3.4.13

Recensione: "Sisters (2006)"

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Oh, finalmente, quanto mi mancava un brutto film...
Peccato che Sisters, remake dell'omonimo di De Palma (anche se soprattutto nel finale se ne discosta molto) alla fine non sia poi così brutto. Sì, perchè i fedeli lettori si ricorderanno quanto mi piacesse negli scorsi anni vedere degli autentici abomini, almeno uno a settimana, per poi divertirmi a parlarne. E se proprio non ce la facevo a restar serio venivano fuori cose come questa (il leopardi de noaltri), questa (la mia recensione più utile), questa (storia della televisione italiana) e questa (prima recensione mondiale durante la visione del film e non dopo), giusto per citare quelle dove proprio non ce la facevo nemmeno a concentrarmi per parlar male. Ma ce ne sono decine a cercarle (cosa che farete immediatamente no?).
Quest'anno, Annus Dominis et Horribilis 2013 ancora nessun abominio. E nemmeno questo porca loca. Ma non ci siamo andati lontano eh...

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Se c'è una tematica che nel cinema non può davvero mai prescindere da alcune derive è quella dei gemelli siamesi (meglio,se possibile,poi staccati). L'avete mai visto un film sui siamesi in cui non si contrastavano le due personalità, in cui i due non erano legati "psicologicamente" l'uno all'altro, in cui se uno muore l'altro non se lo accolla e diventa un 2 x 1, bla bla bla? Insomma, un film sui siamesi può fregarsene de ste cose e sorprenderci? Difficile. Certo non lo fa questo. Che in realtà ci fosse una sola sorella rimasta e avesse acquisito entrambe le personalità (la sua e della sorella morta) lo si capisce dai titoli d'inizio, altro che colpo di scena a tre quarti film. E tutto, veramente tutto è così prevedibile, lento e noioso che quasi si maledice il medico che per primo riuscì a separare i siamesi. Cavolo, fateli stare uniti, sarà un pò brutto dirlo ma fa tanto weird e disturbante. Meno male che la protagonista, Lou Douillon, è davvero magnifica (avete inteso per recitazione? sbagliato) e che ci sia quell'attrice così strana e particolare che è Chloè Sevigny, una di quelle giovani attrici già cult per certi spettatori underground, una che ha già lavorato con Herzog, Jarmusch, Korine e Von Trier per citarne alcuni. Qui è forse in uno dei suoi ruoli più classici e imbolsiti, l'avrei vista molto meglio nel ruolo della protagonista.

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Il film va prevedibile e appena sopra il livello di mediocrità fino all'incredibile, delirante, inconcepibile, penoso finale. Cioè, avete seguito fino ad adesso (all'incirca) il plot di De Palma, perchè fare gli sboroni? Non ha senso nulla, il regista si mette la barba e pensa di essere Freud, la giornalista fa la figura della pera cotta, nemmeno mio nonno, vero medico ipnotista, quando a volte, per far divertire, lo faceva per show poteva sperare in un risultato migliore. Sempre che io lo abbia poi capito sto finale.
Meno male che 1 ora prima mi ero rivisto quell'immenso capolavoro che è Gran Torino.
E' Clint il vero 2 x 1.

( voto 4,5 )


2.4.13

Chi l'ha visti? O sulla "sindrome d'abbandono di Wayne"

Questo post è un gioco, ma non tanto. Mi sono divertito a leggere i nomi dei "lettori fissi", quest'entità così
posticcia, indefinibile, imprecisata.
Ci sono tanti lettori che mi stavano nel cuore e non trovo più. Non mi interessa che non scrivano più qua (magari!) ma siccome ci ero bloggamente affezionato mi piacerebbe sapere come stanno, che fanno e cose così. Ognuno di loro mi ha regalato momenti interessanti, divertenti, dato forza e coraggio di continuare. Io provo sto gioco, se ne ritrovo anche solo uno ho fatto bene a farlo. Scrivo solo nomi che sono tra i "lettori fissi"(perchè magari qualcuno avrà commentato parecchie volte senza mettercisi, difficile per me ricordare) e che sono sicuro hanno allietato più di una volta questo blog della loro presenza. Vediamo se mi riesce almeno una carrambata.
In ordine cronologico:

LUCIANO MARIA PETROSINO (DRUGO) uno dei mie primi lettori, quando ancora (ossia i primi 2 anni) credevo che un blog potesse essere letto solo per caso e mi gasavo se vedevo 6 visite in un giorno (ora sono poche di più ma vabbè).Indimenticabili i nostri scambi di opinione su Lost. Persona molto intelligente. Dovrei avere la mail però, mò controllo.

JOHN LOCKE mio fratello. Finchè (sempre primi 2 anni) eravamo in 3 a leggere sto blog (io, lui e un amico) commentava sempre. Poi. forse per timidezza, è sparito. Ma so dove trovarlo.

VALENTINA ARIETE Bravissima blogger, anche lei, come James e Cannibal arrivata qua con l'indimenticabile Lost. Ma anche lei è piena di impegni e io l'ho visitata pochissimo. Gli mando un abbraccio.

ERASERHEAD Uno dei migliori blogger in circolazione (Oltre il fondo). Anche qua i tanti impegni e l'essersi visitati poco ci hanno allontanati. I suoi commenti erano un onore.

DORELLIK Pochissimi commenti da lui ma geniali e indimenticabili. Questo non lo ritrovo nemmeno morto.

OTTIMISTA Altra persona cara che non si vede da un pò. Spero vada tutto bene :)

FEDERICO Uno dei miei migliori amici, deve vedersi di più. Ora lo chiamo.

WAYNE Lacrimuccia qui. Era uno dei commentatori più presenti e uno di quelli i cui commenti mi hanno più gratificato e fatto piacere. Se non sbaglio era amico dell'ottimo Antonio di Tall's Man Lair. Magari aiutami te Antonio.

JACOPO Ottimo utente, sempre commenti molto intelligenti e stimolanti.

DEFEZIONARIO La mia storia d'amore mancata... Purtroppo proprio quando stavamo per coronare il nostro amore la mia crisi e "scomparsa" relativa di post me lo hanno fatto perdere. Mi dà utente non più esistente. Dove sei mio caro DFZ, dove sei?????????????????

Mi fa ridere che ad esempio ho scritto il nome di parecchi blogger quando io sono il primo ad averli "abbandonati". Ma mi faceva piacere citarli perchè meritano tanto e dovevo espiare una mia colpa. Più che altro sto post è per tutti quei lettori e non blogger (perchè i blogger ancora attivi li posso contattare facilmente) che sono scomparsi e a cui tenevo tanto. Chissà quanti ne ho dimenticati. Tanti non li ho scritti perchè so che ci sono, anche se riescono a commentare poco.
Approfitto per dire altre due cose. Se ci sono lettori che non hanno mai scritto ma mi seguono dico, fatevi vedere! ma non per forza da me,uscite dalla buca e commentate qua e là perchè non c'è niente di più bello che condividere e dare la propria impressione.
Seconda cosa: sono ancora aperte le iscrizioni alla blogroll, fatevi avanti!!

E così la rece di oggi è saltata pe sta cazzata ma un'eventuale carrambata farebbe sì che ne è valsa la pena.

31.3.13

Recensione: "Compliance"

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Se volete demolirlo niente di più facile, vi presta il fianco tranquillamente. Ma questo è uno di quei pochi casi (perchè di solito considero l'opera cinematografica cosa a sè e valutabile in quanto tale) in cui sarebbe doveroso, direi obbligatorio saper due tre cose prima della visione (o anche poi, è lo stesso, basta saperle). Ebbene, quello che accade in Compliance non solo è vero (brutta parola che non dà mai troppe certezze) ma documentato. E non solo documentato ma ripreso da telecamere a circuito chiuso. Nell'arco di pochi anni si verificarono molti episodi come quello raccontato dal film, uno di questi, forse quello che è andato più in là, il più estremo, è diventato celluloide. E, vi assicuro, non c'è nulla nel film che non sia successo nella realtà, anzi, semmai il regista ha tolto anzichè romanzare. Detto questo, Compliance diventa inattaccabile, almeno sotto il profilo della verosimiglianza.

Tenterò di parlarne senza spoiler anzichè avvertire della presenza di essi.
Un poliziotto chiama in una specie di McDonald. La direttrice risponde. Una delle ragazze al banco un'ora prima ha rubato soldi ad una cliente, dice il poliziotto. La direttrice convoca la ragazza in uno stanzino. Il poliziotto, sempre al telefono, istruisce su cosa fare. Comincia un'inferno psicologico (e non solo) che coinvolgerà chiunque entri in quello stanzino.

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Il film prende da subito, si vede immediatamente che siamo davanti a qualcosa di diverso. Inizialmente mi sembrava di leggere le indimenticabili pagine del Processo kafkiano, quel sentirsi accusato e processato senza saper nulla, quell'atmosfera surreale di profondo disagio psicologico di cui non si riesce a trovare le cause. E' vero, la ragazza, a differenza di Josef K. conosce il motivo per il quale è stata accusata ma sa benissimo di non aver fatto nulla. Il poliziotto (straordinaria la voce in lingua originale) con tono fermo, autoritario ma anche, quando serve, suadente e complice (a un certo punto una sua risata mi ha dato i brividi) istruisce la direttrice e le altre persone che entrano nello stanzino su ciò che bisogna fare per scoprire dove la ragazza abbia messo i soldi. L'autorità, si sa, frega molti, tantissimi di noi davanti ad un ufficiale di polizia -o simili- tendono ad accondiscendere, figuriamoci gli americani, timorati della legge come sono. I dipendenti del fast food entrano in una specie di ipnosi collettiva per cui l'unica cosa che può guidarli è solo e soltanto quella voce. E' il parossismo del rispetto dell'autorità, del comando, della legge. Paragone azzardato ma lo schema Hitler-ufficiali nazisti-vittime ricorda molto quello del poliziotto-dipendente-Becky (il nome della ragazza) per cui gli ordini dall'alto si eseguono perchè ritenuti giusti o perchè dettati da qualcuno che nella scala del potere sta sopra di te.

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Gli attori sono ottimi, specie la direttrice. L'atmosfera è, come detto, surreale, fatichiamo a pensare che ciò che vediamo sia in realtà possibile. Molto interessante il personaggio di Kevin, il solo a provare affetto per la ragazza, l'unico quindi che riesce in qualche modo a non entrare nel vortice della psicosi collettiva e tirarsi fuori. Stupendo l'alternarsi tra le vicende all'interno dello stanzino e le stupide tensioni pochi metri più in là che si vivono in sala, la mancanza di pancetta, il panino senza mayonese etc... . 
I personaggi oscillano continuamente ai nostri occhi, paiono loro stessi vittime ma fanno cose per cui pare impossibile non condannarli. A metà film un (finto) colpo di scena ci fa capire meglio le cose ma cambia nulla, anzi, la tensione e la rabbia se possibile sono ancora più forti. Regia pulitissima, fotografia eccellente, specie nei dettagli del cibo spazzatura del fast food. Molto onesto il regista, pudico, suggerisce più che mostrare. Il climax di quello che succede alla ragazza ad esempio viene solo accennato, i documenti (su Wiki) mi hanno poi confermato quello che mi pareva di aver visto.
Il finale, molto poco cinematografico e tanto cinema veritè, smorza un pò la tensione ma è perfetto perchè suggerisce l'assoluto annebbiamento mentale che l'episodio aveva creato nei suoi protagonisti.
Se non fosse tutto vero sarebbe un filmetto probabilmente.
Ma, cavolo, non lo è.

( voto 7,5 )

29.3.13

Recensione "Cold Fish" - Horror Underground - 3 -




Ritorna a grande richiesta (perchè 2 persone in questo blog equivalgono a una grande richiesta) la rubrica
che cerca di far conoscere quelle pellicole "disturbanti" poco note al pubblico. Unici due requisiti sono per l'appunto il genere e la qualità, niente boiate o affini.

Per la seconda volta in 3 puntate della rubrica mi trovo a commentare un film di quel grande regista che è Sion Sono. Peccato che scrivi di Cold Fish a 2 mesi dalla visione, il film meritava senz'altro una rece migliore.
Il bello di Sono è che anche se questo per me è soltanto il suo secondo film mi è risultato già facilissimo individuarne lo stile, il marchio, le tematiche. Vi giuro che anche se non l'avessi saputo, dopo Strange Circus avrei giurato che questo Cold Fish fosse opera dello stesso regista. Impressionante come ritornino certe tematiche.
Il proprietario di un grandissimo negozio di pesci aiuta una giovane ragazza a non essere denunciata per aver rubato in un supermercato. In cambio la vuole assumere nel suo negozio. La famiglia- composta dal padre e dalla seconda moglie odiata dalla ragazza- accetta per gratitudine. Pure il padre poi, proprietario anch'esso di un piccolo negozio di pesci, è costretto a entrare in affari con questo strano individuo. Scoprirà che il successo di questo negoziante nasconde un orrore che si fa fatica soltanto a pensare.

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Sion Sono ancora una volta realizza un film talmente malato da rasentare il grottesco. Ritornano tutte le tematiche già viste in Strange Circus, la depravazione sessuale, il cinismo, il successo sociale (qui il negozio, in Circus il libro), la violenza nuda e cruda, i ricordi e gli abusi nel passato che creano mostri nel presente, le mutilazioni, la pazzia, l'assenza totale di speranza e di sentimenti positivi, l'eccesso che sfiora il cattivo gusto per il gore (e forse, pur essendo una manna per gli appassionati questo suo eccesso potrebbe essere un limite, facile colpire con il mostrare, più difficile con il nascondere).
Questo è un cinema estremo e pericoloso perchè pur presentando una violenza quasi irreale riesce comunque a non varcare mai i confini del verosimile, del possibile. Non è un caso che il film, si dice, sia ispirato a un fatto vero.
Il personaggio del negoziante è uno dei più disgustosi della storia recente del cinema, una cosa poche volte vista prima. Inizialmente colpisce la teatralità dei suoi gesti e delle sue parole, il modo in cui senza possibilità nemmeno di controbattere riesce a portare nelle sue spire chiunque voglia.Fa paura il suo eccesso in ogni cosa,e se all'inizio l'effetto può anche apparire comico più si va avanti più diventa inquietante, fastidioso. Finchè, quando scopriamo l'orrore che nasconde, quasi non riusciamo più nemmeno a considerarlo un uomo, la sua totale assenza di sentimenti, di remore, di qualsivoglia sanità mentale spaventa, ve lo giuro.



E straordinario è anche il personaggio del padre, una persona mite e buona che in pochi giorni (ottimo l'uso del tempo del film, in pochissimi giorni ogni vita sarà letteralmente sconvolta) diventa un uomo che, dopo quel che ha visto, non ha più niente che lo possa ancorare alla vita o alla realtà, una specie di Cane di Paglia, un uomo che ha la morte dentro. Sempre torbidi, come in Circus, i rapporti tra uomo e donna (a proposito, le due protagoniste sono di una bellezza unica), Sono racconta sempre psicologie malate, vite sconvolte da chissà quali traumi, sia tra i buoni che tra i cattivi. Il film ad un certo punto diventa un pò ripetitivo, la durata è eccessiva, ma l'orrore è così intenso che la voglia di arrivare alla fine per capire, per vedere che può succedere non è mai sopita. E il finale è ancora una volta cattivo come pochi, perchè cattivo è sto regista o cattiva la realtà che racconta.
Alla fine tutti soccombono, gli uomini che a costo di avere il potere sono pronti a tutti e quelli che miti e pavidi non riescono ad affrontare la vita.
Terrificante.

( voto 8 )

28.3.13

Recensione "La Madre"



spoiler ovunque

C'è una puntata dei Simpson indimenticabile per i fan. Inserita nell'annuale puntatone di Halloween "La Paura
fa novanta" (quella a 3 episodi horror per intenderci) narrava le gesta di un parrucchino killer indemoniato. Se non erro alla fine il formidabile Winchester lo uccide a pistolettate. Ecco, dopo anni ritrovo ieri il parrucchino killer in una scena de La Madre, l'imperfetto esordio di (tal) Muschietti alla regia, prodotto, perchè quando ci sono bambini, madri e paranormale c'è sempre lui dietro, da prezzemolino Guillermo Del Toro.
Il film è l'estensione di un corto con il medesimo titolo dello stesso Muschietti, corto che non è niente di indimenticabile ma senz'altro buono.
Ora, da una scena di 5 minuti tirarne fuori una sceneggiatura è senz'altro impresa non facile ma, inutile dircelo, si poteva far meglio.
Sinceramente nel complesso a livello puramente d'atmosfera ho preferito questo a Sinister che continuo a pensare che senza filmatini amatoriali era davvero quasi da buttare. 


Almeno qua c'è un'interazione maggiore tra i personaggi, un uso dei luoghi e degli spazi più vario e incisivo e, a mio parere, la presenza di più di una scena davvero importante. Penso ad esempio all'ottimo prologo, perfetto registicamente in tutto, fotografia magnifica, grande resa dell'incidente, tensione nel casolare e comparsa immediata del "demone", elemento che consente allo spettatore di essere catturato dalla vicenda sin dall'inizio Oppure la scena, per me la migliore (parlare di scena madre in questo film suonerebbe strano) in cui la telecamera divide a metà l'ambiente tra corridoio e cameretta e vediamo la bimbetta giocare con qualcuno che, in teoria, nella casa non dovrebbe esserci...
Ma potremmo parlare anche del flash back in luce sovraesposta (magnifico), della caduta dalle scale o della riproposizione dentro il film dei 5 minuti del corto (idea stupenda ed "emozionante" per chi ha visto il corto).

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Potremmo parlare di tante cose ma il problema è che il film non si regge in piedi o, se lo fa, lo fa con 2 stampelle di 4 misure sbagliate.
Dalla macchina ritrovata dopo 5 anni (sarebbe già stato grave dopo 5 giorni a mio parere) in poi per quasi tutto il film lo spettatore cerca di interessarsi alla vicenda perchè, diciamocelo, all'inizio prende ma poi più si va avanti più ci si deve accontentare di limitarsi a vedere e pensare il meno possibile.
Perchè pensare sarebbe inutile. E dannoso.
La vicenda del 1800 è confusissima, si capisce poco o nulla. E quella madre (a proposito, in italiano non si può sentire come traduzione, addirittura pronunciata sempre senza articolo davanti) che voleva indietro il suo bambino perchè ne alleva altre 2 senza cercare il suo? E perchè quando gli ridanno il suo non  lo vuole più? Perchè è morto? O.k, ma lei è un demone cavolo, va a vedè il capello. E perchè a volte uccide in un attimo e altre sembra far di tutto per far sopravvivere i protagonisti limitandosi a fargli la bua? E perchè non si è buttata prima dalla rupe quando nessuno gli rompeva le palle? E perchè tutti vanno al casolare di notte e non di giorno? E perchè assomiglia in un modo impressionante a un'altra mamma, la mia?



Volendo si può rispondere a tutto, non lo nego, ma dobbiamo essere parenti di Muschietti per farlo e volergli tanto bene.
Ma il film è buono nel complesso, anche se il soggetto aveva tutto per regalarci una storia horror capace di emozionare (scusate se cito sempre The Orphanage ma qui è doveroso) visto che si parla di bimbi, madri morte (quella vera delle bambine nel prologo, tra l'altro trovo quasi offensivo che poi non entri in alcun modo nella storia), madri che non sono pronte per esserlo e lo diventano poi (la Chastain) e madri disperate che rivogliono i loro bambini (il mostro). Malgrado tutto questo io di emozioni ne ho provate poche.
Molto bello però il gioco di sguardi continuo che le due bimbe fanno con la Madre.
Credo che ormai l'oro nell'horror si possa trovare solo nelle piccole produzioni.
Mi fermo qua va che è stata na giornataccia.
Notte.

( voto 6/6,5 )

27.3.13

Recensione: "La Casa del Diavolo"




La magia di questo film sta in quella macchina finale. E non tanto nella deflagrazione dei colpi, nell'andare
senza speranza contro la morte, nell'ultima rabbia in vita, nell'odio urlato contro quei poliziotti. Niente di tutto questo, perchè tutto questo sono i soliti Firefly. La magia sta dentro quella macchina perchè per la prima volta in 2 film interi dentro quell'automobile non abbiamo visto solo i soliti Firefly, quei sanguinari, terribili pazzi assassini che sono, ma anche degli uomini come tutti noi, o come crediamo di essere tutti noi. Per la prima volta abbiamo letto in dei corpi in cui leggevamo solo odio, pazzia, rabbia e istinto assassino, abbiamo letto qualcosa di diverso, di umano. In quei visi prima di sparare e tornare alla loro"natura" c'era la stanchezza, c'era il dolore, c'era la sconfitta,c'era la disperazione, c'era la paura. Ed è questo che sto film maledetto, violento, cinico, sporco e immorale ci lascia addosso quasi come una vergogna da lavarsi via, una specie di guilty pleasure che ci fa trovare emotivamente vicini a degli uomini che sono feccia della feccia, che ammazzano innocenti come piovesse, che non lo fanno con un motivo, se mai un motivo può esistere per uccidere, a volte nemmeno con un pretesto, lo fanno perchè lo fanno. Sta famiglia di pazzi ti entra nel cuore senza nemmeno provarci, anzi, quel cuore te lo vorrebbe mangiare a morsi. Non ti ammicca, non ti mostra pietà,non fa niente per farsi piacere. Ma lo fa cazzo.

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Zombie realizza il suo capolavoro, una delle maggiori vette nel genere nell'ultimo decennio. Film che eccelle in tutti i suoi aspetti, citazionista come pochi (la fuga della ragazza in strada stile Leatherface è sublime), violento come pochissimi, con una brillantezza nei dialoghi da far grattare la testa a Tarantino (il dialogo tra Baby Firefly e il cantante vecchietto è straordinario, quello molto simbolico tra il critico cinematografico e lo sceriffo non ne parliamo),una regia pazzesca con uno stile nei ralenti e nei fermo immagine che è già cult (vedi gli splendidi titoli iniziali) ma anche nelle scene di azione (la sparatoria contro la casa è girata da maestri) o in quelle più violente (il massacro dei due uomini ad opera di Otis) e, forse soprattutto, con una serie di personaggi così numerosi e indimenticabili da gridare al miracolo. Captain Spaulding è roba da infarto, quel LOVE scritto nelle nocche una cosa così fuori dal mondo da volergli bene subito. La Madre e la sua lingua biforcuta sono uno spot alla pazzia di raggelante bellezza. E non parliamo della "coppia" di protagonisti, lei così bella quanto malvagia, lui con quell'immagine che è già storia. E anche di là, in quelli che dovrebbero essere i buoni c'è uno sceriffo che non ce lo scordiamo, che a un certo punto si rompe le palle di questi pazzi e comincia a fare a modo suo perchè la legge con i Firefly, gente che ha massacrato quasi 100 persone, la legge se ne frega,questi son carne da macello da far fuori senza chiedere il permesso.



La sceneggiatura, intesa come plot- perchè dei dialoghi abbiamo parlato- non è un granchè, un mix di film di fuga e interni statici, nessun turning point particolarmente geniale. E anche un pò di staticità nel prefinale a mio avviso.
Zombie è sporco, laido, demoniaco, puzza di zolfo ovunque (anche il ricorso a tanti nudi di donna ha molti richiami), grezzo a volte, ma in questo film ha uno stile così ben definito e a suo modo raffinato che si potrebbe presentare stasera alla festa di gala del cinema con la puzza nelle ascelle e la maglietta dei Sepultura addosso.
Si rovinerà un pò poi con i film successivi ma forse tornerà questo Zombie qua a brevissimo nei cinema.
Lo aspettiamo con trepidazione.
E intanto, vergognandoci, quando ne abbiamo voglia torneremo a vedere e ad amare sti pazzi bifolchi.
LOVE sulle nocche, già.

( voto 8 )

L'unico stronzo del villaggio

Ultimamente ho ricevuto un sacco di premi :)
Almeno 4, dovrei ricontrollare.
Tutti blog amici, in alcuni casi molto amici, che hanno avuto la simpatia, l'affetto ma anche l'incompetenza di nominarmi.
E io a mia volta avrei dovuto proseguire questa bellissima catena.
Ma non ce la faccio.
Ora, prima di considerarmi l'unico stronzo del villaggio (perchè l'unico scemo lo sono già) vorrei precisare meglio.
Non c'è niente di più bello della solidarietà tra blogger, il darsi una mano a vicenda, il ricevere attestati di stima, persino, inutile negarlo, il portarsi lettori l'un l'altro. Siamo un "popolo" di appassionati che nel 90% dei casi non campano di questo, lo scrivere, nel nostro caso di cinema, è una passione comune straordinaria e -non so se la pensate allo stesso modo- nella vita c'è poco altro di più bello, stimolante e divertente di avere una passione in comune con qualcuno. Cavolo, sulle passioni nascono e muoiono i rapporti di una vita.
Ora però guardiamoci nelle palle degli occhi, questi "premi" sono artificiosi come poco altro. Arrivano, grazie grazie, sono COSTRETTO a citare altri e via dicendo. Tutti, ma veramente tutti, entriamo alla fine nel mucchio. Sapete quanto mi interessa a me di questi premi? Poco, veramente poco.
Ma voi non sapete quanto mi interessa avere la stima di Bradipo, Giacomo o chiunque altro mi abbia premiato.
Ecco, la solidarietà, la stima, non dovremmo trasmetterla con queste catene forzate, a volte anche ipocrite e molto spesso nemmeno così indicative per qualità (se ci sono finito 4 volte io ci deve essere un problema). La solidarietà, la stima, i lettori dovremmo scambiarceli con ciò che noi scriviamo, con i commenti che facciamo, con le citazioni che uno può fare dell'altro, con il piacere di leggere 4 righe di Einzige (bentornato) piuttosto che dei due "mostri sacri" James o Cannibale.
Io sono l'esempio peggiore, predico bene e razzolo male.
Sarebbe un sogno per me girare per i blog amici (quasi tutti ottimi) e lasciare commenti non banali ai vari pezzi ma, ve l'assicuro, già faccio una fatica immensa a scrivere qui da me, il numero dei miei post parla da solo.
Ma una citazione di un mio pezzo in un altro blog, o un blogger che mi scrive un commento con i controcazzi qua sul mio valgono come 60 catene di Sant'Antonio per me.
Siamo troppi ormai, il nostro è diventato un fast food del cinema ma sai che bellezza intavolare discussioni cinematografiche nei commenti dei nostri post, parlare di cinema, del film, incazzarci per opinioni contrastanti ma comunque, sant'Iddio, dare un senso a tutta sta passione.
Dovremmo fare un unico grande blog, tutti noi insieme, e scriverci tutti, e leggere tutti tutti, e fare discussioni, e crescere insieme, e scoprire passioni comuni, insegnarci qualcosa e, in un qualche modo, "amarci" e prenderci per mano.
Sarebbe un sogno e io sono il primo a non far nulla per realizzarlo.
Ma questi premi che ci scambiamo servono davvero a poco.
Però, se volete, continuate a darmeli, la vostra stima vale tutto.
Vi voglio bene a tutti, veramente.
E viva il cinema.


(ah, a proposito di solidarietà utile, se qualcuno ha piacere di stare nella blog roll qui a destra me lo ricordi, sarò lietissimo di metterlo. Potrei far da solo ma non voglio dimenticare nessuno, ricordatemelo voi :) . Anche perchè gli ultimi li ho messi tipo 2 anni fa....)

22.3.13

Recensione: "La Spina del Diavolo"




Mannaggia.
Vidi La Spina del Diavolo circa 5,6 anni fa in condizioni davvero limite (dvd molto rovinato con tanto di annessi e connessi). Malgrado la visione un pò disturbata ne serbavo un ricordo molto positivo. Ero reduce da quella meraviglia di The Orphanage e volevo conoscere meglio questo Del Toro, mecenate di tanti giovani e bravi registi spagnoli e sudamericani (a proposito, ma Del Toro con i bambini e i fantasmi-o similia- ha una vera e propria ossessione eh, penso a La Spina del Diavolo e a Il Labirinto del Fauno-da lui diretti-, a El Orfanato e al recentissimo La Madre -da lui "scelti" e prodotti- ma anche al pessimo Non aver paura del buio che oltre a produrre ha, ahimè, scritto).
Ieri Rai 4 me lo mette in prima serata, per una volta lascio perdere il calcio (cazzarola, l'unica partita divertente dell'Italia me la sono persa) e decido di rivederlo. Grande delusione.
L'ambientazione è davvero suggestiva, un vecchio e "sporco" orfanotrofio sperduto nelle colline spagnole. Siamo nel 1939, alla fine della guerra civile spagnola. Davvero particolare come il suo vero capolavoro, l'immenso Il Labirinto del Fauno sia in questo senso quasi un sequel essendo ambientato negli anni del regime franchista cominciato per l'appunto nel 1939. Questo "metodo" di unire la Storia al mondo fantastico -i fantasmi qua, tutto l'universo horror-favolistico del fauno di là- sarà un marchio e un merito che Del Toro si porterà dietro per sempre. Anche se, e qui dovremmo essere tutti un pò più critici, il regista messicano ha forse più fama di quella che merita vista la filmografia. Ma tant'è.



La storia è molto semplice, un bambino fu ucciso nell'orfanotrofio, il suo fantasma vaga nello stesso aspettando la sua vendetta. Il problema del film, oltre a un taglio molto televisivo (a un certo punto mi pareva di vedere una soap ambientata in Sud America) è che non riesce mai ad esplodere definitivamente, rimane interessante e discreto dall'inizio alla fine. Nessuna particolare sorpresa, nessuna genialata in fase di sceneggiatura, nessuna scena particolarmente riuscita. E' un pò come quella bomba inesplosa piantata sul cortile dell'orfanotrofio, sta lì, sempre lì, ma non esplode mai. Sembra avere personaggi molto interessanti-la direttrice, il giovane custode, lo stesso fantasma- e misteri altrettanto affascinanti -la bomba appena citata, il delitto nel passato, la questione dell'oro- ma alla fine ogni personaggio, ogni vicenda si risolve in modo prevedibile e abbastanza banalotto. Resta una pellicola importante perchè praticamente vi si trovano tutte le possibilità poi esplose nel fauno, perchè Del Toro mette il cuore nei propri personaggi, perchè l'originalità di base c'è tutta ma l'elettroencefalogramma rimane piatto, non sul punto di morte, tutt'altro, ma piatto. E anche il tentativo di cercare empatia per il giovane protagonista (o per il bambino fantasma) non riesce pienamente.
Forse non avrei dovuto rivederlo, mi era piaciuto così tanto...

( voto 6,5)

21.3.13

Recensione "Sinister"

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
i pochi che ancora mi seguiranno avranno notato una nuova lunga pausa. Ancora gli stimoli per scrivere con continuità non arrivano. Però a tutti quelli che questo mese hanno continuato a commentare voglio dire che entro un giorno risponderò e che d'ora in poi, recensioni a parte (spero copiose), starò molto dietro ai commenti e risponderò sempre in breve tempo. Perchè alla fine sono questi commenti che stanno tenendo in vita tutto e ogni giorno mi fanno venir voglia di ricominciare alla grande.
Vabbeh, ecco Sinister:




Ormai dopo centinaia di visioni in questo campo sono davvero poche le cose che chiedo a un horror, due in particolare, tensione (perchè la paura ormai, ahimè, è davvero una sconosciuta) e un pizzico di originalità, giusto un pizzico per uscire dal mucchio. Purtroppo quello del terrore è il genere che più fa fatica a scrollarsi di dosso tutto ciò che lo precede, ogni sequenza presa a sè ha centinaia di antenati e parenti, più spesso gemelli omozigoti che prozii di quarto grado.
E, purtroppo, anche questo Sinister per buona parte della sua durata è una sequela di scene e stereotipi orrorifici da far quasi paura, appunto. I primi 10 minuti sembrano uno scherzo,c'è tutto.
Lo scrittore di storie horror (30% della produzione kinghiana e relativi adattamenti al cinema), la nuova casa dove trasferirsi, un delitto precedente nella suddetta abitazione (particolare come questi 3 primi elementi ricordino molto il buon horror 1408), la bambina che disegna sui muri, i rumori notturni, i filmini amatoriali, la soffitta. Tutto, non manca nulla se non i bambini morti (arriveranno) o gli esperti del paranormale da consultare (arriverà), il demone di turno bla bla bla. Come al solito la messinscena e il comparto tecnico sono ottimi ma ormai il cinema moderno a livello fotografico è qualcosa di grandioso. E la colonna sonora è davvero magnifica, rarissimo nell'horror.
Sinceramente vedevo attorno a me buoni riscontri, specie il primo tempo.
Io invece non riuscivo nemmeno a capire se stavo vedendo un film per la prima volta o ero nella poltrona di casa a rivedermene uno.


Mentre rimpiangevo i miei Eden Lake (trama all'osso ma tensione assurda), The Orphanage (che ha messo l'anima in un sottogenere stra-abusato come la ghost story), Lake Mungo (must dei mockumentary), Strange Circus (la follia al servizio dell'horror) The Loved Ones (come fare un torture) Them (un gioiello) o anche roba come Shadow e Wolf Creek (che seppur in maniera molto diversa hanno azzeccato il villain in maniera grandiosa), mentre facendo finta di vedere il film ripensavo a tutti quegli horror, come questi citati, che in qualche modo, vuoi per originalità , vuoi per tensione, vuoi per capacità recitative o per atmosfera, sono riusciti a farmi essere ancora innamorato di questo magnifico genere, mentre assonnato penso a tutto questo Sinister migliora.



Niente balzi sotomajoriani intendiamoci, ma un saltello a piè pari verso l'alto sì.
Il dramma del protagonista diventa più intenso,la figura che piano piano viene fuori del demone è abbastanza riuscita, la storia dei filmini, e i filmini stessi, non sono niente male. La recitazione è nella media, scene particolarmente belle da ricordare non le... ricordo ma la vicenda comincia a suscitare un proprio interesse e la catena di Sant'Antonio di morte del demone ( tre complementi di specificazione consecutivi di orribile bellezza) ha un suo perchè, mi è piaciuta. Peccato che i bambini più che far paura sembrano pitturati per la festa di carnevale della scuola e che, incredibile, Ethan Hawke non accendi MAI una luce (vabbeh che è al verde ma perchè crearsi l'amosfera horror da solo?) ma si arriva alla fine senza tante tragedie insomma.


Due cose mi chiedo.
Fate shhhh con il dito, provate. Dove lo mettete? Davanti il naso credo o comunque appena sotto la punta. Ecco, in America- l'ho scoperto con questo film- la parte superiore del dito arriva appena al labbro superiore. Questa è una perla cinematografica, converrete.
Altra cosa.
Il demone opera da millenni.
Ma prima, quando non c'era il super 8, come cazzo faceva?

19.3.13

Recensione "Il Figlio dell'altra"


I figli sono quelli che si crescono o quelli che si sono messi al mondo?
"Tu sei il mio terzo figlio" dice Orith a Joseph, il ragazzo che per lunghi 18 anni ha cresciuto credendo fosse sangue del suo sangue. Ma il sangue, in realtà, era di un'altra donna, Leila, perdipiù una palestinese, figuriamoci. E intanto Leila ha cresciuto per lunghi 18 anni Yacine credendo che fosse suo figlio, sangue del suo sangue. Ma il sangue in realtà era di Orith, perdipiù un'ebrea, figuriamoci. Ma quando ci sono di mezzo due donne, due madri, il mondo è sempre in buone mani perchè il loro amore può sorreggerlo da solo, nemmeno fosse Atlante.
In questo splendido La Figlia dell'altra (altra perla del cinema francese di cui non riuscirò mai a smettere di tessere le lodi) i concetti di madre, padre e fratelli si mixano in un maniera perfetta a quelli di Madre, Padre e Fratelli, la patria, il proprio Dio, il proprio popolo. Le basi di partenza erano quelle di una santabarbara pronta ad esplodere ma la regista (una donna, of course) riesce nel miracolo di non approfittarsi del contesto, di non cercare la tragedia o il drammone e raccontare invece tematiche anche importanti in un'atmosfera pacata, maledettamente verosimile, un'atmosfera di sentimenti instabili, di personaggi che devono scegliere, capire e aiutarsi l'uno all'altro. L'umanità, intesa come genere umano, che viene fuori dal film è orgoglio di sè stessa, tutti riescono alla fine ad ascoltare il proprio cuore e la propria testa e a capire che alla fine quello che nella vita conta di più sono gli uomini, non dove, come o con quali precetti sono cresciuti.



E non è un caso che l'attenzione maggiore, dopo la prima parte introduttiva incentrata sui genitori, sia poi spostata tutta nei figli. Il concetto di Fratello, vera e propria istituzione del popolo arabo (come l'africano) viene affrontato in tutti i versanti possibili. Ci sono Yacine e Joseph, i due ragazzi scambiati appena nati, nessuna parentela effettiva tra i due ma un senso di riconoscimento totale nel vivere la medesima condizione di figli scopertisi non naturali. E' davvero incredibile come quasi mai tra i due si instauri un processo, tra l'altro molto condivisibile, di odio o invidia per l'altro, l'altro che è in realtà il figlio naturale di quella madre che si è amata per 18 anni. La loro amicizia, quella di un palestinese che ha vissuto da ebreo (tra l'altro con un senso di appartenenza mostruoso) e quella di un ebreo che ha vissuto da palestinese (ma che L'Europa, Parigi, ha smussato nel suo lato più politico del termine) è qualcosa che, buonismo o no, fa bene al cuore. Ci sono poi Yacine e Bilal che sono cresciuti insieme e si amavano finchè Bilal non scopre la discendenza ebraica del primo. Tutto il loro legame, tutta la loro storia, tutto l'amore immenso che provavano l'uno per l'altro, tutti i loro sogni svaniscono perchè Bilal,accecato dall'odio decennale della Questione Mediorientale, dimentica in un amen (e non uso una parola ebraica a caso) la vita passata insieme al fratello. Ma, se pur in maniera un pò frettolosa, anche lui capirà e quella stretta di mano con Alon, l'ufficiale ebreo padre di Joseph (o di Yacine...) oltre che rappresentare la sequenza più tesa del film vale più di tante parole. Ci sono poi Bilal e Joseph che sarebbero fratelli di sangue ma che in realtà sono cresciuti entrambi con l'odio verso il popolo nemico. Questo, malgrado nel film sembri il contrario, è forse il rapporto più delicato, quello più denso di significati. Un canto assieme a tavola risolverà (forse) tutto. C'è poi, e nel film sono 30 semplici secondi, il rapporto fraterno più particolare, quello tra Joseph e il piccolo fratellino di Bilal e Yacine (ma in realtà suo) morto bambino, Yoseph che parla vicino quella foto, quella foto che ritrae un bambino praticamente identico a lui ha una forza spaventosa, è come se quel fratellino musulmano morto sia poi tornato nella sua terra nel corpo di un altro. Magistrale.

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Il cast è sublime, la Devos vale sempre il prezzo del biglietto ma non spicca in mezzo agli altri, l'armonia del film si vede anche nelle prove recitative. Malgrado una sceneggiatura che nel finale si perde moltissimo (l'ultimo quarto d'ora è davvero troppo frettoloso, con almeno una scena sbagliata, l'accoltellamento, e risolve troppo facilmente alcuni conflitti) oltre ai superbi dialoghi splendide alcune sequenze come il padre che piange sotto l'auto, le due madri che restano sole davanti al dottore e si guardano o gli sguardi sulla porta quando la famiglia palestinese va a trovare l'altra. Le due madri tentano di guardare tutti ma i loro occhi cercano lo sguardo del figlio naturale a loro "tolto" alla nascita.
E in quella casa, vuoi per caso o per precisa scelta, si formano 4 coppie in cui ogni componente è identico all'altro. In quelle 4 coppie, a mio parere, c'è tutta la "storia" del genere umano. I due padri si parlano con l'odio e la politica, le due madri con il cuore, i due ragazzi con l'intelligenza e il tentativo di riconoscersi, le due bambine con il gioco e una bambola trovata per terra.

( voto 8 )

18.2.13

Recensione "Noi siamo infinito"

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C'era qualcosa nel trailer che mi aveva fatto pensare che non fosse il solito film per adolescenti in crescita pieni di problemi e pulsioni. Vedendo quel trailer non sapevo nemmeno che la vicenda fosse ambientata nei tardi anni 70 (e non ai nostri giorni), come a dire "siamo ancora più distanti dai teen movie di adesso". Non sbagliavo, questa pellicola ha qualcosa di speciale.
Solo apparentemente romanzo di formazione, Noi siamo infinito è più che altro un film sul desiderio di guarigione, sul superamento di un trauma, sul disperato tentativo di riuscire finalmente a provare a star bene con sè stesso stando bene con gli altri. E questi altri non per forza devono essere diversi e migliori di te, possono essere anch'essi "ragazzi da parete" (come il titolo originale richiama) perchè a volte l'importante non è l'aspirazione a, ma la magia e la comprensione del riconoscersi uguali.
C'è qualcosa di speciale perchè il film riesce a raccontare una bellissima storia di amore ed amicizia, difficoltà e gioie, complessi e vanità senza mai eccedere, mantenendo una pacatezza, una dolcezza e un basso profilo da premiare senza se e senza ma. Arrivando poi a quel bellissimo monologo finale sull'importanza della felicità anche se soltanto passeggera, sull'importanza di ogni nostro momento passato di vita anche se tale momento con il tempo rischia di diventare storia o venir dimenticato. 

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Ogni nostra felicità in vita deve invece esser ricordata per l'importanza che aveva al momento, per l'emozione vissuta, inutile o decisiva per la nostra vita futura che sia. Tutto questo monologo in voice off  mentre Charlie si alza in piedi nel tunnel sulle note di Heroes (siamo nel 77, sarà anche per questo che sono ancora più legato al film...). Sequenza magnifica, forse un pò telefonata visto il testo del brano ma chissenefrega. Charlie in quel momento era forse per la prima volta (o seconda...) pienamente felice, senza pensieri e restrizioni, infinito.
Il capolavoro del film sta nell'aver fatto affiorare poco a poco il demone di Charlie. Non solo, per tre quarti di pellicola le sequenze della zia nel passato ci avevano fatto credere in un rapporto magnifico, sostitutivo a quello dei genitori. Sembrava che il trauma di Charlie fosse la perdita della zia e non quello che la zia facesse o il senso di colpa per l'incidente. Il montaggio parallelo (e rivelatore) tra la casta mano di Sam che tocca la gamba di Charlie e quei flash back regalano 3 minuti straordinari, tutti i nodi vengono al pettine, Charlie finalmente esce dal suo guscio e si manifesta a tutti gridandoci a bocca chiusa il suo dolore.

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Tutti i personaggi principali sono raccontati con una dolcezza e tenerezza uniche, il film riesce davvero a raccontare e guardare nelle palle degli occhi quella cosa così magnifica che è l'amicizia. Nessun sensazionalismo, nessuna vicenda troppo retorica, nessuna voglia di colpire lo spettatore o divertirlo volgarmente, il tatto alla regia è ammirevole. Credo che sia uno dei rarissimi casi in cui scrittore originario, sceneggiatore e regista siano la stessa persona, non un caso perchè un film a tematiche così delicate come l'emarginazione, il lutto, la malattia e le prime pulsioni sessuali  non poteva e doveva finire in mani grossolane.
Curioso come mi sia capitato di vedere 3 film di Ezra Miller e tutti sempre legati, bene o male, alll'ambiente scolastico. Per fortuna è uscito dai terribili panni di Kevin o del ragazzo di Afterschool per vestire quelli di un ragazzo dal cuore d'oro, puro e senza sovrastrutture come pochi, capace di amare e dare anche senza ricevere. Bravissimo anche il protagonista, leggermente sotto la Watson ma anche il suo personaggio è davvero scritto benissimo.

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Non è un film sulla necessaria e improvvisa maturazione di un gruppo di adolescenti,come ad esempio in Stand by me o in Mean Creek, ma sulle infinite possibilità che l'amicizia a quell'età può regalarti.
Ti può far guarire, ti può rendere felice, ti può far innamorare, ti può non far sentire quello che ogni adolescente almeno una volta si è sentito in vita sua: solo, terribilmente solo.
E sbagliato, profondamente sbagliato.
Sono quelle amicizie che ancora non devono necessariamente fare a botte con la vita di ognuno, quelle amicizie che anche quando hanno a che fare con difficoltà terribili si basano su cose leggere come una piuma, quelle cose chiamate emozioni.
Poi nella vita arriveranno le cose dure e spigolose e l'amicizia diventerà un rapporto magari ancora più forte e saldo ma annacquato, a volte stanco, a volte dovuto, a volte soltanto un ipocrita simulacro di qualcosa che nemmeno esiste più.

( voto 8 )

6.2.13

Recensione "Looper"

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molti spoiler

C'è un problema di fondo in questo bel sci-fi così "pretenzioso" e complesso.
Volendo c'era di tutto per dare maggiore pathos alla vicenda, per regalare più emozione e per raccontare un conflitto psicologico incredibile. Io sono un killer che uccide criminali provenienti dal futuro, devo far solo quello, un lavoro pulito e strapagato. Se dal futuro vedo arrivare il mio me stesso invecchiato di 30 anni ce la farei a farlo fuori come con tutti gli altri? Ecco, sta qui il problema di Looper, non aver architettato un plot per cui io davanti a tale scelta verrei preso da dilemmi psicologici terribili. Uccidere me stesso... Questa sorta di omicidio-suicidio invece serve praticamente a nulla, la mia vita andrà comunque avanti. Anzi, la mia vita andrà aventi sempre e comunque, volendo più volte. Non è un caso che il Joe giovane la prima volta uccida il Joe sessantenne, poi arrivi di nuovo a quell'età e torni indietro un'altra volta. Ma in questo caso il loop in teoria potrebbe non chiudersi mai e il tuo futuro cambiare chissà quante volte (e quello di Joe è cambiato almeno due, in uno torna incappucciato e muore, nell'altro si libera ed ha un'altra vita). Avrei preferito un'opera in cui in qualche modo il senso di destino fosse marcato, in cui le azioni che solo apparentemente modificano il tuo futuro in realtà non lo fanno o, addirittura ,sono proprio quei tentativi di modificare il futuro a darti quel futuro che volevi cambiare. Approfitto per consigliare il piccolo gioiello Timecrimes (Los Cronocrimenes) al riguardo.



 Non che l'ineluttabilità del destino sia obbligatoria, no, ma avrebbe creato certamente un'aura più tragica, drammatica, umana, tutte caratteristiche che al film a mio vedere mancano un pò.  Ad esempio, come dicevo, mi sarebbe piaciuto che il confronto con il tuo te stesso abbia avuto conseguenze psicologiche e concrete molto più forti. Invece il film sembra contraddirsi più e più volte, molte cose che ci sembra di aver capito e dato per certe si smentiscono poco dopo.
 Peccato perchè il soggetto è grandioso e il film, malgrado tutto, pochissime volte si sputtana nell'action (come In Time) ma cerca sempre di mantenere un tono autorale ben definito. Strano come un film ambientato tra il 2044 e il 2074 usi pochissimi effetti visivi, il futuro viene raccontato in un modo molto vicino al nostro presente in effetti, scelta molto particolare e non so quanto vincente. Gordon Levitt ha un make-up per assomigliare a Willis straordinario ma il bravissimo e giovane attore ci mette anche tanto di suo per riuscirci. Sempre bellissime e brave la Perabo e la Blunt.
A livello di regia non ricordo nessuna scena particolarmente memorabile, il film soltanto a livello di script risulta molto ambizioso, non nella realizzazione (forse mancavano anche i mezzi, le sequenze della moto nel grano sono davvero scarsine...).

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Peccato insomma, un soggetto straordinario che manca quasi totalmente di anima e di conflitti interiori. Anche tutta la vicenda dello Sciamano crea notevoli problemi in effetti. Joe con il suo sacrificio sembrerebbe salvare il futuro ma in realtà è proprio dal futuro del terribile Sciamano che arriva il Joe che poi vuole modificarlo (anche se poi, e con metodi diversi, non lo farà lui ma il suo young). Piani temporali diversi allora? O solo una grande confusione? Non si modifica un futuro che in realtà c'è già stato.
Mamma mia, in mano di un grande autore questo poteva essere un capolavoro.
O forse sono io a non averci capito nulla.
Probabile, come sempre.

( voto 7 )

4.2.13

Recensione "The Impossible"



Era da 4 anni e 2 mesi che aspettavo l'opera seconda di Bayona.
Sì, perchè la sua prima, The Orphanage, senza girarci tanto intorno è con distacco il più bel horror che abbia visto negli ultimi 5 anni. Un film così completo e complesso, capace di vestire da film del terrore una tremenda e delicatissima vicenda famigliare, un'emozione continua dall'inizio alla fine, uno script fantastico e almeno un'interpretazione, quella della Rueda, che resta impressa. Come tutti i talentuosi registi di genere europei, vedi Aja, Laugier, Amenabar, anche Bayona ci ha messo un attimo a ricevere la chiamata da Hollywood. Impossibile dir di no, non va biasimato per questo, quella collina rappresenta comunque la Serie A del cinema per uno che ci lavora, inutile negarlo.
Aspettavo Bayona da 4 anni e Bayona nel frattempo è arrivato ad Hollywood.
Ma, ahimè, ne ha preso tutti i difetti.
Buffo constatare come i due film del regista spagnolo, apparentemente diversissimi uno dall'altro, in realtà per alcuni aspetti sono quasi un copia-incolla. Ancora una volta quello che interessa al cineasta spagnolo è il dramma famigliare, là inserito in una cornice horror, qui in quella di un disaster movie (di basi tremendamente reali e storiche però). 

Tutti e due i film raccontano una ricerca piena di disperazione, forza e speranza; in The Orphanage quella di una madre del proprio figlio, in The Impossible di un'intera famiglia spazzata via dal famoso tsunami del 2004. In entrambi i casi l'evidenza porterebbe a non aver speranze ma, a volte, the impossible, appunto, succede.
E forse sta proprio lì il problema del film, lo scontato lieto fine. Tutto lo script è proiettato al momento in cui i due nuclei familiari si uniranno di nuovo, lo spettatore è portato lentamente per mano a un'emozione talmente prevedibile, telefonata e caricata da arrivarci parecchio infreddolito a mio avviso. E'vero, il film non fa altro che raccontare un fatto realmente accaduto ma ci sarebbero stati modi molto migliori per farlo, ad esempio usando un taglio più europeo senza la classica colonna sonora emotiva americana ad accompagnare troppe scene madri o non costellando la pellicola di decine di momenti troppo marcati nel tentativo di facile commozione.



In realtà il film vale, lo tsunami è riportato in modo meraviglioso specie nel momento appena prima dell'arrivo dell'acqua (quel vento, quell'aria così ferma) o in quello in cui il primogenito si tuffa sotto per evitarlo. La devastazione è mostrata in tutto il suo terribile splendore, per almeno un quarto d'ora si rimane davvero a bocca aperta. Non mi rendo conto quanti milioni d'euro possano essere finiti in riprese di tale bellezza. E altrettanto bello è il momento in cui gli abitanti del luogo curano lei, quella vecchia che l'accarezza mi ha dato un brivido. Tra gli innumerevoli "incontri" il più toccante è quello tra i fratelli, quelle urla, quella gioia così primitiva e genuina (non la stessa che può provare un genitore) devo dire che ha fatto alla grande il suo effetto. Ottima, come sempre, la Watts, bravissimo il ragazzino nelle vesti, forse troppo esagerate, di eroe dall'inizio alla fine. Inutile e quasi inconcepibile, a differenza che in El Orfanato, il cameo della Chaplin.
Una pellicola di pregevole fattura, non me la sento di bocciare il mio (ex) idolo Bayona. Ma a me un film per emozionare deve sorprendermi, deve arrivarmi al cuore in maniera inaspettata e genuina, Molte volte rimango fregato, non riesco a vedere i film con la giusta obbiettività. Ci sono riuscito proprio con questo che aspettavo così tanto.
Alla prossima Juan Antonio.

( voto 6,5 )

2.2.13

Recensione: "Red, White & Blue" - Horror Underground - 2 -



Secondo appuntamento (dopo Strange Circus) con la rubrica su film horror, weird, disturbanti e affini.
Anche in questo caso parliamo di un film poco conosciuto e di valore anche perchè queste sono le linee guida che mi sono promesso.

In realtà la prima parte di Red, White & Blue non avrebbe niente a che fare con questa rubrica.
Erica è una giovane ragazza che la dà a tutti.
Ma a tutti tutti eh.
Ogni sera un uomo (o più di uno) diverso, ogni volta puro sesso e poi chi si è visto s'è visto. Erica ha problemi, si vede, qualche segreto custodito dentro di sè, il suo sesso non è solo piacere ma ha la disperazione dietro. Conosce un uomo pericoloso, sfuggente, dal passato molto violento, Nate. Forse lui è l'unica persona che abbia mai incontrato a voler da lei qualcosa di più di una notte di sesso ed Erica se ne accorge. Ma il destino ha in serbo per loro una scia di sangue e tragedia incredibile.
Erroneamente inserito nel filone del rape & revenge il film di Rumley è una pellicola in realtà che si basa tutto soltanto sulla seconda componente, la vendetta. La vendetta di Erica contro il sesso maschile, quello stesso sesso maschile che a 4 anni gli aveva già rovinato l'esistenza. Non è una vendetta violenta o pianificata ma lenta e casuale, un menefreghismo verso l'uomo dovuto a un dolore e una rabbia troppo grandi racchiusi dentro di sè.

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C'è poi la vendetta di Franki contro la stessa Erika, una vendetta diversa questa, carica di dolore, paura, disperazione e momentanea perdita di lucidità. Sarebbe sbagliato considerare il personaggio di Franki solo con accezioni negative, tutt'altro. Ma quando perdi tutto, gli affetti e le sicurezze, e quando scopri che un'altra persona solo per noia e indifferenza ha rischiato di rovinarti irrimediabilmente il futuro scatta una molla difficile da controllare. Franki è una vittima, a prescindere dal finale.
C'è poi la terza vendetta, questa sì cattiva, rabbiosa e pianificata, questa sì vendetta vera e propria. E' quella di Nate contro quei ragazzi (e non solo loro). Nate è un personaggio assolutamente fuori di testa con un passato misterioso e violentissimo. Ma, e qui la pellicola opera una piccola magia, anche con lui lo spettatore non può non empatizzare un pochino, anche per merito di quell'ottimo attore che è Noah Taylor (meritava tutt'altra carriera).
Nate ed Erica erano due persone "sbagliate" che avevano forse trovato insieme un proprio senso.
E l'ultima foto che brucia su quel fuoco racconta qualcosa di più, impossibile da pensare durante il film (e rimanda a quella "domanda folle" che Nate fa a letto a lei, quella domanda che non sentiremo pronunciare).



Ottima la regia, ottima la colonna, basta la prima sequenza per capire che ci troviamo davanti a un film di valore. E la costruzione delle vicende è tutt'altro che banale con i suoi piccoli salti temporali e la geniale ripartizione del film in 3 parti ognuna delle quali con un protagonista diverso.
Anche gli amanti della violenza troveranno pane per i loro denti, l'ultima mezz'ora è un pugno nello stomaco continuo. E Rumley è bravissimo ad alternare scene di violenza solo psicologica o verbale (come quella davvero tosta della famiglia, con quella domanda da brividi alla figlia, emotivamente picco più alto del film) ad altre di violenza esplicita, manifesta, così forti da, almeno in un caso, far star male (mi riferisco all'ultimo omicidio in cui per 4,5 secondi ho voltato lo sguardo).
E in un'ora e mezzo anche il tratteggio psicologico dei 3 protagonisti principali non è affatto male, ognuno ha moltissimi lati oscuri ma lo spettatore in qualche modo ne resta affascinato e cerca di analizzare quel lato oscuro il più possibile.
Film sporco che racconta di tante diverse esistenze tutte disperate a modo loro.E racconta di piccoli errori che portano a conseguenze devastanti. Non ci sono buoni e cattivi, ognuno dalla vita ha preso e dato pugni. Ma pensare che una sola notte di sesso abbia portato alla morte di 6 persone ti fa capire che a volte la tua esistenza e quella di tante altre persone sono legate al caso in un modo così fragile e scivoloso che fa letteralmente paura.

( voto 7,5 )