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2.9.20

Recensione: "Gretel e Hansel"


Oz Perkins centra il suo terzo film su tre.
Questa sua rilettura della fiaba dei fratelli Grimm è davvero notevolissima.
Il film, apparentemente un gotico fantastico, diventa in realtà una metafora del potere della Donna, dell'importanza del "femminino", della scoperta di sè. Ne viene fuori un'opera che flirta costantemente col femminismo più becero ma che, invece, riesce proprio in extremis a diventare un bellissimo apologo sull'amare sè stessi, sull'indipendenza dai ruoli prestabiliti, sulla forza derivante dallo scoprire la propria natura. 
Solo amandosi si può amare.
Ne nasce un film con una parte centrale più debole ma che resta potente per tutta la sua durata.
Un The Witch a cui Perkins aggiunge la "luccicanza" di Shining e le tematiche dello straordinario Thelma.
Da vedere al cinema.


 E così il figlio di Perkins ha fatto 3 su 3.
Dopo il bellissimo February e l'elegantissimo Sono la bella creatura che vive in questa casa il buon Oz ha probabilmente alzato il tiro firmando quello che secondo me è il suo film più autoriale (certo merito di una sceneggiatura però non sua).
Uno spettatore non sprovveduto nota subito che il titolo ha un curioso ribaltamento nell'ordine dei nomi, mettendo prima Gretel di Hansel.
Ecco, l'anima del film è già qua, nel titolo.


Perchè questa rilettura della fiaba dei Grimm (assurdo l'errore "Grim" sulla locandina) è tutta incentrata sul femminile. Ma non solo perchè mette in netto primo piano Gretel rispetto ad Hansel (ah, tra l'altro il ribaltamento è anche fattuale, visto che nel film la più grande è lei e lui il fratellino più piccolo) ma specie perchè tutto un film è una metafora del potere dell'esser donna, della forza che viene dall'indipendenza dall'uomo (e da altro, lo vedremo) e dalla scoperta da parte di Gretel della sua vera essenza.

Ma andiamo con ordine.
Il prologo è bellissimo, raccontato magnificamente.
Da subito vediamo l'esattezza delle inquadrature di Perkins (spesso a camera fissa), le sue geometrie, i suoi colori, la sua cura (già ammirata nei precedenti film).
L'ambientazione boschiva è magnifica, anche perchè Perkins riesce a dare vari volti al bosco, in tantissime sfumature.
Sophie Lillis a 16/17 anni (all'epoca del film) è già un'attrice adulta, capace di reggere da sola un film. Il suo viso è cinema, ce la terremo stretta per decenni.
All'inizio c'è una scena che pare quasi inutile ma che invece ci farà capire il taglio che Perkins (e lo sceneggiatore) hanno deciso per questa rilettura. Mi riferisco al vecchio bavoso che chiede a Gretel se sia vergine. La ragazza, con molta maturità, scappa via.
Capiamo già che il tema del rapporto uomo/donna, dei ruoli, delle dipendenze, sarà cruciale. E capiamo già che Gretel ha in nuce quella incredibile potenza che hanno le donne sicure di sè, potenza però che solo la strega le farà conoscere completamente.
Ad un certo punto mi sono appuntato un'altra piccola frase ma che mi ha dato la conferma di dove stava andando il film, ovvero quando Hansel dice alla sorella "Avresti potuto avere una stanza tutta per te". Impossibile non ripensare a Virginia Woolf e a quel simbolo di indipendenza, la stanza tutta per sè che ogni donna dovrebbe avere.
Iniziamo a vedere dei fantasmi. Ricordiamo che Perkins è ossessionato dai fantasmi, lo dimostrano i due film precedenti. Solo poi capiremo che Gretel ha lo stesso shining del piccolo Danny del film omonimo. Lei sa vedere "oltre", ha un potere che solo la strega riuscirà a farle capire.
Tralasciando alcune scene riempitive come quelle col cacciatore (però splendido quell'urlo afono dell'uomo-mostro) o quella dei funghi allucinogeni (evitabile) si arriva alla casa della Strega che, a differenza della fiaba, non è di marzapane. Scelta ottima perchè per l'autorialità che Perkins ha scelto per questo film sarebbe stata rovinata da quell'aspetto che lo avrebbe reso meno credibile, un pò grottesco e troppo infantile.
C'è da dire che se è vero che il cuore del film e del suo significato sono praticamente tutti nelle scene a casa della strega la prima parte, quella del viaggio, è forse visivamente la più bella e la più piacevole da seguire.
 Da qui in poi il film a volte sarà leggermente ripetitivo (e forse anche troppo verboso, tanto da rendere quasi didascalie alcune tematiche che era bello estrapolare da soli).
Ma il livello visivo resta eccelso.
Ovviamente qualcosa rimane della fiaba originale, ad esempio l'abbondanza di cibo e il voler far ingrassare Hansel per poi mangiarlo. Ma tutto, anche questo aspetto, è da leggere solo sotto metafora.
Diciamoci la verità, "Gretel e Hansel" stravolge il testo originario. E secondo me in maniera eccezionale.
A questo punto vado diretto nei significati, tanto quanto le location, la messinscena, le inquadrature e i colori son belli l'ho detto.

La strega ha un solo obiettivo, far conoscere a Gretel il suo potere.
Lei ha riconosciuto che la ragazza è una "come lei" ma che ancora non se ne rende conto.
E qual'è questo potere?
Lo scoprirsi Donna.
Non è un caso che la prima bevanda che preparerà per Gretel le farà venire le mestruazioni (scena delicata e resa benissimo). Ma più che lo scoprimento fisico alla strega interessa che Gretel capisca il ruolo che deve avere.
Ed è un ruolo che oggi definiremmo "femminista". Ovvero completa indipendenza dagli uomini e da tutte le figure che possono condizionare la propria libertà. Non è un caso che la strega sia contro l'esser madri (poi scopriremo che lei stessa lo fu e in maniera tragica dovette non esserlo più) e voglia togliere a Gretel anche la presenza ingombrante del fratellino.


Molto interessante che questo voler togliere di mezzo il fratellino richiami proprio i due film che ho citato sopra. Sia perchè la scena in cui Hansel viene rapito è similissima a quella in cui venne rapito il fratellino della ragazzina di The Witch, sia perchè queste creature maligne che dicono alla protagonista di liberarsi degli affetti non possono non richiamare Lloyd e Mr Grady in Shining, loro e i loro continui consigli a Jack di uccidere moglie e, soprattutto, figlio.
Insomma, per la strega il destino di Gretel (e delle donne tutte) è l'esser sole, perchè il loro essere donne è un Dono di una potenza inaudita. In questo senso FANTASTICHE le sequenze in cui Gretel domina la natura, reifica quel dono "concettuale" in qualcosa di reale (e qui la mente va a Thelma, film che sotto questo punto di vista è autentico capolavoro).
I simboli sono tanti, il Bastone del comando, la Regina sugli scacchi che è bellissima e il doppio più grande del Re, la straordinaria (una delle più belle sequenze dell'anno) scena di Gretel che esce dalla porticina in cantina e cammina verso quell'enorme porta che, con un gioco di prospettive incredibile, sembra anche un buco, una piscina o, anzi, una vagina da dove uscire "nuova".
I bambini devono essere mangiati (altro simbolo del femminismo "sbagliato" e radicale), bisogna liberarsi di essi. Anzi, Gretel deve proprio mangiare suo fratello, in un atto simbolico.
La Strega sta riuscendo nel suo tentativo.
E proprio questo apparentemente inumano agire della Strega diventa invece la parte più complessa e interessante del film.
Perchè se è vero che le cose che chiede a Gretel sono terribili è anche vero che questa specie di processo di maieutica che attua con lei ha dei lati bellissimi.
Ogni donna dovrebbe conoscere sè stessa, ogni donna dovrebbe esser consapevole del potere che possiede, ogni donna dovrebbe ricercare una propria identità e liberarsi dal giogo dei ruoli, delle convenzioni, di essere considerata il "sesso debole".
La strega servirà a questo.
Dimenticando però un aspetto cruciale, che poi è l'essenza di ogni nostra esistenza.
Gli altri, l'Amore.
(adesso ripenso a Into the wild e al suo "la felicità è vera solo se condivisa").


Ed è così che potremmo vedere "Gretel e Hansel" come un gioco di ruoli.
La Strega è il femminismo decerebrato e assolutistico (poi non ho mai capito perchè per le femministe il "maschilismo" è termine negativo e il suo corrispettivo "femminismo" positivo, mah).
Hansel invece rappresenta gli altri, gli affetti, gli amori, le dipendenze, il legame col resto del mondo.
E in questi due estremi, in un finale veramente bello, sboccerà Gretel, una ragazza consapevole della propria grandezza, consapevole del proprio potere, consapevole della propria forza ma ancora capace di amare l'altro.

Hansel sarà mandato via perchè quello è il suo destino.
Ma Gretel lo farà star bene, lo seguirà, lo proteggerà.
Perchè l'unico vero senso che possiamo dare a questa vita è volere bene a se stessi, amarsi.
Ma amarsi senza poi saper amare è come un meraviglioso campo di fiori, il più bello di tutti.
Ma è un campo di fiori che nessuno vedrà mai.

1.9.20

Recensione: "The Dead and the Others" - L'InMubinologo, alla ricerca di perle nascoste su Mubi - 3- di Riccardo Simoncini


Torna una delle rubriche più accattivanti per me (anche se per adesso non sono mai entrato su Mubi...), ovvero quella di Riccardo e il suo scovare su quella bellissima piattaforma i film più interessanti da vedere.
E questo lo sembra davvero molto...
La parola a lui.
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Magico come un sogno tormentato senza tempo, reale e preciso come un trattato etnografico contemporaneo, ‘The Dead and the Others’ è un viaggio esistenziale alla ricerca delle radici ancestrali del dolore. Un mondo di natura e di lutto visto attraverso gli occhi già adulti di un giovane indigeno di 15 anni, che cova dentro di sé uno strano disagio spirituale.


Disponibile nella Videoteca/Library MUBI (anche sottotitolato in italiano).
Vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione ‘Un Certain Regard’ del Festival di Cannes 2018.
(presenti spoiler dopo l’ultima immagine)  



È notte. Tutti dormono. Tutti tranne Ihjac, un indigeno della tribù Krahô del nord del Brasile.
Ha appena 15 anni, ma capiamo subito che la sensibilità che lo caratterizza non è quella di un adolescente. Sì, perché qualcosa lo lega alla natura incontaminata che gli sta attorno. Qualcosa che l’ha svegliato in quella notte, mentre tutti gli altri esseri umani riposavano in silenzio, dopo che è calato il sole.
La foresta infatti non sta dormendo, e con essa anche le anime e gli spiriti che la abitano. Basta saperli ascoltare, individuando la giusta frequenza in quel concerto di voci animali che si sovrappongono e si alternano.
Proprio lì, proprio in quella notte, Ihjac incontra, dopo averlo visto in sogno, lo spirito del padre defunto. Ma non sarà un abbraccio caloroso a ricongiungere i due familiari. Quanto più una richiesta sommessa ed esasperata.
L’anima del padre vaga infatti al freddo e al buio. Perché nessuno ha ancora organizzato la festa funeraria che gli permetta finalmente di raggiungere il villaggio dei morti.
Quel padre, ora solo più spirito, gli chiederà dunque di preparare la cerimonia rituale perché il suo lutto possa finalmente concludersi.
Ihjac non sa ancora, però, che quella non è una notte come tante, ma è invece il primo segno di un’evoluzione spirituale che lo riguarda in prima persona.  

Così inizia ‘The Dead and the Others’, con un incontro che si tinge di magia nella sua massima tragicità. Un incontro tra un vivo e un morto. Tra un figlio e un padre. E ad unirli la presenza monumentale di una natura che presto sarà a sua volta legata indissolubilmente proprio al nostro giovane protagonista. 

Quel padre, scopriamo, è morto diversi anni prima di quell’incontro, ma nessuno si è mai dedicato nel frattempo al suo destino, lasciando la sua anima così sospesa in un limbo spazio-temporale che lì lo imprigiona, tra chi possiede ancora un corpo e chi invece l’ha perso definitivamente. A metà strada tra il villaggio dei vivi e quello dei morti.

E così lo stesso Ihjac nasconde ancora dentro di sé il dolore di quella perdita, di un padre che non è né vivo né morto. Né carne materica, né ricordo spirituale. Impossibile dimenticarlo, impossibile lasciarlo andare.
Ma nel frattempo il giovane indigeno, nonostante la sua età, si è già costruito una sua famiglia, con una moglie e un figlio. Ma ora quell’incontro notturno sconvolgerà tutto. Perché ravviverà un fuoco interiore che prima era stato celato, ri-accendendo quel profondo dolore che Ihjac pensava di aver superato.  


Osserviamo dall’interno la vita di quella comunità indigena, respiriamo l’aria della loro quotidianità fondata sulla tradizione, su un rapporto quasi simbiotico con la natura che li circonda.
È cinema osservazionale, contemplativo, di attesa e di ascolto, dove persino la paura e l’orrore vengono privati di ogni accezione dinamica. La tensione diventa pietrificazione, paralisi di muscoli che non possono nemmeno più tremare. Non si può scappare da quei mostri: bisogna stare lì ed affrontarli.
Tutto assume così un carattere ancestrale, quasi senza tempo, di fronte ad una natura sì viva, ma stazionaria ed irremovibile, come un millenario albero con le sue profonde radici conficcate nel terreno.

31.8.20

Recensione: "Blue Valentine" - Passeggiate, il cinema della poesia - 9 - di Roberto Flauto



Stavolta il nostro recensore-poeta Roberto non ha mezze misure, niente prosa poetica ma pura poesia.
Il film mi dicon tutti che sia molto bello.
Vi lascio a lui (lui è Roberto o il film? è lo stesso)
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Una struggente storia d'amore.
Che finisce.
Che inizia.
Che continua.
Che è tutto.



Non si può essere poeti
e non corteggiare la notte.

Non si può essere innamorati
e non sognare su un ponte.

Non si può essere disperati per amore
e non ritrovarsi di notte su un ponte.





Fuochi d’artificio.
Cuore di tenebra.
L’oceano appena nato.

Attimi di ciglia.
Battiti di meraviglia.
La crisalide non cercata.

Affondo e nuoto,
immerso nel fango.
Nel mio cuore vuoto,
mi siedo e piango.

Come quando si canta
senza sapere le parole
e si inventa una lingua
che sta bene solo
nella sua bocca.

Elegante come ogni magia.
Per colmare l’abisso dell’ancora.
Elefante come ogni bugia.
Per calmare l’angelo dell’angoscia.

Confuse nel fiume dell’oblio
queste lacrime che sai.
Andare a lezione di addio
e non imparare mai.

Imissyou.
Ikissyou.
Ikillyou.

Una densa scorta di ombre
per i giorni di assolata insicurezza.
Un riflesso senza fissa dimora
che vaga di sguardo in fiamma.

Come i gesti che poi si perdono
(e quindi piange il mondo che non conoscerai mai).

Come i gesti che poi sì, perdono
(e quindi piange il me stesso che non conoscerò mai).

Come i gesti che noi sì, per dono
(e quindi regalo il mondo stesso che conosceremo, sai).

Una libellula suicida
si impicca a un palloncino
che affonda nel cielo.

Il tempo fa sempre ciò che deve:
lo lascio fare, sono così stanco
Come un corvo sporco di neve:
il mio modo di essere bianco.

Venature d’autunno.
Indizi di tenebra.
Colori andati a mare.

Quel periodo che va
dalla fine del sogno
all’inizio della bocca.

Le scoperte di notte:
i ponti in sospeso
tra la tentazione del silenzio
e la necessità del canto
(di stelle).

Quel mostro che sa
di fine e di bisogno
all’inizio ti rimbocca

Le coperte e inghiotte:
i ponti in sospeso
tra la devastazione del silenzio
e la velleità del manto
(di stelle).

La morte è una serie di venti
che soffia negli occhi della poesia.
La vita è una serie di eventi
realmente accaduti nella mia fantasia.

Il fatto è che io non ho mai
colto l’attimo che fugge
ma vado nella direzione opposta
per vedere da cosa scappa.

Preferisco l’attimo ruggente:
quello che mi sbrana l’esistenza.
Perché si vive d’istanti distanti.

E lui e lei, sempre gli altri.
E io e amore, sempre gli oltre.

E la balena triste
e il bosco incantato
e incisioni di platano.

E questi anni
e tutti i momenti
e c’è un gatto sul tavolo.

La coltivazione dell’attimo.
Le mattine all’improvviso.
La lunga oscura luminosità.

La vita che cementifica
la dolce notte che non ci sente.
La vita che desertifica
il nostro ponte che non è niente.

Raffiche su raffiche di estinzione.
Ubriacarsi di mesi e cosmesi.
Una lunga serie di colazioni sotto un calicanto.

La condensazione
dei respiri inespressi.

Il processo di riconversione
dell’amore in sospiri.

«Non ti amo più».
L’incontro sulla soglia.
«Non stiamo più bene insieme».
Il fiorire dei sensi.
«Vattene via».
Cercarsi, trovarsi, amarsi.
«Abbiamo fallito».
Più forti della vita.
«Non provo più niente».
La gioia esplosiva.
«Quanto tempo, quanti sbagli».
«Forse ».
Sì, lo voglio.
«Sì, lo voglio».
Insieme, eppure.
«Tutto è possibile».
Il graffio sul sole.
«Andiamo a sognare».
Scie di inevitabile.
«Continuiamo a viverci».
L’estinzione del domani.
«Non finiremo mai».
Finire per finire.
«Staremo sempre insieme».
Addio per sempre.
«Ti amo».



Come se tutto fosse
in un’eclissi di rondini
un attimo prima dell’invenzione
dell’antidoto all’entropia
sulla soglia di un altrove
di attimi, di molte morti
di altre vite, di orizzonti
nonostante malgrado
e grazie a tutti i baci
mentre un corvo canta
a colpi di colpe e forse
con una squallida poesia
data l’assenza di mostri
per uno sciopero di stelle
di non-blu e mai-più
sotto raffiche di niente di niente
orrore ore e ore
plastica, progetti, palinsesti
inevitabilmente
dolcemente
dentro un cielo al guinzaglio:

L’amore muore
come una ferita
che si rimargina.




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28.8.20

Recensione: "Tenet"


E così dopo il Tempo ricostruito in Memento, dopo quello in qualche modo eternizzato in The Prestige, dopo quello Universale e paradossale in Interstellar e dopo quello relativo in Dunkirk ecco che Nolan si inventa anche quello palindromo di Tenet.
Forse, concedetemi la battuta, il prossimo sarà il Tempo di Smetterla perchè son convinto che il buon Christopher (regista che adoro) debba assolutamente uscire da questa sua ossessione.
E probabilmente ne uscirà visto che Tenet, pare un punto di arrivo in questa sua ricerca sul Tempo, quasi una summa di tutti quelli precedenti.
Non è un caso che circa a metà film ci venga detto che questa tecnologia "ci è stata data dal futuro" (Interstellar) proprio nella scena in cui scopriamo dei cloni (The Prestige). Ma se ci pensate ci sono riferimenti a tutto il suo cinema, dalle scene di guerra di Dunkirk, al proiettile che gira sul tavolo come una trottola (Inception) fino a molte scene più d'azione che ci richiamano i Batman.
Dirò di più, verso la fine del film ho ripensato all'incipit, al protagonista che ingoia la pillola di cianuro e che poi si risveglia nell'ambulanza.
"Benvenuto nell'Aldilà" gli viene detto.
Ecco, e se tutto il film, alla Inception, fosse davvero un sogno o una visione post mortem?

In realtà sapete perchè l'ho pensato?
Perchè almeno tagliavo la testa al toro, non c'avevo niente da capì e andavo a dormì contento.
E invece no.

Lo dico da subito, è il Nolan che ho meno amato. E' proprio una cosa personale che proverò a spiegare, non è assolutamente un giudizio che ha qualche aspetto oggettivo.
O meglio, forse qualche critica che farò oggettiva lo è, ma questo resta un filmone ambiziosissimo che chiunque può adorare senza che io possa minimamente trovare strana la cosa.

Voglio partire con Dora l'Esploratrice.


Dora ogni tanto si fermava, guardava in camera (mai guardare in camera in un film Dora!!!!) e ci sottoponeva domande difficilissime.
Ad esempio un cursore andava su un ponte e lei chiedeva a noi a casa:

"Sai come si chiama questo?"
E dopo 3 secondi si rispondeva sempre da sola facendo finta che lo avevamo fatto noi a casa.
"Un ponte! Brava!"

Poi il cursore si spostava ad esempio nei fiori dell'immagine qua sopra e lei chiedeva:

"Sai come si chiamano questi?"
E dopo 3 secondi.
"Fiori!!! Brava!!!!!"

Ecco, non solo Dora ci sottoponeva le domande più stupide ed umilianti della faccia della terra dei cartoni, ma faceva pure finta che sentiva la nostra risposta.

Io mi immaginavo sempre lei che faceva vedere un ippopotamo e chiedeva:

"Sai come si chiama questo?"
E una bambina scema a casa rispondeva alla tv:

"Rinoceronte!!""

E un secondo dopo Dora:

"Ippopotamo!!! Brava!!!!

e la bimba

"Ma io ho detto Rinoceronte!!! Mamma, Dora è cattiva!!!!!!!"

Detto questo in confronto a Tenet anche film come Inception e Interstellar paiono i quiz di Dora l'Esploratrice.
Dora in poi spiegherò perchè.

Sarebbe gravissimo pensare che un film per poter essere amato debba esser capito. Io stesso adoro tutti i film che lasciano domande non risposte, quelli che fanno sorgere dubbi, quelli che mi fanno lavorare il poco cervello che ho rimasto, volendo anche quelli che sono pieni di incongruenze perchè, cristo, la fantascienza è fantascienza, non scienza.
Il problema è che questi film che mi stordiscono o che non riesco a capire devono affascinarmi, devono rapirmi, devono portarmi con leggerezza a districarmi nelle loro difficoltà.
Tenet no, non l'ha fatto.
Perchè io in mezzo a tutte quelle teorie, in mezzo a quei - contati - 22 dialoghi lunghissimi su Ipocentri, Algoritmi, Tempo a Tenaglia e altre molto più difficili parole che nemmeno ricordo, mi sono annoiato, mi sono sentito quasi preso in giro, violentato. Non c'era un attimo di respiro, il nostro cervello non poteva mai elaborare o cercare di capire perchè ad ogni spiegazione (o spiegone) ne seguiva un'altra e un'altra e un'altra ancora, uno tsunami di informazioni veramente indigeribile.
Talmente tanti i dialoghi, talmente verbosi che a quel punto il Cinema nemmeno contava più. Non si può assistere ad almeno 50 minuti di parole per spiegare concetti difficili. O se lo si fa lo si deve fare con contesti talmente affascinanti (come Interstellar, come Inception) in cui la parte verbale viene anestetizzata da quella visiva e dalle emozioni, quasi un metterci in trance per poi spiegarci la fisica quantistica.
Qui invece ci spiegano la fisica quantistica senza averci messo in trance, da lucidi.
Dico la verità, io mi sono emozionato soltanto due volte, entrambe negli ultimi 10 minuti del film. E il perchè è facile spiegarlo, se avete tempo ve lo dirò.

Tenet è un film d'azione, punto.
Ok, è un film d'azione pieno dei maremmamaiala di Nolan ma è un film d'azione.
E io i film d'azione li digerisco poco, anche per questo nel mio giudizio SOGGETTIVO non ho amato il film.
Vorrei proporvi una sfida.
Togliete tutte le scene di azione pura (pistolettate, fughe, bombe, inseguimenti, scazzottate etc...) e ora togliete anche tutte quelle "ferme" ma con dialoghi scientifici difficilissimi atti a spiegare il film.
Quante scene restano?
Credo non più di 3.
E non è un caso che una di queste 3, quella finale sullo yacht, sia forse la più bella di tutte.
E sapete perchè? Appunto perchè togliendo azione e spiegoni scientifici resta L'UOMO, restano i personaggi, restano le persone, ovvero gli unici elementi che ci danno vere emozioni, non solo visive.
Ma ci tornerò.
Tenet si apre in un modo sorprendente per me, perchè la prima scena, son quasi sicuro, deve per forza ispirarsi all'attacco al Teatro Dubrovka di Mosca, lo stesso attentato che ispirò uno dei miei film preferiti recenti, Interruption.
Già nel prologo lo spettatore perde pezzi, fa fatica a seguire ma, c'è poco da dire, tutto è girato magnificamente.
Di lì in poi partirà un action movie che io maldestramente ho paragonato a 007 (mi hanno già bacchettato). Non ho mai visto un film di Bond ma mezz'ora in tv di uno di quelli di Craig mi è sembrata identica a tantissime parti di Tenet. In ogni caso parliamo sempre di un action movie sui generis, con una base fantascientifica, sociale e forse filosofica pazzesca, quindi ben venga.
Ci sono scene indimenticabili in tal senso, su tutte direi quelle del "dirottamento" aereo e quelle dell'inseguimento con automobili e camion che si uniscono tra loro. E per citare queste scene che io normalmente odio credo che la mia onestà intellettuale sia salva.
Quello che Nolan inserisce in questa azione è un concetto del Tempo straordinario.
Qualcuno nel futuro ha inventato il modo di invertire il Tempo. Questo non andrà più solo in avanti ma anche all'indietro. L'invenzione è meritoria ma, sempre nel futuro, è finita nelle mani di qualcuno che vuole usarla per distruggere tutta la storia della Terra e dell'Umanità, per non meglio specificate ragioni (mi sembra tipo ambientaliste, tipo che noi abbiamo rovinato la Terra e il nostro futuro e quindi solo distruggendolo possiamo crearci una nuova possibilità, una nuova vita magari in qualcosa di parallelo).
C'è molta confusione, Nolan ha avuto un'idea geniale ma poi l'ha talmente complicata che, a mio parere, se l'è quasi rovinata. I 9 pezzi, l'algoritmo, l'ipocentro e tante altre menate io non l'ho capite. Quando lei sta morendo e loro tornano all'aereo veramente per 10 minuti non riuscivo a capire cosa stava succedendo. Scemo io eh, ma secondo me Nolan è andato oltre, troppo oltre e con troppi elementi. Tra l'altro non capisco il concetto di palindromo visto che il palindromo è vero che va in due versi opposti che si incontrano al centro, ma quei due versi, quelle due "traiettorie", sono identiche (stesse lettere) mentre in Tenet assistiamo solo a due tempi, passato e futuro, che si muovono uno contro l'altro per incontrarsi in diversi presenti.
Ma vabbeh.
Se è vero che le spiegazioni scientifiche del film mi hanno annoiato e infastidito (ho spiegato sopra perchè) è anche vero che le implicazioni che tutto ciò comporta sono MAGNIFICHE.
Il film alla fine diventerà uno straordinario esempio di discussione su Destino e Libero Arbitrio, su qualcosa di già scritto o che noi possiamo creare o modificare.
E tutto questo avrà il suo apice nell'unica scena umana del film, come dicevo sopra quella dello Yacht.

Ma prima di parlare del finale e tralasciando eventuali spiegazioni del film (ci saranno entro due mesi siti interi che le faranno, figurati se mi avventuro io che ho faticato così tanto) impossibile non citare alcuni aspetti.
Il primo sono gli attori (materiale umano, tanto per cambiare), davvero eccellenti.
Il figlio di Denzel Washington è bravissimo, Pattinson si conferma ancora uno dei migliori di adesso, Aaaron Taylor-Johnson più lo vedo più diventa uno dei miei preferiti.
Ma è lei, Elizabeth Debicki, una ragazzona che non finisce più di 1.90, la vera star del film.
L'ho trovata straordinaria, emozionante, al tempo stesso timida e diva. Senza di lei quella parte umana che ricerco sempre nei film qua in Tenet sarebbe completamente inesistente.
La regia, la fotografia, gli effetti speciali e visivi, ogni elemento tecnico del film è ovviamente mostruoso. Nolan è stato molto bravo a creare questa fantascienza verosimile, ovvero a girare tantissime scene "impossibili" rendendole credibili, quasi nemmeno di genere fantscientifico.
Anche perchè l'anima del film proprio questo riguarda, qualcosa che viene dal futuro ma che piano piano si sta mischiando e sostituendo al nostro presente, un' "inversione di rotta" non sempre percettibile ma che ci sta minacciando.
Ma in questa recensione scritta in fretta e che vuole essere solo un piccolo spunto di riflessione (faccio sempre fatica a scrivere di film di cui scrivono tutti e con molto più materiale di me) arrivo finalmente a quello yacht.
In realtà è molto bello anche il finale nel deserto tra Pattinson e Washington, finalmente un dialogo difficile ma stimolante ed emozionante. Anche perchè sappiamo che molto probabilmente Pattinson sta andando indietro a morire (anche se è già morto, anzi, appunto perchè è già morto).

Lo yacht.
Quando ho visto lei tuffarsi finalmente il mio cuore ha avuto un sussulto.
Ho ripensato all'inizio, a quando raccontò di aver visto quella donna tuffarsi dallo yacht di suo marito, a come la invidiò, a come la vide libera, in contrasto alla sua condizione di donna non amata e costretta a stare con un mostro.
Quando alla fine vediamo che quella donna che lei invidiò era in realtà sè stessa in un solo piccolo istante, altro che in 2000 spiegoni, abbiamo dentro tutto Tenet.
Il senso del Tempo, il Destino che alla fine non è un vero Destino ma siamo noi a crearcelo, l'aiuto dal futuro verso una sè stessa che soffre in un passato.
C'è di tutto in quel tuffo, filosofia, umanità, metafora.
Abbiamo bisogno di questo nei film, abbiamo bisogno di Noi.

22.8.20

Recensione: "Tokyo!" e "Dead Meat" (Gli Abomini di serie Z - 35 - ) - La Doppietta di Vieri - 4 -

Quarto appuntamento con la doppietta di Vieri, ovvero la serata passata col mio amico Vieri nella quale ci proponiamo di vedere un film più bello possibile e uno più brutto possibile.
Anche stavolta siamo stati abbastanza bravini ma non perfetti, il film stupendo era "solo" molto bello e quello orribile solo molto brutto.
Il primo è il film collettivo Tokyo!, con alla regia nientepopodimeno che Bong, Carax e Gondry.
Mi aspettavo un film "facile" e invece tutti e 3 gli episodi (belli tutti) giocano molto sul metaforico, alcuni anche a livelli abbastanza complicati.
Di ognuno ho cercato faticosamente di dare le mie interpretazioni.
Il tutto, ovviamente, sullo sfondo di una città assurda e magica come Tokyo.

Il secondo è uno zombie movie irlandese che non c'ha na mezza idea, ma manco mezza eh, interessante.
Magari come opera prima no budget se pò anche salvà.
Ma anche no



Erano veramente tanti anni che volevo vedere sto film collettivo. Quello di unire più registi, dare loro un elemento comune e poi lasciarli liberi di fare ciò che vogliono è un format pochissimo usato ma molto affascinante perchè fa venir fuori in solo un'ora e mezza più poetiche, più stili di regia, più visioni.
I 3 film di Tokyo! sono molto diversi uno dall'altro, e tutti e 3 rispecchiano chi li ha girati, specialmente i primi due (Bong è talmente poliedrico che è difficile vedere una sua cifra).
Credo che fossero due le condizioni di partenza, la prima - ovviamente - che le storie fossero ambientate a Tokyo, la seconda (dopo averli visti posso evincerlo) che avessero una forte carica metaforica.
O magari questo secondo aspetto è stato solo un caso ;)
Ma vediamoli

INTERIOR DESIGN di Michel Gondry

Gondry puro, purissimo.
E' la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo. Lui è un aspirante regista che spera di trovare luoghi e date per il film che ha girato, lei una brava ragazza che cerca qualche lavoretto. C'è bisogno di soldi perchè a Tokyo gli appartamenti costano molto e la ragazza che li sta ospitando non può tenerli lì per sempre. Però le case sono tutte orribili, costano troppo e i lavori si faticano a trovare. Specie lei andrà in grandissima crisi fino a che...

Come dicevo purissimo Gondry. La caratteristica principale del regista francese (autore di un capolavoro immortale, Se mi lasci ti cancello, di un grande piccolo film, Be Kind Rewind  e di altri film molto particolari, più o meno belli) è quella di far diventare i suoi film degli strani patchwork cinematografici, un miscuglio di personaggi strani, metacinema, sogni, la presenza quasi sempre del "fai da te" alla Mucciaccia, coabitazione tra realtà e strani mondi, insomma, un'atmosfera surreale, sempre.
Gondry è affascinato dalla manualità, dal costruire cose (i suoi film hanno spesso elementi di carta, origami etc..., anche in questo qua il protagonista trova lavoro come impacchettatore, che alla fine può essere anche una metafora del montaggio cinematografico), è un regista con la testa completamente per aria.
Ma in queste sue atmosfere così infantili (nel senso più bello del termine) inserisce quasi sempre dentro grandi problemi esistenziali, problemi di coppia, crisi.
E in questo film la crisi riguarda la ragazza. Lui non la fa sentire realizzata, lei stessa non sa che strada prendere. Ed è così che tutte quelle case da affittare che non vanno bene diventano metafora di non riuscire a trovare un posto, di non riuscire ad apprezzarsi, di sentirsi una carta vagante nel vento.
E alla fine questa metafora verrà reificata, lei diventa una sedia, un qualcosa di fermo che finalmente può trovare una casa. E' come se lei non riuscendola a trovarla abbia preferito essere scelta/amata (per 10 minuti il film somiglia molto a Ferro 3) e, forse, raggiungere una propria dimensione di felicità

MERDE di Leos Carax

19.8.20

Recensione: "Lupin III, la prima serie" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 9 - di Enrico G.


Ora che sono finalmente ripartito facciamo ripartire anche le rubriche degli amici che scrivono nel Buio.
Partiamo con Enrico, il giovane esperto di anime giapponesi.
Dopo tantissime puntate di roba conosciuta quasi solo dagli appassionati stavolta si va su un cult assoluto...
Enrico scrive una vera e propria Bibbia su Lupin III
Vi lascio prima alla sua presentazione e poi alla recensione
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Uno dei cartoni più popolari in Italia non sappiamo neanche come chiamarlo. E questo già dà un’idea di quanto sia particolare. Il titolo ufficiale sarebbe Le Avventure di Lupin III, così che il sequel diventa Le nuove avventure di Lupin III. O forse è meglio scrivere “the Third”? Poco importa come la chiami, rimane la serie della giacca verde o rossa. E la storia la conoscono tutti: quella di Lupin, il ladro più straordinario al mondo, terzo discendente di quell’Arsenio che abitava le pagine di Maurice Leblanc. Vive avventure in giro per il globo, costantemente inseguito dall’arcinemico Ispettore Zenigata. Può conquistare qualunque tesoro, tranne il cuore della sua bella Fujiko. Un pistolero infallibile, Jigen, e un samurai dalla lama prodigiosa, Goemon, lo affiancano con la loro amicizia e fiducia assoluta. Tutto scontato oggi, ma non agli inizi. Allora raccontiamoli, con tutti gli episodi della prima stagione (e pochi spoiler).

Serie e pilot film disponibili nel cofanetto della Yamato Video.
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Chi è Lupin III?
“Lupin… is a nice man. But he’s cool. Y’know. He uses his Walther. Yeah. The machine cries. Bang bang.”
Quelli che l’hanno conosciuto da piccoli ricorderanno certe cose più di altre, in quel modo vivido che solo lo sguardo infantile può dare. Per quanto mi riguarda, e può far sorridere, non ricordo nemmeno quale giacca seguissi di più, un’altra cosa mi colpì molto più profondamente: Lupin è brutto. Con quelle basette, con quelle gambe dinoccolate, con il volto vagamente scimmiesco che si ritrova. E non solo, il cartone che lo circonda è “brutto”: le animazioni sono essenziali, spesso ripetute, ci sono sbagli grossolani. Il tratto è quello, appena più rifinito, di un manga ancora più stralunato e sporco. Il doppiaggio sembra quasi di un Popeye in salsa di soia, pregno di rilassato scazzo. E nel doppiaggio nostrano si è seguito a ruota, con traduzioni imprecise, frasi allungate o accorciate, vocalizzi di tutti i tipi.
È questa la chiave del suo successo: ha stile, certo grezzo, ma personalissimo. Quando la prima serie uscì in Giappone, nel 1971, si può immaginare che nessuno avesse mai visto qualcosa del genere. Il paragone con James Bond per gli anni ‘60 esce spontaneo, sia perché molto amato dal papà di Lupin III, Kazuhiko Kato (per il mondo, Monkey Punch), sia perché forse non abbiamo niente del genere nemmeno oggi, visto che entrambi continuano a reincarnarsi in nuove forme, senza segno di voler smettere.
Dopo il 1967, con l’apparizione sulle pagine di Manga Action (rivista per adulti nata da poche settimane: di fatto Kato lanciò il giornale, e il giornale lanciò il fumettista), alcune persone nel mondo dell’animazione desiderarono farne una creatura animata, e così fu.
“Yeah he’s the Lupin the Third.”

Pilot
                               
Qui non c’è il personaggio che conquisterà il mondo con la sua simpatia e i colpi fantasiosi. È la prima incarnazione di Lupin, probabilmente la più vicina che mai vedremo al suo creatore. Monkey Punch si cimenterà addirittura nella regia di una, lo speciale Trappola Mortale, ma solo anni dopo: questi sono i fine ’60 e un ambizioso animatore, Yasuo Otsuka, intrigato dal manga dell’uomo di Hokkaido, si presenta da un amico regista, Maasaki Osumi, per farne un prodotto televisivo. È proprio il Lupin cartaceo che prende vita: il tratto è sporco, la giacca rossa, il carattere più vicino ad un arrogante Thomas Crown che al fuorilegge di Maurice Leblanc, che si oppone ad una società di ricchi e prepotenti. Lupin è ricco, nella sua bella villa, ed è prepotente, introdotto com’è in un confronto telefonico con Zenigata, che prima batte a shogi e poi umilia. Sembra rispettare una sola persona, Daisuke Jigen, faccia da duro ispirata al James Coburn dei western anni ’60. E ha una relazione con la bella e spericolata Fujiko Mine, ladra come lui. Ma non nel senso che si amano: Fujiko, lo dice la voce narrante, è Donna. Non una, ma la. E Lupin, che si fa beffe della polizia, dal “cervello di un supercomputer”, spietato, vincente, è Uomo.    Parliamo di un cartone certamente di nicchia, per adulti, con un umorismo velenoso e pregno d’erotismo, qualcosa di mai visto nel palinsesto televisivo sanificato dell’epoca. Il Giappone, come spesso si ironizza, davvero aveva solo robottoni megagalattici e storie strappalacrime, magari riesumate da qualche successo letterario europeo. Il mercato cinematografico era dominato invece dalla Toei Animation, con i suoi film fiabeschi e pieni d’avventura (la ritroveremo, più avanti). Bisogna dare credito alla Tokyo Movie Shinsha di Yutaka Fujioka (aveva invitato lui Osumi), per aver creduto in qualcosa di così controcorrente.                                                                                                            
Lupin è nuovo, scattante, aggressivo. Il buon Maasaki, girando per gli studi con questi scoppiettanti 20 minuti in Cinemascope, si vede negati i soldi per un film. È ancora troppo presto, in compenso viene approvata una serie da 26 episodi, e comincia l’avventura.

Trappola su quattro ruote

Qui esordisce la prima serie, sempre con Osumi al timone. Il tono è vagamente smussato rispetto al pilot, e lo si nota anche nell’estetica: Lupin ha smesso il rosso, trovandosi un colore più tenue che si adatti meglio alla paletta cromatica della serie. È nata la mitica giacca verde, con buona pace di Monkey Punch che non ha ancora molta voce in capitolo. A parte questi dettagli da mitologia del personaggio, l’episodio non offre molto. Il cattivo, Scorpion, si ricorda più che altro per la scena censurata nei passaggi televisivi Mediaset, dove “tortura” una Fujiko mezza svestita con delle manine meccaniche che le fanno il solletico. Quest’ultima, una volta salvata, non si esimerà comunque da tradire il suo bello, facendolo arrestare da un Zenigata molto più serio e composto di come ci abitueremo in seguito. Ovviamente Lupin si libera in mezzo secondo, raggiungendo Fujiko e ribandendo l’eterna filosofia del loro rapporto: “certe donne tradiscono con la stessa facilità con cui indossano gioielli e pellicce. Ma certi uomini le amano ugualmente allo stesso modo.”

Barriera Invisibile

Questo è l’episodio che definisce il protagonista, quello che farei vedere a chi non conosce nulla della serie verde, così come si fa vedere Goldfinger a chi deve essere introdotto a James Bond. A proposito, come l’agente segreto inglese, Lupin ha una fidata pistola Walther (modello P-38, anziché PPK), un debole per le donne, e le macchine di lusso: la sua è una Mercedes modello 1928.                                                                                                
Per un bel paio d’occhi Lupin potrebbe mandare all’aria anche il piano meglio congegnato: in particolare, per quelli di Fujiko. Una figura indecifrabile, di cui non si riescono a individuare valori precisi: a volte alleata, altre ostacolo di Lupin, altre ancora neutrale, sempre in funzione dei suoi obbiettivi. Eppure la cupidigia per tutto ciò che è raro e prezioso non sembra consumarla, si intravedono sprazzi di cameratismo, senso dell’umorismo, romanticismo. Non si può leggere a fondo in quell’espressione, prima languida, un momento dopo di una crudeltà raffinata, ma anche di una rabbia popolana (in un episodio si lascia sfuggire un bel “bastardi!”). Si può solo vederla allontanarsi, alle prime luci dell’alba, in sella alla sua Harley-Davidson.                                                               
Una così non può certo andare giù ad un tipo tutto d’un pezzo come Jigen, unico amico di Lupin. Non si fida affatto della ragazza, “del suo strano modo di fare”, e lo manda in bestia la propensione dell’amico a sopportare tutto pur di compiacerla. Si può rintracciare questo rancore già dal tradimento del primo episodio, ma forse c’è sotto una bruciatura anche più profonda; a giudicare da certi sguardi nel pilot, c’è stato un tempo in cui Jigen era molto più sensibile al fascino femminile, prima di imparare a fidarsi di una sola lei: la sua Smith & Wesson Combat Magnum.                                                                                                                             
Parlando di bruciature, ad agitare questo trio arriva un uomo pericolosissimo, che si dice essere addirittura un mago, Pycal. Com’è possibile che le sue dita emettano fiamme? Come fluttua nell’aria, o viene colpito da proiettili letali senza riportare un graffio? Whisky (nel doppiaggio italiano), a cui “basta il nome per farti ubriacare”, all’inizio non bada nemmeno a Lupin, sta in realtà cercando qualcosa che ha la sua ex amante: Fujiko. È una resa dei conti di forze potentissime: il mito dell’invincibilità, l’inganno, la scienza, e infine l’amore, rappresentate dalle Grandi Cascate, luogo del confronto finale. E, come dice Lupin, “dove di solito vanno gli innamorati”.           

18.8.20

Recensione: "Tre Identici Sconosciuti" (Three Identical Strangers) - BuioDoc 47



Un documentario bellissimo su una storia incredibile.
Un ragazzo va ad un nuovo college ma sembra che tutti lo conoscano già.
Scoprirà che in quel college studiava un suo fratello gemello omozigote, ovviamente identico a lui, di cui nemmeno sapeva l'esistenza.
Nemmeno un giorno dopo si scoprirà che anche un terzo ragazzo è uguale ai primi due.
Sembra una storia bellissima e unica, quella di 3 fratelli gemelli che si ritrovano per caso dopo 19 anni.
Ma più si andrà avanti più lo spettatore scoprirà nuovi dettagli e quella che sembrava una storia "miracolosa" ed entusiasmante assumerà contorni foschi, quasi terribili.

Il documentario diventerà uno studio sulla lotta tra natura e cultura, tra destino e libero arbitrio, e anche lo spettatore dovrà interrogare più volte sè stesso.
Ma è solo nel finale che verrà fuori quello che è forse l'unico elemento che può cambiare radicalmente le nostre vite, l'amore.


Se c'è una cosa che adoro sono quei documentari "sporchi", quelli che raccontano storie incredibili, leggermente malsane e, se possibile, anche fonte di riflessione.
Mi piace ancor di più quando queste storie riguardano gli Stati Uniti e le loro famiglie.
Documentari come Una Storia Americana, The Wolfpack, L'Impostore, cose così.

Ecco, Three Identical Strangers prosegue in quella scia e, sia per storia che per realizzazione, raggiunge gli stessi vertici.

La storia appunto.
Ecco, è incredibile.

Capita che un giorno un ragazzo di nome Robert arrivi nel suo nuovo college. Tutti lo abbracciano e lo salutano come se già lo conoscessero.
Iniziano a chiamarlo per nome, ma il nome che esce fuori dalla loro bocca è un altro, Eddie.

La faccio breve, dopo poche ore Robert scoprirà (a 19 anni e per puro caso) di avere un fratello gemello omozigote che frequentava lo stesso college.
Un fratello che non pensava nemmeno di avere.
La notizia diventa "virale" in quella zona, finisce nei giornali.
E quei giornali li legge la famiglia di un altro ragazzo. E quel ragazzo è identico agli altri due.

Ecco così che nell'arco di un paio di giorni, per purissimo caso, 3 ragazzi americani scoprono di avere altre due copie di sè stessi.
Tutti e 3 sapevano di essere stati adottati ma nessuno di non essere "unico". E nemmeno le loro famiglie adottive sapevano nulla.



Si inizierà ad indagare e quando la verità verrà a galla sarà veramente inquietante.

Nasce come documentario molto leggero Three Identical Strangers, come un racconto di una storia bellissima e incredibile.
Vedere il primo incontro di queste 3 copie è davvero bello ed emozionante, specie perchè i tre sembrano un'unica persona, non solo nei tratti somatici, ma per coesione, empatia, capacità di stare naturalmente insieme.

"E' come se si fossero sempre conosciuti" dicevano tutti.
E questa è una delle prime frasi che inizierà a portare lo spettatore su quella che è la vera anima del documentario, ovvero una accurata e interessantissima indagine su natura e cultura, libero arbitrio e destino.

I 3 diventano famosissimi, finiscono in tutte le televisioni, l'America li adora, specie perchè son belli, hanno un sorriso che ti ipnotizza, si vogliono bene, amano divertirsi, sono istrioni.