19.9.19

Recensione: "C'era una volta a...Hollywood"


C'era una volta a... Hollywood è il solito Tarantino, un autore unico incapace di sbagliare completamente anche un solo film.
Eppure questo è un film che sembra destinato a un pubblico più ristretto, un pubblico di cinefili prima ancora che di semplici amanti di film, come me.
Una ricostruzione di un luogo e di un'epoca pazzesca, un atto d'amore per un'intera Arte, attori magnifici ma anche una sceneggiatura claudicante e slegata, una serie di sequenze troppo lunghe e l'incapacità del film di partire mai per davvero.
Fino ad un finale incredibile, in cui ancora una volta Tarantino usa l'ucronia, stavolta, se possibile, in una maniera molto più profonda, intima e delicata che in Bastardi senza gloria.
Finale che farà discutere, che anche io non riesco a fare del tutto mio, combattuto tra la commozione per l'omaggio alla Vita e una modalità infantile nel saperlo rendere.
Del resto Tarantino questo è, un bambino mai cresciuto. E in quello che forse è il suo film più maturo questo finale, in qualche modo, è qualcosa che stona.

Ogni volta che mi trovo a recensire un nuovo film di Tarantino (qui nel blog ce ne sono pochi, direi 4) devo fare la premessa scema di dire che io, tarantiniano, non lo son mai stato ma al tempo stesso ho sempre trovato TUTTI i suoi film da buoni a capolavori (Pulp Fiction e Kill Bill).
Premessa democristiana (ma sarò ancora più democristiano sul finale) per far capire, se mai ce ne fosse bisogno, che tutto quello che scriverò è frutto di una grande onestà intellettuale e di una stima davvero fortissima per questo regista, regista che è nella storia del Cinema, senza nessuna discussione.
Io un pochino ho faticato con questo C'era una volta a... Hollywood (cercherò di non scrivere più il titolo, troppo stancante) e in questa stupida recensione proverò a spiegare perchè.
Per prima cosa è doveroso dire che questo è cinema oggettivamente grande, tecnicamente perfetto, pieno d'amore, personale e curato nei minimi dettagli.
La ricostruzione tarantiniana di quell'anno a Hollywood è talmente maniacale da alzarsi ed applaudire, punto.
Ma proprio qui sta uno dei miei problemi, ripeto, miei.
C'era una volta a... Hollywood (cazzo, l'ho riscritto) è un magnifico film per cinefili, meno bello per chi, come me, è solo un amante di film.
Se non si ha quel fuoco dentro per la storia del cinema, per i suoi protagonisti, per le sue varie epoche, si rischia di far fatica o, nella migliore delle ipotesi, restare un pochino "fuori" dalle vicende.
Credo invece che chi cinefilo lo è davvero possa aver trovato in questo film il suo paese dei balocchi, con quei rimandi, quei riferimenti, quelle chicche nascoste, quel racconto di un'epoca.


Attenzione, il cinema di Tarantino tutto è un cinema per cinefili (del resto il regista è il non plus ultra della cinefilia) ma mentre nelle altre sue opere questo amore per il cinema era la cornice e il pennello qua è anche il soggetto dentro al quadro.
C'è anche da dire che operazioni del genere servono a far conoscere cose a tanti semplici appassionati (e infatti il film è stato sì a tratti faticoso ma interessantissimo) quindi lungi da me criticare l'operazione, parlo solo a titolo personale.
L'epopea di questi attori mediocri ma famosissimi, la scelta tra il cinema e le prime serie tv, il divismo, le feste alla Playboy Mansion, il cinema italiano che cominciava a produrre i suoi celeberrimi western, le star americane che andavano a parteciparvi, i registi italiani con lo pseudonimo americano, i grandi Studios, le ville dei divi, c'è da perdersi in questo viaggio/lezione sul/di cinema che ci offre Tarantino.
In epoca recente ricordo un'operazione simile nello strano e forse imperfetto Ave Cesare dei Coen che, però, secondo me, in alcuni aspetti metafilmici era pure superiore a questo Tarantino.

18.9.19

Recensione: "Vox Lux"


Corbet ci aveva meravigliato con il suo incredibile esordio, L'Infanzia di un capo.
E in questo 2019 che pare l'anno delle opere seconde che confermino delle bellissime prime ecco che anche lui riesce a confermarsi, e alla grande.
Eppure Vox Lux è film tremendamente fastidioso, odioso, strano (con molti aspetti che ricordano i Trier), bisognoso di analisi post visione per capirne il senso e il messaggio.
Quello che è sicuro è che ancora una volta, dopo Childhood, Corbet ci racconta di un delirio collettivo (il totalitarismo lì, l'idolatria verso popstar apostole di disvalori qua).
Lo fa attraverso un personaggio insopportabile, il cui successo è nato da una tragedia e da un dolore.
Solo nel finale però, nell'ultimo minuto, avremo la chiave principale per capir tutto e la metafora si farà palese.
Film ostico e difficile da consigliare ma, probabilmente, a livello psicologico il top di quest'anno 

Questo sembra proprio l'anno delle opere seconde, quello in cui i migliori registi emergenti devono in qualche modo riconfermarsi dopo notevolissimi esordi.
Non so quante volte mi sia capitato - credo almeno 6,7 - di scrivere in questo 2019 "la conferma di un giovane regista da tenere d'occhio", solo nell'horror penso ad Aster e Peele.
Anche Corbet era qui chiamato alla conferma dopo il folgorante, pazzesco - quasi incredibile per me - esordio con L'Infanzia di un capo.
E anche stavolta devo dirlo, la conferma c'è stata, eccome.
Intendiamoci,  Vox Lux - film fastidioso, strano, di non facile appeal - è secondo me sensibilmente sotto l'opera prima, ma quello che conta è che ancora una volta il giovanissimo Corbet ha realizzato un'opera coraggiosissima, ambiziosa, originale e di grande personalità.
Forse è andato anche "oltre" le intenzioni iniziali, nel senso che a 30 anni fare un film in cui si ha l'arroganza di spiegare il nostro mondo è un tantino troppo ma, oh, ce ne fossero di registi così sfrontati tra i giovani.
Vox Lux è, per quanto mi riguarda, una specie di Infanzia di un capo 2.0, dove uno raccontava infatti della follia dei totalitarismi dello scorso secolo questo mostra invece una delle follie degli anni 2000, quella del divismo, se possibile il più superficiale.
E ancora una volta questo delirio collettivo non ci viene mostrato tanto dalla parte del popolo ma da quella intima e personale dell'idolo, il giovane dittatore in un caso, la giovanissima pop star in quest'altro.
Tanto che, se ci pensate, potremmo sovrapporre tra loro i due finali dei film visto che entrambi raccontano due idolatranti folle che si strappano i capelli davanti al loro punto di riferimento, politico o di costume che sia.
Davvero straordinario come Corbet abbia potuto girare due film completamente diversi l'uno dall'altro (anche se a livello di struttura narrativa quasi identici) che sono invece praticamente lo stesso film girato in epoche diverse.
Dirò di più, Vox Lux è se possibile ancora più ricco di tematiche, ancora più complesso, ancora più insidioso.
Il risultato rispetto all'opera d'esordio è senz'altro inferiore sia perchè di problemi ce ne sono (ritmo non sempre convincente, troppo parlato, un filo ripetitivo) sia perchè, inutile dirlo, il soggetto di Childhood era mille volte più interessante.
Però, attenzione, perchè Vox Lux sembra film che racconta una storia banale quando in realtà ha degli aspetti - sopratutto psicologici - da poter stare ore a parlarne.
Per prima cosa c'è da dire che Corbet potrebbe diventare il nuovo principe degli incipit cinematografici.
Quello dell'infanzia di un capo, l'ho detto più volte, è uno dei primi 5 degli anni 2000 per me, questo è "solo" grandissimo.
Una voice over "dell'oggi" che ci racconta le cose partendo dal passato.
Una voice over praticamente identica a quelle dei film di Trier, e non solo per l'uso in sè della tecnica, ma anche per come dice le cose e quando le dice (questo parlare delle cose più semplici dell'esistenza, specie quelle banali, il ritmo, tutto).
Non è un caso che Corbet abbia recitato con Trier (Melancholia) e che abbia affidato questa voice over a Dafoe...
Del resto anche la stessa divisione in capitoli (vista già in Childhood) è trieriana.
Dirò di più, tutto il film secondo me somiglia a quelli di Lars, per questo suo essere davvero molto fastidioso, pieno di personaggi detestabili e fragilissimi psicologicamente.
Di certo non arriviamo a quei livelli ma secondo me chi detesta il disagio dei film di Trier detesterà anche questo.


Ma torniamo all'incipit.
La scena a scuola è tragicamente bellissima, fastidiosa, perfetta (tra l'altro in un dialogo del film si farà riferimento all' elefante nella stanza, chiaro omaggio ad Elephant).
Quel primo sparo in soggettiva che ti sorprende, quel dialogo con Celeste, le immagini successive del massacro.
E quei fantastici titoli di coda che diventano titoli iniziali sovrapposti alle ambulanze che accorrono, chapeau.
Tra l'altro grandissima colonna sonora, non ci sono andato a guardare ma deve essere per forza lo stesso compositore sentito in Childhood, sono troppo simili.
Insomma, grande incipit.

16.9.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 12 - "2001 Odissea nello spazio" - di Edoardo Romanella


Con questo 12imo appuntamento Edoardo affronta quello che è forse il film principe che una rubrica con questi propositi (provare a "spiegare" i film) deve affrontare, il capolavoro di Kubrick.
Al solito anche qua sono stati scritti saggi su saggi ma magari una lettura come quella di Edoardo agile e condensata fa sempre bene 

vi lascio alle sue parole

L’ALBA DELL’UOMO

4 milioni di anni fa, siamo nel deserto, un gruppo di ominidi scopre per caso un monolite nero. Non esiste ancora la civiltà, vale la legge del più forte (ma è un dogma che vale sempre, in ogni spazio e in ogni tempo, se non consideriamo la grande illusione del mondo civilizzato), e si formano due gruppi antagonisti tra loro. I membri di uno impareranno presto a usare oggetti per combattere, e prenderanno il sopravvento sugli altri. Assistiamo all’evoluzione.
L’uomo, come tutti gli altri animali, uccide quelli della sua stessa specie.
Da qui veniamo catapultati nel futuro (1999), l’essere umano è schiavo della tecnologia. Un gruppo di astronauti viaggia nello spazio in direzione di Giove, dove è stato avvistato uno strano monolite nero, e la loro astronave è guidata da un computer avanzatissimo, HAL 9000, che sembra avere una volontà propria.




E’ il 1968, e la fantascienza riparte da qui, da questo film immortale, un capolavoro eterno ancora oggi insuperato.

11.9.19

Festival del cinema di Venezia 2019 - Resoconto finale


Riccardo Simoncini

Venezia, come già spesso si è detto, è un festival (o meglio una mostra) che guarda alla novità, al futuro e all’innovazione, intesa non solo nel modo di fare cinema, ma anche di concepirlo ed intenderlo. Così non deve stupire che esista una sezione intera dedicata alla VR (Virtual Reality), il vero e proprio futuro dell’audiovisivo, o che, come fuori concorso, siano state presentate delle serie tv (tra l’altro quest’anno hanno davvero stupito le due serie tv, The New Pope e ZeroZeroZero). Perché la mostra di Venezia travalica, a tutti gli effetti, i limiti, i criteri e le etichette che sono correlate spesso ad un’idea antica e stereotipata di dinamica festivaliera. Per questo non deve neanche stupire che a vincere il Leone d’Oro quest’anno sia stato Joker, di Todd Philips che, come è stato approfondito nella recensione, costituisce un film che va oltre le etichette del semplice cinecomic. Che Venezia sia stata una piattaforma di lancio per gli Oscar si è già notato nelle precedenti edizioni (The Shape of Water, Roma ecc), ma quest’anno, con la vittoria di Joker, si riconferma, con ancor più forza, un’idea di Cinema nuova, lontana da idee chiuse e conservatrici di un cinema sostanzialmente elitario. E Joker non ha paura di urlarlo al mondo, senza messe misure. E questo premio, così importante, entrerà di sicuro nella storia del cinema. Felice poi per la presenza tra i vincitori del concorso di “J’accuse”, il film di Roman Polanski che ha probabilmente messo d’accordo un po’ tutti e che per fortuna ha vinto, nonostante le tristi dichiarazioni della presidente di giuria all’apertura del festival (“Non applaudirò al suo film. Non posso separare la persona dall’opera”). Buona e meritata poi la presenza italiana con l’interessante film di Maresco (Premio speciale) che offre una visione nuova, satirica e cinica sul mondo della Mafia d’oggi e Martin Eden, con il suo Luca Marinelli incredibile e sopra le righe, tanto da vincere la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile. Dispiace per l’assenza tra i vincitori di Ema di Pablo Larrain, la cui giovane protagonista Mariana Di Girolamo era probabilmente la più adatta per il premio Marcello Mastroianni all’attrice emergente. Il regista Pablo Larrain rimane nuovamente senza premi, nonostante i tanto amati (e numerosi) film presentati al Lido veneziano. Speriamo che Ema riesca comunque ad avere vita felice nella distribuzione, perché merita davvero di essere visto (e rivisto, per comprenderlo ancora di più nella sua profondità). E dispiace anche per l’assenza di The Painted Bird, che sarebbe stato un buon candidato per la migliore regia, invece vinta (e comunque sempre altrettanto meritata) da Roy Andersson che, dopo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, riesce comunque di nuovo ad entrare nella palmares. Un’edizione comunque molto ricca, nonostante un leggero calo generale della qualità negli ultimi giorni di festival (a parte qualche indimenticabile eccezione, primo fra tutti “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco). Un’edizione altamente variegata, capace di includere registi ed operazioni cinematografiche profondamente eterogenee, con in ogni caso un grande numero di perle inaspettate e da scoprire, quest’anno ritrovate soprattutto nelle sezioni parallele della Mostra (Settimana della Critica e Giornate degli Autori), che si confermano dunque sezioni non minoritarie rispetto alle classiche del concorso. Se volessimo provare a ricercare un fil rouge, un tema predominante che lega in qualche modo tutta la selezione, così come l’anno scorso si poteva parlare del colorato e variegato mondo della femminilità, sicuramente quest’anno ci ritroveremmo invece a confrontarci con la familiarità. Da Marriage Story di Noah Baumbach a Sole di Carlo Sironi. Da Pelican Blood di Katrin Gebbe a Ema di Pablo Larrain. Famiglie che si creano e che si distruggono. Famiglie di segreti o di condivisioni. Famiglie di giovani che guardano al futuro e di anziani che ricordano il passato. Famiglie improvvisate e famiglie già affermate. Ma sopratutto l’idea di famiglia strettamente connessa alla genitorialità, a quel rapporto genitori-figli tanto importante al giorno d’oggi. Chissà cosa ci aspetterà il prossimo anno, Ci vediamo a Venezia77!

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorni 10/11 - 8/9 settembre



LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA 
di Franco Maresco


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

A 25 anni dalla strage di Capaci e via D’Amelio, il regista, accompagnato dalla fotografa Letizia Battaglia, decide di realizzare un documentario sulle celebrazioni ufficiali della ricorrenza. Sulla sua strada compare anche Ciccio Mira, bislacco organizzatore di feste di piazza, che sta organizzando un evento “parallelo”
Si ride molto, ma amaramente. 

Voto: 7


WAITING FOR THE BARBARIANS 
di Ciro Guerra


CONCORSO

Filippo Tassinari

Un magistrato amministra un avamposto ai confine dell’impero: oltre c’è il deserto e i barbari. La sua amministrazione, fondamentalmente pacifica, verrà messa in discussione dal colonnello, inviato dal regno.
Una storia senza luogo e senza tempo, antica e contemporanea, con qualche piccolo difetto sulla fluidità ma tuttavia piacevole. 

Voto: 6 e ½


BOROTMOKMEDI (The Criminal Man) 
di Dmitry Mamuliya


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Un uomo assiste casualmente ad un omicidio: la vittima è un famoso calciatore. L’evento criminale diventa una fissazione per l’uomo che visita ripetutamente il luogo dei fatti, cerca di conoscere le persone coinvolte, provando ad entrare nella psicologia di vittime e colpevoli.
L’unico vero difetto del film è la lunghezza che rende a tratti faticoso il percorso disegnato dal regista nella costruzione psicologica di una mente criminale. 

Voto: 6 e ½


ZUMIRIKI 
di Oskar Alegria


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Documentario dove il regista è il protagonista di una esperienza sulla ripetizione di un ricordo: vivere isolato nel luogo dove ha trascorso la sua infanzia, sulle sponde di un fiume nel centro dei paesi baschi, dove i suoi nonni avevano una capanna.
Purtroppo si salva poco di un documentario che risulta troppo autoreferenziale e con una vocazione poetica affetta da lirismo. 

Voto: 5


 ROGER WATERS US + THEM 
di Sean Evans, Roger Waters


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

Il concerto dell’ultimo omonimo tour del fondatore e genio creativo dei Pink Floyd, Roger Waters.
Se amate i Pink Floyd e non siete stati al concerto, è una buona occasione per recuperare. 

Voto: 6


THE BURNT ORANGE HERESY 
di Giuseppe Capotondi


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

James, affascinante critico d’arte, è ospite con Berenice, fiamma del momento, nella villa di un ricchissimo collezionista. Qui ha la possibilità di intervistare Jerome Debney, pittore fuori dalle scene da 50 anni, dopo che le sue opere furono distrutte da un incendio.
Il film rimane indeciso se mantenere il tema del dramma e della follia di un uomo e la sua avidità o fare un discorso sull’arte e a chi è destinata. Nel dubbio diventa mediocre e allo spettatore non rimane che un pugno di mosche. 

Voto: 5

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorno 9 - 7 settembre



A HERDADE (The Domain)
 di Tiago Guedes


CONCORSO

Filippo Tassinari

La famiglia Fernandes, proprietaria di vasti terreni a sud di Lisbona, è protagonista negli anni, dal dopoguerra ai giorni recenti, delle rivoluzioni subite dal paese e all’interno del nucleo familiare.
Lunghissimo drammone a cavallo tra La meglio gioventù e Dinasty. 

Voto: 5

Riccardo Simoncini

Un racconto epico nel senso originario del termine. Un'odissea storica che travalica e scavalca il tempo e si concentra piuttosto sullo spazio. Al centro, infatti, di “A herdade” vi è una tenuta fondiaria, uno spazio circoscritto che è fisicamente e giuridicamente ereditato e sullo sfondo trascorrono i decenni che si succedono e la Storia che penetra in quello spazio. Così si scontrano e si confrontano la realtà terriera di quella tenuta, dove tutto è particolareggiato e a dimensione del singolo uomo e la grande realtà, del Portogallo, quella macroscopica, rivoluzionaria, a dimensione umanitaria. Purtroppo, però, il grande difetto del film è di concentrarsi fin troppo sulla realtà limitata della terra (e sul concetto specifico di proprietà), non approfondendo con la dovuta attenzione i grandi capovolgimenti politici e sociali del Novecento e mantenendo sempre uno stile impersonale che facilmente può essere accostato a tante fiction Rai minori. In “A Herdade” è anche altro ad essere ereditato, non solo la terra, ma anche i valori, il modo di pensare e di agire. Per questo, quando la storia ed il mondo circostante mutano in fretta, e il nostro mondo invece è semplicemente ereditato, iniziano i problemi, cominciano i conflitti ed i mattoni di quell'antica tenuta che è rimasta erta per un sacco di anni iniziano a cadere. 14 mila ettari: una proprietà terriera così tanto estesa da legittimare infatti il suo proprietario, il “padrone” Joao, ad imporvi le sue regole, come fosse uno stato autonomo a sé stante. Possiede la terra, possiede gli animali e crede di possedere persino gli uomini. Ma, come si diceva, l’imminente arrivo di nuove ideologie rivoluzionarie, sconvolgerà l’equilibrio di quel luogo apparentemente isolato dall’ambiente circostante. Ma se si perdono prima i lavoratori, poi le terre, poi gli animali, se inizia, cioè, a disintegrarsi quella proprietà pezzo dopo pezzo, cosa rimane allora? Solo un uomo, come tutti gli altri.


PARTENONAS (Parthenon) 
di Mantas Kvedaravičius


SETTIMANA DELLA CRITICA

Filippo Tassinari

Diversi personaggi raccontano frammenti delle loro vicende: un ragazzo sudanese scappato dalla guerra, una prostituta ucraina, un delinquente curdo, una studiosa di immagini sacre.
Macchina a mano, riprese alle spalle dei protagonisti e voice over. Intreccio senza trama: Visionario forse sì, visibile forse no. 

Voto: 4


HAVA, MARYAM, AYESHA 
di Sahraa Karimi


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Kabul, Afghanistan. Racconto a 3 episodi. Hava, è in dolce attesa, ma di lei nessuno si cura, dividendo la casa con un marito assente ed il peso dei suoceri. Maryam è una giornalista, colta ed indipendente, che ha appena concluso un lunghissimo rapporto causa infedeltà del partner. Ayesha scopre di essere incinta e il suo fidanzato scompare.
In una paese con una cultura ancora patriarcale, la regista racconta il tentativo di emergere di queste donne, diverse tra loro per classe ed età, ma determinate a creare un cambiamento. 

Voto: 6


SANCTORUM
di Joshua Gil


SETTIMANA DELLA CRITICA

Riccardo Simoncini

Prossimi alla conclusione del festival (e in chiusura della Settimana della Critica), arriva questo grande film-esperienza (il secondo dopo Scales, già recensito qua sul blog al giorno 5). Siamo in Messico, in un territorio dove i narcos hanno preso il controllo per gestire la produzione di droga. I contadini, non avendo altra alternativa per sopravvivere, devono così divenire lo strumento fondamentale e chiave affinché quella terra produca in quantità il prodotto finale. Si ritrovano dunque in mezzo alla lotta violenta e sanguinosa tra narcotrafficanti ed esercito messicano. Loro, i contadini, persone semplici, mosse da altrettanto semplici aspirazioni. Loro che sanno solo coltivare la terra, perché quello è stato loro insegnato dai genitori. Loro che, magari pur non avendo un’istruzione, conoscono però in ogni suo dettaglio quella terra vivente che coltivano, sanno come allevarla, crescerla, fino a riceverne il frutto finale. E proprio per questo rapporto di simbiosi, che si stabilisce tra gli indigeni e la natura messicana, colpisce e va nel segno l’opera di Joshua Gil, regista già impegnato nel reparto della fotografia in alcuni film dell’amato Carlos Reygadas. E la lezione del regista messicano si nota, per esaltare il valore esperienziale dell’opera cinematografica, dove la dimensione onirica e visionaria (a cui contribuiscono artificiosi effetti speciali digitali) è in perfetto equilibrio con una dimensione più documentaristica. L’uomo che cura la terra è lo stesso che è in grado di sentirne il battito pulsante, il respiro vitale o semplicemente il pianto, il lamento, il grido sofferente di chi è sfruttato senza pietà. E così come un bambino può sempre sentire e distinguere la voce materna, anche in questo caso quei contadini possono percepire la voce della madre terra, con i suoi segnali e i suoi avvertimenti. Quella natura costituisce dunque un luogo ancestrale, con la sua simbologia e mitologia, a cui i contadini possono rivolgersi per chiedere aiuto. Perché, a causa di quella guerra tra narcos ed esercito nazionale, a rimetterci sono i contadini, gli indigeni, che continuano a soffrire e morire. Non si può contare su altri uomini, ma solo sulla spiritualità della terra. E a quella richiesta d’aiuto, la natura, così grande e potente, risponderà con tutte le sue forze. Contro uomini che non possono niente, se non stare a guardare. Sarà l’apocalisse. Sarà una luce che da piccola stella, si farà prima flebile fascio attraverso la nebbia e poi tutto invaderà.


NEVIA
di Nunzia De Stefano 


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Nevia ha 17 anni: senza madre e con il padre in carcere, vive nel campo Bipiani di Ponticelli con la nonna e la sorellina. La vita non è semplice, dovendosi arrangiare tra la miseria del contesto, l’assenza di lavoro, i ruoli genitoriali assenti e uno spasimante che la corteggia.
Esordio alla regia per Nunzia De Stefano, ex moglie di Matteo Garrone, qui come produttore: il racconto, di ispirazione autobiografica, ha il suo punto di forza nella performance della protagonista e nella naturale empatia che trasmette allo spettatore, anche grazie ad una equilibrata costruzione dei personaggi. 

Voto: 6

6.9.19

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorno 8 - 6 settembre


LAN XIN DA JU YUAN (saturday fiction)
di Lou Ye

FUORI CONCORSO

1941, Shangai è una città dove coesistono più forze armate e di inteligence dei paesi coinvolti nel 2° conflitto mondiale. L'attrice Jean Yu vi fa ritorno per recitare apparentemente nello spettacolo del suo ex amante.
Spy story in salsa agrodolce basata tutta sull'ambiguità dei personaggi: consigliabile solo a veri appassionati di genere e produzioni orientali.
Voto: 5


NEVIA
di Nunzia De Stefano 



ORIZZONTI

Riccardo Simoncini

Dopo Sole di Carlo Sironi, la componente italiana nella sezione Orizzonti si concentra nuovamente su storie al limite, con protagonisti giovani adolescenti che devono confrontarsi con un contesto di vita complesso. Se in Sole questo era rappresentato da una maternità surrogata, che quindi offriva il pretesto per raccontare cosa significasse essere genitori, in Nevia il paesaggio cinematografico in cui sono immersi i personaggi è rappresentato dai campi container, un luogo dove tutta la vita è condensata. È come un mondo in miniatura, dove c’è tutto, a misura d’uomo. Così si usa un piccolo carrello, opportunamente modificato artigianalmente, come mezzo di trasporto attraverso cui muoversi e districarsi per le vie di quei luoghi così tanto al limite. Prodotto da Matteo Garrone (e in effetti tanto garroniano nella messa in scena e felliniano nella costruzione dei personaggi) e diretto dalla sua ex moglie, Nunzia De Stefano, Nevia è un racconto dolce e delicato di cosa vuol dire essere giovani in un mondo che ti obbliga a diventare adulto. Nevia (interpretata da un’indimenticabile Virginia Apicella) ha 17 anni, ma, nonostante l’età, è più matura e responsabile degli adulti stessi. È infatti lei ad occuparsi di tutto, dal guadagnare soldi all’occuparsi della sorellina. Nevia si rifiuta, però, di adeguarsi ad un mondo marcio e corrotto fino al midollo, dove la criminalità e la prostituzione sembrano agli occhi di tutti l’unica via possibile per la sopravvivenza. Non per Nevia, che conserva dentro di sé una purezza e una determinazione che le permettono di non adeguarsi a quel contesto così umanamente basso. 

Meglio allora un circo, così grande e ampio (rispetto a quel mondo in miniatura dei campi container), e allo stesso tempo colorato e buffo nella sua diversificazione. Meglio animali, maghi, clown e trapezisti. 
Meglio la vita e la sua voglia di inseguirla. 


ATLANTIS 
di Valentyn Vasyanovych

ORIZZONTI

Filippo Tassinari

2025, Ucraina Orientale. Ad un anno dalla fine della guerra, Sergeij, ex soldato, si trova a vivere in un paese devastato. Alla chiusura della fabbrica, trova una opportunità unendosi ad una missione di recupero cadaveri di guerra.

Lunghi piani sequenza, a macchina prevalentemente fissa, disegnano una realtà devastata dalla guerra e senza apparente speranza, se non quella di andarsene. Una modalità originale per trattare un tema attuale e non pienamente conosciuto, provocando un forte impatto nello spettatore. 


Voto: 7

5.9.19

Festival del Cinema di Venezia - giorno 7 - 5 settembre (con, tra gli altri, il mio idolo Roy Andersson)


 OM DET OANDLIGA (about Endlessness)
di Roy Andersson
CONCORSO

Filippo Tassinari

Spiegare un film di Roy Andersson è impresa ardua: ci si potrebbe limitare a descrivere cosa accade sullo schermo, ma sarebbe limitante. Il regista disegna degli episodi, come se fossero dei piccoli ma bellissimi quadri in movimento. Dentro si possono trovare situazioni quotidiane, divertenti, grottesche, melanconiche, in cui riconoscersi e lasciarsi trasportare o rimanere annoiati e distanziarsene.

Voto: 7 e ½

Riccardo Simoncini

Roy Andersson è un uomo di 70 anni che, nonostante l’età, può contare una filmografia relativamente ridotta. Una quantità ingannevole, perché, dietro di essa, si nasconde un'acuta e profondissima riflessione sull'essenza dell'uomo. Pochi film, ma pregni di significato, che indagano su valori esistenziali e fondamentali per tutti gli esseri umani. Il suo surrealismo della solitudine, che nei pochi precedenti film veniva sfruttato per rappresentare in veri e propri quadri fiamminghi la vita priva di emozione di uomini semplici ed ordinari, viene qui portato all'estremo. E lo si può intendere fin dal titolo. About Endlessness. Sull'assenza di fine. Sull'infinito. Un tempo inarrestabile che non si deve intendere in senso dinamico e frenetico, ma come un infinito statico, dove nulla cambia o si evolve. Non c'è fine, perché non c'è cambiamento, non c'è alternanza di fasi o stagioni. Tutto è immutabile. Neanche i colori subiscono trasformazioni, rimanendo sempre freddi e grigi. Ma l'infinito del titolo lo si può estendere anche alla materia narrativa stessa, che qui diventa ancora più frammentaria rispetto al passato. Tante piccole (infinite) storie distinte e non interconnesse, come piccoli quadretti grotteschi, si susseguono pian piano per creare un'opera di appena 1 ora e 20 di durata. Nonostante infatti l'esiguo minutaggio, l'impressione finale è che siano tantissimi, infiniti i ritratti di esseri umani che si succedono, guidati da una voce narrante che ci concede l’accesso ad un'atmosfera onirica, ideale ed assimilabile ad un sogno. Questo va a riconferma del fatto che ciò che mette in scena Roy Andersson rappresenti in realtà una concezione universale e collettiva di essere umano, che non si estingue ma si rigenera continuamente. Come l’energia, che per le leggi fisiche della termodinamica non può essere distrutta, né creata, ma può solo trasformarsi nelle sue mille forme all’infinito. Le storie che si susseguono sono infatti diversissime, ambientate spesso in epoche totalmente diverse, ma tutto risulta comunque legato ed idealmente connesso, come se in fondo, con il passare del tempo, nulla fosse davvero cambiato. Andersson raffigura così i ritratti sfaccettati dell’intera evoluzione umana: dai bambini agli adulti, da personaggi e situazioni storicamente insignificanti (un compleanno, una giornata qualunque di pioggia, un ballo all’esterno di un caffé) ad eventi storici rilevanti (la presenza di Hitler, la sconfitta di un esercito). Ma tutti gli individui che compongono questi quadri senza tempo (e che anzi tendono proprio a scavalcarlo) soffrono di un’incomunicabilità estrema. Le domande e le risposte dell’uomo non si corrispondono e non trovando alcun punto di incontro, si ripetono incessantemente, sempre uguali a se stesse, come se in quel mondo, basato su frammenti di esistenza umana, essere stessero ancora cercando simbolicamente un interlocutore che sia in grado di parlare la loro stessa lingua. In una tale situazione sembra dunque difficile credere in qualcosa. Forse in Dio, ma forse pure la fede può vacillare. E allora a cosa affidarsi? Cosa ci rimane? La consapevolezza di essere vivi. Perennemente vivi. Staticamente ed infinitamente vivi. 
Insomma, nelle diverse storie che si susseguono cambiano gli sfondi, i costumi, il linguaggio e il modo di muoversi, ma l'uomo è sempre quello. La sua esistenza è sempre quella. Come un caleidoscopio monocromatico che frammenta la realtà in mille forme geometriche e simmetriche, che apparentemente variano nel tempo, ma che in fondo dipendono sempre dalla costruzione dello stesso piccolo oggetto. 

L'uomo è lì, sopravvive alla storia, sopravvive al tempo, sopravvive all'infinito. Ma solo in pochi casi si può dire lo stesso delle opere prodotte da quello stesso uomo e Roy Andersson è forse uno di quei pochi casi. 

GUEST OF HONOUR
di Atom Egoyan
CONCORSO

Filippo Tassinari

Alla morte del padre Jim, Veronica, giovane insegnante di musica al liceo, colloquia con il parroco che officierà le esequie. Dal dialogo scaturisce il passato del rapporto tra padre e figlia, in un intreccio di segreti e ricordi nascosti o dimenticati.
Egoyan, dopo Remember di 4 anni fa, torna al Lido con un film dove la memoria è nuovamente la protagonista: un dosaggio eccessivo dell'intreccio rende a tratti troppo nodoso l'intreccio di una pellicola tuttavia più che discreta. 

Voto: 6 e ½

 BLANCO EN BLANCO (white on white)

di Théo Court


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Un fotografo arriva nella innevata Terra del Fuoco, convocato da un potente propietario terriero, per scattare le foto del proprio matrimonio. Si ritroverà invece a documentare il massacro del popolo indigeno.
Esempio pratico di quando la leziosità e l'eccessiva ricerca di una narrazione poetica rendono un film noioso e inconcludente: un vero peccato trattandosi di fatti realmente accaduti che meritavano uno sviluppo migliore.Voto: 5