19.5.18

Recensione: "Dogman"

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L'ultimo Garrone è, ancora una volta, un grande film, forse grandissimo.

In un litorale romano grigio e spento vivono il mite e buono Marcello, toelettatore di cani, e l'ex pugile Simoncino, un omone arrogante che tiene sotto scacco l'intero quartiere.
Una vicenda umana e sociale, il racconto di un debole che arriva al suo punto di rottura.

Fotografia, recitazione e costruzione delle scene da cinema altissimo.
Forse unica piccola pecca una sceneggiatura priva di guizzi.
Ma, insomma, ce ne fossero.

Credo di aver recensito solo 3 film, su 1250, con "cane" nel titolo.
Con una percentuale dello 0,1% sono incredibilmente stati consecutivi, L'isola dei cani e Dogman (tra l'altro il terzo, Dogville, a differenza di questi due coi cani non c'entra nulla).
Ma la cosa più assurda e che preferisco non "leggere" è che tra questi due film, in mezzo a loro, se ne sia andata Miele.
Non ho parole

Nel 1990 un tassidermista nano, Domenico Semeraro, viene ucciso dal suo protetto, un ragazzo che aveva preso a bottega e di cui si era invaghito. Tra i due c'era un rapporto morboso, diventato ancora più morboso e delicato quando Armando Lovaglio -il ragazzo- conobbe Michela, una bella e spigliata ragazza di cui si innamorò.
Al nano quella ragazza non piaceva, era un fastidioso impedimento al suo rapporto con Armando.
Fatto sta che un giorno i due ragazzi uccidono il nano per liberarsene.
Da quel film Matteo Garrone trasse L'Imbalsamatore, vera e propria pietra miliare del noir italiano.
Se volete saperne di più cercatevi l'intervista di Franca Leosini ad Armando Lovaglio in Storie Maledette.

Nel 1998 Marco Mariolini uccise Monica Calò.
Niente di strano, di ragazze uccise dal proprio (ex) compagno siamo ormai invasi.
Ma la storia di Mariolini è una delle più perverse ed inquietanti tra quelle sfociate in femminicidio.
Mariolini era un "anoressofilo", ovvero un uomo che amava solo le ragazze anoressiche. A lui del corpo umano attraevano solo le ossa. Costrinse più di una sua ragazza a scendere sotto i 40 kg. Lo stesso fece con Monica, ragazza che ad un certo punto lo lasciò prima di incontrare il suo tragico destino.
Quello che rende ancora più inquietante la vicenda è che Mariolini l'anno prima dell'omicidio scrisse un romanzo autobiografico, Il Cacciatore di Anoressiche, in cui descriveva esattamente l'omicidio che poi avrebbe compiuto l'anno successivo. Tanto che questo romanzo, caso credo unico, fu usato come prova di premeditazione.
Due anni dopo L'Imbalsamatore ancora un caso di cronaca nera ad ispirare Garrone. Il film è Primo Amore ed io, per motivi personali, non sono mai riuscito a vederlo nè, credo, mai lo farò.
Anche in questo caso se volete approfondire c'è un'incredibile intervista a Mariolini realizzata dalla solita Franca Leosini.



Nel 1988 un minuto e mite toelettatore di cani, Pietro De Negri, uccide un grosso e prepotente ex pugile, Giancarlo Ricci.
Stanco di sopraffazioni e soprusi il De Negri, con uno stratagemma, riuscì a chiudere il Ricci in una delle sue gabbie per cani. Da lì, torture, omicidio e nuove torture post mortem.
Rimase famoso come Il delitto del Canaro. Lo stesso Canaro, il De Negri, raccontò dettagli raccapriccianti delle sue torture. Questi dettagli nell'opinione pubblica sono diventati così "reali" che in molti vi diranno "ho letto del Canaro, mai visto niente di simile, nemmeno nel peggior horror". In realtà se la gente approfondisse, scoprirebbe che il 70% di quei dettagli furono solo frutto dei vaneggiamenti della mente malata del De Negri sotto l'effetto di cocaina. L'autopsia smentì quasi ogni cosa. Resta un delitto efferato, molto efferato, non privo ad esempio di mutilazioni. Ma il mito ha sopravanzato la realtà.
Da questo fatto di cronaca il solito Matteo Garrone ha tratto Dogman, il film di cui parleremo.
Non so se questa trilogia sia stata "ufficializzata" o le sia stato dato un nome.
Fatto sta che io la chiamerò la Trilogia della Nera di Matteo Garrone.

15.5.18

Ciao, Miele


Arrivi a 40 anni che di dolori e sofferenze ne hai vissute tante, e di diversi tipi.
Nè più nè meno che ogni 40enne probabilmente, ma poco cambia.
Ma ti è servito a provare a stare meno male per le cose, che ti ci abitui, che hai le armi.
Che poi un amico a 4 zampe che per te era tutto l'avevi già perso.
Gli avevi dedicato un negozio e tanti pianti notturni.
E invece ti ritrovi che succede di nuovo, che da un momento all'altro, senza una spiegazione, qualcun altro non c'è più.
E ti accorgi che il dolore è sempre lo stesso.
Anzi, ne scopri uno nuovo, quello di vedere un meraviglioso essere di 10 anni che piangendo disperata ti chiede:

"Perchè?"

e te i perchè non ce l'hai.
Perchè i perchè non esistono.

Ciao Miele

E, malgrado tutto, viva la vita



14.5.18

Il Cinema Esperienza, ovvero i film che non solo ho visto, ma anche vissuto

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Più di una volta -ma neanche tante- mi è capitato di dire "questo è un film-esperienza".
Ma cosa significa?
Ecco, provo a spiegarmi.
Per me i film-esperienza sono quei film che a prescindere dal gradimento o no (ma quasi sempre son bellissimi) sono riusciti a farmi completamente entrare nel loro mondo, sono riusciti a farmi intraprendere un viaggio con loro.
I film-esperienza non si limitano ad esser visti ma sono vissuti. Sono quei film in cui non riesci nemmeno a pensare alla trama, agli snodi narrativi o qualcos'altro, ma te ne stai lì, completamente dentro il film, e ti lasci trasportare fino alla fine.
E di solito quando arrivi alla fine, solo in quel momento, ti rendi conto del viaggio che hai fatto. Spesso te ne esci proprio con un bel respiro, come fossi stato in apnea.
Ci son film stupendi, penso ad Alabama Monroe, a Biutiful, a Melancholia (3 commedie insomma) dove di emozioni ne hai a pacchi. Eppure, per me, non rientrano nei film-esperienza, rimangono solo grandi film (anche molto più belli dei F.E) ma in cui, comunque, anche con tutta l'empatia massima, siamo una cosa staccata dai protagonisti.
Non ci sembra di aver compiuto un viaggio, semplicemente di aver vissuto delle emozioni straordinarie.
Il F.E è invece diverso, sono un viaggio, sono un continuo presente, sono un entrar dentro ed uscire solo quando arrivi alla fine.
Ognuno ha i suoi parametri, ognuno ha i suoi film.
Ne metto alcuni dei miei.

GRAVITY

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Voglio partire con Gravity proprio perchè potrebbe essere esempio perfetto di questa lista.
Film osteggiato dai più, non piaciuto, anche deriso.
Ma vi assicuro che averlo visto in sala in 3D (tecnica che odio) ne hanno fatto un'esperienza indimenticabile.
Dal primo secondo siamo nello spazio, fluttuiamo. 
Noi e lo spazio, fino al ritorno a terra.
Senza cinema, senza 3D, quest'esperienza è impossibile viverla

BEYOND THE BLACK RAINBOW

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Perchè i film esperienza possono anche essere semplice esperienza visiva.
Siamo dentro a una specie di base.
La colonna sonora, le luci, l'atmosfera, quello che succede rendono questo film ipnotico, quasi impossibile riuscire a venirne fuori

EL ABRAZO DE LA SERPIENTE

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Ancora un'altro tipo diverso di esperienza.
Un viaggio, in tutti i sensi della parola, in un mondo a noi sconosciuto.
La fotografia straordinaria, questi luoghi vergini, usanze autoctone. E poi la piante allucinogene. El Abrazo de la serpiente è trasferirsi in un altro mondo per due ore. E rimanerne pietrificati dalla bellezza

HOLY MOTORS

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Ma cosa sta succedendo?
Chi è lui, che fa, perchè cambia continuamente?
Lo spettatore è stordito, fatica come non mai per capire il film, dargli un senso.
Ma non riesce a staccarsi, non riesce a respirare tante le cose che succedono, tanto il fascino.


BURIED

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Siamo dentro ad una bara.
Dal primo all'ultimo secondo, senza un'immagine fuori, senza un respiro.
Siamo lui.

SYNECDOCHE NEW YORK

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Un lettore mi scrisse: "Non è un film con una vita dentro, ma una vita con un film dentro"
Vedere Sny vuol dire esperire quasi tutto quello che si può esperire in un'esistenza

INTERRUPTION

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Appena visto.
Siamo dentro un teatro.
No, nel senso che siamo proprio dentro un teatro, anche noi spettatori (se poi il film lo vedete al cinema è assurdo).
Tutto quello che vivremo lo viviamo come fossimo lì, come fossimo anche noi quegli spettatori.
Film esperienza e film esperimento.
Grandioso

VICTORIA

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Un unico piano sequenza.
Mai nella recente storia del cinema così sensato, così necessario.
Victoria esce dalla discoteca alle 4, e noi con lei.
In un unico, immenso e incredibile tempo reale arriveremo all'alba insieme a lei.
E le cose che passeremo in quelle due ore, in quelle REALI due ore, valgono un'esistenza

IL FIGLIO DI SAUL

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Esperienza pazzesca.
Apnea pura.
Noi siamo Saul, dall'inizio alla fine.
E la stessa scelta visiva, quella di sfocare i contorni, rendono la cosa ancora più incredibile.
Quando un film significa veramente viverlo

ENTER THE VOID

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Qualcuno muore.
Qualcosa esce da lui.
E quel qualcosa diventiamo noi.
Il più grande viaggio della storia recente del cinema, la miglior ora (la prima) che io abbia mai visto nel cinema.
Il film esperienza per definizione



Da menzionare anche Magic Magic, Morgenrode, Seul contre tous, Pvc-1, The Fall, Lake Mungo, Il Sale della terra, Lebanon e altri, ognuno di questi un tipo di esperienza diverso


e i vostri?








10.5.18

Recensione: "L'Isola dei cani" (con una prefazione su Wes Anderson e sulla perfezione)

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Per quanto mi riguarda il miglior Wes Anderson che abbia mai visto.
Di sicuro l'Anderson più adulto, più maturo, più coraggioso.
In una splendida animazione a passo uno un film di fortissima denuncia sociale, un film di deportazioni e razze inferiori, di soprusi e segregazioni, di poteri forti e di esseri ultimi.
Ma anche di amore e desiderio di libertà

Voglio dire la mia in maniera definitiva su Wes Anderson.
E lo dico da ora, i wessini non si offendano, io da 15 leggo di tutto, le peggiori bestialità, su gente come Trier, Lynch, Nolan, Lanthimos e altri dei miei preferiti.
Sinceramente tutte le offese, spesso gratuite e violentissime, che ho letto riguardo i miei registi preferiti mi hanno fatto lo stesso effetto di una leggera brezza sul viso, nè caldo nè freddo (dipende dalla leggera brezza), anzi, di solito mi hanno divertito nel constatare quanta incompetenza e celodurismo c'è in giro.
Quindi se ora faccio una leggerissima critica a Wes Anderson (regista che stimo tantissimo) è da auspicare che questa non offenda nessuno.
Parlando dello straordinario The Florida Project ho scritto una frase del tipo "e' Wes Anderson se Wes Anderson riuscisse a mettere il cuore davanti, e non dietro, la sua ossessione formale".
Più di una persona mi ha contestato la cosa.
Preferisco spiegarmi meglio.
Con quella frase non ho MAI voluto intendere che Wes non avesse anima o non mettesse cuore nelle sue opere. Anzi, credo ne abbia a quintali.
Volevo solo dire che mi dispiace che questo aspetto, così marcato, venisse dietro la sua ossessione per la forma.
Io spesso mi immagino i registi sui set.
E allora mi immagino Wes.
Lo vedo lì a costruire una scena, a dirigere.
Mi immagino che stia girando una scena molto bella, dolce, tenera e buffa come sa fare lui.
Gli attori son perfetti, la scena è venuta da Dio, la luce negli occhi dei bambini quella giusta, la chimica perfetta, la battuta detta nel modo giusto, quella mano ha fatto quel piccolo gesto così bello.
Ma cavolo, l'inquadratura non era perfettamente centrale, rifacciamo, ciak.
Ecco, mi immagino Wes star lì a comporre l'inquadratura, a dargli la sua centralità, ad armonizzare luci e colori, a far tutto, a discapito di tutto quello che i suoi personaggi e la sua storia potrebbero dare.
La trovo una cosa talmente ossessiva che mi uccide la vita dentro il film.
Spesso io uso la figura femminile per spiegarmi meglio.
Immaginate quelle ragazze bellissime, perfette, con il viso senza nemmeno un'irregolarità, con un corpo incredibile, pettinate da Dio, vestite in modo impeccabile.
Ma vuote dentro come una ciotola dove è passato un cane affamato.
Ecco, quelle ragazze NON sono il cinema di Wes.
Sono perfette ma vuote, cazzi loro, contente loro e i maschi, di solito vuoti parimenti, che le cercano.
Ora invece immaginate una ragazza con un mondo dentro, profonda, intelligente, simpatica, emozionata ed emozionante, con la luce negli occhi.
Però questa ragazza si veste e comporta come quelle vuote di cui sopra, si agghinda alla stessa maniera, si trucca completamente, si rifà le sopracciglia e qualcos'altro, cerca di apparire perfetta anteponendo tutto questo a quello che, di magnifico, potrebbe dare.
Ecco, che spreco cazzo, che spreco.
Ma lo sanno tutti che gli innamoramenti nascono dalle piccole imperfezioni, dalle cose diverse dalle solite, dagli sbagli, dalle irregolarità, dagli errori che si fanno e dalle debolezze.
La perfezione è quasi per definizione privazione di sorpresa e di imprevisto, la perfezione è routine. E la routine è quasi sempre una piccola morte.
Questo è per me il cinema di Wes, una ragazza con un mondo dentro, bellissima di suo, potenzialmente emozionante, ma ossessionata dalla forma e dalla perfezione dell'apparire.
Che poi, intendiamoci, a me i film puramente estetici piaccion tanto. Penso ad Amer, a Beyond the black rainbow e a tanti altri. Però lì quello si cerca e ottiene, una bellezza visiva ed estetica priva di altro.
In Wes no, in Wes ci sarebbe tutto volendo.
Che poi di registi ossessivi ce ne sono tantissimi, non lo sono gli stessi Lynch, Trier e Lanthimos?
Però quelle ossessioni sono diverse, sono magma, sono distruzione, sono malattia, quelle ossessioni non tolgono niente, anzi, aggiungono.
Sono ossessioni per l'imperfezione semmai, l'imperfezione e la potenza della psiche.
Nel caso di Anderson, invece, a me quella perfezione ha sempre affascinato (come puoi criticare una sua inquadratura? sono magnifiche) ma sempre tolto qualcosa.
Ecco, non ci torno più.
E non voglio avere ragione, è solo la mia idea.

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Ecco, tutto questo discorso che ho fatto non voglio applicarlo minimamente per L'isola dei cani.

8.5.18

Recensione: "Un sogno chiamato Florida" (The Florida Project)

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The Florida Project è Wes Anderson se Wes Anderson riuscisse a mettere il cuore davanti, e non dietro, alla sua ossessione formale.
The Florida Project è Re della terra selvaggia se Hushpuppy al posto di lagune ed immaginazione avesse avuti amici, asfalto e caseggiati.
The Florida Project è Bellas Mariposas senza i primi pruriti adolescenziali, sono i nostri bambini di Scampia se Le Vele al posto di quel terreo grigio fossero colorate di un magico viola, The Florida Project è quella corsa a perdifiato verso il castello magico per eccellenza, quella corsa a perdifiato, mano nella mano, per andare nel mondo delle favole, per rifugiarsi, per nascondersi da quel mondo degli adulti che prima o poi, inevitabilmente, ci inghiottirà.

presenti spoiler dopo ultima immagine

"Moooneeee!!!"
"Scooootyyyy"

urla Dicky ai suoi amichetti.
Sì, perchè è arrivato il momento di fare una marachella, di andarsene al Future a sputare, dall'alto, sulle macchine parcheggiate sotto.
I 3 bimbi hanno sui 6 anni, son sempre soli, vanno dove vogliono, fanno quel che vogliono. Si muovono in poco spazio, quello che va dal loro residence, di un viola totale e stucchevole, ad un altro paio di caseggiati.
Siamo in Florida, alle porte di Disneyland e là è tutto pacchiano e gigante.
Baker, il regista, più volte ci offre il percorso che fanno i ragazzini per andare a conquistarsi il loro gelato quotidiano.
Ed è un percorso che passa davanti a negozi giganteschi e tremendamente kitsch, roba da cartoni animati.
Disneyland, l'ho detto, è a un passo. E allora là intorno è tutto coloratissimo, che mica puoi offrire una view smorta e grigia a chi è venuto a visitare l'Eden del divertimento.
Tutto colorato, già. 
In Florida Project non trovi una mano di vernice di grigio. La cosa buffa, però, è che invece il grigio è il colore predominante, anche se non lo vedi. Perchè sotto quelle tinture pastello ci son vite appese alla disperazione, vite che flirtano con al povertà riuscendo spesso a portarsela a letto.

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Intono ci son campi da golf, ci sono elicotteri che si alzano ogni volta che alzi gli occhi al cielo, c'è Disneyland (l'ho detto?), insomma, ci son tante cose belle e ricche.
 E allora quelle povere le colorano chè almeno, ad un'occhiata superficiale, tanto povere non paiono.
In quel residence viola vive Moonee, la bambina che qualcuno, urlando, stava chiamando nella nostra prima riga.
Moonee vive con la sua giovane madre, una ragazza tutta tatuaggi e strafottenza interpretata da una nuova attrice, lituana, una tale Bria Vinaite, una ragazza dal corpo mozzafiato e da un viso che quando lo vedi ti trovi a pronunciare "cinema" senza che nemmeno le tue labbra si aprano.

4.5.18

Recensione: "Escobar - il fascino del male"

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Tratto dalla biografia dell'ex amante di Escobar - la bella giornalista Virginia Vallejo- Loving Pablo (questo il titolo originale) è un film che per buona parte della sua durata ti dà la sensazione dell'agiografia.
E il personaggio di lei è talmente irritante che vorresti muoia ogni singola scena.
Nessuno crede alla sua storia d'amore, nessuno.
Per fortuna il film ha il merito di avere al suo interno parecchie sequenze davvero riuscite. Ma questo modo un pò glamour di parlare di efferati criminali non fa del tutto per me

Scrivo la recensione a 9 giorni dalla visione. A questo punto volevo evitarla ma magari a qualcuno può comunque interessare qualche riga sul film

Sono andato a vedere Escobar solo perchè avevo un biglietto gratuito all'Uci che scadeva quello stesso giorno. Anzi, ne avevo due. E siccome mi hanno dato buca uno l'ho pure regalato. Tutti mi guardavano male, solo la quarta persona ha accettato quello che pareva impossibile, ovvero un biglietto gratis senza che le venisse chiesto niente in cambio (che poi gratis non era, semplicemente avevo comprato un mini-abbonamento di 5 ingressi, pagati, che, appunto, scadeva quel giorno).
Su 10 film in programmazione ce n'era solo uno interessante per me (Ghost Stories, ma l'avevo già visto) e uno che, in questa condizione di non voler buttare biglietti, potevo vedere, Escobar.
La mia paura era che mi potessi trovare davanti un'opera agiografica, ovvero un film che più che condannare la figura di uno dei più efferati criminali della storia dell'America Latina in qualche modo lo esaltasse.
E quello che leggo nei titoli iniziali è stato, in questo senso, un colpo per me

"Escobar films" presenta

Escobar Films??
ma stiamo scherzando?

Ve lo giuro, non ho letto male.

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E siccome il film parlerà di un criminale che riuscì a metter le mani dappertutto, tanto da essere pure eletto nella camera dei deputati, immaginarsi che in qualche modo anche il film se lo sia fatto da solo (ovviamente attraverso i suoi discendenti) è davvero inquietante...
In realtà il film dovrebbe essere tratto dalla biografia della compagna di Escobar, la giornalista Virginia Vallejo.
E anche qui il secondo, fortissimo, disturbo.

3.5.18

Le uscite al cinema di questa settimana, ovvero Caden ospite della mitica rubrica di James e del Cannibale

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Sapete perfettamente quanto io non veda trailer, non legga trame, non ricerchi informazioni sui film e quanto, di conseguenza, in questo blog non s'è mai parlato di queste cose.
Nè si è mai data nessun tipo di informazione, solo recensioni o liste.
Capite quindi che una rubrica sulle nuove uscite al cinema è quanto di più lontano io possa fare.
Questa rubrica la fanno da anni, però, due storici blogger, James di Whiterussian e Marco Goi di Pensieri Cannibali.
Da un pò di tempo hanno deciso di "ospitare" nella rubrica una terza voce, ogni volta diversa, tra noi scribacchini di cinema.
Stavolta l'hanno chiesto a me.
Per la cosa in sè non l'avrei mai fatto, è totalmente contronatura sia per me (infatti ho dovuto veder trailer e legger trame, aiuto!) che per questo blog.
Ma ho accettato per un fatto puramente "umano".
Tanti di voi non lo sanno ma circa 10 anni fa eravamo davvero in pochi ad aver blog di cinema.
E io, James e Marco eravamo tra i primi. Alla fine ci si commentava sempre tra noi (adesso purtroppo molto poco), anche perchè lettori nemmeno ce n'erano, eravamo compagni di merende di piccoli blog da camera.
Ora, dopo 10 anni (chi più chi meno) siamo ancora tutti qui. Qualcuno da quella passione credo ne abbia tratto un lavoro (Marco) qualcun altro ha creato un blog dove ogni santo giorno riesce con una costanza e passione infinita a mettere un aggiornamento (James).
Insomma, non solo sono vivi ma più vegeti che mai.
E allora ripensando ai vecchi tempi, ripensando a quando si iniziò quasi tutti e 3 insieme, è impossibile dir loro di no.
James la definirebbe una serata di bevute tra vecchi amici che un pò si sono persi (o meglio, loro due son pappa e ciccia, mi son perso io ;)  ).
Io non so come la definirei, ma credo sia comunque una bella cosa.
Che per me resterà unica, preferisco lasciar fare certe cose a chi le sa fare bene.
In alto i calici Marco e James ;)


GAME NIGHT - INDOVINA CHI MUORE STASERA?
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La reazione del cast al sottotitolo italiano

Caden: Lo spettatore, verrebbe voglia di rispondere al titolo.
In realtà vedendo il trailer sembra di trovarsi davanti ad una cosa carina, un mix di generi probabilmente riuscito, talmente riuscito che ha portato le possibilità che io lo veda dallo 0% allo 0,734%

Cannibal Kid: C'è Jason Bateman, attore che non mi sta particolarmente simpatico, quindi anche per me le possibilità di concedergli una visione sono le stesse del “matematico” Caden Cotard, ovvero dello 0,734%. Hey, un momento. C'è anche Rachel McAdams? Allora le possibilità salgono improvvisamente al 100%!
Quanto a chi vorrei morisse stasera, un'idea ce l'avrei...

Ford: credo ci siano le probabilità dello 0,734% che possa piacermi questo film. Dello 0%, invece, che possa piacermi Cannibal.

A BEAUTIFUL DAY - YOU WERE NEVER REALLY HERE
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"Giuseppe, ti aspetto"
"Nessun problema Joaquin, fai finta che sono già là"

Caden: Dopo 6 lunghissimi anni torna finalmente alla regia la Ramsey, regista, tra l'altro, di quel grandissimo film che fu "E ora parliamo di Kevin".
Come se non bastasse prende come attore principale Dio Phoenix.
E niente, bastano sti due elementi (più un paio di immagini) a darmi la quasi certezza di fiondarmi in sala

Cannibal Kid: Film già visto e presto arriverà il mio post in proposito. Sarà una beautiful recensione come quelle di Caden, o una schifezza come quelle di Ford? uahahah


Ford: questo film pare uno di quei titoli in grado di promettere tutto, e non portare a casa nulla. Le premesse perchè si possa far bene ci sono, ma l'eventuale cannibalata incombe. In quel caso, cercherò di non essere lì.


CI VUOLE UN FISICO
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Sì, sono uguale e Depardieu e me lo stanno dicendo anche dal quinto piano

Caden: Il trailer mostra un film abbastanza innocuo ma anche abbastanza piccolo e dolce per farsi voler bene. Sapete quanto stia lontano dalle commedie, non parliamo di quelle italiane. Ma qui c'è la sensazione, almeno, di aver voluto raccontare una piccola storia senza tante ambizioni. E i due volti mi pare funzionino

Cannibal Kid: Caden si dichiara lontano dalle commedie italiane, qualche tempo fa pure io avrei detto lo stesso, e Ford ancora di più. Negli ultimi tempi però il vento sta girando e tutti e tre sembriamo meglio disposti nei confronti del genere. Soprattutto quel finto musone di Ford. Qui non c'è la sua nuova eroina Ambra, però a sorpresa si potrebbe trattare di una piccola gradevole visione per tutti e tre.

Ford: tra Caden e Cannibal mi pare si sia esaurita la dose massima di melassa per questa rubrica, quindi direi che continuerò a rimanere nella mia posizione di pseudo duro ed ignorerò questa proposta.

1.5.18

Recensione: "Interruption"

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Ancora dalla Grecia un altro film magnifico.
Anzi, stavolta mi spingo a parlare di capolavoro.
Uno spettacolo teatrale viene interrotto da degli uomini armati.
Da quel momento saranno loro, autodefinitisi il Coro, a dirigere lo spettacolo.
Una delle più grandi riflessioni su realtà e finzione che io abbia mai visto.

Un'opera cerebrale, concettuale, colta ma talmente tanto bella e grande da emozionarti

presenti spoiler grandi dopo ultima immagine, quella della ragazza di spalle

E' buio.
E' tutto sfocato.
Intravediamo una luce, poi un volto.
Piano piano quel volto, anzi, quei volti, vengono messi più a fuoco.
Arrivano ad un corpo nudo, il corpo di un vecchio che di lì a poco dovrà morire.
Comincia così Interruption, straordinario film greco (ancora loro, incredibile) che, per quanto mi riguarda, diventerà un vero e proprio punto di riferimento da adesso in poi.
Comincia con questo buio, con queste luci artificiali, con questo passaggio dal fuori fuoco al fuoco. E, attenzione, questi giochi di luce, questi virtuosismi visivi non ci abbandoneranno più, in un film che in ognuna delle sue componenti, anche quella delle luci, diventa metafora di tante cose.
Gli uomini di cui scrivevo poco sopra sono in realtà attori. Attori teatrali che, in un magnifico teatro di Atene, stanno mettendo in scena l'Orestea, tragedia greca di omicidi famigliari, mogli che uccidono mariti e figli che uccidono madri.
Clitennestra uccide Agamennone, suo marito, colpevole in passato di aver fatto uccidere loro figlia Ifigenia e di aver portato adesso dentro casa Cassandra, una bellissima schiava.
In realtà Clitennestra ha un amante, Egisto, con il quale aveva escogitato il piano.
La scenografia essenziale, il palco del teatro completamente spoglio se non per una specie di casa-cubo illuminata in cui gli attori stanno dentro a recitare.

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Ad un certo punto saltano le luci.
Vediamo le ombre degli attori guardarsi l'un l'altro (e le ombre saranno un'altra componente decisiva nel film). 
Sia noi che gli spettatori del teatro non sappiamo se quello che sta succedendo fa parte dello spettacolo.
Ad un certo punto dal fondo della platea arrivano degli uomini. E' bellissimo il piano sequenza che segue lui, il capo di quegli uomini, arrivare fin sopra il palco, davanti a un microfono.
Il giovane uomo parla agli spettatori.
"Siamo il Coro, d'ora in poi saremo noi la vostra guida per la serata"
Il Coro nel teatro greco è una specie di unico personaggio collettivo, un gruppo di attori che danza insieme, commenta con canti quello che avviene nella scena e a volte interagisce pure con gli attori.
Sì, ma in questo caso questo il Coro ha letteralmente preso in mano lo spettacolo, lo ha interrotto (vedi il titolo) e, d'ora in avanti, sarà lui a decidere le regole.
Tra l'altro, non dimentichiamolo, questi uomini sono armati.
Comincia così Interruption, opera enorme di cinema sperimentale di cui fatico ad intravedere tutta la grandezza.
Ancora una volta un soggetto strepitoso che arriva dalla Grecia, la patria mondiale delle idee cinematografiche da un decennio.
Interruption prende la più grande ricchezza della Grecia, quella del teatro, e da lì tira fuori un film incredibile, che porta a mille riflessioni e che diventa cinema-esperienza, che diventa cinema-esperimento.

28.4.18

Recensione: "Icaros: A Vision"

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Angelina è una giovane e bella donna con un tumore che ormai le cure mediche non possono debellare.
Decide allora di fare un ultimo disperato viaggio della speranza andando in Perù per sottoporsi a delle cure sciamaniche.
Ma Icaros (che ha dentro momenti psichedelici e onirici davvero potenti) tutto è tranne che un film spot di cure alternative a quelle mediche.
E' solo un bellissimo piccolo film che insegna la ricerca di un'armonia con sè stessi.
Che insegna a sconfiggere non la paura della malattia, ma la malattia della paura.

Andy Kaufman ha un tumore.
Va nelle Filippine perchè là ci sono, ca va sans dire, i guaritori filippini.
Andy è steso sul lettino, pronto al trattamento.
I suoi occhi notano però, tra le mani del guaritore, alcune frattaglie di interiora d'animale, quelle che poi quei guaritori che ti aprono in due la pancia fanno finta essere le tue di interiora, il male estirpato.
Andy Kaufman vede il trucco e dopo un leggerissimo momento di sconforto comincia a ridere. E' la risata di uno che si è reso conto dell'assurdità di quella scelta, dell'assurdità di quella cura, uno che ha capito quanto sia stato scemo nel cadere in quella truffa.
Siamo vicini al finale di quel grandissimo film che fu "Man on the moon" (dell'appena scomparso Milos Forman) in cui un'indimenticabile Jim Carrey interpreta Andy Kaufman, il comico americano più geniale ed incomprensibile degli ultimi 40 anni.

Anche Angelina, la protagonista di Icaros, ha un tumore.
E anche lei si reca lontanissima da casa per trovare, come extrema ratio, una possibile cura fuori dalla medicina ufficiale.
Siamo però dall'altra parte del mondo, in Perù, e le cure alternative non sono trucchi di prestidigitazione lorda si sangue, no, ma rimedi naturali, quelli che le piante del luogo, della foresta, della giungla, della selva, offrono alla popolazione autoctona.
In particolare c'è l'Ayahuasca, una potentissima pianta allucinogena.
Lei è la regina sì, ma per ogni malanno c'è una pianta che quel malanno può mandarlo via, dal mal di pancia ai dolori cervicali, dalla depressione all'amore.
Sì, c'è anche una pianta per l'amore, che la pesti come un pesto nel pestello (scioglilingua) e poi ti metti addosso l'unguento che ne vien fuori. E te ne vai in giro così, imbrattato ma convinto che l'amore della tua vita tornerà.
Probabilmente quella pianta, di cui non ricordo il nome (pusanghera? cazzo ne so) mica serve a niente nel concreto ma ti dona speranza e serenità.
E ricordiamocela sta cosa alla fine di questa recensione, che è importante.
Per sbaglio ho letto di un'informazione importantissima che, in qualche modo, ha modificato sia la mia visione di Icaros che il decifrarlo poi.
Una dei due registi (l'altro è italiano, Matteo Norzi) è una donna che iniziò le riprese sapendo di avere un tumore. Una che ha conosciuto perfettamente quei luoghi, quelle pratiche, lo sciamanesimo.
Una che morirà prima che la sua opera, questo film, sarà compiuta.
Si chiama Leonor Caraballo.
Immaginate quindi quanto questo piccolo e bellissimo film possa esser intimo, sentito, necessario per chi l'ha fatto.

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Siamo in Perù, nei luoghi in cui Herzog girò (o provò a girare) il suo Fitzcarraldo. Non è un caso che nell'unica scena fuori dal villaggio dello sciamano, quella in cui i nostri due protagonisti vanno "al paese", le immagini di Fitzcarraldo vengano proiettate in una specie di locale con laghetto annesso.

26.4.18

Recensione: "The Yellow Sea"

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Questo film fa parte de La Promessa 2018 ( 4 su 15 )

Finalmente completata quella che io considero una trilogia, quella dei 3 thriller di Na Hong-Jin.
E, che dire, un altro grandissimo film, forse, però, non grande come gli altri due.
La storia di un uomo sino-coreano, uno considerato clandestino ovunque vada.
Gun-nam torna in Korea per uccidere un uomo, è pieno di debiti.
Ma torna anche per cercare la sua amata.
Si ritroverà invece in una spirale di violenza e morte dalla quale è impossibile uscire

Prendiamo le prime due sequenze, bastano e avanzano per capire tante cose.
Sto parlando delle scena iniziale del Mahjong e di quella in cui due i scagnozzi vanno in camera del nostro protagonista.
Cristo, contate i cambi di inquadratura se ci riuscite.
Avevo già tessuto le lodi di Na Hong-Jin recensendo altri suoi due film, il bellissimo The Chaser e il capolavoro The Wailing (arrivato mesi fa da noi come Goksung).
Ecco, mettendo dentro The Yellow Sea posso dire senza alcun dubbio che considero questo terzetto di film come la più grande trilogia di thriller realizzata da un unico regista negli anni 2000.
Avevo esaltato Na per tanti aspetti, specie per quel suo saper creare dei thriller atipici, uguali quasi a nessuno. Non so, però, quanto avessi parlato della sua regia.
 Torniamo quindi alle prime due sequenze di The Yellow Sea. 
Vedete, io sono uno che ama anche il cinema da camera fissa e nessun montaggio (pensate ai quadretti di Andersson). In più, lo sapete, farei santi tutti i piani-sequenza.
Insomma, tutto sono tranne un amante delle tante inquadrature e del montaggio imperante.
Ma quando vedo due sequenze così, quando vedo un montaggio così, capisco che dietro c'è un maestro. E uno maniacale, uno che guarda ogni dettaglio. Il 90% dei registi avrebbero risolto le due scene con 7,8 inquadrature, qualche campo e controcampo nel tavolo da gioco e un campo medio in camera di lui. E invece qui il delirio, ogni secondo c'è un'angolazione diversa, il montaggio è sontuoso, non c'è uno scavallamento di campo, c'è una regia tremendamente "a rischio" ma talmente perfetta che quasi nemmeno ci accorgiamo di quanto sia stata costruita la scena. Ragazzi, ma vi rendete conto che lavoro ci può esser dietro a un montaggio del genere? quante cavolo di angolazioni, quanta attenzione a donar fluidità, quanta attenzione nel gioco degli sguardi?
E sarà poi così per tutto il film, una cosa impressionante.

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Lo dico da subito, The Yellow Sea è forse il minore di questa pazzesca trilogia di Na. Lo è per due motivi. Il primo è la grandezza degli altri due titoli, roba da top ten dei thriller di questo secolo. Il secondo motivo è a causa di un secondo tempo che sostituisce alla straordinaria atmosfera noir del primo un eccesso di spettacolarità, spettacolarità che lo avvicina, piuttosto, al cinema americano. Ma non è tanto il problema della spettacolarità - che ci sono 3,4 sequenze da restarci secchi per perfezione- ma il fatto che questa porti a un'inverosimiglianza che, mannaggia, non ce voleva.

23.4.18

Recensione: "Ghost Stories" (2018)

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Ghost Stories sta avendo un successo incredibile in tutto il mondo.
Non so se sia per la sua prima parte, molto d'atmosfera, una buona ora da horror di fantasmi con più di un'ottima sequenza a dire il vero, ma abbastanza canonica per me.
Oppure se la gente lo apprezzi soprattutto per la sua ultima parte, parte in cui Ghost Stories diventa tutt'altro da quello che era prima.
Beh, io ho amato da morire questo tutt'altro.

presenti spoiler, piccoli prima, giganteschi dopo foto del tunnel

Io son sicuro che la maggior parte della gente avrà amato Ghost Stories soprattutto per la sua prima ora. Una prima ora discreta, valida, sicuramente quella che ha permesso una buona distribuzione in sala. 
Ma per me Ghost Stories è tutto negli ultimi 20 minuti. E' lì che si eleva. E ok, quello che succede non è nemmeno così incredibilmente originale ma ci sono 2,3 finezze di sceneggiatura che mi fanno parlare di un finale veramente grande.
Comincia un pò come "1921 - il mistero di Rookford" (consigliato). Ovvero con uno specialista in demolizione di fenomeni paranormali, uno studioso cioè che smaschera tutti i trucchetti e le truffe di chi si professa sensitivo o testimone di esperienze trascendentali. Se nel film con la bellissima Rebecca Hall però tutto restava "nascosto" (eravamo ad inizio secolo) in Ghost Stories il nostro protagonista smaschera queste truffe in una trasmissione televisiva da lui condotta. Insomma, una specie di Striscia la notizia specializzata solo per rompere i coglioni ai finti sensitivi.
Goodman (il nostro professore, con questo cognome che richiama anche il suo animo e il suo carattere, sempre pacato, sorridente e comprensivo) ha come "mito" un vecchio scienziato di cui da anni si sono perse le tracce. Fatto sta che questo vecchio scienziato (anche lui specializzato nello smascherare truffe trascendentali) lo contatta e gli affida tre casi che lui non è mai riuscito a risolvere.
Goodman accetta il caso, accetta le 3 Ghost Stories.

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Il vero e proprio film può cominciare. E magari troverò dei difetti in questa prima parte, ma sono difetti di uno che ancora non aveva visto il finale. Quindi ne leggerete alcuni di oggettivi, altri, invece, di spiegabili alla luce degli ultimi 20 minuti (ma per non spoilerare non farò capire quali sono di un tipo e quali di un altro)

20.4.18

Recensione: "Wiener-Dog"

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Il solito Solondz, autore geniale, complesso, divertente ma anche tremendamente secco nel descrivere l'uomo.
Di sicuro non al livello del suo capolavoro Happiness, Wiener-Dog (bassotto) è comunque un gran film, capace di far riflettere molto. Divertente, cinico, abbastanza doloroso ma anche carico di tanta umanità.

in fondo alla recensione troverete una, spero gradita, novità. Ne parlo più specificatamente nel post precedente a questo. La trama che troverete l'ho scritta io, ho questo potere, pensa te


"Avevo pochi anni, e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più" scrive De Gregori in quel magnifico pezzo che fu Buffalo Bill.
E io avevo pochi anni, giusto 20 o poco più, quando mi incrociai per la prima volta con Solondz. E lo feci con un film che probabilmente vidi distrattamente in tv, una specie di college movie e coming of age che il titolo italiano banalizzava in "Fuga dalla scuola media". In realtà ricordo niente, se non la figura di questa ancora nemmeno adolescente protagonista, impacciata, bullizzata (ma all'epoca il termine manco esisteva), bruttina e mal vestita.
Poi c'è stato il mio vero e proprio incontro con Solondz.
Ed è accaduto col magnifico Happiness, film crepuscolare, ironico ma devastante, di quelli che mentre stai lì a godere delle brillantezza del tutto al tempo stesso ti senti stringere lo stomaco.
Ritrovo adesso Solondz con un altro film corale (anche se la mia concezione di film corali è un pelo diversa) diviso in 4 episodi nettamente distinti -finisce uno comincia l'altro- ma che hanno tanti punti in comune. 

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Solo il secondo, di episodi dico, son sicuro sia diretto sequel di "Fuga dalla scuola media", per gli altri non ho ricordi per collegarli a quel film.
Solondz assomiglia molto a quello di Happiness, è sempre cinico, è sempre chirurgico nell'analisi umana, è sempre molto scomodo, sia in come racconta alcuni personaggi che lo stato in cui vive, gli Usa, Usa che, del resto - almeno a livello ufficiale - l'hanno sempre osteggiato.
Eppure in questo film ci sono anche tante cose belle, tanti personaggi umanamente virtuosi ma tutti, lo vedremo, costretti a soccombere con la razza dominante, o comunque destinati alla solitudine.
Che questo film abbia ambizioni abbastanza esistenziali lo si vede anche dal fatto per cui in ogni episodio il personaggio principale rappresenti una diversa fase della nostra esistenza.
Il bambino nel primo, i ragazzi nel secondo, l'uomo maturo nel terzo, la vecchiaia nell'ultimo.

Una bellissima novità per i lettori


Come chi mi conosce bene saprà io sono uno che non guarda trailer nè legge trame.
Però so benissimo quanto queste informazioni, sia visive che narrative, interessino ai lettori.
E così è piovuta dal cielo un'opportunità che mi permette, in modo veloce, funzionale, molto carino ed immediato, di dare tutte le informazioni possibili su un film senza che io, praticamente, faccia nulla.
Sono stato contattato da una simpaticissima ragazza (campana, ma che lavora a Barcellona) per "testare" un widget che, come dicevo sopra, compensa tutto quello che io non faccio in questo blog.
Tra l'altro ho avuto l'onore (dice lei) di essere il primo in Italia ad averlo.

Loro li potete trovare qua, IsnotTv 

(IsnotTV è un movimento sociale nato per “salvare le persone dal guardare schifezze”. La vita è breve e non possiamo nutrirci con tutto ciò che il mondo dell’intrattenimento ci offre, dobbiamo scegliere con saggezza! Su isnotTV.com puoi conoscere quali sono i film o le serie di tendenza, leggere i commenti ed i punteggi assegnati dai nostri utenti e, creando il tuo account personale, ricevere suggerimenti personalizzati.)

Senza tanti giri di parole eccolo qua:







Anche se molto intuitivo ve lo descrivo al volo.
Intanto ho la possibilità di scegliermi l'immagine di sfondo (e questa cosa è molto bella).
Poi, come vedete, avrete quattro sezioni.

La prima è il TRAILER. Ovviamente per i film più importanti sarà in italiano, per tutti gli altri in lingua originale. E considerando che in questo blog almeno il 70% dei film recensiti sono dei sub-ita non distribuiti molto spesso vi troverete il trailer in lingua.

Nei DETTAGLI invece avete tutte le informazioni riguardanti anno di produzione, regia e cast.
E, cosa più importante, visto che tanti si lamentano che io non le scrivo, avrete la trama.
Per moltissimi film -tutti quelli non distribuiti ad esempio- starà proprio a me scriverne una in italiano da zero o tradurre quella esistente. Ma, tranquilli, almeno lì non metterò spoiler ;)

Abbiamo poi SIMILI, ovvero la scelta (fatta dal loro programma, non da me) di quei film ritenuti abbastanza in linea con quello recensito. Non so su cosa si basi questa sezione, se sulle tematiche, se sul regista o altro.
Si vedrà.

L'ultima sezione, molto particolare, ti indirizza invece in tutte le piattaforme legali dove puoi vedere il film. 
Ad esempio per Melancholia vedo che segnala anche Netflix. Ecco, tu clicchi lì e sarai DIRETTAMENTE dentro la piattaforma, col film pronto.
Insomma, mi sembra proprio una bella novità.
Metterò tutta questa roba A FINE recensione.

Sperando che questa cosa vi piaccia, un abbraccio





16.4.18

Recensione: "Tore Tanzt (nothing bad can happen) "


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Un film molto duro, ma importante da vedere.
E' la storia di Tore, un ragazzo alto e biondo che ha fatto dell'amore per il prossimo e della bontà d'animo delle missioni di fede.
Ma delle missioni di Fede nel vero senso della parola visto che è quest'ultima, la Fede, a guidarlo in ogni sua azione.
Un giorno, però, finisce a vivere in una famiglia che, in qualche modo, lo "adotta".
E in questa famiglia piano piano vengono fuori dei lati terribili ed è il nostro ragazzo, e non solo lui, a farne le spese.
Ma l'amore di Dio è più forte di ogni altra cosa e Tore accetterà il suo calvario.

allego recensione

Tore è alto, altissimo.
E biondo, biondissimo.
E buono, buonissimo.
E' ragazzo da superlativi assoluti Tore, ma del resto lui ha una Fede assoluta in Dio e Dio, se vogliamo, è superlativo assoluto dei superlativi assoluti.
Tore viene preso da due energumeni e portato nel mare. La colonna sonora è disturbante, ecco, manco il tempo di iniziare il film e tocca sta male subito -si dice lo spettatore-. E invece no, e invece Tore viene immerso nel mare, una specie di rito di iniziazione, una specie di nuovo battesimo -e di riferimenti biblici avoja, ne avremo- ma niente di più, è solo un innocuo e divertente gesto per entrare in questa stranissima (eh, soffro di superlativite) confraternita, una via di mezzo tra un laido ritrovo di punk e un gruppo di devoti vecchietti. Si urla a Gesù con capelli ritti e viola per capirsi.
Tore ha un sorriso talmente spontaneo e talmente vero che pensi che sia un malato mentale, che quei sorrisi spontanei e veri appartengono solo ai bimbi, si sa, che poi si cresce e le felicità spontanee e vere son sempre più difficili, sempre più controllate, sempre più nascoste, che c'è quasi da vergognarsi.
Ma del resto Tore è un continuo ondeggiare tra istintivi e bambineschi slanci d'affetto e timidi ritrarsi. I primi son tanto più frequenti dei secondi, chè Tore ama giocare, ama ballare, ama manifestare affetto, è vero, ma ogni cosa che secondo lui lo allontana dai suoi dettami, che sia il bere o l'emozionarsi per la bellezza femminile, ecco, lì si fa piccolo piccolo e fa due passi indietro. 
Ma te lo dice sempre col sorriso che no, non può, pace.
Accetta anche i suoi contini attacchi epilettici, da lui visti come simboli di fede quando, in realtà, hanno tutt'altra matrice.

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La Fede di Tore sarà base del film, se noi (specie agli atei parlo) non riusciamo a comprendere questa cosa ci troveremo davanti ad un film ai confini dell'assurdo. In realtà lo dico da subito, anche per me si è andato un filino oltre la verosimiglianza ma alla fine ho capito.
Ho capito che questo film è perfetta metafora del calvario di cristo. E il calvario di cristo può avere piccole zone d'ombra, chè anche un perfetto cristiano alla fine la cattiveria la "sente", la odia e non la sopporta, è vero, ma la sua missione di fede la porterà fino in fondo.
Sono convinto che questo film possa portare a molte discussioni, specie per chi davvero non concepisce un amore così cieco e assoluto per chi, secondo chi ci crede, sta lassù. Sarebbe bello che tutti, però, cercassero di capire questa cosa e, di conseguenza, i comportamenti di Tore.
Ma ci torneremo, forse.