22.3.19

Recensione: "Journeyman" (2017)

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Prendi quel capolavoro di Dead Man's Shoes, quell'incredibile film dove tu interpretavi il fratellone di uno splendido ragazzo con gravi problemi psicologici.
Poi, dopo tanti film, decidi di diventar regista e tiri fuori Tirannosauro.
Poi, dopo 6 anni, arriva finalmente il tuo secondo film e a me pare tanto che dentro, oltre alla tua sensibilità, alla tua vita e ai rapporti di lavoro stretti questi anni, ci sia tanto di quelle due esperienze là sopra.
E tiri fuori Journeyman, film che avrebbe tutte le caratteristiche per esser retoricissimo.
E invece no, e invece ci fai piangere per tutto il tempo ma con la netta sensazione di verità, di credibilità, come sempre nel cinema inglese.
La storia di Matt, campione del mondo di boxe che riesce nel suo ultimo incontro a confermare il titolo.
Ma quello che perderà sarà molto più grave di una cintura

bellissimo

In principio ci fu Dead Man's Shoes, l'immenso film di Meadows, per me il revenge movie più brutale, emozionante e poetico degli anni 2000.
In quel film Paddy Considine era il fratello più grande di Toby Kebbell che interpretava invece un giovane con gravi problemi psicologici, un minorato mentale.
Era il 2004.
Poi, dopo tanti altri film come attore, Considine decise di debuttare alla regia.
E lo fece con lo splendido Tirannosauro con protagonista quel Mullan che proprio insieme a Considine e Meadows è forse uno dei più grandi esponenti, sia in regia che come attore, di quel grandissimo cinema che è l'inglese.
Ora, sei anni dopo, Considine ci regala finalmente l'opera seconda, Journeyman.
C'è un motivo per cui ho scritto queste 10 righe di excursus della carriera di Considine e il motivo è che in questo Journeyman  - oltre a tutto quello che dovrebbe essere l'uomo-Considine e oltre a tutte le opere che avrà affrontato in carriera-  a me pare che ci siano soprattutto questi due tasselli che, uniti tra loro, formano lo splendido film di cui parlerò.
E' come se Considine abbia preso l'indimenticabile personaggio del fratellino in Dead Man's Shoes e l'abbia voluto riproporre, interpretato da sè stesso, nel suo secondo film, con l'esperienza però del suo debutto alla regia.
Vedete, a me sembra che qua dentro ci sia stato un cortocircuito di film, sensibilità, amicizie ed esperienze a che hanno portato questo regista a VOLER, e il verbo è importante, raccontare questa storia come sfogo naturale di un vissuto artistico ed umano.


Matty Burton è un pugile.
E' campione del mondo pur non essendo un fuoriclasse assoluto e pur avendo vinto il titolo in maniera non eclatante.
La sua cintura viene nuovamente messa in palio, lo sfidante è giovanissimo, arrogantissimo e cattivo.
L'incontro ci sarà, Matt riuscirà a spuntarla, ancora una volta in modo comunque opinabile, e restare campione del mondo.
Ma quell'incontro vinto porterà a qualcosa di molto più tragico di una sconfitta.

La prima cosa da dire è che Journeyman ha tutte, ma davvero tutte, le caratteristiche del Tears Drama, categoria che credo non esista ma è come chiamo io tutti quei film drammatici che portano lo spettatore forzatamente alla commozione.
C'è una splendida storia d'amore, c'è la tragedia, c'è il distacco, c'è il rischio di una tragedia ancora più grande, c'è la lotta per farcela, c'è il riavvicinamento finale.
Uno scheletro di sceneggiatura che tendenzialmente non sopporto ma che qui non mi ha nè mai dato un fastidio nè dato la sensazione di eccessiva retorica.
Il motivo è presto detto.
Ed è quello per cui io ho creduto al film.

21.3.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 6 ) - Lost - di Edoardo Romanella

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Lost è la cosa più grande che abbia mai visto, cinema, tv o qualsiasi cosa audiovisiva mai esistita.
Non è tanto una questione di qualità (immensa) ma di un'esperienza vissuta anni e anni, indimenticabile, e non più ripetibile in vita mia.
Edoardo nella sua rubrica ce ne parla, come al solito cercando di svelare qualche punto oscuro o interpretabile.
Certo, sono 10 anni che si parla di Lost e dei suoi segreti, sono usciti anche libri, ma magari può essere un piacevole ripasso o uno sprone per chi non l'ha ancora visto

Prima di iniziare quest’articolo è doveroso fare una premessa: Lost, e tutta la sua tipologia di genere, si ispira nella modalità di realizzazione alla serie televisiva Twin Peaks, per questo non è affatto rivoluzionario.
Una volta chiarito questo importante concetto possiamo anche inchinarci di fronte a quella che considero essere LA PIU’ GRANDE SERIE TELEVISIVA DI TUTTI I TEMPI.

Trama: Jack Shephard è su un aereo diretto da Sydney a Los Angeles: beve un cocktail, flirta un po’ con la hostess, e improvvisamente l’aereo cade, si schianta su un’isola, 48 sopravvissuti (72 in realtà)…è l’inizio.

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Durante l’arco della sua carriera, J.J.Abrams non si è rivelato un grande regista, nè a livello di idee, nè a livello tecnico. Eppure questa serie l’ha davvero azzeccata.
Nelle prime due stagioni è tutto suggerito, lo spettatore non sa mai di preciso cosa sta accadendo; poi arriva la terza, alcuni arcani vengono svelati, la serie “cala” un po’ sia di suspance, sia di idee, e così anche nella quarta e nella quinta stagione, per poi riprendersi appieno nell’ultima, con un finale eclatante, che in molti però non hanno ben compreso. I personaggi sono splendidi nelle loro complessità e in come tutte le loro personalità cambieranno con le esperienze che mano a mano si troveranno a vivere: Jack Shephard, un medico, il “protagonista”, e il personaggio che comunque funziona meno, poichè ricalca in un certo senso la tipologia dell’eroe americano, incorruttibile, sempre misericordioso con chiunque, nonostante le azioni altrui; James “Sawyer” Ford, un truffatore dal lato comico disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole, ma che col tempo cambierà; Kate Austen, una fuggitiva bellissima dall’animo nobile; Charlie Pace, ex rockstar e tossicodipendente prima dello schianto, anche lui cambierà; Sayid Jarrah, ex torturatore iracheno; Hugo Reyes, strano ragazzo vincitore della lotteria; John Locke, interpretato da Terry O’Quinn, il personaggio che preferisco, una delle migliori performance attoriali della storia delle serie Tv, il personaggio più misterioso tra i sopravvissuti, prima dello schianto paralizzato, ora ha riacquistato la mobilità.

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E oltre a loro molti altri, tutti costruiti con una cura maniacale a renderli unici nel loro genere, e a rendere Lost una droga, con lo spettatore un ignaro tossicodipendente in crisi d’astinenza.
La serie tuttavia non è priva di difetti, come del resto non lo era Twin Peaks, uno su tutti è la rappresentazione del Male come un fumo nero, immagine che non è affatto efficace. Questo è dovuto in parte al pubblico al quale è destinata (come per Twin Peaks), ovvero di tutte le età (tant’è che l’hanno trasmessa in prima serata sia su Fox che sulla Rai).

Non importa comunque, perché più che sulle immagini vere e proprie, questa serie è basata sul loro simbolismo, ed è proprio questo il punto forte: la simbologia. Frequenti sono le citazioni alla Bibbia e filosofi, e a indicarlo sono i nomi dei personaggi stessi: da Jack Shephard (Shepherd nella Bibbia è il pastore), a John Locke (Locke era un noto filosofo), a Desmond Hume (altro noto filosofo, David Hume), a Mr Eko (chiaro omaggio al teologo Meister Eckhart e al grande Umberto Eco) e così è per tutti gli altri.
Ogni azione di per se non è importante in quanto tale, ma in quello che rappresenta, come già detto per il fumo nero ( il Male), che anche se non è un’immagine potente, è fondamentale per l’intento del regista, ovvero il messaggio su cui si basa l’intera serie: il dualismo tra Fede e Ragione.


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Tutti gli eventi che lo spettatore vedrà si basano su questo dualismo, venendo dapprima mostrata una cosa apparentemente inspiegabile, e poi, dopo qualche tempo, taac, arriva la spiegazione logica e razionale: il fumo inizialmente verrà creduto un’allucinazione, l’isola fornita di una inspiegabile “forza” attribuita a un eccessivo magnetismo, i misteriosi individui che risultano essere scienziati (alcuni nati lì) che ricercano relazioni tra l’isola e le persone, gli sbalzi temporali dovuti a una esplosione nucleare, immagini di ispirazione biblica di due fratelli (dei quali uno ucciderà l’altro per “salvarlo” dal male del mondo), eccetera, eccetera, eccetera.
Perfino nell’ultima stagione, quando lo spettatore si trova a pensare che ciò che sta vedendo è tutto ad di fuori della logica e soprannaturale, ecco che il regista mostra, parallelamente agli eventi lineari, un’altra linea temporale, dove Jack, evidentemente addormentato, viene svegliato dalla voce del pilota, che comunica che l’aereo sta per atterrare a New York. Tutti i personaggi sono presenti sul quel volo, e alcuni a New York a svolgere comuni lavori come professori, musicisti, fisici.
Anche in questo caso arriva la spiegazione: tutta l’esperienza, le immagini, gli eventi, tutto è scaturito dalla mente di Jack, per associazione di immagini, nel frangente in cui era addormentato…ma non è così, è stato tutto realmente vissuto, gli eventi e i rapporti, e quella che si crede essere la vera linea temporale che spiega tutto è in realtà una specie di purgatorio, dove tutti sono finiti, perché, anche se deceduti in anni diversi, dopo la morte il tempo non ha più importanza. Coloro che hanno instaurato dei legami si ritrovano, e presa coscienza di ciò, possono finalmente passare nell’aldilà.
Non mi dilungherò oltre, questo è solo un brevissimo riassunto, ci sarebbe troppo da parlare, e non basterebbe un mese per tutte le citazioni alle quali fa riferimento, tutti i personaggi, tutte le esperienze mostrate, per cui finisco qui, ricordando il messaggio: alla fine sulla ragione vince la fede. La fine non è la fine.

“Scacco matto, Mr Eko” Hugo Reyes

18.3.19

"La vita in pochi frame", la potenza di una scena o di una inquadratura - 1 - la ragazza di schiena in Oslo, 31 August

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Comincio una nuova rubrica, ovvero quella in cui presento e provo ad analizzare delle piccole scene (o anche pochi frame) che dentro nascondono mille cose.

presenti spoiler

Volevo iniziare con questo poco conosciuto film danese, Oslo, 31 August di Joachin Trier.
E' la storia di un trentenne tossico e buono come il pane, Anders.
Finalmente ha un giorno per uscire dalla rehab dove era ricoverato.
E il film questo ci racconta, il suo giorno fuori, quello dove deve iniziare a rimettere insieme la propria vita per ripartire.
Film bellissimo, molto doloroso, di grandissima empatia, non retorico.
La figura di Anders ti rimane appiccicata addosso, specie perchè molti trentenni e quarantenni di oggi rischiano un forte senso di immedesimazione.
Anders tenta il suicidio nella prima scena, nell'alba successiva ad una notte di sesso con una donna, appena uscito dal centro di recupero.
Fallisce.
E comincia così un film che va da alba ad alba, un solo giorno.
Film sullo smarrimento, su una generazione che si sente fallita e che non crede di poter rimettere mai più la testa fuori, sulla finzione del sorriso che nasconde profonde depressioni interiori.
Anders incontra amici, fa colloqui di lavoro, fa fingere a sè stesso di potercela fare ma non ci crede per niente.
Ma in questa rubrica non voglio parlare troppo del film (se volete c'è la recensione) ma soffermarmi in una sola scena.

Anders conosce una bellissima ragazza.
A lei lui piace e benchè l'abbia appena conosciuto sembra disposta a impegnarsi o provare a frequentarsi.
Dopo una notte passata insieme (non sessualmente) si ritrovano la mattina davanti ad una grandissima piscina.
I due amici di lei si tuffano, lei si spoglia per farlo.
Anche Anders sembra entusiasta e si toglie di corsa le scarpe.
Poi, si ferma.
Lei è lì, nuda, di schiena, gli dice che senza di lui non si tuffa.
Anders accenna un sorriso e la guarda con due occhi profondissimi.
Poi, diventa serio.
Poi lei si tuffa.
Poi vediamo lui tornare indietro, è andato via.

Quella descritta è una sequenza di devastante e meravigliosa profondità.
Lui che si toglie le scarpe e poi si blocca.
Lei, bellissima, di schiena, che lo aspetta.
L'alba.
Tutti simboli di una promessa, di una rinascita, di una possibile felicità.
Eppure Anders in un nanosecondo si blocca, per poi sorriderle e tornare indietro.
Tutto è una straziante metafora della tremenda paura di essere felici, a volte più forte e ineludibile di quella di star male.
Anders in quell'alba e in quella schiena ha visto qualcosa che pensa di non poter raggiungere, o meritare, o volere.
Oppure avrà pensato che tutto questo è effimero, non vero, che la sua realtà è un'altra, che lui è segnato.
E' questione di pochi secondi, sono scelte esistenziali che si prendono in un amen.
Le scarpe tolte e poi quel fermarsi, il sorriso e poi la serietà.
In quei pochi secondi Anders ha probabilmente davvero pensato che sì, la felicità esiste ed è lontana pochi passi.
Ma, in pochi attimi, il suo cervello gli ha fatto rifiutare tutto questo.
E allora se ne va indietro, verso quel destino che lui si sente già segnato ma che in realtà, segnato, non lo era per niente.
E credo che questo possa capitare molto spesso a chi decide di farla finita, avere un ultimo momento in cui decidere se essere felici, credere addirittura di poterlo essere, avere un'ultima, concreta, chance in cui si stanno per trovare le forze di buttarsi in piscina.
Ma quei 3 secondi di luce se non portano ad una luce ancora più intensa sono il viatico più sicuro verso il nero assoluto.
Eppure le scarpe le aveva tolte.
Ma, togliendole, era anche caduto.
Non credo sia un caso.

17.3.19

Recensione "Possum"

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Un'opera prima che, almeno all'inizio (ma anche dopo...), ricorda moltissimo lo splendido Spider di Cronenberg.
Un uomo psicologicamente molto debole e solo torna nella casa d'infanzia.
Con sè ha una borsa di cui non si priva mai.
Dentro quella borsa qualcosa o qualcuno di cui ha paura ma che, al tempo stesso, sembra avere bisogno.
Un esordio molto colto e misurato, un thriller psicologico dalle venature simboliche e inquietanti, un film non perfetto ma che è capace di darci sensazioni molto forti, creare una grande atmosfera e farci stare fino alla fine col desiderio di capire.
Interpretato da due attori in stato di grazia.

presenti spoiler

Comincia il film e - a parte il misterioso e inquietante prologo e a parte anche dei bellissimi titoli di testa che sembrano quelli di una serie tv - dicevo comincia il film e vediamo un uomo stralunato, spento e grigio (marrone) scendere da un treno.
Sembra l'inizio di Spider di Cronenberg.
Poi st'omo grigio e spento finisce in una specie di casa sgarruppata, stile inglese, tra l'altro un edificio della propria giovinezza.
Sembra l'inizio di Spider.
Poi sale in cameretta e mette una specie di diario sotto le assi del pavimento.
Sembra l'inizio di Spider.
Poi scende di sotto e c'è un vecchio bavoso che sembra uscito da Spider.
Sembra l'inizio, ca va sans dire, di Spider.
Insomma, mi ritrovo un personaggio uguale a quello di Fiennes, una location identica a quella del film di Cronenberg, delle dinamiche similissime, e anche un personaggio di contorno che poteva benissimo stare nell'altro film.
Mi chiedo se questo sia una specie di remake.
Poi, dopo pochi minuti, vediamo finalmente cosa c'è in quella misteriosa borsa.
Un uomo ragno.
Ragno, Spider.
O.k, non sarà un remake ma credo che la mia, facile, intuizione a questo punto sia ufficiale.
E sì, anche andando avanti questa notevole opera prima, Possum, somiglierà molto a quel grandissimo film. Riuscirà però a discostarsene, sia nel modus operandi che negli intenti.
Paradossalmente la sceneggiatura di Spider era molto più complessa di questa ma, invece, il film più difficile, essendo fortemente simbolico, è Possum.
Ecco, d'ora in poi cerco di parlare solo e soltanto di quest'ultimo film.

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Dicevo, opera prima.
E no, non sembra mica. 
Non sembra per la grazia nella regia e nella fotografia, non sembra per la profondità dell'opera, non sembra soprattutto per il tipo di film scelto per l'esordio, un film molto vecchio, sia nel vestito che nell'anima, che preferisce una fortissima componente psicologica a qualsiasi altra cosa.

12.3.19

Recensione: "The Incident" - Su Netflix - 22 - (Con una mia probabile e più dettagliata possibile spiegazione)

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Un grande film messicano, uno di quei film sui loop temporali e rompicapo mentali impossibili da perdere per un appassionato.
Succedono degli "incidenti", in più luoghi e in più tempi.
Dopo ogni incidente i protagonisti piombano in un loop temporale di 35 anni, imprigionati in uno stesso luogo dal quale è impossibile fuggire.
Grande atmosfera, regia di primo livello e una scelta di location e scenografie superba.
Non mi  bastata una visione, ho dovuto rivederlo mezz'ora.

E, per chi l'ha visto, ho provato a tirar fuori una spiegazione di tutto il più dettagliata possibile.

Non so se c'ho preso ma di meglio non sono riuscito a fare ;)    

Prima c'è una stupenda inquadratura che risale una scala mobile.
Stesa sulla stessa c'è una sposa, vecchissima.
Come saper creare un prologo di un minuto che già riesce a stupire e incuriosire lo spettatore, lezione N° 1.
Poi parte il film e per la prima mezz'ora ci sembrerà di essere ripiombati nei meravigliosi Ai confini della realtà di decenni fa.
Un poliziotto arresta due fratelli, spacciatori (mi pare).
Escono nella tromba della scale del loro appartamento, pistola puntata addosso.
I 3 cominciano a scendere le scale perchè l'ascensore non funziona (anzi, NON ESISTE, particolare importante).
Arrivano al primo piano, il prossimo nel prossimo ci sarà evidentemente l'uscita.
E invece no, e invece sotto al primo piano si ricomincia, c'è il nono.
Il poliziotto stenta a crederci, in una bellissima scena (mi pare in piano sequenza) scende ancora una volta tutti e 9 i piani.
E non solo dopo il primo ci sarà di nuovo il nono, ma in questo ritroverà i due ragazzi che aveva lasciato lassù, 8 piani sopra.
Bellissimo, The Incident ci ha conquistati già.
Appena dopo siamo in tutt'altro luogo.
Anche fotograficamente il passaggio da un posto all'altro è magnifico, passiamo dai lividi grigi del primo episodio ai caldissimi colori del secondo, ambientato lungo una strada desertica, strada che una famiglia sta attraversando per andare a trovare l'ex marito di lei e padre dei suoi due figli.
Alla guida il nuovo compagno.
Anche in questo episodio c'è un "incidente", ovvero un qualcosa che porta ad una situazione tragica, persino mortale.
Nel primo è lo sparo del poliziotto, nel secondo il grassone che fa cadere l'inalatore per l'asma. In entrambi i casi i due affermano che c'è una forza oscura che li ha fatti "sbagliare", come se non avessero possesso delle loro mani.
E in entrambi i casi, prima, abbiamo sentito un'esplosione.
O.k, mi sto addentrando in una mia possibile spiegazione, spiegazione però che preferisco dare a parte, alla fine.
In questa prima parte meglio parlare del film, a prescindere dalla sua eventuale comprensione o no.
E c'è poco da dire, The Incident è tanta roba.

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Forse il suo diventare troppo cervellotico e leggermente ripetitivo lo declassano dallo status di super gioiello ma è indubbio poter dire che film così li vedremmo tutti i giorni.
Girato veramente alla grande, fotografato anche meglio (come scritto sopra il contrasto cromatico tra i due episodi è splendido), recitato molto bene (anche se un paio di attori non convincono del tutto) e, soprattutto, capace di creare un'atmosfera davvero unica, angosciante e interessante insieme.
Io adoro i film simbolici e quelli dove ci sono piccoli dettagli che poi si rivelano importantissimi. Magari ne parlerò meglio nella "spiegazione" ma è giusto anticipare questa cosa, perchè El Incidente in questo eccelle.
Però, tra qualche anno, quando ripenserò a questo film la cosa che più mi sarà restata dentro sarà probabilmente la scenografia.

4.3.19

Recensione: "La Casa di Jack"

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La casa di Jack è la summa di tutto il cinema di Von Trier.
Anzi, è la summa di tutto, del Trier uomo, del Trier artista, del Trier nel mondo e delle sua filmografia.
E' il film definitivo che può portare un amante del regista ad amarlo ancora più intensamente e ad un detrattore ad odiarlo ancora più forte.
Perchè autocelebrativo, narcisista, autoreferenziale, megalomane.
Nessuno ha ragione, a ognuno ciò che ama.
L'importante è sempre e solo una cosa, il rispetto dei gusti e delle sensibilità altrui.
Non ho potuto non scrivere una prefazione su questo.
E dopo, invece, c'è il film, un film metafora immenso, una discesa nella follia e nell'inferno, una ironica ricostruzione di una propria vita personale e artistica.
E l'impossibilità, ormai, di riuscire ad arrivare ai Campi Elisi, quei Campi Elisi che un giorno avevi davanti, con quel rumore simile al respiro dell'erba


Prefazione.

Lars Von Trier è il mio regista preferito.
Già lo sapevo ma dopo il film di ieri ne ho la certezza.
C'è una cosa che non capirò mai.
Ed è perchè se uno considera Trier il suo regista preferito debba essere dileggiato.
Debba essere considerato "malato" o - anche peggio - un cinefilo che si atteggia.
Io non sono malato, io non sono un cinefilo che si atteggia, anzi, io non sono manco un cinefilo.
Sono uno che considera sto regista quello più grande, artisticamente e non.
Punto.
La cosa buffa è che tanti di quelli che scherniscono i trieriani peccano proprio di quello che a Trier imputano, ovvero la superbia, la presunta superiorità.
A me frega meno di zero se odiate Trier, se trovate i suoi film furbi o malati, se pensate che sia un provocatore e regista mediocre.
Posso contestare ogni cosa che dite, col dialogo, ma su quanto mi interessi, ecco, sotto zero.
E non mi frega nemmeno niente se amate registi che io trovo galassie inferiori al Nostro.
Mai mi permetterò di prendervi in giro per questo.
Oddio, scherzare sui gusti è bello, io sono il primo a farlo e, addirittura, molte battute cattive su Trier le ho trovare spassosissime (e anche un pò vere...).
Ma quello che deve sempre restare è il rispetto per gli altri, è il non ergersi mai sopra il prossimo, è non pensare di conoscere l'altro solo dal regista che ama.
Francamente anche basta, anche basta vedere 30enni, 40enni, 50enni che ancora scherniscono in maniera irrispettosa chi ha gusti diversi dai propri.
Daje, per favore, crescete, che state diventando ridicoli.
E se non sopportate Trier non succede niente, vi capisco pure.
Ma potete venire a casa mia stasera.
E anche io voglio poter venire a casa vostra stasera, sapendo che la persona che mi ospiterà non avrà l'arroganza di pensare di essere migliore di me.
Amate tutto ciò che volete.
Ma rispettate gli amori degli altri.
Diventerete persone migliori

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La casa di Jack non è un film di Lars Von Trier.
La casa di Jack è Lars Von Trier.
Ogni fotogramma di questo capolavoro è Trier.
E' Trier uomo, è Trier regista, è Trier nel mondo, è Trier e il suo pubblico, è Trier e la sua etica, è Trier e la sua filmografia.
Non c'è una sola scena, non c'è una sola suggestione, non c'è un solo snodo narrativo che io non abbia visto come metaforico.
Tanto che non so se recensire il film tout court o recensire il film-Lars, il suo connubio con l'autore.
Farò come sempre, le dita andranno dove vogliono e vediamo che succede.

Il primo Incidente è quello con la Thurman.
Cosa rappresenta nel film?
Ecco, bella domanda.
CI viene mostrato come primo omicidio ma nessuno ci dice che sia in effetti il primo omicidio in assoluto.
Eppure io credo lo sia.
Intanto per un senso logico, o anche solo di sensazioni.
Poi per uno pratico.
In tutti i seguenti omicidi che vedremo Jack sa già che ucciderà, lo sa molto prima di farlo.
Sono tutti omicidi costruiti alla perfezione, omicidi in cui lui ha giocato al gatto e al topo ma sempre sapendo che solo in un modo sarebbero finiti, con l'uccisione.
Il primo omicidio no, nel primo omicidio Jack tenta 5,6 volte di andar via, esasperato da quella donna petulante.
Il suo voler andar via non è una sceneggiata, lui vuole davvero farlo.
Siamo in un modus operandi completamente opposto a tutti gli altri omicidi.
Quindi sì, è il suo primo omicidio, quello dove la rabbia gli ha provocato quell'ictus omicida latente in lui da sempre.
E' stata la famosa goccia del famoso vaso, un vaso forse quasi colmo, pronto ad esplodere, un vaso sempre più denso, come l'ombra appena sotto al lampione.
Ma sì, quella è la genesi di un mostro che, forse, non lo sarebbe mai stato.
O forse sì. Ma è stata lì la genesi.
Andiamo alla mia lettura parallela.
Cosa rappresenta questa scena?
La Thurman siamo noi, noi che da anni esasperiamo Trier, noi che sembriamo sempre avere il bisogno di parlar di lui, noi che in moltissimi casi lo abbiamo letteralmente fatto esaurire.
Siamo noi che abbiamo creato il mostro Trier, il serial killer, il nostro bau bau.
E lui ce lo sbatte in faccia, io sono così perchè voi mi avete portato ad esserlo.
Da quel momento Jack Trier non può smettere di uccidere.
E non solo non avrà mai paura di essere scoperto ma farà di tutto per attirare attenzione, per provocare quel mondo (il pubblico) che lo ha fatto impazzire.
Come il vero Trier, uno che non si è mai nascosto dietro nulla, che gode nelle sue provocazioni, che invece di camuffarsi o fare gli occhi dolci ha sempre continuato a compiere i suoi omicidi (il male presente nei suoi film) sperando che questi finissero sotto gli occhi di tutti.

3.3.19

Recensione: "Errementari - Il Fabbro e il Diavolo" - Su Netflix - 21 -

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Il film è presentato da De La Iglesia, e già questo faceva capì che molto probabilmente ce saremmo trovati davanti ad una grossa cazzata.
Poi il film comincia e, incredibilmente... è una cazzata ancora più grossa.
Fotografia da arresto, recitazione da ergastolo, storia da pena di morte per un risultato da esecuzione capitale (che la pena de morte non dà mai la certezza dell'esecuzione capitale).
Tutto talmente brutto da risultar piacevole, un vero e proprio guilty pleasure.
Ma almeno me ce so divertito moltissimo a scrive sopra.

Quando abbiamo (io e il mio amico Vieri) visto all'inizio del film:

"Alex De la Iglesia presenta"

ci siamo guardati ed è bastato un secondo per dirsi:

"Ecco, sarà una stronzata immane"
(non ho molta stima per Della Chiesa, scusatemi)

e così è stata

Certo non ci aspettavamo che fosse una stronzata così immane.
Talmente immane da risultar quasi piacevole, il guilty pleasure per eccellenza.

Ora, io intanto SPERO vivamente che alla base de Errementari ce sia qualche fiaba basca, qualche racconto popolare.
Perchè se invece l'hanno inventato de sana pianta sono da TSO.
Un fabbro disertore di guerra che tiene rinchiuso nella sua fonderia un messo del diavolo e poi, boh, manco riesco a scrive altro, niente ha senso, niente.
Il fabbro più cattivo dello stesso diavolo, una cosa del genere.
Con un incipit scrauso messo a cazzo.
Con la storia di un baule pieno d'oro, di bambini e di Emissari dello Stato messo tutto a cavolo.
Con il tentativo maldestrissimo, quasi comico, de rifà una specie de Labirinto del Fauno con sfondo de guerra, bambina, demone che sembra il fauno, altri mondi, etc...

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Il film comincia e una cosa salta subito all'occhio.
La tremenda fotografia.
Colori orribili, falsi, luci che non esistono, contrasti tra grigi e colorati da infarto, patinature, una roba che manco a Photoshop.
Poi i personaggi cominciano a parlare e il film peggiora.

1.3.19

Recensione "Aterrados" (Terrified) (Terrorizzati) 2018 - Su Netflix - 20

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Un horror argentino su Netflix di cui stanno parlando tutti, mi sembra anche parecchio bene.
Io non lo considero un grande film di genere ma di certo abbastanza godibile.
Buenos Aires, in un quartiere (anzi, in 3 case contigue) succedono fatti terribili.
Due poliziotti e due esperti del paranormale indagano.
Film che colpisce in più di una scena, con almeno una grande trovata (il bimbo) ma anche una sceneggiatura che promette tanto e mantiene niente.
Per appassionati

 Arrivo alla recensione di questo film a più di 4 giorni dalla visione. I ricordi sono molto offuscati di già.
La faccio come recensione "alimentare" - un pò "dovuta" - per chi magari vuole comunque sapere cosa penso del film.
Aterrados è uno degli horror del momento, un pò perchè lanciato da Netflix un pò perchè, mi è sembrato, sia stato molto apprezzato.
Io, lo dico da subito, non grido assolutamente al miracolo e neanche al gran film di genere.
Però, ecco, si lascia ben guardare.
Siamo a Buenos Aires, Argentina (l'ho visto proprio per questo, se fosse stato americano avrei evitato, troppa sensazione di già visto).
In un ameno quartierino iniziano a susseguirsi dei fatti terribili e inspiegabili.
A uno glie scapoccia la moglie, al vicino appaiono degli umanoidi alti, magri e nudi, alla dirimpettaia muore il figlio sotto un tram, morte peraltro causata dall'omo a cui appaiono umanoidi alti, magri e nudi.
Insomma, tutti fatti inquietanti e stranissimi e, incredibilmente, tutti nel raggio di poche decine de metri.
Cosa li lega?
Niente, è proprio questo il problema
Non si sa.
Ad indagare finiscono un (me sembra) ex-poliziotto, un altro (me sembra) poliziotto, una (me sembra) sensitiva-scrittrice, un altro (me pare) sensitivo-scienziato del paranormale, pure guest star visto che non è argentino.
I 4 scopriranno delle cose terribili.

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Allora, ci sono due cose da dire opposte tra loro ma abbastanza incontestabili.
Aterrados funziona.
Aterrados è un pastrocchio.
Sì, il film funziona perchè ha tante scene riuscite, perchè la sua parte horror è sopra la media del genere e perchè porta lo spettatore per tutto il tempo a chiedersi quale sia il filo, il punto d'incontro di tutte quelle storie.

28.2.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 5 ) Enemy - di Edoardo Romanella

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Quinto appuntamento con la rubrica in cui Edoardo fornisce spiegazioni/approfondimenti sui film più criptici e difficili.
E' arrivato il turno dello splendido Enemy, film di cui io toppai completamente la recensione (e il conseguente giudizio) perchè troppo legato al capolavoro da cui è tratto, L'Uomo Duplicato di Saramago.
Non riuscii capire che il grande Villeneuve aveva stravolto il testo (in maniera geniale).
Tant'è, ormai è andata.
Buona lettura 

 Siamo nel 2013 quando il fenomeno Denis Villeneuve realizza quest’opera, tre anni dopo il capolavoro: La Donna che Canta (Incedies).
Possiamo considerarla come una personale trasposizione del libro: L’Uomo Duplicato, di Josè Saramago, e ho scritto “personale” non a caso, perché non è esattamente fedele all’opera letteraria, un’opera immortale sul concetto di identità.
Inizio col dire che mi era stato presentato come qualcosa di indecifrabile, un film del quale non esisteva alcuna spiegazione in rete (in realtà c’è qualcosina, tra tentativi “sparati a caso” ed esegesi abbastanza sensate, ma poco accurate). Dopo averlo visto posso scrivere che: sì, è complicato, ma c’è di peggio.
In ogni caso, premetto che non si può andare a vedere un film weird (perché di weird si tratta) in sala senza la minima consapevolezza del tipo di pellicola. Non è un film per svagarsi, richiede molta attenzione, sia per quanto riguarda i dettagli che i dialoghi. E’ ovvio che se anch’io vedessi un’opera di questo tipo nello stesso modo in cui guardo Fast and Furious non ci capirei una mazza.
Ad ogni modo, scriverò un accenno della trama per chi non lo avesse ancora visto (e prima di continuare a leggere vi consiglio di farlo).
Jake Gyllenhaal interpreta Adam Bell, un professore di storia e filosofia che sta vivendo un periodo di separazione dalla moglie. Un giorno scopre, guardando un film su consiglio di un amico, che un attore è uguale e identico a lui. Da quel momento inizia la ricerca dell’uomo, ma la realtà si rivela più complicata e sconcertante del previsto.

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Veniamo alla spiegazione: già un film che parte con una frase scritta (“Il Caos è ordine non ancora decifrato”) dovrebbe più o meno far capire allo spettatore a cosa sta andando incontro; così come il titolo (Enemy = Nemico) rapportato all’opera letteraria (L’uomo duplicato) dovrebbe dare una mano a intuire l’argomento trattato: lo sdoppiamento di personalità.

26.2.19

Recensione: "Tangerine" - Su Netflix - 19 -

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Prima del magnifico The Florida Project ci fu Tangerine.
 E non serve un genio per notare la stessa mano dietro la cinepresa.
Anzi, dietro uno smartphone in questo caso.
Baker e il suo semplice raccontare gli ultimi, i reietti della società.
Senza sensazionalismi, scene madri, retorica.
La storia di Sin-Dee, una trans appena uscita di prigione che va in cerca del suo fidanzato.
Lei, la sua amica Alexadra e un tassista armeno.
Poco altro.
Ad accadere, semplicemente, la vita


C'è un finale prima.
Ed è il finale, meraviglioso, di The Forida Project.
Quelle bimbe che cominciano a correre per salvarsi dal mondo degli adulti e rifugiarsi in quello dei castelli incantati.
Fuggono, si tengono per mano.
E il film cambia, anche a livello fotografico.
Si passa in un nanosecondo dalla classica grana cinematografica a quella che, sembra evidente, è la ripresa fatta con un IPhone.
Solo per quei 30 secondi finali Baker ha usato quella tecnica in quel film.
E poi vedi Tangerine e Tangerine è girato completamente con un IPhone.
E pensi allora che il finale di Florida è ancora più bello, quasi una citazione di sè stessi.
Ma del resto i punti in comune tra questi due film sono tanti ed evidenti.
In realtà ne basterebbe soltanto uno  di punti in comune, ovvero Sean Baker.
Lo Sean Baker uomo.
Perchè è evidente come a questo regista piaccia parlare degli ultimi, degli emarginati, dei losers.
E' evidente quanto voglia bene ai suoi personaggi, quando quello che mostra nei suoi film sia veramente quello che gli sta a cuore.
Florida e Tangerine trasudano verità, onestà, vicinanza al mondo che raccontano.
Li guardi e ti immagini Baker lì in mezzo a loro, come uno di loro.
Sono quei film "personali" che io non riesco a non amare.

Che poi Tangerine, se vai a guardare, non ha tanto da offrire.
Ha una storia quasi inesistente, roba che scrivi in qualche oretta dopo cena.
Ha una regia-non regia con queste immagini da telefonino.
Ha degli attori quasi al limite dell'amatoriale.
Non ha nemmeno tante vicende dentro, plot twist, scene madri, tragedie.
Ma allora perchè Tangerine è così bello?
Perchè un film fatto col telefonino che parla quasi di niente convince così?
Perchè è fatto col cuore.
Perchè non ti inganna mai, perchè non vuole stupirti mai, perchè non "usa" i suoi personaggi, perchè non tenta mai la strada della retorica, perchè non vuole darti insegnamenti, perchè non ha personaggi solo buoni e solo cattivi.
Perchè è umano, perchè racconta la vita così com'è, poco più di un documentario.

Sin-dee è una prostituta transgender appena uscita di prigione.
Vuole tornare dal suo ragazzo, nonchè suo pappone.
La accompagna in questa ricerca la sua migliore amica, Alexandra, anche lui trans e prostituta.

24.2.19

Recensione: "Il Primo Re"

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Straordinario.
Un film ambiziosissimo ma realizzato con una cura pazzesca in ogni suo aspetto.
Un atto d'amore per il cinema.
Italiano.
Regia, effetti, attori, sceneggiatura, c'è tantissimo - e tutto al meglio - in questo film che aveva tutte le caratteristiche per essere massacrato da chiunque, per non risultar credibile, per prestare il fianco alle lance di chi, secondo me, il cinema non lo ama poi così tanto.
La storia di Romolo e Remo, vero, ma - fuor dalla Storia -  semplicemente il racconto archetipico di qualcos'altro, di un qualcosa che stava nascendo, di un'Origine.
Quelli siamo noi, noi nati nella violenza, nella paura degli Dei e di noi stessi.
Noi che aiutiamo nostro fratello ma poi possiamo sentirci traditi da lui.
Noi che abbiamo scelto di avere una religione, abbiamo scelto di credere che dentro quel fuoco ci sia qualcosa più grande di noi.
Oppure noi che, invece, dentro quel fuoco non vogliamo entrarci.

Una meraviglia.
Un miracolo tecnico e umano.
Uno di quei film che ha un solo tremendo difetto, l'esser italiano.
Sì perchè NON è un luogo comune quello per cui se un film è nostro, allora, naturalmente, non è al livello di quelli degli altri.
Avete rotto il cazzo, ve lo dico col cuore in mano.
Il Primo Re è, per me, il Valhalla Rising italiano.
E non parlo solo di punto di riferimento ma anche di risultato raggiunto.
Lo dico da subito, almeno chi vuole essere accompagnato nelle meraviglie che scriverò sul film di Rovere può restar qua, chi invece pensa che io sia un emerito coglione che spara cazzate - oltre ad aver ragione - può fermarsi qua.
In realtà c'è un grosso punto di differenza col filmissimo di Refn, ovvero quella differenza che c'è tra le cose dette e quelle non dette, tra i testi e i sottotesti, tra la brutale violenza delle evidenze e la brutale evidenza delle metafore.
Entrambi i film parlano di religione, entrambi i film parlano di qualcosa che sta nascendo -una civiltà e un culto-, entrambi i film narrano di come le cose grandi siano partite da cose piccole, tremendamente umane ed intime.
Ma se il film di Rovere ha un approccio storico che poi porta a riflessioni altissime anche sulla religione, quello di Refn è un film spirituale.
Ecco, è come se dicessimo una preghiera.
Il film di Rovere siamo noi che diciamo la preghiera e l'argomento della preghiera.
Valhalla Rising è la preghiera.

Lo sapete, io adoro il non detto, adoro l'etereo, adoro i film o le opere che mi riempiono di significanti senza sbattermi mai in faccia i significati.
E il film di Refn questo era, era uomini nudi, violenza, sangue e viaggio senza che mai ci venisse detto questa violenza, questo sangue e questi viaggi cosa rappresentassero veramente.
Invece qui, nel Primo Re, tutto è lineare, tutto è maledettamente causa ed effetto, evoluzione, costruzione.
Eppure è un film mai didascalico, mai freddo, mai meccanico.
Ma il miracolo è un altro.
Il Primo Re è un film ambizioso, grande, difficile.
E si sa che in Italia fare queste produzioni è quasi impossibile.
Eppure per tutte le due ore del film non c'è mai stato un momento, uno solo, in cui quello che vedevo non mi sembrava (anche cinematograficamente) credibile, in cui ho avvertito un pizzico di approssimazione o minor cura.
Il Primo Re è un atto d'amore, un qualcosa che meglio di così non poteva esser fatto, è la dimostrazione che si può tentare l'impossibile se dietro quel tentativo ci si mette tutto sè stessi.
Io sono orgoglioso, punto.

20.2.19

Recensione: "Pin Cushion"

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La storia di Lyn e di sua figlia Iona.
Lei donnone brutto e zoppo perennemente umiliato dal prossimo.
Lei, adolescente bruttina (ma affascinante) e strana, perennemente umiliata dal prossimo.
Una coppia di losers insomma, che vive in una casa dai colori pastello, con un uccellino.
Film imperfetto, anche acerbo, ma pieno d'amore dentro.
Due personaggi indimenticabili, un finale che vi colpirà al cuore, l'ennesimo racconto di quell'impari battaglia tra la bontà e la cattiveria umana.

presenti spoiler nel finale

L'ennesimo film sull'adolescenza.
L'ennesima opera prima.
L'ennesima regia al femminile (e se si guarda il film è evidente).
Eppure questo tipo di film sembra non stanchino mai, ne escono sempre di più belli.
Non fa eccezione questo Pin Cushion, film fragile e dolce con personaggi fragilissimi e dolcissimi.
La storia di un'adolescente e della propria madre trasferitesi da poco in una nuova città.
Sono entrambe due losers, entrambe due esseri viventi abbastanza strani.
Lei, Iona, la ragazzina, ha un viso bruttino ma al tempo stesso affascinante (sembra una piccola Mia Goth), è repressa ma non lo dà a vedere, è una perdente ma non lo dà a vedere, ha tremendi problemi ma cerca di non darli a vedere.
Sua madre, Lyn, è un donnone zoppo e con una emiparesi (possibile metafora somatica del suo handicap sociale).
Si veste male, non ha niente di femminile, sembra una pazza e ha uno sguardo perso nel vuoto.
Sguardo perso nel vuoto che nessuno riesce mai a vedere però perchè la sua tendenza è guardare in basso, un pò per vergogna un pò per una sorta di autoproclamata manifesta inferiorità con il prossimo.
E' una madre eccezionale per affetto ma tremendamente inadatta per far stare al mondo la propria figlia.

"Da sola?" 
le chiede quando questa dice di volere andare a comprare il latte.

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Lyn è una di quelle madri meravigliose nell'animo ma che senza alcuna colpa (o malafede) crescono figlie disadattate, represse, agnellini pronti ad essere sacrificati nella tremenda giungla della vita (non credo che il sogno delle urla da savana e della madre che spara sia casuale).
Insomma, una coppia di disadattate che però divergono in un aspetto fondamentale, una -la figlia- cerca di mascherare questo disagio, l'altra -la madre- non potrebbe nemmeno provare a farlo.
La loro casa è tutta color pastello, piena di tanti piccoli oggetti, una specie di negozietto-bazar.

15.2.19

Recensione: "Il Corriere" (The Mule)

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Per me era solo il quinto film di Eastwood alla regia.
E, al solito, ho trovato il solito gran bel film, granitico, lineare, quasi inesorabile.
Lui giganteggia ma Eastwood a quasi 90 anni potrebbe anche star zitto 100 minuti e giganteggiare lo stesso.
Gran bel soggetto, buono svolgimento e un film che regge.
Ma anche una sceneggiatura troppo basica, piena di inverosimiglianze, troppo poco curata in alcuni aspetti.
Quello che più ci resterà è la storia di un vecchio che poco prima di andarsene riuscirà a farsi perdonare, riuscirà a capire quello che realmente conta nella vita, riuscirà a diventare uomo.
E' tardi, ma c'è ancora tempo

Se ci credete (e perchè non farlo?) ho visto solo 5 film di Eastwood regista.
E non pensate che se ce aggiungo quelli dove recita soltanto aumentamo de tanto eh.
Insomma, avè visto solo 5 film in quella che è una filmografia sterminata equivale quasi a non conoscelo.
Però ho visto almeno un capolavoro, Gran Torino, due grandissimi film - Million Dollar Baby (dove svenni gli ultimi 10 minuti, ma letteralmente eh) e Mystic River - e un gran bel film, Sully.
Insomma, il mio Eastwood è a media 8.
E la media di certo non si abbassa troppo con The Mule.
Anche se...

Son contento che tra quei pochi Eastwood visti ci sia Gran Torino.
Non tanto per il valore -immenso- del film ma perchè il personaggio di The Mule pare quasi lo stesso.
E' come se l'altro non fosse stato mai ucciso, come se fosse sopravvissuto in quel meraviglioso finale e ora ce lo ritrovamo qui.
Forse più legato alla vita, forse più sorridente, forse meno razzista. 
Ma del resto Gran Torino proprio questo raccontava, di un ammorbidimento, di una "maturità" raggiunta sopra gli 80 anni.
Quasi il coming of age di un 80enne, incredibile.
Per il resto è lo stesso personaggio, molto spigoloso, a volte molto duro, disastroso con la famiglia.
Impossibile non pensare che in questi due personaggi Eastwood non abbia messo anche qualcosa di suo, non abbia voluto espiare -rendendolo pellicola- qualche senso di colpa che l'Eastwood uomo si è portato dietro.
Siamo davanti al "solito" film di Clint, ovvero l'apoteosi del grande cinema americano, quel cinema granitico, inesorabile, lineare (Clint avrà mai fatto un film che gioca col tempo? complesso?), una specie di monolite messo su una carriola che avanza.
E' il cinema americano che mi stuzzica meno (rispetto all'indipendente) ma che molte volte regala dei film bellissimi, quasi intoccabili.
Stavolta, però, The Mule pecca proprio in uno di quei aspetti che in questo tipo di cinema è più inattaccabile, la sceneggiatura.
Ma ci arriveremo.

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Dico subito quello che ho più amato di The Mule.
Per prima cosa l'interpretazione di Eastwoood.
C'è da dire una cosa un pò scomoda però, e magari facilona, ma non posso non dirla.
Quando nel cinema recitano vecchi e bambini il loro compito è facilitato.
Si crea un'empatia maggiore con lo spettatore, la tecnica è minore e si può essere più spontanei.
Un bambino per saper recitare bene da bambino basta che di ricordi di essere un bambino.
E un vecchio lo stesso.