21.7.17

Recensione: "A Dark Song"

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Arriva dall'Irlanda quest'horror, opera prima, che si presenta come un elegante, raffinato e benissimo scritto thriller psicologico.
Un rito lungo mesi per rivedere il proprio figlio scomparso.
Un film sulla sofferenza e sul senso di colpa.
Con un finale di grande umanità

grandi spoiler dopo ultima immagine

"Stiamo parlando della tizia che si rinchiude con un tizio rosso e fanno tutto il rituale per riavere dietro il figlio, vero? Voto bassino, ma non insufficiente"
Mi scrive una ragazza quando le dico che avrei visto questo film.
A parte che forse dovrei scritturarla per scrivermi le trame, ma per il resto no, non ci siamo.
Perchè questo horror irlandese è un signor horror. Raffinato, elegante, quasi colto, intelligente.
Opera prima cavolo, pure scritta dall'esordiente Liam Gavin.
E allora sì, allora abbiamo la conferma che i nuovi autori di horror quasi sempre sanno distaccarsi dai trucchi facili del mestiere, che hanno coraggio, che sanno scrivere, che sanno lavorare con gli ibridi.
La fregatura, semmai, è che poi quelli che vengon fuori, quelli che vanno ai piani di sopra molto spesso poi sono snaturati dalla terribile catena di montaggio dell'horror di sala anni 2000.
Quindi, se potete, cercate sempre queste opere prime e seconde. E' tutto qui il miglior horror recente, tutto qui.

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Gavin prende il sottogenere più abusato di tutti, quello che ha portato a risultati più scadenti negli ultimi anni, quello che molto spesso diventa macchietta di sè stesso, ovvero quello degli esorcismi/riti/evocazioni.
Roba che a citar 4,5 titoli recenti ci trovi dentro le peggio cose.
Ma lo prende comunque in un modo non troppo battuto, per quanto mi riguarda pure originale.
Una madre vuole rivedere suo figlio.
Si affida ad una specie di "sacerdote laico", un irlandese ubriaco che conosce dei potentissimi riti.
E questo rito non è il classico rito del cazzo latinizzante che finisce in una notte, no, ma un percorso assurdo lungo mesi. Rinchiusi in una casa, senza poter uscire mai più, lui e lei.
Ne nasce così un film a unica location e a soli due attori.
Un film metafora di tante cose, della sofferenza, dell'elaborazione del lutto, del percorso che una madre è tenuta a fare per superare un trauma così grande.
Son pochissime le somiglianze eh, ma per certe cose potremmo avvicinare A Dark Song a Babadook. Sempre di perdita da superare parliamo, sempre di demoni da sconfiggere dentro la propria testa. Anche se curiosamente dove in uno, Babadook, il figlio rappresentava l'oggetto della colpa qui diventa quello del senso di colpa.
Buona la regia (solo la prima inquadratura è tanta roba), bravissimi gli attori tra i quali spicca il fantastico protagonista di Sightseers.

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Ed è interessante come la prima parte, un pò alla Magic Magic (di cui però non raggiunge minimamente la stessa densità) possa esser letta come un insieme di cause e concause. Il paranormale, la privazione del sonno, i medicinali, il fungo velenoso, sono tanti gli elementi che, in qualche modo, possono distorcere la mente della nostra protagonista e provocarle, ad esempio, allucinazioni.
Il film soffre un pò si un'eccessiva lunghezza (non è lungo ma un soggetto così doveva portare a qualcosa di ancora più breve) e, diciamocelo, se cercate paura o tensione non è che ne troverete molta.
Però c'è il desiderio di andare avanti, di vedere dove si andrà a finire. E c'è la sensazione di trovarsi davanti ad un horror molto genuino, molto fair, un horror che ha qualcosa da dire e che non cerca minimamente di usare chissà quali effetti speciali.
C'è tanta sofferenza, il percorso da seguire è veramente duro, scene come quelle del sangue bevuto o dell'annegamento ti rimangono dentro.
 Anche se, lo ammetto, un film così dovrebbe trasmettere più empatia con lei.

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Si arriva così all'ultima parte, quella più squisitamente horror.
Un pò confusa, un pò anarchica, ma in ogni caso sempre abbastanza elegante.
Lo scantinato "infernale" mi ha ricordato moltissimo il gran bel horror turco Baskin.
Mi è piaciuta molto la scelta, abbastanza inaspettata, di far morire lui.
Perchè anche concettualmente eleva il film. Lei ha bisogno di superare quel trauma da sola, ha bisogno di finire il rito solo con le proprie forze. Del resto la vita è così, per quanto gli altri possano aiutarti alla fine devi sempre metterci del tuo.
E la fine a qualcuno sembrerà buonista ma dimostra solo che questo film aveva un messaggio dentro.
Prima il rito doveva servire "per amore", poi "per rivedere il figlio", poi "per vendetta".
Alla fine questa via crucis servirà a qualcos'altro.
Ad una delle cose più grandi che possano esistere.
La capacità di perdonare.


15.7.17

Accecarsi dal sole, accecarsi di vita

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Vedo le persone sulla spiaggia.
Bimbi che fanno castelli, bimbi ancora più piccoli che glieli distruggono, madri che pensano solo a prendere il sole, padri che leggono giornali che svolazzano.
Sono lì, a nemmeno 20 metri da me.
A 20 metri da me tutto è sereno, la noiosissima vita della spiaggia procede tranquillamente.
Nessuno in acqua, solo io.
Perchè il mare è mosso, tremendamente mosso.
Non ricordo perchè ero rimasto là, lontano, solo. 
Probabilmente stavo nuotando sott'acqua, come piace fare a me, io che ai bei tempi facevo una piscina intera con il corpo attaccato al fondo.
Sta di fatto che sono solo, il mare è mosso e incredibilmente a 20 metri da me tutto è normale.
Sono in panico, l'acqua mi sommerge ogni 2 secondi.
C'è mio fratello Marco Aurelio sulla riva, lo vedo, forse mi sta cercando con lo sguardo.
Marco Aurelio per noi è Ieio, sin da piccoli.
Due sole sillabe, il nome più veloce del west.
Eppure quando urlo questo nome ricordo ancora che faccio solo in tempo a dire "Ie.." prima che lo "...io" lo finisca sott'acqua, travolto dall'ennesima onda.
Provo ad urlarlo almeno 10 volte ma inizio a perdere conoscenza.
L'acqua mi entra in bocca, mi ritrovo sempre giù.
Quando la testa torna su vede sempre la stessa cosa, decine di persone che continuano la loro vita senza accorgersi che un bimbo di 12 anni sta morendo davanti loro.
Ricordo una disperazione infinita, ricordo le lacrime miste all'acqua.
Ricordo anche il momento della rassegnazione, quello in cui decido di non urlare più e smettere di muovermi.

Sono a riva.
Ieio mi ha sentito.
Ha solo un anno più di me ma è riuscito a salvare un bambino in quel mare.
Mi spingono sulla pancia per farmi sputare acqua, tutte quelle persone fino ad un attimo prima tranquille adesso sono su di me, in cerchio.
Alla fine mi risveglio.
Ho il sole accecante sopra di me.
Mi accarezzano, mi spiegano, mi dicono tutto.
Ma io ricordavo ogni singolo istante, ogni singola cosa fino a quando decisi che potevo morire, che potevo smettere di lottare.
E lo ricordo ancora, 28 anni dopo.
Fu la prima delle 3 volte che ho rischiato di non esserci più.
Ma quello che ricordo adesso è solo il sole accecante, perpendicolare a me.
E' la sensazione incredibile di essere ancora vivo.

Sono vivo.
E sono forte.
Che il sole mi accechi ancora.

14.7.17

Recensione: "Contratiempo" (The Invisible Guest)

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Dopo El Cuerpo il regista spagnolo Oriol Paulo riesce un'altra volta a stupire.
Un altro thriller dal meccanismo perfetto, un altro colpo di scena impressionante.
Un cadavere, anzi, due cadaveri e la lenta scoperta della verità.

piccole anticipazioni. Ma dopo ultima immagine grossi spoiler, non leggete!!

Abbiamo un nome che può lottarsela con il grandioso Na Hong-Jin come giovane autore della miglior coppia di thriller di questi ultimi anni.
Questo nome risponde a quello di Oriol Paulo, Espana.
Ecco, devo dir la verità, se dovessi sceglierne uno credo che andrei su Na, senza dubbio.
I suoi The Chaser e The Wailing non sono solo due thriller di impressionante livello, ma anche due esperimenti sul genere straordinari.
Con The Wailing poi si raggiungono vette che alla fine, col genere, anzi, coi generi -che The Wailing ne ha dentro 3,4- poco c'entrano.
Il "nostro" Paulo invece è molto più classico, i suoi thriller sembrano hollywoodiani.
Sono benissimo girati, abbastanza patinati, dei meccanismi perfetti.
Sta di fatto che una coppia come El Cuerpo e Contratiempo difficilmente la troverete in altri giovani registi.
Contratiempo, se possibile, è ancora più classico de El Cuerpo, film dal soggetto molto più insidioso, quasi al confine del paranormale.
Qui siamo invece dalle parti del cinema investigativo anche se la polizia, alla fine, è figura lateralissima.

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Ancora una volta Oriol Paulo parte da un cadavere per dipanare una sceneggiatura praticamente perfetta che porti poi a quelli che, a questo punto, possiamo quasi definire colpi di scena pauliani, tanto son clamorosi, tanto son belli, tanto son imprevedibili.
Adrian Doria è un giovanissimo imprenditore. Ricco, bello, dal successo travolgente.
Lo va a trovare l'avvocatessa Virginia Goodman, donna tutto d'un pezzo, avvocato di altissimo rango, qui al suo ultimo lavoro.
Perchè va a trovarlo?
Perchè Adrian è stato accusato dell'omicidio della sua amante, la bella fotografa Laura.
In un albergo in montagna che pare l'Overlook Hotel, infatti, tempo prima il cadavere di Laura era stato ritrovato in una stanza. Anche Adrian era a terra, tramortito.
Nessun segno di qualcuno che potesse essere entrato, nessun segno di qualcuno che potesse essere uscito.
Il classico omicidio con la porta chiusa dall'interno insomma, anzi, non solo, anche la finestra.
Adrian è messo veramente male.
Parte così un film che sarà tutto in flash back, quello del racconto, anzi, dei racconti che Adrian fa alla sua avvocatessa, in vista di un'udienza lampo che si terrà di lì a 3 ore.
E se all'inizio il ragazzo tende a mentire, per salvaguardare il suo status e la sua famiglia, ben presto si troverà costretto a dire tutta la verità, visto che è l'unico modo che ha per tirarsi fuori da tutto.
Viene fuori che in questa storia non c'è un solo cadavere, ma due.
Ed è quello iniziale, quello di un giovane ragazzo morto in un incidente, il corpo che comincia a diventare più importante.

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A questo punto devo aprire una parentesi su quella che sembra diventata una vera e propria mania.
L'attraversamento di un cervo per strada.
In pochi mesi l'ho trovato ovunque.

In The Invitation attraversa un cervo ma fanno in tempo a fermarsi.
In Get Out attraversa un cervo e c'è un mezzo incidente.
In La Cura del Benessere attraversa un cervo e c'è un incidente.
In Elle attraversa un cervo e c'è un incidente.
In Contratiempo attraversa un cervo e c'è un incidente.
Mi fermo qua ma mi sembra che in almeno in un altro paio di film che ho visto negli ultimi mesi succeda la stessa cosa.

Insomma, attraversa un cervo e c'è un incidente.
I due amanti, per coprire la loro relazione, inizieranno a comportarsi come veri e propri criminali. E comincerà così una spirale che li porterà a quella stanza d'albergo dove lei, tipo The Loft (di cui riprende anche il mondo della upper class), abbiamo vista morta all'inizio.
Che dire.
Meccanismo perfetto, cura di ogni dettaglio. Certo, un paio di comportamenti inspiegabili ci sono (su tutti lei che non aveva spento il cel del ragazzo) ma, voglio dire, di errori nelle proprie vite, anche banali, li facciamo tutti no?
Comincia così un film che è quasi una "sfida" tra l'avvocatessa e il giovane ragazzo, una lenta ricostruzione dei fatti che cambia prospettive più volte. Molto interessante che venga usato ancora una volta il canovaccio bergmaniano de La Fontana della Vergine, quello che poi, in film del tutto diversi, porterà anche a L'ultima casa a sinistra di Craven e allo splendido L'ultimo treno della notte di Lado.
Qui in realtà il canovaccio è leggermente diverso, è vero che l'assassina va per sbaglio a casa dei genitori della vittima ma, occorre dirlo, il ragazzo è morto in circostanze fortuite.
Anche se il comportamento della coppia tanto distante da un assassinio non è.
Coff coff coff
Chi ha tossito?
I pezzi del puzzle iniziano a combaciare, anche lo spettatore è sicuro che un colpo di scena tanto grande non potrà esserci.
Io col mio amico palloncinaro Roberto ho provato a immaginarmene diversi ma tutti in qualche modo "plausibili".
Però ogni tanto dicevo lui "vedrai che uno che ha fatto il finale de El Cuerpo per forza ti fa un altro colpo di scena grandioso, tutte quelli che stiamo ipotizzando son cazzate, fidati"

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E sì, eran cazzate.
Perchè Paulo ancora una volta ti tira fuori qualcosa di imprevedibile.
Sì, un pelo forzato, è vero, e un pò improbabile.
Ma con quel loro passato da attori, con quel desiderio fortissimo di risalire al colpevole per alleviare un dolore (ricorda un pò la vicenda del compagno de la ragazza assassinata in Il Segreto dei suoi occhi), ecco, Paulo comunque rende tutto in qualche maniera credibile.
Ma la perla di sceneggiatura è un'altra, è una frase.

"Non c'è verità senza sofferenza"

disse l'avvocatessa al giovane imprenditore.
Noi credevamo la dicesse a lui "per lui".
E invece, meraviglioso, era un frase per sè stessa.
E niente, quando inizia a togliersi tutto, quando rimane lì, alla finestra con suo marito, ho avvertito un brivido forte.
Non solo cinematografico ma umano.
E ripensare alla rabbia e alla disperazione quando ha saputo che il figlio era ancora vivo, ecco, altri brividi.
La coppia di genitori guarda dalla finestra di fronte l'assassino del figlio.
Senza un sorriso, senza nulla.
Due persone distrutte che, in qualche modo, sono risalite alla verità.
Che bello


11.7.17

Recensione: "Elle"

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al cinema (19)

Devo esser franco? una delusione.
Una sceneggiatura che magari raggiunge vette psicanalitiche elevatissime ma che, per il resto, fa acqua da tutte le parti.
Un thriller all'acqua di rose, quasi parodico a volte.
Eppure c'era tanto squallore dentro, tanta sporcizia, tanta roba.
E la Huppert

Ah, no, boh, bah, beh, mica forse c'ho capito niente io, sarà freudiano come pochi, sarà un trattato psicanalitico coi controfiocchi, sarà un film con delle dinamiche interessantissime e codificate, sarà quel capolavoro di cui tanti parlano, sarà profondo, sarà insidioso, sarà interessante, colto, fastidioso, sarà un filmone ma boh, bah, beh.
E' che a me sto film è sembrato a tratti quasi una parodia di sè stesso, un drammatico con punte farsesche, un thriller all'acqua di rose, un'opera dalla sceneggiatura svolazzante che porta ad un finale, anzi, a tanti finali di cui non ce n'è mezzo che mi convince.
Eppure eravamo cominciati tanto bene con quello sguardo gattesco, con quelle urla e con quella donna riversa a terra, seminuda, vittima di uno stupro.

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E come si alza, e come con tranquillità fa le cose di casa, e come esce da quello stupro sembra sì senza alcun senso, ma che bello per questo, che bella sta reazione banale, quotidiana, inaspettata.
Eh, poi ne sapremo qualcosa in più.
Ne nasce un film che ha mille pregi ma che riesce in modo incredibile e quasi clamoroso a farli naufragare tutti.
Un film dai personaggi squallidi, squallidissimi.
Lei, una magnifica Huppert, è roba talmente lunga da parlarne dopo.
E la madre 80enne che se la fa con i toyboy.
E la ragazza del figlio, roba da schiaffoni giornalieri.
E il marito della migliore amica insopportabile, vanesio, sedicente scopatore seriale e "inabbandonabile".
E il vicino, vabbeh, stamo zitti.
E l'ex marito che sta con una di 25 anni più giovani.
E il padre? cazzo, il padre era un fottuto mostro, roba che forse nella storia dei serial killer non credo sia mai successa (27 omicidi in una notte, e non con un bomba, uno ad uno...).
Porca puttana, c'era dentro più squallore su questo film che in pochi altri.
Eppure non arriva nessuna sporcizia, tutto mi è piombato addosso tremendamente patinato, annacquato, liso.
E mi fa incazzare perchè di spunti notevoli ce n'eran tanti.
La storia dello stupratore seriale che diventa una particolarissima vicenda da Sindrome di Stoccolma.
La storia del padre nel passato che io, ero sicuro, si sarebbe legata al presente in modo perfetto, a chiudere un cerchio.
E invece tutto è buttato là e chiuso in maniera non soddisfacente, no no.
In pratica un intreccio talmente deludente da restarne sbalorditi.

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E talmente debole da regalarci tutti finali o innocui o senza senso.
La vicenda dell'ex marito finisce con "ti faccio conoscere un mio sviluppatore", quella del figlio finisce con un macchinone e una ragazza con figlia ritornata e che lo ama (ma perchè????), quella dello stupratore come un thriller di terz'ordine, quella del padre con un insulto, quella dell'amica con un "era un maiale, abbracciamoci".
E allora in mezzo a tutto sto disastro perchè Elle può essere comunque un gran film?
Perchè ce ne possiamo fregare di tutto e vedere ogni cosa come riferito solo e soltanto a lei.
Del resto il titolo è Elle no?
E allora la vicenda del padre così non sviluppata va vista solo come genesi di una personalità disturbata, masochista (lei da bambina è la miglior immagine del film).
E la vicenda dello stupratore lo stesso, come una perversione incredibile.
E allora sì, allora se leggiamo il film solo in modo psicanalitico magari che ne so, è bellissimo.
Del resto il personaggio della Huppert è notevole.
Egocentrica, cattiva (vedi lo stuzzicadenti), manipolatrice, accentratrice, praticamente tutto il mondo deve girare intorno a lei.
E l'ex marito alla fine non deve avere nessuno, e l'amante pelato vorrebbe perderlo ma alla fine ci scopa e lo tiene con sè, e lo stupratore non solo ad un certo punto non le fa più paura ma diventa un altro uomo da usare, tanto da chiamarlo al telefono dopo l'incidente.
Li vuole tutti per lei.
Bellissima la scena in cui lei di masturba alla finestra, dice tutto.

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Però non mi puoi fare un thriller che non inquieta, che ha delle derive quasi da cinepanettone (oddio, la scena all'ospedale del bambino nero di cui nessuno si accorge, con in più l'amico nero dell'amico presente là dietro è fantozziana), che ha dinamiche quasi da soap.
Ma Polanski con un soggetto del genere che avrebbe tirato fuori?
Ecco, è la convinzione che si poteva fare mille volte meglio a darmi fastidio.
Ma forse son io ad essere troppo banale e non riconoscere la profondità di un'opera del genere, l'eccellenza psicologica (che, ammetto, viene sfiorata anche per me).
Forse son io ad aver problemi

8.7.17

Recensione: "Realitè"

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L'ennesimo, per me, gioiello di Dupieux.
L'ennesimo film strampalato, grottesco, surreale, geniale.
La realtà, la finzione, il sogno, l'incubo, il film dentro al film.
La versione rilassante e divertita di Mulholland Drive.

Io adoro Dupieux.
E stare a ripetere perchè e percome è inutile, trovate tutto nelle rece di Wrong e Wrong Cops.
Avete presente quando trovate un autore con la "vostra" testa? con il vostro modo di pensare, di ridere, di ragionare?
Ecco, Dupieux è la mia parte cazzona quanto Trier è quella mia malinconica e mezza devastata.
Quello che però mi piacerebbe riuscire a dire e far capire è che sto autore va ben oltre il cazzeggio. 
Se già il suo cult massimo, Rubber (che a me è piaciuto molto meno degli altri) aveva delle possibili letture niente affatto banali, con Wrong il nostro si era spinto a mio parere in un surreale e comico esistenzialismo di livello altissimo.
Film strampalato quello, pieno di situazioni irreali e surreali. Un gioiellino tragicomico.
E se possibile Dupieux, con Realitè, è riuscito ad andare anche oltre e a mettere una parola definitiva della sua (non) visione del mondo.

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Realitè è il film cortocircuito per eccellenza.
Un'incredibile gioco di scatole cinesi o, se preferite, di matrioske per cui ogni cosa è dentro l'altra. E avviene anche il paradosso che la scatola più piccola, che la matrioska più bassa, contenga poi quelle più grandi e alte.
Ricordo che con Wrong ebbi il "coraggio" di paragonarlo al mio film più grande, Synecdoche New York.
Ebbene, credo invece che il punto di riferimento più adatto per Realitè sia addirittura Mulholland Drive.
Non parliamo di livelli eh.
Ma vi giuro, più la visione andava avanti più questo cortocircuito tra realtà, finzione, sogno, sogno dentro al sogno e inconscio mi faceva ricordare il capolavoro di Lynch.
Anche perchè, come soggetto, Reaitè racconta una cosa molto simile.
Uno studio cinematografico, un film da fare.
Un film dentro al film.
Ovviamente tutti gli elementi che nell'enorme film lynchiano risultavano insidiosi e perturbanti nel film di Dupieux acquistano valenza comica e straniante.
Ma di che parla questo Realitè?
Di mille cose.
Innanzitutto dell'impossibilità di comprendere la realtà, ciò che è vero da quello che non lo è.
Troverete di tutto.
Sogni.
Incubi.
Immagini di film dentro al film.
La vita di una famiglia che diventa un reality alla Truman Show.
E tutte queste vicende apparentemente staccate tra loro si intersecano.
E il sogno di uno può diventare il film dell'altro, e la realtà di uno può diventare il sogno dell'altro.
Tutto è cortocircuito.

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Tant'è che alla fine è come se ci trovassimo in una specie di sogno collettivo.
O nel sogno di un solo personaggio che, in qualche modo, comprende tutti gli altri.
Sì, o.k, ma qual'è il personaggio principale, il sogno principale?

Abbiamo un ragazzo che fa una trasmissione di cucina vestito da topo gigante. Si gratta continuamente perchè è convinto di avere tutti eczemi sulla pelle. Sta benissimo.
Abbiamo un cameraman che vuole fare il regista. E presenta il soggetto ad un produttore. Il quale accetta a condizione che il neo regista trovi il Gemito Perfetto per far morire i protagonisti.
Abbiamo la famiglia di una bambina. Il padre è cacciatore. Aprendo un cinghiale ucciso tra le interiora c'è una vhs. Come se non bastasse questa bambina, che si chiama Reality, è proprio oggetto di un reality. un documentario in tempo reale (anche le 8 ore di sonno riprendono) girato da un regista. Al soldo di chi? del produttore di cui sopra.
Abbiamo un preside che ha avuto un incubo di una comicità straordinaria.
E se non fosse stato un incubo?

Dupieux si diverte. Si diverte a divertire, a non dare punti di riferimento, a mischiar tutto, a destrutturare. E nel mentre le sue riflessioni sono, come sempre, molto importanti.
Se in Wrong Cops metteva alla berlina il mondo della musica in questo film distrugge tutto l'apparato cinematografico.
Il produttore che accetta un soggetto quasi insulso, che in cambio chiede una cosa senza senso, che nel tempo libero uccide surfisti con fucili di precisione.
E il documentarista del reale che usa inquadrature di 8 ore.
E la vhs (vedrete cosa contiene, geniale) che stava dentro un cinghiale.
E le tv che generano stupidità e uccidono le persone.
E lui che riceve quell'insulso Oscar in mezzo ai manichini.
E lui che si ritrova al cinema a vedere il suo stesso film già girato da qualcun altro.
Tutto è vita e tutto è cinema allo stesso momento.
Non a caso un altro titolo che mi ha ricordato è il magnifico Holy Motors.
Se possibile nel finale il film diventerà ancora più complicato con tutti quei cloni che appaiono ovunque, con la sensazione che tutti stiano nel sogno di tutti (molto sineddochiana come cosa).

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E il gemito perfetto che, anche qui molto sarcasmo, viene fuori da una supposta in culo.
Ma è solo con lo scoprire cosa c'è dentro la vhs che il delirio metacinematografico di Realitè raggiunge il suo apice.
Lo spettatore ne esce divertito e tramortito, intontito e affascinato.
Non ci sono pezzi da rimettere insieme, c'è solo questa constatazione per la quale la realtà è impossibile da conoscere.
Il dottore malato che visitò il malato-sano prende il post del malato-sano nella trasmissione di cucina.
E, infine, dice a noi le stesse cose.
I nostri eczemi non sono sulla nostra pelle, ma sulla nostra testa.
Come se il film fosse una specie di malattia mentale, come se fosse un malfunzionamento del nostro cervello.
Come se tutte le realtà che abbiamo appena visto siano una nostra malattia.
C'è qualcosa di sbagliato in tutto questo.
Wrong.


5.7.17

Recensione: "L'infanzia di un capo" (The Childhood of a Leader)

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Se ami il cinema scoprire e vedere che un regista 27enne è stato capace si scrivere e girare un film così è come conoscere una ragazza bellissima e passarci una notte meravigliosa insieme.
Pazzesco.
Il film complementare al Nastro Bianco di Haneke è sì un'opera profondamente politica ma, al tempo stesso, e forse sopra ogni altra cosa, uno di quei film che raccontano il Male come pochi altri.
Imprescindibile.

Un'ouverture con filmati d'archivio della prima guerra mondiale.
Una colonna sonora, io che di colonne sonore parlo mai, grandiosa.
Una colonna mastodontica che accompagna il prologo mastodontico di un film mastodontico dal soggetto mastodontico.
Del resto cosa c'è più mastodontico, di più enorme, di più svettante che della figura di un leader, di un capo di stato?
Il prologo termina in un'inquadratura che se uno ama il cinema potrebbe sentirsi male da quanto è bella.
Quella piccola finestra, lenta carrellata avanti, bambini che scendono le scale.
L'ultimo ha folti capelli biondi, si ferma, la carrellata finisce.
Mi aspetto un culmine con un'interpellazione alla macchina da presa ma no, il bambino va avanti e segue gli altri.

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Osmosi.
A me han bocciato due volte al liceo, e son stati buoni chè dovevano essere pure di più.
Vorrei dire che son stato bocciato per le materie scientifiche ma in realtà son stato bocciato per tante cose.
Però, ecco, a quelle scientifiche i mie 3 me li prendevo a grappoli.
Quindi io che parlo di osmosi è come Adinolfi che parla di punto vita.
Ma tranquilli, la mia accezione non è scientifica.
L'osmosi umana è quella di saper influenzare e farsi influenzare a vicenda.
Scambiarsi cose, idee, informazioni, saperi, esperienze, sentimenti, virtù e vizi.
Ieri L'infanzia di un capo non era iniziato nemmeno da 20 minuti che io nel mio taccuino mi ero scritto:

"Haneke" (per il soggetto, ma non solo)
"Trier" (per le atmosfere e una cosa di cui parleremo)

Poi stamani vado a prendere informazioni sul regista de sto film, Brady Corbet (e io, lo sapete, anche le informazioni le rifuggo sempre) e scopro tante cose.
Intanto scopro che questo ha scritto e girato L'infanzia di un capo tra i 26 e i 27 anni.
E questo NON va bene.
O.k, uno può avere il talento, lo stile e la sensibilità di Dolan ed esser fenomeno ventenne.
Ma a 26 anni fare sto film non è questione di avere stile o il cinema dentro, è questione di avere tutto.
Scopro che è l'opera prima. E questo va ancora meno bene.
Poi vedo che è attore.
Scorro.

4.7.17

Recensione: "Le Ardenne"

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Un film belga acclamatissimo dalla critica.
Eppure nel primo tempo non è che mi sia sembrato così grande.
Poi sì, poi Les Ardennes diventa un piccolo Calvaire.
E conquista personalità, originalità, potenza

L'uomo riemerge da una piscina, in una bellissima sequenza d'acqua.
Pochissimo dopo una macchina brucia, in una bellissima sequenza di fuoco.
Un inizio folgorante per questo dramma belga che, ad un certo punto, veste dei panni talmente neri da far paura.
Belgio, ancora una volta.
Credo sia ormai pacifico come questo, insieme alla Grecia, sia, tra i piccoli, lo stato cinematograficamente più interessante e avanzato.
Son talmente tanti i film bellissimi venuti da là che farei fatica ad elencarli.
Ritroviamo attori che amiamo molto.
Lei, la splendida, indimenticabile, struggente protagonista del capolavoro Alabama Monroe.

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E i due "lui" del cult Borgman, il padre di famiglia (qui assoluto protagonista) e Borgman stesso, un attore formidabile (Jan Bijvoet) che, nel caso di Ardenne, permetterà al film di alzarsi di livello in modo sorprendente.
E sì perchè, se devo dir la verità, a me il primo tempo de Le Ardenne, film considerato un mezzo capolavoro a quanto ho sentito, mica è sembrato tale.
Un gran bel drammatico, ma niente di più che quello, roba che anche in italia lo sappiam fare, e pure meglio, dico Una vita tranquilla per citare un titolo a caso.
Sceneggiatura lineare, priva di troppi spunti, bella regia ma dopo aver visto il prologo c'era da aspettarsi anche di più.
Bravissimi gli attori con lei imbruttita in un ruolo di ex eroinomane (ma farà in tempo a mostrarsi ancora in tutta la sua sofferta bellezza).
Però boh, per il resto siamo davanti ad una specie di Brothers secondo me inferiore.
Probabilmente è la madre il personaggio che ho amato più nella prima parte.
Si va avanti, passaggi abbastanza meccanici, quasi un Dardenne più sceneggiato e cinematografico, qualche buona scena come quella della cena (poco prima avevo detto al mio amico "sai che il Belgio è probabilmente il posto al mondo dove si mangia peggio? hanno solo patatine fritte. Cinque minuti dopo c'era una cena di natale con patatine fritte soltanto) ma anche la sensazione che io ste caratteristiche per fare di Le Ardenne un film che spicca su tutti non le vedevo.

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(Ah, dimenticavo una sequenza con una formidabile colonna sonora, quello sì.)
E poi niente, poi il film si trasforma completamente.
Diventa Calvaire.
Gli stessi luoghi.
Gli stessi boschi.
Lo stesso bar.
Addirittura il personaggio del travestito che, se ci pensate, è lo stesso identico personaggio del protagonista di quel grandissimo film.
La stessa cattiveria.
E niente, il film decolla.
La strana coppia di "Borgman" e del gay è meravigliosa.
I luoghi spettacolari.
E si inizia a veder in sceneggiatura qualcosa di nuovo.
E di scene notevoli ne avremo tante, fino alla fine.
Bellissima (cioè, tremenda, ma bellissima) la metafora della gru (vera? non credo) che, alla luce del finale, del colpo di scena, ritorna in mente...
Le Ardenne diventa un noir rurale coi controcoglioni.
Tutta la prima parte, vista e stravista, viene sostituita da una seconda che riesce finalmente a caratterizzare il film.
Personaggi ambigui, pericolosi, rapporti ancora più ambigui.

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C'è molta tensione smorzata secondo me dalla scena degli struzzi, al limite del trash.
Ma questi boschi, questi luoghi, quel mattatoio, la roulotte, il fango, ecco, è un bel vedere davvero.
Fino ad arrivare a un colpo di scena per me davvero potente e inaspettato.
Un colpo di scena che rende Le Ardenne, se possibile, ancora più nero.
E sì, mettendo tutti i pezzi insieme, un grande film


(lo so, vi state abituando a ste recensioni corte. Ma prima o poi minaccio il ritorno delle lunghe)



1.7.17

Recensione "Nashville" - Scritti da voi (107) - Enrico Truffi

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Venti giorni fa sono andato a Roma.
Insieme agli amici Leonardo e Vincenzo c'era un ragazzo che non avevo mai visto.
Lettore da tempo, saltuario commentatore.
Io ero in condizioni pietose, direi romeriane, e quindi non ho mai praticamente interagito. 
Ma, specie nel fantastico ristorante giapponese trovato da Leonardo, ogni tanto, nei pochi momenti di lucidità che avevo, mi sono accorto che sto Enrico è un mezzo fenomeno, che se la lotta col "nostro" Pietro per passione, vastità di visioni e competenza.
E niente, ho pensato di dirgli di scrivere qualcosa.
Ecco quel qualcosa.

Nashville ha rappresentato per anni un’icona generazionale, che riusciva a includere dentro di sé infinite realtà, e a dare un’immagine vivida e indelebile dell’America spaurita degli anni 70. Anche se è difficile immaginare Nashville fuori dal suo contesto così profondamente statunitense, però, è anche vero che la verità e l’autenticità con cui sono stati rappresentati i suoi personaggi la rendono un’opera universale, ancora oggi in grado di parlare alle persone di ogni età e paese.
La prima cosa che si deve considerare quando si parla di Nashville, è che si tratta di un compito abbastanza ingrato. Infatti se ne può parlare per ore, decantarne la perfezione nell’orchestrazione delle storie,  analizzarne i contenuti satirico-politici e culturali e comunque non arrivare a cogliere neanche un quarto della sua complessità. Robert Altman aveva iniziato alla fine degli anni 60 un suo percorso del tutto avulso dalle logiche dell’intrattenimento hollywoodiano, ma per certi versi si trattava di un autore distante persino dai cineasti progressisti della New Hollywood come Pollack e Penn. I suoi protagonisti erano antieroi scalcinati, goffi e inadatti a qualsiasi situazione, la macchina da presa neanche si concentrava su di loro, ma divagava su altri personaggi, zoomava su dettagli apparentemente inessenziali. Altro dato importante di cui si parla sempre riguardo ad Altman, l’audio è il più confuso possibile. Le tracce si sovrappongono, i discorsi sono quasi inintellegibili perché immersi in una dimensione sonora apparentemente caotica. Tutte queste scelte sono determinate dalla distruzione di un “punto di attenzione” su cui centrare la storia: i protagonisti non sono più interessanti delle persone che li circondano, e la loro incidenza sulla realtà è minima.

30.6.17

Recensione. "Whiplash"

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Un coming of age di una originalità e forza pazzesca. 
Invece che gang criminali e pistole abbiamo musica e bacchette da batteria.
Ma lo stesso sangue, lo stesso istinto di sopravvivenza, la stessa necessità di crescita


Film di sangue e sudore.
Non avrei mai detto che a me, completo incompetente musicale, questo Whiplash potesse prender così tanto.
Tutta quella musica, tutti quei tecnicismi, tutte quelle dinamiche ero convinto potessero mettere un muro tra me e lui.
Eppure più il film andava avanti, più restavo quasi intontito dalla musica dentro al film e dal chiasso nel locale in cui lo vedevo, più sentivo che ci entravo dentro, che in mezzo a tutto quei suoni, diegetici e non, c'era una forza gigantesca che mi stava rapendo.
Whiplash è uno dei più originali, spietati e particolari coming of age che abbia mai visto.

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Andrew è un giovane batterista che vuol diventare grande.
Ma per diventare un grande batterista deve prima diventare un uomo.
Non solo un uomo, ma un uomo capace di resistere a tutto.
Non c'è differenza tra Whiplash e quei film criminali di giungle urbane, di gang e di sparatorie dove un semplice ragazzino deve in fretta diventar grande, imparare a difendersi, sapersi muovere, acquisire quella cattiveria che gli permetterà di sopravvivere.
La gang rivale è uno spietato maestro di musica, le pistole le bacchette.
Ma il sangue e l'istinto di sopravvivenza sono gli stessi.
Film bellissimo, un conflitto a due che lo fa quasi sembrare un western metropolitano, una riflessione sulla vita, sul talento, sul successo come poche ne abbiamo viste questi anni.
Un film che va avanti quasi a sequenze, a scene staccate, quasi autoconclusive, una più bella dell'altra.
Un film a tesi probabilmente, che usa ogni singola scena come dimostrazione di un concetto per arrivare poi alla conclusione finale.
Probabilmente uno di quei film manifesto, uno di quelli da far vedere per spiegare cose.
E di cose che racconta ce ne sono tantissime.
Inutile dire che il personaggio di Fletcher, interpretato da un favoloso Simmons, sia l'asse portante di tutto.
Cattivissimo, ambiguo, spietato, inumano ma anche terribilmente amante del proprio mestiere, ma anche virtuoso in quello che cerca, ma anche coerente, ma anche portatore sano di meritocrazia.
Un adulto notevole che, per certi versi, potrebbe rappresentare la fortuna di parecchi ragazzi.
Ma solo dei più forti, solo dei più determinati.
Già, i migliori membri della gang.
Io l'ho amato da morire sto personaggio, anche nei suoi lati più meschini e inumani.
Ho sempre visto una coerenza, un fine, uno scopo.
Quello scopo che, del resto, lui racconta ad Andrew in quel localino nel finale.
Quello scopo che porterà a quella sequenza finale talmente bella, emozionante e vorticosa da restarci secchi.

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Sì, per me Fletcher è personaggio positivo. Io, come il 90% delle persone, ne sarei rimasto ucciso. Ma che esistano istruttori così, che esistano.
Tra l'altro la scena delle lacrime ricordando l'allievo ucciso (che scopriremo poi essersi ucciso per ragioni molto diverse a quelle che racconta lui...) valgono un'intera costruzione di un personaggio.
Ma è Andrew, in ogni caso, il personaggio più importante, quello che rappresenta "noi" spettatori.
Assistiamo in tempo reale ad ogni suo cambiamento.
All'euforia, alla disperazione, all'orgoglio, alla rabbia, alla gioia, al dolore, alla determinazione, alla violenza, alla maturità, alla resa, all'affronto, al trionfo.
C'è veramente di tutto in Whiplash, tutto.
Come detto questo non è un film fluido ma jazz anche nella sua struttura.
Una scena più riuscita dell'altra.
Quella dello "stonato" che richiama tanto Full Metal Jacket (ma tutto il film è un lungo Full Metal Jacket).
Quella dei 10 errori consecutivi di Andrew culminati con gli schiaffi.
Quelle delle scene di sangue, piaghe e sudore.
Quella della cena in cui lo sport di terza fascia adombra la grandissima musica.
Quella del racconto della morte dell'allievo.
Quella, magnifica, dello scontro a 3 batteristi.
Quella dell'incidente, dell'ennesima umiliazione e dell'aggressione.
Quella del dialogo al locale, che insegna più cose della vita che 10 film messi insieme.

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E poi gli ultimi 10 minuti che sono un inno alla bellezza scenica, di scrittura ed emozionale.
"So che sei stato tu"
Il pezzo non conosciuto.
L'umiliazione.
La fuga.
Il ritorno.
E poi l'orgoglio, e poi il talento, e poi il coraggio, e poi la sfrontatezza.
Eccolo il cazzo di assolo più grande che poteva venir fuori.
Eccolo qua.
Un assolo che è figlio di un percorso terribile.
Un assolo che è merito di due uomini, uno che fu ragazzo e uno che a vederlo sembra terribile.
Un sorriso compare nella bocca di Fletcher.
Hai trovato il tuo Charlie Parker.
E adesso parte Whiplash.
Schermo nero.
Brividi



29.6.17

Recensione: "El Aura"

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Un noir argentino di ottimo livello.
Come un uomo tranquillo, ossessionato dalla rapina perfetta, possa finire in un vortice di criminalità e violenza infinito.
In un' Argentina di grandi spazi, do boschi e fabbriche, l'ennesimo grande film di questi anni sui criminali per caso

Non c'è niente da festeggiare ma oggi il blog compie 8 anni.
Auguri amico mio

Questi ultimi anni mi son capitati sott'occhio parecchi noir/thriller col passo assolutamente lento e strutturato dei drammatici e con protagonisti personaggi che, in realtà, col phisique du role del thriller nulla c'entrano.
Che poi agli amanti dei generi non sai che dirgli, c'hai mille elementi per incasellarli e mill'altri per non farlo.
Limitiamoci, se possibile, a vedere bei film, il genere è giusto uno spunto.
Siamo in Argentina, 2005, e abbiamo il fantastico Ricardo Darin di quel capolavoro che fu Il Segreto dei suoi occhi (successivo).
Fa il tassidermista (scritto bene? non c'ho voglia di googlare), impaglia animali insomma. E' meticoloso come ogni buon tassidermista deve essere. 
In questo prologo possiamo intravedere due cose.
Uno la calma e, appunto, meticolosità del nostro.
Due il rapporto che ha il film con la morte.

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Espinoza (lui) c'ha la fissa del colpo perfetto, è convinto che a rubare in una banca, se hai osservato ben bene tutto per mesi, non ci voglia nulla, chi è stato preso o ucciso semplicemente non era preparato.
La moglie l'ha lasciato, soffre di tremendi attacchi epilettici (si sveglia da uno anche nel prologo), attacchi epilettici che lui capisce di stare per avere, due secondi prima. Quel tempo sospeso tra lo star bene e l'attacco il suo medico lo chiama l'aura, un frattempo in cui il mondo di Espinoza si ferma, i sensi si acuiscono e dentro la sua testa entra di tutto, ricordi, odori, immagini.
Espinoza va con un suo collega nella foresta a cacciar cervi.
Da lì ne succederanno di ogni.
Gran bel film questo El Aura, una specie di crime improvvisato che per alcuni versi potrebbe rimandare al bellissimo Blue Ruin o al meno bello La vendetta di un uomo tranquillo.
Espinoza è un uomo che sembra vivere giorno per giorno, dallo sguardo spento, fatalista. Molto determinato sì, ma con quello sguardo e un respirare che lo fanno sembrare in perenne affanno, in perenne momento del cedere.
Quello che succede per sbaglio nella foresta (primo accenno sulla sua difficoltà di uccidere ma anche sulla sua capacità, volendo o no, di farlo) lo porterà in una spirale di sangue e criminale pazzesca. In realtà in questa spirale Espinoza ci sta dentro coscientemente, non è solo vittima degli eventi, anzi, la sua ossessione del colpo perfetto lo porterà a far di tutto per realizzarlo.
Ne nasce un film molto solido, forse un pelo lungo, quasi inattaccabile nell'intreccio però. Anche se fa specie che una persona sedicente gran criminale non spenga il cellulare della persona che ha ucciso.

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Grandi interpreti, buona tensione, alcune grandi scene come quella della rapina-massacro in fabbrica sentita tutta attraverso i rumori degli spari.
Davvero ottimi alcuni dialoghi, come quello al casino.
Un film sulla paura di uccidere, sull'essere lupi (come il cane sterminatore di pecore rimanda) o pecore stesse, su come i ruoli molto spesso possano scambiarsi o modificarsi.
Incredibile come Espinoza non abbia mai reazioni, come accetti quasi sempre tutto quello che gli succede (vedi sparo alla testa) ma al tempo stesso sia uno capace di fare quello che fa.
La sequenza in cui prende calci e pugni dall'altro criminale è emblematica, Espinoza non è uno di loro, non è un uomo forte, ma uno che ha una stanca determinazione che, se tutto va bene, potrà portarlo a grandi traguardi (lui che sfiora attraverso la rete il blindato è emblematico).
Noir atipico perchè tutto en plein air, le uniche scene in interni sono soltanto dei semplici raccordi. Ovviamente la foresta la fa da padrona, il fascino del bosco è sempre imbattibile.
Ecco, semmai dispiace un pò che la faccenda dell'aura non abbia l'importanza che uno si aspetti, ma serva solo a caratterizzare il personaggio.
Forse però è proprio il suo essere epilettico, il suo vivere a volte in quel mondo-altro ad avergli dato quel carattere al tempo stesso dimesso, fatalista ma deciso.
Alla fine sarà un massacro.
E tornerà ancora quella tremenda paura di uccidere, tornerà l'immaginazione di riuscirlo a fare (come del resto l'immaginazione gli faceva fare le rapine).
Forse Espinoza, però, ce la farà.
Avremo un finale un pelo troppo affrettato, non del tutto soddisfacente.
Ma l'ultima inquadratura su quegli occhi buoni, quegli occhi buoni in un animale che però è capace di compiere massacri, ecco, è bellissima


28.6.17

Recensione: "Orecchie"

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Una deliziosa, quasi perfetta, opera seconda italiana.
Divertentissimo, tragicomico ma anche tanto profondo.
Una piccola perla comica ed esistenziale.
Cercatelo

spoiler dopo ultima immagine

Si comincia con un formato 1 : 1, ristretto, in cui vediamo un giovane ultratrentenne, supplente di Storia e Filosofia (ma supplente, lo vedremo, della vita in genere) apprendere dalla ragazza appena uscita di casa, tramite post-it, che è morto un suo grande amico, Luigi.
Comincia così Orecchie, una tragicommedia italiana in bianco e nero veramente deliziosa, divertentissima a tratti, mai banale, per certi versi pure profonda.
Aronadio, all'opera seconda, gira un film che sembra quasi un fumetto, una scenetta dopo l'altra, un personaggio dopo l'altro, tante piccole sequenze che raccontano la tremenda giornata, assurda, surreale, di un giovane svegliatosi con un tremendo mal d'orecchi.
Si parte con un formato ristretto come detto, formato che piano piano, che quasi non te ne accorgi, ti porterà alla fine a quello classico "a tutto schermo".
Praticamente la scelta che fece Dolan nel meraviglioso Mommy.
Ma se nel film del talento canadese l'allargamento era improvviso e destinato poco dopo a crollare (a manifestare l'improvvisa, rabbiosa e, ahimè, effimera felicità del ragazzo) nel film di Aronadio è lento, costante, quasi invisibile ma duraturo, a raccontare, in questo caso, la lenta ma costante presa di consapevolezza del nostro protagonista.

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Perchè di questo parla Orecchie alla fine, di una presa di coscienza, di sè e del mondo, di un uscire dal guscio, del trovare coraggio, di sapersi muovere nel rumore del mondo.
Aronadio dimostra di divertirsi con la tecnica. Se non bastasse il sopracitato discorso sui formati basterebbe vedere l'incredibile e funambolico gioco di campi e controcampi del dialogo tra il protagonista, le suore e la dirimpettaia.
Raramente ho visto campi e controcampi con altri soggetti in mezzo tra A e B.
Ma quello che sorprende più di tutto nella prima parte è una vena comica quasi irresistibile.
La donna dell'accettazione del pronto soccorso.
Il bancomat.
La strepitosa sequenza col rapper (la paperona vince), scena che mi ha ricordato la celeberrima sequenza di Boogie Nights, loro e il fattone (e anche qui i rumori di fondo sono importantissimi).
Si ride, tanto.
E, se possibile, il climax del divertimento sale ancora con le due sequenze mediche, quella dall'otorino e quella successiva dal, mi pare, gastroenterologo che, per quanto mi riguarda, raggiunge livelli poche volte battuti in questi anni nella commedia italiana.
Se fermassimo il film qua ci troveremmo davanti un gioiello comico senza alcun difetto, alcun tempo morto.

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E analizzando ci verrebbero in mente tematiche come l'inferno burocratico (accettazione, il bancomat che non va, le difficoltà coi medici) oppure il confronto tra un ragazzo senza palle e un mondo invece pieno di sè (il rapper e il primo medico sono esempi egotici incredibili. E la trovata di "lei è il migliore" pazzesca).
Un uomo nel suo percorso kafkiano nei labirinti del mondo o il suo confronto con esseri più forti di lui?
Eppure più il film va avanti più la piega esistenzialista sembra prendere ancora più piede. 
Si ride un pò meno, ci sono scene meno riuscite (su tutte l'amico scopatore) e, per chi come me di film di questo tipo ne ha visti parecchi, c'è la sensazione che si potrebbe veramente andare a parare ovunque, anche in derive di crisi d'identità pirandelliane ("lo vedi quel sorriso? non è felice") o esperienze post mortem (chi è quel Luigi? e se fosse lui stesso?).
La scena al fast food, ottima nell'incipit col commesso, è poi tirata troppo per le lunghe a mio parere.
Ma funzionano anche il personaggio della madre e del fidanzato performer.
A tal proposito notevole la scena del suo spettacolo, divertente ma anche malinconica e caustica.
Il rumore alle orecchie non passa, le disavventure continuano.
Stiamo per capire.
Arrivano gli incontri più profondi, quelli con la Degli Esposti, la Vukotic e Papaleo.
(a tal proposito applausi alla recitazione di tutti, il protagonista Daniele Parisi in primis, una specie di, per tempi, flemma e malinconia, nuovo Mastandrea. Ma mi ha ricordato anche il concorrente di Amadeus nella parodia di Tortora).
Quel fischio alle orecchie potrebbe essere inadeguatezza o semplice "rumore dei pensieri".
Ma ad un certo punto il protagonista capisce.

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Lui ha paura.
E quella paura sa cos'è.
Avere un bambino.
E lui che corre per andare da lei, che la trova a casa, che le dice finalmente che sì, che vuole averlo, ci regalano 3 minuti di straordinaria commozione e verità.
Alla fine, anche se con percorsi completamente diversi, Orecchie sembra un pò quello che fu "Mine", una metafora sul "fare il passo".
E ripensiamo all'otorino che gli parlava di bambini, alla paperona, al gastroenterologo che lo fece credere incinto, all'amico che gli parlava di famiglia, al sorriso di lei che non era vero, a tanti piccoli momenti in cui, in maniera subliminale, avremmo potuto capire.
Avrei voluto che il film finisse qua, sarebbe stato un finale meraviglioso.
E invece, purtroppo, ci sarà lo spiegone in Chiesa, troppo lungo, ripetitivo, forzato.
Ma poco cambia, dentro Orecchie ci siamo tutti noi, specie questa generazione impossibile tra i 30 e i 40.
E se questo sibilo che sentiamo sia paura di fare i passi, difficoltà di stare al mondo o il sentirsi tremendamente diversi poco cambia.
L'importante è andare dal medico giusto.
Noi stessi.