 punti
Close (23)

13° 213 punti
L'ultima notte di Amore (36)

12° 238 punti
Foglie al vento (28)

11° 245 punti
Io Capitano (36)


LA TOP TEN

10° 262 punti

THE WHALE (37)


9°  266 punti

BEAU HA PAURA (33)



8° 290 punti

KILLERS OF THE FLOWERS MOON (38)



7°  349 punti

LA CHIMERA (44)



6° 478 punti

DECISION TO LEAVE (50)



LA TOP 5

5° 510 PUNTI

ANATOMIA DI UNA CADUTA (58)




4° 528 PUNTI

GLI SPIRITI DELL'ISOLA (62)



3° POSTO 594 PUNTI

AFTERSUN (56)



2° 600 punti

OPPENHEIMER (68)



1° 849 punti

AS BESTAS (84)







Film più menzionato

84 AS BESTAS
68 OPPENHEIMER
62 GLI SPIRITI DELL'ISOLA
58 ANATOMIA DI UNA CADUTA
56 AFTERSUN

Miglior Film Italiano (regia)

1 LA CHIMERA
2 IO CAPITANO
3 L'ULTIMA NOTTE DI AMORE
4 C'E' ANCORA DOMANI
5 RAPITO

Miglior Cartone Animato o Stop Motion

SPIDERMAN - ACROSS THE SPIDERVERSE
MAD GOD
MARCEL THE SHELL

Media Punti (almeno 5 menzioni)

11.40 MAD GOD
10.60 AFTERSUN
10.10 AS BESTAS
9.56 DECISION TO LEAVE
9.00 IL MONDO DIETRO DI TE
8.82 OPPENHEIMER
8.79 ANATOMIA DI UNA CADUTA


Maggior numero di primi posti

1 AS BESTAS 20
2 AFTERSUN 14
3 DECISION TO LEAVE 12
4 OPPENHEIMER 10
5 ANATOMIA DI UNA CADUTA 6

Film più in alto in classifica senza alcun primo posto

1 L'ULTIMA NOTTE DI AMORE (13imo)
2 IL SOL DELL'AVVENIRE (27imo)
3 HOLY SPIDER (31imo)
4 ASTEROID CITY (32imo)
5 BUSSANO ALLA PORTA (34imo)

L'albo d'oro si arricchisce di un altro grande film e un altro grande autore.

2016 Il Figlio di Saul
2017 Arrival
2018 Il Sacrificio del Cervo Sacro
2019 Parasite
2020 (lo faremo tra pochissimo tempo)
2021 E' stata la mano di Dio
2022 Spencer
2023 As Bestas