25.7.21

Recensione: "Old"

 

L'ultimo film di Shyamalan ha dell'assurdo.
Un film che non fa altro che sabotarsi di continuo, sfiorando a volte vette talmente ridicole che ad un certo punto ci eravamo convinti che dovesse esser preso come guilty pleasure.
Eppure il finale, bello bello, riesce a dare un senso a tutto e anche a togliere gran parte di quella coltre grottesca che lo ammantava.
Un gruppo di turisti arriva in una spiaggia dove ogni minuto che passa equivale a dei mesi.
Non c'è possibilità di fuggire.
Ve lo giuro, qualsiasi commento leggerò sul film, dal bellissimo all'inguardabile, lo capirò

PRESENTI SPOILER

Adoro Shyamalan. In ogni suo film che ho recensito ho esaltato il suo essere uno dei pochi veri autori coraggiosi presenti nel cinema odierno, almeno in quello mainstream. Ogni suo film è un rischio, ogni suo film è ambiziosissimo, particolare, "nuovo", originale.
Quasi sempre la imbrocca, a volte la imbrocca a metà, un paio di volte (ma se non sbaglio gli unici due commissionati) fa roba veramente brutta.
Old è difficilmente catalogabile in una delle tre categorie ma, se proprio vogliamo, possiamo metterlo nella seconda.
La caratteristica quasi incredibile de sto film è che più sabota sè stesso, più fa de tutto per mandà tutto in caciara più, alla fine, acquista un senso e riesce a salvasse.
Vi giuro, eravamo in 4 a vederlo e ogni volta che ci guardavamo in faccia avevamo un'espressione tipo "ma che davero?" per quello che vedevamo. Ad un certo punto ce sono state un paio de scene talmente assurde e (involontariamente o volontariamente?) ridicole che, almeno io, me so rilassato e me so detto "Ok, a sto punto dev'esse così, per forza, non vole esse serio".


Ed è in quel momento che Old diventa una specie de guilty pleasure, un film che quasi te vergogni che te piace, uno che più trovi difetti, magagne, scene risibili più te dici "che cavolo, me piace così, è un cult".
Ma poi, maledetti, arrivano gli ultimi 15 minuti che son proprio BELLI, che spiegano tutto nel modo migliore possibile, che sono anche un filo emozionanti, che sollevano questioni etiche mica da ride (anche se il film non riuscirà anche in questo caso ad arrivare a quella "serietà" che il soggetto richiedeva).
E, insomma, sto film che se autosabota de continuo, pieno di incongruenze e scene WTF alla fine riesce a salvasse, anzi, forse pure a esse bello.

Siamo in una magnifica località balneare ai tropici.
La famiglia Nonmericordoilcognome arriva là coi due figlioletti.
Il padre è Gael Garcia Bernal, attore che adoro e che qui ho scoperto nanetto.
Lei è Vicky Krieps, nome che ancora a tanti non ricorda nulla ma che fu la splendida protagonista del magnifico Il Filo Nascosto.
(avremo poi nel cast anche Rufus Sewell e, lacrimoni, il Miles di Lost).
Sta famiglia viene mandata dal capoccia del resort in una spiaggia "invisibile", nascosta da rocce altissime, un angolo di paradiso che l'albergo riserva solo a poche persone.
La famiglia protagonista va là insieme ad un'altra famiglia e una coppia.
Ad un certo punto arriva a riva (ditelo de fila "arriva a riva", effetto stupendo, arriva a riva, arriva a riva, arriva a riva) un cadavere.
Già la faccenda è da grattasse le palle ma poi diventa tutto più inquietante quando i figli dei protagonisti, in solo mezz'ora, crescono de tipo 5 anni...

21.7.21

Recensione: "Luca"

 

Luca, l'ultimo film Pixar, è un grande omaggio all'Italia (anche diretto da un italiano).
Un film godibilissimo, rassicurante, certo meno complesso, adulto e coraggioso delle vette della Pixar, ma comunque un prodotto per tutti assolutamente da vedere.
Una storia di accettazione e di inclusione. Ci sarà tanta dolce malinconia nel vedere questa Italia che fu (ma che da qualche parte ancora è).
Peccato per qualche gravissimo errore di sceneggiatura che, ahimè, è impossibile non vedere.
Siamo lontani da un Wall-E, da un Inside Out ma anche da cose meno adulte come Ratatouille e Monster & Co.
Ma resta una scommessa vinta.

Intanto che buffo che abbia visto di fila 3 film "italiani" che alla fine, per motivi diversi, del tutto italiani non sono.
La Terra dei Figli lo è completamente, eppure esplora un genere che da noi non si fa mai.
A Classic Horror Story (ah, per chi legge solo il blog ho deciso di non recensirlo per più motivi, comunque m'è piaciuto parecchio) sin dal titolo ammicca all'internazionale, come internazionale è il pubblico a cui è rivolto (tanto che al momento mi pare sia tra i 10 film più visti al mondo in questo periodo).
E poi c'è Luca, l'ultimo prodotto della Pixar, un film completamente ambientato in Italia (riviera ligure) e che ha avuto l'onore di avere alla regia anche un italiano.
Tre spruzzate di cinema italiano strane ed ibride insomma (stasera terminerò questa sequenza andando a vedere Mother di Bong al cinema).

Luca è un gran bel cartone, niente da dire.
E' ovvio che siamo lontani dai vertici della Pixar, ma questo lo si sapeva già a monte.
Perchè Luca è un film poco ambizioso, molto lontano dalle vette esistenzialiste di un Wall-E, dalla complessità psicologica di un Inside Out o dall'esplorazione dell'anima del recente Soul.
E non ha nemmeno la forza, la genialità e la sceneggiatura di capolavori come Ratatouille e Monster & Co.
Insomma, è un Pixar molto meno adulto, rivolto ad un pubblico giovane e che, forse anche per budget, fa della semplicità la sua forza.
Per capirsi l'intero film per un'ora e mezzo avrà non più di 2-3 location, è evidente come probabilmente già come produzione non si poteva far di più.
Io lo dico da subito, non amo per niente i film "sottomarini". Quel mondo di pesci antropomorfi non mi ha mai attirato, mi stanca, li trovo tutti uguali, non mi prende. Certo riconosco, per esempio, Nemo come un grandissimo film ma a me quell'ambientazione non piace.
In più non ho amato il character design dei pesci antropomorfi di questo film. Insomma, come fossi in apnea non vedevo l'ora che l'azione uscisse fuori dall'acqua, andasse nella terraferma.
E sì, nella terraferma, in quel piccolo e meraviglioso borgo che è Portorosso (nome immaginario...immagino) il film sale davvero di molto.


Vedere quella piazzetta, le vespe sfrecciare, i negozietti di piccolo artigianato simbolo di un'Italia che fu, le linguine al pesto, i pescatori, i vicoletti, ecco, in questo piccolo scorcio d'Italia credo che stia quasi tutta la potenza di questo film. Che, tra l'altro, racconta per una volta un'Italia felice, spensierata, certo mettendo dentro dei clichè ma, per una volta, solo per farci bene.
Anche a livello grafico (per quanto ne possa capire io) secondo me la parte "emersa" di Luca è notevolmente più bella di quella subacquea.
Ma di cosa racconta il film?

15.7.21

Recensione: "Princess Principal" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 13 - di Enrico G-




Tredicesimo appuntamento con Enrico e la sua rubrica sull'animazione giapponese!
Mini presentazione dello stesso Enrico e poi recensione.
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 Princess Principal è una serie animata abbastanza recente (appena qualche anno sulle spalle) di puro intrattenimento spionistico, 12 brevi episodi ambientati in un mondo dove la Storia, un paio di secoli fa, ha subito una leggera ma determinante variazione. Tutt’altro che straordinaria, forse limitata da una scrittura indecisa sulle sue stesse ambizioni, ma anche intrigante, colta, intelligente nel creare intrecci e personaggi memorabili, mai noiosa.
Un motivo per guardarla su tutti: è un’opera completamente originale, retta dalle proprie sole gambe, concepita senza le restrizioni di tanti adattamenti animati dei manga.Questo è un consiglio senza veri spoiler fino alla terza immagine, dopo la quale discuto alcuni episodi, narrazione, finale e possibile futuro dell’anime, quindi non leggere oltre senza aver visto.
Disponibile gratuitamente e integralmente in sub ita, sul canale youtube della Yamato Animation.

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Ogni tanto arrivano quei momenti nella vita di un appassionato di anime, in cui bisogna semplicemente arrendersi. Non si può andare sempre avanti a colpi di Studio Ghibli, cult del passato come Lupin III o opere filosofiche alla Mamoru Oshii. Ogni tanto bisogna guardare l’industria giapponese di oggi dritto in faccia e chiedere: “cosa offri? Cosa guarda il grande pubblico che potrebbe piacere anche all’esigente come me?”.

Parliamo di Princess Principal va’.

Quando mi imbattei per la prima volta in Noir, una di quelle opere d’arte che determinano la crescita culturale in ambito animato, non sapevo ancora dell’esistenza di un sottogenere di riferimento: “girls and guns”. Vi appartengono quelle storie abbastanza violente, con trame troppo complicate e adulte per i bambini ma perfette per lo spettatore adolescente medio (e non solo), generalmente costruite attorno ad una coppia/gruppo femminile invischiata/o in attività losche o che stanno ambiguamente a metà tra bene e male. Ragazze e pistole, appunto. Noir, ma anche i successori spirituali nella “trilogia dello Studio Bee Train”, cioè Madlax e El Cazador, poi Gunslinger Girl, lo stesso Ghost in the Shell con franchise annesso e infine, Princess Principal. Nella serie seguiamo un gruppo di spie operative a Londra, fine ‘800, capitale del Regno d’Albion, palese ricostruzione dell’Inghilterra Vittoriana, con annesse colonie d’oltremare. Le cospiratrici si fingono normali rampolle della nobiltà, studentesse all’Accademia Queen’s Mayfaire, ma in realtà lavorano per conto della Repubblica. Sì, perché una delle maggiori attrattive di Princess Principal è il mondo ucronico in cui i personaggi si muovono, dove il Regno Unito si è spaccato 10 anni prima per una rivoluzione: la monarchia ha resistito solo nella capitale, separata ora dalla nuova entità politica da un immenso Muro che si estende intorno a tutta la metropoli fino all’estuario del Tamigi.(Quest’anime è stato fatto nel 2017, direi che l’appiglio con l’attualità di allora si palesa da solo. Cambiando discorso, anno curioso per il genere spionistico: uscì anche il secondo film di Kingsman, il Cerchio d’Oro, dove veniva presentata un’organizzazione spionistica con i nomi in codice ispirati agli alcolici, esattamente come propone di fare una delle ragazze della Queen’s Mayfaire, durante una discussione con la squadra. Fine digressione)Insomma, se la City ricorda Berlino, l’aria che tira è proprio quella di una Guerra Fredda, combattuta nei quartieri a colpi di spionaggio più che di cannone. Non è l’unica similitudine novecentesca che si potrebbe trarre da questo mondo, andrebbe almeno citata la caduta dei Romanov, qui richiamata dalle bandiere rosse e gialle della folla, all’assalto del palazzo reale. L’unico vero dettaglio non rielaborato ma inventato di sana pianta è alquanto affascinante, e dà alla serie quel bel velo steampunk, abusato ma sempre benvenuto, come si addice all’accoppiata di fantastoria e XIX secolo: la cavorite. Quando si è appassionati di Storia con la S maiuscola viene sempre apprezzato chi sa fare il proprio lavoro in simili racconti di finzione: hanno individuato una colonna portante della vera Inghilterra Vittoriana, il suo primato nella Rivoluzione Industriale di tardo ‘700.


A quel punto è bastato sostituire l’elemento fittizio alla materia prima che fu artefice di quel grande balzo in avanti, cioè il carbone, e boom, ecco nato un mondo nuovo. La cavorite è un materiale verdastro e luminescente, e poiché permette la levitazione, fautore di un precoce progresso meccanico dell’aviazione. Sarà ovviamente base di strambi macchinari che mischiano il passato e la fantascienza, dalle possenti aeronavi dominatrici dei cieli ai minuscoli dispositivi (le C-ball) capaci di modificare la gravità intorno ad una persona, nonché delle creative sequenze di “volo” con cui gli animatori si saranno indubbiamente divertiti, per la gioia condivisa degli spettatori.A proposito, l’animazione è moderna, di buon livello in standard televisivi giapponesi: ciò significa colori vivaci e movimenti ben articolati, ma anche fondali non troppo dettagliati e computer grafica appariscente. Quest’ultima per fortuna è bella CG, specie perché i creatori, con molta intelligenza, l’hanno usata soprattutto nell’architettura della metropoli, con i giganteschi tubi di scappamento che escono dagli edifici e gli accrocchi tecnologici, in modo da sfruttare al massimo quel senso di alienazione che trasmette.

14.7.21

Recensione: "La Terra dei Figli"

 

Il The Road italiano è un film magari meno potente, magari meno "bello", magari meno efficace ed emozionante del capolavoro di Hillcoat ma, se possibile, ancora più ricco di tematiche e più complesso.
Il mondo, non sappiamo per quale ragione, è finito.
Sul delta del Po vivono ormai poche decine di uomini, in sperdute palafitte.
Tra queste c'è un ragazzo (nato dopo l'Apocalisse) e suo padre.
Alla morte di quest'ultimo il ragazzo troverà un diario di appunti.
Non sapendo leggere resterà solo una cosa da fare, prendere la sua barca e, rischiando la vita più volte, trovare qualcuno che gli possa dire che c'è scritto in quel quaderno.
Film magnifico sui ricordi, sulla memoria, sulle emozioni da nascondere e quelle da riscoprire.
"L'amore me lo sono preso tutto addosso io per non farti soffrire"
Una piccola perla

PRESENTI SPOILER

 Sarà scontato ma è difficile non considerare La Terra dei Figli come il The Road italiano. E non è solo per la sua cornice post-apocalittica, e non è solo perchè non sappiamo la stessa Apocalisse come sia sopravvenuta (qui si parla di "veleni", è l'unica informazione che abbiamo) ma più che altro perchè si racconta la storia di un padre e un figlio, anzi, come nel caso del capolavoro di Hillcoat possiamo dire di un Padre e un Figlio, con la maiuscola, visto il ruolo simbolico che ricoprono (paradossalmente nel film di Cupellini ancora di più).
Non è un caso, ad esempio, che non sapremo mai il nome del ragazzo protagonista, lui è solo "Il Figlio". Possibile anche suggestione biblica, ma ci torneremo.

Siccome ho nominato The Road sparo subito quella che a prima vista potrebbe essere un'eresia, ovvero l'esser convinto che La Terra dei Figli, a livello tematico e di complessità, vada addirittura oltre (e io di The Road ho letto anche il libro - uno dei pochissimi di questi anni - parlo a ragion veduta).
Non so se abbia la stessa potenza, non so se abbia la stessa efficacia, ma di sicuro La Terra dei Figli mette dentro ancora più cose (con il rischio quindi di depotenziarle, certo).


Intanto un passo indietro.
Mi ero innamorato di Cupellini con Una Vita Tranquilla, un fantastico noir con protagonista Toni Servillo (sicuramente nei migliori 30 film italiani ultimi 10 anni). Poi avevo avuto la conferma del regista con Alaska, film potente, bello, ma irrisolto o comunque imperfetto.
Senza ombra di dubbio, però, il film che probabilmente sarà per sempre associato a Cupellini è quest'ultimo (anche se è vero che il suo cult è Lezioni di Cioccolato - tra l'altro girato qui a Perugia - di cui pochissimi però saprebbero dire chi è il regista).
La regia de La Terra dei Figli è fantastica. Un'inquadratura più bella dell'altra, movimenti di macchina come se piovesse (un centinaio) di infinita morbidezza e mai esagerati (per capirsi non si arriva mai alle "sorrentinate"), campi lunghi, primissimi piani, piccoli piani sequenza, capacità eccezionale di restituire le magnifiche location del film (vero e proprio personaggio della pellicola, ci troviamo nel delta del Po tra, credo, l'alta Emilia e il basso Veneto).
Una vera e propria lezione di regia ed estetica in un film in cui non c'è mai, a livello visivo, qualcosa di banale, ma una continua ricerca dell'inquadratura e del movimento perfetto (voglio citare ad esempio gli ultimi momenti di vita del padre, con quella macchina da presa che non gli si stacca di un cm, con quel muoversi ed appannarsi continuo senza mai darci la sensazione di ritrovarci in un Dogma alla Trier ma con un grandissimo controllo).
E, attenzione, in un film che poteva reggersi con le sue gambe quasi solo col soggetto e col racconto ritrovarci anche tutto questo è importante.
In Una Vita Tranquilla e in Alaska Cupellini si era affidato a due mostri come Servillo e Germano per poi affiancargli giovani e meno giovani attori italiani (tra il poco conosciuti e lo sconosciuti). Qui invece nessun big (a parte il quarto d'ora finale di un commovente Mastandrea), Cupellini si affida ad un giovane rapper romano (viso da cinema fatto e finito) che dovrà portare quasi l'intero film sulle sue spalle.
Riuscendoci.
A me son comunque piaciuti tutti tutti, Cupellini rischia facendoli recitare nei dialetti delle zone e in modo molto naturale (qualcuno del Sud potrebbe perdersi qualche frase) ma da sempre la recitazione molto naturale e pochissimo costruita è caratteristica dei film del regista (vedere gli altri due per capire).
Davvero grandissima la Golino in quello che è il personaggio forse più malinconico ed umano del film.

Ma di cosa parla il film?
Il mondo è finito, a causa di meglio non precisati "veleni" (ci sono anche personaggi con brutte escrescenze nel corpo, magari c'entra).
Tutto dovrebbe essere successo circa 20 anni fa visto che il nostro personaggio principale ha sui 18 anni, è nato dopo l'Apocalisse e non ci sono praticamente altri ragazzi visto che tutti i bimbi piccoli venivano uccisi appena nati per non farli vivere in un futuro terribile.
In realtà, però, non c'è l'atmosfera di The Road, ovvero quella post-post-apocalittica. Ci sono ancora colori, i fiumi sono ancora blu, l'erba è ancora verde, si può ancora coltivare e pescare. Insomma, è un mondo finito sì, probabilmente senza alcun futuro ma con un durissimo presente ancora possibile. Non è un caso forse che anche a livello fotografico non troveremo mai gli indimenticabili grigi di The Road, non ci sarà mai quella luce livida. E trovandoci intorno al fiume non vedremo nemmeno la stessa distruzione (nessuna città si paleserà ai nostro occhi, l'unica immagine di devastazione del mondo che fu resteranno quelle automobili in fila).
Insomma, diciamo che siamo pochi anni prima dello scenario del film di Hillcoat


Il Figlio, come ho scritto più volte, è nato dopo l'Apocalisse. Questo fattore lo porterà quindi a conoscere solo il mondo che si è creato dopo la Fine. E il padre, al fine di proteggerlo, racconterà a lui solo cose (o spiegherà a lui solo cose) che gli possano servire nel mondo di adesso, tutto quello che riguarda il prima ma che adesso non serve più glielo nasconderà.
 Assistiamo quasi ad un piccolo Dogtooth quindi, ovvero ad un film che racconta di un ragazzo che conosce il mondo solo per quello che il padre gli racconta (anche se qui per una "protezione" positiva, non come nel film di Lanthimos).
Non parliamo solo di oggetti o di gesti (il ragazzo ad esempio quando trova le automobili non sa cosa siano) ma anche di sentimenti. Anche se su questo versante dobbiamo tornare analizzando il magnifico finale.
Il film ha la capacità d'esser molto lungo (due ore), di essere suddiviso in almeno 5 parti ben distinte ma, e questo capita raramente, non avere nessuna di queste 5 parti più debole dell'altra. Il film convince sempre, non cala mai, ha piccole sottotrame credibili, personaggi sempre nuovi e sempre funzionali, è coeso.

10.7.21

Recensione: "La notte ha divorato il mondo" - Su Prime

 

Uno degli zombie movie probabilmente più intimi che potrete mai vedere (tra l'altro, a mio parere, visibile a tutti).
Un ragazzo si addormenta in una stanza di una casa, durante una grande festa.
Al suo risveglio trova non solo la casa ma l'intera Parigi completamente devastata, lorda di sangue e senza più un essere umano vivo.
Troppo pericoloso andar fuori, Sam decide di cominciare una vita da recluso negli appartamenti del palazzo (e così questo film del 2018 anticipa in modo quasi speculare quello che abbiamo vissuto col Covid).
Film come detto intimo, girato con pochi mezzi, forse abbastanza ripetitivo e privo di grandi idee. Ma in ogni caso un titolo da vedere, onesto, molto interessante per come affronta il genere in questa maniera così raccolta.
E con due grandi attori, il Danielsen Lie di Oslo, 31 August e il grande Denis Lavant

Ricordo che questo film mi gravitava intorno il periodo del Guardaroba, tanto che mi sembra fosse uno dei papabili da sottotitolare (forse poi lo fece qualcun'altro a memoria).
Lo ritrovo adesso su Prime.
Innanzitutto c'è da dire che il titolo è veramente stupendo, in francese poi non ne parliamo (curioso che il titolo internazionale in inglese, a differenza dell'originale e di quello italiano, abbia tradotto con "eats" il verbo, si vede che non sono grandi mangiatori).
Già che ci sono voglio rendere onore anche alla locandina anche se, in realtà, quel corpo sospeso non lo capisco poi tanto.
"La notte ha divorato il mondo" è senza dubbio, in tema zombie, uno dei film più intimi che potrete vedere.
Quasi completamente in un'unica location e con praticamente - zombie a parte - un solo attore principale quello che il film racconta è una vicenda che ha quasi dell'incredibile per quanto ricordi quello che il mondo, appena due anni dopo il film, ha vissuto con il covid 19.


Sam (interpretato da Anders Danielsen Lie, l'indimenticabile attore dell'indimenticabile Oslo 31 August) si reca ad una festa a casa dell'ex ragazza. E' lì solo per recuperare delle cose sue, in particolare delle musicassette dove (a quanto ho capito) aveva registrato scorci della sua vita da bambino. Ad un certo punto si chiude in una stanza e, mentre la festa imperversa, si addormenta. Al risveglio scopre che durante la notte a Parigi è arrivata l'Apocalisse, quasi tutti sono morti e chi è sopravvissuto è ormai diventato un mostro, insomma, uno zombie (anche se è più corretto chiamarli infetti).
(qui uno dei primi errori, possibile che sia in casa che fuori non ci sia un solo corpo?)

Non ci sono possibilità di uscire, l'unica soluzione che Sam trova è chiudersi negli appartamenti di quel palazzo e cominciare una vita in solitaria da recluso.
Senza volerlo questo film francese aveva anticipato di pochissimo quella che sarebbe stata la vita di milioni di persone, ovvero il restarsene costretti a vivere dentro casa, spesso da soli, a causa di un virus mondiale (e alla fine anche quello del film è presumibilmente un virus).
Quella che Sam vive alla fine è una gigantesca zona rossa che lo costringe a trovare forza, diversivi (come la musica) e tanta concentrazione per non impazzire.
Mi viene in mente ora che di quest'attore ho visto solo due film da assoluto protagonista (poi 3 minuti in una piccolissima parte in Personal Shopper) e, a pensarci, si trova in entrambi i casi a vivere un'Apocalisse, in un film quella dell'anima (come è la depressione), qua quella vera e propria in terra, reale.
Mi viene anche da pensare che se il protagonista del primo film avesse avuto la forza di volontà di quello del secondo avremmo assistito ad un altro finale in Oslo.
Comunque...
Il film è un evidentissimo low budget. Anzi, come avviene ad esempio nelle opere dei Manetti Bros sembra quasi che il budget abbia influito sulla sceneggiatura. Per questo l'unica location, per questo una porzione piccolissima di Parigi dove poter rappresentare la devastazione (alla fine viene inquadrata sempre la stessa strada), per questo i pochissimi attori. Insomma, uno di quei casi dove, secondo me, si è fatto di necessità virtù.
Ne viene fuori un film intimo, raccolto, dove la parte drammatica e lievemente esistenziale surclassa di gran lunga quella horror o di "casino" con gli infetti.
Questo rende il film senz'altro originale rispetto ad altri titoli sul genere ma è anche vero che alla lunga lo fa diventare leggermente ripetitivo, privo di guizzi e un filo statico.
Tanto che siamo davvero contenti quando nell'ultima mezz'ora compare almeno un altro personaggio e iniziano ad esserci più interazioni "pericolose" con gli infetti.
Denis Lavant, dopo Holy Motors e The Mountain, ci offre l'ennesima parte dove può tirar fuori la sua incredibile capacità di mostrarsi "mostruoso", con la sua pazzesca abilità fisica ed espressiva. Il suo personaggio - un infetto rimasto incastrato in casa - è molto particolare ed interessante perchè si crea questa impossibile "amicizia" tra lui e Sam, costretti come sono a vivere insieme. Nel finale, quando verrà liberato senza attaccare Sam, abbiamo anche la dimostrazione di come questi esseri mostruosi in qualche modo fossero capaci di avere ancora qualcosa di umano dentro di loro, anche se questa tematica, come altre presenti nel film (vedi le cassette dei ricordi), non riuscirà ad arrivare a quei vertici d'emozione ed autoralità a cui, come idea, poteva portare.


Ho molto apprezzato la parte "onirica" (come scopriremo poi) riguardante la ragazza.
Non tanto per l'artificio cinematografico in sè (del resto a ben pensarci strideva vederla in fin di vita e poi poco dopo star benissimo) ma perchè è in questa amicizia in realtà solo immaginata che Sam trova la forza e la motivazione di uscire da là, come se Sarah rappresentasse il suo subconscio (ricordiamo che nella realtà lui quindi non le ha nemmeno mai parlato).
Altra cosa che mi è piaciuta da morire è l'afonia degli infetti, davvero suggestiva e, per quanto mi riguarda, anche "nuova".
Del resto è un film molto basato sul silenzio e sull'unica presenza di rumori e suoni.
Certo non sprizza in sceneggiatura (ci sono scene buttate là come quella del gatto) e si ha sempre la sensazione di una piccola opera che con poco script e pochi mezzi cerca di raggiungere il massimo che può (e quasi ci riesce).
A volte si arriva anche a vertici metaforici credo casuali, come quell'allarme che parte per l'incendio delle cassette (poteva essere simbolo dei ricordi che ci uccidono ma non sarà così) ma si ha sempre la sensazione di star vedendo un bel film che non riesce mai ad arrivare a vertici di scrittura o emotivi troppo alti.
Alcuni effetti speciali degli infetti son fatti benissimo (vedi le mutilazioni), altri sempre figli del poco budget.
E quel finale io personalmente non l'ho mica capito tanto.
Sempre se ci sia qualcosa da capire

6.5/7


7.7.21

Su Luis Enrique, sul dolore e sull'esser uomini



In questo periodo della mia vita in cui si sta piano piano, in maniera lenta, costante ma positivamente inesorabile, tornando ad essere un uomo con la U maiuscola ecco che una semplice intervista può diventare emblematica.
Ieri notte vedo a fine partita l'intervista a Luis Enrique.
La Spagna nel gioco ci ha dominati, ha giocato una partita meravigliosa, ha messo in mostra il talento accecante di Pedri, quello di Dani Olmo, un'organizzazione di squadra incredibile e, rispetto a vecchie Spagne, anche una verticalità molto superiore.
Veramente, sono rimasto conquistato da questa squadra.
Non abbiamo rubato la partita ma, a gioco, ci sono stati superiori, e di due spanne.
A fine partita intervistiamo (nel senso noi italiani) Luis Enrique, e io ero già lì pronto a vedere un uomo arrabbiato, scosso, o almeno deluso e con poca voglia di parlare.
Ha perso ai rigori da 20 minuti, e perdere ai rigori ti uccide, specie quando hai dominato nel gioco.
E sento quest'uomo che dice di essere contento, che non ha rimpianti, che ha visto una grande Italia e una grande Spagna, che ha assistito ad una partita di calcio di livello altissimo, che è orgoglioso di sè e dei suoi ragazzi e che augura tutto il meglio all'Italia, ovvero di vincere l'Europeo.
Tutto detto con una serenità e una "verità" nel suo volto che, davvero, quasi mi commuovevo.
Poi si torna nello studio e il presentatore ci ricorda quello che è successo a Luis Enrique due anni fa.
Ovvero perdere per un male terribile e incurabile quella cosa splendida che tiene in braccio nella foto qua sopra.
Probabilmente il dolore più grande che un essere umano possa vivere.
Appena mi hanno ricordato questa cosa (che avevo colpevolmente dimenticato tanto da insultare 3-4 volte - ovviamente per scherzo - Luis Enrique durante la partita) il mio piccolo cervello ha fatto 1 + 1 e ha associato l'intervista disarmante di 2 minuti prima a questa cosa che è successa all'allenatore spagnolo.
Per farla breve Luis Enrique 3 anni fa avrebbe rilasciato la stessa identica intervista?
No.
Certo se una persona è sportiva è sportiva e sicuramente si sarebbe comportato da signore anche 3 anni fa.
Ma, e ne sono certo, la serenità che ho visto in questa ultima intervista, quel sentirgli dire tutte quelle frasi di sconcertante sportività sono figlie di quello che quest'uomo è diventato in questi ultimi due anni.
Perchè si cambia, sempre, e quando ci va bene si migliora.
Ora, senza girarci intorno, il tema da affrontare è il dolore.
Ci sono dei dolori talmente grandi che io li ho sempre associati ad un pozzo.
Questo per 3 motivi.
Il primo è l'oscurità che più scendi il pozzo più ti avvolge.
Il secondo è lo spazio strettissimo di quel luogo, un luogo così stretto che ti impedisce di muoverti, di vedere la luce, di avere spazi più grandi per respirare.
Il terzo è l'inesorabilità del percorso che un pozzo ha, ovvero quello di renderti impossibile girarti e risalire ma dover quasi per forza arrivare fino al fondo.
Eppure in questa metafora di quei dolori così grandi e perfetti per cui ti manca l'aria e ti sembra che finchè non arrivi in fondo non hai modo di risalire (come nel caso di Luis Enrique ma anche in casi meno definitivi, meno gravi ma ugualmente totalizzanti come sono capitati ad ognuno di noi), eppure dicevo avviene sempre - o quasi sempre - una cosa strana.
Ovvero che arrivati in fondo, là dove il pozzo è più scuro, succede un miracolo.
E quel miracolo è che c'è dell'acqua, acqua che si presume stagnante ma che in questi casi, per una sorta di magia che ha a che fare con l'essere umano (no, non calatevi in un pozzo reale per vedere se è vero, in quelli reali non succede) non solo è limpidissima ma risplende.
Quando arriviamo in fondo al pozzo del dolore troviamo una luce e dell'acqua e in quell'acqua vediamo riflessi noi stessi.
Ci vediamo quindi riflessi, vediamo le ferite del dolore passato, ripensiamo al percorso, alla discesa, che ci ha portato lì e inevitabilmente (a meno che certi dolori non ci uccidano del tutto) guardandoci in quell'acqua avviene una cosa stupenda, ovvero lo scoprire di volere bene a quel viso là, il volere bene a quell'essere umano che ha così sofferto.
In quell'oscurità, quando non è più possibile andare più giù, "noi vediamo noi" e decidiamo che adesso che abbiamo i piedi per terra meritiamo di risalire.
Una volta risaliti quasi sempre usciamo persone migliori.
Luis Enrique ha raggiunto il fondo più fondo che un uomo possa raggiungere, è arrivato quasi al centro della Terra, e se è riuscito ad uscirne (anche se una parte di sè resterà sempre laggiù) allora sentire una intervista come quella che abbiamo sentito è veramente niente.
Attenzione, nessuno sta facendo un elogio del dolore, chè non c'è niente di più bello nella vita che la gioia, la felicità, l'amore e la realizzazione.
E nessuno sta nemmeno facendo un discorso sull'utilità del dolore inteso come conditio sine qua non, perchè con una profonda analisi di noi stessi si possono raggiungere certe vette di consapevolezza anche senza passare per forza dal dolore.
Quello che si vuol dire è che se un dolore c'è stato, se ormai è un dato di fatto, l'occasione per renderlo utile è troppo grande.
Non cogliere quell'occasione sarebbe un aggiungere un errore ad un dolore, sarebbe non sfruttare un'opportunità che nessuno si augura ma che  - se ormai c'è stata - in qualche modo deve migliorarci, deve farci riflettere.
Luis Enrique ha avuto un qualcosa di talmente irrimediabile e "perfetto" che per poterne cogliere insegnamenti o crescita personale bisogna avere un'anima eletta (e anche tante persone vicino).
Quasi tutti noi invece affrontiamo dolori sì fortissimi ma che non hanno niente di irrimediabile, anzi, a volte sono dolori che possono somigliare a trampolini.
L'intervista di ieri di quel grandissimo uomo che è diventato (o magari è sempre stato) Luis Enrique non è una lezione di sport, quella è solo la superficie.
L'intervista di ieri è una lucida, meravigliosa ed emblematica esaltazione dei valori.
Era più sereno lui che diceva quelle frasi apparentemente senza senso (almeno nel mondo del calcio) di noi che, da vincenti, eravamo lì ad ascoltarlo, noi che forse quel grado di consapevolezza che lui ha non possiamo averlo.
Che, forse, non potremmo nemmeno averlo mai.
Ma che dobbiamo lottare per raggiungerlo, sempre.

alla piccola Xana Martinez

1.7.21

Recensione: "Mandibules - Due uomini e una mosca"

 


Anche se ad una settimana dalla visione mi dispiaceva non scrivere almeno due righe sull'ultimo film di Dupieux.
Un film minuscolo, cortissimo, praticamente non scritto e all'apparenza quasi improvvisato.
Due amici trovano una mosca gigante in un bagagliaio. E che fanno? decidono di addestrarla per eventuali rapine future.
Film al solito divertentissimo, certo lontano dalla profondità di un Wrong o un Realitè, quasi un divertissement improvvisato che però ha anche un altro grandissimo pregio, ovvero raccontare con grande delicatezza una storia di amicizia vera, bellissima, e un tema abbastanza importante come quello degli outsider, persone che per handicap più o meno grandi si trovano al margine della società

Ormai chi mi legge sa del mio amore sconfinato per Dupieux. Questo è il mio sesto film suo e, praticamente, l'ho sempre amato. Paradossalmente l'unico film che non mi ha entusiasmato è quello divenuto più cult, Rubber.
Mandibules, lo dico subito, non arriva a mio parere ai vertici dupieuxiani, ma semplicemente perchè non vuole nemmeno arrivarci nè ha le armi per farlo.
E' un film pochissimo scritto (anzi, se mi dicessero che l'hanno girato in 5 giorni improvvisando metà film ci crederei), che non ha complessità (come ad esempio Wrong e Realitè), che dura pochissimo e che sembra quasi un'opera prima o un film fatto per divertimento tra un progetto più importante e l'altro.
Da sempre i soggetti di Dupieux sono assurdi ed incredibili. Tante volte, sin da ragazzini, con i miei amici abbiamo inventato trame surreali e senza senso per girare un ipotetico film. Ogni volta poi ridevamo di quanto fosse impossibile poi farlo realmente con quella trama. Ecco, Dupieux è la dimostrazione che invece quelle idee nonsense e destrutturate che spesso ha chi si diverte a creare trame possono veramente diventare film, basta avere solo la pazzia per farlo.


Voglio dire, se vi raccontassi che ho avuto un'idea geniale per un film, e questa idea consiste in due amici che trovano una mosca grande un metro su un bagagliaio e decidono di addestrarla a rubare voi che mi rispondereste? niente, mi guardereste male e andreste via. Invece Dupieux c'ha fatto un film, anche stavolta. E, attenzione, non è che questo è il soggetto ma poi nella sceneggiatura ha invece messo dentro mille altre cose eh. Anzi, tutto quello che vedremo dal ritrovamento della mosca è ancora più senza senso, arbitrario e stupido del soggetto. Tanto che, come vi dicevo, sembra quasi di ritrovarsi davanti una non sceneggiatura, una piccola serie di gag comiche improvvisate tenute insieme da un filo invisibile e sfilacciato. Questo è quello che rende Mandibules a suo modo "speciale" ma anche il difetto che a mio parere lo tiene lontano dai capolavori del regista.
Eppure sto film ha una grandissima qualità, ovvero quella di raccontare una storia d'amicizia vera, talmente vera che quasi emoziona.
Il rapporto tra i due protagonisti, una specie di Scemo e più Scemo francesi, è stupendo, la loro complicità, la loro ingenua pazzia, il loro aiutarsi reciprocamente li rende irresistibilmente deliziosi.
Tanto che a volte potremmo parlare anche di un film "delicato", un film che racconta con grande umanità di esseri umani al margine della società, a loro modo "handicappati", non facendoli mai cadere nel ridicolo ma, anzi, restituendoceli con grande empatia.
Mi riferisco anche al personaggio interpretato da Adele Exarchopulos, comico, esagerato, tremendamente sopra le righe, volutamente insopportabile. Eppure Dupieux riesce a farci percepire il dramma di quella ragazza - il suo handicap - con molta dolcezza, tanto che sarà impossibile non provare un pizzico di compassione per lei.
Ecco, sembrerà strano in un film di Dupieux, ma credo che per una volta il lato teneramente umano sia quello che esca più fuori dal film, quello che lo rende a suo modo "indimenticabile" (nel suo piccolissimo).
Per il resto a volte si ride, e tanto, specie grazie a dei dialoghi al solito brillantissimi, talmente scemi e surreali da non crederci. L'idea di addestrare la mosca, quella bicicletta con l'unicorno, il loro continuo "Toro" (quando lo fanno di nascosto perchè gli altri pensano ci sia un cane al posto della mosca è veramente da morire dal ridere), l'incendio per cucinare, il "devi trovare un cane" e questo che esce dal cancello e ce n'è uno pronto lì, l'assurda sequenza della dentiera (tutto il film alla fine era basato su portare una dentiera di diamanti ad un vecchio per regalargli quel sorriso, so morto), sono veramente tanti i momenti divertentissimi.


C'è anche da dire che i due attori principali son perfetti, gli vuoi bene anche solo dai visi. E che bello vedere Adele in un ruolo così grottesco e ridicolo, davvero brava.
Dico la verità, il finale è a suo modo perfetto (alla fine quell'addestramento patetico era riuscito veramente) ma c'è anche la sensazione che il film finisca proprio quando poteva davvero cominciare (immaginatevi quante cose, quante gag, potevano venir fuori con la mosca addestrata).
Che poi mica nessuno ci dirà come cazzo faceva ad essece una mostra gigante in un bagagliaio.
Ma questo è il bello di Dupieux :)

29.6.21

Compleanno e date ufficiali raduno 2021

 Oggi è il compleanno del blog (12 anni..., e se è vero che ogni anno di blog sono 6 umani fate i conti...).
Ne approfitto per la classica comunicazione che faccio in questo periodo, ovvero la data ufficiale del raduno 2021 che sarà il 3-4-5 settembre (sempre Perugia e dintorni). Abbiamo già il film con regista del venerdì, sabato bisseremo la riuscitissima novità dell'anno scorso (ovvero andare a visitare qualche posto nuovo e pranzare lì) e ci sono già sicure 5-6 persone nuove.
Venite!
Ovviamente poi farò i post "ufficiali" tra luglio e agosto ma le date sono sicure. Per qualsiasi informazione chiedete qua nei commenti, per mail o a me in privato (giuseppe armellini su fb).
Per il resto questi ultimi 20 giorni ho visto un solo film (Mandibules di Dupieux, a suo modo delizioso) spero di parlarne...

17.6.21

Recensione: "Apan" - Passeggiate, il cinema della poesia - 17 - di Roberto Flauto - Su Netflix

 

Nuova recensione di Roberto, a suo modo "storica" perchè con questo 17imo appuntamento diventa la rubrica esterna più longeva nella storia del Buio in Sala.
Un film sconosciuto trovato su Netflix.
Le righe di presentazione, almeno per quanto mi riguarda, già mi prendono.
Vi lascio a lui

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Un film per niente memorabile, ma difficile da dimenticare.
Non accade niente. È già successo tutto.
Un uomo si risveglia sul pavimento del bagno ricoperto di sangue.
Comincia la sua giornata. Una discesa nell’abisso.

Non so perché sono qui.
Non so cos’è successo.
Ho paura, fa freddo, il mondo ha smesso di girare.
Non so di chi sia questo sangue sui miei vestiti.

È già accaduto.
Non sappiamo cosa, ma è già successo.
Un uomo si risveglia sul pavimento del bagno.
C’è sangue ovunque, ne è ricoperto. Ma non è il suo.
La mattina è appena nata. Un nuovo giorno è cominciato. Siamo a Stoccolma.
L’uomo si chiama Krister. L’espressione del suo volto, che non cambierà mai, è tanto inespressiva da essere inquietante.
Poi si sveglia, si dà una ripulita, esce di casa e se ne va in bici per la città.
Indossa sempre l’auricolare a un orecchio, parla al telefono. Frasi sconnesse, dialoghi scarni, quasi del tutto assenti. Apan è un film di silenzi, ma così carichi di urla che vibrano nelle tempie e nei polsi. Di chi era quel sangue? Perché ha dormito in bagno? Come ci si può addormentare sporchi del sangue di qualcun altro?
L’aria è immobile. Il cielo ha il colore dell’assenza.

Fa freddo, ho paura, non capisco cosa succede.
Io non sono qui. Questo non sono io.

L’assenza è uno degli elementi fondamentali della poesia.
Come il vuoto, il nulla, l’attesa, la sospensione, l’attimo in cui.
In Apan c’è tutto questo. Dunque c’è poesia?
Non lo so. Sì e no. C’è la violenza dell’assenza, questa sì.
E credo che, in fondo, ci sia qualcosa di intimamente poetico in questa storia – o meglio: nella sua narrazione, nella sua messa in scena, nel suo racconto (perché la poesia è un come e non un che cosa). C’è la tentazione del silenzio che si mischia e si confonde con la necessità dell’urlo. Ne viene fuori un’apnea esistenziale che non lascia scampo. Guardate gli occhi di Krister. Il suo volto. I suoi gesti. Il bisogno del silenzio intrecciato alla volontà della parola, che non conosce pietà.
Ma non basta presentarsi con un vestito da “poesia” per essere poetico. Così come non basta soffocare la realtà con atti di routine e normalità per cancellare le macchie di sangue.

No, questo non sono io.
Io mi chiamo Krister.
Sono una brava persona, sono un insegnante di scuola guida.
È stato solo un attimo, lo giuro.
Non è successo niente.

Apan non fa davvero niente per farsi ricordare, ma fa di tutto per non farsi dimenticare.
E bastano due minuti per sentire il peso dell’inquietudine sulle spalle, sulle palpebre, sul cuore.
L’uso ripetuto della mdp a mano libera, che inquadra Krister riprendendolo leggermente sopra, da dietro la testa, aumenta e intensifica l’effetto di angoscia. Un’inquadratura e un’angolazione che sembrano quelle di un videogioco, come se quella che vedessimo fosse la “visione del giocatore”, e quello sullo schermo il nostro avatar. Guardiamo e viviamo la giornata attraverso i suoi occhi e la sua prospettiva. Una giornata che si fa sempre più surreale e tremenda. Soprattutto quando lui torna a casa.

Davvero, non è successo niente.
Deve essere stato un incubo, solo questo.
Ci sono pezzi di notte che mi tagliano il cuore.

Krister esce di casa in bicicletta. Poi recupera l’auto dal meccanico. Poi va al lavoro e dà una lezione di guida. C’è un senso di angoscia costante in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni silenzio, in ogni parola. Poi ha un attacco di panico. Poi telefona alla mamma. Poi va al negozio di bricolage. Poi ha un attacco di panico. Poi gioca a tennis. E un altro attacco di panico. E il mondo che collassa, l’universo che frana, la vita che muore.
È tutto scollegato, inquieto, inquietante, angosciante, ossessivo, pervaso da un senso di sofferenza pronto a esplodere in un milione di lame taglienti. La trama è a pezzi, proprio come il suo protagonista.
Poi Krister torna a casa.

La verità è che non è colpa mia.
Ve l’ho detto, questo non sono io.
Dovete capirmi.
Io sono come voi.

Gli eventi insensati e le azioni sconnesse, apparentemente un segno di debolezza della storia, hanno invece una profonda connessione con il gelido senso di alienazione e distacco di quest’uomo dall’espressione impassibile, che però trasuda irrequietezza, smarrimento, terrore, angoscia. Una sensazione di insanabile frattura tra lui e il mondo.
Apan è una storia morbosa, compulsiva, ai limiti del disturbante. Eppure non accade niente. È già successo. Noi siamo (con) Krister, per tutto il tempo, e respiriamo il suo tormento.
Sin dal primo fotogramma siamo proiettati in questo vortice di assurda e assillante angoscia. Una spirale caotica e oscura. E ci rendiamo conto che Apan pone al centro della sua frammentata e sincopata narrazione il senso di colpa, l’alienazione, la rabbia, l’insanabile frattura psichica di una mente alla deriva nell’abisso del proprio sé. Ci rendiamo conto di ciò in un momento preciso. Il momento in cui Krister torna a casa e apre la porta.

Voi siete come me.
Potete capirmi.
Vero che potete capirmi?
Andrà tutto bene.

Lui è fermo, la mdp lo inquadra di spalle, poi si sposta e allora vediamo tutto.
Il corpo martoriato della moglie.
La donna è riversa in una pozza di sangue raffermo, nel salotto, sul tappeto, vicino al tavolino, in mezzo ai ricordi di una vita. Ecco cos’era accaduto. Ecco di chi era quel sangue sui suoi vestiti. Ecco chi sei, Krister: un assassino.
Lo vediamo compiere gesti insensati. Prima porta in casa i sacchi comprati al negozio di bricolage. Si avvicina alla moglie ma subito se ne allontana. Vai in camera da letto e accende la tv (ecco, qui, in questo passaggio insignificante e brevissimo io ci vedo la sintesi perfetta del film, ma ci torno dopo). È agitato, frenetico, confuso, stordito, e noi con lui. Cammina. Riflette (a cosa pensa? A cosa ha pensato? Cosa vuole fare?). Va in bagno e vomita. Non sa che cosa fare. O forse lo sa benissimo. Il panico lo assale, ancora. Sta per sedersi su un tavolino per riprendere fiato, urla la sua rabbia, quando accade qualcosa che gela il sangue nelle vene.
«Papà!».
Una voce arriva dal piano di sopra.
Un bambino, suo figlio.
Krister sale le scale, si affaccia nella camera del figlio. Tentenna, esita. Non dice una parola. Poi entra. Il ragazzo è steso a letto. C’è sangue sulle coperte, sui suoi abiti. Il papà aveva tentato di uccidere anche lui, ora è chiaro. Ecco per chi erano quei due sacchi comprati al negozio. Ma il piccolo non è morto. E sembra non sapere o credere che sia stato il padre a fargli del male. Avrà passato ore di agonia atroci. Poi ha sentito la presenza del padre in casa e ha gridato con tutto il fiato che avevo in corpo «papa!».
Krister guarda suo figlio, poi lo prende ed esce di casa, lo carica in auto e corre all’ospedale.


Andrà tutto bene.
Non è successo niente.
Voi non capite. Voi non capite.
Cosa avrei dovuto fare?

La corsa in ospedale. Istanti e istantanee di una giornata che non è nient’altro che una discesa libera nell’abisso di un’anima di un uomo che ha ucciso a coltellate la moglie e che ha tentato di uccidere suo figlio. È davvero inquietante e tremendo vedere il volto di Krister sempre con la stessa espressione, che mantiene anche nei momenti in cui la tempesta emotiva raggiunge vette insostenibili.

10.6.21

Recensione: "Valley of the gods"

 

Questo film è in questi giorni nei cinema.
Forse è il più bel film che vedrete quest'anno in sala.
O forse il peggiore.
Lo scoprirete con l'ennesima non recensione:

"Rocco, al cinema c'è un film che dev'esse bellissimo. Se chiama Valley of the gods, c'ha una trama assurda ed è de un regista polacco, Majowski, Majewski, Maseski, cazzo ne so, mai sentito, ma è polacco voglio dì, il film è per forza bello, pensa a Zulawski, Polanski, Kieslowski o anche a Corpus Christi de un mese fa, i polacchi fan sempre film belli Rò. Cioè, a parte quando abbiamo preso quella sola con Cold War de quel Pawlikowski, Per il resto se i film son polacchi è na garanzia dai, cioè, è come quando le olive so greche o come se giocamo a ping pong da Tommaso e ad un certo punto arriva al locale un cinese e vole sfidacce. Pò esse anche senza braccia ma de sicuro è fortissimo a ping pong, io non ce giocherei mai contro, te lo dico, manco se giocasse con la racchetta in bocca tipo Stephen Hawking"
"Ok, spetta che controllo sul sito del Postmodernissimo"
"Ok"
"Sì, ho visto, lo voglio vedè assolutamente, te faccio sapè se posso domani"
"Vai, perfetto."

Ieri, interno notte, camera mia

messaggio su Messenger

"Ok per domani ce la fo, ci andiamo"
"Benissimo, poi decidiamo se andamo co na macchina o due"

Oggi.
Interno giorno, sempre casa mia
, entro a scatola chiusa su Letterboxd per vedè la media de sto film. M'aspetto almeno 4.
Media 2.5, insomma, fa veramente schifo.
La prospettiva de vedè una boiata al posto de un presunto capolavoro fa capolino, le medie non servono a niente ma, insomma, 2.5 è 2.5.
Che fo, lo dico a Rocco?
Non verrebbe sicuro, lui al cinema ce va solo per vedè solo i film belli, o almeno con quella speranza.
Allora decido de non diglielo.
Però me viene in mente de creà una "prova" sul fatto che io sapevo già che faceva schifo.
Allora commento in un post a caso qui nel blog.





Perugia, Via del Carmine, esterno notte, ore 21, all'uscita dal film.

"Rò, te devo dì na cosa, io lo sapevo che faceva schifo"
"In che senso lo sapevi?"
"Oggi a pranzo so andato a vedè la media e c'aveva 2.5, una merda"
"E perchè non me l'hai detto testa de cazzo?"
"In realtà in qualche modo te l'ho detto, ho fatto un commento sul blog, se te leggessi tutti i commenti lo avresti scoperto"
"In che senso?"
"Prendi il cel, te faccio vedè"
Lui prende il cel e vede questo

Sì, lo so che è la seconda volta che la metto ma stavolta sono sicuro la immaginate letta da lui

"No, ma te rendi conto che te non sei normale?"
"Lo so"
"La cosa assurda è che io credevo fosse un capolavoro"
"Lo so"
"E invece fa schifo"
"Lo so"
"Io non so come farai a facce na recensione"
"Infatti farò una non recensione, è l'unica Rò"
"E che ce scrivi?"
"Boh, ce scriverò che è uno dei film coi peggio dialoghi che ho mai sentito in vita mia, che ogni frase che dicono sembra tipo detta da Dio in persona ma non ne azzeccano una, che rendono gli Indiani d'America talmente ridicoli che io te lo giuro se fossi un Indiano d'America me taglierei i capelli e diventerei americano normale, che dentro ce mette cose bellissime e interessantissime come sto contrasto tra sti Navajo e sto grande magnate che glie sfrutta la terra, e anche quel concetto bello di verità e finzione, realtà e scrittura artistica, ma non c'è una, dico una, scena veramente azzeccata, saranno 30 sequenze messe a caso legate non se sa come tra loro, e il Navajo che butta una busta de sabbia su un bancomat, e quel telegiornale ridicolo commentato da quell'altro indiano che dopo ogni frase canta, così, per forza, come mettesse un punto, o madonna la scena con Hartnett che scavalca na parete co le PENTOLE de casa sua legate alla caviglia, tipo rito di iniziazione venuto male, oppure quando cammina come un tonto all'indietro, oppure l'indiano che fa sesso con la roccia, oppure la partita a tennis DENTRO la villa con questi che tirano la pallina bassa se l'inquadratura è bassa e tirano altissimo se l'inquadratura va sul soffitto, o quel bimbo nato sulle rocce col cordone ombelicale lungo 4 metri, o te che durante il film me dici "evidentemente c'è qualche usanza Navajo che noi non conoscemo" e io te rispondo "spero", perchè sarebbe l'unico alibi per salvà il film, oppure quella limousine lunga 3 km che sembra un serpente, oppure dio cristo la scena della CATAPULTA gigante, forse la più non sense degli ultimi anni cinematografici, che mettono na macchina su sta catapulta e poi la buttano di sotto, oppure il bambino che tipo La Spada nella Roccia non possono alzallo, oppure la STAMPANTE in macchina e tutta l'assurda scena dopo del controllo della "polizia", o quei 10 minuti che sembrano girati da Fellini o da Sorrentino, o meglio dal loro cugino incapace, con quei dialoghi che fanno sanguinà le orecchie, oppure madonna quando Malkovich SENZA MOTIVO prende la bottiglia d'acqua e se la preme in testa per 20 secondi, o le scene delle gabbie, forse le uniche metaforicamente salvabili ma che poi diventano ridicole anche loro o quel rito finale EGIZIO (te dimme che cazzo c'entrano gli egizi) , oppure Rò, spetta, che altro c'era? Rò? Rò? ma do cazzo sei andato, stavamo a dialogà e sei fuggito? Oddio, è vero, ho parlato sempre io, mortacci mia. Ròòòòòò??????"

"Eccome, non ce la facevo più sia de ascoltatte che de ripensà a sto scempio. Però ora tutte le cose che hai detto le scrivi a casa eh"

"Boh, vabbeh"

"Cioè, è talmente assurdo sto film che ce manca solo che alla fine c'è un bambino Navajo che diventa Godzilla e distrugge tutti i grattacieli de Los Angeles"

"Rò, c'era, finiva davero così"

"Oddio, ma davero? non l'ho sognato?"

"No, giuro"

"Ascolta, magnamo che è meglio"

"Sì, magnamo via"