20.2.17

Recensione: "Darling"

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Pieno di clichè, tutto visto e rivisto.
Ma con un grande stile, un uso del sonoro pazzesco, un montaggio superbo e un'attrice perfetta.
Tutto quello che può rendere, anche senza plot, un film veramente grande.
Pazzia? Demoni mentali o non mentali?
Tra Shining e Polanski un piccolo grande film

questo film fa parte de La Promessa (2 su 15)

presenti spoiler dopo la metà

Può un film senza la minima originalità di trama, pieno di clichè, senza alcun snodo narrativo interessante essere un gran film?
Darling è la dimostrazione di come il cinema possa essere tante cose e di come anche solo alcune di queste tante cose possano sopperire alla mancanza di altre.
Appena finito di vedere mi sono fiondato subito nella filmografia del regista, tale Mickey Keating, rendendomi conto che o questo l'ha girato suo fratello oppure il contrario, è suo fratello (che non so nemmeno se ha) ad aver girato gli altri.
Fa specie infatti che un regista capace di tirar fuori Darling abbia fatto quell'altra robaccia.

16.2.17

Recensione: "Maelstrom"

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Alle radici del regista del momento, Denis Villeneuve.
Finalmente arrivata da noi la sua opera seconda.
E che dire, Maelstrom è un film bellissimo, psicologicamente magistrale.
In una cornice allucinata e terribile di pesci maciullati abbiamo la storia di Bibiane, dei suoi sensi di colpa, della sua lenta discesa verso l'abisso, dei suoi incroci col destino e, forse, di una possibilità di rimetter la testa fuori.

presenti spoiler

E scoprire così che Villeneuve, grande, lo era sin dall'inizio.
E' un pò un errore comune quello di aver considerato Polytechnique il suo film d'esordio. Per anni l'abbiamo pensato in tanti.
E invece, piano piano, più il regista canadese diventava grande, anzi, grandissimo, più iniziavamo ad avere curiosità ed informazioni su di lui.
Per poi scoprire, chi prima chi dopo, che c'erano due film praticamente sconosciuti come sua opera prima e seconda.
Introvabili tra l'altro.
E adesso quei film sono arrivati anche da noi.
E il secondo di questi, Maelstrom, è bellissimo.

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Quello che fa specie è scoprire che Villeneuve ne ha curato interamente la sceneggiatura, lui che praticamente l'ha sempre affidate poi -al massimo collaborandovi insieme- a mani esterne.
Perchè lo script di Maesltrom è un grandissimo script, denso, psicologicamente perfetto, pieno di incastri e con una cornice a dir poco allucinante.
Ecco, in Maelstrom sembrano esserci abbozzati tanti dei temi e degli stili che Villeneuve porterà poi nei suoi film più grandi.
Il fratello e la sorella di Incendies, la piccola vicenda che diventa quasi Mito sempre di Incendies, i dilemmi morali ed etici di Sicario e Prisoners ma soprattutto una densità psicologica pazzesca, quel continuo stare a galla tra sanità e pazzia, che sarà poi fulcro di Enemy.
Eppure se proprio dovessi dare dei riferimenti che riassumano perfettamente questo Maelstrom io direi che sembra un 21 grammi girato da Trier.
Del capolavoro di Inarritu riprende molto delle dinamiche (incidente stradale, morte, conoscenza tra il parente di chi è morto e l'incauto assassino. E potremmo anche collegare il ruolo di Penn a quello del ragazzo di Maelstrom volendo. Tra l'altro lei somiglia molto alla Watts) e una certa atmosfera carica di dolore.
Ma, non solo, ne riprende anche una sceneggiatura a incastri (anche se più soft di quelli di Arriaga) e un senso pazzesco del destino.
Ma tutto sembra poi messo in una cornice che a me ha ricordato tantissimo Trier.
Vuoi perchè il mondo scandinavo, benchè il film sia ambientato in Canada, è molto presente, vuoi per una certa grana fotografica, vuoi per anche una lievissima carica umoristica in alcuni passaggi (penso al collegamento della perfetta scena del polpo coriaceo, quella in cui si scopre che il pesce non era di qualità proprio perchè era morto il pescatore ucciso da Bibi) ma, soprattutto per quella allucinante cornice del mattatoio dei pesci, così assurda, tetra e surreale (mi ha ricordato molto quella dei down di The Kingdom), per l'uso di voice off che racconta e di didascalie.
Insomma, una via di mezzo tra gli arzigogoli di script e il verismo di Inarritu e la sperimentazione trierana.

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C'è un pesce tremendamente maciullato che, in una location infernale e splatter, ci racconta una storia. Praticamente, se ci pensate, è la stessa cornice che avrebbe potuto esser presente in Incendies volendo, un'escamotage che dà alla storia che vedremo un'aura universale, mitologica, paradigmatica.
Come se quello che vedremo fosse una favola nera che va al di là delle strette vicende raccontate.
Ed è la storia di Bibiane, una giovane donna (interpretata dalla bellissima e formidabile Marie-Josèe Croze, vista tra l'altro nello splendido Non dirlo a nessuno), dicevo è la storia di una giovane donna e della sua lenta, lentissima discesa psicologica verso l'abisso.
Il film si apre con un aborto (non sappiamo nè perchè nè di chi fosse il figlio) e questo marchio di senso di colpa non si toglierà di dosso a Bibiane per tutto il resto del film.
Anzi, in rapidissima sequenza i sensi di colpa di Bibiane diventeranno parecchi altri.
Su tutti l'aver fatto perdere all'azienda di famiglia un mucchio di soldi e l'aver involontariamente investito un uomo, causandone la morte.
In appena un giorno o due Bibiane ha dato la morte volontaria al suo futuro bambino, quella involontaria ad uno sconosciuto e ha perso il lavoro.
Tra l'altro ognuno di questi aspetti rimane segreto, suo e di pochi altri. E il senso di colpa segreto, quello che non puoi condividere con nessuno, è forse ancora più assassino.
Parte un film che per almeno un tempo è davvero straordinario.
Si respira fatalismo dietro ogni porta, c'è angoscia, una sensazione di apnea, di asfissia, il dramma della protagonista (eticamente e moralmente persona certo discutibile) è vissuto dallo spettatore in maniera perfetta.

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E poi si torna ogni tanto in questa cornice pazzesca e straniante di sangue, decapitazioni di pesci e maciullamenti.
Con questa voce che racconta che sembra saper tutto, che sembra volerci dire che quello che vedremo, forse, è un insegnamento, che tutto alla fine ha una morale.
I pesci cominciano a spuntare dapertutto, anche nel film "normale".
Pesci, acqua e quel titolo, Maelstrom, che la dice lunga.
Sì, perchè con una simbologia perfetta che alla fine collassa tutta insieme il film racconta di mare, di pesci, di Norvegia (l'uomo che lei uccide è norvegese) e proprio in Norvegia è quel gorgo che dà il titolo al film, quel Maelstrom, che non è altro che l'abisso nel quale sta finendo la protagonista, sempre più giù, sempre più giù.
E se la sua fine sembra legata alla Norvegia così lo sarà anche la sua salvezza.
E non è un caso che il figlio dell'uomo ucciso, anche lui norvegese, di professione faccia il sub, il sommozzatore, sia quindi l'uomo perfetto per riportar su a galla una donna che sta lentamente affogando.
E che in realtà, di affogare, ha rischiato davvero, lei dentro quella macchina che rappresenta il suo senso di colpa (anche qui mi ricorda 21 grammi) quella macchina che prima si prova a lavare e poi a far scomparire come fosse una coscienza.
Ma la vita ha dato una seconda chance evidentemente a Bibiane.
E questa seconda chance avrà un vestito realizzato perfettamente da un sarto Destino.
L'incontro che sarà fulcro della seconda parte del film (per me più debole, prevedibile e classica) sarà al tempo stesso un modo per fuggire via dall'incubo ma anche, paradossalmente, per entrarvi ancora più dentro.
Quel figlio della persona uccisa è il gorgo finale, insieme beffa tremenda e insperata speranza.
E il fatalismo del film diventa sempre più grande con quest'uomo la cui madre annegò, con quest'uomo che doveva prendere un aereo in cui, si saprà, moriranno tutti.
Ed è lei ad averlo salvato da quel volo, lei che forse, adesso, ha un pò pareggiato quel conto terribilmente in perdita col fato e con la propria coscienza.

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"Sei un angelo" le dice lui 
"Ti Amo" le dice sempre lui la sera stessa che l'ha conosciuta, perchè i sub sono uomini da decisioni prese in fretta si sa.

E però è quello l'angelo che gli ha portato via un padre e che fino a quel momento ha fatto finta di nulla.
Ma per uscire finalmente dal Malstrom, per poter riportare la testa fuori, la verità va detta.
E porterà ad una crisi, e porterà ad una scena magnifica, simbologicamente perfetta, quella delle ceneri gettate addosso a lei, a chi l'ha causate.
Ma un'aspirapolvere pulirà tutto.
E poi sarà una nave, là in Norvegia, là proprio nel pezzo di mare preciso dove è nata la leggenda del Maelstrom.
Ma il mare è calmo, la nave procede tranquilla, c'è un abbraccio.
Perchè il Maelstrom di Villeneuve non è un luogo fisico ma mentale.
E una donna è riuscita a venirne fuori.
Rimane ancora un pesce maciullato che, forse, vuole dirci non solo la morale di questa favola nera, ma il senso stesso della vita.
Ma come accadde a Caden Cotard questo senso, questo nome dello spettacolo, non potrà esser detto.
E stavolta il "die" è una mannaia sulla testa



14.2.17

Recensione "Reversal"

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Prima o poi tornerò a vedere e recensire tutti i bellissimi film che ho in lista da vedere, in sala o no. 
Ma in questo periodo in cui elemosino davvero due ore libere riesco solo a buttarmi, ogni tanto, sul thriller e l'horror.
E anche stavolta l'ho fatto senza alcuna aspettativa, giusto per vedere qualcosa.
E invece Reversal è un thriller a tratti sorprendente, "nuovo", diverso, che batte strade alternative a quelle di tanti altri.
Certo, ha assunti e derive improbabili, però, signori, questo film osa. E osa anche nel non spiegare troppo.
E ha una grande regia e una grande interprete.
Ma ce ne fossero, ce ne fossero come Reversal

presenti spoiler

Al netto di pregi e difetti è un sì, un assolutamente sì cazzo.
Ero straconvintissimo che mi sarei trovato davanti il solito film di prigionia e invece no, Reversal è un thriller che cerca continuamente di scompaginare le dinamiche viste e riviste nel genere.
Se non fosse per qualche assurdità di trama (e un soggetto talmente improbabile e strampalato da far fatica a renderselo credibile ) direi addirittura che questa opera prima (o seconda, non ho capito) di tal Cravioto potrebbe tranquillamente diventare un piccolo cult.
Quello che è sicuro è che questo per me è il modo di affrontare il genere, con strade laterali, con sceneggiature anche pazze ed improbabili, ma "nuove".
E poi lo stile, ragazzi, c'è, eccome.

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Una ragazza è tenuta prigioniera in un laido scantinato.
C'è di tutto per vedersi un altro Split, un Room o uno delle miriadi di film su ragazze rapite.
E invece dopo 5 minuti c'è subito il colpo di scena.
La ragazza si libera.
Ecco allora che quel, al solito, banale ed evitabile sottotitolo italiano, "La fuga è solo l'inizio", per una volta almeno centra perfettamente la vera particolarità del film di Cravioto.

12.2.17

Recensione: "I Gangsters" (1946) - Il Bar dei Nottambuli, viaggio nella storia del noir americano (9)

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Torna il nostro esperto di cinema classico, Fulvio.
Siamo ormai al nono appuntamento con il suo viaggio nella storia del noir americano.
Sempre un piacere leggerlo

Era il 1946 quando un lungimirante e coraggioso produttore indipendente, Mark Hellinger, decise di acquistare i diritti per la trasposizione cinematografica di un racconto di Ernest Hemingway, The Killers. Il plot del racconto, un pugile in fuga che attende rassegnato la sua esecuzione per mano dei sicari di un gangster, servì come prima parte per il film diretto da Robert Siodmak e sceneggiato da Anthony Veiller (nonché da John Huston, il quale però non compare nei crediti).
Questa pellicola segna la consacrazione di due grandi icone di Hollywood: Burt Lancaster, fino ad allora sconosciuto, nei panni Peter Lunn lo Svedese e Ava Gardner in quelli della femme fatale Kitty Collins.

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Le musiche inquietanti di Miklos Rosza ci calano immediatamente nell'atmosfera cupa e incalzante di una marcia di morte: i titoli di testa si aprono in una strada notturna percorsa ad alta velocità; le silhouette di due uomini in trench e borsalino incombono come avvoltoi nel parcheggio malamente illuminato di una tavola calda. Si apre il dialogo martellante e ossessivo tra i due sicari e il gestore del diner, un dialogo che ripercorre fedelmente quello del racconto di Hemingway e che non ha nulla da invidiare a Tarantino.
La coppia di assassini terrorizza il gestore rivelandogli l'intenzione di freddare lo Svedese, il quale avrebbe dovuto trovarsi a cenare proprio lì. Non trovandolo, i killer si muovono alla sua ricerca.
Nick, il giovane collega dello Svedese e testimone della scena, corre subito ad avvertirlo del pericolo imminente, ma Peter si mostra rassegnato dinanzi al proprio destino, manda via Nick e resta ad attendere che gli assassini portino a termine il proprio lavoro.
Qui finisce la traccia di Hemingway e comincia il lavoro inedito degli sceneggiatori, che ricamano una vicenda tra il noir e la gangster story.
Seguiamo le indagini del detective Jim Reardon (un magnifico Edmond O'Brien), che ricostruisce l'intero antefatto dell'omicidio.
L'intreccio della storia è narrato discontinuamente ed è articolato in flashback, ognuno dei quali mostra il punto di vista dei singoli personaggi.

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La bellezza e l'originalità di questo film risiedono proprio nella coralità della vicenda, nella quale tutti i personaggi che compaiono sono a loro modo protagonisti della storia: quella di Peter Lunn lo Svedese, l' ex pugile che si unisce alla banda di Big Jim Colfax (Albert Dekker) per compiere la grande rapina ma che si innamora della donna del capo, Kitty, e decide di fuggire con lei e col bottino. Kitty ha però in mente altro e pianterà in asso Peter, lasciandolo solo a subire la vendetta dei complici traditi.
Ma l'indagine serrata di Reardon porterà alla chiusura del cerchio, che si stringerà sempre più attorno al mandante dell'omicidio, agli esecutori dello stesso e alla traditrice Kitty, riuscendo amaramente a dare giustizia postuma allo Svedese.
Se con questo film Burt Lancaster esce dall'anonimato con la recitazione dolorosa e sofferente, tragica e travagliata di un uomo distrutto dalla fatalità delle scelte sbagliate e dall'amore maledetto per una donna cinica e manipolatrice, Ava Gardner si consacra come diva del grande schermo interpretando un personaggio angelico e luciferino allo stesso tempo (nello stesso anno vincerà il premio della rivista Look).
La grande rapina, la donna del capo, la fuga col bottino, sono tutti elementi che gli sceneggiatori elaborano dalla ricca tradizione dei gangster movie degli anni '30. Più avanti vedremo come questo filone ancora vivo si mescolerà di nuovo con il noir.

11.2.17

Il Senso della Vita, ovvero 30 film esistenzialisti o che si pongono grandi domande - PARTE 2

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Ed eccoci alla seconda parte della lista proposta ieri.
Per sapere, bene o male, di che si tratta vi invito a cliccare qui e vedere la prima puntata.
Partiamo

i titoli portano alle recensioni


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L'importanza delle nostre emozioni.
Di tutte le nostre emozioni.
E di come sia necessario farle stare insieme, dare a ciascuna di esse il proprio spazio, per poter, forse, essere felici


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L'ho scritto più volte, difficilmente troverete un film con dentro più possibili interpretazioni e tematiche.
Quello che è sicuro è che Magic Magic è un film sull'asfissiante e soffocante difficoltà di stare al mondo


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Per un certo verso questo è lo Still Life orientale.
Perchè se è vero che i due film sono diversissimi tra loro entrambi trattano la morte, la partenza, con una delicatezza, un rispetto e una serenità infinita.
Uno di quei film che fanno bene all'anima


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E se il senso della vita -in una vita poi che nemmeno ha più senso- lo si ricercasse in un corpo morto?


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Sembra un ghost movie molto elegante.
Sembra solo questo.
Non lo è.
Se la lettura che gli diedi è quella giusta questo è un film dall'anima e dal significato grande


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Perchè è il mio film definitivo sul mal di vivere


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Il film esistenziale se ce n'è uno.
Quello libero da ogni aggiunta, orpello, struttura.


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Il film delle scelte.
Della difficoltà di farne una.
Dell'impossibilità, a volte, di poterle fare.
Capolavoro


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Perla dell'assurdo e del grottesco sembra "solo" un film strambo e divertente.
Ma a me parve invece un film che in ogni gesto, in ogni inquadratura, in ogni dinamica, sembrava raccontare della vita e dell'impossibilità di riuscire a coglierla nitidamente


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Il film sul Dolore e sulla Sofferenza.
E quello sui rapporti padri-figli, sul ricordo, sul non dimenticarsi mai


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Può esistere l'amore eterno?
E a che gesti possiamo arrivare, a fine vita, per amore?
Haneke, la vecchiaia e l'indissolubile legame di una coppia


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Andersson e la sua visione grottesca, disperata, fredda e priva di speranza dell'umanità.
Non ne usciamo fuori bene, ma che bellezza


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La difficoltà nel capire fino in fondo questo film è pari solo alla sua meraviglia.
Il senso di colpa restituito nel cinema come raramente si è visto prima


Risultati immagini per the bothersome man

Surreale.
Un uomo che arriva in una città dove tutti sembrano felici.
Ma niente ha sapore ed odore.
Una grandissima riflessione sulla nostra società, sulla morte dell'individualismo e sulla ricerca della felicità


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Come disse un lettore non è un film con tutta la vita dentro, ma è la vita con dentro un film



10.2.17

Il Senso della Vita, ovvero 30 film esistenzialisti o che si pongono grandi domande - parte 1 -

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Chi siamo?
Che ruolo abbiamo nel mondo?
Quali sono le cose per le quali vale la pena vivere?
A cosa somiglia la nostra esistenza?

Non voglio certo parlare di "esistenzialismo", non ne ho le competenze e non basterebbero post su post.
Però, ecco, in modo molto prosaico ho pensato di farmi venire in mente una lista di film che, in qualche modo, pongano grandi domande.
Sarà un'accozzaglia, poche liste come questa possono essere contestate.
Però ho cercato di avere una "coerenza", almeno mia personale, e segnalare quei film che mi hanno fatto andare "oltre" le immagini che vedevo, mi hanno fatto riflettere sulla vita, sull'amore, sulla gioia, sulla tristezza, sulla realtà e sulla trascendenza, su cosa valga la pena e su cosa no.
La maggior parte di questi film avranno un'aura abbastanza negativa, malinconica, nera, ma quasi sempre il cinema esistenzialista ce l'ha.
Molto spesso film "metafora", ma non sempre.

Ah, NON ho incluso tutti quei film di fantascienza intimista di cui avevo già fatto una lista.
Via, vediamo quello che viene fuori

ogni titolo rimanda alla recensione completa


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Una clinica dove andare a morire.
Grottesco, anche divertente ma nero, molto nero.
Abbiamo il diritto di decidere quando morire?


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Un campo.
Dei disertori e un alchimista lo attraversano.
L'ultima mezz'ora, psichedelica, pazzesca, toglie questo film dalla "corporalità" e lo porta ad una dimensione quasi metafisica.
E, forse, capiamo quel campo in Inghilterra cos'era


Risultati immagini per TRIANGLE FILM

Grandioso thriller.
La morte, il senso di colpa.
Possiamo riparare i nostri, terribili, errori?
Abbiamo davvero la possibilità di tornare indietro?


Risultati immagini per STILL LIFE FILM

Perchè anche dopo la morte ci sia qualcuno che pensi a noi, che non ci lasci soli, anche se non siamo più.
E forse, anche per lui, non lasciarci soli è l'unica maniera per sentirsi vivo


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Una bella vita, una bella famiglia.
Poi accade una cosa piccola, piccolissima, ma che apre una voragine tremenda.
L'istinto di sopravvivenza personale che si scontra con quello di salvare i propri affetti.
E noi, cosa avremmo fatto?


Risultati immagini per MINE FILM

Il piede pesta la mina.
Muoversi significa morire.
Ma nella vita, a volte, non dobbiamo avere paura di muoversi.
E farlo quel passo


Risultati immagini per VALHALLA RISING

Refn firma quello che forse è il film trascendente per eccellenza di questi nostri anni.
Molte vostre domande forse non avranno risposta.
Ma è normale, questo è un film oltre.
Oltre


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Il capolavoro di Noè.
L'allucinato, metafisico, struggente e psichedelico viaggio della nostra coscienza.
Della nostra anima.
Verso, forse, una nuova vita


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Purtroppo quasi impossibile da recuperare, questo piccolo film è una perla.
Colto, pirandelliano, delicato.
Un uomo e il suo rivivere continuamente gli ultimi due giorni di vita.
Al tempo stesso una dannazione e una tentazione


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Perchè uno dei possibili sensi della vita è anche l'Amore.
E nessuno lo racconta così


Risultati immagini per THE ZERO THEOREM

L'ultimo, ambiziosissimo e non del tutto riuscito, film di Gilliam.
Qui il Senso dell'Esistenza può essere addirittura calcolato.
E il risultato che ne viene fuori è lo 0, il Nulla


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Io lo lessi come un gigantesco omaggio al Cinema.
Ma non è solo quello, non è solo quello.
La vita e la sua rappresentazione, l'Uomo e l'Attore


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Il biglietto falso di una falsa vincita come metafora di quelle piccole cose che, a fine vita, ci possono ancora portare ad avere stimoli di andare avanti.
E anche se questo andare avanti porta a qualcosa che non ha senso, il senso è lasciarcisi comunque portare

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Un uomo e il suo viaggio nella neve per andare, finalmente, a ritrovare suo figlio.
Film che è tanti generi insieme, anche leggero e divertente.
Ma che racconta, probabilmente, un viaggio che è un fuggir via dalla solitudine e dalla depressione


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E per finire questa prima puntata il film definitivo sul non senso di vita, sull'odio, sulla misantropia.
Anche se, poi, quel senso forse lo si ritroverà.
Nel modo più immorale e disturbante che ci possa essere

FINE PARTE 1 - CONTINUA -


9.2.17

Recensione: "Incarnate"

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I film perfetti da vedere col cinema a 2 euri.
Solito horror sulle possessioni demoniache.
Ma con almeno 2 variazioni sul tema davvero interessanti, talmente tanto da farmi dare una sufficienza finale.
Ma c'è una scena che entrerà nella storia per quanto irreale.
Quella del Padre nel Sacco Nero

presente qualche spoileruccio

Ah, il cinema a 2 euri...
Quella confortante sensazione che qualsiasi cosa vedrai non saranno stati soldi buttati...
Il secondo mercoledì del mese è ormai diventato l'appuntamento con il "rischio", almeno per me che vado spesso al cinema ma quasi sempre con la certezza di andarmi a vedere roba molto bella...
E niente, mio fratello mi porta a vedere questo.
Non so niente, solo il titolo.
Parte il film e i primi 5 minuti mi danno quell'inconfondibile odore di minchiata.
La homeless nera truccata e caratterizzata manco fosse uno Z Movie, il bimbo che sente i rumori in casa, le solite cose insomma.
E poi quegli occhi rossi e il titolo graficamente stile Noè.

INCARNATE
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Mè coglioni.
E parte così l'ennesimo film sulle possessioni demoniache, una cosa da sfrantumasse le palle solo a pensarci.
Però però però Incarnate avrà il merito di fare qualche piccola ma interessante variazione sul tema.

7.2.17

Recensione "The Tree of Life" - Scritti da voi (100!!!!) - Claudio Rugiero



E così siamo arrivati -senza nemmeno essercene resi conto- al pezzo esterno (ossia non scritto da me) numero 100.
Tantissimi.
Certo, su 1200 post non arriviamo nemmeno al 10% del totale, ma l'iniziativa partita 2,3 annetti fa si è confermata davvero riuscita ed ha permesso a tante persone di farsi leggere e conoscere.
Questa è la seconda volta per Claudio Rugiero, alle prese con l'analisi di uno dei film cardine di questi nostri anni, The Tree of Life


Qualche tempo fa mi chiesero una spiegazione del film di Terrence Malick “The Tree of Life”, Palma d’oro a Cannes nel 2011, uno dei film più complessi mai visti. Interpretato da Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain, “The Tree of Life” inaugura per il regista più riservato di Hollywood la trilogia esistenzialista, proseguita poi con il fiacco “To the Wonder” e il quasi riuscito “Knight of Cups”. La complessità del film risiede nel fatto che gli eventi narrati non seguano un ordine cronologico ma piuttosto un ordine sensoriale: non vengono narrate le cause per scoprirne le conseguenze ma, al contrario, dalle conseguenze si può arrivare a comprendere le cause. Nel film gli eventi della storia vengono risucchiati dal complesso apparato metafisico che il regista riesce a costruire.


Nero.

Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della Terra?

(Giobbe 38,4)

Dal nero una piccola e debole fiamma accesa. Udiamo una voce fuori campo:

“Fratello!...Madre!...Sono stati loro a condurmi alla Tua porta!”.

6.2.17

Recensione "Regression"

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Anche noi, 20 anni prima di Dolan, abbiamo avuto il nostro enfant prodige.
Si chiamava Amenabar e a soli 32 anni aveva già girato almeno 3 grandi film (anche The Others, per capirsi).
Poi, dopo Mare Dentro, è praticamente scomparso.
E certo questo Regression non lo aiuterà molto a tornar fuori.
Thriller evitabile, un pò troppo patinato e poco coinvolgente ma che ha un grande merito, quello di raccontare, specie nell'ottimo finale, di un argomento pochissimo battuto al cinema.
La psicosi, l'isteria collettiva visti da un lato molto interessante.
Peccato, perchè alla luce del finale avevamo tra le mani un gran bel soggetto.

spoiler dopo ultima immagine

L'abbiamo avuto anche noi il nostro Dolan eh?
Certo meno bello, meno affascinante, probabilmente meno talentuoso.
E anche più "vecchio".
Si chiama(va) Alejandro Amenabar, spagnolo.
In quell'epoca a cavallo tra la fine anni 90 e i primi anni 2000 ritrovarsi un autore che dai 20 ai 30 anni sapeva tirar fuori certi film fu davvero una cosa nuova, sorprendente.
L'opera prima a 24 anni, Tesis, fu interessantissima (e ancora ricordo il mio urlo quando trovai il dvd in una bancarella di Firenze. Il film era introvabile e il commercio online, ovviamente, doveva ancora arrivare).
Poi l'anno successivo arriva Apri gli occhi, talmente nuovo e pazzesco come soggetto che gli americani non poterono resistere a farne il remake, Vanilla Sky.
E poi, a 29 anni, proprio negli Stati Uniti, arrivò The Others...
E come dimenticarsi Mare Dentro, anche solo per identificarlo come il film che, finalmente, lanciò nel grande cinema quel fenomeno di Bardem (c'era anche Belen Rueda...).
Amenabar a soli 32 anni aveva il mondo in mano.
Quello che gli è successo poi non lo so.

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Sta di fatto che negli ultimi 13 anni ha girato due soli film, Agorà (che mi dicono buono) e questo thriller Regression che, scusate la battuta, è una tremenda regressione nel cinema del (fu?) grande regista spagnolo.
Ambientato nel 1990 (e, attenzione, gli anni sono molto importanti) Regression racconta la storia di un detective finito in una torbida storia di abusi sessuali, sette sataniche ed omertà.
Una di quelle pellicole che, in teoria, amo molto, quella delle comunità laterali, delle storie squallide e dure, psicologicamente forti.
Eppure il difetto di questo film sta in una confezione troppo patinata, cinematografica, che non restituisce affatto lo sporco e il disagio di quello che racconta.
Anche per colpa di una sceneggiatura (almeno nella parte dialogica) tremendamente debole, bisogna dirlo.
Siamo dalle parti di quei film che mettono in contrapposizione Scienza, Fede e Legge (ossia senso pratico). Il che è sempre molto interessante sì, ma non se lo fai in modo così grossolano e manicheo.
I dialoghi tra il detective Kenner (un Hawke che fa sempre il suo) e lo psicologo Raines arrivano davvero a derive talmente scontate da non crederci.
E così avviene anche con il (per me pessimo) reverendo.
Un gioco di ruoli, insomma, davvero mal scritto.
Come se non bastasse abbiamo una storia che prende poco, abbastanza ripetitiva (un sogno sì, due sì, ma 3 o 4 no...), quasi mai inquietante e davvero banalotta.

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La chiave "nuova" per raccontare cose già viste e riviste è allora quella che dà il titolo al film, ovvero l'uso dell'ipnosi regressiva (che usava anche mio nonno ricordo). E anche qua il film, però, non decolla e, anzi, questa cosa della regressione rimane limitata solo alla sua prima parte, senza avere più nessuno sbocco.
Però oltre a qualche buona scena (il primo montaggio parallelo tra lui nel fienile e l'immaginazione che si fa ascoltando i nastri, il suo primo sogno o qualche altra cosa qua e là) ad un certo punto il film inizia a mettere dentro una cosa interessante che poi, nel finale, diventerà addirittura molto interessante.
Ad un certo punto sembra di trovarsi nello splendido Il Seme della Follia, con tutta quella gente suggestionata da un libro.
Sempre più riti demoniaci, sempre più sette, sempre più gente che inizia ad avere incubi o si sente osservata (buone le scene dove Hawke percepisce questo).
Ma comunque, lo ammetto, qualsiasi scenario mi ero fatto per un eventuale finale era peggiore di quello poi scelto da Amenabar.
Che qui sì, in questo scelta di soggetto, dimostra un pò della vecchia grandezza.
Ed ecco che Regression, con quel twist finale, diventa un qualcosa che ci si mangia le mani sia stato gestito così in precedenza.

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La psicosi collettiva e le suggestioni non derivavano da dei fatti concreti che avevano impaurito tutti ma, al contrario, avevano portato a "creare" questi fatti concreti.
Nel senso che in quella cittadina non era mai successo nulla.
C'era soltanto la storia di una ragazzina (ah già, giusto, c'è anche Emma Watson, non l'avevo ancora nominata) che, creduta vera, aveva portato ad un clima talmente teso e suggestivo da "caccia alle streghe".
Ricorda la vicenda di quell'asilo sul romano dove, a causa della denuncia di una famiglia, tutti iniziarono a pensare che anche i loro figli avessero potuto esser stati abusati (una vicenda vergognosa).
Ed è davvero ottimo che in questo clima per cui, un pò per quel libro uscito, un pò per i racconti della ragazzina, un pò per notizie sporadiche di riti satanici qua e là, ogni personaggio del film, in qualche modo, si ritrova a "vivere" questa storia in modo diverso.
Lo stesso Hawke resterà tremendamente turbato da questo clima e più volte sognerà uomini incappucciati e truccati che lo vengono a prendere. E a capo di questi chi c'è? semplicemente la veccnina il cui volto campeggia nelle pubblicità della città.
Ovvero la nostra testa plagiata prende elementi da tutto quello che ci sta intorno e si crea scenari suoi.
E l'altra cosa molto interessante è che in questo clima di plagio psicologico persone più deboli, come il padre di Angela, si ritrovano a vivere in un eterno senso di colpa, convinte di aver fatto qualcosa di tremendamente sbagliato.
Insomma, Regression è un innocuo thriller che nel finale diventa un grande soggetto sul plagio e sulla psicosi collettiva.
Almeno in questo mi sei sembrato quello di un tempo mio caro Alejandro

6.5