17.12.18

Recensione: "Calibre" - Su Netflix - 15 -

Risultati immagini per calibre film poster

Netflix mi regala, dopo il film Di Blair, un'altra piccola perla.
Probabilmente il film più autoriale che ho visto in quella piattaforma.
Due amici a caccia, un fatto di sangue, una scelta etica da prendere.
Thriller morale che pare quasi un Cuore Rivelatore formato gigante.
Tra paure, paranoie e minacce un drammatico a forte matrice psicologica che metterà anche lo spettatore, se vorrà, davanti a terribili dubbi

presenti spoiler

Mi piacciono tantissimo i thriller morali, quelli che mettono in crisi i protagonisti, quelli dei dubbi etici, delle decisioni da prendere, dei sensi di colpa, della tensione per cose commesse.
Quelli che più del mondo che c'è fuori indagano su quello che c'è dentro di noi.
Ed è così che mi ritrovo questo Calibre (forse tra tutti i film Netflix che ho visto il più autoriale e riflessivo) e non posso non amare quello che è una specie di Cuore Rivelatore di Poe (uno dei più grandi racconti di sempre) in formato gigante.
Un omicidio (involontario perdipiù), il non riuscire a convivere con lo stesso, il terrore di essere scoperti, quei tentativi di coprire il misfatto che, al contrario, peggiorano solo le cose.
Certo, a differenza del racconto di Poe qui l'ossessione dei protagonisti non arriva al climax finale ("Strappate quelle tavole! E' là! E' il battito del suo orribile cuore!") per cui l'assassino si autoaccusa, ma l'iter che viviamo è molto simile.
Credo che questo sia un ramo della psicologia interessantissimo, ovvero quello che studia i comportamenti umani che cercano, maldestramente, di coprire qualcosa che si è commesso.
L'ossessione nel non essere scoperti è così forte e viva che molto spesso è controproducente, è proprio questa accuratezza e meticolosità nel voler celare ad infondere negli altri il dubbio.
Calibre in questo senso è perfetto, un gioco psicologico tutto basato su frasi, sguardi, lettura di reazioni.

Risultati immagini per calibre 2018

Siamo - mi pare - in Scozia e due amici partono per un viaggio di caccia nei boschi.
Arrivano in un paesino di poche decine d abitanti, entrano nell'unica locanda del paese e sembra di assistere ad una delle scene clou del capolavoro Un Lupo Mannaro Americano a Londra.
In realtà questi boschi nordici mi hanno richiamato anche il sempre netflixiano The Ritual.
Ma no, siamo su due strade completamente diverse.
I due sono malvisti, come tutti i forestieri che arrivano in comunità ristrettissime (e la cosa è raccontata in maniera perfetta nel film, sono situazioni che ho vissuto nel mio paese molte volte).
Vanno a caccia, succede un incidente terribile.
E lì avviene la prima di una serie di scelte morali che il film, se uno ha voglia di affrontarle, ci proporrà.
Vedete, nel nostro calduccio di casa, nella nostra vita in cui cose così gravi non accadono, è sempre facilissimo giudicare.
Chi investe qualcuno e scappa, chi uccide un altro e scappa, chi terrorizzato compie gesti orribili.
Forse vi farà paura ma l'80% delle persone che commettono queste cose fino a un minuto prima eravamo noi, erano come noi, persone convinte che in casi del genere si sarebbero comportati in modo opposto, umano, civico, etico.
E invece cari miei a volte accadono cose così scioccanti per cui noi non siamo quelli che pensavamo di essere, per cui noi non agiamo come pensavamo di agire quando l'abbiamo scritto sulla nostra bella tastierina al pc.
E quindi io quello che fanno questi due ragazzi, sia nel bosco che poi, non lo giudico.
Anzi, mi fa paura pensarci troppo perchè io il terrore che non sarei il Giuseppe che credo ce l'ho.
Voi magari no, meglio per voi.
Torniamo a Calibre.
Avviene quel tremendo fatto di sangue (doppio).
I ragazzi provano a coprirlo.
Il film può veramente cominciare.
Ed è un film tutto basato sulla psicologia, sulle paure, sui sospetti, sulle paranoie.
Il regista è bravissimo a mettere piccoli elementi di tensione, come ad esempio l'uomo nel drugstore lontano dal paese (loro volevano depistarsi)  col suo "non ci sono altri cacciatori da questa parti" (come a dire che se i corpi verranno trovati sono cazzi), il piatto di cervo al sangue che fa rigettare Vaughn (il cervo che doveva colpire, il sangue dell'omicidio), i concetti di vita e morte (Vaughn sta per diventare padre e uccide proprio un bambino), il lapsus del "dovuti" al pub, le scene all'officina.
Tutto veramente perfetto.
Convince semmai meno la sottostoria con la ragazza, sottostoria che servirà poi a trovare un pretesto per bucare le gomme.
In questo frangente, però, conosceremo bene quello che sarà l'autentico cattivo della storia, personaggio molto ben costruito e contrapposto a Logan, il saggio del paese (saggio sì ma comunque sempre ambiguo e inquietante).
Bellissime location, attori in parte, grande atmosfera per un film praticamente privo di difetti.
Certo non ha le stigmate del capolavoro, ma del resto nemmeno l'ambizione d'esser tale.
E arriveremo a un'ultima mezz'ora davvero tesa e dolorosa, costruita anch'essa alla perfezione.

Risultati immagini per calibre 2018

Chi ha amato il grande Eden Lake proverà sensazione molto simili.
E alla fine l'ultima scelta morale-etica, la più difficile.
E, anche qui, Giuseppe non vi assicura di quello che avrebbe fatto perchè Giuseppe non ha mai dovuto compiere alcun gesto con un fucile puntato alla testa.
Il Paese (molto incisivo come viene mostrato, quasi un corpo unico, minaccioso e scostante) non poteva uccidere entrambi, impossibile.
E allora accetta di mandarne via uno, ma senza che prima questi non abbia pagato il suo debito di sangue.
E finisce un film dove hanno perso tutti, chi la propria vita, chi la propria serenità, chi i propri cari.
C'è un bambino da accudire, c'è un qualcosa per cui vivere ancora.
Ma la testa è altrove.
E quello sguardo in macchina finale è rivolto a noi, a noi che sappiamo, a noi che possiamo capire il suo inferno

7.5


13.12.18

Recensione: " I don't feel at home in this world anymore" - Su Netflix - 14 -

Risultati immagini per i don't feel at home in this world anymore poster

L'opera prima dell'attore di Blue Ruin è la cosa più simile a Blue Ruin che ho visto in questi anni.
Stessa struttura, stessa arbitrarietà degli eventi, stessa spirale sempre più violenta e non cercata dal protagonista.
Divertente, con dei personaggi incredibili, strampalato, un noir che piacerebbe ai Coen.
Ma anche un film sul disperato bisogno di contatti umani e sull'ingiustizia della vita, sull'inutilità dell'esser buoni

Non me ricordo quando ne parlai.
Ma io adoro quando un attore diventa regista e da regista prosegue nelle strade che ha conosciuto d'attore.
(Madò, il tempo de scrive la prima frase e me so ricordato quando ne parlai, fu per Brady Corbet)

Macon Blair è l'attore feticcio de Saulnier.

Era lui l'indimenticabile protagonista de Blue Ruin ed era sempre lui uno degli attori principali de Green Room.
Anzi, vado a memoria ma credo che fosse presente anche nell'esordio di Saulnier, Murder Party.
Il motivo di questo sodalizio, tra l'altro, col cinema ha poco a che fare visto che i due sono amici d'infanzia.
E ora Macon Blair gira la sua prima opera da regista.
E qual è il film più assimilabile a questo suo esordio?
Proprio Blue Ruin.
Ma lo è in modo nascosto, non esplicito.

Risultati immagini per I Don't Feel at Home in This World Anymore

Del resto in questo stupendo film quasi tutte le cose più belle sono abbastanza nascoste.
Chè uno spettatore poco attento, non abituato a veder sotto o semplicemente disinteressato alla cosa mica le vede secondo me le grandezze di "I dont' feel at home in this world anymore".

7.12.18

Di malattie che non se ne vanno più, di voglia di poesia, di abbandoni e di quadretti appesi al muro

Risultati immagini per camera spoglia

Sull'onda emotiva del post aspergeriano de ieri ho pensato di "rendere post" anche un'alta cosa che un amico-lettore mi scrisse, stavolta non su chat ma come commento ad un mio post, questo qua per chi interessa (altra esperienza vita).
Trovai questo commento talmente bello, delicato, struggente e vero (e benissimo scritto) che non sono più riuscito a dimenticarlo.
In questo caso avete anche nome e cognome, Alex Cavani (ieri per ovvi motivi era meglio di no).
Questo ragazzo, musicista, scrive anche spesso di cinema altrove (e l'ha fatto anche qua nel buio).
Ma adesso non ce interessa, adesso ce interessa altro

Da ormai undici anni lavoro nel mondo della disabilità nelle scuole e nei centri di recupero, ho fondato un'associazione per insegnare musica e teatro e ad oggi contiamo più di 50 ragazzi, da mettere ogni anno sul palco di un teatro.
Un avventura, spesso un'impresa titanica.
Ma sempre, irrimediabilmente speciale.

Tra le tante esperienze che mi hanno fatto riflettere in questi anni e che mi hanno fatto giungere alla stessa conclusione che hai tratto tu (Sembra quasi che la cattiveria sia il pezzo mancante, che per essere uomini pieni di vizi, egoismi, cattiverie e sovrastrutture si necessiti di un cervello completo), ce n'è una che non potrò mai dimenticare:

un ragazzo di questo mio gruppo, poco più piccolo di me, ha questa malattia degenerativa che ogni giorno lo paralizza sempre di più; è pieno di protesi, usa le stampelle e quant'altro, non può mai stare da solo.
Come se non bastasse soffre anche di dissociazione della personalità, in breve ha personalità multiple (ed è drammatico, mica Split e Split) e la più preponderante lo fa immedesimare in un cantante lirico, mi parla sempre delle sue cene con Al Bano, con il maestro Muti, le scappatelle con le soprane russe, il porno d'antan, le domande sul sesso che si sente di rivolgere solo a me; mi chiede di dargli un sol maggiore e inizia a fare i suoi vocalizzi, la nota non la becca mai, ma non importa; mi chiama il poeta, mi dice che se fossi vissuto all'epoca di Leopardi lui non sarebbe mai finito sui libri, ma io sì.
C'è un rapporto speciale, intimo e amichevole, libero da ogni preconcetto, mi viene da definirlo con una parola anacronistica: puro.
Poi a un certo punto inizia a non venire più alle prove e agli incontri, agli spettacoli neanche si presenta e la sua famiglia rimane nel proprio silenzio, non si sono mai neanche presentati con me.
Dalla scuola vengo a sapere che ultimamente le sue condizioni si sono aggravate, non riesce a camminare se non per pochi minuti e a 16 anni vivere la depressione è asfissiante.
Mi preoccupo, ma non ho modo di sapere nulla di più.
Un mercoledì viene alle prove accompagnato dallo zio, è triste, sconsolato, parliamo a malapena; prima di andare via una richiesta: "scrivimi una poesia, tu sei l'unico poeta che conosco e l'unica persona di cui mi interessa avere un ricordo".
In dieci minuti scrivo una poesia, non la ricorda neanche ad essere sincero, so che quelle parole sono totalmente rivolte a lui e uso delle figure retoriche e delle immagini che possano piacergli; non mi impegno un granchè, volevo essere svelto, doveva andare a casa.
La legge, me la fa firmare, si commuove e mi fa dei complimenti incredibili; poi mi abbraccia, mi saluta e se ne va.
Non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta in cui l'avrei visto, l'avrei vissuta con molta più importanza.

Un giorno, pochi mesi fa, mi arriva un messaggio, da un numero che non conosco: contiene solo una foto, nient'altro. E in quella foto c'è una camera, forse da letto, completamente spoglia, se non per un particolare: c'è un piccolo quadretto, non si vede benissimo, ma è abbastanza; è la mia poesia, idealmente appesa sopra quella che un tempo doveva essere la testata di un letto.
Provo a chiamare il numero, non risponde nessuno, scrivo e non ottengo risposte.
Parlo con chi, da scuola, potrebbe darmi una spiegazione e l'unica che mi dice qualcosa è la preside, la mia preside, una donna con due palle grosse come carrarmati, una donna incredibile per fermezza e volontà.
Mi dice che lui, il ragazzo e i suoi familiari, si sono dovuti trasferire, lasciare la scuola e indebitarsi fino al collo per le cure mediche, hanno venduto qualsiasi cosa avessero in casa; la preside li ha aiutati con qualche soldo, di tasca sua, ma non è bastato. Ovviamente nessuno sapeva nulla.
Ora non sono più rintracciabili, non si sa dove vivano, il cognome non da risultati di alcun tipo e io ogni giorno penso a quel ragazzo, la mia mente non sa se sia vivo o no, il mio cuore pensa solamente a quella stanza vuota e a quel quadretto per molti senza significato, per me simbolo di un vuoto incolmabile.

Non so neanche se queste parole abbiano un senso e un ordine, le ho messe giù come un fiume in piena, ma il tuo post Giuseppe mi ha dato la possibilità di ritirare fuori questa storia e scriverne mi ha fatto stare meglio e ricordare dei bei momenti e in qualche modo esorcizzarne di brutti.
Non so se ci sia una morale in tutto questo, ma penso sempre che l'essenziale, come da sempre Il Piccolo Principe insegna a generazioni di uomini, sia da cogliere in ogni situazione, soprattutto dove non si vede o dove non si pensa che sia.

Grazie

6.12.18

Di Asperger, di sè, di contatti, di paure e di altre delicate e belle cose


Per la prima volta nella storia del blog pubblico nè un pezzo mio nè un pezzo mandato da altri.
Ora voi me direte: che altre opzioni ce sono? gli alieni?
No.
Il pezzo che leggerete è un qualcosa che mi hanno scritto in chat.
Una lettrice.
Non saprete nome (nel brano la chiamo Rebecca), età, niente.
Il fatto è che quando ho letto sta chat c'ho trovato dentro tante tante cose.
Cose che mi toccano da anni (diciamo che ho molta vicinanza con gli Asperger o casi simili e che noi fratelli Armellini, chi più chi meno, abbiamo sintomi come quelli descritti), cose di vita "normale", bisogni umani, paure, gioie, incertezze e dolori.
La fregatura poi è che non bastavano solo gli argomenti, sta ragazza ha scritto tutto anche con una passione, scrittura e voglia de raccontà davvero uniche.
Pura letteratura.
E a me me pareva na cosa brutta tenella per me una cosa così.
Gli ho chiesto se potevo mettela nel blog, ha detto sì.
Io credo che possa far bene a tanti, che possa interessare, a tratti divertire e soprattutto far pensare.
Boh, magari aprimo una rubrica de racconti de vita vostri, che ne so

Dopo la diagnosi Asperger ad inizio ottobre, ho fatto la cosa più semplice e più stupida. Ho cercato gruppi Asperger qui su fb, per imparare, capire, conoscere, confrontarmi. Ho trovato un gruppo che mi sembrava serio, vi sono entrata. Come d'uso e costume nei gruppi, mi sono presentata e ho raccontato di me. Ho ricevuto conforto virtuale al mio smarrimento. Il primo commento ricevuto è stato un bellissimo e gentile incoraggiamento, da parte di un moderatore, che si capiva essere un ragazzo giovane. Erano piovute decine di richieste di amicizia (non la sua, ma di tanti membri del gruppo) che non avevo accettato, come sempre. Non ho mai voluto avere l'amicizia su fb con persone che non conosco fisicamente o di cui ignoro l'identità. Per questo, non ho mai superato la trentina di amici, al massimo. Voglio avere l'amicizia solo con persone che conosco "dal vivo" o che non conosco ma che stimo. Nel gruppo, sentivo sempre parlare bene di questo ragazzo e vedevo i suoi "interventi", sempre per me intelligenti e misurati. Mi sembrava una persona dolce, un bravo ragazzo. Così pochi giorni dopo, avevo chiesto l'amicizia.
Mi aveva detto di essere " Aspiefriendly" , di soffrire di lieve depressione, di sentirsi molto solo, di non avere amici (come me), di avere 33 anni. Tutti colpi ben assestati (scientemente o meno) alla mia indole ingenua e accudente. Perciò messaggi dall'alba al tramonto, complimenti sul mio aspetto fisico e sulla mia "perfetta cristallinità", lodi su ogni cosa che dicevo, raccontavo, svisceravo ed elucubravo. E scuse per ogni volta che temeva di aver detto qualcosa di sbagliato (più volte ripetevo: " Non sono di cristallo!"). Voleva vedermi per parlare un po'. Ho preso il treno, ci siamo incontrati a metà strada. Abbiamo camminato e parlato per 6 ore. Prima di salutarci mi aveva sfiorato i capelli e mi aveva chiesto: " Posso accarezzarti?". Avevo risposto di no. Da 3 minuti dopo il nostro saluto, di nuovo messaggi suoi ad un ritmo forsennato, da quel momento con cuori e baci. Io guardavo il libro che mi aveva regalato. Nel giro di due giorni ed ormai erano 10 giorni che ci conoscevamo (dopo aver parlato più con lui che con chiunque in tutta la mia vita), si era dichiarato innamorato. Io, no. Era troppo giovane, troppo infantile, troppo irruento, troppo sbagliato "per me".
Ma era così dolce, così colto, così intelligente, così affettuoso. E quel " così giovane" da un difetto, è diventato un pregio. Ma non volevo. Giorni di lotta, con lui che mi apriva la mente sul suo mondo libero di ragazzo che non ha preconcetti né pregiudizi. Con la sua laurea di filosofia ad insegnarmi cos'è la vita. A me, che ero sempre stata chiusa nel mio piccolo mondo antico. E antico in tutti i sensi. Grazie, prego, mi scusi, abbi pazienza, perdonami, perdonatemi tutti se sono così diversa da voi, scusate se non so scegliere cosa comprare dal macellaio e ci metto tempo, se arrossisco, se quando mi emoziono balbetto e mi contorco le mani, se ho sempre creduto solo all'amore e poi ho smesso per sempre, se non ho mai avuto una avventura, se sono all'antica, se ragiono come una delle "Piccole donne" della Alcott (e non, Jo), se sono banale, insicura, impulsiva, se ragiono troppo, se scrivo e rimuovo, se sto con le ginocchia retroflesse e le punte dei piedi verso l'interno quando non so cosa dire, se la mia vita sociale è fatta di film sul divano col the (ho i denti persino un po' scuri, per i miei (beeeeepppp) anni di film e the), di sogni mai avverati (come tutti), di felicità avuta quando non sapevo di averla, di gesti goffi, di poesie, di cucina e meno male che cucinare non mi fa pensare anche se poi penso che non cucino mai per qualcuno, di un lavoro che mi ricorda ogni giorno che siamo qui a fare un cazzo (lavoro in Hospice, accompagno e assisto le ultime ore di vita di bambini e adulti e poi li lavo, li vesto, li trucco) eppure proprio guardando loro penso che è bello lo stesso bere i miei diecimila the guardando i film, di ricordi conservati e dimenticati e cancellati apposta, di treni presi da sola, di cinema con la sala vuota allo spettacolo delle 18, di telefonate mai fatte perché amo scrivere messaggi. Di poco e di tutto.
E lui non mi "ascoltava" stranito, non mi osservava incuriosito e perplesso, non mi derideva. Per la prima volta, potevo essere me stessa. Non ero più una aliena. Così gli ho detto: " Okay. Okay. Io non posso amarti. Non riesco più. E non potrei. Sei un ragazzo. Ma posso volerti bene. Possiamo essere amici. Possiamo persino fare sesso. Non ho mai fatto così, non so nemmeno come si fa. Ma okay. Tu mi insegni a non negarmi nulla. A vivere davvero. Okay. Non è amore, lo sai. È una terapia. Quanto costa la tua psicologa, a seduta? 50 euro? Ecco. Terapia gratis o quasi. Tu, per la tua lieve depressione. Io, per la mia solitudine Asperger. Non voglio avere intorno nessuno e se lo voglio lo scelgo tra cento. E poi quell' uno su cento però non ama gli alieni e allora ciao. Noi, no. Tu, no. Mi accetti. Io accetto te. Facciamoci compagnia. Coniamo questo termine: amici di tutto. ADT. ".
Carpe diem.
Ed eccola, la Rebecca Asperger. In tutto il suo splendore. Gli ho regalato l'abbonamento del treno per vederci, gli ho comprato un pigiama, dei libri. Mi sono ammazzata di cibo cinese perché a lui piaceva. Perché negare qualcosa ad un ragazzo di 33 anni che ti guarda e ti dice che ti adora? Ingenuità imbarazzante, la mia. Te l'ho detto. Ho fatto persino una follia, sono andata a comprare i preservativi. Mai fatto in vita mia. E mentre sentivo la faccia caldissima la cassiera aveva detto: " Buona serata!".
E poi ieri sera, dopo i miei commenti nel Guardaroba, ho fatto un giro su FB e sulle pagine che lui segue. Un giro durato 5 ore perché facendo incroci e incastri, giocando a tetris, ho scoperto che fa parte di gruppi che "amano" le milf, le tardone, le donne mature. Ci ho messo 5 ore, a scoprire tutto quello che non si vedeva. È per questo, che è pericoloso uscire dal mio piccolo mondo. È per questo. Ci torno subito. Tolgo il secondo cuscino dal letto, stava da 4 anni e mezzo nell'armadio. Butto via i preservativi. Metto in fondo al cassetto del mobile in sala, il suo libro. Magari un giorno lo leggerò. Mi preparo un the, mi macchio ancora un po' i denti. Metto "The orphanage". Non è successo niente. Ho solo vissuto, vero? Come tutti. O era "solo" un film? Se lo era, voglio che il regista sia Guadagnino.

4.12.18

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 1 ) - Eraserhead - (di Edoardo Romanella)

Risultati immagini per eraserhead

Apriamo questa nuova rubrica con l'amico (anche bi-radunista) Edoardo Romanella.
Edoardo si divertirà a decriptare i significati nascosti di film o altri tipi di opere audiovisive di difficile comprensione.
Ovviamente, come in questo primo caso, ci saranno anche opere su cui sono stati scritti interi saggi e di cui i cinefili sanno tutto, quindi i pensieri di Edoardo, a loro, magari servono a poco.
Ma magari c'è anche gente che certi film non li ha visti o comunque ama leggere possibili interpretazioni.
Dopo una breve sua presentazione, Eraserhead

Salve a tutti, sono Edoardo Romanella, e con Giuseppe abbiamo deciso di aprire questa particolare rubrica, volta a far luce sui significati nascosti dei film, delle serie Tv, dei cartoni animati e di quant’altro sia apparso sul grande o piccolo schermo. Premetto che non ho la verità rivelata, e che quindi tutto ciò che leggerete sarà unicamente frutto di mie interpretazioni. E che vi piacciano o no, tali rimangono. Buona lettura. 


Prima di iniziare a parlare del film dovrei fare qualche accenno alla trama, ma scriverne qualcosa è pressoché inutile, perché di fatto questa è un’opera totalmente destrutturata, non lineare e onirica dall’inizio alla fine.
Quindi, chi già avesse visto la pellicola sa di cosa parlo, per quanto riguarda gli altri scriverò solo un accenno: una coppia di fidanzati, Henry (Jack Nance) e Mary, ha un bambino, che però nasce deforme, con un aspetto più simile a quello di un girino che di un uomo. Come contorno alla vicenda ci vengono presentati degli strani personaggi: un macchinista parzialmente ustionato dalle scintille dei macchinari, una donna dalle guance deformate, i bizzarri genitori di Mary, un pollo sanguinante, ecc…

Risultati immagini per eraserhead

David Lynch, il fuoriclasse del surrealismo, dopo una serie di cortometraggi esordisce al cinema con questo capolavoro (1977), e con un unico scopo: disorientare e angosciare lo spettatore. Per questo primo lungometraggio il profeta (in realtà non fu proprio il profeta, come vedremo) cinematografico dei sogni concepisce una fotografia in bianco e nero, che contribuisce a incrementarne l’aura di angoscia. Qui si respira la disperazione del protagonista, la depressione, di cui Lynch è uno dei principali esponenti (chi ha già visto i suoi quadri sa di cosa parlo).
Dall’inizio alla fine ci racconta un sogno, siamo nella mente di Henry: la sua ragazza è rimasta incinta, di una gravidanza non programmata, e la nascita del bambino lo ha segnato irrimediabilmente. Henry vede la sua vita stravolta, così come i suoi sogni e i suoi progetti, e in un sogno si manifesta il suo stato d’animo: la rabbia, l’angoscia, la paura.  
Questa è la spiegazione, ogni elemento del film riguarda ciò: dalla donna con le guance deformate che calpesta embrioni, al pollo sanguinante, al figlio deforme, alla sua stessa testa che a un certo punto si stacca dal corpo e viene presa per farci della gomma per matite (da qui il titolo, Eraser-Head = Testa-Cancellatrice). Tutti elementi volti a far trasparire il desiderio di far tornare la sua vita com’era prima. E poi c’è il pianto del bambino, quel pianto ossessivo e lancinante che tormenta lo spettatore, e gli avvelena l’esistenza.

Risultati immagini per eraserhead

Detto ciò, con questo straordinario esordio il regista riesce molto bene nel suo intento di disorientare e turbare, e anche se il tutto verrà perfezionato in Velluto Blu, Strade Perdute, Mulholland Drive e INLAND EMPIRE, ciò non toglie nulla a Eraserhead, che rimane una pietra miliare del genere.
Come detto sopra, Lynch non è il fondatore di questo modo di fare cinema. Il surrealismo, il simbolismo, la destrutturazione, i sogni, erano stati già messi in scena da un altro fuoriclasse della macchina da presa: Luis Bunuel (la scena del pollo sanguinante è un omaggio neanche troppo velato a L’Angelo Sterminatore).
Eppure, nonostante la bravura di Bunuel, Lynch ha fatto di più, molto di più. Le sue immagini sono più forti, la tecnica si spinge all’estremo, in uno stile personalissimo, e una intensità tale da fare di lui indiscutibilmente uno dei più grandi registi nella storia del cinema, a mio avviso il migliore per quanto riguarda il cosiddetto genere weird.


3.12.18

Torino Film Festival 2018: recensioni "High Life" - "The Guilty" - "Pity"

Ho visto 14 film al Tff.
Ero riuscito, ad oggi, a scriverne solo sette.
Su 4 ho rinunciato, troppo tempo passato, non sarei riuscito a infilare 3 righe messe in fila.
Però ci tenevo a salutare questa bellissima esperienza recensendo gli ultimi 3 film, probabilmente pure i più belli che ho visto.

presenti spoiler

Risultati immagini per high life film

HIGH LIFE

La fantascienza intimista è una delle mie materie preferite di quella magnifica scuola che è il cinema.
Buffo come adori questo (sotto)genere con la stessa forza con cui evito la fantascienza tout court.
Questi anni di film che attraverso lo sci-fi cercano di raccontare l'uomo, il senso della vita e quello dell'esistenza ce ne sono stati tanti.
Così tanti che iniziano spesso a somigliarsi l'un l'altro.
Tanto che un filmone come High Life perde un pochino di potenza dopo che uno ha visto tanta roba simile.
Però sticazzi, fatene quanti volete e io li vedrò.
High Life è un film ambiziosissimo (uno dei più ambiziosi visti questi anni nello sci-fi) che trasla nella cornice fantascientifica concetti primordiali e assoluti come quello della maternità (vita) e del senso dell'esistenza.
Ambientazione alla Moon, richiami di The Martian (vedi l'orto), pennellate di Wall-E (con quelle immagini malinconiche della Terra e di quello che eravamo) e, come detto, un sottotesto autoriale fortissimo. Non scomoderei Kubrick ma il tentativo (nelle intenzioni) è simile.
Grande incipit in cui vediamo un astronauta (grandissimo Pattinson) vivere in un'astronave con la sola compagnia di una neonata. I gesti di Monte (il personaggio) sono quelli di un padre. Solo poi (il film è quasi tutto flash back) capiremo se è veramente figlia sua.
Prima di tuffarci sul flashback vediamo Monte liberarsi di 5,6 corpi, corpi ibernati che in una scena davvero forte vengono gettati letteralmente fuori, nello spazio.
Tutti morti.

Andiamo indietro nel tempo, comincia il film.
Scopriamo che quell'equipaggio è formato da tutti galeotti che hanno commutato la loro condanna a vita (o a morte) in un viaggio spaziale di cui non è assicurato il ritorno.
Un viaggio alla scoperta dei buchi neri, lo spazio ignoto per eccellenza.
Film sui misteri quindi, su quello della vita, su quello dell'universo.
A bordo c'è infatti una dottoressa, a sua volta omicida (una splendida Binoche), ossessionata dal voler far nascere la vita all'interno della nave spaziale.
Dopo tanti tentativi falliti alla fine riuscirà nel suo intento.
Film ipnotico, di gran classe, suggestionante, scarno e complesso High Life ha semmai il difetto di affrontare tanti temi senza dare loro una perfetta coesione.
Lo spettatore è un pochino confuso, non capisce quale sia l'obiettivo ultimo (se ce n'è uno) del film e rischia di perdersi in più sottotrame.
Ma il film è affascinante, stimola la vista e la mente, ha grandi interpreti e due personaggi, quello di Monte e quello della dottoressa, davvero notevoli.
Tante scene che rimangono impresse, su tutte l'autofecondazione della Binoche, una specie di rito tribale con provette e sperma. Scena al limite del sostenibile e del ridicolo ma per me straordinaria.
Ma i sopracitati corpi gettati nello spazio, la bimba che muove i suoi primi passi, la bellissima e inquietante sequenza della Goth che entra con la navicella nel buco nero, l'arrivo nella base spaziale gemella, il film è pieno di momenti altissimi.
Tutto è permeato da un'atmosfera di angoscia, di speranza perduta, di tensioni e, soprattutto, è fortissima la componente sessuale che, in questo universo grande e sconosciuto, risulta davvero incisiva per questa sensazione che proviamo di Origine, un cortocircuito di origini anzi, quella della vita umana e quella della vita dell'Universo.
E poi lei crescerà e il rapporto tra i due (vero capolavoro del film) sarà sempre bello e forte.
Fino ad un finale che mi ha ricordato Synecdoche New York e Biutiful.

Qual'è il titolo dello spettacolo?
Cosa c'è oltre il bosco?

Cosa si nasconde in quel buco nero?

7.5/8

Risultati immagini per the guilty 2018

THE GUILTY

Il mio film del festival.
Per quanto mi riguarda un'opera perfetta, di sicuro il miglior thriller del 2018.
Il fatto è che dentro questo film c'è quasi tutto quello che amo.
Intanto una sceneggiatura sontuosa, intoccabile.
Poi il coraggio di girare il film tutto in un'unica location.
Poi, se non bastasse, affidare tutto a sole conversazioni telefoniche (solo Locke e Buried, a memoria, hanno fatto lo stesso).
Poi ha un attore devastante per bravura.
Poi è teso, tesissimo, più di qualsiasi thriller in cui vengono mostrate cose.
E, ciliegina sulla torta, è un film dall'umanità impressionante, tanto da doverlo classificare, come fu già con Locke, in quelli che io amo definire thriller "etici", ovvero film dove la componente della tensione va di pari passo con quella dei comportamenti umani, del tentativo di essere Uomini (penso anche al sottovalutato A Most Violent Year).

Siamo nella sede operativa del 112 ( o 911) danese.
Quella delle emergenze insomma.
Asger è un operatore integerrimo. C'è però la sensazione che questo potrebbe essere il suo ultimo giorno di lavoro visto che l'indomani è atteso in tribunale, non sappiamo per cosa.
Dopo alcune chiamate di preparazione Asger riceve quella di una donna. Non può parlare, c'è un uomo violento lì con lei.
Asger la tranquillizza. Di lì in poi succederà di tutto, in quella che è una sceneggiatura magistrale dove anche i colpi di scena arrivano senza esser furbi ma, al contrario, sono quasi colpi di scena "emotivi", di lenta empatia.
In questo perfetto script lo spettatore sa poi che le due vicende (la chiamata della donna, la storia del tribunale) dovranno convergere nel finale.
E sì, lo faranno, in modo quasi commovente. E quel titolo acquisirà un profondo significato.
Unità di luogo quindi, ma anche unità di tempo.
Anzi, The Guilty va anche "oltre" l'unità di tempo (24 ore) svolgendosi tutto in tempo reale (un "piano sequenza montato" per capirsi).
Tutto il film è sulle spalle del fantastico Jakob Cedergren (non a caso ha vinto miglior attore a questo festival), attore capace di regalare emozioni a non finire senza mai andare una singola volta sopra le righe. Anzi, il suo personaggio appare quasi freddo, incapace di emozionarsi (del resto in quel lavoro è obbligo) ma al tempo stesso viene fuori tantissimo tutta la sua umanità, tutto il suo dolore, tutto il suo terrore, tutta la sua voglia di riscattarsi come uomo.
La vicenda va avanti, si fa sempre più tesa, la telefonata con la piccola Mathilde mi ha messo a dura prova.
Piano piano la situazione si fa sempre più tragica, terribilmente tragica.
Fino ad arrivare al colpo di scena (io intuito zero, molti sì) che fa correre un brivido freddo lungo la schiena ma rende tutto ancora più doloroso.
Quel delirio sui "serpenti in pancia" invece di farti odiare la donna rendono ogni personaggio ancora più empatizzante, sia la stessa donna sia Asger, uomo che stava facendo di tutto per salvarla e si trova invece adesso con una situazione completamente ribaltata.
E il film è terribile nel descrivere l'incredibile sforzo di questo uomo per salvare tutti e tutto che, invece, si rende conto di aver commento solo danni irreparabili (far vedere il fratellino a Mathilde, non permettere che Iben venisse portata in clinica).
No, non è giusto, pensa lo spettatore.
Ma l'emozione è troppo forte e quel titolo, The Guilty, il colpevole, fa finalmente capolino in tutta la sua terribile bellezza.
Asger che pochi giorni prima aveva ucciso un uomo.
Asger che adesso per redimersi e salvare vite umane ha commesso errori madornali.
Sempre più colpevole.
E poi la telefonata struggente in cui si parla di pesci ed acquari.
E poi un ponte.
E poi una linea che cade.
Asger finisce nell'inferno più cupo possibile, è come se avesse ucciso di nuovo, adesso che invece aveva fatto di tutto per dimostrarsi uomo.

"E' con noi"
gli dice una voce

E scende l'ultima lacrima.
Perchè è giusto così cazzo

8.5/9


Risultati immagini per pity film 2018

PITY

Cristo, il cinema greco non sbaglia mai.
Quando ho saputo che a scrivere Pity c'era in mezzo lo storico sceneggiatore di Lanthimos ero già a posto, sapevo di trovarmi davanti al 100% ad un film geniale, probabilmente glaciale e che mi aprisse la mente.
E così è stato.
Dico la verità, senza il - per me - grandissimo finale Pity sarebbe stato "solo" un bel film, probabilmente una/due spanne sotto i greci più belli.
Ma il finale, oltre a portare i presupposti a limiti inimmaginabili, lo "completa", in una sceneggiatura in cui tutti gli elementi alla fine (appunto) convergono.
Pity (compassione) è la storia di un uomo che ha la fissa di voler essere compatito.
Sua moglie è in coma ma lui sembra non soffrire per niente della cosa.
A lui interessa soltanto che gli altri gli porgano le loro condoglianze, lo facciano sentire importante, gli mostrino il loro dolore e il loro affetto.
Anzi, quasi a mò di Pirandello, l'uomo diventa un acuto osservatore e quasi "saggista" della tristezza e della pietà, di cui codifica comportamenti, atteggiamenti, effetti (vedi capelli bianchi) e mimica facciale.
Il suo diventa uno studio sulla compassione che ha sè stesso e chi gli sta intorno come personaggi principali.
A me ad un certo punto è venuta in mente la scena della Grande Bellezza in cui Servillo spiega come fingersi tristi al funerale (anche se qualche dubbio che quelle lacrime fossero vere ce l'avrò sempre).
Pity diventa un film capace di trasformarsi più volte. All'inizio è un surreale drammatico molto compassato, poi diventa un film dall'irresistibile humour nero (la scena delle urla con registratore acceso è uno dei momenti comici dell'anno per me) poi alla fine si tramuterà in una tragedia senza pari.
Ho adorato questo trasformismo (che in altri film del festival avevo mal sopportato) perchè è tutto giocato sulle sfumature, non c'è mai un cambio di rotta netto e pacchiano.
Ci sono tanti elementi geniali come lui che rompe il pianoforte per non permettere al figlio di suonare musiche allegre ("potrai suonarle solo se la mamma di risveglia"), come quell'assurdo caso di omicidio di un suo assistito (lui è un avvocato) dove c'è una biciclettina vicino al corpo (dettaglio che verrà usato in modo meraviglioso nel finale), come i siparietti con la vicina e le sue torte (il non ricevere più torte lo fa decadere dal suo ruolo di essere umano da compatire), come la surreale canzone che ha preparato per la moglie in coma, come la sequenza della mammografia (devi aver qualcosa per forza, non può essere che stai bene, io ho bisogno di essere compatito!), o la scena dei lacrimogeni.
Scena assurda sì, ma importantissima per questa sottotematica del film, ovvero quella dell'incapacità di saper piangere (che vedemmo, con risultati grandiosi, in Synecdoche New York).
Perchè se è vero che l'uomo vuole essere compatito è anche vero che al tempo stesso lui compie esercizi su sè stesso per essere anch'egli in grado di compatire o, quantomeno, dimostrar tristezza per le cose.
Verso il finale l'uomo compie un gesto simbolico, ovvero togliere il quadro di quel mare placido e calmo (la serenità) per sostituirlo con uno di mare in tempesta (il dolore, il tormento).
Ma ormai nessuno ha più voglia di dimostrarli vicinanza, nemmeno quando finge di aver perso il cane.
E il film era già buono così.
Ma il finale è qualcosa di sontuoso, perchè unisce tutti i punti.
C'è un solo modo per essere ancora compatito, sterminare tutta la famiglia.
L'uomo ricorda l'omicidio del padre del suo assistito, ricorda l'affetto che la gente riversava sui figli del morto.
E allora ricostruisce lo stesso omicidio. E la sua mente è talmente fuori di sè che mette vicino al corpo la stessa biciclettina di quell'omicidio (se già in un omicidio era elemento senza alcun senso, ridicolo e quasi grottesco figuriamoci in due).
Poi continua il suo sterminio, e ancora biciclette.
Come se tutto l'universo di quell'uomo fosse lo stesso piccolo universo che lo spettatore aveva scoperto con il film, la compassione, un omicidio, una bicicletta.
L'uomo ha solo quegli elementi per raggiungere il suo scopo. Anche se niente ha senso di quello che sta facendo.
E alla fine, in uno script perfetto, abbiamo anche i capelli bianchi.
E abbiamo anche, finalmente, le lacrime, probabilmente vere.
Lacrime che fanno da colonna sonora ad un mare placido e sereno

7.5 / 8

1.12.18

Torino Film Festival 2018: Recensioni "Madeline's Madeline", "Marche ou crève" e "Vultures" di RICCARDO SIMONCINI

Risultati immagini per madeline's madeline film

Madeline’s Madeline (di Josephine Decker)
Ecco che arriva il film-esperienza di questo TFF36. 
Un racconto di formazione che prende le tinte di un thriller psicologico a tratti sperimentale. Un’esperienza immersiva nella vita di una sedicenne che sta crescendo. Che vuole crescere, soprattutto. Che vuole rendersi indipendente. Soprattutto perché quella ragazza di nome Madeline in passato ha dovuto affrontare una malattia psichiatrica, da cui ora si sente guarita. La madre, però, non è del tutto convinta della sua guarigione. La vede, infatti, come una persona debole, fragile, perennemente in pericolo e per questo bisognosa di aiuto. Madeline invece si sente indipendente, semplicemente diversa, incompresa probabilmente da tutte le persone che ha attorno. L’unico luogo in cui possa sentirsi a suo agio è il teatro. Un teatro sperimentale dove si annulla ogni tipo di limite. Un teatro dove ci si può finalmente sentire normali. Il ballo, il corpo, la musica, la voce, il ritmo, i costumi, le maschere: tutto diventa una liberazione. Tutto consente di scoprire una parte di sé prima nascosta. Madeline quando è sul palco esprime ed esplora se stessa, scoprendo e creando il suo Io. Ed è proprio così che, attraverso quel teatro, lo spettacolo si fonde con la vita. La realtà e la finzione scenica si sovrappongono. L’improvvisazione teatrale (così come il pathos teatrale stesso) diventa imitazione di una quotidianità difficile da accettare. L’eccesso di maschere, balli e musiche diventa un pretesto, invece, per camuffarla e confonderla quella realtà. Come se Synecdoche, New York (di Charlie Kaufman) avesse un’adolescente come protagonista. E in fondo forse la grande e vera malattia di Madeline è proprio quella di essere un’adolescente.
Risultati immagini per marche ou creve film
Marche ou crève (di Margaux Bonhomme)
Il confronto con una persona disabile da parte di un’intera famiglia raccontato attraverso uno sguardo che rifugge banalità e pietismo. Le musiche strappalacrime tipiche di queste tematiche lasciano lo spazio ai suoni onomatopeici che la diversamente abile Manon usa per comunicare. Suoni, come versi, per dire sì e dire no. Per esprimere allegria o rabbia. Questi suoni continuamente tornano nel film, scandendone il ritmo. Quei suoi che pian piano impariamo ad interpretare. Diventiamo noi stessi parte di quella famiglia. Siamo, cioè, immersi in un mondo che non è triste, ma semplicemente incompreso, difficile e spesso doloroso. Un mondo che, come detto, diventa anche nostro. E non è un caso che alla regia di questo film ci sia il debutto di una fotografa, Margaux Bonhomme, attenta ai dettagli, a suoni, ai gesti, immortalati nella loro durezza, come in una fotografia.  Così questo approccio registico ci obbliga a rimanere lì, in quel mondo, in quella famiglia. Cerchiamo di interpretarlo a fondo, di dargli un senso e forse cerchiamo pure di fornire soluzioni alle problematiche ad esso associate. Ma queste non si trovano. Perché paradossalmente quel mondo è troppo vero e reale per essere del tutto compreso. 
Tutti provano pietà, ma nessuno esterna compassione. Tutti giudicano dall’alto, a debita distanza. Nessuno prova, invece, ad avvicinarsi a quella famiglia, a comprenderla. Per questo acquisiscono valore gli abbracci, le carezze, le strette di mano che vediamo all’interno del nucleo familiare. Un bisogno di contatto fisico che è invece del tutto assente nelle persone che interagiscono con Manon. Perché, in effetti, è facile avere pietà, difficile invece è andare avanti, vicini, a contatto con la disabilità. Come se fossimo su una parete da scalare, di cui spesso è difficile vederne persino la fine. In cui la fatica si fa sentire ad ogni passo. In cui in ogni momento si pensa sia meglio mollare. Anche perché è un attimo cadere. È un attimo perdere quel contatto fisico.

Risultati immagini per vultures film
Vultures (di Börkur Sigthorsson)

Tra i diversi metodi sfruttati per il traffico di droga c’è quello basato sugli ovuli di plastica ingeriti dai trafficanti. Vultures parte proprio da questo: in particolare dalle complicazioni di quel trasporto di cocaina che avrebbe dovuto invece concludersi facilmente senza problemi. Qualcosa va storto e in poco tempo tutto si complica. Il film stesso vive di questo crescendo di tensione e azione che va pian piano a crearsi (anche se spesso in maniera troppo classica e prevedibile). Una tensione che si gioca principalmente sul piano personale. In effetti il vero pregio del film è proprio quello di concentrarsi prevalentemente sull’intimità dei personaggi, sul loro modo di confrontarsi con la dura realtà che li circonda, una realtà governata da qualcosa di incontrollabile, qualcosa che non si vede, ma che si percepisce. Le associazioni criminali, i cartelli della droga e tutte quelle organizzazioni tanto abusate nel cinema di genere rimangono sullo sfondo. Ma è proprio quello sfondo di Islanda, così duro, freddo e desolato il luogo in cui i personaggi interagiscono. Personaggi che, come detto, sono semplici esseri umani, con bisogni, desideri e paure altrettanto semplici. Personaggi che per diversi motivi, come già detto, si sono ritrovate in un mondo più grande di loro, in cui non contano nulla e in cui non ci si può affidare a niente e a nessuno. Un mondo desolato, dove è facile perdersi ed essere dimenticati.

28.11.18

Torino Film Festival 2018 - Recensioni "Ghostland" - "L'amour Debout" - "Papi Chulo"

Risultati immagini per papi chulo film

PAPI CHULO

Se non fosse stato per il The Guilty visto ieri questo sarebbe, ad oggi, il mio film del festival.
Divertente, delicato, profondo, un film che è una vera gioia per il cuore.
Il ricchissimo anchor-man Sean ha un periodo difficilissimo.
Così difficile da fare una figuraccia tremenda in diretta nazionale durante le sue previsioni del tempo.
Gli viene dato un periodo di riposo.
Decide di verniciare una macchia in un patio, una macchia che gli ricorda il suo ultimo fidanzato, Carlos.
Copre la macchia (metafora) ma poi si rende conto che adesso deve verniciare tutto il patio per uniformare il colore.
Si affida allora a un messicano, Ernesto, che non sa una parola di inglese.
Ne nascerà un rapporto basato sul non potersi capire.
Un rapporto che per Sean va molto oltre quello che sembra.
Film dall'umanità disarmante sul bisogno di sfogarsi, sulla capacità di saper ascoltare gli altri anche senza capirli, sulla tremenda necessità dei rapporti umani.
Ernesto rappresenta per Sean tutto questo.
Ma anche qualcos'altro.
Ernesto, uomo molto più vecchio e brutto del bel e atletico Sean, assomiglia infatti tantissimo a Carlos, l'ex fidanzato di Sean.
E allora avviene così un cortocircuito per il quale la stessa persona che Sean ha ingaggiato per "coprire le tracce" di Carlos è al tempo stesso qualcuno che gli somiglia, cosicché Sean, in realtà, dimostra l'incapacità di liberarsi di quel fantasma.
Film di pochissima regia ma tanta, tanta sostanza, Papi Chulo è una riflessione sul dolore, sull'incapacità di dimenticare, sull'elaborazione del lutto.
Tutto giocato su questa stranissima e improbabile coppia e sulla loro impossibilità di capirsi.
Ci sono tante scene divertenti, tanti equivoci, un'atmosfera sempre leggera ma più si va avanti più Papi Chulo mette cose dentro.
Splendida ad esempio la scena di loro due in auto che cantano Madonna, a dimostrare come la musica e i testi musicali possano essere un punto di unione tra lingue diverse.
Poi avverrà un delicatissimo colpo di scena, colpo di scena che ci farà vedere tutto da una prospettiva diversa e renderà il "dramma" di Sean, tutto quello che faceva, ancora più complesso.
E, in ultima analisi, Papi Chulo è anche un film sulla solitudine, su quella solitudine esistenziale che ti può colpire anche quando sei famoso e sempre in mezzo a mille persone.
"Li senti ancora i coyote?" chiede Ernesto a Sean.
Magnifico

8

Risultati immagini per l'amour debout film

L'AMOUR DEBOUT

Mmm, niente di che.
Già film dal soggetto simile (amori adolescenziali finiti) non mi fanno impazzire, poi se come ne L'Amour Debout tutto è un pò annacquato diventa un problema
Lea fa la guida turistica di Parigi.
Martin, il suo vecchio fidanzato, è un aspirante regista.
Lui è ancora molto innamorato di lei, lei forse lo stesso ma lo caca poco.
Martin, però, ha anche forti latenze omosessuali (anzi, più che latenze diciamo che è proprio bisessuale) mentre la dolce Lea inizierà a flirtare con un quasi 60enne.
Il problema del film sta proprio qua, in un soggetto che apparentemente è coraggioso (amori omosessuali e altri quasi pedofili) ma che invece non ha alcuna incisività, risulta innocuo e, specie nella storia di Lea e del "vecchio" musicista, tutto appare tremendamente inverosimile (che lei si sia innamorata di lui per una foto è abbastanza assurdo, se poi aggiungiamo che questo è un pesce lesso senza alcun carisma non ne parliamo).
Siamo dalle parti di Truffaut (anche se il regista francese che viene esplicitamente citato è Eustache), del racconto di questi amori, di queste pulsioni, tutto in una cornice di imbarazzata leggerezza.
Buffo come nel film ci sia quasi un'ossessione per le "lezioni", visto che tutti i personaggi principali (Lea come guida turistica, Martin come cineforum e l'amico biondo de Martin per il magnetismo - che è metafora? boh -) abbiano a che fare con un pubblico di ascoltatori.
Questo è uno di quei film che può piacere specialmente al genere femminile, o almeno ad un parte di esso, quella che ogni tanto vuole staccare la testa e veder raccontati teneri amori e disamori.
Un discreto tentativo di cominciar a far cinema

6 - -

Risultati immagini per ghostland film

GHOSTLAND

Laugier è un gran bel regista.
La sua sfortuna è forse quella di aver realizzato il capolavoro subito, quel Martyrs che è senza ombra di dubbio una delle meglio cose visti nell'horror negli anni 2000.
Anche Saint Ange aveva cose buone dentro (e tante altre meno buone) mentre I bambini di Cold Rock mi piacque davvero.
E sì, anche Ghostland è un buon film horror, non c'è dubbio.
Laugier sa girare, sa esser cattivo, è fantastico nel descrivere atmosfere e nello scegliere gli attori.
Il problema di Ghostland, però, è nel suo essere troppo derivativo.
E lo so, è molto bello quando un regista prende tanti clichè horror e riesce poi comunque ad esser personale (e Laugier, in qualche modo, ci riesce) ma è anche vero che alla fine nel 2018 di case maledette, bambole e quant'altro ne abbiamo piene le scatole.
E Ghostland nella prima parte non ha mezzo elemento per farci uscire dal "giàvisto1000volte" e io da un regista così importante e di questo talento non me l'aspettavo.
Per fortuna nel secondo tempo Ghostland si fa più interessante, complesso e molto meno banale. Certo non c'è un'idea nuova dentro ma la principale (quella di lei che per sfuggire agli orrori che sta vivendo immagina una realtà parallela futura felice) è davvero ben gestita e in un paio di passaggi pure emozionante.
Intendiamoci, in Ghostland funziona tutto, dalle due sorelle principali ai due maniaci (uno sembra Renato Zero l'altro Sloth dei Goonies grasso), dalle ambientazioni alle violenze (quando lui la alza per le gambe come fosse davvero una bambola è impressionante).
Gli appunti da fare prossimi allo zero ma, lo ripeto, la sensazione di vedere l'ennesimo film horror in catena di montaggio è stata forte.
In ogni caso davvero emozionante la parte finale, con questa bambina ormai devastata che continuamente si rifugia nel mondo parallelo (e futuro) che si è creata per non concentrarsi sulle torture che sta vivendo.
E l'immagine di lei che esce in barella è davvero potente.
Un bel film horror che non dice niente di nuovo ma è l'ennesima conferma che Laugier, il suo, lo fa sempre.
Ma Martyrs resta ancora lassù, molto più in alto

6.5 / 7








27.11.18

Torino Film Festival 2018, recensioni "His Master's Voice", "In Fabric", "Mandy" e "Tyrel"

A differenza del ToHorror dove la mattina ero sempre libero e c'erano pochi film in programma al Tff le proiezioni non finiscono mai, da mattina a notte tardissima.
E' davvero per me quasi impossibile trovare spazi per recensire, specie perchè è ancora più impossibile portarsi dietro il computer.
Ho visto una decina di film per adesso.
E scrivo oggi con tutti e 10 i film nella testa, quasi impossibile tirar fuori cose buone.
Di alcuni, a questo punto, nemmeno scriverò, altri per fortuna magari sono capitati a Riccardo, degli altri ancora ci proverò.
In questo primo quartetto ci sono 3 film di registi che avevo amato tantissimo in passato, Palfi (Taxidermia), Cosmatos (Beyond the black rainbow) e Sebastian Silva (Magic Magic).
Nessuno dei 3 film presentati al festival raggiunge il livello dei precedenti.
Proviamo a scrivere due righe l'uno

Risultati immagini per His Master's voice film palfi

HIS MASTER'S VOICE

Cominciamo col film di venerdì sera.
Non posso nascondere che le aspettative erano davvero alte visto che alla regia c'è quel Palfi che mi strabiliò che Taxidermia, film unico, difficile, a tratti rivoltante, grottesco ma anche pieno di cose dentro.
Il passo indietro è notevole.
Sin dall'inizio capiamo che l'ambizione è forte, il film ha chiare velleità esistenziali. Siamo davanti ad una via di mezzo tra un mock e uno sci-fi. Due ragazzi ungheresi vogliono ritrovare loro padre, scienziato emigrato tanti anni prima negli Stati Uniti.
Uno dei due è in sedia a rotelle e resta a casa, l'altro, specie dopo aver visto un documentario su dei fatti incredibili negli anni 70 (gente che esplodeva) - documentario in cui è sicuro di aver riconosciuto il padre - , parte.
Un film sulla ricerca di qualcosa insomma (molto interessante quel volto strappato, bianco, che vedono i due fratelli), ma questa ricerca così "umana" e piccola scoperchierà un mondo molto più vasto, talmente vasto da abbracciare l'Universo intero.
Il film ha due grandi problemi per me. Il primo è la ripetitività, così marcata da non permettere alla pellicola di partire mai veramente. 
Il secondoè il suo essere terribilmente verboso, specie negli intermezzi (e ce ne sono tantissimi) scientifici. Si spiega tutto ma malgrado si spieghi tutto il film rimane molto complesso e difficile da decifrare perchè vola alto, molto in alto.
A quel punto, se tanto volevamo renderlo difficilmente decifrabile, io avrei detto tante meno cose.
Ogni tanto la pazzia di Palfi fa capolino, specie nella stupenda sequenza del Gigante o quella nel sesso di gruppo. Scene però difficili da unire al contesto.
La cosa paradossale è che più il film è lineare e privo di guizzi più si complica.
E alla fine diventa una specie di opera dal collasso temporale sul senso della vita e, forse, sull'incontro tra più mondi e pianeti.
E in questo senso ho trovato davvero straordinario il finale (cosa più bella dell'intero film) con quel figlio che dal tappeto cucito dal padre prova a ricavare un programma in codice binario.
Finale davvero potente sia per questa particolarissima "eredità" padre-figlio sia per come viene rappresentato un possibile Senso del Tutto.
Per certi versi questo finale, ma anche forse tutto il film, potrebbe richiamare il non troppo riuscito The Zero Theorem di Gilliam

6.5

Risultati immagini per in fabric film strickland

IN FABRIC

Anche qua attese non piccole visto che il regista, Strickland, aveva diretto in passato un film che tantissimi appassionati mi hanno consigliato di vedere, Berberian Sound Studio.
Beh, no, non ci siamo per me.
In Fabric è la storia di un vestito maledetto, un abito da sera rosso venduto in uno strano e mefistofelico negozio in cui tutti sembrano parlarti de Stocazzo solo per venderti cose.
Già la figura di questi guru dopo un pò diventa ridicola ma i problemi del film sono tanti.
Per prima cosa, come sopra, il film è tremendamente ripetitivo.
Di solito quando siamo davanti a film su "possessioni catena di Sant'Antonio" seguiamo la vicenda del primo per intero e poi, alla fine, ci viene fatto capire che "tutto ricomincerà come prima".
Qua invece muore la prima protagonista, poi il vestito viene nelle mani di un altro e niente, rivediamo per intero tutto quello che avevamo già visto prima.
Film metaforico (anche se la metafora vestito rosso = pulsione o risveglio sessuale è abbastanza basica) anche con idee interessanti (il marchio al seno, la possibile critica al capitalismo e al consumismo) e più di una scena buona (fantastica quella della lavatrice) ma che non fa paura, quando diventa sentenzioso rischia l'effetto ridicolo e ha un finale talmente pacchiano e arbitrario da non crederci (la scazzottata al negozio, da cinepanettone).
Tra l'altro vengono inseriti degli inserti abbastanza surreali come quegli uomini che parlano alla donna di colore di strette di mano o saluti o come il datore di lavoro del secondo protagonista.
Film girato sempre in ambienti notturni o scuri (c'è forse solo una scena alla luce, quella dell'attacco del cane) e che, come capiterà con Mandy (ma lì in maniera netta e non confusa) non sa mai cosa vuol essere da grande, se un horror serio e inquietante o una specie di divertissiment di genere.
Scena emblema quella del "sesso" con manichino, di suo molto suggestiva ma resa ridicola dalla masturbazione dell'altro proprietario.
Nel finale, però, in quella specie di montacarichi-ascensore c'è finalmente un'idea che merita, rivedere tutti i personaggi che tessono il vestito.
Probabilmente ci sarebbe da decifrare ma il film non mi ha messo la voglia di farlo, troppo tardi

5.5

Risultati immagini per mandy film

MANDY

Terzo film e, ancora una volta, grandi aspettative.
Perchè Cosmatos girò quella perla assoluta di Beyond the Black Rainbow, straordinaria opera estetizzante e dall'atmosfera unica.
E i primi 20 minuti di Mandy mi avevano fatto sperare di ritrovarmi in un altro mezzo capolavoro.
Assistiamo in una prima parte che, come solo i grandi film riescono a fare, è riuscita ad emozionarmi da morire senza praticamente raccontare nulla, solo attraverso le immagini, i visi e le musiche.
Loro due stesi sul letto e quella luce che cambia continuamente, lei che appare da fuori il pelo dell'acqua, l'infartuante sequenza dell'arrivo del caravan, con la "banda" che viene ripresa, uno ad uno, e poi l'incrocio con lei, sempre in questa superba fotografia rosso cremisi.
E poi quella carcassa di animale nel bosco, il racconto degli storni, mamma mia che film mi dico.
Poi, però, Mandy cambierà totalmente.
E sono sicuro che tanti avranno apprezzato questo cambio di direzione (che ne fa sicuramente un cult) ma io no, io mi ero perso in quei primi 20 minuti, sognante ed emozionato. E ci credevo davvero.
E invece Cosmatos "tradisce" sè stesso (se vedete Beyond the Black Rainbow capirete) e fa uscire la sua parte cazzona, notevole eh, ma fosse stato per me l'avrei tenuta nel cassetto.
E così Mandy diventa una specie di crasi tra Ghost Rider (per la presenza di Cage) ed Evil Dead (di cui riprende in maniera pedissequa alcuni momenti, vedi la "preparazione" alle armi), un film visivamente sempre bellissimo (Cosmatos sarebbe bello anche se girasse un documentario sulle penne) ma che annienta tutta l'atmosfera della prima parte. Tra l'altro, a mio parere, avviene anche una specie di errore "emotivo", ovvero quello di creare una profonda empatia per la coppia del film (empatia che Cosmatos crea non con fatti avvenuti ma con emozioni tutte nascoste nelle immagini e nei volti) poi distrutta da questa pazza vendetta cazzona di Cage.
Ci si diverte (divertimento più di grana grossa che altro però), assistiamo a tanti omicidi, i mostri stile Hellraiser funzionano alla grande, c'è qualche buon splatter e qualche momento cultissimo (lui disperato in bagno, la faccenda della maglietta, la pubblicità del Grana).
Mandy diventa insomma un godibilissimo cinema di genere.
Eppure io ero rimasto agli occhi di lei, a quella carcassa nel bosco, a quei silenzi.
E avrei voluto non andarmene di là

6.5 / 7


Risultati immagini per tyrel film

TYREL

E niente, questa è la giornata dei film visti con alte aspettative a causa di film precedenti dello stesso regista e tutti andati un pò così così.
Questo poi era di gran lunga quello che più volevo vedere visto che alla regia c'è Sebastian Silva, il regista di uno dei miei film preferiti di questi anni, Magic Magic.
E il problema di Tyrel - che rimane un bel film - è proprio quello di esser venuto dopo quel mezzo capolavoro.
Ma non è tanto il problema dell'esser scesi di livello (per forza direi) ma che Silva ha commesso l'evidente errore di voler fare un film sulla stessa tematica (o quasi).
Quando in un dato argomento raggiungi il top l'errore più banale che puoi commettere è tornare di nuovo là.
Intendiamoci, i due film hanno notevoli differenze (Magic Magic poi di tematiche o interpretazioni ne ha una decina, Tyrel un paio) ma sono più, e più evidenti, i punti in comune.
Ancora una volta un film basato sul disagio interiore di un ragazzo, ancora una volta questo disagio che si crea in mezzo ad amici, ancora una volta una casetta sparsa nella natura.
E ancora una volta un film sulla difficoltà del vivere e relazionarsi, anche se in questo caso sia le cause che gli effetti sono facilmente individuabili.
Eppure l'incipit prometteva davvero molto.
Questo ragazzo di colore in mezzo ad una decina di altri (tutti bianchi), piccole battute spiacevoli, piccole tensioni. Silva è stato bravissimo nel non metter dentro nessun personaggio apertamente razzista, anzi, se andiamo a vedere i comportamenti in sè di tutti non c'è nulla da eccepire, in una serata tra amici qualche piccola frase spiacevole c'è sempre.
Eppure piano piano Tyrel (il ragazzo di colore) inizia a sentirsi a disagio, a bere troppo, a perdere il controllo.
Siamo davanti ad uno di quei film che io chiamo "pentola a pressione", quelli in cui i protagonisti, in maniera lentissima, iniziano a non farcela più, ad andare in apnea, a scoppiare.
Ne ho appena visto e recensito uno sull'argomento, Respire. Citerei poi anche Krisha, come minimo.
Iniziano ad apparire simboli già visti in Magic Magic (il voodoo, il doversi tuffare, un cenno pure all'ipnosi, la natura intorno, Michael Cera :)  ) e Tyrel, specie per contrasti col personaggio interpretato dall'immenso Landry Jones, inizia davvero a non poterne più.
E sì, se è vero che la tensione a volte non manca, è anche vero che il film non riesce mai a decollare e, a differenza sempre di Magic Magic, non porta nessuna premessa a soluzioni drastiche.
In definitiva un bel film, tutto giocato sui dialoghi e i rapporti, benissimo recitato e con 3,4 sequenze davvero belle.
Però, ecco, la sensazione che manchi davvero qualcosa è forte

6.5/7