24.9.17

Recensione: "Krisha"

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Krisha era "solo" un gran bel film.
Poi arriva la parte finale, poi arriva una dedica, poi arriva il giorno dopo la visione e sto film non me se toglie dalla testa.
E unendo tutti i pezzi, capendo la verità, la necessità e il dolore che c'è dentro al film ne capisci la grandezza.
Se avete amato Rachel sta per sposarsi impossibile perderselo

presenti spoiler qua e là

Ci son film di cui capisci la potenza, l'"importanza" e la necessità solo in un secondo momento, a visione sedimentata. Arrivi al giorno dopo e ci sono immagini che ti tornano in testa, sequenze, tematiche, tante cose che magari durante la visione non avevi colto.
Vorrei dire che con Krisha mi è accaduto questo, e in parte, in larghissima parte, è così.
In realtà, e la cosa mi era capitata solo una volta, con l'immenso Biutiful, la potenza, la bellezza, l'importanza e la necessità di questo film io l'ho capita solo un secondo dopo l'ultima, bellissima, immagine.
Quando è apparso questo:


Un brivido mi ha percorso tutta la schiena.
Quei brividi che ti prendono quando realizzi delle cose in un nanosecondo, quando la verità ti colpisce con una mazzata sulla testa e ne resti tramortito.
Quella bellissima dedica finale che arriva dopo un film come questo ti urla contro quanto tutto quello che hai visto sia vero, quanto ogni passaggio, ogni dolore, ogni trauma, ogni segreto e ogni sconfitta presente dentro il film sia il racconto di veri dolori, veri traumi, veri segreti.

21.9.17

Recensione "Auguri Professore!"

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"Dovuto" (ma con piacere) vedere su commissione di un'amica, Auguri Professore è uno di quei tanti film di fine anni 90 che, con risultati più o meno alti, affrontavano il tema "scuola".
Un'occasione per parlare di un mestiere delicatissimo e quasi sempre demotivante e castrante (sia per lui che per gli studenti) come quello del professore.
Un film che, comunque, in mezzo a mille difetti, ha il pregio di essere onesto, "sentito" e genuino.
Con una bravissima Pandolfi

Opera prima di un regista, Riccardo Milani, che riuscirà poi in seguito ad affrancarsi dalle becere commediacce italiane degli anni 2000 proponendo (quasi) sempre film genuini, ben fatti e anche un filo impegnati, Auguri Professore è un film perfettamente inserito negli anni in cui è uscito, fine 90, dai quali prende una certa impostazione abbastanza classica (quasi televisiva) e quel modo di parlare di tematiche sociali ma proposte in maniera non troppo urlata ed impegnata - in questo caso la scuola, argomento abusato all'epoca-.
Per farlo si affida poi a quello che è uno degli attori simbolo e feticci della seconda metà degli anni 90, quel Silvio Orlando capace, in quegli anni, di girare film su film, anche 3 a stagione.

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Uno con quella faccia lì, con quel phisique du role lì, è adattissimo ad interpretare qualsiasi parte possa rappresentare quella dell'uomo "buono", tenero, sotto le righe, dimesso, umano.

19.9.17

Recensione: "Gatta Cenerentola"

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Meraviglioso.
Qualcosa di mai visto e di quasi inconcepibile da noi. Il Cyberpunk nel porto di Napoli, la malavita e le canzonette, la favola e la tecnologia.
Un progetto folle, quasi senza senso, che fa gridare al miracolo.
Una delle vette di sempre della nostra animazione.

qualche spoiler nelle ultime righe

A metà degli anni 60 un pazzo saltatore in alto decise che, per superare l'asticella, il modo migliore non era farlo da davanti, ventrale, ma da dietro, di schiena.
Lo presero per matto.
Cambiò il mondo. 
Tutti cominciarono a fare come lui, tutti andavano sempre più in alto...
Il suo nome era Fosbury.
Ecco, l'effetto Fosbury è quello che ho avuto vedendo Gatta Cenerentola.
Ho visto qualcosa di diverso, qualcosa mai fatto prima qua da noi, ma un qualcosa che ha portato il livello dell'animazione italiana cm e cm più su.
E sì, come il salto di Fosbury, è un qualcosa fatto di schiena, nel senso che tutto pare tranne che di canonico, di naturale, di ortodosso.
Gatta Cenerentola è una pazzia, una rivoluzione, una cosa che non doveva esistere, un salto dorsale.

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Avevo già visto il precedente lavoro di Rak (qui in co-regia con Cappiello, Guarnieri, Sansone), il bellissimo L'Arte della felicità, lavoro anche quello coraggiosissimo, ma per motivi ben diversi.
Il coraggio di quel cartone stava infatti nella grandezza delle cose di cui parlava, nell'affrontare di petto mille massimi sistemi, nel suo filosofeggiare.
E sta cosa qua, ricordo, molti la sopportarono poco, che pareva troppo pretenzioso, troppo sentenzioso, troppo colto, troppo vate.
Eh, ma si vede che è un vizio de quelle latitudini, voglio dire, Sorrentino non mi sembra mangi polenta e usei.

17.9.17

Due al prezzo di una: (mini)recensioni "La Fratellanza" e "Il Cliente"

Altri due film (e adesso sono a pari, in qualche modo ho recuperato tutti i film visti questi mesi)
Uno è un prison movie adesso nei cinema.
Solido, benissimo scritto e recitato, ma che riesce a salvarsi dalla sagra del già visto solo grazie all'interessantissimo montaggio.

L'altro, Il Cliente, è il solito grande, immenso Fahradi, il regista al mondo che più di tutti sa riportare la verità al cinema, il più grande scrittore di dialoghi che esista.
E uno capace di far diventare thriller e film del mistero dei plot basati quasi sul nulla.
Un fuoriclasse


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Mi dicono dalla regia che lui sia uno degli attori di quell'ubriacatura collettiva del trono di spade.
(per ubriacatura intendo il delirio collettivo che ne scaturisce, non la qualità della serie, ci si può ubriacare anche con un grandissimo vino)
Beh, molto bravo.
La Fratellanza -solito titolo italiano...- è un prison movie solidissimo, senza mezza sbavatura, ben girato, ben recitato.
Il problema, semmai, è il darci la tremenda sensazione di tutto già visto, ogni passaggio, ogni personaggio, ogni dinamica.
E allora cosa lo rende comunque un gran bel prodotto?
Il montaggio.
Un montaggio avanti e indietro nel tempo, davvero suggestivo e capace, passo passo, di aggiungere dettagli e pezzi al puzzle.
La storia somiglia tanto a quella di Andy Dufresne dell'indimenticabile Le Ali della libertà con una bravissima persona (addirittura un bancario come era Andy) che finisce in prigione per omicidio colposo, senza essere minimamente un criminale.
Ne nasce un film che è quasi un coming of age traslato di 20 anni, adulto, un film che mostra un tranquillo 40enne diventare, direi giocoforza, un criminale, un violento, uno capace di uccidere.
Ma questa è la legge della giungla, si sa.
La cosa più interessante del film è forse l'incredulità che ha lo spettatore nel vedere il protagonista, uscito di galera, ricominciare dalla sera stessa la sua vita criminale.
Ma come, hai una moglie che in qualche modo ti ha aspettato tutto questo tempo (anche se lui da 7 anni non scriveva più dal carcere), hai un figlio 18enne che ti vorrebbe come padre, perchè non tornare da loro, perchè non ricominciare a vivere?
Grazie, come dicevo, all'ottimo montaggio temporale scopriremo poi che tutto ha un perchè e che forse dietro le terribili e sconsiderate azioni di Jacob c'è un grande, grandissimo uomo, uno capace di rinunciare a tutto, alla propria vita, per salvare quella degli affetti più cari.
Alcune bellissime scene, location molto affascinanti (il carcere con le celle all'aperto è stupendo), una tensione a volte palpabile, un paio di sequenze gore molto suggestive.
E alla fine, dopo l'ultimo "sacrificio" di Jacob ci sarà, in una splendida scrittura circolare, la lettera di risposta a quella del prologo.
Di padre in figlio.

7/ 7.5

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(questo è un nuovo record per me, scrivo del film a 28 giorni dalla visione, vado a tentoni)

Vedrei film di Fahradi per 10 ore di fila.
Nessuno, nessuno al mondo scrive dialoghi superiori ai suoi. C'è più verità nei dialoghi di Fahradi che in quella di alcuni documentari spacciati per reali.
Ma come fa st'omo a scrivere film quasi sul nulla e renderli così magnifici, così ipnotici?
Ecco, semmai il difetto di Fahradi è quello di assomigliarsi sempre un pò troppo con il rischio che la sua grandezza sia resa più piccola dalla sensazione del "non sa far altro?".
Immaginate un calciatore, un fuoriclasse, che oltre quei dribbling e quei tiri a giro è incapace di altro.
Rimane comunque un fuoriclasse? sì, ma sarebbe bello vederlo in altre vesti, in altre forme.
About Elly, Una Separazione, Il Passato, Il Cliente, 4 film straordinari ma in alcune dinamiche talmente simili da confonderli uno con l'altro.
Ma questi grandissimi cazzi alla fine.
Fahradi e i suoi problemi di coppia, Fahradi e i suoi interni/inferni, Fahradi e le sue case, mai come in questo film protagoniste.
Ancora una volta succede una "piccola" cosa, un'aggressione, e il regista iraniano ci costruisce intorno una ragnatela di parole, misteri e verità da far paura.
E ancora una volta allo spettatore mancano piccoli pezzi, vengono dubbi, si capisce che nel passato c'è qualcosa di decisivo.
Ho visto il film con Fede e noi abbiamo avuto una stranissima sensazione (spoiler), ovvero quella che la moglie del protagonista era veramente la prostituta che viveva in quella casa.
Piccoli ma perfetti dettagli, cose dette e non dette ma niente, Fahradi non ci darà a soluzione e ci lascerà con questi, per me magnifici, dubbi.
Fahradi riesce a far diventare thiller film con plot, tempi e scritture che di thriller non hanno niente. Ogni sua sceneggiatura dovrebbe vincere tutti i premi cui partecipa.
Come se non bastasse ne Il Cliente abbiamo un parallelo col teatro (la coppia protagonista recita in palcoscnico) ad aumentare ancora di più, se possibile, questo cortocircuito con la realtà e la finzione, il vero e il falso.
E arriviamo così alla fine con altri dialoghi assolutamente perfetti, con altri dubbi, con un confronto davvero drammatico.
E sì, è vero, non ci sarà mai colonna sonora nei film di Fahradi.
Ma sono musica per le mie orecchie

8

12.9.17

Recensione: "The Devil's Candy"

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presenti spoiler

Probabilmente il meglio horror uscito quest'anno nelle nostre sale.
Un piccolo Le Streghe di Salem senza le masturbazioni egotiche di Zombie.
E, come se non bastasse, anche un film che sa raccontare magnificamente un rapporto padre/figlia.
Non perfetto ma davvero buono.
Dal regista del gioiellino The Loved Ones

Ne ho visti (volutamente) pochissimi in sala, ma non faccio fatica a pensare che questo The Devil's Candy possa essere, ad oggi, il miglior horror distribuito in Italia quest'anno.
In attesa di It...
Le speranze di vedere qualcosa di meritevole, in realtà, c'erano visto che, e l'ho scoperto per caso appena un giorno prima di vederlo, alla regia abbiamo quel Byrne autore di quel gioiellino di torture che fu The Loved Ones.
E niente, Byrne si conferma e non solo, riesce pure nell'impresa di avere all'attivo due soli film, entrambi di genere, e farli uno completamente diverso dall'altro.
Ecco, adesso la sparo grossa.
The Devil's Candy è un piccolo Le Streghe di Salem senza le masturbazioni mentali e visive di Zombie, senza il suo ego, senza le sue velleità.
Semplicemente un film horror ben fatto, benissimo girato e con una sua identità.
Per il resto l'immaginario di Zombie è presentissimo, il diavolo, il metal, la musica veicolatrice, le voci, le ossessioni, i simboli, la pazzia.
Anche il personaggio del padre sembra uscito da La casa dei mille corpi.
Una delle cose che rende molto affascinante il film è quel suo essere tante cose apparentemente mischiate tra loro.
Un film sulle case stregate, un demoniaco che si allaccia, in un montaggio davvero perfetto, alla storia di un serial killer.
E, ne parleremo, il film riesce anche a dare un minimo di profondità e a toccare tematiche per niente banali.
Colpaccio quello di aver preso come protagonista Pruitt Taylor Vince, l'indimenticato protagonista -tra gli altri- di Identità. Lui e le sue pupille mobili sono sempre assolutamente perfette per queste parti da pazzo. E se in Identità i suoi demoni erano le personalità qui sono voci, voci che provengono dall'Inferno.
Perchè questo è un film che racconta del Male e di come il Diavolo si serva di alcune persone più deboli e predisposte per compiere delle cose terribili.
Usarli come pedine.
Secondo me questo è un aspetto molto ben sviluppato nel film, sempre al confine tra paranormale e "semplice" racconto di mostri totalmente umani.
Ci sono due scene formidabili, quasi identiche tra loro. E sono i due montaggi alternati tra Jessie che dipinge e Ray che prima uccide quel ragazzo sull'altalena (superba inquadratura) poi, in camera, lo fa a pezzi. Due montaggi velocissimi, potenti, anche aiutati da quella che è la vera protagonista del film, la musica metal (che io poco sopporto).
C'è un'alternanza -fateci caso- tra luoghi chiusi e cupi e esterni luminosissimi e sterminati. Questo contrasto luce/buio, campi lunghi e stretti è davvero formidabile se si pensa che molto spesso avviene in contemporaneità di orario.
A conferma che il lato tecnico e fotografico sia uno degli aspetti più forti del film ci sono anche le stupende inquadrature attraverso il vetro smerigliato della porta della casa. Quel rosso "reale" (nel senso diegetico del termine) che rende tutto quello che si vede fuori quasi trascendentale, demoniaco.
Byrne, come fu già in Loved Ones, non disdegna anche piccole e mai pacchiane dosi di ironia, anche nei momenti più drammatici.
In realtà ci sono anche dei problemi.
Innanzitutto un film così corto (praticamente un'ora e 10!) doveva assolutamente sviluppare di più alcune cose. Prima tra tutte la faccenda dei quadri e del museo. Era una sottostoria mefistofelica molto affascinante ma si apre e chiude quasi con un nulla di fatto.
Il finale poi, ahimè, se da un punto di vista emozionale e fotografico è vincente è davvero quasi imbarazzante per verosimiglianza.
Una stanza che per 10 minuti è completamente avvolta dalle fiamme e quelle persone che non ne vengono mai colpite nè ne subiscono danni. Fosse durata 1 minutino si poteva accettare ma così tanto, francamente, no.
E quel finale "messianico" (in effetti il nome di Jessie...) sembra ancora una volta un tantino affrettato o, comunque, sviluppato peggio di come le premesse lasciavano sperare (alla fine trovare le valige sticazzi insomma).
Ma c'è un aspetto fenomenale nel film secondo me. Ed è la lotta di Jessie contro quei demoni e il tentativo di restare comunque un buon padre. Attenzione, sembra un aspetto marginale ma il regista invece gli regala parecchie scene.
Quel terribile quadro che gli fece dimenticare di prendere la figlia a scuola, l'incontro con il gallerista interrotto per lo stesso motivo, la corsa a piedi verso la scuola. E tutte le scene che ci raccontano del grandissimo legame tra i due.
Ecco, in un film demoniaco, in un film di genere non è facile trovare tematiche così.
Salvarsi dal Diavolo, ricacciarlo, riuscire a rompere quella tela, solo per amore della propria figlia.
E, lo sapete, quando un film esalta la forza dei legami umani con me vince sempre.
Metal o no

7.5

9.9.17

Recensione (anzi, non recensione): "Vinyan", il film del raduno

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E' circa mezzanotte e mezza del sabato del raduno.
Ci accorgiamo che s'è fatto di tutto e, di conseguenza, non si sa più che cazzo fare.
Si pensa, estemporaneamente, a un film.
"Verso Orione!" propone il mitico Paco.
"No, Verso Orione no" dice qualcun altro.
Non ci sarebbe niente di male in questo dialogo se non fosse che quello a mettere il veto a quel film è lo stesso regista del film, Alessio Nencioni.
C'è da dire che il suddetto Nencioni in quel momento era in condizioni che nemmeno Mickey Rourke ha mai raggiunto.
Ma lo scopriremo di sopra.
Insomma, birillo o baralla non si sa che vedere.
Al che io propongo Vinyan, visto che bene o male tutti s'era amato il primo film di Du Weltz, Calvaire.
Tutti d'accordo saliamo al piano sopra.
Con mille difficoltà riusciamo a risolvere il problema col proiettore.
La cosa buffa è che quello che più si prodiga per risolvere i problemi tecnici è Nencioni. Uno pensa che tanto lavoro da parte sua nasconda un'immane voglia de vedesse il film.
Invece appena riesce a farlo partire il Nencioni si sdraia in terra, SCHIENA AL FILM, e comincia a dormire.
Resterà in quella posizione ben oltre la fine dello stesso. Probabilmente il tempo che ci voleva a proiettarsi nella sua mente, per intero, in fase r.e.m., Una Poltrona per due, vera sua ossessione della serata.
Comincia il film con un gran bel prologo, psichedelico.
E pure lo spunto sembra più che buono. 
Una coppia ha perso il proprio figlio in uno tsunami. Mesi dopo vede una videocassetta in cui, alla madre, sembra di riconoscere lo stesso figlio. Le immagini ritraggono un'isoletta thailandese quasi irraggiungibile. La coppia parte per questo viaggio della speranza.
Il problema di Vinyan è il suo essere un film praticamente anti-narrativo pur avendo una trama terribilmente lineare, narrativa, orizzontale, come può essere il racconto di un viaggio.
Un film fermo su sè stesso dall'inizio alla fine. Tanto che alcune scene dopo un'ora e 10 avremmo potuto trovarle dopo 20 minuti, interscambiarle pure.
Ad un certo punto sento che sto per cedere. Non capisco se sia un problema mio o del film.
E allora guardo gli altri.
Vicino a me c'ho Carmen che c'ha troppa classe per cedere. Ma pare che lo tsunami abbia colpito lei.
Mi giro dietro e vedo Giancarlo che ha due occhi che sono due fessure, tipo quelle dove metti gli spicci per pagare i parcheggi.
Vedo Vincenzo ridotto allo stesso modo anche se, va detto, Vincè c'ha quella faccia un pò così anche quando è sveglissimo.
Ad un certo punto Leonardo si alza, non so per che fare, poi torna e me dice
"Ho colpito per sbaglio Rachele, l'ho svegliata"
Vado a verificare.
Rachele conferma bellamente che stava dormendo.
A questo punto sono in una nuova zona di controllo e posso finalmente spiare la mia vittima preferita, Roberto.
E lo vedo oscillare continuamente la testa in avanti.
Non arriverà mai ai 90 gradi dell'anno scorso, ma si alterna tra i 35 e i 70.
Ogni tanto torna dritto e guarda il film.
Iniziamo ad inveire contro il film.
Ad un certo punto però vedo un essere umano che mi dà speranza, Ida.
E' protesa in avanti, sveglissima, con gli occhialini, sembra una critica dell'Herald Tribune.

"Oh, almeno una a cui il film piace e sta sveglia c'è" mi faccio io
"Il mio voto è zero" dirà Ida a qualcuno a fine film.

Per il resto il film va avanti, lentissimo. Ha tre/quattro sequenze formidabili, su tutte il movimento di macchina che fa il giro del rudere.
Una storia alla The Orphanage, una mamma che non accetta di aver perso il proprio figlio e, contro tutto e tutti, compreso il marito, è convinta di ritrovarlo.
E, come nel film spagnolo, anche l'alternanza tra realtà e fantasmi mentali la farà da padrone.
Purtroppo la potenza psicologica che Vinyan voleva raggiungere non è arrivata a nessuno.
Ah, non so se li hanno scelti apposta ma se i thailandesi hanno l'aspetto dei 3 protagonisti sono il popolo più brutto del mondo.
Alla fine avremo una specie di atmosfera a Il Signore delle Mosche, altre buone inquadrature ma niente, il film ci ha massacrato.
Torniamo disotto.
E io mi immagino di sopra il Nencioni che si sveglia, non trova più nessuno ed è convinto di aver visto un bel film.
Una poltrona per due, of course.

6

7.9.17

Recensione: "Dunkirk"

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Son tante le cose che ho apprezzato un sacco.
La prima è vedere uno dei miei registi più amati buttarsi sul genere a lui meno congeniale.
Se ci pensate uno abituato ad "inventare", a crear storie e intrecci impossibili (e nessun genere come la fantascienza te lo permette, anzi, direi che te lo impone) che finisce nel cinema di guerra, ovvero il genere opposto, quello dove non puoi inventarti nulla, quello dove tutto è già scritto, beh, è meritevole.
Siamo proprio ai due poli opposti. Una bella sfida.
Poi ho apprezzato la sobrietà.
In tutto.
Avete mai visto un film di guerra, un film di bombe e morte, senza quasi una goccia di sangue?
Mi aspettavo una macelleria e invece così non è stato. E' incredibile come Nolan non solo non abbia puntato su un aspetto che, in un certo genere di film, fa la fortuna degli stessi, ma che l'abbia proprio volutamente cancellato. Si è limitato a qualche benda nella testa, nient'altro.
Ma, checchesenedica, il film è molto sobrio anche nel suo essere quasi completamente antieroistico. Dunkirk racconta di un esercito sconfitto, impaurito, un esercito che non spara, che non combatte, un esercito che si mette in ginocchio, mani sulle orecchie, sperando di non essere colpito dalle bombe. Probabilmente gli mericani avrebbero comunque inserito chissà quali gesti eroici, chissà quali sacrifici in nome di, chissà quanti ralenti trionfanti.
E invece Nolan ci racconta di un soldato che non vuole tornare a Dunkerque per paura, di 15 soldati dentro un peschereccio che al primo sparo da fuori invece di andare a combattere se ne stanno a guardarsi impauriti, di un finale in cui i soldati, in patria, vengono osannati mentre si vergognano di sè stessi, loro che sanno benissimo di esser stati protagonisti di una disfatta enorme, loro che sanno benissimo di non aver fatto nulla di meritevole, se non aspettare di essere salvati.
Due tra i protagonisti del film sono addirittura ragazzi che, di nascosto, salgono su una nave di feriti. No, nessun gesto eroico, anzi...
Si potrebbe pensare che alla fine l'unico eroe sia Hardy ma, in realtà, stiamo parlando "solo" di un soldato che fa meravigliosamente il lavoro assegnatogli.
Però sì, quell'aviatore merita ed è impossibile dimenticare il suo volo finale, senza più carburante, verso una spiaggia che lo vedrà giocoforza morire.
Ecco, c'è una sola scena dove la suddetta sobrietà è andata a farsi benedire, quella dell'arrivo dei soccorsi. Effettivamente un pò troppo pomposa, in realtà, se ci pensate, assolutamente in linea con la diegesi del film, con i fatti storici. L'arrivo di quelle barche deve essere sembrato a quei 330.000 soldati una cosa molto simile a come Nolan ce l'ha raccontata.
Sui 330.000 soldati, sul numero dico, avrei da storcere il naso in maniera quasi da rompermelo. Anche nei campi lunghissimi Nolan non ci mostra più di 1000 soldati, cioè, lo 0.00erotti di quello che avremmo dovuto vedere. Probabilmente ha preferito non affidarsi alla computer grafica e a dare uno scenario più che altro simbolico.
Ho amato poi la costruzione temporale, la vera nolanata del film, il suo marchio di fabbrica.
Queste tre temporalità a 3 passi diversi che solo negli ultimi 10 minuti collimano.
Quasi un paradosso zenoniano con il tempo del molo che è Achille, quello della nave che è un Achille azzoppato e quello dell'aereo che è la tartaruga.
Con la differenza che in questo caso usciamo dal paradosso, tutti si raggiungono.
All'inizio il giochino non lo capisci, poi, quando vedi che Hardy dall'alto inizia a vedere cose che presumibilmente vedremo nelle altre temporalità, ecco, che bello.
Ma cos'è Dunkirk?
Film di guerra atipico, come atipica è l'incredibile situazione in cui si trovò l'esercito inglese.
Cinema della minaccia se ce n'è uno, di una minaccia troppo più grande della possibile difesa, cinema dell'impotenza. Una settimana in un molo sperando di essere soccorsi. E quel nemico, e qui sta una delle più belle cose del film, che è presenza opprimente, ineludibile ma al tempo stesso invisibile, nascosta. Di tedesco vedremo giusto un paio di aerei e delle sagome accennate nella bellissima inquadratura finale con Hardy.
Per il resto la Germania sono soltanto bombe che arrivano in testa, volantini che intimano di arrendersi, siluri che sfrecciano in mare.
E noi siamo lì, in terra nel molo, nell'acqua nelle imbarcazioni, nel cielo dentro aerei, siamo lì che soffriamo con questi soldati.
Già, dovremmo soffrire.
Perchè malgrado la grandiosa messinscena, malgrado la colonna sonora straniante ed immersiva, malgrado luoghi aperti sotto l'attacco di bombe o luoghi chiusi dove poter annegare, ecco, quell'empatia alla fine non c'è mai del tutto.
Ma più che empatia coi personaggi, cosa che forse Nolan rifugge e che comunque non è mai stato il suo forte (forse sono i due ragazzini "civili" quelli a cui siamo più vicini) non c'è nemmeno quella sensazione di star là, di sentire la minaccia come la sentono loro.
Ecco, il distacco spettatore-cinema rimane, non si annulla.
Mi sarei aspettato di trovarmi soldato tra i soldati, non è accaduto.
Ci sono scene magnifiche.
Quelle aeree sono impressionanti ma, va detto, la parte nel cielo è la più ripetitiva.
La prima volta dici "meraviglioso", la seconda "straordinario", la terza "bellissimo" e poi sempre più a scendere, ti abitui, ti sembra che quelle cose le hai viste troppe volte e sempre uguali, quasi un videogame.
Ho amato moltissimo il montaggio parallelo tra i due annegamenti, quello sul peschereccio dei pavidi e quello del pilota che ha ammarato.
Ed è straordinaria la sequenza di fuoco e acqua (in un film dove gli elementi la fanno da padrone).
Voglio poi ricordare la scena degli elmetti rimasti in spiaggia, molto simile a quella dei cappelli a cilindro in The Prestige.
Narrativamente c'è almeno un problema. Nolan ci dice che passa una settimana nel molo ma ci mostra i soldati sempre nella stessa identica posizione, sia in spiaggia che sul ponte. Non si capisce come siano sopravvissuti, non è credibile che non si siano mai mossi. Lo stesso ammiraglio pare non essersi mai spostato dal ponte.
Ma, insomma, quisquilie.
Dunkirk resta un grande film, forse grandissimo, un film di silenzi e attese, paure e speranze.
E non posso, ancora una volta, non inserire un parallelo personale.
A volte lotti con tutte le tue forze, lanci missili, spari cartucce, vai allo sbaraglio.
Credi che soltanto lottando con tutte le tue forze puoi ottenere qualcosa.
E invece no, a volte ci sono battaglie che devi semplicemente accettare di aver perso.
E startene lì sulla spiaggia ad aspettare.
E resistere, non morire, finchè arriverà un'imbarcazione a portarti via, a salvarti.
E non importa se non sarà l'imbarcazione che sognavi, l'importante è salire su una barca e andarsene da quella spiaggia.
Tornare nel pericolosissimo, ma meraviglioso, mare della vita



6.9.17

Due al prezzo di una: (mini)recensioni di "Raw" (Grave) e "Prima di domani"

Uno è l'horror di cui stanno parlando tutti in questo 2017.
Forse non il capolavoro di cui si dice ma, caspita, un gran bel film.

L'altro è un film sul tema del rivivere sempre lo stesso giorno.
Patinato e debole college movie all'inizio, interessantissimo e anche un filo emozionante film esistenziale dopo

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Considerato da molti amici come "l'horror" dell'anno o, quantomeno, uno dei più belli dell'anno Raw è in effetti una gran bella roba che, però, non ha raggiunto con me il colpo di fulmine vero e proprio.
In realtà non manca niente, stile (basta il prologo per capire da che parti siamo), recitazione, ritmo, tematiche, uno di quei titoli effettivamente imprescindibili per un appassionato.
Credo che con me, per una volta, abbia giocato una componente che di solito non influisce mai nel mio giudizio, ovvero quella di trovare assolutamente insopportabili alcuni personaggi e alcune dinamiche.
Ma io vi giuro, vedere una facoltà di veterinaria esser raccontata solo come un branco di cazzoni e debosciati non l'ho retto. O.k, hai 20 anni, o.k, devi divertirti come non mai, va bene tutto, ma Raw diventa una specie di Animal House, si esagera. E a conferma di quanto dico c'è l'assurda scena (l'unica universitaria praticamente) in cui il professore sgrida la protagonista di esser troppo brava, troppo studiosa, talmente brava che mette in difficoltà gli altri.
In ogni caso sti veterinari viene voglia di vederli morti tutti tanto sono insopportabili e poco verosimili nelle loro esagerazioni e "prove d'iniziazione".
E proprio in una prova d'iniziazione sta il turning point del film, quello in cui Justine, la nostra splendida, magnifica protagonista (mi riferisco alla prova d'attrice più che altro) assaggia per la prima volta in vita sua un pezzo di carne, anche abbastanza schifoso (mi pare il rene crudo di un coniglio).
Parte il film, un film che ha l'incredibile merito di poter avere tantissime letture.
Cosa è successo a Justine?
Cosa simboleggia quell'assaggio?
Cosa l'ha fatta diventare?
Io non credo che il film parli della questione attualissima vegan-vegetariana-carnivora, credo che sia pura e semplice metafora.
Già, ma di cosa?
Viene in mente il sesso come prima opzione, anche perchè Justine è vergine (come era vergine di carne) e più si "ammala" più diventa disinibita. La splendida scena di lei che balla e canta davanti allo specchio è la dimostrazione di una ragazza che sembra aver scoperto la sfera sessuale ed esserne totalmente partita di testa. Somiglia un pò a quello che accade con la protagonista di Starry Eyes.
Ma gli incroci tra cibo, sesso e morte sono più di uno, tanto da far apparire Raw come un film di Ferreri che si sia dato al genere.
In realtà potrebbe invece essere un film sulle dipendenze, sulle droghe. Una volta che Justine, nella bellissima scena del dito, assaggia la carne capisce che non ne può fare più a meno. Anche se questa lettura, semmai, va vista come un inizio alle droghe, non come una completa assuefazione, visto che non abbiamo mai l'idea che Justine non possa fare a meno della carne.
Però, ecco, alla fine la mia lettura preferita è che questo sia un film sulla scoperta dell'indipendenza, della libertà.
Non è un caso che sia la prima volta fuori da casa di Justine, la prima volta che vive sola, la prima volta che non ha i genitori a controllarla. E, alla luce del finale, chissà quanto controllo c'era stato nei 18 anni precedenti. Lettura, tra l'altro, che può inglobare tutte le altre. La prima indipendenza porta anche alle prime esperienze sessuali e ai primi contatti con le droghe.
In ogni caso ci troviamo davanti ad un film interessantissimo, probabilmente molto meno originale di quello che dicono (penso a The Hamiltons) ma che, davvero, non sembra presentare punti deboli.
Stupenda la scena della crisi d'astinenza sotto le lenzuola, quella con la vernice, quelle sopracitate del dito o del ballo, quella della macabra scoperta nel finale.
Da vedere senza se e senza ma.

7.5

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(premesso, scrivo senza ricordarmi una sega, visione di un mesetto fa)

spoiler dopo linea divisoria

Cinema.
Prima mezz'ora e mi giro continuamente a destra verso mio fratello e dò calci davanti verso Jolly Roger, seduto nella fila avanti a me.
"Ma dove cazzo m'hai portato" accompagnava lo sguardo al fratello.
"Ma che cazzo stamo a vedè" i calci a Jolly.
Sì perchè "Prima di domani", fino a quel momento, era un college movie al limite della sopportazione, uno di quelli che se lo trovo in tv cambio canale prima che un frame possa restarmi in memoria.
Però, ecco, sapevo che c'era il tema (abusato) del rivivere lo stesso giorno e allora mi son fatto coraggio e sono andato avanti.
E difatti quando la protagonista schiatta e poi si risveglia nella stessa mattina del giorno in cui è schiattata, il film, finalmente, comincia.
Come dicevo il tema del rivivere lo stesso giorno (con morte o no) non è affatto nuovo.
Eppure "Prima di domani" riesce comunque a colpire nel segno inserendo in questo loop un grande insegnamento morale.
Ho molto apprezzato la verosimiglianza. Ovvero i tentativi da parte di Sam (la protagonista, grande attrice) di cambiare il proprio destino, cambiare la propria giornata. Quando il secondo giorno è tornata nuovamente alla festa cominciavo a storcere il naso, poi, fortunatamente, non l'ha più fatto.
Deve essere veramente terribile essere imprigionati in un continuo oggi, dove accadranno sempre le stesse cose. 
E allora Sam, visto che non può far altro, capisce che l'unica via è cambiare sè stessa. Prima in peggio, permettendosi di tutto, poi, e qui stanno le scene migliori del film, in meglio. Quando si sveglia la mattina, la millesima mattina uguale alle altre, e accoglie finalmente sua sorella, e ci passa tutto il giorno insieme, e dà affetto, e dà amore, beh, il film emoziona, e non poco.
Poi Sam scopre che quel loop non riguarda solo lei, non riguarda solo la propria vita, ma anche quella di un'altra ragazza, derisa da tutti (terribile il look, si è veramente esagerato).
E capisce che forse c'è un'unica soluzione per porre fine a tutto.
Il finale ti lascia dei dubbi.
------------------
Sam sapeva la fine che avrebbe fatto? c'è qualche segnale che ti fa dire di sì, come guarda come fosse l'ultima volta ogni cosa (penso agli alberi), come saluta i familiari.
Forse però voleva soltanto salvare lei, non lo sapremo mai.
Qualcuno doveva morire?
Ecco, in questo senso secondo me ci sarebbe un destino troppo vendicativo e terribile, non mi piace.
Sam ha potuto rivivere quel giorno decine di volte per diventare una persona migliore.
Ce l'ha fatta.
E ha espiato le proprie colpe.
Pagare tutto con la morte lo trovo ingiusto.

6.5

31.8.17

Due al prezzo di una - (mini)recensioni "Annabelle 2 - Creation" e "Most likely to die"

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ANNABELLE 2 - CREATION

Ho avuto l'onore di vedere questo film con Pierluigi.
E meno male, almeno qualcosa di buono lo salviamo.
In realtà sto esagerando.
Sì perchè nel primo tempo Annabelle 2, bisogna ammetterlo, compie perfettamente il suo dovere. Ecco, semmai è proprio il suo dovere quello che, lo sapere, io sopporto poco. Inutile parlare di nuovo della mia completa avversione verso l'horror da sala anni 2000 dei jumpscare, tutti praticamente non scritti e senza la minima profondità (attenzione, non richiedo per forza profondità in un film di genere, figuriamoci nell'horror. E' solo un'aggravante, non mi piacciono nella costruzione e non hanno NEMMENO tematiche, ecco).
Però bisogna avere l'onestà intellettuale di dire che, nel suo, il primo tempo del film è perfetto.
Protagonista (la bambina) molto fotogenica, bella location, 3-4 insospettabili e ottimi movimenti di macchina, un paio di momenti horror davvero ben costruiti.
Con Pierluigi ci siamo scambiati persino due occhiate di intesa, sia per la regia che per un paio di scene (quali? boh, sono passati 10 giorni nel momento che scrivo).
Ma noi eravamo sicuri che quel discreto primo tempo portasse a sviluppi ancora migliori. 
Invece, ragazzi, la seconda parte è un'offesa allo spettatore.
E o.k, sticazzi per la mancata profondità che il film poteva tranquillamente raggiungere con quelle premesse (una bambina morta, il lutto dei suoi genitori, il suo ritorno), il problema è che siamo vittime di una mezz'ora di banalità, incoerenze e stronzate che si fa fatica ad arrivare alla fine.
Tra l'altro finale, anzi, finali terrificanti per bruttezza.
Tutto prevedibilissimo, nessun colpo di scena, nessuna minima scrittura, molto spesso nessun senso (il Diavolo che a volte è onnipotente e altre non riesce ad aprire una porta ad esempio).
Una serie di scene horror una completamente staccate l'una dall'altra, solo per far paura al nuovo pubblico.
Tra l'altro non si riescono nemmeno a contare le scene copiate da horror precedenti.
Tra l'altro si poteva giocare molto di più sul dubbio reale/paranormale, no, tutto completamente esplicito, manifesto, quasi pacchiano.
In tutto questo brutto secondo tempo un altro paio di buone scene (la trasformazione "verticale" su tutte, e anche lo spaventapasseri(e) ) ma, francamente, un disastro per il resto

5

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MOST LIKELY TO DIE

Altro filmetto che almeno, a differenza di Annabelle e dei suoi cloni, non ha l'ambizione di esser grande.
Sette, otto amici di college si ritrovano dopo anni, ma nemmeno tanti, per fare una rimpatriata.
Vanno nella mega villa di uno di questi, un giocatore di hockey.
Per prima, de mattina presto, ci va una mignottella, apposta per farsi il giocatore.
Questo lo vediamo nel prologo.
Sta di fatto che dopo, nel pomeriggio, arrivano tutti gli altri, a casa de QUESTO e per un giorno intero se ne fregano de dove sia QUESTO, anche se sono a casa sua.
Poi trovano la puttanella morta e niente, capiscono che tra loro c'è un serial killer.
Oppure che c'è un serial killer fori de loro.
Il most likely del titolo è una specie di "destinato a...", una cosa collegiale per cui ad ogni studente si prefigurava un futuro. Che so, una è destinata a stare sotto le luci dei riflettori, una a baciare tutti, uno a preparare il punch, tutte stronzate così che quando le vedi e le leggi capisci che il popolo americano in parecchie cose manifesta una microcefalia incurabile.
Il giochino sta che nella casa ce sono i ritratti de tutti con scritto sotto il "most likely" del passato.
E, insomma, ognuno morirà per come era destinato ad essere.
E nel suo ritratto appare una bella X in vernice rossa. Sarebbe bastato che almeno uno a turno fosse rimasto nel salotto che il killer non poteva venì a fa le X, ecco.
Ovviamente c'era lo sfigato che era "most likely to die", uno che prendevano per il culo tutti.
Sarà mica lui che adesso è tornato pe ammazza tutti?
L'assassino è vestito come per la consegna delle lauree, un abito orribile che gli dà anche una mobilità fantozziana.
Ma ha un'arma segreta, il cappello de laurea (se ha un nome scusate, non me lo ricordo, io per la mia ero nature).
Sì perchè quel cappello lo usa a mò de frisbee, lo lancia. E ha una lama che in confronto Miracle Blade taglia come i coltellini de plastica della sagra della Porchetta.
E niente, solito film dove tifi che muoiano tutti, possibilmente per ultima quella con quel magnifico culo.
Dialoghi orribili, quasi tutti incentrati sul poker (chè una è campionessa), ritmo inesistente, passaggi talmente prevedibili che in confronto la retrocessione del Benevento pare utopia.
Però c'è sto killer che è divertente dai, per un amante di film inutili se pò vedè

5

25.8.17

Incontri casuali ;)

Ritrovarsi a cena Maccio Capatonda
Sentirsi dire che conosce il blog (ma secondo me l'ha detto per cortesia)
Farsi fare addirittura il promo (spontaneissimo) per il raduno di sabato
A volte anche in periodi di merda piccole cavolate che ti fanno star bene accadono 




video

Due al prezzo di uno, (mini) recensioni di "High Rise" - "Circle" (2015)

Uno, a mio parere, è il film per adesso più debole di Wheatley. Ma forse è colpa di un testo letterario originario quasi impossibile da render film.
L'altro è un film particolarissimo, molto originale nell'idea, quasi assurdo.
50 persone in una stanza, ferme, impossibilitate a muoversi.
Ottime premesse, svolgimento un pelo sotto le aspettative


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HIGH RISE

E, come quasi sempre accade, ecco che il primo film "grande" di uno dei tuoi registi preferiti si rivela alla fine il film meno... grande.
Non credo di far parte di quel tipo di "critici" che quasi per principio considera più belli i film minori di un dato regista, anzi, è una cosa che non sopporto quella. Ma c'è poco da fare, a mio parere High Rise è un mezzo passo falso di quel fenomeno di Wheatley.
Il problema, però, credo sia a monte. Non ho letto il libro originario di Ballard (dice sia bellissimo) ma più il film andava avanti più mi rendevo conto di come la "materia" fosse straordinaria ma, al tempo stesso, di quanto difficile potesse essere stato "farla film", come avviene ad esempio con Saramago.
Del resto completamente saramaghiana è la vicenda. Un grattacielo, grigio e sghembo, dove vive una comunità in scala gerarchica, le persone "normali" ai piani terra fino all'Architetto sull'attico (quasi uno Snowpiercer verticale).
Perchè Saramago? perchè avviene una cosa surreale ma che verrà trattata come verosimile. Il grattacielo ha un black out, si spengono le luci. E niente, invece che cercare di risolvere o di andare fuori tutti i condomini continuano a vivere là dentro, anche quando le condizioni di vita iniziano a diventare al limite dell''umano. 
Ci saranno lotte di classe, il film è quasi esplicitamente un film politico.
Piano piano arriveremo ad un grandissimo degrado sia strutturale (la spazzatura che comincia ad ammassarsi, un casino ovunque) che morale. Tanto che, credo, proprio dell'abbrutimento cui in certe condizioni arriva l'uomo parli il film. Insomma, se ci pensate bene i punti di contatto con Cecità sono altissimi. Lì la cecità, qui la luce ce non c'è più. E gli uomini diventano animali. 
Grande soggetto da un gran libro. 
Eppure tutto sto potere metaforico che molto probabilmente nelle pagine sarà stato fortissimo io ho faticato a trovarlo nel film. Un film confusissimo, quasi una scena completamente slegata dall'altra, un senso di incoerenza e di irrealtà pazzesco (ripeto, sarà così anche nel libro ma nel film per me non funziona). Di scene bellissime ce ne sono un sacco, la mano di Wheatley è superba (la lite al supermercato, il suicidio, l'ascensore con la mise en abyme, la piscina) ma c'è poco da fare, tutte le tematiche che mi venivano in mente erano mille volte più forti delle immagini che le raccontavano.
Mi sono trovato ad esclamare 15 volte "perchè?".
Non so, magari è un film troppo alto, magari è l'ennesima perla del nostro.
In ogni caso una cosa è sicura, viene una voglia pazzesca di leggere il libro.

6.5

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CIRCLE (2015)


Presenti spoiler nella seconda parte

Ecco, questi sono i film che di solito cerco, quelli con idee folli, divertenti, originali.
Se poi sono ambientati in una sola stanza ancora meglio, adoro il sottogenere.
E che dire, Circle st'idea folle e divertente dietro ce l'ha, eccome.
50 persone si ritrovano in una piccola stanza. Sono in piedi, in un piccolissimo spazio delimitato da un cerchio rosso.
Se provano ad uscire dal cerchio vengono fatti fuori, se provano a toccare la persona a fianco lo stesso.
Al centro di questo cerchio c'è uno strano macchinario-occhio. E' da questo che partono le scariche elettriche assassine. Il problema è che tali scariche elettriche partono comunque ogni due minuti, non solo se provi a uscire dal cerchio. I 50 scoprono che sono loro stessi a "votare" chi sarà il prossimo ad esser fatto fuori.
Insomma, un mors tua vita mea terribile.
Ne resterà, forse, solo uno.
Provate a mettere 50 persone in una stanza, provate a fargli capire che alla fine ne può restare vivo solo uno e, insomma, vedrete tirare fuori il peggio di ognuno.
Circle diventa così un film sui pregiudizi, sugli stereotipi, sulle lotte di razza, classe, virtù e vizi. Persone che vorrebbero far vincere la donna incinta o la bambina e altre, al contrario, che vorrebbero farle fuori subito per non avere alla fine il dilemma morale se ucciderle o no.
Ne viene fuori un film potenzialmente interessantissimo ma che ha due difetti enormi.
Il primo di essere prevedibile come pochi. Dopo 5 minuti si parla di alieni e, alla fine, alieni saranno. Ma quasi tutte le dinamiche sono prevedibili in un soggetto che poteva campare di colpi di scena a iosa.
Il secondo difetto è di essere terribilmente sempre uguale a sè stesso. Io me ne stavo lì, convinto che ogni 5 minuti i 50 avrebbero scoperto qualcosa di nuovo, un trucco, un procedimento diverso, un modo di fregare la macchina. E niente, invece avremo un count down 50 - 49 -45 - 20 - etc... sempre identico, quasi snervante.
Incredibile che in un soggetto così non si siano poi trovati modi per cambiare le carte in tavola, per sorprendere lo spettatore.
Penso ad Exam, lì ogni 5 minuti c'era un'idea diversa.
Ma tutto questo perchè alla fine quello che interessava al regista non era la parte ludica, ma quella di analisi dell'essere umano.
E, in qualche modo, anche se stereotipatissimo (ma del resto stereotipi sono tutti i personaggi) ,il film funziona.
Ma si poteva fare molto molto meglio

6/6.5

24.8.17

Due al prezzo di una, (mini)recensioni "Ludo" (India) e "Le Scimmie Assassine" // Gli Abomini di serie Z (27 e 28)

Si ricomincia con due Abomini di un livello talmente basso che solo veri avventurieri del Brutto possono andare a conoscere

Il film con lo Spiegone più lungo di sempre

Un film di scimmie assassine senza scimmie assassine. Anzi, senza nulla

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LUDO (india - 2015)

Nel poster vedete "A film by Q & Nikon"
Ecco, Q. non è il libro dei Luther Blisset ma l'abbreviazione del cognome del primo regista (il secondo pare una macchina fotografica) che in realtà era pressappoco così:

Qermitharsykaridnshbenahsdkdeh

Quando l'ho visto sui titoli iniziali volevo spegne. Ma niente, c'era tutto il gruppetto, c'era Jolly Roger e gli altri e, insomma, vedemose sto cazzo de horror INDIANO.
Ho perso il blocchetto dove ho scritto tutti gli appunti di quelle sere d'horror.
Sto a scrive la maggior parte delle rece a 10-15 giorni di distanza e senza un appunto.
E de Ludo ce n'avevo du paginate porca puttana.
Ma, forse, meglio così.
Sì perchè spendere tante parole per questo abominio sarebbe stato un tale spreco di tempo che in confronto quello per convincere Salvini della sua imbecillità sembrerebbe oro colato.
La prima inquadratura ricordo fosse buona. Resterà l'unica.
Ci vengono presentati 4 giovani indiani, le due molto belle, i due molto brutti.
Sta di fatto che un europeo si trova spiazzato perchè 4 riescono a bere una birra e fumarsi una sigaretta e lo fanno sembrare una cosa talmente grande, proibita e trasgressiva che in confronto rubare la Gioconda al Louvre pare una bambinata.
Ad un certo punto finiscono in un hotel e ci regalano la sequenza più slegata, inutile, brutta e senza senso che questi ultimi anni di cinema mi hanno regalato.
Ma si farà molto di peggio.
Arrivano in un centro commerciale. Ecco, se volete un gran film recente in cui dei ragazzi passano una notte in un centro commerciale vedetevi lo splendido Nocturama.

NON LUDO

Sta di fatto che ad un certo punto, senza motivo, arriva una coppia di vecchi che se vede da lontano che sono giovani truccati e infatti più avanti vedremo che possono tornà giovani.
E manco me ricordo come compare sto cazzo de gioco che dà il titolo al film:

LUDO

Una specie de Jumanji liso, sporco e unto. Un gioco senza alcun senso, senza un verso, senza una regola, senza un motivo. Si lanciano sti cazzo de dadi e poi che ne so, il film va avanti. Ma quello che porterà, anzi, per quanto mi riguarda ha portato Ludo nell'Olimpo del bruttismo è lo SPIEGONE.
Come sapete gli spiegoni sono a fine film e durano quei 3-5 minuti contati.
No, lo Spiegone de Ludo dura, mi pare, 40 minuti. 
Parte a 40 minuti dalla fine e arriva fino alla, tra l'altro incomprensibile, fine stessa.
Il mio amico Jolly ha sintetizzato tutto in maniera perfetta, col suo accento milanese
"E' la prima volta che uno spiegone mi crea molti più dubbi di quelli che avevo già"
In ogni caso dovete vedere per capire, dovete vedere.
Vi prego, è su Netflix.
Ah, alla fine una delle ragazze dice, senza alcun motivo, "Ho vinto"
Boh, forse perchè ha fatto 4, non lo so.
Aiuto

2

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LE SCIMMIE ASSASSINE

Titoli iniziali con insetti fluorescenti. Visione soggettiva scimmia. Morti. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Discorso egotico di Murray Abraham. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla.Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Discorso egotico di Murray Abraham. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla.Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla.Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla.Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Piscia di scimmia. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Morte di una. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Morte di altri. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Discorso egotico durante morte di Murray Abraham. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Nulla. Morte degli ultimi. Scimmione

2.5