25.12.19

Recensione: "The Lighthouse"


Dopo The Witch l'opera seconda di Eggers è, ancora una volta, splendida.
Due soli protagonisti, confinati in un'isola sperduta in mezzo all'oceano come guardiani di un Faro.
In un bianco e nero notevole (il film è ambientato a fine '800 e parlato in un inglese arcaico) un film sull'isolamento, sulla pazzia, sul rapporto tra Uomini e Dei.
Con una prova d'attori (Dafoe e Pattinson) formidabili.

la recensione contiene spoiler, letture e interpretazioni.
Anzi, è quasi solo letture ed interpretazioni, stiano lontani quelli che non l'hanno visto e quelli che, giustamente, pensano che non ci prendo mai

 Bianco e nero.
Due uomini si stanno avvicinando a un'isoletta in nave.
In quell'isoletta c'è un faro e quasi niente più, soltanto gli alloggi dei guardiani dello stesso faro.
Per il resto solo scogliere e mare aperto, apertissimo.
Eggers, dopo il favoloso The Witch, torna con la sua opera seconda (in questo 2019 che è incredibilmente l'anno di tutte opere seconde di registi con debutti bellissimi) e conferma di essere un autore straordinario.
A parte l'assoluta valore cinematografico di queste prime due opere, qui c'è quasi da gridare al miracolo per un regista che - nel 2019 - ha ancora voglia, tempo, competenza e passione nel portare così tanto studio, così tanta cultura, così tante ricerche nei propri lavori.
I due film di Eggers sono due saggi di storia, due film che vengono da uno studio disperatissimo di fonti, da un lavoro filologico sia sulla lingua che sul contesto, appunto, storico.
E, come se non bastasse, hanno dentro mille cose, credenze, religioni, culti, usanze.
Paradossalmente questo mix c'è più dentro Lighthouse - film che apparentemente non parla esplicitamente di trascendentale - che in The Witch, film del tutto basato sul rapporto tra Uomo e Dio.


Già, proprio di uomini e dei dobbiamo parlare perchè a Eggers questo rapporto sembra interessare molto.
Tutto poi è amplificato dall'ambientare le sue storie in epoche lontane, epoche in cui questo rapporto era giocoforza più potente (a tal proposito ricordo il nostro bellissimo "Il Primo Re", film che ritroveremo anche nelle classifiche di fine anno).
Non è un caso, forse, che The Witch si concludesse con l'incontro col Demonio e Lighthouse con quello con Dio (sempre nella mia lettura).
E, se ci pensate, è quasi paradossale che nel primo caso l'incontro con il Male sia "salvifico" (anche se sempre di dannazione stiamo parlando), nel secondo - quello con il Bene  - mortale.
Ma facciamo un passo indietro prima di andare alle letture.
The Lighthouse è un film magnifico, tanto scarno nel significante delle locations (tre interni, un faro, una scogliera, il mare) tanto denso nei significati.
E' uno di quei film - di cui mi piacerebbe un giorno, se riesco, fare una lista - in cui c'è il fortissimo legame tra isolamento e pazzia, quelli, per capirsi, che vedono Shining come capofila.

24.12.19

Recensione "Amagami SS e Amagami SS plus" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 6 - di Enrico G.


Torna il nostro giovane esperto di animazione giapponese con un articolone.
Se sei appassionato non puoi perderlo

“Per non arrivare in ritardo all’appuntamento che lei aveva finalmente deciso di darmi, arrivai al luogo dell’incontro un’ora prima. Mi chiedevo se fosse a causa del Natale, ma quel luogo era più affollato di coppie del solito. Il fatto di stare aspettando qualcuno, come tutti gli altri, mi rendeva felice. Quella era la Vigilia di Natale, due anni fa. Lei non si fece mai vedere all’appuntamento”
Queste parole così lapidarie non sono la classica introduzione che ti aspetteresti, da un anime come Amagami.
Sulla carta è una commedia romantica, per di più ambientata a Natale, con tutto il suo carico di buoni sentimenti. È l’adattamento di un videogioco, un media con una narrazione tutta sua, di cui non sono un grande appassionato. È la classica storia dove un ragazzo fa innamorare di sé ogni personaggio femminile. Ha tutto ciò che mi terrebbe lontano come la peste, eppure, io non solo ci sono maturato con Amagami, ma sono fermamente convinto che sia tra il meglio che ci possa essere nel genere.
Questi 24 episodi, più due speciali, catturano una magia difficilmente replicabile, o anche solo esprimibile a parole. Direi che ciò che lo caratterizza di più sia l’atmosfera: prendiamo il primo episodio, con cui si ritorna al presente. Il ragazzo che parlava, Tachibana Junichi, lo ritroviamo chiuso nel suo mondo, meravigliosamente rappresentato da quel planetario nell’armadio. Dopo la traumatica esperienza, esattamente come la ragazza di Gremlins, è arrivato a detestare quel periodo che si approccia nuovamente, il Natale. Viene ridestato da sua sorella Miya (i genitori ci sono, ma non li vedremo mai), si fa forza e va incontro al suo giorno. Ecco, anche questi piccoli gesti, svegliarsi, prepararsi per andare a scuola, creano una sensazione di intimità che durerà per tutta la serie.
Personalmente poi, provo ancora una certa emozione nel vedere tutti questi dettagli di una mattina di dicembre: la sveglia, i brividi fuori dal letto, la poca voglia di andare a scuola. Vivevo queste stesse sensazioni quasi quotidianamente quando guardavo l’anime per la prima volta, e le ricordo ben vivide anche uscito dalle superiori. Ora si unisce una certa familiarità con i personaggi, quasi fossero compagni di battaglie di un periodo duro per tutti, e non posso evitare di sorridere vedendoli curvi, o pensierosi, o in preda agli sbadigli come me, sulla strada per scuola.
Viene dato il giusto spazio a tutti: ovviamente alle future innamorate, compagne di liceo che daranno un nuovo significato al Natale di Junichi, alternandosi ogni quattro episodi in versioni alternative della stessa storia. Ma anche alla routine familiare dei Tachibana, alla stessa cittadina Kibitou, all’amico Umehara Masayoshi, personaggio che, come tutti d’altronde, parte come stereotipo per poi acquisire profondità.
E c’è una dolce sigla, di Azusa, che tornerà a cantare nel sequel, superandosi, dell’anime che l’ha lanciata quando aveva solo 22 anni; c’è un animazione semplice ma piacevole, dai tratti morbidi, portata in vita da bravissimi doppiatori; c’è la musica di Toshiyuki Omori, una delle più belle colonne sonore io abbia mai ascoltato in un anime televisivo.


È una quieta introduzione a questo mondo, che mi piacerebbe esplorare nella stessa maniera dell’anime, tramite le ragazze che amerà Junichi. Come ho detto, esiste anche un seguito, Amagami SS Plus (si vede che non sono l’unico ad avere un’alta opinione della prima serie), che dedica due nuovi episodi ad ogni ragazza più uno speciale. Parlerò di entrambi, cercando di far trasparire perché questo anime sia così speciale.

Haruka Morishima
Ovvero, uno stereotipo tra i più comuni: la idol della scuola, quella perfetta e inarrivabile che tutti amano ed ammirano. Solo a poco a poco emergono dei tratti più umani e meno idealizzati, anche grazie all’incredibile lavoro della doppiatrice, che fa emergere una voce più bassa e sottile quando è assonnata o vulnerabile. Doppiatrice che, come tutte le altre poi, dà la voce anche all’ending della sua route, lasciando come al solito stupiti di come canto e recitazione siano intrecciati nel doppiaggio nipponico. Haruka non è poi così straordinaria, ma forse è proprio questo il punto: essere una ragazza come tante, fissata con ciò che è carino (non a caso descrive Junichi come tale, nel senso di gentile, con le altre persone), desiderosa di sorprese e stimoli.
A proposito di sovversioni, c’è il fatto non indifferente che il nostro protagonista venga rifiutato alla sua prima proposta: in fondo è uno slice of life, uno spaccato di vita vera sui problemi più comuni tra gli adolescenti, come non essere corrisposti. Fortuna vuole che Junichi sia ostinato, e che ad Haruka non dispiacciano poi molto le sue attenzioni.
Questa sua personalità riesce a rendere plausibili anche gli eventi più assurdi che scaturiscono dalla mente degli sceneggiatori, prova quantomeno di una certa fantasia. È una commedia in fondo, e un sorriso me lo ha sempre strappato. Alcuni personaggi secondari sono un po’ come gli spettatori in questo: non essendo innamorati, assistono, riconoscono l’assurdità della cosa, ma ci passano sopra con un sorriso. Il capitano di questo atteggiamento (e del Club di Nuoto) è Tsukahara Hibiki, la migliore amica di Haruka, introdotta per poi ritornare con un ruolo importante nell’arco di Ai, il mio preferito. È il classico personaggio più sottotono che livella l’esuberanza dei protagonisti, ma riesce più volte a sorprendere. Il mio momento preferito dell’intero arco narrativo di Haruka deve essere proprio la sua conversazione telefonica con l’amica: rilassata, dolce, che mostra, nel caso non fosse abbastanza chiaro, quanto è perspicace Hibiki, e in fondo pure sensibile. Dovessi indicare chiaramente un momento di Amagami per far capire a chi non lo conosce perché mi piace, è questo: qui realizzo il suo essere un po’ fuori dal tempo, con questi ambienti familiari giapponesi così sobri, che ricordano vagamente gli interni di Ozu, ma anche un po’ di Studio Ghibli.

 Questi adolescenti che si parlano attaccati alla cornetta d’ingresso non possono non farmi pensare al capolavoro I Sospiri del mio Cuore, irraggiungibile spaccato sulla Vita e l’Amore. Anche qui si vedono, a tratti, quello stesso fascino, di vita all’aperto, nei parchi, a saltare la corda o chiacchierare in pausa pranzo, senza le sovrastrutture imposte da telefoni, politica, cultura di massa (e per fortuna senza gli odiosi ragazzini in bicicletta, non parliamo del solito brodo nostalgico-citazionista in salsa anni ’80). È bello perdersi in questa cittadina, Kibitou, nei suoi tramonti perenni che rendono l’acqua del mare color zafferano, nei viottoli dove si respira la neve e il Natale, tra le sue innumerevoli pale eoliche (a volte esagerano e le piazzano anche in mezzo agli edifici, dove non dovrebbero certo stare); ti dà l’idea di volerla visitare, parlare con i suoi abitanti così simpatici da sembrare reali.

18.12.19

Recensione: "Nancy"


Un film di impressionante precisione psicologica.
Nancy è una 35 enne bruttina, sola, abituata a mentire e incapace di dare e ricevere amore.
Un giorno scopre che 30 anni prima una bimba di 5 anni era scomparsa.
Il volto che dovrebbe avere adesso quella bambina è il suo volto.
Contatta quella famiglia disperata, si trasferisce da loro.
Ne nasce un film bellissimo, profondamente malinconico ma anche teso, quasi un thriller.
Un film sul vero e il falso, sull'intuito e la razionalità, sul valore che può avere il voler bene di per sè, a prescindere dai rapporti carnali.
Con un personaggio principale (e l'attrice che lo interpreta) pazzeschi

piccoli spoiler, più grandi dopo ultima immagine ma ho cercato di non essere super esplicito

Nancy ha circa 35 anni.
Non è bella, ha i capelli nerissimi e tinti, talmente stopposi che paiono una parrucca.
Fa una specie di lavoro part time, manco se capisce cosa, e a casa ha una mamma che non sta bene, grassa, stanca e con un braccio che si muove continuamente, un braccio che sa tanto di Parkinson.
Nancy non sembra amarla e quel non amore pare essere contraccambiato, anche se a volte piccole gocce d'affetto paiono cadere in quel vaso d'amore gelato.
Nancy ha un blog - un blog di Blogger per giunta (ci sono rimasto a vedere lo stesso editor) - dove parla del bambino malato che ha in grembo e che ha deciso comunque di far nascere.
Eh, il problema in realtà è che non c'è nessun bimbo, semplicemente a Nancy piace far credere questo agli altri.
Nancy che poi dice ai colleghi d'esser andata in Nord Korea, gli fa vedere anche le foto, senza però ricordare che laggiù nessuno può andare.
(e comunque il piccolo dubbio che sia vero resta)
Insomma, Nancy è una mentitrice, una donna che dice bugie, che non vuole curare una madre che la prega di farlo, che la fa anche morire quella madre.
Sembra non avere emozioni, lei e quegli occhi a rana inespressivi.
Lo spettatore non la sopporta, esteticamente e moralmente, anche se un pochino, fors'anche un pochino più di un pochino, le fa anche tenerezza.
Voglio dire, dietro alcuni comportamenti, dietro alcune follie, dietro alcune freddezze, ci deve essere per forza qualcosa di non bello, ci deve essere un dolore pregresso, delle mancanze.
La regista - donna of course - si muove in spazi stretti e in primi piani ancora più stretti, ci mostra senza giudicare, ci dà piccoli indizi.
Lei, l'attrice che interpreta Nancy, sarà una di quelle che noi cannibali del cinema indie ci godremo nei prossimi anni (già vista e amata in Mandy, che buffo, altro film che prende il titolo dal personaggio di lei).
Il suo volto imperscrutabile sarà tutto il film, impossibile prescindere da esso.
Sta sempre al telefonino Nancy, in un film che anche di questo parla, di come il virtuale sia al tempo stesso il demonio da cui a volte doversi staccare ma anche la panacea dei mali di tante anime sole.
Nel suo blog c'è un solo commento, quello di lui (e confermo che Leguizamo e Lucio Battisti sono due gocce d'acqua), un brav'uomo che probabilmente potrebbe - consentitemi il neologismo - snerire tutto il male oscuro di Nancy ma che lei, forse per paura, rifiuta.
Poi un giorno Nancy vede la tv e nella tv c'è una coppia che parla della figlia persa 30 anni prima, a soli 5 anni.
Viene fatta la proiezione del volto che potrebbe avere adesso quella bambina ormai donna. 
E quella proiezione è Nancy, qualcosa di quasi identico a lei.
Nancy scarica e stampa l'immagine e nella scena più bella, da brividi, mette quella metà faccia di carta vicino alla sua.
Di qua una donna triste, dai capelli ancora più tristi di lei.
Dall'altra una donna bionda con un bel sorriso, una donna che sembra non aver sofferto, perchè una cosa è la vita vissuta, un'altra un computer che in un click ti aggiunge 30 anni.
Nancy decide allora di contattare quella famiglia.
"Non so come dirvelo, ma credo di essere vostra figlia"

Ne nasce un film di una precisione psicologica pazzesca, di grande, grandissima sensibilità e pari malinconia senza però che, latente, e nemmeno troppo, resti sempre addosso una grande tensione, specie grazie al grandioso personaggio di Nancy, personaggio che abbiamo "paura" ad amare, abbiamo paura a sostenere perchè siamo sempre lì con l'angoscia di quello che farà, di quello che pensa, di quello che sa o non sa.
Un "thriller d'anime" sempre pronto a potersi trasformare in tragedia oppure restare in una tranquilla ma densa drammaticità.
Un film sul vero e il non vero, o meglio sulla bontà o meno delle sensazioni, dell'intuito.
Noi, come i due genitori, siamo lì a scommettere o non scommettere che sia veramente loro figlia, siamo lì a sperarlo.


E che bella la differenza tra i due, quella madre che "sente" che quella sia sua figlia e la tratta come tale  - "qui è dove ti portavamo" - e quel padre che invece non ce la fa a non parlare in terza persona  - "qui è dove andavamo con Brooke" - .
Più passa il tempo più alcune cose non tornano ma, al tempo stesso, siamo sempre più sicuri che quella figlia sia veramente lei (geniale l'aver trovato una coppia di attori - Buscemi e la Riseborough - praticamente identici).

10.12.19

Recensione: "Selfie" 2019 - Agostino Ferrente - BuioDoc 44


Ferrente, dopo il già bellissimo Le Cose Belle, gira un altro documentario nella sua Napoli.
Anzi, no, lui non gira niente, si limita a dare un cellulare in mano ai suoi protagonisti e lasciargli carta bianca.
Ne nasce un film che è un incredibile montaggio di "selfie mobili", di immagini in movimento riprendendo sè stessi.
Due ragazzi, qualche sogno che forse non si avvererà, tante difficoltà, tanta ironia.
Sullo sfondo l'omicidio di Davide Bifolco, un loro coetaneo sparato alle spalle da un carabiniere che lo scambiò per un latitante.
Regia assente (o presente nel solo montaggio), è la vita che accade.
Si ride, ci si incazza, a volte ci si annoia pure, ci si emoziona.

Avevo già visto il precedente film di Agostino Ferrente, Le Cose Belle.
Anzi, avevo pure contattato Agostino per portare il suo film (compreso il suo "dopofilm", non posso dire in che senso) a Perugia.
Fatto sta però che Agostino in quei mesi era in dolce attesa (perchè mica solo chi li porta in grembo lo è...) e quindi ci perdemmo.
Lo ritrovo adesso con questo nuovo film, anzi, documentario, come tutti i lavori di Ferrente.


Siamo ancora a Napoli e si parla ancora di giovani, di difficoltà, di traumi e di sogni.
Se ne Le Cose Belle (credo che ad un certo punto Ferrente, volontariamente o no, fa citare il titolo del suo vecchio film ai due ragazzi protagonisti di Selfie, in quel bellissimo dialogo su cose brutte e cose belle), dicevo, se ne Le Cose Belle c'erano due temporalità - i sogni da bambini, la realtà da adulti, in un esperimento alla Boyhood in due atti - in Selfie la particolarità è un'altra, talmente "strana" da rendere questo piccolo film quasi unico.
Non è tanto l'esser stato girato tutto con un telefonino, ma il fatto che queste riprese siano state interamente realizzate dai protagonisti del film, a mò, vedi titolo, di selfie.
Quindi cellulare in mano, inquadratura su sè stessi e si gira.
Tutto è così radicale che potremmo quasi definire Selfie un film apparentemente (solo apparentemente) senza regia, una specie di autogestione degli attori.
La mano di Ferrente si vede, ovviamente, ma è rintracciabile quasi interamente nel montaggio di tutto il girato fatto dai ragazzi.
E lì, nel montaggio, la regia di Selfie, la "visione", il ritmo, le scelte.
Tutto prende spunto dall'omicidio di Davide Bifolco, un 16enne ucciso in motorino da un poliziotto (che gli ha sparato alle spalle) perchè scambiato per un latitante.
I nostri due protagonisti erano suoi amici, praticamente coetanei.
Da questa premessa parte un film che è, semplicemente, il racconto della vita di Alessandro e Pietro, uno magro e lavoratore (in un bar), l'altro praticamente obeso e al momento senza una strada, nè scuola nè lavoro.
Lo scenario è difficile, famiglie praticamente inesistenti (non si riesce a capire - o magari non sono stato attento io - dove siano, sempre se ci siano ancora, i genitori dei due ragazzi), vita di espedienti, contesto socio-culturale di bassissimo livello (anche se in una scena da pelle d'oca Alessandro cita L'Infinito di Leopardi traslandolo alla sua realtà), alcune amicizie di dubbio gusto. E poi sigarette su sigarette su sigarette in un film in cui tutti, ma proprio tutti - compresi i due bambini di 11 anni - fumano.
Non si vede un futuro.
I sogni, come in Le Cose Belle, ci sono, sogni perlopiù lavorativi, ma la sensazione di un'esistenza vissuta alla giornata è forte.
Ferrente, lo dice esplicitamente nel film, ha fatto un casting di 16enni, e da lì scelto quelli che riteneva i ragazzi più interessanti. Restano però nel montaggio anche altri personaggi di cui vediamo solo il casting o poco altro, a suggerire un'idea di work in progress anarchico, quello che in realtà Selfie è.
C'è Sara che racconta dell'amore, di come probabilmente se amasse qualcuno lo aspetterebbe anche dopo 20 anni di galera (perchè si dà per scontato che un tuo compagno prima o poi ci finisca), ci sono i due bambini che pensano solo al fumo (straordinario, quasi Alleniano, il dialogo con Ferrente:
"Mi promettere che se vi sceglierò per il film smettete di fumare?"
"Sì, va bene, ma intanto dacci una sigaretta."
"No, perchè vi ho già scelto"),
ci sono Alessandro e Pietro nudi in spiaggia, anzi no, sono nelle sedie di un bar (davvero esilarante), c'è Pietro che imita i camorristi ma invece di ascoltare musica neomelodica mette su la Classica (e che bello che quel brano da diegetico continui poi fuori diegesi per diversi minuti), c'è l'incontro a casa del padre di Davide Bifolco, c'è il funerale di Davide, c'è la drammatica chiamata al 118 di quella notte.


Alle immagini in selfie dei due ragazzi si alternano altre ci circuiti chiusi su luoghi desolati.
La sensazione che lo spettatore ha è di divertimento, poi di malinconia, poi di rabbia, poi a volte pure di commozione (mai urlata, sempre sussurrata), poi ancora risa e poi ancora occhi lucidi.
Come in quasi tutti i documentari "lunghi" non mancano momenti di calo d'attenzione, di stanchezza del ripetersi, ma Selfie saprà sempre riprendersi e catturarci di nuovo.
Il film diventa un piccolo miracolo, la dimostrazione di come quasi sempre la vita, di per sè, sia già cinema, anche senza andare a ricercarne i momenti più significativi.
Da apprezzare il concept di Ferrente, questo suo "nascondersi" in favore del soggetto, di ciò che vuole mostrare.
I due ragazzi si sentono veramente registi, parlano più volte di "film", organizzano "scene" che alla fine scene non sono mai, solo spezzoni di vita, anche i più banali.
Gli si vuole bene, come si vuole bene alla fine a tutti gli adolescenti che oltre all'oggi non possono pensare a nulla, senza un futuro, senza certezze, senza serenità.
Forse l'unico intervento cinematografico è in quel racconto dell'incubo di Alessandro, in quel motorino che va indietro invece che avanti.
Poi si torna alla realtà, alla lettera di compleanno scritta da Alessandro a Pietro (divertente e profonda insieme) e a quell'ultimo selfie, che più che selfie è un videomessaggio, che più che videomessaggio è ricerca e grido d'aiuto, un modo di parlarsi.
"Guarda babbo, sono un regista"
Magari, in futuro, questa diventerà la sua cosa bella

4.12.19

Ultimo remind per la seconda collezione di T Shirt del Buio in Sala



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ULTIMO remind per la seconda collezione di t shirt del Buio in Sala... (al massimo ne farò un altro l'ultimo giorno)
Il 9 Dicembre devo chiudere tutto, poi non si può più far niente, purtroppo non è come i film che si ripristinano, le maglie non potrò più rifarle.
Ricordo i film presenti
THE CRESCENT
A GHOST STORY
DRIVE
MAGIC MAGIC
Ma le maglie secondo me sono belle anche se paradossalmente non si sono visti o amati questi film
Ricordo 100% cotone, serigrafia, 22 colori da scegliere, tutte le taglie, modello uomo e donna.
Vi metto qua il modulo di prenotazione, poi sarete contattati da me.
Ricordo come ultima cosa che ci sono ancora 12-13 maglie della collezione precedente (dogtooth, synecdoche new york, wrong cops, mr nobody, climax), se volete sapere quale rimanenze contattatemi

ECCO IL MODULO, basta cliccarci


1.12.19

Recensioni "Sofà" (scritta da me) - "Dylda" (Beanpole) - "A White, White Day" - Torino Film Festival 2019 - di Riccardo Simoncini

Ultimo appuntamento con le recensioni dal Torino Film Festival.
Io ne recensisco solo uno (sempre che il delirio che ho scritto se pò definì recensioni) brutto ma talmente brutto che maremma maiala, maremma maiala, via, famme sta zitto, e lascio più spazio a Riccardo che, invece, ci parla di due film importantissimi, uno forse il più bello del Festival, Dylda, l'altro il vincitore, A White, White day



SOFA'

"Beato chi non sooofà il sofà", mi verrebbe da dire scimmiottando la Ferillona nazionale.
Sì, perchè sto film è brutto, ma tanto brutto.
Ma non è un film brutto eh, ma un brutto film.
Io i film brutti li amo, i brutti film no.
Anzi, dirò de più, c'è la sensazione che il regista pensa de avè fatto una cosa davvero grande, intelligente, impegnata, artistica, importante.
Una ex insegnante vaga su una spiaggia, poi non se sa come sale su una barchetta co un pescatore fico, poi non se sa come invece che un pesce pesca il su sofà, il sofà della su ex casa proprio eh, che l'hanno sfrattata perchè lì ce dovevano costruì il viadotto credo pe le Olimpiadi de Rio ma non so sicuro, e poi insomma gira per la città co sto sofà, aiutata da quello fico, poi trova la su vecchia casa distrutta poi torna non se sa perchè sulla spiaggia, sempre col sofà eh, poi prova a contattà 'l sindaco pe fasse ridà casa sua, e sembra che ce riesce e invece no, porella, non solo il sindaco col cazzo che glie ridà la casa o il terreno ma la prende pure pel culo facendocela crede, ahahah, poi infatti glie dice "Ma davero credevi che aiutavo i poveri e gli emarginati?", così eh, letterale, e secondo me il regista qui se faceva le pippe pensando alla su lotta pei diritti, ma le pippe se n'è fatte tante anche prima co sto cazzo de film che ogni santa inquadratura, ogni santa inquadratura c'è una fotografia diversa, 22 luci diverse, anche sul singolo dialogo due luci diverse, e poi cambia la grana, e poi il bianco e nero, e poi addirittura immagine ribaltata, e poi sparano e questi se mettono dietro il sofà, e poi ritagli de giornale con scritto "nessuno aiuta i poveri", e poi personaggi talmente trash e improvvisati che se ve cade lo smart a terra e riprende a caso con la fotocamera ve viene fori na sceneggiatura meglio de questa, e poi quello fico, il pescatore, che vole pipà sta donna (ma de cheeeee????) e invece lei invece de trombà glie scrive l'alfabeto sui bracci, e poi - e qui solo perchè so bono non so uscito dalla sala - il film che diventa metacinematografico con questa che va verso il sindaco 5 volte, 5 ciak diversi, e poi una rottura de coglioni talmente alta che in confronto guardà il bollitore è un luna park e poi finalmente finalmente finalmente questa MOREEEEEEEEEEEE, e dovrebbe esse na morte tragicissima, da piangece ore ed ore ed invece io godevo che era morta, che il film stava a finì che maremma puttana non se pò non se pò non se pò fa un film del genere, per fortuna è finito ed ho finito anche de scrivece, ciao

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DYLDA/BEANPOLE 

(di Kantemir Balagov)

Concorso Torino37

Il film più grande di questa edizione del TFF e probabilmente tra i più importanti di tutta questa annata cinematografica. Beanpole è la riconferma del talento di Kantemir Balagov, allievo di Sokurov (ma ormai totalmente autonomo e maturo rispetto al suo maestro), che aveva già stupito e fatto innamorare con la sua meravigliosa opera prima “Tesnota”. In quel primo film la Storia rimaneva sullo sfondo, in un momento di pace e di transizione tra la prima e la seconda guerra cecena, capace di condizionare solo psicologicamente le vite dei personaggi che quivi si muovevano. Beanpole rappresenta, invece, una Storia (quella del 1945 a Leningrado) che, nonostante la guerra sia finita, è ancora viva e protagonista e che continua incessantemente a lasciare tracce fisiche su chi la sta vivendo, non fermandosi semplicemente all’animo (come accadeva in Tesnota), ma sconvolgendo e martoriando la carne e il corpo. Ma non è il fronte quello che viene rappresentato, o almeno non il fronte di guerra. Piuttosto quello di chi di quel conflitto ne percepisce in maniera più violenta le conseguenze. Siamo infatti in un ospedale per reduci di guerra, in un luogo dove sopravvivere spesso non è che una condanna. Paralizzati, amputati, bendati, ingessati. Tutti soffrono per essersi salvati. Tutti sentono forse il presagio della fine di una guerra collettiva, che non è però accompagnata da un’analoga fine di sofferenza personale. Sembra di vivere in parte quell’atmosfera magica e sospesa che permeava il bellissimo Scarred Hearts di Radu Jude. Qui, però, non è un paziente ad essere protagonista, ma un’infermiera, Iya: alta, altissima, bionda e timidissima. Una “giraffa”, come la definiscono, che nasconde, dietro ad un’apparente goffaggine, un estremo dolore. Sì, perché se Iya dovrebbe da un lato occuparsi dei pazienti, in realtà avrebbe tutte le caratteristiche per essere dall’altra parte. Presenta infatti un trauma da stress, che la obbliga in alcuni momenti ad “incantarsi” (come dicono le persone che la circondano), in uno stato di immobilità estrema che le congela temporaneamente il corpo ed il respiro. Per questo potrebbe apparire “strana”, con una fisicità eccessiva, tale da accomunarla quasi alla presenza vampiresca di Tilda Swinton in “Solo gli amanti sopravvivono”. Beanpole è infatti un film fisico, concreto, che si può toccare ed ascoltare: disegnato dagli sguardi fissi su una carne ferita e lacerata, e sonorizzato da una musica fatta di sospiri e lamenti. Stretto in luoghi claustrofobici (come già accadeva in Tesnota), che non lasciano nessun scampo e respiro, proprio come accade alla protagonista quando si “incanta”.
Nonostante le sue caratteristiche, però, Iya è tutt’altro che eccentrica. Timida e silenziosa, nascosta in grandi e spaziosi maglioni colorati, che celano quel suo corpo allungato, ma inviolabile, che ha conosciuto il mondo solo attraverso la sua componente più violenta e disumana. L’unico conforto che trova la giovane infermiera è in un piccolo e dolce bambino di tre anni, affidatole dall’amica Masha, ancora al fronte a combattere. Questi rappresenta l’unico residuo di purezza e umanità, in un contesto raggelante dove tutto può essere solo distrutto e non più costruito.
Ma qualcosa accadrà a quel bambino, e così, al ritorno di Masha dal fronte, non ci sarà più, ad attenderla, un piccolo autentico essere umano, ma solamente la stessa desolazione che aveva lasciato alla partenza. Tra quelle due amiche seguirà, a quel punto, un indomabile flusso di tensioni, che condurrà inevitabilmente ad un gioco di opposti, che più si attraggono, più si danneggiano, rimarcando le conseguenze fisiche della guerra nel riflesso dei due visi e corpi femminili, che richiamano, per questo, nella loro grandezza, il dialogo esistenziale tra Elisabeth e Alma in Persona di Bergman. È una guerra vissuta al femminile, nei loro occhi e nei loro corpi (quella dolorosissima cicatrice di Masha, da cui intendiamo la sua sterilità) .
Quest’opposizione reale ed esistenziale viene resa esplicitamente nel film attraverso l’utilizzo sapiente della palette di colori: un rosso e un verde, che si invertono e si sovrappongono, conciliandosi e perdendosi, ma mantenendosi sempre unici e distinti, come fossimo in un dipinto di Vermeer.
Iya e Masha sono infatti diverse, diversissime, come quel verde e quel rosso, inconciliabili forse fisicamente e caratterialmente. Ma sono entrambe accomunate da un ossessivo bisogno di aggrapparsi a qualcosa di nuovo e vero, che si possa sentire fisicamente (come il bisogno morboso di percepire un figlio dentro il proprio corpo) e che mostri dunque concretamente anche i segni della nascita di una nuova epoca. Qualcosa che cresca, che conferisca ritmo ad un tempo che sembra essersi fermato. Qualcosa che possa condurle in salvo da quella condizione collettiva che obbliga tutti a vivere da sopravvissuti, più che da viventi. In un limbo esistenziale, dove il tempo non è né prima né dopo. Né fine, né inizio.
Speriamo che la prossima volta che mancherà il respiro ad Iya sia per qualcosa di bello, bellissimo, in grado di stupirla e commuoverla, e non per effetto di un trauma legato alla guerra.  Anche se forse quel bello può essere solo immaginato, vestito di rosso e verde.



A WHITE, WHITE DAY 

(di Hlynur Pálmason)

Concorso Torino37 – Vincitore Miglior Film

Spesso definiamo la nostra identità in base alle relazioni che scandiscono la nostra quotidianità, rispetto al ruolo che ricopriamo ogni giorno nel mondo. Così il protagonista Ingimundur, dopo aver perso la moglie in un incidente stradale, rispondendo alla domanda “Chi sei?”, dice: “Sono un padre, un nonno, un poliziotto” e solo dopo ammette “Sono un vedovo”. E già in quest’incipit, apparentemente irrilevante, si nasconde l’oscuro motore d’azione del protagonista: la continua ed ossessiva ricerca degli altri, per sfuggire ad una condizione di solitudine, in un luogo come l’Islanda dove imperversa l’immensità dell’isolamento e del vuoto. Ma anche il mantenimento di uno stato individuale che non può prescindere dalle relazioni umane. Sì, perché siamo ciò che siamo, anche attraverso qualcosa che è distinto dalla nostra individualità, che dipende invece da tutte quelle persone che ci circondano e con cui si è costruita una realtà condivisa.
Ma a volte alcuni pezzi di quel mondo si frantumano. E una moglie può morire improvvisamente in un incidente stradale. E lasciare un vuoto da colmare. Così Ingimundur passa, in un attimo, dal potersi definire “marito” al doversi attribuire l’epiteto di “vedovo”. In questi momenti, quell’individualità, di cui si diceva prima, è messa a dura prova, diventando tormentata, se non patologica. Perché si distrugge una parte di noi e della nostra essenza.
Pervasa da un’inquietudine che pare essere sempre sul punto di esplodere, quest’opera seconda ambienta, in un’Islanda desolata, un’elaborazione di un lutto dai molteplici esiti simbolici e metaforici. Disseminati in maniera frammentaria in tutta la pellicola, essi risultano però poco coesi, incapaci di condurre ad una visione unitaria che includa tutti quei segni accennati, ma mai approfonditi. Si raggiunge dunque un unico stato di magica suggestione, che affascina certo, ma non convince del tutto.
Così quella casa di famiglia, che ossessivamente Ingimundur vuole costruire e ristrutturare, rappresenta il suo tentativo disperato di riempire quel vuoto fisico lasciato dalla scomparsa della moglie. Costruire qualcosa capace di sostituire quell’assenza con una presenza. Uno spazio fisico che, come dice il protagonista stesso, “deve resistere alle intemperie”. Che dia sicurezza e protezione per un futuro che si vorrebbe scrivere e non solo immaginare. Un luogo che sopravviva al tempo, ai ricordi e al passato.
Ma così allo stesso modo bisogna intendere anche quei continui ed incessanti annunci di una morte e di una violenza ormai imminenti. Da una macchia di sangue che fatica ad andare a via, alla violenta e spregiudicata uccisione di un pesce appena pescato, sbattuto con impeto (ma serenità) su un tavolo, per porre fine alla sua agonia. Tutte queste condizioni legano, in una dimensione contemporaneamente magica ed angosciante, le vite di Ingimundur e della sua nipotina Salka, in una complicità che si fa dolore e sopportazione, a riconferma di quei ruoli relazionali, di cui si diceva all’inizio, che ci definiscono grazie a chi ci circonda.
Ma il passato continua a tormentare il protagonista. E la morte stessa della moglie sembra non dargli tregua. Perché Ingimundur cerca senso e razionalità in qualcosa che appare troppo misterioso per essere compreso. Ingimundur vuole vedere, con i suoi occhi, quello che è stato e che non ha vissuto. Da qui nasce la sua ossessione per quelle fotografie e quei video-ricordo, che vorrebbe colmassero dei ricordi difettivi di una realtà di coppia forse non davvero condivisa. Perché Ingimundur vuole continuare ad essere quel padre, quel nonno, quel poliziotto. Ma smettere di essere vedovo. E per farlo, la realtà non basterà più. Bisognerà abbandonare quella bianca nebbia che impedisce di vedere oltre (dove un sasso che rotola giù dal pendio può essere solo ascoltato e non visto). E passare al nero di una buia galleria. E solo a quel punto, superando quei non-colori, si passerà ad un mondo dove tutto è finalmente visibile. Un mondo disegnato con i colori della passione e dell’amore, colori, però, che in quella vita d’Islanda non sono mai esistiti nella realtà.

30.11.19

Recensioni "Il Buco" (El Hoyo - The Platform) - "When the day had no name" - "Greener Grass" - Torino Film Festival 2019 -

Altri 3 film visti al Festival e, anche in questa seconda giornata, uno è grandissimo.
E' lo spagnolo El Hoyo, opera prima che sembra distopica, sembra terribile, ma in realtà nasconde forse dentro l'unica chiave di speranza per la nostra specie.
Una piattaforma di cemento, due persone per stanza, centinaia di stanze in un edificio che sembra l'Inferno di Dante.
Una tavola imbandita di cibo che parte dal Piano 0 e poi va sempre più giù.
In fondo non arriva niente, solo pochi avanzi nei piani intermedi poi più nulla negli ultimi.
Un trattato sociopolitico fatto film che, forse, va anche oltre, sfociando in un piano esistenziale.

Il secondo è un piccolo film macedone che prende spunto da un fatto reale, 4 adolescenti uccisi a pesca in un lago.
La loro ultima giornata, fatta di cazzeggi, liti, amori, errori e fatalità.
Leggermente noioso all'inizio, molto bello poi

Il terzo è un film comico e surreale che mischia i Monty Python e il nostro Maccio Capatonda.
Dialoghi impossibili, situazioni surreali, eventi senza senso nella cornice di un quartiere finto e colorato identico a quello di Edward Mani di Forbice.
Si ride più volte di gusto, non mancano gli spunti geniali ma alla lunga questa è un tipo di comicità che rischia di annoiare per un'ora e mezzo di fila, più adatta a sketch che ad una debolissima sceneggiatura come quella del film.
Un possibile cult (o guilty pleasure)  



PRESENTI SPOILER

Film pazzesco, un trattato di sociopolitica fatto film.
Un grido d'aiuto, una spietata fotografia dell'Uomo ma anche un'opera che, come quella Panna Cotta, vuole essere un Messaggio, un messaggio di Speranza.
Un uomo si sveglia in una stanza di cemento che ha ai lati solo due letti, il suo e di un'altra persona.
In mezzo a loro un grande buco, sopra di loro un altro grande buco.
Si scopre che l'edificio è un'infinita piattaforma di stanze tutte uguali, solo cemento, cemento e due letti.
Non si sa quante siano, forse 200.
Quello che è sicuro, e il vecchio in stanza con il nostro protagonista glielo dice subito, è che chi è in cima è fortunato, chi sta in fondo difficilmente sopravviverà. 
Questo perchè in queste stanze arriva sempre una piattaforma, una piattaforma che parte dal piano 0 imbandita di ogni bendidìo, tutto il miglior cibo che si possa chiedere preparato da un ristorante stellato (letteralmente, sopra il piano 0 c'è un ristorante di lusso con 50 persone a lavorarci) e poi più scende più il cibo diminuisce, mangiato dalle varie coppie che stanno in ogni piano.
Al piano 48, quello dove parte l'incubo del nostro protagonista, ci sono ancora molti avanzi da mangiare, già al 100 praticamente non arriva nulla.
Ogni persona che viene mandata (o che decide di andare volontariamente) ne El Hoyo (La Fossa) può portare con sè un solo oggetto. Quasi tutti portano armi per difendersi e, semmai, uccidere (stai in ogni stanza un mese e se sei nei piani bassi diventa impossibile un mese senza mangiare qualcosa o qualcuno).
Il nostro protagonista, invece, porta un libro, il Don Chischiotte.
Del resto lui a Chisciotte somiglia davvero e lo stesso film può somigliare a un incredibile viaggio attraverso una follia che combatte l'impossibile.
Il film ha una sceneggiatura incredibile, una serie di dialoghi semplicemente perfetti.
Mischia tensione, ironia (tanta ironia, tanto che si ride di gusto più volte), violenza, riflessione, mistero, avvalendosi poi di attori veramente notevoli (il vecchio pazzesco per me).
Siamo in un'ambientazione che ricorda tantissimo l'Inferno di Dante (forse quella stanza 333 laggiù in fondo è un omaggio al canto 33imo, o forse è semplicemente la metà di 666).
Ma siccome ho pochissimo tempo non posso scrivere di tante, tante, tante cose.
E devo passare direttamente alla lettura del film, per un film che è simbolo dalla prima all'ultima inquadratura.
Cosa rappresenta El Hoyo?
Ecco, credo sia la nostra Terra, è evidente.
In cima, sopra il piano 0, quel fantastico banchetto che viene preparato rappresenta tutte le ricchezze del nostro pianeta.
Tanto che, in una lettura religiosa del film, potremmo anche vedere quello chef stellato come Dio, come colui che ci ha regalato il mondo in cui viviamo e tutte le necessità per viverci al meglio.
Il problema è che tutta questa ricchezza (perfetto che sia stato usato il cibo come simbolo) viene goduta solo dai più potenti, dai più fortunati.
Non solo sono gli unici a goderne ma sono così sprezzanti e indifferenti a chi sta sotto da sprecare quel cibo, camminarci sopra, distruggerlo (la scena del banchetto al piano 1 è da brividi, la più simbolica di tutte).
Più si va in basso meno cibo e ricchezza resterà e quella che resta molto spesso è deturpata, distrutta.
Ma il film va oltre la semplice denuncia sociale (paesi ricchi e paesi poveri, uomini ricchi e uomini poveri) arrivando a parlare, molto più in generale, dell'Esistenza.
E' per questo che ogni mese i condannati della Fossa cambiano stanza, potendosi ritrovare in un amen dalla 8 alla 132. Perchè nella nostra vita ogni giorno possiamo passare dal ritrovarci dall'essere fortunati a sfortunati.
E viceversa.
E anche il fatto di come alcuni ci vengano mandati e altri ci vadano volontariamente è emblematico.
Ed ecco allora che la coscienza di questo dovrebbe portarci a superare il nostro egoismo e iniziare a ragionare come mondo, come collettività.
Se ognuno si prendesse il suo tutti potremmo avere qualcosa, tutti potremmo avere vite dignitose.
Attenzione, la kafkiana Amministrazione del film, quella che ha creato La Fossa e che manda le persone nelle varie stanze, per tutto il film ci sembra come un qualcosa di terribile.
E invece no, e invece questa Fossa è un disperato aiuto all'Uomo, un tentativo di farlo elevare, ragionare, capire.
Il far cambiare stanza è un modo che l'Amministrazione dà a tutti per permetterci di conoscere l'estrema ricchezza e la disumana povertà, così da sperare in una nostra comprensione.
Non è un caso che se "rubi" un cibo poi ti fanno morire di caldo o freddo. Perchè in realtà l'Amministrazione, pur usando metodi inumani (forse gli unici possibili) vuole proprio insegnarci a pensare agli altri.
Molti non capiranno, i potenti continueranno ad abusare del loro potere e gli ultimi continueranno a morire senza potere cambiare nulla.
La speranza non è tanto che quelli del Piano 1 capiscano ma che TUTTI lo facciano.
Il personaggio del "trans" (se non lo è mi scuso) crede che con la parola, dialogando, il mondo possa raggiungere la Solidarietà Collettiva.
Scoprirà invece che serve fermezza, violenza, autorità per farlo.
Anche minacce.
La splendida scena del "se non razionate il cibo la prossima volta vi ci cago dentro" spiega come possiamo sempre avere autorità su chi è sotto di noi ma che invece non possiamo far nulla con chi sta sopra ("non posso cagare in su").
Ma tutto EL Hoyo, in ogni scena, è metafora.
Ci sono uomini che si sacrificano per il prossimo (la trans che si uccide per dare da mangiare a lui), altri che tentano di dialogare, altri che uccidono perchè ormai disperati, altri che lo fanno per egoismo, altri che tentano rivoluzioni, altri che provano a salire, altri che preferiscono suicidarsi.
Ma sono quasi sempre azioni personali, belle o inumane che siano.
E invece l'unica speranza sta in una coscienza collettiva, in un cambiamento di tutti.
E per far capire che noi siamo diversi, che abbiamo capito, che sappiano godere e rispettare di tutto quello che il mondo ci offre, c'è un solo modo, mandare un messaggio lassù, dove tutto inizia.
Si pensa che quel messaggio sia la Panna Cotta, sia un piatto ancora integro e perfetto da dover mandare su.
E invece no, e invece quella Panna Cotta deve essere portata giù, fino in fondo, ed essere data da mangiare a una bambina.
Solo così, solo non distruggendo tutto quello che abbiamo, solo preservando qualcosa abbiamo ancora una speranza. 
Solo iniziando a comprendere che stiamo distruggendo tutto, che pochi hanno tantissimo e moltissimi non hanno niente, possiamo avere un futuro.
E quel Futuro, quella bambina, può tornare su, alla luce del sole, alla Vita


Piccolo film macedone di una regista cui il festival, se non sbaglio, ha dedicato una retrospettiva.
Il film prende spunto da un fatto di cronaca, 4 adolescenti uccisi mentre pescavano in un lago vicino Skopje, in Macedonia.
Ma le scritte a inizio film ci dicono subito che il film NON riguarderà questi 4 ragazzi, il che mette lo spettatore molto in confusione anche perchè, poi, il film parlerà veramente dell'ultima giornata passata insieme da alcuni adolescenti poi trucidati in una spiaggia.
Uno spettatore attento noterà che i 4 colpi che si sentono nel prologo sono di giorno, mentre l'omicidio finale avviene di notte, questo ancora di più a rimarcarci come il film voglia distaccarsi dal fatto di cronaca reale.
Le possibilità sono due.
O che il film non aveva i diritti (magari negati dalle famiglie) per parlare di quei 4 ragazzi oppure che, un pò come in Dark Night, il film americano sulla strage al cinema Aurora, la regista abbia voluto "universalizzare" la vicenda facendo vedere come ogni giorno la morte possa venire, quasi per caso, a trovarci.
Di sicuro ambienta la storia nella stessa zona e nello stello lago (ho riconosciuto la prima inquadratura del film) della vicenda "reale" (i 4 spari del prologo).
Che dire, film in unità di tempo, una sola giornata, che racconta la vita di un gruppo di adolescenti macedoni, in uno scenario perlopiù poverissimo e squallido (anche se uno dei 6 è molto ricco).
Cazzeggi, piccole risse con coetanei albanesi, storie d'amore, piccoli e grandi problemi famigliari.
Per buoni 40 minuti il film è al limite del documentario, succede quasi nulla e ho notato una naturalezza recitativa al limite dell'improvvisazione.
Però, francamente, mi stavo annoiando molto.
Poi a metà film c'è una scena lunghissima, al limite del surreale, dei 6 ragazzi che vanno a far sesso con una giovanissima prostituta, uno per volta.
Per buoni 20 minuti siamo lì con loro, fuori dalla porta della giovane, in un palazzo sporco, fatiscente e squallido.
Poi avviene una scena violentissima e da lì il film parte con un'ultima mezz'ora davvero bella.
Spicca su tutti un personaggio tenerissimo e quasi tragico, il fratello handicappato, davvero un ragazzo straordinario.
Il film racconta di quanto possa essere improvviso e devastante il male, sia in quello stupro sia in quel finale (i ragazzi sono stati probabilmente uccisi da quelli offesi alla stazione di servizio).
Una giornata stupida, come le altre, che per colpa di due casualità, due stupidaggini, finirà in tragedia.
E il messaggio che la regista ci vuole dare diventa ancora più sconfortante e rassegnato, visto che l'unico che si salverà è proprio il "mostro", il ragazzo dello stupro.
Bello

7



Vi piace il non sense?
Quella comicità esasperata che si basa tutta su cose assurde, esagerazioni, avvenimenti senza alcun senso, dialoghi surreali?
Ecco, allora adorerete Greener Grass.
Tanto Monty Python, un pizzico di Premiata Ditta, molto Maccio Capatonda.
Siamo in un quartiere che sembra pari pari quello di Edward Mani di Forbice.
Stessi colori, stesse palazzine, stessi giardinetti, stesse acconciature, stesse dinamiche.
Casalinghe colorate dalle case impeccabili, che parlano di niente e vanno in giro con le Golf Car (non c'è nemmeno una sola automobile in tutto il film).
Ma in questa cornice c'è un film dove avvengono avvenimenti senza alcuna logica, come madri che senza motivo regalano i propri figli alle altre, mogli che baciano mariti di altre senza accorgersene, figli che si buttano in piscina e ne escono fuori cani (letteralmente, un bambino diventa un cane senza che nessuna dica niente), mariti ossessionati dall'acqua della propria piscina tanto da bere solo quella, pubblicità che, come dicevo sopra, sembrano fatte da Maccio (fantastiche tutte, da quelle sugli omogenizzati naturali ai bambini con coltelli ai pelati con bouquet), dialoghi privi di logica ("sei una scuola!" dice il figlio alla madre), donne che prendono un pallone da calcio, se lo infilano sotto il vestito e dicono di essere incinte (con tutti che le credono).
E tanto altro ancora.
All'inizio si ride di gusto, poi il film diventa molto divertente, poi si ride un pochino meno e alla fine c'è il rischio che questo tipo di comicità inizi a stancare, forse più adatta a degli sketch che ad una sceneggiatura lunga.
Fotograficamente il film è notevole, colori incredibili e luci sparate (ah, che bello il prologo col bimbo e la partita di calcio) e c'è nemmeno troppo latente anche una fortissima satira verso certi ambienti, così superficiali, finti e legati all'immagine da perdere completamente il senso reale delle cose.
Però il giochino, come detto, alla lunga rischia di stancare e la piccola trama che si è messa su regge pochissimo.
Insomma, un possibile guilty pleasure che, però, sarà letteralmente odiato da chi non ama un certo tipo di comicità

7