16.11.17

La censura in Italia. Illuminante intervista di Alberto Cassani al mitico Alberto Farina (per sapere davvero tutto tutto su come funziona)

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Qualche mese fa passarono lo splendido Still Life in tv, su RaiMovie. Proprio alla fine, nella scena più bella ed emozionante, misero un taglio pubblicitario assassino, roba da non credere. Mi lamentai. Alla fine in qualche modo arrivai in contatto con Alberto Farina, uno dei consulenti alla programmazione del canale (ma Alberto è anche tante altre cose). All'inizio, giustamente, lui pensava che fossi il solito rompiballe che sparava a caso, poi, parlandoci, raggiungemmo, credo, una grande stima comune.
Alberto Farina per quanto mi riguarda è la persona che, nel cinema, ho trovato più completa.
Competente da morire, memoria storica, umile, simpatico, cortese, educato, intelligente.
E buono.
Voglio dire, è uno che ha fatto di tutto, ha lavorato anche con Landis.
Per colpa de Lo Sciacallo iniziammo a parlare anche di censura. Perchè lui è uno de membri della commissione italiana in tal senso. E lui mi girò questa intervista.
Ho pensato che la cosa migliore fosse pubblicarla integralmente, è molto lunga ma molto interessante e, secondo me, vi dice tante cose che non sapete.
Oltre parecchie chicche.
L'intervista è di Alberto Cassani (milanese, critico cinematografico e fumettistico, traduttore di romanzi e fumetti, da poco nella redazione della Sergio Bonelli Editore) ed è stata pubblicata sul bel sito CINEFILE (CLICCATE QUI)
Magari può nascerne una discussione e, se potranno, gli stessi "Alberti" possono intervenire

Buona lettura

(domande di Cassani, risposte di Farina -del suo sacco- )

Nella presentazione della terza Commissione di Revisione Cinematografica, che assegna i visti di censura, il Ministero dei Beni Culturali ti ha indicato come “esperto di cultura cinematografica”. Diamo però qualche coordinata ai nostri lettori: esattamente di cosa ti occupi, nella vita?

Il 99% del mio tempo professionale è dedicato a Rai Movie, che trasmette film 24 ore su 24. Sulla carta sono consulente alla programmazione, poi in pratica si fanno tante cose diverse. Una cosa fondamentale è scegliere i film da mandare in onda e collocarli là dove possono andare legalmente e dove hanno maggiori possibilità di incontrare il proprio pubblico.

Ma ogni tanto vai anche in video, no?

In video vado su Rai Italia, che viene trasmessa soltanto fuori dall’Europa. È un canale che “reimpacchetta” il meglio della programmazione delle Tv generaliste Rai e ci aggiunge una serie di programmi dedicati esclusivamente al pubblico italofono all’estero. Tra questi c’è “Cinema Italia”, che è sostanzialmente un film in prima serata ogni mercoledì, che io presento. Per Rai Movie, da una settimana registro ogni giorno una minuscola presentazione, destinata a Facebook e Twitter, di uno a mia scelta fra i film della giornata.

Diciamo due parole anche su quello che hai fatto prima.

Ho cominciato a scrivere recensioni cinematografiche all’età di 8 anni, poi ho iniziato a scrivere in maniera più o meno professionale e ho lavorato anche in pubblicità. Sono stato aiuto regista per un minuscolo film italiano mai distribuito e poi, gratuitamente, in due film di John Landis, regista cui ho dedicato un libro per Il Castoro Cinema. Poi ho fondato un canale televisivo che si chiamava Coming Soon Television, che è stato il primo canale italiano incentrato esclusivamente sul cinema e che ho diretto per due anni prima di lasciarlo per via di divergenze diciamo “culturali” con la proprietà. Sono andato a fare altre cose, tra cui il programma “Doppio Audio” per quella che sarebbe poi diventata Rai Movie e che allora si chiama Raisat Cinema World: intervistavo registi italiani mentre vedevamo un loro film. Ne ho fatti una cinquantina, e spero di poterlo riprendere su Rai Movie prossimamente: in questo momento sarebbe la cosa che mi piacerebbe di più fare. Avere un regista tuo “prigioniero” con davanti il suo film, che vuole spiegare e raccontare… Puoi chiedere davvero qualunque cosa…

14.11.17

( tra parentesi )

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Una vita fa sono stato barelliere.
E' successo durante il Servizio Civile.
Prima 4 o 5 mesi nella neve di Gualdo Tadino a lavorare in una casa di riposo (proprio davanti la Rocca che vedete nell'etichetta dell'acqua Rocchetta), poi circa 5,6 mesi a fare il barelliere alla Misericordia di Castiglion del Lago.
La storia che voglio raccontarvi è molto bella ed emozionante ma già che sono sull'argomento prima ve ne dico una che a voi, forse, farà ridere ma che io ricordo come uno dei momenti di maggior disagio e umiliazione della mia vita.
Andiamo a prendere un anziano all'ospedale. Lo riportiamo a casa con l'autoambulanza.
Quando arriviamo a casa sua, aperta campagna, ci troviamo davanti uno spettacolo incredibile.
Tipo 20,25 persone messe su due lati, come tifosi del Giro D'Italia, che ci aspettano.
Noi scendiamo con la nostra barella, tipo questa

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e chiediamo dove portare l'anziano (che, a questo punto, doveva essere uno importante, forse il patriarca di tutta quella frazione).
Entriamo in una grandissima casa colonica, un salone immenso.
Tutte le 20 persone ci seguono e osservano.
Dobbiamo portarlo di sopra, il che vuol dire mandare la barella a terra e alzarla DI PESO per tutte le scale.
Io mi metto da un lato, il mio collega, un coglione di prima categoria ma con vent'anni di esperienza, dall'altro.
Io sgancio il mio lato senza problemi e mi metto lì pronto a far calare dolcemente la barella. Ma a lui niente, non si sgancia.
Mi chiama per aiutarlo.
Io gli dico che devo restar al mio lato, che si faccia aiutare da altri. Ma lui insiste.
Vado là.
Il coglione nel mentre che stavo andando da lui, giusto due metri, la sblocca.
La barella, non avendo me dall'altro lato, va già di peso in una maniera che non potete capire, un corpo di 100 kg che cade da un metro e mezzo.
Davanti a 20 persone.
Morale, il vecchio torna all'ospedale.

In quella misericordia lavorava (credo ancora) un ragazzo dagli evidenti deficit mentali.
Un ragazzo dalla bontà struggente, senza ombra di dubbio la persona più irrimediabilmente buona che io abbia mai conosciuto.
A volte mi chiedo come è possibile che a quelli a cui manca qualche rotella siano spesso i più buoni.
Sembra quasi che la cattiveria sia il pezzo mancante, che per essere uomini pieni di vizi, egoismi, cattiverie e sovrastrutture si necessiti di un cervello completo.
Buffo.
Sta di fatto che un giorno lo vedo col suo piccolo diario.
Mi avvicino a lui.

"Davide (nome inventato), che fai, che scrivi?"
"Niente Giù" fa lui timido e schivo
"Dai, fammi vedere"
Lui si scansa e mi fa vedere la pagina.
C'è scritto semplicemente, sotto una data

compleanno di (giulia)

così, col nome messo tra parentesi

"Chi è Giulia, una tua amica?"
"Sì" dice lui tutto orgoglioso
"Dì la verità Davide, ti piace Giulia vero?"
lui strabuzza i suoi magnifici occhi verdi e mi dice tutto contento di sì
"E perchè non me la fai conoscere?"
"Eh no Giù...no...non posso...scusa"
fa lui iniziando a grattarsi nervosamente la testa
"Ma dai, non lo dico a nessuno, sta tranquillo"
Ad un certo punto mi fa un segno strano con le mani, tipo quello che si fa quando qualcosa è finito, quando non c'è più niente.
Unisco quel gesto al suo volto.
Capisco.
Giulia è morta a nemmeno vent'anni.
Ora, quello che è successo dopo tra me e Davide non è importante, resta tra noi.
La cosa straordinaria è un'altra.

compleanno di (giulia)

vedete, a volte le maggiori profondità le trovi nell'essenziale.
Davide è un ragazzo che a malapena sa scrivere.
Eppure fu capace di quella cosa che io, dopo 15 anni, ancora non riesco a dimenticare.
Il nome di Giulia tra parentesi.
Cos'è una parentesi?
Un qualcosa che tiene dentro informazioni che al tempo stesso possono esserci e non possono esserci. Specificazioni, chiarimenti, aggiunte importanti ma che senza parentesi magari appesentirebbero il discorso.
Noi mettiamo tra parentesi qualcosa che non vogliamo far star dentro ma al tempo stesso non riusciamo a far star fuori.
E quel nome tra parentesi scritto da Davide lo trovai struggente.
Giulia per lui era ancora tutto, una ragazza che non poteva eliminare. Ma, al tempo stesso, non essendo più in vita, non poteva uscire da quelle parentesi, esser lì con noi, festeggiarlo davvero quel compleanno.
Io ho letto tanti libri, ho parlato con persone intelligentissime ma quel 

compleanno di (giulia)

scritto da Davide resta ancora una delle cose più grandi e profonde che abbia mai letto.
E da quel giorno ho scoperto che tutto quello che è tra parentesi, che sia una frase, che sia una persona, che sia un accadimento, ha un'importanza incredibile.
Perchè se quelle cose che sono tra parentesi le togli perdi completamente il senso.
Che sia di una frase o della vita stessa

(fine)


13.11.17

Recensione: "Most beautiful island"

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Most beautiful island è opera prima.
Ma quello che è strano è che sia opera prima di una donna di quasi 40 anni che fino a quel momento era stata solo attrice. Una rarità.
Cosa l'ha portata quindi alla necessità di fare un film?
La vita, la sua vita, e un episodio terribile che le è probabilmente successo.
Un drammatico che si veste da thriller, brevissimo, tra 13 tzameti e hostel (tranquilli, non c'entra nulla con l'horror).
Da vedere

Spoiler dopo seconda immagine

Cosa spinge una navigata attrice a realizzare il suo primo film da regista a quasi 40 anni?
Una donna poi eh, che, lo si sa, la regia al femminile è quasi sempre mosca bianca.
Insomma, sei un'attrice, mai girato nulla, sei donna, perchè cominciare ora a fare regia?
La risposta in questo caso è semplice, la vita, la necessità di raccontare qualcosa.
Forse la necessità di superare quel qualcosa che ti è successo, attraverso l'arte.
Non è difficile fare 1 + 1 + 1.
Il film parte con la didascalia "basato su fatti reali".
E parla di una donna spagnola trasferita a New York.
E vedi che la regista è spagnola e vive a New York.
E vedi che il film non solo l'ha girato lei ma l'ha scritto e, addirittura, interpretato.
Sì, Ana Asensio aveva bisogno di raccontare una storia, la sua storia, non si scappa.
E la sua storia è quella di una donna che per sfuggire ad una realtà che la stava uccidendo (ha perso la figlia piccolissima in Spagna -spero non sia anche questo fatto vero ma credo di sì-) decide di andarsene dall'altra parte del mondo, a New York, alla città del "I can", del sogno.

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La realtà è molto più difficile, di lavoro serio non ne trova, gli affitti non li paga, il dolore non se ne va. Attacchi di panico, sangue che cola nel naso, nervosismo, un lavoretto da baby sitter che la stressa e che forse non le se addice.

11.11.17

Recensione: "The Square" 2017

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Il vincitore dell'ultimo Cannes - dell'Ostlund regista del formidabile Forza Maggiore- è, per quanto mi riguarda, un film che è sempre lì per partire ma alla fine non parte mai.
Divertente, grottesco, colto, anche un pizzico disturbante nel finale.
Ma si fatica a vederne l'architettura, a capirne il senso, a giustificarne alcune scene e lunghezza.
Film sull'arte contemporanea? sul caos? sulla fiducia?
Magari voi lo capite meglio di me

Non ho un gran rapporto coi festival.
Anzi, no, non ho un gran rapporto con i premi e gli albi d'oro dei festival, ecco, che i festival invece ben vengano.
Gli Oscar (che poi un festival non sono, mi riferisco ai premi), ad esempio, hanno valenza per me prossima allo zero.
E anche con i premiati di Venezia non è che io abbia sto gran feeling.
Però ci sono alcuni albi d'oro in cui invece mi ritrovo tanto.
Uno è quello dell'Oscar al miglior film straniero (davvero grandissimi titoli), un altro quello del festival cult di Stitges.
E un altro Cannes.
Ecco, quando sento "ha vinto Cannes" il mio poco curioso sopracciglio un pochino si alza, lo ammetto.
E così mi vado a vedere al cinema l'ultimo vincitore della Palma d'Oro ma, soprattutto, il nuovo film di Ostlund, regista del formidabile Forza Maggiore.
E niente, una parziale delusione.

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In realtà c'ho ritrovato molto del suo bellissimo film precedente.
Per prima cosa l'intento principale del film, ovvero quello di essere un'opera "a tesi", che vuole dimostrare qualcosa. Quasi un'operazione scientifica, antropologica e matematica insieme.

10.11.17

Recensione: "Closet Monster"

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L'ennesimo coming of age sulla disperata ricerca di capire il proprio orientamento sessuale.
Ma Closet Monster è anche qualcosa in più.
Un film dolce, trattenuto, che racconta di un tremendo ricordo che non se ne va più via, che ha dentro criceti parlanti che assomigliano tanto alla propria anima, che sprigiona amore e odio a ogni inquadratura.
Forse, però, non è altro che un film che racconta della necessità di togliersi una spranga di ferro da dentro sè stessi

"Dammi un sogno papà"
E allora il padre gonfia un palloncino mentre racconta il sogno che vuole dargli.
Poi il palloncino lo appoggia sulla fronte del figlio e, pffffff, lentamente lo fa sgonfiare.
Quel sogno, un sogno di vampiri e cimiteri, entra dentro la testa del bambino.
Notevole, davvero notevole l'incipit di questo Closet Monster, l'ennesimo film a metà tra il coming of age e la scoperta del proprio orientamento sessuale.
Ne abbiamo visti tanti, tantissimi.
Eppure qua, a tratti, c'è qualcosa di diverso, di originale.
Come quel criceto parlante (Buffy lo chiama lui, è femmina dice lui, ma in realtà non è vero) che rappresenta per Oscar, il nostro protagonista, una specie di coscienza interiore, una specie di amico che sa leggergli dentro, un corrispettivo, per certi versi, del dito luccicante del Danny di Shining.
In realtà Buffy il futuro non lo prevede, si limita a scandagliare l'animo di Oscar, a percepirne i disagi, a scorgerne gli innamoramenti, a decretarne i problemi.
Oscar da piccolo, ancora bambino, è stato testimone di una violenza sessuale inaudita, roba da far star male anche lo spettatore.

"Perchè gli hanno fatto quello papà?"
"Beh, era gay" gli risponde lui

Gay, come quella parola che tre bambine gli avevano pronunciato davanti quella mattina quando lui si era guardato le unghie a mano aperta, e non mettendola ad artiglio come farebbero i veri uomini.
In un solo giorno la vita di Oscar cambia per sempre.

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Sì, perchè, ed è qui un'altra variante molto interessante, è come se Oscar da quel giorno, quel giorno in cui vide quella violenza, al tempo stesso si senta "destinato" ad esser gay ma, anche, impossibilitato dal diventarlo, dal viverlo veramente.

7.11.17

Altrove

Però, (che cosa vuol dire però?)
Mi sveglio col piede sinistro
Quello giusto

Forse già lo sai
Che a volte la follia
Sembra l'unica via
Per la felicità

C'era una volta un ragazzo chiamato pazzo
E diceva sto meglio in un pozzo che su un piedistallo

Oggi ho messo
La giacca dell'anno scorso
Che così mi riconosco
Ed esco

Dopo i fiori piantati
Quelli raccolti
Quelli regalati
Quelli appassiti

Ho deciso
Di perdermi nel mondo
Anche se sprofondo
Lascio che le cose
Mi portino altrove
Non importa dove

Io, un tempo era semplice
Ma ho sprecato tutta l'energia
Per il ritorno

Lascio parole non dette
E prendo tutta la cosmogonia
E la butto via
E mi ci butto anch'io

Sotto le coperte che ci sono le bombe
È come un brutto sogno che diventa realtà

Ho deciso
Di perdermi nel mondo
Anche se sprofondo

Applico alla vita
I puntini di sospensione
Che nell'incosciente
Non c'è negazione

Un ultimo sguardo commosso all'arredamento
E chi si è visto, s'è visto

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Lascio che le cose
Mi portino altrove
Lascio che le cose
Mi portino altrove
Altrove
Altrove

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni


6.11.17

Recensione: "The Void"

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Forse nell'horror moderno The Void  è il tentativo più diretto (poi quanto convincente lo deciderete voi) di richiamare quel gran capolavoro che fu La Cosa.
Un luogo chiuso, il freddo, la sfiducia, mostri che sono mutazioni del corpo.
Poi però il film diventa tanto altro. E forse è proprio questa suo voler elevarsi (metafisico, profondo, esistenziale), questo suo accumulare cose a renderlo un prodotto interessantissimo ma che rischia di cadere sotto la sua stessa ambizione

presenti spoiler

Molto interessante che questo The Void arrivi proprio appena dopo Livide.
(qualcuno di voi Livide entrambi? o.k, scusate)
Interessante perchè i due film soffrono dello stesso problema ma, secondo me, per motivi assolutamente diversi. Ed è proprio l'analizzare questi motivi che mi fa pensare che questo The Void sia superiore.
Qual è il problema a cui accenno?
L'accumulo.
Entrambe le pellicole mettono dentro troppe cose, troppo diverse tra loro e in maniera troppo confusa.
Accumulano, accumulano, accumulano, tanto che lo spettatore resta spiazzato, prova a unire i pezzi e a trovare un senso anche quando, probabilmente, un senso non c'è.
Ma mentre in Livide questo accumulo sembrava più che altro "visivo" e cinematografico (nel senso che i due registi han voluto metter dentro tante belle scene horror perdendo o fregandosene del filo del discorso) qui in The Void, paradossalmente, c'è a mio parere il problema opposto. Ovvero quello di essere così interessati alla storia, alle possibili tematiche, ai possibili sottotesti, da aver creato un film che non parla di poco (come Livide) ma di troppo.
E' la storia che ha portato all'accumulo, ecco.

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E' come se -e poi la chiudo qua- in entrambi i film riscontrassimo gli stessi problemi ma mentre in uno, The Void, abbiamo la sensazione che il film abbia voluto essere più grande di quello che è -ossia che l'ammasso sia dovuto all'ambizione- nell'altro, Livide, appare più soltanto come un gioco col genere horror.

3.11.17

Recensione "Livide"

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L'opera seconda dei registi de A l'Interieur è una mezza occasione sprecata. A un buon spunto iniziale, alle belle location, a un'ottima regia e una mezz'ora dalla grande atmosfera segue poi un'esplosione di horror visivamente notevole ma francamente poco credibile, non coesa e mal scritta.
Uno di quegli horror da vedere per le tante scene riuscite, ma non da premiare fino in fono per l'incapacità di saper scrivere una storia.

presenti spoiler

In realtà l'avevo già visto anni fa.
Il perchè non lo recensii non è dato saperlo.
Il mio ricordo di Livide era quello di una tremenda occasione mancata, di un film davvero notevole nella prima parte e terribilmente confusionario nella seconda.
Rivedendolo posso dire che...avevo ragione.
Opera seconda dei due registi del cultissimo A L'Interieur (e del recentissimo Leatherface al cinema) Livide conferma, per quanto mi riguarda, tutto il buono e tutto il meno buono che c'era in quel -per tanti folgorante- debutto.
Lucy è una giovane ragazza (molto bella) che cerca di tirar su qualche soldino come tirocinante di una specie di assistente sociale-infermiera per anziani.
Nel suo primo giorno di lavoro finisce in una casa tetra e gigantesca dove vive (si fa per dire) una vecchissima donna, in coma, a letto.
Nessun'altro là dentro.
L'assistente sociale le parla di un tesoro in quella casa, che la vecchia è ricchissima etc...
Lucy lo racconta al suo fidanzato (mezzo delinquentello) e al suo migliore amico.
La notte decidono di entrare nella casa per cercare sto tesoro.
Troveranno cazzi. Cazzi amari

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Di cose buone ce ne sono.

2.11.17

Fatti da Voi ( 8 ): Giacomo del Buono - Noi siamo Ercolini

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Un amico, un documentario, una storia bella di sport e valori, un calcio al razzismo.
Un calcio talmente perfetto che finisce in rete all'angolino


Questa è una puntata un pò speciale della rubrica dei Fatti da Voi.
Perchè io con Giacomo ci sono cresciuto.

Casa dei miei, che poi era ovviamente anche la casa di noi 4 fratelli -loro figli- aveva un problema.
Le mancava un muro.
Quello di cemento, in realtà, c'era ma non aveva la funzione per cui era stato eretto, non chiudeva.
Casa nostra era quindi la casa aperta per eccellenza di Paciano, una casa in cui ad ogni ora di ogni giorno potevi trovar dentro chiunque. E' vero, l'esser 4 fratelli maschi un pò poteva portare a quello, perchè pensateci, devi moltiplicare tutto per 4, anche gli amici, lo so.
Ma c'era qualcosa di strano, una magia-maledizione che solo chi l'ha frequentata può capire.
Ragazzi che nemmeno conoscevo che facevano "salina" (sega a scuola) nella camera di mio fratello più grande, altri che mi ritrovavo a cucinare alle 2 di notte 
("Ma chi siete? Che state facendo?" 
"Te invece chi sei?  -me rispondevano - Magnamo") 
 altri ancora che prendevano la play e venivano a giocarci in camera mia mentre io dormivo.
 E potrei andare avanti all'infinito.
E' un pò quello che accadeva, con lo sport, nel giardino di mio nonno, quello che raccontai qui.
Insomma, noi Armellini eravamo l'epicentro della movida giovanile pacianese.
Tra tutti c'era un grande amico, Giacomo, forse l'unico insieme a me interessato in qualche modo al cinema, al di là di vedere semplicemente un film.
Uno di quelli che giocava alla play fino alle 5 di mattina in camera mia, All Night Long, ricordi Giacomo?
A me è sempre piaciuto scrivere, a lui prendere la telecamerina.
Lui, a differenza mia, ha avuto la forza, il coraggio e la voglia di provare a fare della sua passione anche il suo lavoro.
E' partito per Roma, un pò per carattere, indole e voglia di fare, un pò per fuggire mentalmente e spazialmente da un paese e da una vita che gli avevano offerto delle prove durissime, talmente devastanti che è anche difficile raccontarle.
E' diventato documentarista, uno bravo poi.
Mi manda questo mediometraggio che non sarà perfetto, non sarà indimenticabile, ma per chi è cresciuto in una certa maniera e conosce chi c'è dentro a quel documentario è davvero un piccolo gioiello.
Roba che in confronto Sacro Gra nemmeno il festival della Porchetta doveva vincere, non Venezia.
Sono cresciuto e vissuto sempre nello sport.
Ho conosciuto cosa vuol dire giocare dalla 2 del pomeriggio alle 7 di sera, ho conosciuto quei sassi che non solo ferivano ma penetravano proprio nella carne così in profondità che non riuscire poi a toglierli, ho conosciuto l'emozione di far parte delle prime squadrette, quella di ascoltare le formazioni del mister (incredibile, ripensandoci adesso, di non essere quasi mai stato in panchina in vita mia), quella impressionante di ritrovarsi dei completini nuovi.
E i campi di ghiaia, e i muri pericolosi, e il sentirsi un giorno fuoriclasse e l'altro un emerito coglione.
E in questo documentario ritrovo tutto insieme sia Giacomo che quelle sensazioni, che poi Giacomo era pure forte a giocare, ma talmente pigro e naif che forse è stato meglio abbia smesso.
Gli Ercolini sono una squadra di piccoli giocatori, una squadra quasi estemporanea, di quelle che ti ritrovi, senza alcun senso, ragazzi alti o bassi, magri o grassi, con la faccia da schiaffi o col sorriso dolcissimo. Un'Armata Brancaleone destinata quasi per costituzione alla sconfitta.


Ma sono una squadra particolare però, perchè vivono in roulotte, perchè si allenano in parchi dismessi, perchè sono poveri e sporchi.
Perchè sono Rom.
Solo chi ha vissuto il vero sport probabilmente potrà capirne l'importanza.
La gente si riempie la bocca di offese, di accuse ai calciatori milionari, di ironie, di tutto, ma sta gente non ha mai capito che lo sport, quello senza lustrini, è il più grande collante umano esistente, l'unico capace di abbattere differenze, l'unico ancora capace di aggregare, l'unico che ti insegna i valori della vittoria e della sconfitta, l'unico mezzo, a volte, per regalare felicità dove quella felicità non ha alcun modo di attecchire.
E non è importante la forma fisica, per quello ci sono le chic e spersonalizzanti palestre, quello che conta è l'emozione che lo sport ti regala.
Gli Ercolini sono scarsi, quasi scarsissimi. Hanno un portiere che non solo non para nulla, ma a volte regala anche goal agli avversari posando la palla a terra senza poi calciarla.
Perdono sempre.



Ma, senza retorica, questo alla fine non conta nulla, perchè giocare insieme, partire con il furgone, indossare quelle maglie è sempre qualcosa di troppo bello rispetto a bighellonare nel campo rom, quel campo che probabilmente non potrà mai insegnarti qualcosa di buono, quel campo che ti darà tutto quello che poi, chi vi odia, potrà un giorno vomitarvi contro.
Ma per vivere una cosa del genere mica basta volerlo.
Perchè serve qualcuno che a sto progetto ci creda, e metta dentro tutto sè stesso.
E quel qualcuno è Salvatore, un giovane uomo che sembra quasi scritto in sceneggiatura per quanto è buono. E' lui che ha visto i futuri ercolini giocare nel campo rom, è lui quello che ha voluto aiutarli, è lui quello che ha creato la squadra e non solo, ha vissuto a stretto gomito con loro perchè, come dice riguardo la malattia che si ritroverà poi a combattere, "e' il non sapere che spaventa".
Non sapere, non conoscere, non capire le cose porta a disperazione, razzismo, inquietudine.
Salvatore ad un certo punto lascia la squadra, sarà ricoverato in ospedale per un qualcosa a cui non di riesce a dare un nome.
E Giacomo, il mio amico, il regista, uno che invece di malattie che hanno un nome ne sa più di qualsiasi altro, si è dovuto inventare allenatore. Era l'unico modo non solo per non fermare il documentario, ma anche per non far crollare il progetto Ercolini.
Una specie di documentario che, per forza di cose, è diventato altro.
Come Bella e Perduta, come, in parte, The Act of Killing.
Arriveranno sconfitte su sconfitte, come sempre.
Una squadra di losers, una di quelle che quando arrivano al limite dell'area avversaria tutti urlano "Tira! Tira! Tiiiiraaaa!" perchè l'esser arrivati fino a lì è già un miracolo e quindi, a quel punto, bisogna cercare di tirare in qualsiasi modo, che occasioni così ne ricapiteranno poche.



Tra titoli dei vari capitoli veramente fantastici, tra ragazzini con la faccia di Gummo e altri belli come il sole, tra un portiere che piange e la gioia di un goal, tra foto e filmini amatoriali si arriva poi al ritorno del mister dall'ospedale.
E ad una partita epica, da 0-3 a 3-3.
A Hollywood in quell'ultimo secondo la "nostra" squadra avrebbe vinto.
Ma questa non è Hollywood, è la realtà. E in un contropiede quattro contro zero, senza alcun difensore rimasto dietro, non solo sfuma la vittoria, ma anche il primo punto dell'anno.
Intanto però anche la scuola è finita.
Tutti promossi, tutti bei voti.
Maradona andò incontro alla telecamera, nei Mondiali del 1994, a gridare la sua rabbia, il suo orgoglio, a dire che lui, il più grande, c'era ancora.
Qua di gioie sportive se ne vedono poche.
E l'urlo alla telecamera diventa quello per un 7 in pagella.
"Noi siamo Ercolini.
 Paura mai"





31.10.17

Recensione: "La ragazza nella nebbia"

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RECENSIONE PIENA DI SPOILER, LEGGA SOLO CHI HA VISTO IL FILM, MAI COME IN QUESTO CASO

se avete dubbi sul finale nei commenti c'è la soluzione UFFICIALE

Arriva dall'Italia (come Italia? quella nazione incapace di fare grandi film? sì) e come opera prima di un giallista (come? ma non può limitarsi solo a scrivere libri?) quello che è, per me, il più grande thriller della stagione.
Torbido, denso, ambiguo, capace di metter dentro 15 anni di cronaca nera italiana, recitato benissimo, girato perfettamente.
Un esordio francamente folgorante per Carrisi.
Vediamo se riusciamo anche stavolta a farci del male da soli.


Il mio primo e unico ricordo di Carrisi è in quegli anni di ipnosi collettiva in cui milioni di noi (compreso, ahimè, chi scrive) la sera si guardava Vespa e i suoi ospiti discernere di cronaca nera. Ricordo quest'uomo pelato, molto sobrio, molto intelligente, molo chiaro e molto competente che in qualche modo mixava opinioni in merito ai delitti di cui si parlava con quello che in maniera più vicina lo riguardava, la letteratura gialla.
Ora, contestualizzare e ricordare il talentuoso(issimo) Carrisi per questi salotti vespasiani (preferisco a vespiani) pare un pò brutto e sminuente.
E magari lo è.

Immagine correlata

Ma credo che dopo aver visto questo splendido La Ragazza nella nebbia quelle esperienze televisive di Carrisi non solo siano state importanti per lui, ma gli abbiano fornito una tale quantità e qualità di materiale (e probabilmente anche un pò di know how, comunque già presente) che poi lui, in maniera fragorosa, ha riversato prima nelle sue pagine e ora in questa trasposizione.

30.10.17

Una domandina al volo, per Halloween O ANCHE mini-sondaggio fatto a cazzo de cane sui migliori horror delle varie decadi

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Visto che sulla pagina facebook del blog, ricordando stasera la proiezione (Paramount Channel - 23.30) di quel capolavoro che è Un Lupo Mannaro Americano a Londra (che buffo Edo, se ne parlava ieri sui sogni), ho anche scritto quelli che, per me, sono i due migliori horror di ogni decade (cioè, non migliori, quelli del cuore) pensavo di portare questa cosa anche qua nel blog.
Visto che siamo ad Halloween anche.

Insomma, anche se probabilmente qualcuno lo cambierei già tra 3 minuti ho scritto questi

70 Non aprite quella porta - L'Esorcista

80 Shining - Un Lupo Mannaro Americano a Londra

90 La Casa - Il seme della follia

00 The Orphanage - Lake Mungo

10 Babadook - The Witch

e i vostri quali sono??

(comunque, per chi volesse, nella pagina fb del blog consiglio film che passano in tv praticamente ogni giorno. Non ho voglia di mettere il link qua nel post, lo trovate facilmente alla destra del blog)

26.10.17

Tre sogni

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Ho una particolarità io.
Ed è quella di credere in maniera impressionante alla magia della vita, alla magia delle persone, alla magia delle cose che facciamo ma non credere neanche una mollichina a tutte quelle magie all'infuori di noi, a quelle dei luoghi, a quelle degli astri e delle maree, ai fantasmi e alle streghe.
La magia esiste sì, ma la vedo solo connaturata strettamente a noi, dentro di noi.
Ed è per questo che ho sempre trovato tremendamente affascinante quel luogo limbo dove il terreno si mischia con qualcosa che terreno non è.
E questo luogo è il mondo dei sogni, un luogo, appunto, magico, che ha dentro cose stranissime, metafore, accadimenti impossibili, premonizioni, elaborazioni, sogni (dentro al sogno).
Io ho tre sogni ricorrenti.
Il primo è quello per cui succede sempre qualcosa appena prima di far sesso.
Come in quei film tv casti in cui vedi la mano iniziare a sbottonarsi i pantaloni e poi, niente, si va subito al dopo.
Accade sempre qualcosa.
Prendendo a spunto quella cosa immensa che è Inside Out è come se alla regia dei miei sogni ci fosse il Bunuel de Il fascino discreto della borghesia.
Come in quel film all'ultimo momento succedeva qualcosa per cui non riuscivano mai a mangiare nei miei sogni succede col sesso.
E percentualmente la cosa è così alta che quando poi, invece, alla regia del sogno c'è Rocco Siffredi al posto di Bunuel ecco, poi mi sveglio e mi dico "Che cazzo è successo? Devo preoccuparmi?"

Il secondo sogno è particolare.
Sono io che rifaccio il Liceo.
Sogno che si può leggere molto facilmente, è figlio del senso di colpa di averlo fatto in maniera indegna, con due bocciature che potevano anche essere 3,4,5.
Ma la cosa strana è che lo rifaccio ogni volta con l'età e le fattezze di adesso.
Sono lì, in mezzo ai giovani, consapevole, nel sogno dico, pure di essere laureato col massimo dei voti, ma desideroso di stare lì, in classe, ad ascoltare, ad imparare, a fare le cose nel miglior modo possibile.
Gli altri mi guardano in modo stupito a volte, ma tante altre volte l'atmosfera è assolutamente normale, capiscono
.
Il terzo sogno è il più classico di tutti ma nella versione giuseppiana diventa ancora una volta un pò strano.
Sogno di volare sì, ma non volare in alto, non essere un uccello, non sapermi buttare da un palazzo senza schiantarmi.
No, io sogno semplicemente di saltare e poi, mulinando un pò, restare così a mezz'aria, ad altezza salto, per quanto voglio.
Ed è buffo che ogni volta, sarà il mio amore per lo sport, nel sogno mi dico "cazzo, ma se vado alle Olimpiadi vinco di sicuro il salto in lungo". E' talmente nitido questo sogno e questa convinzione che anche appena sveglio un pò mi rimane addosso, posso fare salti lunghissimi, quasi infiniti.

Ogni tanto penso a questo meraviglioso mondo dei sogni. Quanto racconti di noi, quanto sia importante, quanto dovremmo analizzarlo o quanto invece è solo quello che è, una fantasmagoria, quanto magari se sei intelligente riesci a farne di belli e profondi e se sei una persona stupida solo basici e triviali. O forse no, forse nel mondo dei sogni i cervelli funzionano in maniera diversa, forse le profondità che uno riesce a toccare in vita si ribaltano.
Non so.
Però a raccontarli io un pò mi riconosco.
E mentre mi chiedo e vi chiedo se anche voi ne avete di ricorrenti penso a questo strano uomo che sono.
Un uomo che sì, forse non riesce a volare, ma è anche capace di non atterrare mai.

25.10.17

Recensione "Stolen Lives" SCRITTI DA VOI - 110 - Max

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Massimiliano è il vero mistero tra i lettori del blog.
Probabilmente il più rompicoglioni che esiste.
Ma anche il più presente, quello che ti sta più attaccato.
Ma la sua schizofrenia non finisce qui.
A volte ti sembra intelligentissimo, altre pensi di essere su Scherzi a parte.
A volte sembra capirci di cinema, altre maremma maiala.
A volte ti riempie di complimenti, altre ancora ti rompe i coglioni e ti provoca.
A volte sembra normale, altre il TSO pure poco.
Sempre ci chiederemo, chi è Max?
E allora gli ho detto di scrivere una rece, almeno va dall'altra parte della barricata e sta bono

Vi è mai capitato nella vostra vita di essere scelti da un film?
Si , si avete letto bene, ho scritto scelti e non sto affatto delirando ne tantomeno sono sotto l’effetto dei miei amati funghi allucinogeni.
Pensateci solo un poco, quando voi decidete di andare a vedere un film al cinema o in streaming sul vostro televisore esprimete, mettete in atto l’intenzione di volere fare qualcosa e siete comunque voi gli artefici delle vostre azioni.
Ma a volte può succedere qualcosa che voi non avete deciso, come un film che vi “chiede” di essere visto .
Allora l’emozione che ne scaturirà dopo, se mai sarà possibile, sarà ancora più di meraviglia e soddisfazione.
Ma questo miracolo se lo vogliamo chiamare così è difficile che avvenga nel luogo che voi cinefili avete assunto a tempio e cioè la vostra sala cinematografica 
No, è più facile che capiti invece facendo zapping con la televisione.
La è più facile che succeda qualcosa .

24.10.17

Recensione: "It" - 2017

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Il nuovo It per me è un sì
Un sì con tante riserve ma un sì
Il fatto è che era quasi impossibile discostarsi troppo dal new horror, che io sopporto poco
Eppure in un eccesso di spettacolarità, esagerazioni, effetti speciali e jumpscares per me alla fine la scommessa è vinta.
Benissimo girato, capace anche di emozionare a tratti.
E con un tuffo nel lago e due volti a pelo d'acqua che non dimenticherò

presenti spoiler

Arrivo alla visione di It un pò come ero arrivato a quella di Blade Runner, ovvero vergine, senza ricordi, sovrastrutture e possibili confronti.
In realtà è buffo perchè, in questo caso, vidi sia la trasposizione degli anni 90 sia lessi il grandioso romanzo di King.
Ma della prima ricordo nulla, se non le fattezze di It e poco altro.
E del secondo lo stesso, nulla, se non il momento in cui lessi l'ultima pagina e mi sentii perso per averlo "già finito", aver già finito un libro talmente grande che pesava come un macigno nelle mie gambe.
Insomma, anche se a grandi linee tante cose le sapevo questa mia visione, per certi versi, è come se fosse stato un nuovo primo approccio al clown mostro.
Mi è piaciuto, arrischierei a dire anche molto ma non ne sono sicuro.
Il prologo, ca va sans dire, è celeberrimo. 
Quel bimbo con l'impermeabile giallo, la barchetta che va velocissima nei rivoli formati dalla torrenziale pioggia. E poi l'arrivo al tombino.
E poi It.
Ne approfitto per dirlo subito. A me questo It si Skaargard (scusa Julie...) è piaciuto tantissimo, arrischierei a dire anche più di quello di Curry. Certo alcuni effetti speciali (sui quali torneremo) l'hanno aiutato a renderlo forse pure più spaventoso. Ma a prescindere da quelli per me funziona alla grande.
In ogni caso terribile l'attacco a Georgie, il braccio mozzato, i denti.
E con quel sangue che rapidamente l'acqua porterà via andiamo poi all'anno dopo.
E comincia il vero film, un film che si poggia su un testo straordinario e dalla profondità incalcolabile.

21.10.17

Recensione: "Bellas Mariposas"

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Bellas Mariposas è qualcosa di stranissimo.
E' qualcosa che rischi di innamorartene senza accorgerti.
Imperfetto, strano, indeciso, verboso.
Qualcosa che somiglia a niente.
O forse sì, forse dobbiamo andare a Pietro Marcello e al suo realismo magico.
E c'è poco da fare, io questo cinema incerto ma vero me lo sento addosso.

Sardegna.
Un ragazzino paffuto e occhialuto viene avvicinato da due bulli.
Iniziano a molestarlo. E non si sa se non sono convinti nemmeno loro della cosa o, semplicemente, non recitano un granchè bene.
Ma c'è una voce fuori campo, una voce femminile, di bambina, che ci dice che quel giorno quel bambino paffuto e occhialuto sarà ucciso, che questo è il giorno del suo ammazzamento.
Poi quella bimba, che dimostra più dei suoi 12 anni ma sempre bimba è, la troviamo al bagno. E continua a raccontar cose. 
"Ma a chi le racconti?" le fa la sorellina.
Le sta raccontando a noi.
E guarda la telecamera, e ci presenta i personaggi, e ci dice chi è lei, la situazione in cui vive e i sogni che ha, cantante soprattutto.
E allora inizia a cantar Mambo Italiano, malino peraltro.

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Intanto la sua vita va avanti, il padre irrompe al bagno e la sgrida. E lei un pò si relaziona ai personaggi dentro lo schermo e un pò a noi.
E anche i due audio si confondono quasi, non si capisce nulla.
Se in più ci mettete alcune parti in dialetto sardo (e io sono sempre pro all'uso del dialetto) il quadro è completo.
Sono passati 5 minuti e abbiamo già un film pieno di difetti, non pulito, quasi artigianale. Ma tremendamente ipnotico.
Ma che strana, stranissima cosa che è questo film dal titolo meraviglioso, Bellas Mariposas, belle farfalle, opera sarda intima e viscerale che somiglia quasi a niente.
In realtà più il film andava avanti più un nome mi veniva in testa, quello di Pietro Marcello e dei suoi due bellissimi La Bocca del Lupo e Bella e Perduta.