13.11.19

Recensione: "Parasite"


L'ultimo Bong è, al solito, un grandissimo film, forse addirittura il suo migliore di sempre.
Una famiglia poverissima, quella dei Ki, una ricchissima, quella dei Park.
I primi che, furbescamente, riescono ad andare a lavorare per i secondi (e qui potremmo discutere sul significato di parassita).
Ne nasce un film che non è tanto uno scontro di classi quanto un incontro, in ogni caso qualcosa che regala allo spettatore un affresco di disuguaglianza incredibile.
Ma, come in Joker, i personaggi non sono portatori di messaggi sociali o politici anche se il messaggio che ne viene fuori è quello.
Ma c'è una cosa che appartiene da sempre all'Uomo, la dignità.
Ed ecco che in questo film così camaleontico, tanto divertente prima quanto inquietante poi, anche la puzza di un uomo può diventare protagonista.
Stupendo

Partiamo dal titolo perchè la questione è interessante.
In teoria il parassita è colui che "mangia" sugli altri, che senza far niente sfrutta li sfrutta, chi vive su spalle altrui.
Ora, il bellissimo incipit del film, con quella Wi-Fi persa e poi cercata altrove, è abbastanza pertinente in questo senso.
Anche se li vediamo lavoricchiare sulle scatole da pizza, cercare di sbarcare il lunario.
Insomma, più che di parassiti parlerei semplicemente di estrema povertà.
Poi il film racconterà qualcosa di diverso, delle figure che si allontanano ancora di più da quel termine.
La famiglia Ki lavorerà per quella Park, i loro servizi sono "reali" (solo quello della figlia è ambiguo) e, anzi, sono servizi di discreto o ottimo livello (ottimo l'inglese, ottimo l'autista, discreto o buono la governante).
In questo senso il termine parassita, ovvero qualcuno che senza far nulla approfitta di altri, è assolutamente improprio.
E non sono nemmeno del tutto truffatori visto che un buon truffatore, ovviamente, frega il truffato, non gli rende servigi reali.
Quindi definirei la famiglia Ki come uno strano ibrido, semplicemente dei poveri - estremamente poveri - che con furbizia e manipolazione riescono a trovar lavoro.


Numero due.
Non ho letto alcuna recensione ma di sicuro questo film sarà stato letto come un conflitto di classi.
Ovvio, lo è, ma come già accadde per Joker (personaggio che non aveva alcun valore politico di suo, ma che quel valore l'ha scatenato nel popolo) anche qui ci troviamo davanti a persone che non hanno alcuna acredine col mondo dei ricchi, che non hanno alcuna valenza politica, semplicemente dei poveri che trovano un modo per lavorare dai ricchi.
Direi addirittura che i Ki "amano" i Park.
In questo senso Parasite non racconta nessuna lotta di classe, quella Bong semmai l'ha affrontata in Snowpiercer, quello sì metafora di una battaglia, di ideali, di uguaglianza, di odio tra differenti situazioni sociali.
Direi semmai che racconta un incontro di classi, una loro straordinaria commistione che, inevitabilmente, ne mostra tutte le differenze.
C'è un solo elemento, un solo piccolissimo elemento, che possiamo vedere come simbolo di estremo contrasto e difficoltà tra le due "fazioni" e, non a caso, è l'elemento che porterà all'incredibile cambio di registro del finale, ovvero la puzza del signor Ki.
Ecco, in quella puzza c'è sia lo sdegno dei ricchi contro i poveri che l'orgoglio ferito dei poveri contro i ricchi.
Se i Park sono milionari ai Ki non interessa, non gli dà alcun fastidio, anzi, a loro serve e basta.

10.11.19

Festival dei Popoli di Firenze - Recensioni dei film vincitori (corto, medio e lungo)

CONCORSO CORTOMETRAGGI


ALL CATS ARE GREY IN THE DARK

Un omo vive con due gatti grassi. Ma grassi grassi eh.
Bellissimi.
Ci parla, sono gli unici amici, li porta in giro sulla testa.
Una delle due gattone sta per partorire.
Poi partorisce.
Finito
Ha vinto.
Boh

CONCORSO MEDIOMETRAGGI


THIS FILM IS ABOUT ME

I primi 20 minuti mi stava assalendo un istinto omicida.
Vediamo una donna parlare fissa in primissimo piano, filosofeggiare.
Una narcisista impressionante.
Per 20 minuti abbiamo solo il suo faccione, il suo volersi mostrare, dipinti che la raffigurano.
Siamo in pieno onanismo intellettuale.
Cristo, stavo smadonnando pensando come una giuria potesse aver votato come medio (direi anche lungo, un'ora) più bello qualcosa del genere.
Volevo ucciderla, poi anche il titolo confermava i miei sospetti.
Poi chi la intervista le chiede "perchè hai ucciso quell'uomo?"
E il film non solo comincia, ma acquista un senso.
E capiamo che quella donna così vanesia e dagli occhi matti è una persona che ha commesso un crimine, che probabilmente non ne è mai venuta fuori, che sta facendo questo film come una specie di seduta di psicanalisi, che attraverso l'arte magari vuole sublimare un dolore.
Iniziano a scorrere immagini in Super 8 della sua infanzia, ritagli di giornale del crimine, confessioni, reticenze, dolori, raffigurazioni su lavagna di sentimenti.
E scopriamo che quei dipinti iniziali erano di qualcuno che l'amava, qualcuno che cercava di ritrarne, senza riuscirci, l'essenza.
Quello è l'uomo che lei ha ucciso.
Film ostico, molto autoreferenziale e di certo cinematograficamente niente di eccezionale.
Ma bisogna rispettare questa donna e il suo bisogno di raccontarsi.
Il finale, quel racconto dell'onda che arriva, quell'orgasmo con la Natura, è da pelle d'oca

CONCORSO LUNGOMETRAGGI 


THAT WHICH DOES NOT KILL (SANS FRAPPER)

Più che un film un esperimento.
Più che un film un progetto.
Una giovane donna, con fatica, comincia a raccontare di sè.
Del suo primo amore, dell'adolescenza, della sua migliore amica, poi del fidanzamento con l'ex ragazzo di lei.
E poi arriva il primo sesso.
Terribile, praticamente uno stupro.
E così sarà anche per le volte successive.
Poi, però, quel racconto viene proseguito da un altro volto.
Lo spettatore viene confuso, poi capisce.
Uno stesso testo, la stessa confessione di un'unica vittima, viene interpretato da tanti volti diversi, da tante donne diverse, persino da uomini.
Ne nasce un vero e proprio esperimento, ovvero quello di far recitare lo stesso brano a tante persone.
 Non diventa solo un grandissimo saggio di recitazione (tutti, ma veramente tutti, sono straordinari) ma anche l'occasione per ognuno di questi attori per parlare di sè, per vedere cosa quel testo scatena dentro di loro.
Anche alcuni di loro sono stati abusati, altri, magari "involontariamente", hanno abusato.
Ne nasce un film sullo stupro, sulla violazione, sul non amore, sulla vergogna di sè (stupendo il confronto che viene fatto tra la vergogna - sentimento che riguarda ciò che si è - e senso di colpa - sentimento che riguarda ciò che si è fatto -), un'occasione per avere un paradigma dove ognuno degli attori declina sè stesso.
Lo spettatore a volte resta confuso, non capisce dove sia il testo e dove l'esperienza personale e, paradossalmente, quando c'è quest'ultima nessuno ci vieta di pensare che non sia comunque recitazione, che quell'attore sia semplicemente passato dall'interpretare la ragazza del testo a un "personaggio" del film.
Poco cambia perchè questo film è un fiume di parole che valgono di per sè, a prescindere dal vero o dal falso, dall'autentico o dal recitato.
Vengono fuori concetti difficili ed enormi, molte volte anche scomodi, come l'analizzare lo stupratore o la sensazione della stuprata di sentirsi in colpa.
E anche quando la mente la discolpa c'è il corpo, come avesse una memoria propria, come ragionasse da solo, a fargli (ri)vivere comunque l'inferno.
C'è solo un problema, il film è troppo lungo e rischia di depotenziare il suo messaggio.
E, inutile dirlo, non c'è niente di cinematografico, semplicemente una serie di interviste montate tra loro.
Potremmo dire che in un festival il film vincitore debba anche possedere una piccola parte di "cinema", di tecnica, di sguardo.
Ma magari no, magari questa è l'essenza del documentario, sono gusti.
Alla fine questo Sans Frapper potrebbe anche apparire come un lungo spot, come una pubblicità-progresso per denunciare quel problema gigantesco che è la violenza di genere.
Ci riesce, emoziona anche, ma mi rimangono dubbi sul suo valore filmico.
Ha vinto il Festival, credo abbia vinto il "cosa" più ancora che il "come".

9.11.19

Festival dei Popoli 2019: Recensioni "Campo" - "My English Cousin" - "Honeyland"

Sono al Festival dei Popoli di Firenze, un importantissimo festival di documentari.
Questi i film che ho visto ieri, in ordine di apparizione e - casualità - anche di gradimento (in climax ascendente)

Mi dispiace, specie per Honeyland, scriverne poco ma avevo 40 minuti di connessione per parlare di tutti e 3 i film


CAMPO

Da qualche parte in Portogallo (non ho fatto in tempo ad appuntare dove) esiste una delle più grandi basi militari europee (non ho fatto in tempo ad appuntarmi se sia addirittura la più grande).
C'è un solo problema, ovvero che questo è un esercito che probabilmente la guerra la vedrà solo al cinema.
Il soggetto del film era molto interessante, aver trovato questo gigantesco campo militare in cui si addestrano soldati che oltre "fingere" missioni e battaglie non fanno altro era sicuramente un buon motivo per raccontarci una storia.
Il film, però, ha due problemi.
Il primo è una coperta terribilmente troppo corta, troppo poco materiale per costruire un lungometraggio.
Il secondo problema è proprio il modo in cui il regista (presente in sala) ha tentato di allungare questa coperta.
E lo ha fatto facendo diventare Campo un'opera filosofica, esistenziale, di massimi sistemi.
Una voce fuori... campo ci parla di Dei, dell'Origine della Terra, di come gli uomini furono catapultati su di essa (e qui l'incipit con i paracadute dei militari è davvero bellissimo), di creazione di esseri umani e animali, di come tutte le qualità migliori (forza, velocità etc...) furono dati ai secondi lasciando i primi quasi come specie inferiore, di come poi grazie a Prometeo e il suo averci regalato il Fuoco potemmo dominare il Mondo, di Ordine e Caos, di granelli nell'Universo e di tante altre cose.
Il problema non è tanto quello che la voce dice (cose anche molto interessanti, altre invece meno) ma la sensazione che il significato del film sia enormemente superiore al significante, a quello che vediamo e, anzi, nemmeno troppo connesso ad esso.
Ne nasce un film che ha la stessa struttura di Behemoth, una voce Alta e Universale che si intramezza a immagini di noi poveri uomini, di militari che giocano alla guerra, di ornitologi che classificano uccelli, di pastori con le loro pecore (e qui il paragone con il capolavoro cinese è perfetto).
Ma mentre nel film orientale quello che veniva detto si sposava alla meraviglia con quello che vedevamo e, anzi, lo rendeva potentissimo, qui c'è la sensazione di una lezione di filosofia fatta su uno scorrere di immagini non tanto interessanti e pertinenti.
Se a livello di montaggio Campo somiglia a Behemoth per quanto riguarda gli spazi ricorda molto il nostro, sopravvalutatissimo, Sacro Gra.
La Base Militare come il Grande Raccordo Anulare di Roma, con cose che accadono dentro di esso o nei suoi pressi.
Ma anche qui c'è un altro problema visto che non si capisce mai se quella gente che corre, se quegli scienziati, se quei pastori siano dentro o appena fuori la Base o che attinenza possano avere con essa.
Il film rimane interessante, ha tante immagini belle (gli spari notturni, i paracadute, gli alberi che cadono, il racconto in bianco e nero della prima mongolfiera o del confronto uomini-rocce, la nascita dell'agnello e la morte di un altro) e i temi che affronta sono molto interessanti.
 Ma hanno due problemi.
Sono troppi e nel posto, forse, ahimè, sbagliato

6

MY ENGLISH COUSIN


Incredibile come in 10 minuti si sia passati da un film che voleva volare altissimo ad uno che, invece, non tenta mai minimamente, un solo secondo, di essere più grande del piccolissimo che è.
La storia di un algerino in Inghilterra, Fahed, raccontata dal suo cugino regista.
Fahed che fa il kebabbaro, che si sveglia sempre alle 5, che ha una moglie inglese e obesa con cui oltre a rispettarsi non sono nulla, Fahed che vuole tornare in Algeria, Fahed che lascia la casa e va a vivere in un appartamento insieme a 4 inglesi (grandi bevitori, of course), Fahed che poi in Algeria ci torna davvero e trova una ragazza da sposare ma nemmeno ci ha mai parlato, Fahed che poi cambia idea e torna in Inghilterra, Fahed che cambia di nuovo idea e torna ancora in Algeria, Fahed che trova un'altra ragazza da sposare, Fahed che ci ripensa ancora e, infine, torna per l'ultima volta nel Regno Unito.
Niente di più che questo nostro seguire questo simpaticissimo e bambinone uomo che arrivato a 50 anni non sa assolutamente che fare.
Sullo sfondo il duro lavoro, i pochi soldi, le tradizione algerine, la tristezza infinita di alcuni luoghi periferici inglesi, posti dove oltre che abbattere palazzi e bere nei bar non hanno altro da fare.
Ne nasce un documentario minuscolo, senza velleità, ma vero, sincero, divertente e mai piagnone.

Allo spettatore più volte scapperà una dolce risata, ad esempio nel vedere Fahed pesarsi con le valige, col personaggio (leggasi persona) fantastico del nipotino decenne, con le rumorose ma innocue liti in famiglia in Algeria.
Uno di quei documentari da camera che non chiedono niente (a differenza di Campo) e danno solo quello che vogliono dare, un'oretta spensierata e sincera.
E piccoli spunti di riflessione

6.5

HONEYLAND


E proprio in serata arriva il vero filmone della giornata.
Se qualcuno di voi ha conosciuto grazie a questo blog lo splendido Sto Lyko (greco) non potrà non vedersi anche questo Honeyland, film praticamente fratello.
Se nell'opera ellenica la protagonista era una poverissima famiglia di pastori qui abbiamo invece degli apicoltori. 
Per il resto i due film sono sovrapponibili, stessa inaudita povertà, stessa dignità, stesse difficoltà e - anche qui gestita in maniera straordinaria - stessa capacità di nascondere una leggera sceneggiatura sotto delle spoglie più reali del reale (penso alla morte della madre o al racconto dei progressivi problemi con la famiglia vicina, quasi di sicuro tutto opera di finzione).
Una storia di figlia e madre, anche se è sempre particolare parlare di figlie e madri quando la prima ha 60 anni e la seconda oltre 80.
Siamo in una remota zona dei Balcani, meravigliosamente arida o aridamente meravigliosa.
C'è una donna che oltre alle sue api non ha altro. Ha alveari in rocce che raggiunge solo attraverso pericolosissime mulattiere, ne ha altri sul muro di casa e altri ancora nella sua aia.
Prende sempre solo metà del miele per lasciarne metà a loro - le api - coloro che le permettono di vivere. Prende il miele senza protezioni, solo una sbuffata di fumo e nient'altro e non a caso il suo naso - grande così - racconta anni di punture.
Ogni tanto lo vende quel miele, a pochi euro al litro e con quei pochi soldi compra banane e poco altro, solo ciò che basta a sopravvivere. La madre è cieca e sta morendo ma ha un carattere di ferro e alla morte no, non ci pensa.
Un giorno arriva una famiglia di Rom turchi (o almeno credo) come vicina di casa della donna.
Anche loro sono apicoltori oltre che pastori di mucche. Hanno 6 bambini.
Per Hatidze, la donna di cui sopra, un modo per avere qualcuno con cui parlare, per sentirsi di nuovo viva, per vivere nel mondo.
Ma ben presto quella che sembrava una fortuna si rivelerà una disgrazia.
Honeyland è un documentario bellissimo, pieno di immagini ferme nel tempo e dotate di straordinaria potenza. 
Il mestiere dell'apicoltore è visto in ogni suo piccolo aspetto e l'empatia che lo spettatore prova per Hatidze davvero miracolosa.
Ne viene fuori la figura di una donna straordinaria che fa sentire lo spettatore piccolo piccolo, come un'ape.
Una donna capace di vivere col niente, capace di amare, di divertirsi, di accudire, di volere bene.
Vederla insieme a quei bambini scalda il cuore come scalda il cuore quel finale completamente sola, in una terribile e "perfetta" solitudine, con la famiglia amata ed odiata che se ne è andata e con la madre che l'ha lasciata per sempre.
Resteranno negli occhi delle immagini, come quel delirio di mucche nel recinto, come quelle due api che fanno lotta greco-romana allo stesso modo dei due ragazzi nella scena appena precedente, come il grande albero nel fiume, come la tinta che, vezzosamente, si fa Hatidze.
E' risaputo come in pochi contesti come quello dell'assoluta povertà sia possibile riscontrare la ricchezza umana.
Honeyland ne sarà l'ennesima dimostrazione.

7.5

4.11.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 14 - La Versione di Joker - di Edoardo Romanella -


Per il quattordicesimo appuntamento della sua rubrica Edoardo ha deciso di fare un lavorone, ovvero analizzare la figura del Joker in ogni sua forma, dal fumetto passando per le serie animate fino a tutti i film che lo hanno visto protagonista, arrivando, ovviamente, al capolavoro con Joaquin Phoenix.
Un articolo completo che cerca di dare un quadro agile e definitivo su questa affascinatissima figura.

Quest’articolo è volto a far luce sull’evoluzione del personaggio di Joker nel corso degli anni, dalla sua prima apparizione nel fumetto fino all’ultimo film dedicato a lui. Col termine evoluzione non intendo che una versione sia migliore o peggiore dell’altra, ma solo diversa, a seconda dell’esigenza che di volta in volta è stata richiesta (non terrò conto delle versioni mal riuscite, come ad esempio quella di Jared Leto).


Le origini

Siamo nel 1940 quando per la prima volta Bill Finger introduce il personaggio di Joker come antagonista di un numero del fumetto Batman.
Inizialmente la DC si guardò bene nel dichiarare al pubblico la storia di questo personaggio, celando sempre nel mistero la sua identità. Per avere notizie riguardo le sue origini bisognerà aspettare quasi cinquant’anni, quando finalmente vengono svelate nella saga The Killing Joke.
Jack Napier era un chimico con aspirazioni da cabarettista, che un giorno si trova a fare i conti con gravi difficoltà economiche.
Ha una moglie incinta, alla quale non dice mai nulla dei loro problemi. Nasce suo figlio, e i problemi di conseguenza aumentano, costringendolo a rivolgersi a due criminali per sbarcare il lunario, i quali gli propongono di prendere parte a una rapina a una fabbrica di carte da gioco, dove in passato egli stesso ha lavorato.
Il giorno del colpo però riceve una telefonata dalla polizia, che lo informa di una tragedia: sua moglie e suo figlio appena nato sono deceduti, a causa dell’esplosione di uno scalda-biberon.
La notizia lo distrugge nello spirito, ma i due malviventi lo costringono ugualmente a prendere parte al colpo, facendogli indossare un cappuccio rosso.
La rapina però viene sventata da Batman, che per errore fa cadere Jack dentro una vasca di prodotti chimici mentre è intento a inseguirlo. L’uomo riesce comunque a uscirne vivo, ma a caro prezzo: la sua pelle è diventata celeste, i suoi capelli verdi, e i muscoli della mascella si sono atrofizzati, lasciandogli un sorriso perenne stampato in faccia. Le nuove sembianze causeranno il crollo definitivo della sua psiche già compromessa, trasformandolo nel criminale che oggi tutti conosciamo come Joker.


Il fumetto


 Nella sua prima apparizione e per tutti gli anni a venire, Joker appare come un criminale atipico, un burlone completamente folle e costantemente permeato da pessime battute e un grosso sense of humor. Tutto ciò ha contribuito notevolmente ad accrescere il suo consenso tra il pubblico, tramutandolo presto nel principale antagonista di Batman e in uno dei personaggi più amati nella storia dei fumetti.
La struttura di Batman, così come quella di Superman e di tutti gli altri fumetti Dc, Marvel o dei classici manga, è sempre la stessa: uno o più protagonisti, a simboleggiare il bene, e uno o più antagonisti, a simboleggiare il male. E io personalmente ho sempre tifato per gli antagonisti, fin da piccolo. Non so ancora spiegarmi il perché, forse perché l’antagonista di turno combatte sempre da solo contro tutti, o forse per il fatto che mi ero stancato di quegli epiloghi tutti uguali e prevedibili: alla fine il protagonista, l’eroe, vince. Sempre. Il finale è già scritto dall’inizio.
È la stessa battaglia, con lo stesso esito, ripetuta all’infinito, in un Universo dove non c’è realmente posto per il Male, dove protagonisti e antagonisti combattono continuamente, con gli stessi vincitori e vinti, eppure continua, in un mondo perfetto dove nessuno muore mai per davvero.
Ciò rimarrà tale fino al 1986, quando Watchmen riscriverà tutte le parti.


Batman: The Animated Serie


 Veniamo al 1990, quando venne prodotta la serie animata, un’opera dall’eccezionale valore artistico che ricalca le orme dei primi fumetti, migliorandole sia riguardo lo spessore dei personaggi, sia riguardo le atmosfere noir e la fotografia. Un’opera che gioca molto sui chiaroscuri, Gotham City non è mai stata così dark. In fondo la città trae ispirazione da New York, si può considerare una New York più oscura e nella quale abitano dei pittoreschi personaggi. C’è perfino la Statua della Giustizia, che è la versione DC della Statua della Libertà.




 Qui Joker ricalca l’onda del fumetto, ma in una versione ancora più esaltata e caricata, con una risata irresistibile e delle trovate sempre geniali. E come per il fumetto, vale sempre lo stesso discorso: vincitori e vinti combattono continuamente tra loro senza mai farsi male davvero. Un grandissimo contributo è stato dato dall’attore Mark Hamill (il grande Luke Skywalker, doppiatore della versione originale) e dall’altrettanto bravo Riccardo Peroni.


Batman: Serie Tv



Dopo questo salto temporale di cinquant’anni (che ho dovuto fare per confrontare fumetto e cartone), torniamo indietro agli anni ‘60, con la serie Batman, nella quale l’uomo pipistrello è interpretato da Adam West e Joker da Cesar Romero. Qui vengono del tutto abbandonate le atmosfere cupe e noir tipiche del fumetto, per dare alla serie un’impronta volutamente comica e musicale: no effetti speciali, trucco discutibile e quelle tipiche scazzottate collegate a scritte fumettistiche come “BUM”, “SBAM”, “ARGH”, “PUFF”, e così via. È il concetto della violenza privata del suo potere, non una sola goccia di sangue. Concetto espresso successivamente anche dagli indimenticabili Bud Spencer (Carlo Pedersoli) e Terence Hill (Mario Girotti). Qui Joker riprende appieno lo spirito della produzione semi/demenziale, e per la prima volta assistiamo a quella risata che tanto è rimasta cara ai fan quando si parla di questo personaggio.


Batman (Tim Burton)



È il turno di Tim Burton, quando nel 1989 decise di realizzare un film strettamente fedele all’opera fumettistica, anche in virtù delle notizie riguardo le origini di Joker. Il regista ha comunque modificato la storia, descrivendo il personaggio come un delinquente da sempre associato alla malavita e mostrando che fu lui anni prima ad aver ucciso i genitori di Bruce Wayne (cosa non vera).
Fotografia, colori e atmosfera sono identici a quelli del fumetto, l’unica cosa che stona è Michael Keaton nella parte di Batman.

31.10.19

Recensione: "Scary Stories (to tell in the dark)


Che c'è de meglio ad Halloween che andà al cinema a vedè un film horror ambientato proprio ad Halloween???
Niente!
No, spetta, parecchie cose ce sono meglio se il film è brutto come Scary Stories.

Noi assidui frequentatori delle sale erano mesi che prima della visione del film al cinema ce sorbivamo i mini trailer di SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK.
Lo scrivo in maiuscolo perchè è questo l'effetto che facevano, trailer di 10 secondi l'uno in cui poi senza alcuna spiegazione c'era sto vocione che diceva "SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK".
Voglio dire, grande promozione, quelle miniclip erano davvero buone e gettavano un alone di mistero e di fascino su sto titolo.
Per 4,5 mesi noi in sala abbiamo visto sti trailer, poi il film è uscito e manco me ne ero (ce ne eravamo) accorto (i).
La spiegazione l'ho avuta dopo che l'ho visto.
Il film è brutto, quasi parecchio brutto.
Capisco perchè tutta quella pubblicità e poi nessuno ne ha parlato all'uscita.
Perchè è brutto.
Intendiamoci, è il film perfetto per vedere ad Halloween, visto che ad Halloween è ambientato e ha come target, spero, quello dei ragazzini.
Però visti i trailer e visto che alla regia c'è quell'Ovredal che girò il cultissimo The Troll Hunter e il sottovalutatissimo (per me grande film) The Autopsy ofa Jane Doe, ecco, ce speravo anche io.
E invece niente, Scary Stories è la fiera, il mercato, il festival e la sagra del già visto, tutte messe insieme.

La mi espressione durante il film

L'idea non è nuova ma sempre carina, quella di un film antologico, di piccole storie incastonate in una cornice (uno come me cresciuto con i Creepshow non può non amarle).
((Ah, a proposito, se volete un bel film antologico halloweenesco allora guardatevi Trick 'r Treat (RECE).))
Anzi, se possibile qui l'idea era ancora più carina nel senso che le storielle dentro al film (le scary stories del titolo) erano completamente inserite nel film stesso.
Questo grazie all'espediente per il quale i protagonisti del film trovano un libro de storie horror ma quelle stesse storie si scrivono al momento sotto i loro occhi perchè sono storie che riguardano loro stessi e insomma quello che scriverà il libro accadrà loro cosicche questo diventa quasi un film sul destino, se quello - il libro intendo - scrive sono cazzi, una cosa del genere, però è carina l'idea dai, nel senso che quelle che vediamo come scene raccontate e staccate una dall'altra in realtà non è niente di diverso che il progredire del film e insomma ho provato a scrive tutto sto periodo senza staccà mai le dita e senza usà la punteggiatura e nemmeno ricontrollo chissà che cazzo è venuto fori.

Siamo nel 1968, anni decisivi per gli Usa per la faccenda Vietnam e le elezioni.
E il film fa il GRAVISSIMO errore de provà a esse impegnato, tanto che sti riferimenti politici e le metafore (sulla paura) che crea ci vengono sbattuti in faccia ogni 5 minuti.
Ora, se fai un film brutto e stupido non provà a rendelo intelligente, risulterà ancora più stupido.
Non parliamo poi della protagonista, della storia col su babbo e co la su mamma, roba trita e ritrita che non ci emoziona - in questo film - manco mezza volta.
E niente, l'unico piccolo divertimento pe lo spettatore è vedè ste miniscene, ste STORIES, che cazzo saranno, una dopo l'altra.
E c'è da dire una cosa, i mostri sono belli, almeno sotto l'aspetto dell'outfit mostruofico il film funziona.
E' bello lo spaventapasseri iniziale, il morto dell'alluce, la grassona dell'ospedale (che pare una creatura inquietante uscita dalla matita de Miyazaki), l'omo col corpo a pezzi che attacca il messicano.
Ogni mostro rappresenta una paura (vedi It...) e La Paura (vedi anche sottotesto del film) ma tutto è completamente innocuo, non c'è profondità, empatia, pathos.
Tra l'altro - incredibile - in TUTTE le storie c'è la stessa tecnica, la creatura che si vede da lontano e piano piano se avvicina, pazzesco come siano una la copia carbone dell'altra.
Bella la trasformazione del bulletto in spaventapasseri, bella la scena del letto col jumpscare (il film ne è ovviamente pieno), belle le luci rosse all'ospedale e, davvero, poco altro.
Questo invece sempre io a fine film

Per il resto un film che abbiamo visto mille volte, con personaggi insignificanti, enfio di tematiche importanti ma non sviluppate, con almeno un paio di errori evidenti (quando salvano la bionda dalla sua storia perchè non ci fanno menzione di quello che il libro ha scritto sulla cosa?? ) , con un finale che poteva esse interessante (la nostra protagonista che diventa Sara) ma che invece no, non è così, hanno solo mischiato i piani temporali.
E con un finalissimo sconcertante, pensato per un capitolo due (li riporteremo indietro, ce la faremo!).
Basta, non c'ho più voglia de scrive, questa è una recensione alimentare, tipo i film che fa da 10 anni Nicholas Cage.
Ah, è vero, a me mica me pagano però.
Allora che cazzo l'ho scritta a fa?

5

28.10.19

Recensioni: "The Entity - Kuwaresma " - "The Odd Family: Zombie on Sale" - "The Furies" - "Knives ad Skin" ToHorror 2019 - Giorno 4 -


Purtroppo per vari motivi gli ultimi due giorni non sono riuscito a scrivere le recensioni del Festival.
Siccome (1) avevo ancora 4 film da fare (una ghost story filippina, un horror comedy coreano, un pazzo e assurdo survival australiano e un film indefinibile - ma niente horror - americano), siccome (2) sono passati alcuni giorni e siccome (3) averli tutti in testa mi manda in tilt ho pensato di fare un unico post con recensioni molto più brevi e agili delle altre.
Ho deciso di mettere i film in ordine di gusto personale, dal peggiore al migliore, anche se alla fine il livello dei 4 è simile, nessun disastro nessun capolavoro.
A fine post metto anche la mia classifica del concorso dalla quale mancherà solo Knives and Skin, l'unico film fuori concorso che ho visto.


Per chi è appassionato di Masterchef direi che il termine "mappazzone", ovvero quello che usa Barbieri quando gli presentano un piatto troppo pieno di cose indefinite, è perfetto.
The Entity è un horror filippino che è un insieme arruffatissimo di tutto, di altri horror, di sottogeneri, di metafore, di colpi di scena. Ogni volta che ti sembra di aver individuato la "mission" del film poi lo stesso diventa altro o si sputtana da solo.
Peccato perchè se fosse stato molto più secco sarebbe stato anche molto interessante, specie per la - nemmeno troppo velata - metafora tra quello che accade sullo schermo e la situazione politica filippina, paese praticamente sotto la dittatura di un padre padrone misogino e omofobo, praticamente identico al personaggio principale del film.
Trovo che le cose migliori del film stiano proprio in questa denuncia. Non a caso la scena di quando il padre inizia a parlar di sesso con il figlio è forse la più horror del film (non che non manchino scene del terrore ben fatte eh).
Il colpo di scena finale poi (già visto in un paio di film ma comunque buono ed inaspettato) rende la metafora ancora più forte perchè pensare ad una bambina che per "difendersi" da un'autorità che odia le donne si immagina uomo per una vita intera è roba d'autore.
Il problema è che tutto è inserito in un contesto caciarone, prolisso (la scena dell'esorcismo e quella del dialogo finale sul fuoco offendono, per lunghezza, l'intelligenza e la pazienza dello spettatore), tanto da rendere innocuo o diluito quel messaggio (a cui aggiungerei "il loro errore più grande è pensare che siamo deboli" in riferimento ai misogini che sottovalutano la forza delle donne o il concetto di sapere delle atrocità ma far finta di non vedere).
Tra l'altro il colpo di scena DOVEVA portare a sostituire il giovane attore del film con un'attrice, magari la stessa della sorella morta (erano gemelli omozigoti). Che resti ragazzo dopo che è uscito dall' "ipnosi" in cui era caduto non ha alcun senso.
Per il resto è un film anche piacevole a volte, che gioca con i trucchi del j-horror.
Il fatto è che, come dicevo, ogni volta sembra un film diverso, dalla ghost story al thriller, dall'horror impegnato al film di possessioni, con addirittura sortite nel torture movie.
Un trailer alla Profondo Rosso, spruzzate di Poltergeist, altre di The Grudge, molto Amytiville, tantissimo Shining per un film sulla malvagità e sull'autorità che, però, si sabota molto spesso da solo.
Quando poi il film diventa una specie di racconto di un luogo posseduto (in cui c'era stato un orfanotrofio di suore cattive e una casa dove i soldati violentavano le donne), ecco, si apre l'ennesima strada laterale che, a quel punto, fa dire allo spettatore "basta sperare qualcosa, vedemose il film e spegnemo il cervello".

6


(vincitore del concorso. Praticamente stesso vincitore dell'anno scorso visto che, come One Cut of the dead, è una commedia horror zombie)

I primi 25 minuti di The Odd Family stentavo a credere ai miei occhi. Mi trovavo davanti una commedia ai confini dell'amatoriale, senza un'idea, quasi triste nel tipo di comicità che presentava. Per venti minuti vediamo un ragazzo zombie che corre qua e là, che è inseguito da cani, che incontra persone, che ricorre di nuovo, che è inseguito da un cane, che incontra persone. Alla quarta volta che si stava presentando la stessa scena volevo urlare.
Poi il film ha un'idea, la prima, ed è una grande idea.
L'uomo morso dallo zombie non solo non diventa a sua volta zombie ma "ringiovanisce".
A quel punto la sua famiglia decide di aprire una nuova attività, ovvero quella di far venire anziani del luogo e farli pagare profumatamente per farsi mordere dallo zombie.
Insomma, un Cocoon in salsa zombesca.
Le conseguenze, però, saranno tragiche...
Che dire, commedia che quando prende il via fila alla grande anche se alterna momenti ottimi ad altri davvero deboli. Che non sia del tutto la "nostra" comicità lo dimostra il fatto che dietro di me c'erano 3 ragazze orientali che ridevano a TUTTE le scene che a me non facevano ridere e viceversa (insomma, tipo la scena del Joker).
Personaggi molto riusciti, altri meno, idee molto carine (il cavolo, il ketchup) ma ripetute troppe volte (il cavolo, il ketchup...), due rimandi molto belli al magnifico Train to Busan (compreso il finale nella galleria), un accenno molto marcato a Warm Bodies e un altro - alla festa di matrimonio - a Rec 3 (o era 0?).
Molto carino il ribaltamento finale, l'idea del vaccino che, ancora una volta, lancia la famiglia nel business.
Molto lontano dalla genialità di One Cut, The Odd Family è comunque un film molto carino che tenta anche timide sortite nelle emozioni dello spettatore

6.5


Ecco, questo era un film perfetto, spegnicervello, uno di quegli horror "puri" che fanno benissimo il loro lavoro.
Purtroppo ha due problemi, e non piccoli.
Il primo è il suo tentativo di metter dentro in tutti i modi una tematica - quella dell'amicizia- infarcendo la sceneggiatura di frasi a effetto e scene madri sull'argomento.
Già il prologo (la scena dei murales) mi puzzava di retorica, poi sarà uno stillicidio di "amiche vere - non vere".
Non ce n'era bisogno, se il film restava solo "stupido", banale, era bellissimo.
Il secondo problema è un finale che tenta il colpo grosso e getta le basi per un sequel rovinando in gran parte tutto quello che abbiamo visto in precedenza.
E anche qui è inutile e ridondante la figura dell'amica immaginaria.
Per il resto The Furies è un agile, velocissimo e notevole film di genere, uno di quelli che inizia in media res e poi se ne va spedito senza più fermarsi.
Delle ragazze si ritrovano in una grandissima foresta. Escono da delle scatole nere.
Ben presto si rendono conto di esser braccate da dei "mostri-assassini" in maschera (BELLISSIMI) che le uccidono senza pietà.
Anche se a volte, stranamente, alcuni dei mostri sembrano non voler uccidere alcune delle ragazze...
Film luminosissimo, en plein air, con degli omicidi efferati realizzati con dei veri effetti speciali di livello eccelso.
C'è tanta cattiveria, c'è tensione, c'è un'atmosfera da videogame horror davvero notevole.
Non ce ne frega niente di niente, vogliamo solo vedere questa lotta all'ultimo sangue tra ragazze e mostri.
Ne viene fuori una specie di Utoya in salsa horror.
Un pochino macchinosa e quasi ingiustificabile la faccenda degli "occhi" (evitabile, e poi come possa esser stata fatta un'operazione in quella maniera mi sembra impossibile) anche se il fatto che lei durante gli attacchi epilettici veda con gli occhi di loro (alla Forbidden Siren) è molto carino.
C'è almeno un personaggio insopportabile (la giapponesina, anche lei tutta improntata al discorso amicizia, che palle!!) e un'idea di fondo (non direi colpo di scena, lo sappiamo a metà) pazza e senza senso ma fichissima.
Io non aggiungerei niente, questo è uno di quei film che se becco per sbaglio rivedrei anche più volte.

6.5/7


Boh.
Non so cosa ho visto.
So solo che mi sono emozionato.
La gente intorno a me dormiva (3 su 4) mentre io ero lì, incollato a un film che distrugge ogni regola della narrazione filmica e porta in una dimensione ipnotica che o ti prende o non ti prende.
Una ragazza ha il suo primo appuntamento, in riva al lago, di notte.
Il ragazzo la molla, lei cade e sbatte la testa.
Nessuno la ritroverà più, per giorni.
Per il resto tutto quello che vediamo è quello che accade nei giorni successivi alla scomparsa di Carolyn.
Piccole scene, quasi sempre una staccata dall'altra. Scene forti, scene deboli, scene importanti, altre apparentemente di nulla.
Un corpo che scompare e ricompare, una madre che piange mentre dirige un coro, un paio di occhiali magici che si illuminano, una C nella fronte da coprire, ragazze vestite in modi impensabili, clown che fanno cunnilingus a donne e poi piangono, madri che dormono su cuscini di carta stagnola, polpette lanciate su vetture, ragazzi che si vestono da mascotte, ragazze che vendono biancheria intima a professori, altre ragazze che si innamorano tra loro, la madre della vittima che sente l'odore della figlia nella macchina del ragazzo ma invece di chiedere qualcosa lo bacia per "sentire" ancora di più sua figlia, magnifiche canzoni cantate direttamente dai personaggi del film tra cui una in contemporanea da tutti (come in Magnolia), sms che arrivano dal cellulare di Carolyn, una madre che si fingeva incinta da mesi.
E tanto tanto altro.
Non so cosa ho visto.
Quello che è sicuro è che questo film che racconta l'adolescenza non è altro che l'adolescenza stessa.
Mistero, confusione, tragedia, emozione, scoperta, amore, magia, impossibilità di dare un senso.
Poi la madre mette gli occhiali e la vede.
Lassù

7.5

25.10.19

Recensioni: "Tous le Dieux du ciel" - ToHorror 2019 - giorno 3 -


Per problemi di tempo e perchè questo è un film che merita una recensione tutta per sè oggi scriverò di un solo film del festival, Tous le Dieux du ciel (il bel The Furies lo sposto a domani).
Opera scomoda, controversa, coraggiosa, che racconta il rapporto tra un uomo e la sua sorella gravemente handicappata.
C'è tutto per fuggir via, ma se "crederete" al film e al bisogno che c'è dietro di esser stato girato vi troverete davanti a qualcosa di molto profondo, toccante, reale. In una cornice che si fa anche metaforicamente fantascientifica un film sull'Attesa di qualcosa che arrivi dal cielo (come Melancholia e Take Shelter), un film sull'Attesa di qualcosa che possa salvarci, un film sull'amore sbagliato, sulla dipendenza, sui legami nati nel dolore.
Difficilmente lo dimenticherete.

presenti spoiler

Non so se sarà il più bel film del concorso (forse sì) ma di sicuro Tous le Dieux du ciel sarà il più coraggioso e controverso.
Siamo in un cinema "estremo", al limite dell'etico e del non etico (la sorella handicappata è realmente in quella maniera), un cinema che ha bisogno di un patto con lo spettatore, quello per cui o si crede al regista, al suo bisogno interiore di raccontare una storia così fastidiosa e dolorosa (e io gli credo), oppure no.
Non a caso lo stesso regista Quarxx - presente in sala - ha detto di sperare che il suo film lo si ami o lo si odi. Dopo averlo visto capisco benissimo perchè l'abbia detto.
Quello che è certo è che questo è un film che non può lasciare indifferenti.

Siamo in Francia, in una non meglio precisata comunità rurale. 
Un posto di cieli e grano (e in tal senso ci saranno almeno un paio di god view - mai tecnica poteva come qui avere nome più pertinente - davvero pazzesche).
Lo spettatore vive un prologo che lo lascia atterrito.
Due fratelli giocano con una pistola. La caricano, cercano il modo per premere il grilletto.
Tutto è naturale, talmente naturale che la tensione è pazzesca.
E sì, tragedia ci sarà, anche se non "definitiva".
Forse, sarebbe stato meglio lo fosse.


Anni e anni dopo Simon vive in un casolare semi-abbandonato dove accudisce sua sorella Estelle, gravemente handicappata sia fisicamente che mentalmente.
Le legge racconti la sera, la lava, le parla, fa tutto il possibile.
La tremenda cicatrice sul volto di Estelle può far subito collegare la vicenda al prologo ma, tranquilli, il legame ci verrà esplicitato a metà film per chi ancora non l'avesse colto.
Simon è semidepresso, in fabbrica se ne sono accorti e vogliono farlo smettere di lavorare, e in più lotta con gli assistenti sociali per non farsi "portar via" la sorella.
In realtà in lui è presente, però, una latente euforia perchè è convinto che dai cieli stia arrivando qualcuno o qualcosa che farà finire tutto questo dolore.
Ne nasce un film sull'Attesa come lo furono i meravigliosi Melancholia e Take Shelter.
Come fu per Justine nel film di Trier anche Simon aspetta qualcosa dal cielo in un modo "sereno", febbrile e salvifico.
Ma se nel film del maestro danese non era difficile capire la metafora qua è molto più arduo.
Simon, e lo capiremo sempre di più mentre il film avanza, non ama realmente la sorella, semplicemente pensa di fare il meglio per lei per contrastare il suo tremendo senso di colpa. E' un amore malato, una specie di dipendenza da quel corpo inerme che personifica il suo imperdonabile errore. Probabilmente Simon è al limite della follia e solo il "Cielo" potrà salvarlo. Quegli alieni diventano una specie di Dio (vedi il titolo) cui affidarsi, l'ultima speranza per salvare due esistenze che con la Vita e la felicità non c'entrano più niente.
Non c'è più nessuna cosa nella Terra e nel cuore di Simon per avere un briciolo di speranza, l'unica soluzione è credere che ci sarà qualcosa di sovrumano a risolvere tutto.
Ne nasce un film che sta al confine tra una dimensione reale e dolorosa e una fantascientifica e inquietante.
E, in tutto questo, il regista riesce anche nel miracolo di regalare sequenze comiche, altre surreali (il polpo), personaggi secondari strepitosi e momenti quasi lirici.
Mi riferisco specialmente alla scena in cui Estelle piange, a quella in cui si sente sott'acqua (mentre il fratello la sta strozzando) e a tutte quelle riguardo l'impossibile amicizia tra la giovane bambina ribelle ed Estelle. Praticamente un'amicizia tra coetanei visto che la vita di Estelle finì a 8 anni.
Momenti di incredibile grazia e sensibilità quelli che le vedono coinvolte ma anche aspetto funzionale alla trama visto che è proprio grazie a quella splendida bimba che capiremo che Estelle, in realtà, non è mai stata paralizzata, semplicemente ha raggiunto quella condizione di semi-paralisi per colpa dell'amore morboso e del senso di possesso del fratello, bisognoso di avere quel corpo fermo lì, tutto per lui, per potersi raccontare di essere un uomo migliore di quello che è.
Tous le Dieux du ciel è un film bellissimo da vedere, con una fotografia superba e dei movimenti di macchina di grandissima classe. Il suo punto di forza però è questa sua "morbosità", questo suo far sentire lo spettatore sporco (penso alla scena di sesso) ma al tempo stesso, nemmeno troppo latente, c'è una umanità, una grazia e una sensibilità rare che rendono il film molto emozionante.
Anche molte scene tra Simon e la sorella (vedi quella della vasca) riescono in questo intento, e se pensiamo alla negatività del personaggio di Simon questo rende merito a una sceneggiatura davvero notevole, capace di porci dubbi e non darci mai sensazioni chiare.
Non tutto è perfetto, ci sono sottostorie evitabili (la fabbrica e lo psichiatra potevano anche prendere meno spazio), c'è una parte centrale con ritmo un pò bloccato e c'è sempre quella sensazione di stare assistendo a un film "sbagliato", che non doveva esser girato o che noi non dovevamo vedere.


Tra l'altro quando a fine film il regista ha detto da dove ha preso ispirazione, quel senso di "dolore" e inumanità provato per tutto il film, se possibile, si è ancora più acuito.
Ci saranno molte scene violente (il foglietto nella mano, l'omicidio dell'assistente sociale) e la bellissima sequenza in visore notturno per arrivare a un finale sorprendente che, forse, ci darà la chiave per capire meglio il film.
C'è un'altra tragedia. Ma anche stavolta niente sarà definitivo.
I ruoli sono ora ribaltati. Simon è l'handicappato, Estelle ha ritrovato una parziale indipendenza e autonomia che, a posteriori, rendono ancora più criminali i 20 anni che il fratello le ha fatto passare a letto.
Simon si sveglia. 
Estelle è da sola con lui e in una scena davvero "horror" (anche quando usa il linguaggio dei segni è veramente inquietante) cerca di ucciderlo.
E' una reazione normale, di vendetta, una reazione che addirittura le stesse suore avevano preventivato ("sarà Estelle a decidere la sua fine").
Il tentativo va a vuoto, e poi accade l'impensabile.
Estelle, adesso, accarezza il fratello, dorme con lui, lo bacia, lo accudisce.
Il ribaltamento dei ruoli è davvero da pelle d'oca e, credo, una genialata di sceneggiatura.
Ma tutto quello che stiamo vedendo non è un semplice colpo di scena o il voler chiudere un cerchio attraverso il ribaltamento.
No, quello che stiamo vedendo è probabilmente quello di cui parla il film, ovvero il racconto di un amore malato, di una dipendenza, di un bisogno fisico dell'altro, di un'impossibilità di esistere se non in due, loro due insieme.
E' un insegnamento coraggioso, fastidioso, difficile da comprendere ma che fa parte dell'animo umano e questo film l'ha saputo raccontare con una forza impressionante.
E forse quella stanza finale, quell'Universo, non è altro che questo, una stanza dove vive un sentimento sovrumano, non razionale, che trascende le nostre coscienze.
Estelle e Simon saranno sempre legati e anche se il loro legame è fatto di tremendo dolore e tanto odio quello è il loro mondo.
Il loro Universo