25.6.22

Recensione: "Hatching - La forma del Male"

 

Hatching è un gran bel film finlandese, metaforicamente eccezionale, che si spera arriverà presto anche nelle nostre sale.
Una famiglia perfetta in un quartiere perfetto.
Una perfezione ostentata, ipocrita, mostrata su tutti i social.
In realtà abbiamo una madre terribile, un padre inetto, un figlio già incattivito e una meravigliosa 12enne, la nostra protagonista, costretta a subire tutti i traumi possibili che una madre può causare ai propri figli.
Un giorno, però, Alli trova un uovo, un uovo nato da un corvo morto (la madre glielo aveva ucciso davanti).
Inizia a custodirlo, a "covarlo".
Quell'uovo genera una creatura apparentemente mostruosa ma che, forse, rappresenta quealcos'altro.
Hatching non è un capolavoro, la sua parte horror e di effetti speciali lo depotenzia.
Ma sotto ha tanto, davvero tanto.
E può diventare un film metafora dell'adolescenza come ne ho visti pochi questi anni

presenti spoiler

 La cinematografia finlandese è piccola ma, a ben cercare, sempre pronta a regalare qualche perla.
Hatching non sarà a livello dei film più belli arrivati da lassù (a memoria direi Sauna ed Euthanizer in questi ultimi anni) ma resta una di quelle pellicole che sicuramente restano impresse e provano, seppur con qualche incertezza, a raccontare qualcosa di importante.
E' buffo come io abbia sempre paragonato l'età dell'adolescenza ad una crisalide, un'età di passaggio e di trasformazione che ti fa passare (normalmente, poi le eccezioni sono duemila) dal bambino che eri all'adulto che sarai.
Ecco che mai come prima questa metafora me la sono ritrovata in questo film, Hatching (il titolo inglese ricorda proprio lo schiudersi delle uova).
Film sicuramente bello da vedere ma che forse, a conti fatti, trovo più importante che bello, più interessante che bello.
Insomma, quello che racconta, e il modo in cui lo fa (simbolicamente e non) secondo me lo elevano.


Le prime inquadrature ci mostrano un quartiere bellissimo, luminoso, colorato, perfetto.
E una famiglia altrettanto bellissima, colorata e perfetta.
Passiamo da un drone a telecamerine casalinghe.
Tutta questa perfezione non solo è manifesta ma anche "voluta" visto che la famiglia in questione tiene una specie di blog/profilo instagram dove racconta la propria invidiabile vita, spazio gestito dall'insopportabile madre.
Non serve uno spettatore membro del Mensa per capire che la realtà che sta sotto è  - e sarà - parecchio diversa.
A dir la verità è lo stesso film ad urlarcelo contro sin da subito sia con la colonna sonora "argentiana" che accompagna i primi minuti sia con una scena inquietante che arriva dopo pochissimo, quella in cui la madre spezza il collo del corvo.
La figlia - una meravigliosa 12enne con la quale empatizzerete tantissimo, o almeno per me è stato così - rimane talmente scioccata da quel gesto da - almeno nella mia lettura - abbandonare l'infanzia da quel momento esatto.
E per sempre.
Ne nascerà un film che - come dicevo prima - diventa molto più bello e importante se letto in chiava metaforica, a prescindere dalle sfumature diverse che ognuno di noi potrà dare.
Prima di addentrarmi nella mia personale lettura analizzo il film più in superficie, tra pregi e difetti.

20.6.22

Recensione: "Black Phone"


Sono mesi che vedo pochissimi film (uno a settimana di media).
E spesso manco ne scrivo.
Recuperiamo qualcosa del tempo perso con l'ultimo film visto, 
un horror adesso nelle sale, Black Phone.
Buono, per tanti molto buono.
Niente per cui impazzire ma la conferma che Derrickson - tra i mestieranti -  è uno dei migliori (certo Eggers, Aster e Peele sono un'altra cosa...).
Il problema, semmai, è che ricorda per tantissimi aspetti un suo vecchio grande successo, Sinister.
La storia della classica cittadina americana dove cominciano a sparire bambini.
La polizia brancola nel buio ma una bambina con sogni premonitori li porta nella strada giusta.
Sono vittime de Il Rapace, un uomo-mostro.
Una prigione, un telefono nero che, forse, rappresenta la speranza.
Un telefono nero grazie al quale combattere tutti insieme


PRESENTI SPOILER

Ora, lo ammetto, non ricordo perfettamente Sinister (gran bel horror, non eccezionale ma tra quelli da multisala di questo ultimo decennio sicuramente tra i migliori) ma più guardavo Black Phone (adesso al cinema) più me dicevo "cazzo, ma sta cosa l'ho già vista!" e ogni volta il "già vista" era riferita a Sinister.
Derrickson è bravo, il suo (quasi) debutto con L'esorcismo di Emily Rose era veramente bello e Sinister, come detto, pure.
Buffo come si barcameni esattamente a metà tra gli horror e i blockbuster sci-fi a conferma che probabilmente non sia un grandissimo autore ma sicuramente uno "solido" che fa il suo dovere al meglio.
Questo Black Phone non ha, preso pezzo per pezzo, un solo aspetto che lo renda originale ma in qualche modo, unendoli tutti sti pezzi, alla fine un proprio carattere lo tira fuori.

Siamo a fine anni 70 e abbiamo la classica cittadina americana dove iniziano a sparire regazzini una settimana sì e una no.
Nessuno, tranne una bambina che ha sogni premonitori, sa che a far questo è un mezzo matto, uno che sembra vestito da Babadook ma va in giro coi palloncini (neri) tipo It.
The Grabber (il Rapace) lo chiamano.

Film horror solido, che se inviti gli amici a venire al cinema o lo consigli non sbagli.
L'ambientazione retrò è sempre ben gradita, la location col quartierino co le case a schiera e coi pratini belli alla Halloween pure, la regia e la fotografie pulite.
In realtà quando uno guarda Black Phone percepisce "soltanto" il film di genere ma, se riflette un attimo, capisce che in realtà l'operazione voleva far di più.
Andando a scavare infatti questo è un film con profonde velleità, ad esempio nel raccontare questo mondo di ragazzini con pessimi genitori o che sembrano vivere in un mondo senza adulti (pensiamo ad una fusione tra Stand by me e It Follows ad esempio).
E proprio in questa cornice di profonda empatia-legame tra adolescenti si instaura la parte sovrannaturale del film, quella legata al telefono nero di cui il titolo.
Quel telefono è come se fosse un portale in cui tutti questi bambini rapiti e poi uccisi riescano a parlare tra loro e, tutti insieme, sconfiggere il mostro.
Sulla carta è un'idea bella, importante e potenzialmente commovente (l'idea che bambini morti comunichino e aiutino quello ancora vivo a sopravvivere poteva essere davvero forte ad emozioni) ma il film purtroppo non riesce a creare la giusta empatia verso questi ragazzi, non riesce a trasmetterci la potenza del messaggio.
Anzi, paradossalmente, tutte le scene del telefono nero, quelle sovrannaturali, ci sembrano pure scene "horror" (lo metto tra virgolette perchè non c'è mai la sensazione di pericolo) che rischiano addirittura di rovinare il film.
Quindi grande idea il telefono nero (metaforico più volte, può essere anche visto come quel telefono che bambini abusati vorrebbero/potrebbero usare per salvarsi) ma gestita non benissimo.
In realtà quel telefono non è l'unico "non-luogo" tra due mondi.
C'è anche quello dei sogni della bambina, sogni in cui vede chiaramente cose realmente successe (però che la polizia americana per risolvere un caso di un serial killer si affidi totalmente ai sogni di una bambini di 10 anni è fantascienza).
Insomma, Derrickson gioca tra realtà e immaginazione in due modi diversi e il risultato è più che discreto.


I problemi sono due.
Intanto alcune cose davvero poco credibili.
Ho già citato quello della polizia che si affida alla bambina ma gli errori più grandi di scrittura sono altrove.
Finney per salvarsi tenterà 3 strade, ognuna delle quali consigliatagli dai 3 bambini morti prima di lui. E se per quella del congelatore ok, vediamo che è finita là e non ci sono speranze, è veramente incredibile come il film "dimentichi" totalmente le altre due quando, in realtà, sembrava stessero andando molto bene.
Per prima la strada della buca in terra alla "Le Ali della libertà", buca che procede molto bene ma che Finney abbandona, non sappiamo perchè (bastava farci vedere che trovava il cemento, che ne so).
Poi l'ancor più incredibile possibilità dalla finestra.
Dopo tanti tentativi e una genialata alla MacGyver (quella del filo attraverso il tappeto) il bambino riesce nella cosa più difficile e decisiva, ovvero scardinare completamente le sbarre di ferro.
Adesso ha solo il vetro a separarlo dalla salvezza.

6.6.22

Recensione: "Shiva Baby" - Rocco's House - 4 - su Mubi

 

Una deliziosa commedia ebraica, diretta da una giovane regista.
La storia di Danielle, universitaria ancora in balia del "che farò nella vita", e della sua partecipazione ad uno shiva, un funerale ebraico.
Danielle adesso ha uno sugar daddy (un uomo più grande che gli fa regalini in cambio di sesso) e nel passato ha avuto una ragazza (femmina).
 Se li ritrova entrambi al funerale.
Ne nasce una commedia dai dialoghi sferzanti e dalle situazioni imbarazzanti.
Ma il miracolo di Shiva Baby è che a tratti l'atmosfera si fa talmente opprimente e psicologicamente difficile da far oscillare questo film tra il divertente e l'angosciante.
Ci ritroverete addirittura sfumature di "madre!" e lo amerà sicuramente chi, come me, ha amato quel gioiello di Krisha.
Da vedere, subito

  Dopo un'infinità di tempo siamo riusciti finalmente a fare una "Rocco's House", ovvero vedere un film a casa de Rocco.
In realtà questi mesi ci siamo visti sempre, anche a casa sua, ma birillo o baralla (umbrismo per "in un modo o nell'altro") alla fine niente film.
Che poi di solito i film a casa de Rocco saltavano sempre per problemi esterni (mancanza cavo hd, internet sconnesso, madonne varie) tanto che crediamo fermamente che quel luogo sia una specie de Fossa delle Marianne della tecnologia.
Ma ora Rocco ha fatto Mubi (bellissimo!) e quindi a meno che la rete non c'abbandona abbiamo risolto.
Ho scelto io il film perchè consigliatomi più volte.
Facevano bene.
A consigliarlo dico.

Shiva Baby è un film delizioso, uno di quelli che ti senti di consigliare veramente a tutti.
A chi vuole un film leggero, a chi ne vuole uno intelligente, a chi uno spensierato, a chi uno autoriale con dentro parecchie tematiche.
Scrittura formidabile nei dialoghi, protagonisti amabili, un'atmosfera incredibilmente a metà tra il divertimento e la tensione, una cornice - quella del mondo ebraico - che regala sempre chicche umoristiche.
Insomma, un piccolo film di una giovane regista donna di cui molto probabilmente vi innamorerete (del film dico, non di lei, anche se pure lei è una bellissima ragazza).


Danielle è una studentessa arrivata a quel bivio nel quale è difficile capire quale sarà il proprio futuro.
Per tirar su qualche soldo accetta di avere uno "sugar daddy", ovvero un uomo più grande di lei che gli dà soldi e regalini in cambio di sesso (bellissimo - e quasi inquietante nei primi secondi con lei che gli dice "daddy" -  l'incipit).
Pochi minuti dopo un loro incontro sessuale Danielle va con i suoi genitori ad uno shiva (funerale ebraico) .
Destino vuole che arrivi là (con moglie e figlioletto) lo stesso sugar daddy e pure la vecchia ragazza di Danielle, Maya (la nostra protagonista è bisessuale).
L'aria si fa pesantissima.

Film quindi in unità di tempo e - praticamente - anche di luogo, una di quelle tipologie di soggetto che adoro davvero.
Shiva Baby ha dalla sua una protagonista eccezionale, Rachel Sennott, un vero viso da cinema. Sensuale quanto basta senza essere bellissima, intelligente, divertente, ironica, stronza, vendicativa.
Un personaggio perfetto.
Le commedie di ambientazione ebraica sono sempre un passo avanti e, se ci fate caso, di solito a girarle - prendendo per primi in giro gli ebrei - sono registi anch'essi ebrei.
Questo perchè questi film raccontano usanze, convenzioni, modi di fare e peculiarità talmente particolari che solo uno che conosce benissimo quel mondo può raccontare.
Quasi sempre c'è tantissima (auto)ironia, quasi sempre ci ritroviamo questi personaggi "imprigionati" in tradizioni secolari che, però, nel mondo moderno, sembrano così superate ed anacronistiche.

4.6.22

La buffa storia della partita tra Passaro e Rune, quando traiettorie (quasi) impossibili della vita si incrociano

 

Sono passati meno di due mesi.
Era il 9 Aprile e nel bel challenger di SanRemo (i challenger sono tornei di tennis di un circuito minore, diciamo giocati perlopiù dai giocatori tra il numero 100 e il 200) si ritrovano in finale due giocatori che già all'epoca, ma adesso con ancor maggior clamore, non "c'entravano niente l'uno con l'altro".
Da una parte Rune, giovanotto danese all'epoca nemmeno 19enne, dall'altra "un frego de Perugia", uno sconosciuto ragazzo della mia città, Francesco Passaro.
Non si sa come i due possano essere lì, in quella partita.
Uno è un giovane molto rampante (all'epoca 90 del mondo), l'altro un perfetto signor nessuno, 500 del mondo.
La finale in quel Challenger è per Rune il minimo sindacale, è già strano che un giocatore così lanciato e forte si sia iscritto a un piccolo challenger italiano.
Passaro, invece, ha compiuto un autentico miracolo sportivo per arrivarci a quella finale.
Viene dalle qualificazioni (per capirsi non aveva la classifica nemmeno per entrare nel tabellone di quel torneo) dove ha fatto fuori, tra gli altri, un ex top ten mondiale, giocatore magnifico ma pazzo, talentuosissimo ma senza testa per il tennis, il lettone Gulbis, uno nato coi miliardi sotto il culo (suo padre è un milionario) e che quasi per divertimento è arrivato quasi al top del mondo.
Passaro arriva alla finale massacrando tutti, in semifinale addirittura 6-1 6-1 a Mager, uno che da ormai tanti anni è tra i più forti giocatori italiani (in questo momento è il numero 6 d'Italia).
Ok, Passaro ha devastato ma adesso incontra uno, Rune, che dovrebbe batterlo con la sinistra in 45 minuti.
Però accade una cosa stranissima, quasi unica nel tennis.
La settimana successiva inizia il Master 1000 di Montecarlo, uno dei tornei sulla terra più importanti di tutti.
Rune è iscritto.
Deve fare le qualificazioni (ai Master 1000 sono in tabellone i primi 60, circa, e lui in quel momento era 90).
E c'è poco da fare, le qualificazioni cominciano di sabato.
Ma Rune il sabato ha la finale a Sanremo con Passaro.
Mi accorgo di questa cosa il giorno prima e dico ai miei amici "lo so, vi sembro folle ma scommettere la vittoria del 500 del mondo contro il 90, perchè quello dopo 5 ore ha un'altra partita in un altro torneo".
Io, in ogni caso, scommetto (mai più di 5 euro).
Per andargli incontro gli organizzatori decidono di anticipare la finale di Sanremo alle 11 di mattina.
Poi, Rune, dovrà essere alle 17 a Montecarlo a giocarsi una partita ben più importante di quella finale.
Sta di fatto che sono libero e quella partita posso vederla.
Giocare a tennis sapendo che dopo 4-5 ore devi prendere una macchina o un treno per fare un'altra partita da un'altra parte è quasi impossibile.
Rune ha una sola possibilità, sparare tutto, fare in fretta.
E così fa.
Bum, bum, bum, bum e Rune fa suo il primo set 6-1.
Sapevo che sarebbe successo questo ma sapevo anche che quando spari tutto o vinci presto o perdi presto (per questo la mia scommessa, anche con gli amici).
E infatti il secondo set, con un Rune che stava solo pensando al viaggio per Montecarlo, succede l'opposto.
Il danese ha fretta, è nervoso, ma le palle entrano poco.
6-2 per Passaro.
Ormai è andata, mi dico.
E infatti il terzo decisivo set stessa cosa, Rune non può perder tempo a lottare.
Passaro si ritrova 4-2.
Alla sua prima finale.
Da numero 500 del mondo contro il numero 90 che, spoiler (ci arrivo tra poco), nei due mesi successivi dimostrerà di essere già un campione.
Ma ecco che arriva quelle cosa che ogni tennista conosce benissimo, la paura di vincere.
E niente, a Passaro non entra più una palla. Ha davanti un avversario che vuole solo andare a fare la doccia e andarsene via da quel torneino e invece niente, Passaro sbaglia tutto.
Da 4-2 e servizio a 4-6.
Rune vince (e adesso visto quello che è diventato ricordarselo vincitore due mesi fa al torneo di Sanremo fa ridere), prende una macchina al volo e arriva - presumo - un'ora prima del match a Montecarlo.
E che fa?
Batte facilmente Albot, poi il giorno dopo ancora un altro giocatore e poi arriva pure al secondo turno dove perde una partita lottatissima (7-6 7-5) con Ruud, sì, il giocatore che domani sfida Nadal nella finale del Roland Garros.
Tre giorni prima Rune era lì a perdere con "un frego di Perugia" e ora era lì, al top, a sfiorare di battere il numero 8 del mondo.
Ma se ho voluto riportare qua questa minima e buffa storia è perchè quella partita "impossibile" per certi versi è stato il momento in cui sono veramente cominciate le carriere di entrambi i nostri due protagonisti.
Rune, che rischiò di perdere col numero 500 del mondo, da lì in poi esploderà.
Vince tantissimo, pure un torneo grande (Monaco), batte il numero 3 del mondo Zverev, batte al Roland Garros il numero 4 del mondo Tsitsipas e il numero 13 Shapovalov.
Lunedì sarà 28 del mondo, tra due lunedì addirittura nei 25.
Ma Passaro, molti piani più in basso, farà la stessa cosa.
Di lì in poi anche lui esplode (quando giochi alla pari del numero 90 del mondo - che sarà addirittura 28 un mese dopo - capisci che allora sei un giocatore vero) vincendo il torneo di prequalifiche al Master di Roma e facendo anche una gran figura al primo turno col 20 del mondo Garin.
Ma se ho deciso di fare questo post è perchè un'ora fa Francesco, mio concittadino, giocatore di un circolo a 5 minuti da casa mia, ha battuto e quasi preso a pallate Munar, 90 del mondo (ex 50), uno che solo 7 giorni fa portava, addirittura al terzo turno, al quinto set del Roland Garros Schwartzman.
E Passaro è arrivato così alla sua seconda finale dove incontrerà domani (molto probabilmente) nientepopodimeno che Musetti, ovvero uno dei 5 ventenni più forti del mondo e già piccola star (ma attenzione, gioca la semifinale con lo sconosciuto Gigante, un altro ventenne italiano che meriterebbe un capitolo a parte, uno forte davvero).
Ho visto la partita di Francesco e ho capito che sto ragazzo che il 9 aprile si ritrovò in quell'assurdo match forse non c'era arrivato per caso.
Dritto pazzesco, continue discese a rete, palle corte ogni 3 colpi (tanto che oggi l'ho sentito in perugino stretto lamentarsi di farne troppe), un gioco davvero vario con un servizio e un rovescio da migliorare.
Siccome è forse destino che le partite di Passaro diventino piccole e strane storie è successa anche una cosa che io non avevo mai visto in 30 anni che guardo tennis.
Sul 40 pari del 6-5 per Passaro, il tennista perugino colpisce il net con un dritto atomico.
La palla cambia completamente direzione, in senso orizzontale, di metri.
Non bastasse va sulla riga di fondo, match point per Passaro.
L'avversario spagnolo si infuria, giustamente quella traiettoria è impossibile, se la palla devia così tanto orizzontalmente vuol dire che ha preso "sotto" il nastro ed è passata attraverso.
La regia fa vedere alcuni replay e la sensazione è che invece sia tutto regolare.
E che il dritto di Passaro sia così forte da trapassare il nastro, passandogli comunque sopra.
A niente servono le proteste di Munar.
Passaro serve il match point e vince la partita.
E io mi sono ritrovato una piccola lacrima per questa coincidenza assurda.
A pochi minuti dalla fine del match mi ero detto "Giusè, ora te racconti la storia di Passaro e metti come titolo "traiettorie impossibili".
E poi 10 minuti dopo, all'ultimo punto, ecco quella reale traiettoria impossibile, mai vista prima.
Mi sono emozionato per la coincidenza.
E son venuto qua a raccontare questa piccola cosa

31.5.22

Recensione: "Nostalgia"

 

Nostalgia è un grande film, malinconico, emozionante, teso.
La storia di Felice, un 55enne che dopo 40 anni torna a Napoli, la sua città natale, città dalla quale dovette fuggire dopo una terribile vicenda.
Felice torna ma non sembra nemmeno un uomo adulto, piuttosto un bambino che torna a quello che era e a pieni polmoni respira tutti i ricordi di un tempo.
Ma il mondo è andato avanti, sono passati 40 anni, di cose nel Rione Sanità ne sono successe e Felice dovrebbe prenderne atto e, magari, andarsene via.
Ma ormai è impossibile farlo, Napoli è tornata dentro le sue ossa e lì vuole restare.
Ancora una volta grande cinema italiano, di grandi attori, di grandi luoghi e di piccole storie ordinarie che diventano straordinarie, con alcune sequenze che non se ne vanno via.
Come quella di una tinozza e di una vecchia donna nuda, scena talmente bella e talmente simbolica da far parte di ognuno di noi.

GRANDI SPOILER DOPO LA FOTO DI ORESTE (L'UOMO COI CAPELLI BIANCHI)


Era soltanto il mio secondo Martone.
Il primo, Capri-Revolution, mi lasciò un'impressione strana, tanto interessante e particolare per molti versi quanto talmente pieno di cose da darmi l'impressione di non riuscire a tenerle tutte assieme.
Ecco, Nostalgia no, Nostalgia è un film che ho amato tutto e a cui riuscirei a cambiare davvero poco.
Felice è un bel 55enne (il solito spettacoloso Favino i cui sorrisi e i cui occhi mi rapiscono sempre, mortacci sua) che vediamo tornare a Napoli in aereo.
Scopriremo poi che vive a Il Cairo da 40 anni, fuggito dalla sua città natale in seguito ad un episodio che verrà fuori solo a metà film.
A Napoli c'è ancora la sua anzianissima madre.
E tanti tanti ricordi.
Tra i quali quello dell'amico del cuore, più d'un fratello, amico che adesso ha preso una strada molto diversa dalla sua.
Felice vuole incontrarlo, a tutti i costi.

Martone racconta (ancora una volta, come in tutta la sua carriera) la sua Napoli e basterebbe solo quella a far grande il film.
Siamo nel Rione Sanità, uno dei quartieri più popolari e degradati della città (malgrado mi hanno raccontato come, in realtà, questo rione nacque come polo borghese e nobiliare).
E' una Napoli "vecchia", bellissima, fatta di viuzze, mercatini, murales.
Soprattutto nei primissimi minuti del film Martone sfrutta il suo personaggio per aggirarsi in questi vicoli e in mezzo a queste persone (curioso come Felice, probabilmente solo per l'abbigliamento, venga preso sin da subito come uno "di fuori", vedere ad esempio il cameriere che gli fa domande in inglese) facendo calare lo spettatore sin da subito in un contesto tanto affascinante quanto "nervoso" e "stretto", un contesto in cui il personaggio di Felice ci sembra continuamente fuori posto.
In realtà Felice, e questo è un aspetto talmente importante del film da ricavarci fuori quasi una tematica, si sente completamente a suo agio.
La sua felicità ed emozione nell'essere ripiombato (senza che fosse mai tornato prima) nella sua città natale sono talmente forti da nascondere tutto il resto.
E questo sarà il mood, quasi commovente, dell'intero film, ovvero quello di un 55enne che, appena messo piede a Napoli, torna il 15 enne di allora.
E tutto per lui è bello, e tutto è "facile", e tutto può essere risolto col sorriso.
In realtà tutto ora è diverso, Felice si ritrova invischiato in una storia criminosa, tutti provano a dirgli di andarsene (un pò come Capuano al giovane Sorrentino in E' stata la mano di Dio, film che più volte mi è tornato in mente qua) ma lui non si rende assolutamente conto di quello che sta accadendo, come se rifiutasse la vita adulta (o quantomeno rifiutasse il sè adulto di adesso a Napoli).
Lui è ripiombato nei suoi ricordi, lui non ha vissuto quei 40 anni di Rione Sanità.
E l'errore più grande che farà è pensare che il tempo si sia fermato, che quello che si era un tempo si è anche adesso.


Nostalgia ha un grande merito, ovvero quello di raccontare una storia bellissima (non a caso è un romanzo).
Un 55enne che torna a Napoli dopo 40 anni (c'è una cura sul linguaggio di Favino su cui tornerò), una madre da ritrovare ed accudire, un ricordo terribile che piano piano torna fuori, la vita parallela di un amico adesso opposto a te.
E' l'esaltazione di quei racconti popolari semplici ma perfetti, con un piccolo intreccio, racconti al tempo stesso ordinari ma con quei 2/3 aspetti che li rendono straordinari (come qualsiasi nostra vita, se solo abbiamo l'occhio e la capacità di coglierli).
E poi grandi attori, e poi una grandissima atmosfera, e poi una Napoli che più la vedo più la amo.
Ho parlato di atmosfera perchè questo film che per larghi tratti sembra una via di mezzo tra un drammatico soft e un malinconico per poi diventare un thriller di altissimo livello.

27.5.22

Recensione: "Rue Garibaldi" - BuioDoc - 53 -

 

Due fratelli italiani (di origine tunisina) emigrati a Parigi.
Una piccola casa, in Rue Garibaldi.
Intorno a loro l'immensa Ville Lumiere è preclusa alla nostra vista, resteremo sempre in quella piccola casa, con loro.
Lavori persi, altri trovati, un eterno presente senza avere la minima certezza del domani.
Una piccola nostalgia della loro Sicilia ma la testa completamente concentrata nel sopravvivere all'oggi.
Un film dolce, un documentario minimo diretto e montato da un'unica persona, un giovane regista italiano anch'esso emigrato più volte all'estero, anch'esso funambolo in un continuo precariato.
Ha vinto a Torino, ha vinto anche altrove.
Cercatelo, e se un giorno avrete la possibilità di vederlo passate anche voi un'ora e 20 con Ines e Rafik.

 Per l'ennesima volta mi ritrovo a scrivere ad una settimana dalla visione (e a 25 giorni dall'ultima recensione).
E' un periodo in cui faccio davvero fatica a mettermi al pc a scrivere, ma passerà.
Forse a causa di un mio vocabolario non troppo ricco o per la difficoltà, in certi casi, di trovare sinonimi adeguati, mi ritrovo una volta ogni due a definire i film recensiti qui sul blog come "piccoli".
Niente, è più forte de me, mi scappa sempre il "piccolo".
Eppure questo è davvero uno di quei casi in cui definire Rue Garibaldi un film piccolo è, semmai, un accrescitivo.
Rue Garibaldi è cinema minuscolo, un no budget diretto, montato e musicato tutto da un'unica persona, Federico Francioni.
Ho conosciuto Federico in sala (ci eravamo scritti prima più volte) e abbiamo fatto una bella discussione post film (anche se io, malgrado in queste discussioni spesso mi ritrovi a parlar tanto, preferirei sempre comunque evitarle perchè se il regista mi parla di una tematica o di un aspetto dove avevo avuto un'intuizione già da solo (tipo le "finestre" in Rue Garibaldi, prima cosa che ho scritto nel taccuino) poi sembra quasi che l'abbia presa da lui. Così come, al contrario, se viene fuori una cosa alla quale non avevo proprio pensato poi mi pesa da morire metterla in recensione, non essendo "mia". Insomma, la soluzione migliore sarebbe che io debba solo vederli i film, senza parlare con gli autori. Oppure smettere di scrivere che faccio ancora prima).

Rue Garibaldi è la minima storia di due fratelli italiani (di origini tunisine) emigrati a Parigi dalla Sicilia.
Non sappiamo perfettamente perchè (ma questo sarà un must dell'intero film, film reticente come pochi, capace di darti informazioni senza mai andare del tutto ad approfondirle), forse è la classica (oddio, classica direi proprio di no, anzi, cosa per pochi) botta di vita per cui parti, così, senza una lira e senza un progetto e te ne vai lontanissimo.
Loro si chiamano Ines (che è partita per prima) e Rafik (che l'ha raggiunta dopo), sono occhialuti, dolci, lei più risoluta e cazzuta lui più bonaccione e certe volte un pochino sulle nuvole.
Stanno in un piccolo e scomodo appartamento sulla periferia di Parigi, cercano lavori, trovano lavori, perdono lavori, vivono come funamboli sopra l'abisso della precarietà.
Federico, il regista, si innamora della loro storia di virtuali "doppi" emigrati (virtuali perchè in italia, seppur da genitori tunisini, ci son nati) e si trasferisce da loro.
La sua presenza (del regista dico) è perlopiù invisibile ma non forzatamente nascosta, nel senso che più volte - anche senza esser mai visto - cogliamo interazioni tra i due ragazzi con lui.
E niente, passiamo con loro un tempo indeterminato (allo spettatore potrà apparire una settimana come svariati mesi), senza che avvenga niente di troppo importante, senza che si avverta mai una sceneggiatura.
La vita che accade, sic et simpliciter.




Francioni usa quasi sempre inquadrature fisse, spesso (come accennato sopra) mostrando finestre.
Non è un caso visto che Rue Garibaldi si svolge - per il 90% della sua durata - dentro l'appartamento dei ragazzi, un microcosmo di 4 mura che sembra cancellare del tutto l'immensa Parigi.
Ecco, questo è forse uno degli aspetti più coraggiosi e originali di questo piccolo film.
Se sei a Parigi e non usi Parigi o sei un folle, o sei un genio, o hai un'idea così forte che te ne freghi di "lei".

6.5.22

Recensione: "Bad Roads - Le strade del Donbass"

 

In questo periodo in sala non così ricco di bei film probabilmente Bad Roads è la miglior cosa che potrete vedere.
Siamo in Donbass (ma il film è del 2020, in tempi non sospetti).
Quattro piccole storie, quattro episodi tutti svolti in uniche location.
Un modo per raccontare il clima della guerra - di tutte le guerre - davvero notevole.
Dialoghi eccezionali, vicende tutte legate da fili sottilissimi che, in una sceneggiatura davvero stimolante, sarà bellissimo ricercare per lo spettatore.
Un posto di blocco, una panchina, un ex sanatorio distrutto, una fattoria.
Un film quasi teatrale che racconta dei "duelli psicologici" tutti giocati sul vero ed il falso, sull'impossibilità di capire le reali intenzioni dell'altro.
Ben recitato, benissimo girato, straordinariamente scritto.
Sarebbe piaciuto a Gogol


presenti spoiler

Per prima cosa ringrazio la Trent Film, la casa di distribuzione italiana del film che mi ha invitato a vederlo in sala.
Per chi mi conosce sa che questa cosa non influisce per niente nel mio giudizio sul film.
Che è bellissimo.
Bad Roads non è un instant film, non è stato girato (e come sarebbe stato possibile poi) dopo l'inizio della guerra in Ucraina ma, al contrario, è forse grazie a questa tragedia che, per fortuna, ha potuto vedere la luce della distribuzione italiana (il film è del 2020).
Io sono uno a metà, abbastanza informato sulle cose ma che non le approfondisce quasi mai.
Quindi eviterò di spiegar bene la situazione geopolitica che racconta il film perchè non sarei in grado. Lascio questa incombenza a chi ha le competenze per farlo.
Ma non è per giustificare la mia "ritirata" che mi sento di dire che se è vero che Bad Roads è film molto ancorato alla realtà che racconta (ovvero quella degli scontri, già cominciati nel 2014, in Donbass, la regione-fulcro di tutto quello che poi ha portato alla tragedia di oggi) è anche vero che secondo me il film può essere analizzato anche eradicandolo da tutto questo.
Ma del resto spesso capita ciò, ovvero che un film che racconta una guerra può essere paradigma di tutte le guerre.
Quindi lo affronterò come affronto sempre i film io, cercando di coglierne il cuore, le tematiche, le emozioni e la scrittura.


Ho trovato eccezionale in questo senso la struttura di Bad Roads.
Quattro episodi, tutti assolutamente ben definiti e diverso l'uno dall'altro.
Eppure, con una scrittura davvero magistrale, i 4 episodi sono legati in una maniera sublime, non certo soltanto perchè ambientati nella stessa zona e perchè raccontano lo stesso scenario.
Tutto Bad Roads è praticamente basato sui dialoghi tra i personaggi.
Ogni episodio è in un'unica location (nessuno supera 20 metri di spazio) e, quasi in maniera teatrale, tutto il pathos e la narrazione degli eventi è appunto affidata ai dialoghi.
Nel primo episodio abbiamo un posto di blocco dove due guardie ucraine fermano un preside ubriaco.
Nel secondo avremo 3 amiche su una panchina della fermata del bus.
Nel terzo una ragazza e il militare che l'ha rapita per abusarne.
Nell'ultimo una donna e due contadini.

Cosa accomuna tutti questi episodi?
Il fatto che, tranne che nel secondo, si instaura sempre un dialogo tra i personaggi in cui è quasi impossibile capirne le intenzioni, quasi impossibile discernere tra la verità e la menzogna, quasi impossibile capire se questi personaggi stanno "scherzando" o dicendo la verità.
Dei veri e propri duelli psicologici, scritti in maniera divina, che raccontano una realtà impossibile da comprendere, una realtà per cui non sai mai chi sia la persona che hai davanti, se sia pericolosa e, nel caso, quanto pericolosa.
In tre episodi su quattro arrivi alla fine con una sensazione stranissima, ovvero quella di non essere sicuro di chi hai avuto davanti.

Nel primo episodio, ad esempio, hai sempre il terrore che quei due militari facciano qualcosa di brutto.
O che il preside stia inventando balle.
Poi, man mano che andiamo avanti, lo spettatore comincia a cambiare idea, forse quel preside sta dicendo sempre la verità e quei due militari si stanno solo divertendo con lui, per passare il tempo.
E' così bella, inafferrabile e complessa la scrittura dei dialoghi di questo film che persino la scena dell' "apparizione", quella in cui il preside è sicuro di aver visto una sua allieva dietro la trincea, alla fine pensi che possa essere successa veramente (anche alla luce di tutto quello che accade negli episodi successivi).
La stessa struttura, quasi identica, l'abbiamo nel quarto episodio.
Ancora una volta un personaggio (in questo caso la donna borghese) in una situazione disagiante e di possibile pericolo, marionetta di altri due personaggi (i contadini in questo caso  come nel primo furono le due guardie).
Anche qui stessa sensazione, stiamo per assistere a qualcosa di terribile o tutto è solo un "gioco"?

E pure in questo caso arriviamo alla fine senza nessuna certezza.
I contadini sin dal principio avrebbero voluto lasciarla andare?
Oppure le loro intenzioni erano diverse ma poi, parlandosi, si sono "umanizzati" ?
(non è un caso che la vecchia cambi atteggiamento quando sente piangere un bambino, come se quel pianto "atavico" le faccia riacquistare la ragione).

Un episodio al limite del surreale (questo film ricorda molto un certo tipo di letteratura in cui ironia e terrore si fondono insieme) in cui si mantiene lo stesso canovaccio, ovvero un serrato dialogo tra due "parti" di cui una delle due non sa le intenzioni dell'altra (come il sindaco non sapeva le intenzioni dei militari così nel terzo la ragazza non sapeva quelle del soldato così qui la donna non sa quelle dei contadini).
E' incredibile come più volte mi sia ritrovato a ridere in questo episodio malgrado una piccola tensione che mai m'ha lasciato.
Se dovessimo dire che il film è un insieme di 4 cortometraggi, ecco, questo è forse quello che si regge meglio sulle proprie gambe, quello che potrebbe funzionare meglio anche senza nessun contesto.
Eppure anche qua, come in tutto il resto del film, la "guerra" se non presente direttamente è quella cosa che dà colore all'atmosfera, che rende ogni azione ed ogni dialogo come minaccioso.
In questa terra dove è quasi impossibile capire chi sono gli amici e chi i nemici, chi i fratelli e chi no, chi legato all'Ucraina tutta e chi magari vuole l'indipendenza del Donbass, ecco che qualsiasi persona si incontra può essere pericolosa.

29.4.22

Recensione: "Irreversible" - Passeggiate, il cinema della poesia - 21 - di Roberto Flauto

 

Dopo tantissimo tempo (ma la colpa è mia, Roberto mi ha mandato materiale da mesi) torna la rubrica esterna più longeva del blog, quella delle recensioni di Roberto, sempre al limite della sperimentazione di scrittura.
Torna con un film (che incredibilmente non ho ancora visto) di uno dei miei registi preferiti, Gaspar Noè.
Due righe di presentazione di Roberto e poi la recensione.

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Eros e thanatos.
Amore e violenza.
Sesso e sangue.
Vita e morte.

Film duro, crudo, doloroso.
Impossibile restare impassibili.
Travolgente dalla fine all’inizio.
Recitato benissimo, girato e montato splendidamente.
Film ossessivo, prepotente, passionale.
Impossibile da dimenticare.


Perché il bello non è che il tremendo al suo inizio.
(Rainer Maria Rilke)


Una storia, una notte, piani sequenza, piani d’azione, piani di evasione dalla vita, che è e resta un dono/male/sogno/malattia irreversibile.

Perché la vita non ha un contrario.
Per questo non riusciamo a capirla, a comprenderne il motivo.
Per questo ci affanniamo alla ricerca di un senso, costruendo e inventando significati.
La morte è il contrario della nascita, non della vita.
Che resta insondabile, misteriosa, incomprensibile.
E per questo è terrificante, per questo è meravigliosa.
E siamo preda di dubbi, incertezze e paure.
E siamo predatori di sogni, desideri e passioni.

Perché la storia è una macelleria.
Un’anonima fossa comune di uomini e donne e niente.
Ed è tutta scritta con il sangue e con lo sperma.

Perché il mistero che ci abita si espande più velocemente del mistero che abitiamo.

Perché nessuno è innocente.

Perché il dolore fa meno paura del piacere.

Perché danziamo bendati sull’orlo di quell’abisso insaziabile che chiamiamo cuore, e non facciamo altro che strapparlo a morsi.

Perché siamo estinzione e salvezza.
E non sappiamo distinguerle.

Perché quella notte, quelle labbra che non hai baciato, quel sospiro che hai trattenuto, quel pomeriggio bagnato da una pioggia di fiori, quel libro, quel prato, quella volta che lei disegnava il futuro sulla tua schiena, di notte, con le dita sporche di amore e di sesso. Perché quella strada, quella scelta, quel desiderio, quel sole stanco, quei giorni, quell’assordante assenza, quell’orgoglio, quell’inesprimibile sensazione di felicità che ti sei affrettato a soffocare, perché il tuo più grande desiderio è sempre stato quello di avere un alibi. Perché non vuoi essere felice: la felicità ti costringe a metterti in gioco. Preferisci avere un motivo di infelicità: vedete, non è colpa mia. Questo è ciò che desideri davvero. Patetico. Umano. Come chiunque. Come me. Perché quella notte, in quel buio, lontano da lei, hai capito che le cose a un certo punto di spezzano.

Perché il mondo – malgrado, nonostante e grazie all’uomo – è caos, dispersione, guerra, fame, disordine, distruzione, follia, incubo, assurdità, notte profondissima. E al tempo stesso, per le stesse ragioni, grazie a sapiens, è armonia, dialogo, incontro, comprensione, stupore, meraviglia, gioco, dolcezza, infinità, luce senza fine.

Perché non abbiamo ancora imparato a nascere.

Perché l’uomo è un animale che parla.

Perché esiste qualsiasi cosa, compreso l’inesistente.

Perché la poesia comincia con un selvaggio battere di tamburi nella giungla.

Perché la memoria, l’identità, il futuro, l’amore, la morte, la vita, ogni cosa: sono storie.
Noi siamo storie. Parole. Racconti. Tutto è narrazione.

Perché l’origine del mondo, di ogni mondo, è esattamente quella dipinta da Coubert.

Perché il tempo distrugge tutto.

Perché siamo armonie di opposti.
Coltiviamo contraddizioni.
E ogni nostro saluto è sempre un addio.
È sempre un adesso, un mai, un altrove, un qui.

Perché il tempo crea tutto.
E il mondo è il tempo.
“In quale momento Dio ha creato il mondo?”,
si chiede Agostino.
“In nessun momento, giacché la creazione del mondo è quella del tempo”.
Così si rispondeva.
È una dimensione dalla quale non possiamo astrarci.

Ma il tempo distrugge tutto, annienta ogni cosa.
Desertifica e punisce.
Ma il tempo crea tutto, genera ogni cosa.
Cementifica e lenisce.

Perché ogni pace si conclude in guerra.

Perché non esiste eros senza thanatos.

Perché ognuno distrugge ciò che ama.

Perché l’infelicità della persona amata lacera dentro.
Il suo sorriso, il suo volto tumefatto, la vita in frantumi.

Perché l’unica certezza che abbiamo nella vita è la scelta. Anche la scelta del dubbio. E l’esistenza della morte, dispositivo generato dalla natura come “strumento” evolutivo, è ciò che ci permette di vivere appieno l’esistenza della vita. Perché il tempo sta scadendo. Perché tutto è in tempesta.

Perché fin dai primordi dell’universo vi è al contempo conflitto e complementarietà tra ciò che disgiunge, separa, distrugge, annienta, e ciò che unisce, aggrega, congiunge, crea.

Perché certe azioni sono irreparabili.

Perché siamo in grado di pronunciare l’indicibile.

Perché siamo, contemporaneamente, pittore, tela e paesaggio.

Perché la nascita è un atto di violenza, è una catastrofe in senso matematico, è morfogenesi, è ridefinizione identitaria, trauma, distruzione. Perché non si può che nascere tra lacrime, urla e scie di sangue.

Perché ogni fine è un inizio.

Perché ogni inizio segna una fine.

Perché i concetti di creazione e distruzione sono inestricabilmente interconnessi, avviluppati in una danza di radicale bellezza, di profonda disperazione.

Perché la società esiste in natura, l’individuo no.

Perché il desiderio di vendetta è un’invenzione del cuore umano, che si illude di riparare l’insanabile, di riportare indietro le lancette del mondo, di soffocare il dolore, di saziare il vuoto con il dolore altrui.

Perché l’amore brucia.

Perché d’amore si muore, ma io vedo la gente viva.

Perché malgrado ogni tramonto sia gravido di promesse e ogni carezza ammorbidisca la realtà, continuiamo ad addormentarci e insistiamo a sentirci perduti.

Perché creare, far nascere, generare: vuol dire separazione.

Perché distruggere, annientare, estinguere: vuol dire unione.

Perché ogni equilibrio si regge sull’ipotesi della sua rottura.

Perché la bellezza è un fenomeno umano, non appartiene a nessun’altra specie. Come l’orrore.

Perché possono accadere un miliardo di cose in un attimo di ciglia, in un battito di meraviglia.

Perché ci sono oscurità impenetrabili che annientano e travolgono tutto con una potenza devastante.
La maggior parte sono dentro di noi.

Perché il sesso è quanto di più bello possa esserci.
Ma è anche un’arma che lacera ogni cosa.

Perché la disperazione ottenebra la mente e confonde la percezione del reale in modo brutale e spietato. Quasi come innamorarsi.

Perché alla base di ogni conoscenza umana vi è un atto di fede.

Perché ci sono momenti che contengono tutta la vita.
E ci sono vite che durano solo un momento.

Perché il senso di colpa genera mostri e buchi neri.

Perché si può morire per carenza di universo.

Perché si può morire per eccesso di universo.

Perché l’ossessione e la possessione sono gli ingredienti fondamentali dell’agire poetico, ma basta un niente di niente per precipitare nel patologico, nel baratro della mediocrità, nel vuoto pneumatico.

Perché chiunque.

Perché adesso.

Perché l’umano è la misura di tutte le cose.

Perché un giorno questi giorni saranno quei giorni.

Perché il passato è in continua evoluzione.

Perché, per quanto ci sforziamo, malgrado l’esperienza, gli annunci, gli avvertimenti, le rivelazioni, i miracoli e le premonizioni, non siamo in grado di cambiare il futuro.

Perché abbiamo la bocca piena di già detto, gli occhi colmi di già visto, le mani sanguinanti di già fatto.

Perché niente è puntuale come il troppo tardi.

Perché il tempo distrugge tutto e crea tutto.

Perché il tempo rivela ogni cosa.
Il peggio e il meglio.
Vita e morte.
Amore.
Buio.


Irreversible è un film ossessivo, compulsivo, assordante, disturbante, forte come una mano che ti tappa la bocca mentre sogni. È la storia di Alex e Marcus, coppia giovane e bella, e del loro amico Pierre, ex di Alex. È la storia di una violenza efferata, insostenibile, consumata in un sottopassaggio immerso in un rosso pompeano che richiama il sangue della storia, degli altari, delle eclissi. È la storia frammentata del processo di frammentazione della vita di Alex, di Marcus e di Pierre. Di quella notte tremenda e disperata, della caccia all’uomo, della violenza e della perversione umana, che non conoscono limiti. È la storia di un cortocircuito esistenziale, che innesca un fuoco accecante e brutale: quello della vendetta. È una storia di corpi, di mani che si cercano, di sesso inteso come interfaccia con il mondo, come strumento di comunicazione del sé, come punizione, come arma, come vicolo cieco in cui perdersi.