10.12.19

Recensione: "Selfie" 2019 - Agostino Ferrente - BuioDoc 44


Ferrente, dopo il già bellissimo Le Cose Belle, gira un altro documentario nella sua Napoli.
Anzi, no, lui non gira niente, si limita a dare un cellulare in mano ai suoi protagonisti e lasciargli carta bianca.
Ne nasce un film che è un incredibile montaggio di "selfie mobili", di immagini in movimento riprendendo sè stessi.
Due ragazzi, qualche sogno che forse non si avvererà, tante difficoltà, tanta ironia.
Sullo sfondo l'omicidio di Davide Bifolco, un loro coetaneo sparato alle spalle da un carabiniere che lo scambiò per un latitante.
Regia assente (o presente nel solo montaggio), è la vita che accade.
Si ride, ci si incazza, a volte ci si annoia pure, ci si emoziona.

Avevo già visto il precedente film di Agostino Ferrente, Le Cose Belle.
Anzi, avevo pure contattato Agostino per portare il suo film (compreso il suo "dopofilm", non posso dire in che senso) a Perugia.
Fatto sta però che Agostino in quei mesi era in dolce attesa (perchè mica solo chi li porta in grembo lo è...) e quindi ci perdemmo.
Lo ritrovo adesso con questo nuovo film, anzi, documentario, come tutti i lavori di Ferrente.


Siamo ancora a Napoli e si parla ancora di giovani, di difficoltà, di traumi e di sogni.
Se ne Le Cose Belle (credo che ad un certo punto Ferrente, volontariamente o no, fa citare il titolo del suo vecchio film ai due ragazzi protagonisti di Selfie, in quel bellissimo dialogo su cose brutte e cose belle), dicevo, se ne Le Cose Belle c'erano due temporalità - i sogni da bambini, la realtà da adulti, in un esperimento alla Boyhood in due atti - in Selfie la particolarità è un'altra, talmente "strana" da rendere questo piccolo film quasi unico.
Non è tanto l'esser stato girato tutto con un telefonino, ma il fatto che queste riprese siano state interamente realizzate dai protagonisti del film, a mò, vedi titolo, di selfie.
Quindi cellulare in mano, inquadratura su sè stessi e si gira.
Tutto è così radicale che potremmo quasi definire Selfie un film apparentemente (solo apparentemente) senza regia, una specie di autogestione degli attori.
La mano di Ferrente si vede, ovviamente, ma è rintracciabile quasi interamente nel montaggio di tutto il girato fatto dai ragazzi.
E lì, nel montaggio, la regia di Selfie, la "visione", il ritmo, le scelte.
Tutto prende spunto dall'omicidio di Davide Bifolco, un 16enne ucciso in motorino da un poliziotto (che gli ha sparato alle spalle) perchè scambiato per un latitante.
I nostri due protagonisti erano suoi amici, praticamente coetanei.
Da questa premessa parte un film che è, semplicemente, il racconto della vita di Alessandro e Pietro, uno magro e lavoratore (in un bar), l'altro praticamente obeso e al momento senza una strada, nè scuola nè lavoro.
Lo scenario è difficile, famiglie praticamente inesistenti (non si riesce a capire - o magari non sono stato attento io - dove siano, sempre se ci siano ancora, i genitori dei due ragazzi), vita di espedienti, contesto socio-culturale di bassissimo livello (anche se in una scena da pelle d'oca Alessandro cita L'Infinito di Leopardi traslandolo alla sua realtà), alcune amicizie di dubbio gusto. E poi sigarette su sigarette su sigarette in un film in cui tutti, ma proprio tutti - compresi i due bambini di 11 anni - fumano.
Non si vede un futuro.
I sogni, come in Le Cose Belle, ci sono, sogni perlopiù lavorativi, ma la sensazione di un'esistenza vissuta alla giornata è forte.
Ferrente, lo dice esplicitamente nel film, ha fatto un casting di 16enni, e da lì scelto quelli che riteneva i ragazzi più interessanti. Restano però nel montaggio anche altri personaggi di cui vediamo solo il casting o poco altro, a suggerire un'idea di work in progress anarchico, quello che in realtà Selfie è.
C'è Sara che racconta dell'amore, di come probabilmente se amasse qualcuno lo aspetterebbe anche dopo 20 anni di galera (perchè si dà per scontato che un tuo compagno prima o poi ci finisca), ci sono i due bambini che pensano solo al fumo (straordinario, quasi Alleniano, il dialogo con Ferrente:
"Mi promettere che se vi sceglierò per il film smettete di fumare?"
"Sì, va bene, ma intanto dacci una sigaretta."
"No, perchè vi ho già scelto"),
ci sono Alessandro e Pietro nudi in spiaggia, anzi no, sono nelle sedie di un bar (davvero esilarante), c'è Pietro che imita i camorristi ma invece di ascoltare musica neomelodica mette su la Classica (e che bello che quel brano da diegetico continui poi fuori diegesi per diversi minuti), c'è l'incontro a casa del padre di Davide Bifolco, c'è il funerale di Davide, c'è la drammatica chiamata al 118 di quella notte.


Alle immagini in selfie dei due ragazzi si alternano altre ci circuiti chiusi su luoghi desolati.
La sensazione che lo spettatore ha è di divertimento, poi di malinconia, poi di rabbia, poi a volte pure di commozione (mai urlata, sempre sussurrata), poi ancora risa e poi ancora occhi lucidi.
Come in quasi tutti i documentari "lunghi" non mancano momenti di calo d'attenzione, di stanchezza del ripetersi, ma Selfie saprà sempre riprendersi e catturarci di nuovo.
Il film diventa un piccolo miracolo, la dimostrazione di come quasi sempre la vita, di per sè, sia già cinema, anche senza andare a ricercarne i momenti più significativi.
Da apprezzare il concept di Ferrente, questo suo "nascondersi" in favore del soggetto, di ciò che vuole mostrare.
I due ragazzi si sentono veramente registi, parlano più volte di "film", organizzano "scene" che alla fine scene non sono mai, solo spezzoni di vita, anche i più banali.
Gli si vuole bene, come si vuole bene alla fine a tutti gli adolescenti che oltre all'oggi non possono pensare a nulla, senza un futuro, senza certezze, senza serenità.
Forse l'unico intervento cinematografico è in quel racconto dell'incubo di Alessandro, in quel motorino che va indietro invece che avanti.
Poi si torna alla realtà, alla lettera di compleanno scritta da Alessandro a Pietro (divertente e profonda insieme) e a quell'ultimo selfie, che più che selfie è un videomessaggio, che più che videomessaggio è ricerca e grido d'aiuto, un modo di parlarsi.
"Guarda babbo, sono un regista"
Magari, in futuro, questa diventerà la sua cosa bella

4.12.19

Ultimo remind per la seconda collezione di T Shirt del Buio in Sala



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ULTIMO remind per la seconda collezione di t shirt del Buio in Sala... (al massimo ne farò un altro l'ultimo giorno)
Il 9 Dicembre devo chiudere tutto, poi non si può più far niente, purtroppo non è come i film che si ripristinano, le maglie non potrò più rifarle.
Ricordo i film presenti
THE CRESCENT
A GHOST STORY
DRIVE
MAGIC MAGIC
Ma le maglie secondo me sono belle anche se paradossalmente non si sono visti o amati questi film
Ricordo 100% cotone, serigrafia, 22 colori da scegliere, tutte le taglie, modello uomo e donna.
Vi metto qua il modulo di prenotazione, poi sarete contattati da me.
Ricordo come ultima cosa che ci sono ancora 12-13 maglie della collezione precedente (dogtooth, synecdoche new york, wrong cops, mr nobody, climax), se volete sapere quale rimanenze contattatemi

ECCO IL MODULO, basta cliccarci


1.12.19

Torino Film Festival 2019: Recensioni "Sofà" (scritta da me) - "Dylda" (Beanpole) - "A White, White Day" - di Riccardo Simoncini

Ultimo appuntamento con le recensioni dal Torino Film Festival.
Io ne recensisco solo uno (sempre che il delirio che ho scritto se pò definì recensioni) brutto ma talmente brutto che maremma maiala, maremma maiala, via, famme sta zitto, e lascio più spazio a Riccardo che, invece, ci parla di due film importantissimi, uno forse il più bello del Festival, Dylda, l'altro il vincitore, A White, White day



SOFA'

"Beato chi non sooofà il sofà", mi verrebbe da dire scimmiottando la Ferillona nazionale.
Sì, perchè sto film è brutto, ma tanto brutto.
Ma non è un film brutto eh, ma un brutto film.
Io i film brutti li amo, i brutti film no.
Anzi, dirò de più, c'è la sensazione che il regista pensa de avè fatto una cosa davvero grande, intelligente, impegnata, artistica, importante.
Una ex insegnante vaga su una spiaggia, poi non se sa come sale su una barchetta co un pescatore fico, poi non se sa come invece che un pesce pesca il su sofà, il sofà della su ex casa proprio eh, che l'hanno sfrattata perchè lì ce dovevano costruì il viadotto credo pe le Olimpiadi de Rio ma non so sicuro, e poi insomma gira per la città co sto sofà, aiutata da quello fico, poi trova la su vecchia casa distrutta poi torna non se sa perchè sulla spiaggia, sempre col sofà eh, poi prova a contattà 'l sindaco pe fasse ridà casa sua, e sembra che ce riesce e invece no, porella, non solo il sindaco col cazzo che glie ridà la casa o il terreno ma la prende pure pel culo facendocela crede, ahahah, poi infatti glie dice "Ma davero credevi che aiutavo i poveri e gli emarginati?", così eh, letterale, e secondo me il regista qui se faceva le pippe pensando alla su lotta pei diritti, ma le pippe se n'è fatte tante anche prima co sto cazzo de film che ogni santa inquadratura, ogni santa inquadratura c'è una fotografia diversa, 22 luci diverse, anche sul singolo dialogo due luci diverse, e poi cambia la grana, e poi il bianco e nero, e poi addirittura immagine ribaltata, e poi sparano e questi se mettono dietro il sofà, e poi ritagli de giornale con scritto "nessuno aiuta i poveri", e poi personaggi talmente trash e improvvisati che se ve cade lo smart a terra e riprende a caso con la fotocamera ve viene fori na sceneggiatura meglio de questa, e poi quello fico, il pescatore, che vole pipà sta donna (ma de cheeeee????) e invece lei invece de trombà glie scrive l'alfabeto sui bracci, e poi - e qui solo perchè so bono non so uscito dalla sala - il film che diventa metacinematografico con questa che va verso il sindaco 5 volte, 5 ciak diversi, e poi una rottura de coglioni talmente alta che in confronto guardà il bollitore è un luna park e poi finalmente finalmente finalmente questa MOREEEEEEEEEEEE, e dovrebbe esse na morte tragicissima, da piangece ore ed ore ed invece io godevo che era morta, che il film stava a finì che maremma puttana non se pò non se pò non se pò fa un film del genere, per fortuna è finito ed ho finito anche de scrivece, ciao

4





DYLDA/BEANPOLE 

(di Kantemir Balagov)

Concorso Torino37

Il film più grande di questa edizione del TFF e probabilmente tra i più importanti di tutta questa annata cinematografica. Beanpole è la riconferma del talento di Kantemir Balagov, allievo di Sokurov (ma ormai totalmente autonomo e maturo rispetto al suo maestro), che aveva già stupito e fatto innamorare con la sua meravigliosa opera prima “Tesnota”. In quel primo film la Storia rimaneva sullo sfondo, in un momento di pace e di transizione tra la prima e la seconda guerra cecena, capace di condizionare solo psicologicamente le vite dei personaggi che quivi si muovevano. Beanpole rappresenta, invece, una Storia (quella del 1945 a Leningrado) che, nonostante la guerra sia finita, è ancora viva e protagonista e che continua incessantemente a lasciare tracce fisiche su chi la sta vivendo, non fermandosi semplicemente all’animo (come accadeva in Tesnota), ma sconvolgendo e martoriando la carne e il corpo. Ma non è il fronte quello che viene rappresentato, o almeno non il fronte di guerra. Piuttosto quello di chi di quel conflitto ne percepisce in maniera più violenta le conseguenze. Siamo infatti in un ospedale per reduci di guerra, in un luogo dove sopravvivere spesso non è che una condanna. Paralizzati, amputati, bendati, ingessati. Tutti soffrono per essersi salvati. Tutti sentono forse il presagio della fine di una guerra collettiva, che non è però accompagnata da un’analoga fine di sofferenza personale. Sembra di vivere in parte quell’atmosfera magica e sospesa che permeava il bellissimo Scarred Hearts di Radu Jude. Qui, però, non è un paziente ad essere protagonista, ma un’infermiera, Iya: alta, altissima, bionda e timidissima. Una “giraffa”, come la definiscono, che nasconde, dietro ad un’apparente goffaggine, un estremo dolore. Sì, perché se Iya dovrebbe da un lato occuparsi dei pazienti, in realtà avrebbe tutte le caratteristiche per essere dall’altra parte. Presenta infatti un trauma da stress, che la obbliga in alcuni momenti ad “incantarsi” (come dicono le persone che la circondano), in uno stato di immobilità estrema che le congela temporaneamente il corpo ed il respiro. Per questo potrebbe apparire “strana”, con una fisicità eccessiva, tale da accomunarla quasi alla presenza vampiresca di Tilda Swinton in “Solo gli amanti sopravvivono”. Beanpole è infatti un film fisico, concreto, che si può toccare ed ascoltare: disegnato dagli sguardi fissi su una carne ferita e lacerata, e sonorizzato da una musica fatta di sospiri e lamenti. Stretto in luoghi claustrofobici (come già accadeva in Tesnota), che non lasciano nessun scampo e respiro, proprio come accade alla protagonista quando si “incanta”.
Nonostante le sue caratteristiche, però, Iya è tutt’altro che eccentrica. Timida e silenziosa, nascosta in grandi e spaziosi maglioni colorati, che celano quel suo corpo allungato, ma inviolabile, che ha conosciuto il mondo solo attraverso la sua componente più violenta e disumana. L’unico conforto che trova la giovane infermiera è in un piccolo e dolce bambino di tre anni, affidatole dall’amica Masha, ancora al fronte a combattere. Questi rappresenta l’unico residuo di purezza e umanità, in un contesto raggelante dove tutto può essere solo distrutto e non più costruito.
Ma qualcosa accadrà a quel bambino, e così, al ritorno di Masha dal fronte, non ci sarà più, ad attenderla, un piccolo autentico essere umano, ma solamente la stessa desolazione che aveva lasciato alla partenza. Tra quelle due amiche seguirà, a quel punto, un indomabile flusso di tensioni, che condurrà inevitabilmente ad un gioco di opposti, che più si attraggono, più si danneggiano, rimarcando le conseguenze fisiche della guerra nel riflesso dei due visi e corpi femminili, che richiamano, per questo, nella loro grandezza, il dialogo esistenziale tra Elisabeth e Alma in Persona di Bergman. È una guerra vissuta al femminile, nei loro occhi e nei loro corpi (quella dolorosissima cicatrice di Masha, da cui intendiamo la sua sterilità) .
Quest’opposizione reale ed esistenziale viene resa esplicitamente nel film attraverso l’utilizzo sapiente della palette di colori: un rosso e un verde, che si invertono e si sovrappongono, conciliandosi e perdendosi, ma mantenendosi sempre unici e distinti, come fossimo in un dipinto di Vermeer.
Iya e Masha sono infatti diverse, diversissime, come quel verde e quel rosso, inconciliabili forse fisicamente e caratterialmente. Ma sono entrambe accomunate da un ossessivo bisogno di aggrapparsi a qualcosa di nuovo e vero, che si possa sentire fisicamente (come il bisogno morboso di percepire un figlio dentro il proprio corpo) e che mostri dunque concretamente anche i segni della nascita di una nuova epoca. Qualcosa che cresca, che conferisca ritmo ad un tempo che sembra essersi fermato. Qualcosa che possa condurle in salvo da quella condizione collettiva che obbliga tutti a vivere da sopravvissuti, più che da viventi. In un limbo esistenziale, dove il tempo non è né prima né dopo. Né fine, né inizio.
Speriamo che la prossima volta che mancherà il respiro ad Iya sia per qualcosa di bello, bellissimo, in grado di stupirla e commuoverla, e non per effetto di un trauma legato alla guerra.  Anche se forse quel bello può essere solo immaginato, vestito di rosso e verde.



A WHITE, WHITE DAY 

(di Hlynur Pálmason)

Concorso Torino37 – Vincitore Miglior Film

Spesso definiamo la nostra identità in base alle relazioni che scandiscono la nostra quotidianità, rispetto al ruolo che ricopriamo ogni giorno nel mondo. Così il protagonista Ingimundur, dopo aver perso la moglie in un incidente stradale, rispondendo alla domanda “Chi sei?”, dice: “Sono un padre, un nonno, un poliziotto” e solo dopo ammette “Sono un vedovo”. E già in quest’incipit, apparentemente irrilevante, si nasconde l’oscuro motore d’azione del protagonista: la continua ed ossessiva ricerca degli altri, per sfuggire ad una condizione di solitudine, in un luogo come l’Islanda dove imperversa l’immensità dell’isolamento e del vuoto. Ma anche il mantenimento di uno stato individuale che non può prescindere dalle relazioni umane. Sì, perché siamo ciò che siamo, anche attraverso qualcosa che è distinto dalla nostra individualità, che dipende invece da tutte quelle persone che ci circondano e con cui si è costruita una realtà condivisa.
Ma a volte alcuni pezzi di quel mondo si frantumano. E una moglie può morire improvvisamente in un incidente stradale. E lasciare un vuoto da colmare. Così Ingimundur passa, in un attimo, dal potersi definire “marito” al doversi attribuire l’epiteto di “vedovo”. In questi momenti, quell’individualità, di cui si diceva prima, è messa a dura prova, diventando tormentata, se non patologica. Perché si distrugge una parte di noi e della nostra essenza.
Pervasa da un’inquietudine che pare essere sempre sul punto di esplodere, quest’opera seconda ambienta, in un’Islanda desolata, un’elaborazione di un lutto dai molteplici esiti simbolici e metaforici. Disseminati in maniera frammentaria in tutta la pellicola, essi risultano però poco coesi, incapaci di condurre ad una visione unitaria che includa tutti quei segni accennati, ma mai approfonditi. Si raggiunge dunque un unico stato di magica suggestione, che affascina certo, ma non convince del tutto.
Così quella casa di famiglia, che ossessivamente Ingimundur vuole costruire e ristrutturare, rappresenta il suo tentativo disperato di riempire quel vuoto fisico lasciato dalla scomparsa della moglie. Costruire qualcosa capace di sostituire quell’assenza con una presenza. Uno spazio fisico che, come dice il protagonista stesso, “deve resistere alle intemperie”. Che dia sicurezza e protezione per un futuro che si vorrebbe scrivere e non solo immaginare. Un luogo che sopravviva al tempo, ai ricordi e al passato.
Ma così allo stesso modo bisogna intendere anche quei continui ed incessanti annunci di una morte e di una violenza ormai imminenti. Da una macchia di sangue che fatica ad andare a via, alla violenta e spregiudicata uccisione di un pesce appena pescato, sbattuto con impeto (ma serenità) su un tavolo, per porre fine alla sua agonia. Tutte queste condizioni legano, in una dimensione contemporaneamente magica ed angosciante, le vite di Ingimundur e della sua nipotina Salka, in una complicità che si fa dolore e sopportazione, a riconferma di quei ruoli relazionali, di cui si diceva all’inizio, che ci definiscono grazie a chi ci circonda.
Ma il passato continua a tormentare il protagonista. E la morte stessa della moglie sembra non dargli tregua. Perché Ingimundur cerca senso e razionalità in qualcosa che appare troppo misterioso per essere compreso. Ingimundur vuole vedere, con i suoi occhi, quello che è stato e che non ha vissuto. Da qui nasce la sua ossessione per quelle fotografie e quei video-ricordo, che vorrebbe colmassero dei ricordi difettivi di una realtà di coppia forse non davvero condivisa. Perché Ingimundur vuole continuare ad essere quel padre, quel nonno, quel poliziotto. Ma smettere di essere vedovo. E per farlo, la realtà non basterà più. Bisognerà abbandonare quella bianca nebbia che impedisce di vedere oltre (dove un sasso che rotola giù dal pendio può essere solo ascoltato e non visto). E passare al nero di una buia galleria. E solo a quel punto, superando quei non-colori, si passerà ad un mondo dove tutto è finalmente visibile. Un mondo disegnato con i colori della passione e dell’amore, colori, però, che in quella vita d’Islanda non sono mai esistiti nella realtà.

30.11.19

Torino Film Festival 2019 - recensioni "El Hoyo" (the platform) - "When the day had no name" - "Greener Grass"

Altri 3 film visti al Festival e, anche in questa seconda giornata, uno è grandissimo.
E' lo spagnolo El Hoyo, opera prima che sembra distopica, sembra terribile, ma in realtà nasconde forse dentro l'unica chiave di speranza per la nostra specie.
Una piattaforma di cemento, due persone per stanza, centinaia di stanze in un edificio che sembra l'Inferno di Dante.
Una tavola imbandita di cibo che parte dal Piano 0 e poi va sempre più giù.
In fondo non arriva niente, solo pochi avanzi nei piani intermedi poi più nulla negli ultimi.
Un trattato sociopolitico fatto film che, forse, va anche oltre, sfociando in un piano esistenziale.

Il secondo è un piccolo film macedone che prende spunto da un fatto reale, 4 adolescenti uccisi a pesca in un lago.
La loro ultima giornata, fatta di cazzeggi, liti, amori, errori e fatalità.
Leggermente noioso all'inizio, molto bello poi

Il terzo è un film comico e surreale che mischia i Monty Python e il nostro Maccio Capatonda.
Dialoghi impossibili, situazioni surreali, eventi senza senso nella cornice di un quartiere finto e colorato identico a quello di Edward Mani di Forbice.
Si ride più volte di gusto, non mancano gli spunti geniali ma alla lunga questa è un tipo di comicità che rischia di annoiare per un'ora e mezzo di fila, più adatta a sketch che ad una debolissima sceneggiatura come quella del film.
Un possibile cult (o guilty pleasure)  



PRESENTI SPOILER

Film pazzesco, un trattato di sociopolitica fatto film.
Un grido d'aiuto, una spietata fotografia dell'Uomo ma anche un'opera che, come quella Panna Cotta, vuole essere un Messaggio, un messaggio di Speranza.
Un uomo si sveglia in una stanza di cemento che ha ai lati solo due letti, il suo e di un'altra persona.
In mezzo a loro un grande buco, sopra di loro un altro grande buco.
Si scopre che l'edificio è un'infinita piattaforma di stanze tutte uguali, solo cemento, cemento e due letti.
Non si sa quante siano, forse 200.
Quello che è sicuro, e il vecchio in stanza con il nostro protagonista glielo dice subito, è che chi è in cima è fortunato, chi sta in fondo difficilmente sopravviverà. 
Questo perchè in queste stanze arriva sempre una piattaforma, una piattaforma che parte dal piano 0 imbandita di ogni bendidìo, tutto il miglior cibo che si possa chiedere preparato da un ristorante stellato (letteralmente, sopra il piano 0 c'è un ristorante di lusso con 50 persone a lavorarci) e poi più scende più il cibo diminuisce, mangiato dalle varie coppie che stanno in ogni piano.
Al piano 48, quello dove parte l'incubo del nostro protagonista, ci sono ancora molti avanzi da mangiare, già al 100 praticamente non arriva nulla.
Ogni persona che viene mandata (o che decide di andare volontariamente) ne El Hoyo (La Fossa) può portare con sè un solo oggetto. Quasi tutti portano armi per difendersi e, semmai, uccidere (stai in ogni stanza un mese e se sei nei piani bassi diventa impossibile un mese senza mangiare qualcosa o qualcuno).
Il nostro protagonista, invece, porta un libro, il Don Chischiotte.
Del resto lui a Chisciotte somiglia davvero e lo stesso film può somigliare a un incredibile viaggio attraverso una follia che combatte l'impossibile.
Il film ha una sceneggiatura incredibile, una serie di dialoghi semplicemente perfetti.
Mischia tensione, ironia (tanta ironia, tanto che si ride di gusto più volte), violenza, riflessione, mistero, avvalendosi poi di attori veramente notevoli (il vecchio pazzesco per me).
Siamo in un'ambientazione che ricorda tantissimo l'Inferno di Dante (forse quella stanza 333 laggiù in fondo è un omaggio al canto 33imo, o forse è semplicemente la metà di 666).
Ma siccome ho pochissimo tempo non posso scrivere di tante, tante, tante cose.
E devo passare direttamente alla lettura del film, per un film che è simbolo dalla prima all'ultima inquadratura.
Cosa rappresenta El Hoyo?
Ecco, credo sia la nostra Terra, è evidente.
In cima, sopra il piano 0, quel fantastico banchetto che viene preparato rappresenta tutte le ricchezze del nostro pianeta.
Tanto che, in una lettura religiosa del film, potremmo anche vedere quello chef stellato come Dio, come colui che ci ha regalato il mondo in cui viviamo e tutte le necessità per viverci al meglio.
Il problema è che tutta questa ricchezza (perfetto che sia stato usato il cibo come simbolo) viene goduta solo dai più potenti, dai più fortunati.
Non solo sono gli unici a goderne ma sono così sprezzanti e indifferenti a chi sta sotto da sprecare quel cibo, camminarci sopra, distruggerlo (la scena del banchetto al piano 1 è da brividi, la più simbolica di tutte).
Più si va in basso meno cibo e ricchezza resterà e quella che resta molto spesso è deturpata, distrutta.
Ma il film va oltre la semplice denuncia sociale (paesi ricchi e paesi poveri, uomini ricchi e uomini poveri) arrivando a parlare, molto più in generale, dell'Esistenza.
E' per questo che ogni mese i condannati della Fossa cambiano stanza, potendosi ritrovare in un amen dalla 8 alla 132. Perchè nella nostra vita ogni giorno possiamo passare dal ritrovarci dall'essere fortunati a sfortunati.
E viceversa.
E anche il fatto di come alcuni ci vengano mandati e altri ci vadano volontariamente è emblematico.
Ed ecco allora che la coscienza di questo dovrebbe portarci a superare il nostro egoismo e iniziare a ragionare come mondo, come collettività.
Se ognuno si prendesse il suo tutti potremmo avere qualcosa, tutti potremmo avere vite dignitose.
Attenzione, la kafkiana Amministrazione del film, quella che ha creato La Fossa e che manda le persone nelle varie stanze, per tutto il film ci sembra come un qualcosa di terribile.
E invece no, e invece questa Fossa è un disperato aiuto all'Uomo, un tentativo di farlo elevare, ragionare, capire.
Il far cambiare stanza è un modo che l'Amministrazione dà a tutti per permetterci di conoscere l'estrema ricchezza e la disumana povertà, così da sperare in una nostra comprensione.
Non è un caso che se "rubi" un cibo poi ti fanno morire di caldo o freddo. Perchè in realtà l'Amministrazione, pur usando metodi inumani (forse gli unici possibili) vuole proprio insegnarci a pensare agli altri.
Molti non capiranno, i potenti continueranno ad abusare del loro potere e gli ultimi continueranno a morire senza potere cambiare nulla.
La speranza non è tanto che quelli del Piano 1 capiscano ma che TUTTI lo facciano.
Il personaggio del "trans" (se non lo è mi scuso) crede che con la parola, dialogando, il mondo possa raggiungere la Solidarietà Collettiva.
Scoprirà invece che serve fermezza, violenza, autorità per farlo.
Anche minacce.
La splendida scena del "se non razionate il cibo la prossima volta vi ci cago dentro" spiega come possiamo sempre avere autorità su chi è sotto di noi ma che invece non possiamo far nulla con chi sta sopra ("non posso cagare in su").
Ma tutto EL Hoyo, in ogni scena, è metafora.
Ci sono uomini che si sacrificano per il prossimo (la trans che si uccide per dare da mangiare a lui), altri che tentano di dialogare, altri che uccidono perchè ormai disperati, altri che lo fanno per egoismo, altri che tentano rivoluzioni, altri che provano a salire, altri che preferiscono suicidarsi.
Ma sono quasi sempre azioni personali, belle o inumane che siano.
E invece l'unica speranza sta in una coscienza collettiva, in un cambiamento di tutti.
E per far capire che noi siamo diversi, che abbiamo capito, che sappiano godere e rispettare di tutto quello che il mondo ci offre, c'è un solo modo, mandare un messaggio lassù, dove tutto inizia.
Si pensa che quel messaggio sia la Panna Cotta, sia un piatto ancora integro e perfetto da dover mandare su.
E invece no, e invece quella Panna Cotta deve essere portata giù, fino in fondo, ed essere data da mangiare a una bambina.
Solo così, solo non distruggendo tutto quello che abbiamo, solo preservando qualcosa abbiamo ancora una speranza. 
Solo iniziando a comprendere che stiamo distruggendo tutto, che pochi hanno tantissimo e moltissimi non hanno niente, possiamo avere un futuro.
E quel Futuro, quella bambina, può tornare su, alla luce del sole, alla Vita


Piccolo film macedone di una regista cui il festival, se non sbaglio, ha dedicato una retrospettiva.
Il film prende spunto da un fatto di cronaca, 4 adolescenti uccisi mentre pescavano in un lago vicino Skopje, in Macedonia.
Ma le scritte a inizio film ci dicono subito che il film NON riguarderà questi 4 ragazzi, il che mette lo spettatore molto in confusione anche perchè, poi, il film parlerà veramente dell'ultima giornata passata insieme da alcuni adolescenti poi trucidati in una spiaggia.
Uno spettatore attento noterà che i 4 colpi che si sentono nel prologo sono di giorno, mentre l'omicidio finale avviene di notte, questo ancora di più a rimarcarci come il film voglia distaccarsi dal fatto di cronaca reale.
Le possibilità sono due.
O che il film non aveva i diritti (magari negati dalle famiglie) per parlare di quei 4 ragazzi oppure che, un pò come in Dark Night, il film americano sulla strage al cinema Aurora, la regista abbia voluto "universalizzare" la vicenda facendo vedere come ogni giorno la morte possa venire, quasi per caso, a trovarci.
Di sicuro ambienta la storia nella stessa zona e nello stello lago (ho riconosciuto la prima inquadratura del film) della vicenda "reale" (i 4 spari del prologo).
Che dire, film in unità di tempo, una sola giornata, che racconta la vita di un gruppo di adolescenti macedoni, in uno scenario perlopiù poverissimo e squallido (anche se uno dei 6 è molto ricco).
Cazzeggi, piccole risse con coetanei albanesi, storie d'amore, piccoli e grandi problemi famigliari.
Per buoni 40 minuti il film è al limite del documentario, succede quasi nulla e ho notato una naturalezza recitativa al limite dell'improvvisazione.
Però, francamente, mi stavo annoiando molto.
Poi a metà film c'è una scena lunghissima, al limite del surreale, dei 6 ragazzi che vanno a far sesso con una giovanissima prostituta, uno per volta.
Per buoni 20 minuti siamo lì con loro, fuori dalla porta della giovane, in un palazzo sporco, fatiscente e squallido.
Poi avviene una scena violentissima e da lì il film parte con un'ultima mezz'ora davvero bella.
Spicca su tutti un personaggio tenerissimo e quasi tragico, il fratello handicappato, davvero un ragazzo straordinario.
Il film racconta di quanto possa essere improvviso e devastante il male, sia in quello stupro sia in quel finale (i ragazzi sono stati probabilmente uccisi da quelli offesi alla stazione di servizio).
Una giornata stupida, come le altre, che per colpa di due casualità, due stupidaggini, finirà in tragedia.
E il messaggio che la regista ci vuole dare diventa ancora più sconfortante e rassegnato, visto che l'unico che si salverà è proprio il "mostro", il ragazzo dello stupro.
Bello

7



Vi piace il non sense?
Quella comicità esasperata che si basa tutta su cose assurde, esagerazioni, avvenimenti senza alcun senso, dialoghi surreali?
Ecco, allora adorerete Greener Grass.
Tanto Monty Python, un pizzico di Premiata Ditta, molto Maccio Capatonda.
Siamo in un quartiere che sembra pari pari quello di Edward Mani di Forbice.
Stessi colori, stesse palazzine, stessi giardinetti, stesse acconciature, stesse dinamiche.
Casalinghe colorate dalle case impeccabili, che parlano di niente e vanno in giro con le Golf Car (non c'è nemmeno una sola automobile in tutto il film).
Ma in questa cornice c'è un film dove avvengono avvenimenti senza alcuna logica, come madri che senza motivo regalano i propri figli alle altre, mogli che baciano mariti di altre senza accorgersene, figli che si buttano in piscina e ne escono fuori cani (letteralmente, un bambino diventa un cane senza che nessuna dica niente), mariti ossessionati dall'acqua della propria piscina tanto da bere solo quella, pubblicità che, come dicevo sopra, sembrano fatte da Maccio (fantastiche tutte, da quelle sugli omogenizzati naturali ai bambini con coltelli ai pelati con bouquet), dialoghi privi di logica ("sei una scuola!" dice il figlio alla madre), donne che prendono un pallone da calcio, se lo infilano sotto il vestito e dicono di essere incinte (con tutti che le credono).
E tanto altro ancora.
All'inizio si ride di gusto, poi il film diventa molto divertente, poi si ride un pochino meno e alla fine c'è il rischio che questo tipo di comicità inizi a stancare, forse più adatta a degli sketch che ad una sceneggiatura lunga.
Fotograficamente il film è notevole, colori incredibili e luci sparate (ah, che bello il prologo col bimbo e la partita di calcio) e c'è nemmeno troppo latente anche una fortissima satira verso certi ambienti, così superficiali, finti e legati all'immagine da perdere completamente il senso reale delle cose.
Però il giochino, come detto, alla lunga rischia di stancare e la piccola trama che si è messa su regge pochissimo.
Insomma, un possibile guilty pleasure che, però, sarà letteralmente odiato da chi non ama un certo tipo di comicità

7


29.11.19

Torino Film Festival 2019 - Recensioni "The Lodge" - "Space Dogs" (2019)

Primi due film visti al TFF 2019.
Uno è straordinario.
Dai registi di Goodnight Mommy un impressionante thriller/horror che si candida ad essere uno dei più belli di questi nostri anni.
Un film che si trasforma continuamente, pieno di dolore, suggestioni, paranoie, cattiverie.
Due ragazzini orfani di madre che devono passare il Natale con la nuova compagna del padre.
Si proverà empatia, paura e avremo un finale talmente grande e terribile da non poterselo dimenticare

L'altro, Space Dogs, è qualcosa di stranissimo, un film che parla di Laika, del primo essere vivente - una cagnolina - mandato nello spazio. 
Laika morì ma si dice che il suo spirito, quel cane, vaghi ancora per le strade di Mosca.
Come quelli di tutti gli altri animali mandati nello spazio come cavie.
Tra filmati d'archivio e questo nostro seguire per Mosca cani, scimmie e tartarughe un film strano, a tratti molto affascinante ma che non convince del tutto.
Di sicuro un film che dividerà molto, e non tanto per il gusto ma per quello di cui parla



SPOILER PICCOLI NELLA PRIMA PARTE, GRANDINI NELLA SECONDA (DOPO PRIMA FOTO), GRANDISSIMI NEL FINALE (DOPO SECONDA FOTO)

Prima cosa una coincidenza incredibile.
Questo ultimo anno, anzi, praticamente questi ultimi mesi, ho visto TUTTI i film dove recita Riley Keough.
La cosa è incredibile perchè in NESSUNO sapevo che ci fosse lei, nessuno.
It comes at night, La Scoperta, La Casa di Jack e, in tipo 20 giorni, Under the silver lake, Hold the dark e ieri The Lodge.
Praticamente gli ultimi 3 film che ho visto, c'era sempre lei.
Tra l'altro è talmente brava e versatile che ho sempre fatto fatica a riconoscerla nei vari film.
Ecco quindi che mi ritrovo per caso ad aver visto quasi un'intera carriera di una giovane attrice (30 anni) senza averla mai cercata.
In questo The Lodge è meravigliosa, qualcosa di straordinario.
Ma, straordinario, è proprio il film.
Del resto questi sono i registi del bellissimo Goodnight Mommy, film inquietante e cattivissimo.
Qui, e davvero non potevo sperarci, siamo anche una spanna sopra.
The Lodge si candida ad essere come uno dei più grandi thriller/horror di questi nostri ultimi tempi.
Un film rasente la perfezione, che saccheggia ovunque ma riesce ad avere una originalità e potenza proprie davvero impressionanti.
Un drammatico che si veste da thriller psicologico che si veste da film sulla follia che si veste da ghost story che si veste da horror che si veste da mille altre cose, con un trasformismo talmente invisibile che nemmeno ce ne se accorge.
Una madre che scopre di aver perso per sempre suo marito (che ormai vuole sposare un'altra) decide di togliersi la vita.
La scena è devastante, un suicidio così immediato e secco che è dai tempi di Cachè di Haneke che non vedevo.
Il padre, mesi dopo, decide di far passare ai due figli le feste di Natale in montagna con la sua nuova compagna (che loro odiano perchè indiretta colpevole della morte della madre).
Ad un certo punto il padre deve tornare al lavoro, i due ragazzini restano con la giovane donna.
Tra strani avvenimenti, odi, paranoie, presagi e inquietanti presenze quei giorni diventeranno un incubo, un incubo in cui continuamente si sente l'arrivo di una tragedia.
Incipit straordinario che, come Hereditary, usa le case di bambola, case di bambola che saranno presenti per tutto il film a descrivere cose che succedono o invocare altre che devono ancora accadere.
Ma di Ari Aster questo film sembra aver tutto, dalle suggestioni, alla meravigliosa regia (di una simmetria, morbidezza nei movimenti e gusto magistrali), dalla colonna sonora (madonna) alle tematiche, ovvero quelle di inferni famigliari dovuti a profondi, profondissimi, dolori.


Del resto anche nel loro precedente Goodnight Mommy c'erano le stesse tematiche, i due figli con un solo genitore, la tragedia del passato, la convivenza colma d'odio dentro ad una casa, il gioco del vero e del falso e, soprattutto, quello della difficilissima identificazione tra vittima e carnefici.
Ma ci sono fortissimi echi di The Shining (la follia dell'isolamento isolati in mezzo alla neve... Ma lo stesso cagnolino si chiama Grady, non sarà un caso), a La Cosa (film che viene addirittura visto dai protagonisti nel film. Sempre neve, sempre isolati, ma anche la faccenda di non sapere "chi mente a chi" e chi è "il mostro) a The Others e a tanti altri grandissimi film.
Ma oltre alla raggelante atmosfera c'è proprio dietro una sceneggiatura geniale che mischia 2-3 piani in maniera perfetta.
Lei fu l'unica sopravvissuta al suicidio di massa di una setta.
Loro hanno appena perso la madre, che adoravano.
Quindi entrambe le parti hanno un dolorosissimo e traumatico rapporto con la morte.
Lei che ha incubi continui riguardo quel giorno, come se avesse un conto aperto con la stessa morte.
E che per questo odia tutto quello che la religione rappresenta.
E diventa geniale il trasformare questo odio per i simboli religiosi in qualcosa di potenzialmente "malefico", come se quella donna non fosse del tutto umana o avesse comunque qualcosa dentro di lei di terribile.
Loro sono due bambini distrutti dal dolore che non possono non odiare quella ragazza.
Attenzione, perchè anche la parte "solo" drammatica di The Lodge è perfetta, di grande sensibilità.
C'è una piccola scena.
Il padre e la ragazza che scherzano a letto, rumorosamente.
E quei due bimbi che hanno perso la madre da 6 mesi, che sanno che si è suicidata a causa dell'altra donna, adesso sentono loro padre giocare con lei.
Guardate che è terribile come sensazione.
E, visto tutto quello che nel film succederà, non si può dimenticare da "dove" arrivano quei ragazzi.
Ma lo spettatore mille volte farà ipotesi diverse, anche perchè ogni scena potrà essere vista come reale o non reale, come metafisica o realmente accaduta.
Tra l'altro Grace le prime due volte ci viene mostrata dietro vetri appannati (poi succederà altre volte) come a suggerirci questa sua figura inquietante e, forse, non umana, un fantasma.
Ci sono tanti sogni, ci sono tanti segni, ma c'è anche una ragazza che prende medicine, che nel passato ha vissuto un incubo, tanto che diventa impossibile essere sicuri di quello che vediamo.
Ad un certo punto a qualche spettatore (tipo a me) viene in mente che forse quel luogo è qualcosa dopo la morte, che quello che vediamo sia il luogo dove vaga l'anima di lei o quella di loro. O di tutti e 3.
Ma poi, altra svolta geniale, questa supposizione che abbiamo ci viene detta dagli stessi protagonisti, come fosse il finale di The Others.
"Forse siamo morti"
E il film, se possibile, decolla ancora di più.
Ci sono scene stupende, come il vhs di lei che vaga tra i corpi suicidi della setta, come lei che suona la pianola, come la scena della buca nel ghiaccio, come alcuni degli incubi di Grace, come le magnifiche - quasi esistenziali - scene nel bianco accecante della neve o come quella soffitta vista in un'inquadratura pazzesca.
Ma il capolavoro del film sta nella finezza psicologica.
Questa ragazza era sopravvissuta ad una morte di gruppo. Conviveva con una parte nera di sè, una tremenda parte nera. E tutto quello che le sta accadendo, tutto quel "pentiti!", alla fine la porta alla follia completa, perchè veramente il suo senso di colpa, sia per essere sopravvissuta sia per essere causa della morte della madre dei bimbi, arriva a tal livello da farle perdere la ragione.


Ed ecco che un gioco di vendetta (anche in Goodnight Mommy, se vogliamo, ce n'era uno) diventa involontariamente qualcosa di molto più grande, perchè colpisce Grace nel suo punto più debole (e anche il fatto che non prenda più farmaci è decisivo in questo perfetto e mortale incastro).
Così The Lodge nel finale diventa uno dei film più terribili di questi anni.
Nessuno è un mostro, alla fine ci sono 3 personaggi devastati dal dolore.
E le loro scelte porteranno a conseguenze devastanti.
Gli ultimi 10 minuti del film sono pura angoscia, anche grazie a una Riley Keough da pelle d'oca.
Tutto quello che vedremo ha "senso", è la perfetta deriva di un percorso psicologico che mischia passato, presente e futuro, che unisce demoni personali a esperienze più trascendentali, che mischia contingenze reali (l'assenza di medicine) a suggestioni mentali.
La "semplice", cattiva ma infantile vendetta di due bimbi che diventa un'angosciante faccia a faccia con Dio e con la propria coscienza.
Farà male quel finale, molto male.
E alla fine il cerchio si deve chiudere, c'è ancora una volta un nastro adesivo con scritto "SIN" nel destino di Grace.
E una pistola con 3 proiettili.

8.5


Lo Spazio.
Una voce fuori campo che ci parla sopra quelle immagini che ci mostrano l'Infinito.
E ci racconta di Laika, del primo essere vivente che, come cavia, fu mandato nell'oscurità ignota del Cosmo.
Di come morì subito, di come il suo cadavere vagò senza meta in quella capsula.
E di come, al ritorno, il suo corpo fu vaporizzato.
Ma il suo spirito è invece arrivato a Terra.
E noi vediamo quel cane alzarsi e vagare per Mosca, randagio.
Un soggetto incredibile, pazzo, ma anche di profonda sensibilità.
Ed ecco che lo spettatore vede questo cane aggirarsi per le strade, cercare da mangiare, interagire con altri cani.
Ad un certo punto vediamo una scimmia.
E la voce fuori campo ci racconta allora della prima scimmia che andò nello spazio, di come tornò viva ma impazzita.
Poi vedremo due tartarughe. E anche stavolta avremo il racconto di quando furono spedite nel Cosmo.
Ed ecco che Mosca diventa un luogo dove vivono le anime (reali però, in carne ed ossa) di tutti gli animali che la volontà di progresso umano hanno sacrificato alla scienza.
Vedremo scene terribili del passato, esperimenti simili a torture.
Almeno una volta il nostro cuore soffrirà nel vedere quei cagnolini che ce la fecero a tornare dallo Spazio, ma ormai distrutti, feriti, spenti.
E vederli comunque leccare quell'Uomo che li ha mandati lassù a morire è una cosa davvero commovente.
Il problema di questo film è un altro.
E' geniale nell'idea, è interessantissimo per quello che racconta, ha momenti davvero emozionanti (specie le immagini dei cagnolini dentro le navicelle), pone quesiti etici e morali grandi, grandissimi.
E ha una scena, quella quando Laika uccide il gatto, più forte di un horror.
Ma non si capisce a cosa serva vedere tutto questo vagare di cani, tutte queste scene del presente.
Se all'inizio l'unione tra il passato e il presente, la realtà e la favola, erano perfetti e forieri di un film bellissimo, poi io questo legame l'ho perso.
E ci porta ad un film a volte noioso e di cui non capisci il significato.
Per fortuna più volte torna la voce fuori campo a raccontarci cose, ad informarci, a fare diventare film di finzione quello che alla fine era solo un documentario su dei cani randagi di Mosca.
L'idea che nella testa di quel cane ci sia il Cosmo, tutto il dolore dei suoi simili, tutto quello che ha visto e vissuto, è bellissima.
Ma, secondo me, i registi non hanno saputo collegare al meglio questa meravigliosa e delicata idea con tutto quello che vediamo, costringendo continuamente lo spettatore a "ricordarsi" e immaginare che quello che sta vedendo abbia una lettura trascendentale.
No, questa lettura si perde, e Space Dogs ci sembra solo un documentario.
Peccato, perchè c'era materiale e idee per un film memorabile

7

28.11.19

Torino Film Festival 2019 - Recensioni: "True History of Kelly Gang" - "Synonyms" - "God Exists, Her Name is Petrunya" - di Riccardo Simoncini


Seconda triade di film recensiti da Riccardo Simoncini dal Torino Film Festival.

TRUE HISTORY OF KELLY GANG (di Justin Kurzel)

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Ci sono personaggi che entrano a far parte dell’identità collettiva di un intero Paese, diventando, a tutti gli effetti, simboli riconosciuti ed aggreganti di popoli e terre. Grandi condottieri, statisti, scienziati ed artisti, emblematiche figure di orgoglio e di eccellenza nazionale. Stupisce invece che sia un criminale ad ergersi a guida collettiva in cui forse potenzialmente identificarsi. E questo è il caso proprio del personaggio reale, protagonista del film, Edward Ned Kelly, il conosciutissimo fuorilegge australiano esaltato dai posteri alla stregua di un Robin Hood oltreoceano. Paladino di una causa di riscatto sociale, volta a sovvertire il (dis)equilibrio di una terra eterogenea in cui etnie e popoli si scontrano e si sottomettono reciprocamente.
Inglesi, irlandesi, americani. Tutti sembrano aver perso qualcosa (o qualcuno) in cui identificarsi. Difficile, infatti, sentirsi parte di un popolo intero, più facile invece sentirsi integrati in un piccolo gruppo, spesso criminale, solo apparentemente simbolo di una nazione che vuole capirsi, più verosimilmente giustificazione della volontà di sopraffare l’altro.
Ma il dramma che vive Ned non è solamente collettivo, figlio di un contesto dove la terra natale è condivisa, al contrario è principalmente personale e privato. Diviso infatti in tre capitoli, simbolo delle tre fasi teoriche del processo di ascesa e caduta del protagonista, il film vive dell’individuazione di momenti cardine della sua vita. Da un giovane bambino biondo (sicuramente la sezione più riuscita di tutto il film) costretto a crescere troppo in fretta, assumendosi responsabilità che nessun altro osa prendersi e vincolato ad un mondo in cui dilaga una violenza che bisogna ancora imparare a conoscere. Per arrivare ad un Ned più maturo, ma non per questo indipendente dalla sua infanzia, perché forse ossessionato dal ricordo di una figura paterna fisicamente ormai lontana, ma che continua a vigilare su di lui come un’ombra e da cui, a tutti costi, vuole separarsi.
Quel giovane irlandese deve scegliere (e capire) chi essere. E il dramma della scelta è proprio quello che lega indissolubilmente tutti i momenti di massimo climax dei tre capitoli del film. Scegliere per trovare la propria strada, per decidere a chi appartiene la vita che stiamo vivendo, provando a diventarne protagonisti assoluti. Ned dovrà dunque distaccarsi da una visione imposta, che lo obbliga a vivere all’ombra dell’eredità di un padre che non c’è più e di una madre che vede un futuro ormai già scritto. Stesso motore d’azione che spinge il giovane Arthur Fleck in Joker a farsi artefice del proprio destino, staccandosi da tutte quelle aspettative di felicità e sorrisi che la madre gli ha imposto. Una scelta esistenziale come decidere se premere un grilletto o lasciare cadere l’arma. Se uccidere o se lasciar vivere. Se essere parte di un gruppo criminale (diventandone addirittura leader) o se invece rimanerne distaccati.
Ned dovrà privarsi di ogni forma, etichetta, vestito imposto e condizionato. Dovrà rimanere nudo, con il suo corpo tremante, come un albero spoglio in una terra desolata. Dovrà scrivere la SUA storia, con le sue mani, con il suo corpo. E dovrà inciderla indelebilmente sulla pietra, sul metallo. Così che un figlio possa sempre leggere. E sapere. La vera storia. La sua storia.


 SYNONYMS (di Nadav Lapid)
Onde

A programma presentato, veniva da chiedersi per quale motivo il vincitore dell’Orso d’oro all’ultima Berlinale si trovasse, con il rischio potenziale di rimanere nell’ombra, in una sezione così tanto singolare e sperimentale qual è “Onde”, piuttosto che nelle ben più considerate sezioni maggiori. A visione conclusa, è facile rispondere al quesito iniziale. Perché Synonyms è infatti un’opera multiforme, stralunata, schizoide, spesso forse anche delirante e per questo di difficile catalogazione. Riprendendo una buona dose di ironia nordica (da Ostlund a Kaurismaki), gioca (e diverte) su un piano intellettuale e teorico che tanto ama astrarre la vicenda da cui prende avvio (risultando, per questo, a tratti pretenziosa e fin troppo prolissa). Yoav (un travolgente Tom Mercier) è un giovane israeliano giunto da poco a Parigi che vuole diventare (ed essere considerato) a tutti gli effetti francese, limitando e distruggendo ogni qualsivoglia legame con la sua terra natia. Ma per essere tale, deve totalmente confondersi (e perdersi) nel luogo in cui è giunto, partendo dalla più semplice forma di comunicazione: la lingua. Diventando il suo assoluto tormento, il linguaggio, ed in particolare la parola, diventano l’ossessione stessa del film. Parole che si ripetono incessantemente (i sinonimi del titolo) in flussi di coscienza, dove la parola perde spesso di significato, per esaltarne il significante puro, che si reitera e si moltiplica fino all’estremo. È la sonorità ciò che conta, la pronuncia, la forma con cui si confeziona una parola. La stessa che permette solitamente di distinguere un madrelingua da uno straniero (per questo motivo, effettiva ossessione di Yoav). La stessa che, capiamo, affascina a prescindere dalla comprensione. È l’armonia del suono, quella che si ricerca nella musica, in un’orchestra. O che nel film accompagna una sessione di tiro al segno, per dare ritmo ad una sequenza di spari. Se Shakespeare sostiene, parlando come la giovane veronese del celebre “Romeo e Giulietta”, che “ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”, questo discorso non vale linguisticamente per il giovane Yoav. Perché pronunciare la stessa parola in ebraico o in francese significa percepire un odore di guerra piuttosto che un profumo di pace. Per questo motivo il nostro eccentrico protagonista si rifiuta di parlare ebraico. Addirittura quando è in chiamata telefonica con il padre, per farsi capire preferisce usare l’inglese, piuttosto che identificarsi in qualcosa che non sente più come proprio. Il suo passato è ormai lontano, rilegato ad una dimensione evanescente che non ha più neanche caratteri temporali. Gli unici legami con la sua vita passata vengono infatti conservati in racconti pre-parigini che, proprio per questo motivo, appaiono assurdi, paradossali ed eccezionali, così tanto distanti dalla sua nuova, attuale, ma teorica realtà, da essere adatti a divenire quasi solo materia letteraria di finzione.
Yoav non si gira più indietro verso ciò che è ormai stato, ma si limita a guardare davanti, o meglio in basso. Osserva quella piccola porzione di terra che lo circonda ai piedi, che lo costringe a credere, immaginare, sognare un mondo che può solo nominare e descrivere attraverso sinonimi astratti, ma che non può mai vivere davvero. “Israele morirà prima di me” dice. Ma ad un certo punto dovrà alzare lo sguardo. Guardare il cielo, perdendosi all’orizzonte. E capirà forse che quel mondo non è nulla di ciò che credeva. E così inizierà a sgretolarsi. A crollare, pezzo dopo pezzo. Dall’alto. Sulla sua testa. Come se qualcuno avesse sparato. Come in guerra. Come in Israele.


GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNYA (di Teona Strugar Mitevska)

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Ecco che arriva uno dei film più vivi ed energici (almeno per ora) visti a questo 37 TFF.

Ogni anno, nella cittadina di Stip, viene organizzata una cerimonia religiosa durante la quale viene lanciata una croce nel fiume. Chi riesce a raccoglierla, secondo la tradizione, vivrà un anno intero di fortuna e prosperità. Solo che questa apparentemente innocua tradizione prevede che a partecipare siano i soli uomini. Così, quando la corpulenta Petrunya del titolo si getterà in acqua e riuscirà nell’impresa di raccogliere la croce, verranno alla luce una serie di tensioni e conflitti, destinati a sconvolgere per sempre l’equilibrio e la normalità di quell’inizialmente impersonale realtà cittadina macedone.  Sì, perché quel mondo e quel contesto, prima del gesto “iconico” di Petrunya, è scandito infatti dalla ripetizione continua di azioni quotidiane, vincolate dogmaticamente a convenzioni imprescindibili. Questa, in effetti, l’idea che sta alla base del concetto di tradizione. Un rispetto anche illogico, irrazionale nei confronti di un evento o di un’azione solo in virtù del passato che lo fonda. È sempre stato fatto così, e allora perché cambiare. E allo stesso modo: non si è mai fatto così, perché bisognerebbe farlo ora. Si crede e ci si affida, senza porsi troppe domande, alla lunga storia che fonda la nostra quotidianità. Questa dimensione irrazionale è proprio quella che è stata sfruttata e potenziata tecnicamente da tanto cinema contemporaneo che, in misura diversa, ha riflettuto sul concetto di tradizione. Da Midsommar a The Witch, a più recente Scales, visto quest’anno a Venezia: il visionario e l’oltre-reale (spesso orrorifico) diventano vie di accesso principali (perché più immediate) per raccontare qualcosa di estremamente irragionevole e spesso inconciliabile.  Ma, in questo caso, la regista Teona Strugar Mitevska interpreta variazioni sul tema, ricorrendo ad un’altra sfaccettatura dell’irrazionale: l’ironia, nella sua componente più surreale e contraddittoria, perché tale è l’idea che sta alla base del concetto di tradizione.
La stessa protagonista Petrunya (una Zorica Nusheva che stupisce ad ogni scena) vive, prima della fatidica impresa, un’esistenza piatta, apatica, in cui nulla sembra portarla alla ribalta. È bloccata al limite di una società che impone range di normalità in ogni contesto. Per cui, se non rispetti determinate condizioni, non puoi vivere, lavorare e persino partecipare ad una funzione religiosa.
Petrunya è una trentenne anonima, una delle tante, come quel busto di manichino senza una reale identità che l’accompagna nelle prime scene del film. Fino a quando ci sarà quel tuffo, quell’impresa, quel recupero di una croce riservata ai soli uomini. E nulla sarà lo più stesso. E quel manichino, simbolo del suo anonimato esistenziale, rimarrà lì in acqua, perché Petrunya, a quel punto, sarà considerata. Sarà odiata, insultata, picchiata, ma qualcuno si sarà finalmente accorto forse di lei. L’impresa di Petrunya diventa così emblema di quel dialogo impossibile tra buonsenso e testardaggine, tra ostinazione e ragionevolezza. Ella si pone come intermediario scandaloso nella lotta millenaria tra Chiesa e Stato, tra regola e legge, realtà di potere che hanno spesso escluso tutte le donne dalla partecipazione attiva.
Tutti si chiedono il perché di quel gesto considerato tanto ignobile. E in questa generale ricerca della causa prima, i media provano semplicisticamente a trovare una risposta, una giustificazione, che ricade ovviamente su un significato sociale, di provocazione, come accadeva in Joker, dove le pulsioni personali di Arthur venivano erroneamente considerate come collettive, in un’ottica di classe.
Ma il fatto stesso che tutti cerchino un motivo all’azione di Petrunya rivela la natura iniqua del sistema in cui vivono. Perché in fondo essere liberi significa poter agire senza un perché, per volontà, per impulsività, per sentimento. E così come è sacra quella croce che Petrunya pesca dal fiume, dovrebbero essere sacri tutti i diritti delle donne. Solo che molti, purtroppo, li lasciano giù, immersi nel profondo dell’acqua.