21.10.14

Scritti da Voi (N°1): Tommaso Tronconi - I due volti di Gennaio

Siccome ho paura che molti (molti..., diciamo 5,6) vorrebbero scrivere e mandarmi qualcosa ma si vergognano, inizio subito la rubrica, magari dà coraggio a tutti.
E poi avevo bisogno di un giorno di pausa :)

Questa rece è di Tommaso Tronconi, il "tenutario" del blog

ONESTO E SPIETATO

Buona lettura e... fate come lui!

I due volti di Gennaio

I due volti di Gennaio è un film senza volto, senza identità. Vorrebbe essere Hitchcock ma lo ricorda appena, potrebbe essere un esordio d’autore ma ha troppe lacune per dimostrare personalità.
Hossein Amini è l’ennesimo caso dello sceneggiatore (il suo film più noto è Drive di Refn) che decide di passare dietro la macchina da presa, ma nel tragitto si scorda qualcosa del suo “vecchio” mestiere. Cerca di sopperire all’impossibile ubiquità di ruolo ricorrendo ad un romanzo della conclamata giallista Patricia Highsmith, le cui opere hanno avuto importanti trasposizioni cinematografiche: L’altro uomo di Hitchcock, Delitto in pieno sole di René Clément, Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, L’amico americano di Wim Wenders. E sul lato produttivo punta sui finanziatori de La talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), Tim Bevan e Eric Fellner. Ma il risultato non è lo stesso sapientemente ottenuto da Tomas Alfredson.

I due volti di Gennaio cerca di farsi forte dietro un’ambientazione esotica sospesa tra Atene e Instanbul, e soprattutto un tempo storico denso di fascino: i primi anni Sessanta. Coperture non giustificate per una storia che poteva svolgersi, con ingente risparmio di denaro, ai nostri giorni.
Hossein Amini tira le file di un mistero che però appare debole e (s)fortunoso con troppa facilità e prevedibilità, finendo per diventare così sonnolento e autunnale che la stringata oretta e mezza di film la percepiamo come molto più lunga. Il finale poi, con un tocco educativo-perbenista che da tempo non vediamo neppure sul piccolo schermo, è la goccia che fa traboccare il vaso. Peccato, perché sarebbe bastata una piccola introduzione socio-economica del tempo e un paio di licenze al diritto d’autore per rendere onore ad una storia che funziona sulla carta ma non sul grande schermo.


Di fianco ad un’imbolsita e piagnucolosa Kirsten Dunst (sembrano passati secoli dal fascino di Marie Antoniette del 2006), due marcantoni di razza: Viggo Mortensen e Oscar Isaac (A proposito di Davis). I due fanno il possibile per non far crollare la baracca con quel tocco di follia (omicida) dietro i capelli impomatati. Ma insomma, è dura tenere in piedi un corpo senza scheletro e senza volto.  

20.10.14

Scritti da Voi: scrivete per il Buio in Sala, adesso!

Siccome da sempre, praticamente da quando ho iniziato il blog ho detto e scritto che per me
questo spazio più che una cosa personale (anche se personale rimane, eccome se rimane, per me è addirittura terapia) volevo diventasse (anche) un luogo di condivisione di una passione, ripropongo una cosa che proposi 3 anni fa ossia

la pubblicazione di recensioni o articoli scritti da voi

interessanti, comici, ben scritti o no, recensioni singole, classifiche, riflessioni, qualsiasi cosa vogliate attinente almeno in parte al cinema

L'importante è che io non c'entri niente.

Ovviamente l'invito è per blogger non tanto conosciuti o che desiderino farsi conoscere un pò di più (metterò il loro link molto in evidenza) o anche, e sarebbe bellissimo, per "semplici" lettori, gente che non ha voglia nè tempo di gestire un blog ma a cui ogni tanto piace buttar giù qualcosa.
Per me potete addirittura cambiare nick rispetto a quello con cui vi conosciamo, restare anonimi, qualsiasi cosa ma, non vergognatevi!
Ad esempio già da mesi c'è Jolly Roger che cura la sua rubrica sugli horror, quindi paradossalmente la cosa è già iniziata, anche se con Jolly sarà rubrica fissa, con voi tendenzialmente pezzi unici.

Anzi no, chi è solo lettore e non ha un blog può propormi anche una rubrica tutta sua!
Magari su miei "buchi" (cinema classico? commedia? storici? quello che volete)

Mandate tutto a taesu18k@yahoo.it oppure per messaggio (non sulla bacheca) nella pagina facebook

Qui non c'è nessuno più bravo e nessuno meno bravo, qui c'è solo uno spazio in cui scrivere due cazzate o due cose interessanti.

Ovviamente preferirei che qualsiasi articolo o recensione mi mandiate venga scritta appositamente per questo spazio, non sia un copia incolla di qualcosa già pubblicato.

Tendenzialmente come recensioni sarebbe bello scegliere film  non presenti sul blog per renderlo più completo ma anche la rece di un film già commentato può essere interessante

uscite dal guscio!

18.10.14

Al Cinema: recensione "Le Cose Belle"

Erano 4 ragazzini di Napoli come tanti, 4 ragazzini di ovunque come tanti, con i loro sogni e,
forse, le prime avvisaglie dei problemi, che i problemi si sa ci sono sempre, ma a 14 anni tendenzialmente ti appaiono come lo sfondo delle cose, le quinte, perchè sul palco provi ancora a far recitare soltanto la gioia e la spensieratezza.
E' il 1999, quell'anno così mistico con quella paura di tutti gli zeri che stanno arrivando, a cosa porteranno non si sa, magari finisce il mondo, magari ne comincia uno migliore.
C'è una telecamera che quasi non c'è, nessuno chiede niente o meglio, da nessuno sentiamo chiedere niente.
E i bambini fanno tutto da soli, si raccontano, prendono loro stessi la telecamera e sono loro ad intervistare, hanno un mezzo e lo usano come vogliono.
E ci sono le due ragazzine che vogliono fare le modelle e le cantanti e sarà per questo che ballano e cantano sempre no? che a quell'età puoi provare a fare continuamente i negativi di quelle foto che poi vorresti sviluppare ma che, ahimè, quasi sempre restano nascoste in quella camera oscura dismessa che a volte è la vita.
E il cantante lo vorrebbe fare anche Enzo, con qualche chilo di troppo e i primi discorsi da uomini, Enzo che torna a Giugliano ma ormai sta a Napoli, che è peggio dice lui.
E poi c'è Fabio che quella telecamera se la vuole mangiare con gli occhi ma che più prova a raccontarsi e più qualcuno gli urla da quelle finestre lassù "che ce ne fotte a noi? statte zitto!"
Fabio vorrebbe fare il calciatore che dirlo a Napoli è come nascere in una barca e dire di voler fare il pirata.
E li lasciamo là.
Poi siamo 12 anni dopo, i 3 zeri sono passati da un pezzo e ormai di loro più niente ci frega che la vita va avanti e mica sta ferma lì a pensare dove siamo e quando siamo.
E la bambina col fratellino che già a 11 anni stava diventando sorellina è adesso una donna. E pure una donna, ora a tutti gli effetti, è diventata/o anche quello che fratellino fu.
Un pò cameriera negli hotel un pò ballerina nei night, un figlio che c'è e un padre che no, non c'è, e una madre che 12 anni prima gli disse che non era la figlia che aveva sperato che fosse, che mica si sa che le frasi possono distruggere.
A Fabio è successo qualcosa, forse pure nulla, ma il nulla è qualcosa che comunque accade.
E' successo qualcosa perchè adesso il bambino iperattivo che voleva la telecamera a ogni costo è un 24enne con la faccia spenta, bel ragazzo sì, ma quegli occhi e quel volto hanno perso qualcosa. Non è diventato calciatore, del resto lo disse pure lui "vorrei diventare calciatore ma dicono che non ho la stoffa" disse da 12nne. "E chi ti dice questo?" "Tutti"
Enzo in 12 anni ha mantenuto sia i chili di troppo che la voglia di cantare ma con i primi ci convivi, con la seconda non ci campi.
E allora se ne va in giro a fregare la gente con i contratti telefonici, mica tarocchi, quelli veri, che poi sempre fregature sono, quasi sempre via.
Buffo che parli in italiano ai citofoni e poi un secondo dopo in napoletano stretto sulle strade, dicendo le stesse cose, proponendo le stesse cose, come se chi in quel momento è in casa non avesse la parlata della strada, come se la parlata della strada solo alla strada appartenesse.
Poi per un curioso caso del destino incontrerà proprio Fabio, lo porterà a lavorare con lui ma Fabio voleva fare il calciatore. E si vede.
Poi c'è Silvana, cioè, ci sarebbe Silvana che praticamente non c'è più, spersonalizzata in una vita con una mamma malata da accudire, un fratello nel carcere minorile e un compagno agli arresti domiciliari. La bellezza, a nemmeno 30 anni, sembra già sfiorita e gli occhi, gli occhi più belli e intensi de Le Cose Belle, raccontano di una vita che vita non è.
Le Cose Belle è un corto circuito.
Un film che parla del passato e del presente mettendo il futuro non per ultimo, ma in mezzo ad essi.
Il futuro è nel passato, è questa la magia del film, il futuro è in loro 12enni a cui viene chiesto cosa farai da grande. E poi il futuro si annulla nel presente, in quel che sono diventati.
"Cosa sono le cose belle?" chiedono a Silvana.
E per 30 secondi la ragazzina non risponde.
Poi Enzo comincia a cantare in uno studio di registrazione, la passione è sempre rimasta sin da quando pasciutello e ragazzino andava a farlo nei ristoranti.
Canta e ad un certo punto sul palco del cinema c'è lui, in carne ed ossa, che continua a cantare quel pezzo.
Il cinema esce dal cinema ed è lì davanti a noi, senza soluzione di continuità, legato dalla musica. Enzo canta mentre alle sue spalle scorrono i titoli di coda.
E poi finiti quelli continuerà a cantare ancora per un pò.
E noi sappiamo chi è, l'abbiamo appena visto al cinema.
Lo sentiamo cantare dal vivo e piano piano non riesco a vederlo più come un uomo.
Vedo un ragazzino che canta ad un ristorante con suo papà.
Lui, almeno lui, sa quali sono le sue cose belle.
E, come una sinestesia, le vede in un applauso.

17.10.14

Sui giovani d'oggi, sulla mancanza delle stelle e su gente ubriaca con la cedrata

Io ho un amico colto.
Probabilmente più di uno ma questo non è importante.
Ovviamente è inutile ripetere il solito discorso su cultura e intelligenza no?
Un amico colto non vuol dire un amico intelligente, e la cultura non è intelligenza, che diamine, ormai sta cosa bisognerebbe averla capita, dovrebbe capirla anche uno che non è intelligente ma semplicemente colto.
Ci può essere più intelligenza in un aborigeno che vive ancora l'età della pietra che in un professore di Yale.
Che poi il fatto che Rocco, questo il suo nome, oltre ad essere molto colto sia anche molto intelligente almeno in questa prima parte de sto delirio non ci interessa, dopo sì.
Insomma ho un amico colto, uno di quelli che cita letteratura, filosofia e antropologia per capirsi.
Uno di quelli che ti aspetteresti con la barbetta e con gli occhiali.
E infatti Rocco c'ha la barbetta e gli occhiali ma 10 giorni fa ha corso pure la maratona.
E non c'è niente di più soddisfacente di un amico colto còlto in fallo.
Specie per me che al massimo cito Fantozzi e il suo "chi ha fatto palo?"
Abbiamo appena visto Class Enemy, bellissimo film sloveno che ha per protagonisti sedicenni/diciottenni colpiti da un grande lutto in classe. Noi sedicenni/diciottenni lo siamo stati sedicenni/diciottenni fa (brutta questa), è normale fare due discorsi su sta cosa.

(Te Federico dopo il film hai preferito andà a giocà a calcetto che discorre di massimi sistemi con noi ubriachi di cedrata. A proposito, sarà partita proprio dalla cedrata, simbolo degli anni 80, sta voglia de affrontà sti discorsi generazionali? Po esse.
Insomma, Federico vaffanculo, spero che hai perso e te sei fatto male.)

A un certo punto parlando dei sedicenni/diciottenni/ventenni del film e passando, gioco forza, a quelli che ci stanno intorno (e che prima, tra l'altro, erano dietro di noi al cinema, ridendo e sguaiando per tutto il film) a me viene in mente una cosa.

"Rocco, ci sono, manca il desiderio"
"Spiegati"
"Beh, intanto già la parola desiderio è magnifica di suo no? De-sidera, mancanza delle stelle, bellissimo"
"Mai saputo..." (e qui il riferimento al colto còlto in fallo dell'inizio) "sei sicuro?"
"Sì"
Meno male che lui sul cel ha internet, andiamo di wikipedia e ho ragione io.
(La cedrata ma l'aveva già offerta, avevo già quindi ricevuto in anticipo il premio di una scommessa futura che avrei dovuto vincere entro serata, dovevo solo inventarmene una)
"Manca il desiderio, la mancanza delle stelle, l'emozione di raggiungere qualcosa, coprire quel vuoto, trovare quelle stelle"
A questo punto Rocco mi parte in un'interessante opinione per cui secondo lui il desiderio non sia propriamente la mancanza di qualcosa ma più l'atto in sè, il desiderare. Insomma, il desiderio è il mezzo, non presuppone necessariamente un fine, l'appagamento di quella mancanza.
Conveniamo comunque.
Dopo un pò mi accorgo invece che ai giovani d'oggi non manca il desiderio, anzi, di desiderio ce n'è pure troppo.
Manca l'Attesa.
Ecco, il mix perfetto, la Magia, è il Desiderio insieme all'Attesa. (o.k, la smetto con le maiuscole).
Se poi il desiderio e l'attesa a cui porta riescono anche a raggiungere l'obbiettivo ecco la felicità in vita no?
Insomma, non è vero che manca il desiderio nei giovani, manca l'attesa.
E la mancanza di quest'attesa a cosa ha portato?
Al consumo.
O forse è il contrario.
(sì, da un pò ho abbandonato virgolette e dialogo ma l'ho fatto perchè i discorsi venivano un pò costruiti insieme in fieri tra me e lui, due ultratrentenni che cercavano di dire cose intelligenti senza probabilmente riuscirci. Ho usato il dialogo solo quando dovevo dimostrare di aver ragione io).
Dicevamo, il consumo.
E il consumo è moltiplicazione.
E immediatezza.
Il consumo è moltiplicazione e immediatezza.
Devo scop... 30 ragazze, e nel più breve tempo possibile.
Devo cambiare 15 telefonini e comprare immediatamente quello che esce nuovo.
Devo vedere tutti i film che sono arrivati in sala al cinema e farlo ora, adesso, 3 minuti dopo che è uscito, vai col download.
Devo avere questi vestiti e prenderli adesso, che tra un mese ne andranno degli altri.
Devo scrivere brevissimi post con i quali nel più breve tempo possibile devo raggiungere il maggior numero possibile di mi piace.
Quindi gli oggetti del desiderio non sono diminuiti, anzi, sono aumentati in numero esponenziale.
Ma se è vero che abbiamo un desiderio pari a 100 rimasto inalterato negli anni se una volta sto 100 lo distribuivamo in 4,5 "oggetti", quella ragazza, quel film, quel vestito, quell'obbiettivo da raggiungere, ossia un 20 20 20 20 20, adesso gli oggetti del desiderio sono decine e decine, tante ragazze, tanti telefonini, tanti film da far fuori subito, tanto carpe diem scellerato.
E il desiderio passa a 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5
Ed è qui che ritorna fuori il discorso dell'Attesa.
Se devo avere quelle 20 cose come faccio ad aspettare?
Cazzo, le desidero adesso!!!
Now!!!
Ma questa, così, non è più mancanza delle stelle, ma l'averne già prese dal cielo un vagone e volerle semplicemente possedere ancora di più.
Colpa loro?
Per me più no che sì.
Nel senso che se devo scegliere tra queste due frasi:
"La società crea la propria generazione"
o
"La generazione crea la propria società"
io, ahimè, credo che la prima sia molto più pertinente.
Che vi credete che i giovani d'oggi sono animali del sesso, illitterati, senza valori, malati di esibizionismo perchè sono più deficienti di come eravamo noi?
E perchè?
Che l'intelligenza c'ha le sue annate?
Che è vino?
No, sono solo vittime del sistema. E ci sguazzano talmente bene che non riusciranno mai a combatterlo, cambiarlo.
Insomma, vittime felici.
La prima generazione che è vittima di qualcosa che li fa star bene.
Senza, apparentemente, che riescano a vedere i rovesci delle medaglie.
Ecco, forse è questa la colpa che gli faccio, non rendersi conto che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che ci circonda.
Sono come eravamo noi, solo che il contesto è cambiato.
Però cazzo, esserne fieri, starci bene, non leggere mai autocritiche, disagi, questo mi dà da pensare.
Chi, nella sua parte più viziosa e animale, non vorrebbe essere 18enne e avere 100 ragazzine mezze nude intorno?
Chi non vorrebbe la miglior tecnologia?
Chi non vorrebbe esser bello e fare in modo che tutti lo dicano, che la nostra vita si riempisse di mipiace?
Tutti.
O quasi tutti.
Che di ipocriti ne esiston tanti.
Ma questa è solo la superficie della vita.
Quello che mi sembra non si formi, non si stia formando, è una coscienza altra, una coscienza che combatta questo esibizionismo, questo animalesco soddisfare, questa voglia di apparire.
Mi piacerebbe trovare tanti Dottor Jekyll nascosti dentro ai Mister Hyde.
Nella stessa persona, nello stesso ragazzo, sia Jekyll che Hyde.
Perchè non essere Mister Hyde a sto mondo è quasi impossibile.
Ma non provare a difendere quello che di Jekyll ci è rimasto potrebbe essere la fine di tutto.
Perchè, prima o poi, anche le stelle finiranno.
E poi allora non ci resterà più niente da desiderare.




(ah, scop... è scoppolare, togliere le caccole dal naso)

16.10.14

Al Cinema: recensione "Class Enemy"

L'insegnante donna sta per partorire, deve forzatamente abbandonare i suoi ragazzi.
Arriva l'insegnante uomo.
La prima è buona, comprensiva, di manica larga,  capace di instaurare un rapporto praticamente alla pari con i suoi studenti, un rapporto che riesce a superare, o annullare, quello istituzionale.
Il secondo è freddo, insensibile, autoritario, severo, distante e distaccato.
Facile vedere nelle due figure la metafora della madre comprensiva (e il pancione sta lì a rafforzarla) e del padre autoritario.
Ma poi piano piano Class Enemy sti contorni così apparentemente ben definiti li perde, la distinzione tra i buoni e i cattivi, i sensibili e gli insensibili, le vittime e i carnefici si fa sempre più labile per poi, forse, addirittura ribaltarsi.
Già qua avevamo brevemente affrontato la figura del professore, quella che io definisco come esempio di adulto notevole, ossia una di quelle figure capaci di influire pesantemente nella vita di un ragazzo.
Gli adulti notevoli hanno responsabilità, possono "salvare"vite come distruggerle, a volte senza saperlo non sanno quali aspettative, speranze, attenzioni e appigli un adolescente gli rivolge.
E guardando questi anni tutti sti (bellissimi) film sulla scuola, penso al francese La Classe, a Detachment, a L'Onda, a Les Choristes e a questo Class Enemy, senza andare a classici del recente passato come L'attimo fuggente e Will Hunting la conclusione a cui sono arrivato è che sempre, sempre, anche quando viene messa in secondo piano, la figura chiave non è quella della classe e degli studenti, ma quella del professore, dell'educatore.
E' sempre lui che in maniera più o meno invadente "condiziona" il film, non la classe che come materia grezza reagisce a quello che fanno le sue mani.
O.k, poi ogni film pone magari l'attenzione su uno studente in particolare, ma tutto parte sempre, più o meno evidentemente, dal professore.
Questo per ribadirne ancora l'importanza.
Ecco, il professor Zupan di Class Enemy è a mio parere la figura di insegnante più interessante, complessa e meglio scritta del cinema recente nel genere.
La prof di tedesco (siamo in Slovenia, il tedesco è assimilabile al nostro inglese) deve partorire.
Arriva come supplente il professor Zupan.
Sin dall'aspetto di Zupan è evidentissimo il cambiamento che dovrà affrontare la classe.
Basta cellulari, classe-famiglia e musica.
Zupan parla solo in tedesco, la lingua che deve insegnare ai ragazzi. Questo porta a una specie di ulteriore "controllo" su quegli studenti, incapaci e impossibilitati di interagire nella loro lingua naturale, la lingua delle liti, dei sentimenti, dell'immediatezza.
Zupan ha una chiacchierata privata con Sabina, una ragazza-tappezzeria (per citare il bellissimo Noi siamo infinito) bravissima nel suonare il pianoforte. Si parla di obbiettivi nella vita, di sapere cosa si vuol fare, di fallimenti.
Sabina pochi giorni dopo si uccide.
La classe inizia una rivolta a tratti subdola a tratti manifesta contro il professore, reo, secondo loro, di aver causato la morte di Sabina con i suoi metodi "nazisti".
E questo, forse, è quello che pare anche a noi all'inizio.
Zupan sembra non tradire mai un'emozione, nemmeno quando annuncia la morte di Sabina alla classe. Anzi, "sfida" gli studenti con una frase di Mann sulla morte (ah, tutto il film è praticamente accompagnato dalla monografia di Mann).
Eppure, eppure, piano piano lo spettatore comincia a pensare che i metodi apparentemente insensibili di Zupan nascondano invece una profonda conoscenza della vita, delle sue dinamiche e dei suoi valori, certo meglio della fantozziana psicologa della scuola, lei e le sue piovre.
Ed è qui, nella morte di Sabina, in quello che significa quella morte, tutto il senso di Class Enemy.
Per gli studenti è una tragedia (mmm, ci torneremo), per Zupan un metodo educativo.
No, forse più che metodo educativo il professore la vede come una gigantesca e irripetibile opportunità per i ragazzi di maturare, la possibilità di diventare "esseri umani".
Ma i ragazzi approfitteranno della morte di Sabina, una ragazza di cui a malapena sapevano il cognome e che nessuno era andato nemmeno una volta a trovare a casa, approfitteranno di questa morte per attaccare l'autorevolezza del professore e, non ultimo, il sistema-scuola.
Attraverso l'ipocrita e inattaccabile ricordo di Sabina (inattaccabile perchè chi avrebbe il coraggio di andare contro a ragazzi che ricordano una loro compagna morta?) la classe inizierà una ribellione che in realtà è soltanto un pensare a sè stessi, al proprio tornaconto, una "scusa" per colpire quei mostri (professori, scuola) di solito inattaccabili.
Che sia chiaro, la freddezza, il cinismo, l'eccessiva sincerità, quasi vicino all'arroganza, di Zupan certo non ne fanno un personaggio virtuoso (virtuoso è e sempre sarà quel professore che riuscirà al contempo ad essere insegnante, educatore e parte integrante di una classe) ma la sensazione che quello che dice ed i suoi metodi abbiano un maledetto senso e una loro incontestabile, seppur dolorosa, verità dentro, si fa sempre più strada.
"La morte di un uomo è meno affar suo di chi gli sopravvive" cita Zupan da Mann volendo ricordare ai ragazzi che chi non c'è più non c'è più, è successo, è un fatto, e per chi non c'è più di sè stesso più non interessa, bisogna andare avanti e raccogliere l'esperienza.
Ma ormai i ragazzi vedono in lui il colpevole.
Tralasciando sulla figura forse stereotipata del secchione che il giorno del funerale vorrebbe fare il tema o che segue sempre e comunque Zupan (finchè questi, dimostrando ancora una volta il suo essere integerrimo e "puro" nei suoi metodi non gli mette un votaccio) Class Enemy riesce anche a caratterizzare alla grande alcuni alunni.
Su tutti Luka, sconvolto dalla morte appena avvenuta della madre, un ragazzo che essendo ancora in fase di lutto ha tutta l'aggressività, la confusione e la non accettazione che tale lutto comporta.
E poi la bellissima Mojca , la migliore amica della scomparsa Sabina, l'unica che, a differenza dei compagni, in modo silenzioso e non plateale sembra veramente soffrire di quella morte e riflettere sulle parole di Zupan.
A questo proposito la lettera che legge nell'indimenticabile scena delle maschere (scena che rivela ancora una volta di più l'ipocrisia della classe e il tentativo di Zupan - mettendo anch'egli la maschera - di dimostrare, certo con i suoi metodi e la sua (non) sensibilità, la sua non indifferenza alla cosa), quella lettera è un urlo di odio e di amore di forza inaudita.
Ascoltiamo le parole di Mojca mentre nello schermo quelle maschere (inquietanti, specie quella del professore che ascolta la ragazza) si alternano a un flash back di Sabina che si aggira per i corridoi, magnifico.
Tu ci hai lasciato, tu non vivrai la nostra sofferenza nell'averti perso, per noi c'è la tragedia, per te non c'è più niente. Ti amo, ti odio.
(tutto rimanda alla frase citata prima di Mann, non a caso "titolo" della lettera).
Un film quasi perfetto di un regista 28enne.
Capace di scrivere personaggi a tutto tondo.
Zupan ha le sue colpe e i suoi meriti, i ragazzi i propri meriti e le loro colpe.
Nessuno vince, nessuno perde.
Ma per tutti, per i ragazzi, per Zupan, per noi spettatori, c'è una morte che fa riflettere.
E c'è una gita scolastica in cui una ragazza si aggira sulla barca senza che nessuno la veda.
E che sia morta non è importante, non l'avrebbero vista nemmeno da viva.
E c'è un mare finale, un orizzonte.
E l'orizzonte è qualcosa di grande e lontano.
Come i pensieri sulla vita e sulla morte.

15.10.14

Io, loro, e quello che mi hanno insegnato

Ho imparato da Stephen King il piacere di leggere, quella strana cosa che a 9,10 anni ti fa sentire
diverso, ore e ore in camera, te, la tua adolescenza e le tue storie di mostri e vampiri, paure e terrori, corse infinite che non puoi abbandonare e struggenti storie di figli che tornano in vita, di hotel persi nella neve e bambini col triciclo, di macchine infernali e uomini soli in isole deserte ("dita di dama, sono dolci come dita di dama"), ma anche storie bellissime di giganteschi carcerati neri che guariscono il male o di un gruppetto di ragazzini che diventano uomini cercando un corpo vicino a una ferrovia.
Ho imparato da King il gusto di leggere un libro dopo l'altro e perdermi in mondi altri.
Poi, ormai da 15 anni, io e King non ci siamo più incontrati ma quello che ho imparato da lui è qualcosa di bellissimo.
Ho imparato da Pennac lo scoprire che nella stessa pagina, nello stessa frase, a volte nella stessa riga ci si può contemporaneamente divertire, meravigliare ed emozionare.
Ed ho conosciuto con lui una famiglia indimenticabile, un capro espiatorio di professione con il suo fratellino teppista e incendiario, le sorelline cartomante e fotografa e il Piccolo con gli occhiali rosa.
E tutto il resto degli impressionanti personaggi che giravano loro intorno con lui, Pastor, il poliziotto con il maglione malato terminale, non il maglione, ma lui, che non so perchè ma ha un posto grande nel mio cuore.
Ho imparato da Dostoevsky la vera grandezza della letteratura, quella letteratura che può affrontare tutto lo scibile umano e farlo senza pedanteria, senza insegnamenti, ma soltanto attraverso storie e personaggi così affascinanti da non riuscire a staccartene, così piccole e al contempo grandi che rischiavi di trovar Dio dentro una stufa a legna di uno stanzino.
Ho imparato da Dostoevsky che esistono persone che nascono per scrivere.
Ho imparato da Gogol l'allegoria, lo straniamento, il godere della lettura avvertendo allo stesso tempo leggerezza e cultura, ho imparato che non c'è niente più bello e affascinante dell'assurdo.
E ho imparato anche che a volte esistono libri immensi che non si sono riusciti a finire e che la Morte,come scrissi un tempo, tiene nascosti nella sua caverna dell'Arte del condizionale.
E in quella caverna, tra le altre, c'è anche un'altra cosa immensa di uno scrittore immenso, di quello che forse più di tutti ha saputo meglio raccontare l'angoscia, lo smarrimento e l'inconoscibilità della vita, quello scrittore così grande che dici una lettera, la K, ed è già lui.
E quel romanzo non finito di quel castello è fotografia di tutta la sua opera, un'opera nella quale una risposta non c'è e se vai cercandola ti ritroverai per strade che non sai dove portano e uffici che non sai cosa nascondano.
Ed ho imparato, anche da lui, soprattutto da lui, la parte meravigliosa della malinconia.
Ho imparato da Poe lo scrivere in prima persona, quel trovarsi catapultato dentro le vicende, vicende che raccontano di morte e disfacimento, di paure e sconforto.
Ed ho imparato che anche solo leggendo si può immaginare di stare al buio e aver paura di cadere.
Ho imparato da Gadda la meraviglia della lingua più bella del mondo, la nostra, le infinite possibilità che ci offre, la magia di un neologismo, la difficoltà di un arcaicismo.
Ho imparato da Gadda a rileggere un libro due volte consecutive, la prima non capendoci nulla, la seconda trovandolo uno dei più belli che abbia mai letto.
Ho imparato da Saramago che, ahimè, anche nella letteratura si può raggiungere un limite di perfezione, che anche nella letteratura a un certo punto ti sembra di aver trovato il punto di non ritorno.
Ho imparato da Saramago gran parte di quello che sono adesso, triste, perso nell'assurdo, capace di credere che esista un mio sosia da qualche parte del mondo o che la morte smetta di uccidere.
Ma anche capace di credere nell'uomo, soprattutto nella donna anzi, e di ritrovare l'umanità e la bellezza in un bacio o in un cane che ti asciuga una lacrima.
Ho imparato tanto da tutti loro e da decine di tanti altri.
Da 5 anni ho smesso di imparare dai libri.
Eppure, prima o poi, tornerò nella mia cameretta, io e la mia adolescenza prolungata.
Io e loro.

14.10.14

BuioDoc (N°9): recensione "Pussy Riot, una preghiera Punk"

22 Aprile 2012
Delle ragazze con i volti coperti da coloratissimi passamontagna e vestite di sgargianti abitini e calzamaglia arrivano fino all'Altare della Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, una specie del corrispettivo di San Pietro a Roma.
Cominciano a cantare un pezzo punk con le loro chitarre.
Contro lo Stato, contro la Chiesa Ortodossa, contro l'unione indissolubile ma sulla carte non esistente tra questi due "poteri".
Non fanno in tempo nemmeno a cantare 20 secondi del loro pezzo che vengono, ovviamente, fermate.
Tre di loro saranno arrestate.
E per e anni non riavranno la loro libertà.
Sarebbe banale e sbagliato considerare il fenomeno delle Pussy Riot, letteralmente fich... gattine in rivolta, come qualcosa di poco conto o solo folkloristico.
In realtà in Russia, e non solo in Russia ma praticamente fenomeno worldwide (Italia a parte) la loro vicenda è stata al centro di interrogazioni parlamentari, vere e proprie prese di posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa russa, interviste a Putin (bersaglio principale delle Pussy), rivolte popolari, imitazioni qua e là nel mondo, celebrità come Yoko Ono e Madonna (già, l'ironia delle cose, Madonna) che le hanno sostenute, di tutto.
Ma chi sono ste Pussy Riot?
Sono un gruppo di ragazze russe, perlopiù molto giovani, che hanno formato un collettivo punk (nel tipo di musica, nell'abbigliamento, nelle tematiche, nelle battaglie) che vuole sfidare i regimi della Madre Russia, ossia il governo di Putin e la Chiesa Ortodossa. Ma non distintamente, insieme, visto che proprio il binomio Stato-Chiesa ("Madre Santissima, liberaci da Putin" canteranno provocatoriamente nella cattedrale) viene visto dalle Pussy come vero e proprio cancro della nazione, un binomio che ha portato a un nazionalismo esasperato, a un'eccessiva autorità, a un ruolo della donna sempre più marginale e castrato da un fortissimo sessismo.
Sì, sono femministe, e lo ribadiscono più volte
Tutti i loro colori, il loro aspetto voleva portare, secondo loro, a una gioiosa rivolta, a una ventata di calore e calore che potesse far intravedere un arcobaleno nella pioggia russa.
"Siamo giullari" dirà a un certo punto Nadia, con tutto il colore, la satira e il potere eversivo a cui la parola giullare può rimandare.
A comandarle c'è una ragazza tanto bella da far spavento, Nadia, a soli 22 anni una "terrorista" ormai conclamata, autrice di varie performance contro le autorità e l'ingessamento della società. E' così bella che gli uomini di Chiesa la temono non solo per quello che fa ma pure per l'aspetto ("guardate, è il Diavolo, guardate che labbra (meravigliose aggiungo io), sono le labbra del Demonio" dirà uno).
Ha creato questo gruppo (ovviamente anonimo e coperto dai passamontagna) per svegliare le coscienze russe dal torpore che una chiesa millenaria e un governo che per quanto cambi poi alla fine non cambia mai hanno portato in Russia.
Dopo l'arresto succederà di tutto.
Interviste a Putin, raduni organizzati dalla Chiesa Ortodossa a cui partecipano quasi 100.000 persone per "pregare" e condannare le Pussy Riot, telegiornali, trasmissioni televisive faziosissime contro le ragazze e poi un processo farsa visto dagli occhi di tutto il mondo, processo che porterà a una condanna di 2 anni di lavori forzati.
Soltanto dopo si conosceranno gli abusi e le condizioni terribili nelle quali vivevano la loro reclusione le ragazze.
Il doc ripercorre principalmente tutto il post arresto, con brevi ma esaurienti flash back sulle precedenti imprese delle Pussy Riot e sul passato delle 3 ragazze arrestate.
E' tutto molto giornalistico, oggettivo, senza prese di posizione, anche se alla fine è ovvio capire da che parte sta il documentario.
E come non essere da quella parte, dalla parte di un gruppo di ragazze che magari in maniera sì troppo invadente, plateale e non rispettosa, ma ha solo cercato di denunciare e combattere i mali e le ipocrisie della loro nazione.
Ed è bello vedere che anche da arrestate le ragazze non fanno passi indietro ma che, anzi, continuino la loro battaglia e rincarino la dose sapendo benissimo che facendo questo la condanna e i lavori forzati sarebbero inevitabili.
Si ha l'impressione di trovarsi davanti "ragazzine" che in mezzo ad ingenuità ed eccessi portino però avanti battaglie intraprese con cognizione di causa, quasi necessarie oserei dire.
E mi è piaciuto moltissimo il loro avvocato che invece che "difenderle difendendosi" lo ha fatto attaccando, ribadendo e portando avanti il loro credo.
Certo chi dal doc ne esce di più con le ossa rotte è una Chiesa bigotta come poche, castrante, chiusa, incapace di dialogare, anche vendicativa.
Magari qualcuno troverà da ridire sulle Pussy Riot.
Ma qui sotto l'immagine di un gruppo punk di ragazze incappucciate, sotto performance da you tube giovanilistico, sotto un eccessivo femminismo, c'è la storia di 3 giovani alle quali è stata tolta la libertà di pensiero e di coscienza.
E anche quella reale.

11.10.14

La Grande Letteratura nel Cinema (N°5): L'Autista Ridondante

Ritorna la rubrica che ricerca nelle sceneggiature cinematografiche gli estratti che più riescono ad avvicinarsi alla letteratura tout court.
Trovate le altre puntate nell'etichetta qui a destra "I grandi dialoghi"

Siamo ancora una volta nel cinema italiano, nel grande cinema italiano oserei dire, e il film da cui estrapoliamo oggi passaggi di script è il capolavoro Il cerchio dei Morti, un horror d'atmosfera italico che gioca con il vero/non vero, le doppie dimensioni e le triple agonie.

Abbiamo preparato per voi (lo ha fatto mio fratello su You Tube) il video dell'Incipit di questa grande pellicola, incipit nel quale abbiamo individuato l'incredibile e affascinante reiterazione (anche se tecnicamente non è proprio reiterazione), ridondanza (anche se tecnicamente non è proprio ridondanza), diciamo, per parlare come magno (e ora sto mangiando una bruschetta oio e aglio), l'eccessivo utilizzo della parola "Autista"

se ci riuscite, ascoltate (senza all'inizio vedere) leggendo il testo sotto in contemporanea, altrimenti vedete prima uno e poi leggete l'altro, altrimenti leggete prima uno e poi vedete l'altro, altrimenti uscite all'istante da questo inutile post senza fare nè la prima, nè la seconda nè la terza cosa.

Ecco l'incipit de Il Cerchio dei Morti, sotto troverete l'attentissima analisi della ridondanza


Prenderemo in considerazione soltanto le parti con "Autista"
Tutto insomma.


"Allora!!!
Autista!!!! (1)
(poi l'attore uguale a Beppe Signori dice una frase incomprensibile che attenti studiosi da anni tentano di decifrare)
Autista!!" (sbattendo il palmo sul fianco dell'autobus, inutilmente poi, perchè dovunque potrà essere l'Autista tranne che là dentro)  (2)

"Autista!!!!"
"Che c'è, che succede?"
"Qualcuno ha visto dove è andato l'Autista?"  (3-4)

(attenzione, questa è quasi nascosta)
mentre la ragazza, poi rivelatasi una cagna pessima attrice come poche altre volte ho visto nella mia vita fa 3 passi per arrivare in primo piano chiedendo "Siamo arrivati?" sotto è percepibile:

"Cioè, ci siamo addormentati, l'Autista è sceso e nessuno si è accorto di nulla??" (5)

"Ma non c'è l'Autista?" dice la ragazza con la cadenza che la contraddistinguerà per tutto il resto del film   (6)

"Qualcuno sa da quanto tempo siamo fermi?"
"Non mi sembra da tanto... ho visto che l'Autista è scomparso lasciando il motore acceso" (7)

(Vanno giustamente tutti via)
"Ma dove cavolo andate? e se poi l'Autista ritorna??"  (8)

QUESTI PRIMI 8 AUTISTA VENGONO DETTI IN UN MINUTO SPACCATO, DA 1.53 A 2.53, che significa 1 Autista ogni 7 secondi circa

Poi, il capolavoro, una tecnica geniale per aumentare esponenzialmente il numero di ricorrenze.

L'urlo che pensavamo finale:

AUTISTAAAA!  (9)

trova un'inaspettato Eco: -tistaaaa -tistaaaa   (10-11)

E con questo furbo aiuto il film riesce nell'incredibile impresa di regalarci 11 AUTISTA in 1 minuto e 20 secondi, ossia 80 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 7.27 secondi

Studi approfonditi portati avanti con mezzi molto superiori ai nostri hanno addirittura individuato una piccolissima particella di AUTISTA anche in un fantomatico terzo eco difficilmente percepibile all'orecchio umano che riesce a sentire distintamente solo i primi due.

Poi, quando tutto sembrava finalmente finito con i nostri protagonisti che allontanandosi dall'autobus notano la casa dove avverrà il massacro c'è invece un ritorno a bomba inaspettato:

"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (12,13,14)
"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (15,16,17)

e poi

"forse l'Autista avrà avuto un problema"  (18)
(sì, si è levato dalle palle da un gruppo di microcefali come voi, ha fatto benissimo)

che portano quindi il conto a 18 "AUTISTA" in 1 MINUTO E 48 SECONDI, ossia 108 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 6 SECONDI ESATTI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ed è qui la magia di questa rara perla del cinema italiano, uno dei misteri che la ammantano e che, negli anni, gli hanno fatto acquistare la nomea di Film Maledetto, questi 6 secondi esatti, al millesimo, di media-intervallo nel richiamo dell'Autista.
Segreto che si nascondeva nelle pieghe della pellicola e che noi abbiamo scovato per voi.
(glissiamo su altri misteri tipo il ragazzo meccanico che sull'autobus ha baffi e pizzetto e poi in casa è quasi rasato, potere delle due dimensioni)

6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6, già

questo è un film del Demonio, o quantomeno del suo Autista

Poi ovviamente per far risultare questo nostro studio come volevamo risultasse, ossia carico di forza demoniaca, non abbiamo considerato gli appena successivi:

"Datti una calmata, vedrai che l'Autista torna"  (19)
"Non dirmi di calmarmi se l'Autista imbecille mi fa arrivare tardi"  (20)

che porta il conto finale a 20 "AUTISTA" IN 2 MINUTI E 20 SECONDI, ossia 140 secondi ossia 1 AUTISTA ogni 7 secondi di nuovo ESATTI !!!!!!!!!

lo so, questa nuova esattezza, al millesimo anch'essa, fa paura almeno quanto l'altra, ma l'intervallo  777 sarebbe stato solo un richiamo ai non udenti, per una volta, tra l'altro, avvantaggiati nel trovarsi davanti questo film

666 era meglio


e poi, quando tutto sembrava VERAMENTE finito, praticamente dopo i "titolo di coda dell'incipit"...

"MA VOI NON DOVEVATE RESTARE SULL'AUTOBUS AD ASPETTARE L'AUTISTA??"  (21)


vi amo

21 volte "vi amo"

Recensione: Big Bang Love, Juvenile A

Il mio rapporto con Miike non è ancora definito.
E come può essere definito e defintivo il rapporto con un regista così diverso da sè ogni volta, così inafferrabile, così capace di farti gridare al capolavoro e poi, tre minuti dopo, mostrarti senza pudore la sua parte più trash.
Qual è il vero Miike?
Quello grottesco, eccessivo, sanguinariamente visionario di Ichi?
O quello disturbante, metaforico e psicologicamente violentissimo di Visitor Q.
O quello classico della prima parte di Audition?
O quello pazzo e freddamente sadico della seconda?
Oppure questo qua, quello di un film inafferrabile come il suo cinema, un film, e un cinema con esso, che passa senza ritegno e senza soluzione di continuità da impressionanti sequenze visionarie a lordi e stretti interni, dalla sensazione di trovarci davanti a qualcosa oltre la realtà, trascendentale a violentissime scazzottate e spargimenti di sangue.
Che film è Big Bang?
Difficile dirlo.
C'è un carcere, c'è un timido ragazzo gay diventato mostro per una notte che vi entra, ce n'è un altro violento e carismatico, c'è un direttore subdolo.
Il ragazzo violento è stato ucciso, non si sa da chi, non si sa perchè.
E parte così un'inchiesta, e il film diventa qualcosa di strano, una serie di domande che non vengono mai pronunciate dai protagonisti del film ma appaiono invece sullo schermo, qualcosa di trierano, come se ci fosse qualcuno al di fuori della diegesi, che sia più un qualcosa di un qualcuno non si sa, una morale, una ricerca della verità, una tesi che entra nelle vicende, forse noi stessi.
In realtà non siamo davanti a un giallo, non è che ci interessi così tanto chi sia l'assassino, ma se giallo dev'essere è un giallo che nel nostro mondo indaga pochissimo, che le prove e gli indizi più che qua, da noi, le cerca in un mondo altro, parallelo, un mondo fuori dal mondo o forse sopra di esso, e come tutto questo non richiami quel capolavoro di Una pura formalità in cui più si andava avanti più i contorni di quel luogo si facevano sottili, eterei, trascendenza.
E qui lo stesso, Miike fa di tutto per non ancorarci alla realtà e ci fa perdere tra quelli che sembrano palchi teatrali, luoghi prima angusti e poi vastissimi, estratti di cartone animato e spazi e cieli irreali, che quello lì fuori dal carcere sembra un tempio azteco e là, lassù, c'è un razzo che mi porterà via, dagli alieni, in Paradiso, dove volete voi.
E allora ci sono uomini che vogliono uccidere per poi trovare la forza di suicidarsi e altri che si suicidano mente vengono uccisi forse perchè quel razzo desiderano prenderlo il prima possibile.
E c'è un ragazzo dolce che si innamora di un altro ma trova un raggio a trafiggergli il cuore.
Miike cerca di raccontare sensi di colpa e desideri di redenzione e lo fa in maniera evocativa, metaforica, lievissima alternando tutto alle sue tremende scene di violenza.
Forse non comprendiamo tutto, forse è tutto troppo maledettamente difficile, quei colori ocra che dominano dapertutto, quell'uomo che sempre viene a chiamare la sua vittima mentre l'altro, il ragazzo buono, cammina sopra l'aqua che i loro vestiti laverà, quelle scale orizzontali, quella semplice vicenda di omicidio che si fa così complicata.
Chissà cosa è sto film.
Forse non è niente di complicato.
Forse è solo la storia di un uomo innamorato, di uno che non riesce più a vivere e di loro due che parlano di tripli arcobaleni e di amori che non saranno mai.



10.10.14

Al Cinema: recensione "Il Regno d'Inverno" (Winter Sleep)

Se dovessimo scrivere a tavolino il paradigma del film mattone per eccellenza scriveremmo questo:

un film

- lungo più di 3 ore
- turco
- in cui non accade nulla

Ecco, Winter Sleep è un film di 3 ore e un quarto, turco in cui non accade nulla.
Eppure, a parte cose che non mi interessano come la vittoria a Cannes etc.., è un film che compiuto il suo percorso rivela una grandezza così evidente, oggettiva e incontestabile che per quanto tu possa aver faticato nella visione, per quanto tu possa, a tratti, esserti perso e annoiato in quel fiume impetuoso di parole, non puoi non riconoscere.
Siamo nell'impressionante, per bellezza, regione della Cappadocia, un paesaggio lunare con case costruite dentro la roccia, rocce di tufo di tutte le possibili forme, quasi un'atmosfera da film di fantascienza dei tempi che furono.
Un posto freddo, inospitale, arido.
E c'è un hotel anch'esso costruito nella roccia, un hotel fuori dal tempo ma ancora nel tempo, non come quel Grand Budapest che poi non fu più.
E in questo hotel c'è Aydin, il proprietario, sua sorella  Necia e la sua bellissima e giovane moglie Nihal.
Nessun altro, se non i due aiuti del tuttofare Hidayet e di una donna di servizio,
Il tempo è fermo.
Arriva qualche cliente, un giapponese che mastica un pò d'inglese e beve un pò di thè insieme al proprietario, un motociclista che viaggia continuamente e che non sa mai dove andrà il giorno dopo perchè "la vita è quella cosa che ti capita mentre fai progetti" e poi nessun altro.
Pochi giorni prima un bambino aveva tirato un sasso sul finestrino del furgone di Aydin.
Quel bambino è figlio di un affittuario di Aydin (che oltre l'albergo ha decine di altre proprietà),un affittuario che non può più pagare e al quale per questo motivo è stata pignorata la casa.
Per almeno 3 ore, prima del bellissimo finale, quel sasso che colpisce violentemente il finestrino sarà l'unica azione di tutto il film, l'unica volta che la pellicola ha uno scatto in avanti con qualcosa che accade e non con qualcosa che viene detto.
Perchè per il resto Winter Sleep sono solo parole.
Un film di interni, teatrale.
Winter Sleep è l'analisi spietata ma al contempo quasi tenera e dolce di 3 esistenze che si stanno svuotando chiuse in un albergo fuori dal mondo.
Winter Sleep ha la sua potenza in due dialoghi che sfidano qualsiasi regola del cinema, due dialoghi di quasi mezz'ora.
Il primo è quello di Aydin con sua sorella, una donna molto intelligente che ha da poco formulato un'interessante teoria sugli uomini:
"Non opporre resistenza al male" dice Necia, ossia il mostrarsi inoffensivi, inermi e accondiscendenti quando qualcuno perpetra una violenza, di qualsiasi tipo, verso di te.
Uccidimi, picchiami, rubami tutto, umiliami, fai quello che vuoi.
Solo così, secondo lei, il male può essere sconfitto, attraverso il pentimento che può derivare dall'inerzia della vittima.
Da una discussione su questo tema si apre una piccola frattura con il fratello che in un solo giorno diventerà voragine. Un fratello che si è accontentato di vivere, a cui basta scrivere i suoi articoli per un giornale di provincia, un fratello che non ha mai rischiato nulla, che dice la sua su tutto ma senza mai realmente prendere una posizione forte. Un uomo che al contempo pare arrogante nel suo sapere e umile nel suo essere inoffensivo. Io ho trovato magnifico il minuto di silenzio successivo alla lite, con lei, che poi, si alza ed esce fuori dalla stanza. E dal film, per sempre.
E poi c'è la lite con la moglie, stavolta dovuta a una punta di orgoglio (ma non era per orgoglio anche l'altra?) e ad un'altra punta di gelosia.
E anche qua viene fuori finalmente la verità.
Ed è una verità molto simile a quella venuta fuori nella lite precedente, ossia quella di un uomo al tempo stesso mecenate e castratore, intelligente ma stupidamente attivo, generoso ma sospettoso nell'esserlo. Un uomo probabilmente misantropo che ha trovato nella generosità verso gli altri il modo di esternare la sua misantropia e superiorità .
"Il mio regno è piccolo, ma io sono il re" riassume forse tutto, non solo il sentirsi superiore, ma anche questo suo accontentarsi.
Aydin, poi, è stato grande attore e si sa, gli attori fingono per antonomasia.
Crack, altro rapporto probabilmente rotto per sempre, il secondo su due in poche ore.
Tutto si sta sgretolando, tutti i rapporti che queste tre persone avevano fintamente e faticosamente tenuti incollati tra loro si stanno scollando.
Si sono già scollati.
E ride Aydin durante queste liti, è sempre calmo, tranquillo, educato.
Ma gli occhi stanno cambiando, la corazza ha più di una crepa.
Bisogna andar via dall'albergo, respirare un pò.
E mentre lui prova ad andar via, mentre si riscalda in quella piccola stazione noi ne approfittiamo per parlare di un film coraggiosissimo, una pellicola che ha fondamenta nelle parole, con un cast di paurosa bravura, con delle immagini che si prendono tutto quello che possono dal paesaggio che le circonda e ce lo restituiscono con una bellezza mozzafiato, nel sole e nella neve, nella pioggia e nel gelo. E nel mezzo ci sono quelle due sequenze con i cavalli, secondo me cinematograficamente le più belle. Una è quella del cavallo che non ce la fa ad uscire dal ruscello e l'altra quella in penombra al buio, bellissima, di lui che va a trovare il suo di cavallo, quel cavallo selvatico che alla fine mai uscirà, se non in un finale che diventa metafora.
Aydin non andrà via.
Perchè è vecchio, perchè è stanco, perchè ormai si dimentica sempre le cose, perchè la vita fuori da quell'albergo probabilmente gli fa paura.
E perchè ama lei.
E non importa se lei non lo ama più, lui dipende da lei e non ha la forza di fuggirle per sempre.
Intanto lei in quella che non è solo scena madre del film, in quella che non è solo, dopo 3 ore, dopo il finestrino rotto (alla quale si ricollega magnificamente), l'unica altra sequenza in cui finalmente accade qualcosa ma una delle scene più belle dell'intero anno cinematografico, lei porta i soldi di Aydin alla famiglia del bambino.
I soldi e la dignità.
Poche altre volte si era raccontato meglio questo dualismo.
Sembra di essere in un racconto di Dostoevsky o di Gogol.
C'è una casa fatiscente, due stanze e una stufa accesa.
C'è un uomo che chiamano delinquente che conta quei soldi.
Una parte ripaga la nostra dignità distrutta, una il nostro orgoglio ferito, una il mio ruolo di padre umiliato.
Ecco, torna tutto, siamo pari.
C'è il camino più in là.
E una lacrima che scorre in un viso.

( voto 8,5 )


9.10.14

Recensione "Hansel e Gretel" (2007-Korea)

(pesantissimi spoiler dopo la linea)
Quattro anni fa, o forse anche di più, adocchio questa favola nera coreana.
La cerco ovunque, invano.
Mio fratello riesce a trovarla e la scarica.
Purtroppo non mi ricordo il problema (altro film, qualità pessima, nessun sub o altro) ma la versione scaricata non va bene.
Vabbeh, la cerco altre volte e poi mi passa di mente per un annetto buono finchè ieri una ragazza non me la ricorda.
E la trovo nel tubo senza fatica.
Difficile catalogare Hansel e Gretel, paradossalmente anche difficile consigliarlo.
Parte come un horror, quasi una ghost story nelle dinamiche, con tanto di rumori, soffitte e presenze sfuggenti, passa poi a sembrar un horror più psicologico, poi, ma forse più durante chè questa sensazione di navigar tra più generi è costante, assume tutti i connotati della fiaba nera (ma non necessariamente di quella da cui prende il titolo), per poi spogliarsi di tutto nel finale, togliere vestiti gotici, horrorifici e fiabeschi e mostrarsi per quello che in realtà era, e che sottotraccia abbiamo sempre pensato che fosse.
Curiosa come la prima parte mi abbia ricordato due cose molto piccole, un episodio della mitica serie Ai confini della realtà, nella fattispecie un episodio in cui un bambino teneva "sotto scacco" con i suoi poteri la famiglia (terribile la scena della donna senza bocca) e l'horror amatoriale italiano Il Bosco Fuori, persino nelle dinamiche per cui i protagonisti finiscono nella casa.
A parte questo nella prima ora e mezzo c'è tanto di buono e tanto di meno buono.
Di buono c'è un'idea originalissima, quella di trasportare il protagonista (e lo spettatore con lui) in una realtà fiabesca che, piano piano, assume i connotati di una fiaba dell'orrore (ma del resto non erano horror tutte le fiabe dei Grimm?).
Una casa meravigliosa, giocattoli dapertutto, dolcetti colorati, pupazzi, ninnoli, colori sgargianti,  cibo a volontà, la casa dei sogni per un bambino.
Già, ma quei bambini son strani eh (la piccolina è meravigliosa), che se gli tocchi la mamma impazziscono, che non riescono a concepire la loro vita senza la presenza costante dei genitori, che lo vedi quel padre a cui trema la gamba o la mano con la tazzina, la vedi la goccia di sudore freddo che gli scende sulla fronte.
Il protagonista, appiedato da un incidente, passa la notte con loro, poi riparte la mattina dopo ma la foresta che circonda la casa dei sogni non lo fa uscire.
O.k, siamo in un incantesimo, o.k, so cazzi amari.
Arriverà un'altra coppia al posto di quei genitori che misteriosamente scompaiono.
E, forse, sembra tutto ripartire dall'inizio.
Di meno buono c'è una prima ora troppo ripetitiva nelle dinamiche, con i ripetuti tentativi di andar via, con scene troppo allungate, con personaggi, come quello della giovane troia donna arrivata col prete che è davvero troppo esagerato e macchiettistico nella sua "cattiveria".
Avrà quello che merita comunque.
E c'è anche altro che non funziona, come i riferimenti alla vera Hansel e Gretel davvero debolissimi, giusto un forno nel passato e una sola briciola di pane buttata là alla cazzo di cane.
Ma poi in quest'atmosfera sempre più densa e minacciosa, con gente che scompare, conigli che spuntano dapertutto, bambini che manifestano poteri tutt'altro che umani, piano piano iniziamo a tirare le fila.
---------------------------------------------------------
E si arriva all'ultima mezz'ora, magari telefonata, ma straordinaria.
Ora mi farò dei nemici, ma io credo che si dia troppa importanza a battaglie importantissime come la pace nel mondo, orse assassinate, cibo salutare e articoli 18 e troppo poco alla vera e propria battaglia che l'umanità dovrebbe affrontare, ossia quella di non privare un bambino della propria infanzia, quella di non permettere che una vita intera venga rovinata quando ancora non è praticamente cominciata.
Quei bambini vissero l'inferno.
Un inferno vero.
E tutto acquista senso.
E diventa metafora.
Hansel e Gretel è la ricerca da parte di 3 bambini di un padre e una madre.
La ricerca di un adulto con cui poter stare per sempre e fidarsi.
Hansel e Gretel sono 3 bambini che hanno preferito restare tali per non diventare adulti, per non diventare mostri.
Sono 3 bambini cresciuti tra violenze, soprusi e privazioni e che adesso, grazie alle parole di un falso Babbo Natale, sono riusciti a crearsi il loro mondo ideale, ogni desiderio è realtà.
Hansel e Gretel è quindi anche il potere dell'immaginazione di un bimbo che sostituisce e annienta la realtà, quel potere che avevamo già visto così straordinariamente ne Il Labirinto del Fauno e in The Fall.
E in quella strada nella foresta ci muoiono tutti quelli che i bambini non li amano, quelli che li privano di un futuro.
Questo ragazzo potrà invece salvarsi, perchè li ha capiti, perchè li ha conosciuti, perchè li ha abbracciati.
Loro vogliono rimanere bambini.
E non restare soli.
E trovare qualcuno che li ami.
Probabilmente quello che vorremmo tutti.
Ma se è vero che la vita è una fiaba a volte Babbo Natale non arriva mai.
Che c'è un orco a chiudergli la porta.

( voto 7,5 )

7.10.14

Sui dvd e sulle recensioni Lazzaro. Perchè si alzino e camminino. E anche su altre cazzate varie come la mia malattia per i numeri e per le statistiche

Ma sotto le bende portava con lui dvd mai visti
e recensioni mai lette.
Ricordo che un giorno in videoteca feci una cosa strana.
Io ho una mente statistica che si riempe di numeri, rapporti (tra numeri), proiezioni, etc...
Ho sempre usato sta cosa soprattutto per riempire quaderni o anche semplici fogli (tutt'ora) di statistiche sportive.
Quaderni e fogli che poi butto o comunque non metto da parte.
Lo faccio così, perchè mi piace.
Però, spesso involontariamente, abbino questa strana mania anche alle cose della vita.
Non vado nello specifico per mantenere ai vostri occhi la mia sanità mentale.
Niente come la videoteca si prestava a questi miei giochini statistici, vista la presenza di dati simpaticissimi come il numero noleggi, gli incassi di ogni film, i periodi di massimo noleggio e quelli di minimo.
E anche su ogni utente potevo vedere la media dei giorni in cui teneva il film, i generi preferiti etc...
Poi un giorno, e forse è da lì che ho iniziato a intravedere la fine..., mi sono divertito a cercare tutti i film che avevano fatto 0 NOLEGGI.
Non 1,2 o pochi, zero.
E ho messo un foglio fuori dicendo che quei film (citandoli) partecipavano all'operazione Lazzaro, nel senso che li consideravo morti, ma se veniva effettuato il loro primo noleggio entro una settimana si sarebbero alzati e avrebbero continuato a vivere in macchina.
Altrimenti li avrei tolti.
Si salvarono in molti.
Gli altri morirono definitivamente, li tolsi e li vendetti a 2 euro.
O buttai.
O regalai.

Oggi controllavo quante recensioni ci sono nel blog con 0 commenti (non pensate sia un'operazione lunga, ci vogliono 3 minuti)
Non sono pochissime, 27.
Se avessi considerato anche quelle con 1,2 o 3 commenti (compresi i miei) sarebbero state almeno due centinaia.
Questo post ha quindi una duplice funzione.
La prima è quella di far capire a tutti quelli che hanno un blog, specie quelli che ce l'hanno non da moltissimo tempo, che aspettarsi commenti è lecito, ma non vederne è normalissimo.
La gente non ha voglia di commentare, la capisco, magari seguono pure 10 blog solo di cinema, se iniziano a commentare dapertutto la loro giornata di accorcerebbe moltissimo.
Io per 1,2 anni non ho avuto commenti, Lost a parte (dove ne abbiamo piazzati moltissimi ma sempre in 3,4 persone soltanto), e sinceramente più che prendermela mi stupivo del contrario, ossia di ogni volta che ne trovavo uno.
Ancora adesso questo è un blog normalissimo, uno dalla media di 10 commenti a post, compresi i miei.
Anzi, la tendenza nel commentare (generale, non solo da me) pare in netto ribasso, ormai ci si connette dal cellulare, i blog son tantissimi, lasciare un commento è davvero una cosa o troppo laboriosa (dal cel) o impossibile da fare dovunque.
Non è un caso che 24 su 27 dei film qua sotto siano 2009 e 2010 e poi dal febbraio 2011 di Un Uomo Qualunque si passi direttamente a 3 film del 2014. Praticamente 3 anni e 2 mesi senza nessuna rece Lazzaro e adesso sono ricominciate.
E' normale.
Quindi se vi piace scrivere fatelo a prescindere, tutto il resto se deve venire viene, non fatene una ragione di vita (del blog).
Io ad esempio scrivo per motivi particolarissimi e, vi giuro, malgrado visite, commenti e attestati di stima siano l'anima di tutto non sono affatto la conditio sine qua non perchè il blog continui ad esistere, per niente.
L'altro motivo, quello simpatico, è simile a quello della videoteca, ossia segnalare quali sono i Lazzari ormai morti nel blog.
E vedere se magari anche anche solo 1 o 2 riescono a resuscitare.
Ovviamente in caso contrario, a differenza della videoteca, qui non cambia nulla, non li elimino, è solo uno stupido giochino che voglio fare.
Come detto sono tutte vecchissime recensioni (diverse anche nello stile rispetto ad adesso mi pare) e tanti di questi film non valgono nemmeno nulla.
Ma ci son dentro anche bellissimi film.
E anche a questo può servire il post, promuovere un pochino una decina (forse un pò meno) di film davvero meritevoli.
Divido in categorie.

(se qualcuna verrà resuscitata aggiornerò direttamente la cosa dentro questo post. Incredibile che la prima ad esserlo sia stata quella di Romero, ossia il maestro dei morti resuscitati...)

HORROR SCRAUSI O FILM DEL CAZZO

SMILE Un orrendo horror italiano che divenne però un nostro cult
CAPTIVITY  Filmetto, mi pare, sulla scia dei Saw
NURSIE Un abominio
DANTE 01  Uno dei film che più mi ha fatto incazzare, non come Parc, ma poco meno
IL QUARTO TIPO Poteva essere ottimo, fu odioso
THE HOUSE OF CHICKEN I doppiatori italiani volevano dimostrare di poter fare pure gli attori. Fallendo

ALTRI HORROR DISCRETI O BUONI

REC 2 Vabbeh, non c'è bisogno di presentarlo
LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI Questo merita tutti gli 0 commenti. Rece pietosa se ce n'è una, zero rispetto per un film che ha quasi inventato un genere RESUSCITATA
FEAR ITSELF Miniserie horror di cui vidi 3 episodi
THE COLLECTOR  Ecco, questo è un ottimo survival che poi nel tempo è diventato un cult
REINCARNATION  Jap horror davvero buono
PREMONITION Non quello con la Bullock, ma giapponese. Filmettino

ALTRI GENERI, FILM SUFFICIENTI,DISCRETI O BUONI

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE  La trasposizione svedese, non quella americana
TRIAGE Film di Tanovic con Farrel abbastanza deludente per me RESUSCITATA
CLEANER Discreto thrillerino con un buon cast
LAST LIFE IN THE UNIVERSE  Bel film orientale di cui però ricordo pochissimo
UN UOMO QUALUNQUE Anche questo bel filmetto con un ottimo Slater RESUSCITATA

CULT MOVIES

SILENI Il mio primo e unico approccio con Svankmajer. Riuscito a metà :)
BUBBA HO-TEP Il ritorno di Bruce Campbell. Film assurdo. Ma con tanto cuore dentro. RESUSCITATA
LA BANDA DEL BRASILIANO Piccolissima pellicola quasi amatoriale di un gruppo di ragazzi toscani. Pazzesca la passione che c'è dentro.

OTTIMI FILM

LEBANON Vincitore a Venezia, gran film. Tutto, ma proprio tutto, ambientato dentro un carrarmato. RESUSCITATA
BIRDY Basta l'interpretazione di Modine per vederlo RESUSCITATA
BROTHERS Gran film con dei giovanissimi Gyllenhall, Maguire e Portman RESUSCITATA
LINHA DE PASSE Bel film brasiliano con protagonisti 4 fratelli, come noi.

2014

EUROPA Uno dei primi film del sommo Trier. Il più bello della trilogia E
IL LIBRAIO DI BELFAST Un piccolo gioiello di documentario. Solo 50 minuti, lo consiglio RESUSCITATA
THE POUGHKEEPSIE TAPES Tosto, parecchio tosto. Solo per malati appassionati

Yesterday, i film del (mio) passato (N°1): recensione "I Guerrieri della Notte"

Comincio con questo cult assoluto questa ennesima "rubrica non rubrica" che vuole rispolverare i film più importanti della
mia infanzia/adolescenza.
---------------------------
E' incredibile come alcuni visi, alcune frasi, alcune sequenze ti rimangano dentro in modo
indelebile negli anni.
Rivedo dopo almeno 20 anni questo sporco capolavoro ricordando come fosse ieri il viso del capo degli Orfani, la meravigliosa ragazza che proprio dagli Orfani fuggirà (credo che lei sia stata una delle prime mie pulsioni erotiche nel cinema), la frase indimenticabile in quel finale che dopo tanto buio è finalmente alba e spiaggia "Guerrieriiii, giochiamo a fare la guerra?" e tante piccole altre cose qua e là.
Dopo 20 o forse più anni, come fosse ieri.
E rivedere questo film scoprendo che non è invecchiato quasi per niente, che è ancora grandioso e molto "avanti" per colonna sonora e regia, vedere che questa storia di fuga metropolitana è stata ancora capace di (sor)prendermi mi ha fatto un immenso piacere.
Perchè il rischio della delusione in certi casi è altissimo.
I Guerrieri e la loro fuga, fuga che parte da uno sparo che non è loro ma che che a loro affibbiano, sono qualcosa che non si dimentica.
Una colonna sonora portentosa fa da vestito perfetto a un film vorticoso, in cui la corsa la fa da padrona.
Corrono i guerrieri inseguiti da tutti, corre la metropolitana che ogni tanto li trasporta, corre il tempo, ce n'è sempre meno, siamo accerchiati.
Walter Hill descrive la notte come pochi altri, forse Mann come lui, una notte che pare in tempo reale quando in realtà la diegesi dovrebbe essere almeno di 7,8 ore, una notte di luoghi brutti e sporchi, una notte di tante bande e tutte contro una soltanto.
Che poi solo quasi alla fine i Guerrieri scopriranno di che cosa li si accusa, intanto la loro fuga è a prescindere, disarmati e soli in una zona che è ormai diventata zona di guerra.
Le sequenze delle fughe sono pazzesche, c'è quella con loro 9 che corrono e la camionetta che li insegue praticamente perfetta per come è costruita (stupenda dall'alto).
La parentesi Orfani, per tornarci, è cult come pochi, quella banda di sfigati è impossibile dimenticarsela.
Tre frasi su tutte per descriverli.
"Una banda di merda"
"Gli orfanelli spastici" dice la voce, anch'essa indimenticabile, della radio.
"A noi questi orfani di merda ci fanno le seghe" diranno i Guerrieri.

Una pecca c'è, ed è la battaglia con la squadra di baseball, veramente irreale nel suo svolgersi (gli altri sono di più ma si va avanti sempre a scontri uno contro uno o addirittura, paradossale, con una predominanza dei Guerrieri).
Ma l'inseguimento che porta a quella lotta è pazzesco.
E anche tutto il resto funziona a meraviglia.
Come ad esempio una sceneggiatura che malgrado tutto il ritmo incredibile che ha dentro riesce comunque a serrare benissimo le fila, tenere tutto sotto controllo.
Prima i Guerrieri perdono un uomo, poi un altro, poi si dividono in gruppetti, poi ne perdono un altro, e tutto non ha una sbavatura, ogni scena si lega perfettamente alla successiva, non ci si perde mai in tutti questi cambiamenti.
Molto curioso è il ruolo della donna, vera e propria portatrice di guai.
Per volersi fare una donna uno dei Guerrieri verrà catturato, per volersene fare 3,4 altri componenti della banda finiranno in un'imboscata, per colpa di lei, della bellissima orfana, più di una volta si correrà qualche rischio.
La donna, nel film, è sempre fonte di desiderio e portatrice di guai quindi.
Ma la figura di lei e lui è raccontata perfettamente e il confine tra quando lui le dice "A te ti ci vuole un treno pieno di cazzi" e quando, sottotraccia, ci sembra che stia nascendo qualcosa tra loro è labilissimo.
E il loro bacio al vento della metro è davvero stupendo.

Non ci sono tematiche, o almeno non sono quelle ad essere importanti.
C'è solo una lotta alla sopravvivenza.
E una fuga nella notte che finirà nell'alba di una spiaggia.

Ma c'è una scena sottovalutata.
Loro sono in metro.
Hanno passato una notte infernale.
Ed entrano dentro due coppiette "normali".
C'è il silenzio quasi assoluto.
E quelli normali vedono i piedi sporchi dell'Orfana.
E quelli normali si sbaciucchiano e poi vedono quella coppia lì, trasandata, persa, minacciosa.
E' il mondo normale che vede l'altro, quello sporco, strano e brutto.
Ma, forse, più vivo.

( voto 9 )

4.10.14

Il vero Buio in Sala: Il cinema Zenith di Perugia


In un anacronismo ti ci puoi imbattere per caso, in un anacronismo ti ci puoi trovare, un piccolo anacronismo, se osservi bene, lo puoi vedere dapertutto.
Ma a volte in un anacronismo ci puoi anche entrare, finir dentro.
E lo puoi fare salendo le scalette esterne di un vecchio edificio, su quello che pare il cortile interno di un antico monastero.
Sali le scalette, entri dentro e tutto ti sembra come 30 anni fa, quando bambino e poi adolescente ti infilavi in questi cinema dall'unica biglietteria, una biglietteria in cui quasi mai trovavi una bella ragazza col sorriso prestampato ma l'ombroso proprietario o una gentil signora che aveva appena impastato la pizza due ore prima.
E già nella biglietteria il fumo delle sigarette (e qui ben venga il progresso ad averle tolte) ti entrava nelle narici, lo spazio è piccolo, non si respira, dai mamma, entriamo in sala.
E in sala lo stesso fumo che si alzava controluce con le immagini.
Il buio, il fumo, le immagini.
E la sala poi non era un anfiteatro moderno con le luci a led ogni 2 metri,ma una vecchia stanza con logore poltrone.
In alcuni casi, nella maggior parte dei casi anzi, tutto messo al piano terra poi, che se davanti a te si sedeva una signora coi bigodini o col cappello nuovo, oppure uno di quei signori alti che a tutto pensano nella vita tranne che la loro altezza in alcuni casi possa procurar danni, ecco, in quei casi la visione diventava una piacevole sofferenza, un kamasutra cinematografico di colli inerpicati.
Che poi in questi cinema, anche oggi, in questo anacronismo in cui sono entrato, ci vado principalmente per film coi sottotitoli.
E se trovo la signora col cappello nuovo o il signore troppo alto leggerli diventa quasi impossibile.
Ma che vuoi, se entriamo qui è perchè questo ci piace e questo vogliamo vivere, se preferissimo stare in comode poltrone 2 metri più alte di quelle davanti e con il porta-bibita incorporato andremmo altrove.
Ad accogliermi c'è Riccardo, un uomo che 15 anni fa mi sembrava identico a Gary Sinise di Forrest Gump ma adesso, con tutto il rispetto per l'attore americano, gli anni se li è portati avanti meglio lui.
E' qui dal 96 (ma lo Zenith ha più di 50 anni di vita) e circa dallo stesso anno io, con presenze più o meno sporadiche, vengo in questo piccolo cinema appena fuori dal centro di Perugia.
Lo Zenith, nel 1996, veniva da anni di inattività, occorreva ripartire quasi da zero.
E Perugia allora, come del resto anche adesso, era all'avanguardia nel campo cinematografico visto che solo nel centro c'erano almeno 5 cinema.
E così al rinato Zenith, la legge del prima ci siamo noi, stai lì buono, faceva in modo che restassero quasi soltanto gli "scarti" degli altri.
Sì, scarti, chiamali così.
Chè all'epoca non c'erano mica i multisala e quindi il cinema di massa e popolare lo trovavi proprio in quei 5 cinema sopracitati. E così i film che restavano fuori più che scarti erano quelli di nicchia, quelli poco pubblicizzati, quelli che avevano come maggior possibilità di successo il passaparola.
E così un pò per necessità e un pò per una scelta sin d'allora molto precisa il nuovo -che dir nuovo in questa storia poi par quasi un'offesa- Cinema Zenith da quasi 20 anni ormai è tornato la roccaforte del piccolo grande cinema, di quello di qualità, di quello più nascosto, di quello che con fatica cerca spazi in mezzo ai pop corn, di quello, diciamocelo, che alla fine della fiera ci fa ancora essere perdutamente innamorati di quest'arte.
Un cinema però che sembra non piacer tanto ai giovani, perennemente innamorati delle luci abbaglianti di altri luoghi.
E fa dispiacere perchè Perugia è (o forse è stata?) da anni una delle capitali italiane della meglio gioventù, degli universitari.
Ma dove sono sti ragazzi, mi chiedo io, mentre mi ritrovo spessissimo ad essere il più giovane in sala.
Ma dove siete, venite qui, e poi andiamo anche in quell'altri di cinema, che guardare una commedia sbrodolosa e un hamburger non hanno mai fatto male a nessuno, anzi.
Ve lo dice uno che senza i suoi horror, specie quelli scrausi, non sa stare.
Qui e là quindi, ci mancherebbe.
Ma anche qui, che non c'è da vergognarsi, che c'è solo da prenderci un pò la mano con certe cose, abituarsi, aspettare e vedere, che poi se ami il cinema la scintilla s'accende.
E invece ora, come 20 anni fa il pubblico è quasi tutto dai 40anni in su e se c'è qualcuno di 60 anni è perchè era il 40enne che ha cominciato a venire vent'anni fa.
E' dura la vita per certi posti, per cinema che ogni tanto, specie nel pomeriggio, hanno 1,2 spettatori (mi è capitato più volte) ma altre, e non poche, sanno ancora richiamare tantissima gente.
E non è la stessa "tanta gente" del multisala.
Non sarà gente migliore, ma migliore è il posto in cui si trovano.
Un posto dove si può ancora parlare di un film, vedere un 70enne che chiede informazioni a un trentenne, fermarsi un attimo in più e lasciare che l'emozione per quello che si è visto svanisca piano piano, magari davanti a un meraviglioso piatto di pasta nel ristorante aperto quasi 2 anni fa, il Nadir.
Lo Zenith e il Nadir, già.
Perchè qui poi, intendiamoci, di gente importante ne è venuta.
Non solo con i suoi film, personalmente.

E' passato Martone e il suo Risorgimento
Guzzanti, lei, con i suoi zapateri e i suoi terremoti
E Guzzanti, lui, con i fascisti scambiati per marziani
E i Manetti col la bomba nell'ascensore e gli spari neomelodici
E Garrone con i suoi nani imbalsamatori, le sue modelle anoressiche e il suo pescivendolo napoletano che voleva diventare famoso.
E l'Avati di sconfinate giovinezze
E Moretti col suo Papa troppo umano
E Sorrentino col suo uomo nascosto in un hotel impaurito da nulla se non dall'amore
E Gilliam, e il giovane Ozpetek e tra poco frse arriverà Tornatore e chissà quanti altri.

Son venuti tutti qui.
Mica dove ci sono le luci a led, qui.
E qualcuno l'avrà fatto per pubblicità, qualcuno come tappa obbligata di una carriera che stava iniziando ma qualcuno, moltissimi, ci vengono anche essendo diventati quello che sono.
E qualcuno ci torna, vincesse pure l'Oscar.
E' il caso di Garrone, persona splendida (l'ho saputo anche per altre vie) che stranamente si vergogna a parlare in pubblico dei suoi film ("Riccardo, se mi inviti per una partita di calcetto vengo, per parlare no" dirà un giorno).
Ma anche la resistenza non può resistere a tutto.
E così è arrivato il digitale, e così la figura del "pizzaiolo" in sala proiezione non esiste più, premi play e che il Dio digitale te la mandi buona, se va male non si risolve.
Proprio oggi ho trovato fuori dalla porta d'ingresso la gigantesca e ferrosa macchina della proiezione in pellicola, che so, magari la stavano portando via per sempre, non l'ho chiesto a Riccardo.
Ma il mercato detta le leggi e se devi aggiornarti non puoi farci nulla.
Per il resto però tutto è ancora soltanto passione, idee e uomini.
Uomini che organizzano rassegne, corsi scolastici, cineforum ed eventi, moltissimi eventi.
E che insieme ad altre ottime realtà stanno facendo di Perugia una cittadina in cui il cinema d'autore è tutt'altro che morto.
Ma qui siamo comunque in uno spazio che è anche mio.
E se ho chiamato un blog Il Buio in sala un motivo c'è.
E forse è proprio il buio di questo cinema quello dove conservo più ricordi.
Non c'è nemmeno bisogno che ripeschi lontano, bastano questi ultimi anni.

In questo buio ho visto un coreano che alza un martello.
Un funzionario che ascolta vite che non sono la sua.
Un uomo malato terminale che incontra suo padre nella neve.
Un altro uomo che ha paura che arrivi un tornado.
Uno che cerca gli affetti delle persone che non ci sono più.
Una famiglia greca e una finestra da cui buttarsi.
Un massacro raccontato prima da chi l'ha compiuto poi da chi l'ha subito.
Un pianeta che si schianta sulla Terra e una capanna di legno che vorrebbe fermarlo.
Un uomo che costruisce New York dentro un capannone.

E tutti gli altri che verranno da domani.
 

3.10.14

Serie Tv: recensione "Southcliffe"

Veramente strana la vita e le sue coincidenze, specie in quest'ultimo periodo.
Proprio nel mese in cui l'interessantissimo canale Crime di Sky propone la rubrica "Un giorno di ordinaria follia", ossia i racconti dei serial killer -come li chiamo io- sincronici, quelli che hanno ucciso in un solo giorno più persone (uno su tutti per capirsi, la strage di Utoya), assassini in realtà molto diversi dai serial killer tout court o diacronici, quelli che commettono omicidi a intervalli più o meno regolari o comunque in più tempi, e proprio quando la sera prima vedo la puntata di un pazzo inglese che ha fatto fuori per strada non so quante persone, ecco che un amico mi consiglia Southcliffe.
Miniserie, talmente mini che Nymphomaniac di Trier anche in versione tagliata dura un'ora di più.
E proprio di un giorno di ordinaria follia, e proprio di un inglese, parla questa nerissima serie che, a differenza di quanto potete pensare, tutto fa tranne che strumentalizzare, servirsi del dettaglio macabro o mostrare morbosamente come un uomo in pochissime ore possa aver ucciso 15 persone e ferite mortalmente delle altre.
No, nessuno splatter, nessun proiettile che sparge sangue, nessuna concessione alla spettacolarizzazione dell'omicidio.
Southcliffe è la serie del prima e del dopo, il durante è sempre solo accennato, è proprio questa una delle sue peculiarità.
Sarà per questo che inquieta di più.
Penso alle fotograficamente stupende scene sulle rotaie, tese come poche, alla macchina con la famiglia che vede arrivare Morton, alla ragazza che fa jogging, all'omicidio della madre.
Ci si ferma sempre un attimo prima, a mio parere regola aurea della suspense, oppure si preferisce lasciare tutto fuori campo.
Perchè in realtà questa tutto è tranne che una serie "facile", una di quelle costruite ad hoc per aver successo.
Southcliffe rispetto alle immagini, dà molta più importanza a tematiche e riflessioni.
Altra produzione inglese, altro cast in stato di grazia con un sorprendente Sean Harris (l'indemoniato del da poco recensito Liberaci dal male) e un ancor più bravo Rory Kinnear (l'indimenticabile Ministro del primo episodio di Black Mirror) a svettare su tutti gli altri, comunque bravissimi. Bravissimi è dir poco quando tra questi altri, ad esempio, c'è il favoloso ormai ex caratterista Eddie Marsan che dopo Still Life e Tirannosauro con questa terza interpretazione entra prepotentemente nel mio Olimpo personale.
Ma il punto di forza della serie, almeno nei primi due episodi dei quattro totali è la costruzione temporale, questi continui salti avanti e indietro nel tempo concentrati tutti però in sole 24 ore, quelle a cavallo della strage. Può ricordare un pò, anche per tematiche, l'Elephant vansantiano, e lo fa ad esempio nel virtuoso "trucco" di mostrare una stessa scena da due angolature diverse in due tempi molto lontani tra di loro (strepitoso il primo uso di questa tecnica nella cameretta della madre del killer).
C'è un tempo che pare fermo, si sente nell'aria che sta per accadere qualcosa, il personaggio di Stephen è sempre più morto nello sguardo e nella voce, sta per esplodere.
E la prima avvisaglia della sua pazzia è nella bellissima scena a metà del primo episodio, quella guerra che da gioco rischia di diventare altro.
Il cielo è sempre plumbeo, siamo nella campagne inglesi, campagne di nebbia e fango, campagne restituite in maniera pazzesca dalla regia e dalla fotografia, specie negli innumerevoli e perfetti camera car.
La regia già, magnifica, con un uso della carrellata in avanti lentissima (che io amo da morire, specie su inquadrature ferme) che a volte fa gridare al miracolo, una costruzione delle scene studiata nei minimi dettagli, vedi ad esempio la telefonata tra il campo lunghissimo del cantiere navale e quello strettissimo della moglie nascosta dietro il tavolo (Ti prego! ti prego!), quella specie di Karma Police in cui Stephen deve correre nel fango e nella pioggia davanti la macchina (a livello di plot scena chiave del film) o la notte in cui tra servizi live del giornalista, elicotteri e spari si sancisce, forse, la fine di Norton nella palude.
A proposito di giornalista e servizi, la tv è presente praticamente in ogni scena, e non solo per i notiziari ma anche con programmi molto meno importanti. Sembra quasi essere il film rouge della serie questa massiccia presenza dei media nella vita delle persone.
In realtà non fil rouge ma tematica principale è senz'altro quella dell'elaborazione del lutto.
Ed è qui che, forse, Southcliffe si perde un pò.
Ma è importante spiegare perchè.
Se le prime due puntate sono un continuo avanti e indietro nel tempo a cavallo tra il prima, l'appena prima, e il dopo la strage, la terza e la quarta abbandonano quasi del tutto questa costruzione per soffermarsi una, la terza, sui giorni successivi alla strage, e la quarta sull'anniversario di un anno dopo.
Tutto quindi è fermo, e si pone l'attenzione su come le varie persone coinvolte nel massacro affrontino le proprie perdite.
E lo si fa in maniera perfetta, umana, mai troppo esagerata.
Uomini che non hanno più niente nella vita (anche se apparentemente sembravano fregarsene) che decidono di farla finita, mamme che tentano il tutto per tutto per cercare di far vivere ancora la propria figlia portando avanti le loro battaglie, gente che vuole dimenticare, ragazzi che si sentono troppo in colpa.
Tutto è raccontato perfettamente.
Ma la serie sembra fermarsi, sembra essere un'altra.
E la vicenda della madre che cerca l'immigrata romena viene talmente esasperata da diventare quasi un'intera puntata, negli episodi conclusivi poi, quando, semmai, poteva essere un'ottima storia di contorno centrale.
Quello che ci aveva affascinato di Southcliffe non c'è più, è diventato altro, è diventata una tremenda e fredda analisi sul dolore e sulla perdita con, parallelamente, una feroce critica a certi piccoli ambienti che sembrano allevare serpi in seno senza accorgersene e poi una volta che avviene la tragedia provano ad individuare un capro espiatorio e tornare alla loro normalità.
O finger di tornare alla normalità.
In questo senso è fantastica, veramente indovinata, la scelta di fare andare come inviato speciale per il tg proprio un ex bambino di quel posto, un bambino che passò un'infanzia terribile, deriso, umiliato e maltrattato da tutti perchè figlio di quello che si riteneva un assassino (anche se assassino colposo, un errore in fabbrica).
Questo giornalista odia Southcliffe, i ricordi riaffiorano, è quasi più vicino al killer (altro membro della comunità deriso dagli altri, tra l'altro suo amichetto d'infanzia) che alle vittime.
E si crea un corto circuito magnifico.
In questo paese che ormai non sarà più lo stesso, enfio di vite distrutte e di verità forse tenute nascoste, si arriva così al giorno della commemorazione, che non è solo la commemorazione di quella tragedia ma per un assurdo caso del destino -o forse no- anche il giorno di commemorazione di tutti i morti, il 2 Novembre.
Manca solo un minuto alla fine della serie, non può accadere altro.
E invece no, e invece David, il giornalista, quel figlio ripudiato dal proprio paese natale, quel figlio che è tornato per sputare a tutti in faccia quanto quella tragedia se la siano meritata, quell'uomo è lì, fermo.
E vede persone che si abbracciano, lacrime che scendono, un silenzio carico di dolore.
E forse cambia idea David.
Forse in tutto questo dolore e in tutto questo schifo c'è ancora umanità, sembriamo leggergli negli occhi nell'ultimo secondo.
E quando c'è ancora umanità c'è sempre ancora speranza.