31.10.14

I Corti de Il Buio In Sala (N°11): Per un Halloween terrificante

Invece che vedermi un film mi è venuta voglia di cercare qualche bel
corto che potesse veramente far paura.
Ne avrò visti una trentina, del resto nessuno o quasi supera i 3 minuti, e ne avrei trovati almeno una decina veramente belli.
Con un solo problema.
Erano praticamente tutti in inglese e senza sottotitoli.
Dico la verità, io credo di averli capiti bene tutti ma non è giusto verso il lettore mettere qualcosa non fruibile, almeno nei sottotitoli, in lingua italiana.
Allora, tra i 15 buoni alla fine sono rimasti questi, praticamente privi di dialoghi o comunque con dialoghi ridotti all'osso, tra l'altro con la possibilità, in alcuni, di mettere i sottotitoli automatici in inglese.
Tutto visto e rivisto, tanti clichè e nessun capolavoro originalissimo
Ma tutti buoni, alcuni ottimi e quasi geniali.
Spaventosi, d'atmosfera, ironici, inquietanti (specie uno per me, talmente semplice e secco da avermi impaurito, lo giuro), ce n'è un pò per tutti.

Buon Halloween

(non guardateli qua ma cliccate su "youtube" per poterli aprire a parte e magari metterli anche a schermo grande. Guardarli qua annullerebbe quel tanto o poco effetto paura che possono avere. E, ovviamente, al buio)


Per scaldarsi un classico. Però funziona

Vincitore di molti premi, clichè su clichè, ma è proprio nel metterceli tutti e in maniera così fragorosa che funziona


Probabilmente uno dei più originali. Non anticipo niente :)


Spero che chi non capisce l'inglese non abbia problemi. 
Ottima idea, sorprendente.


Ricordate il fantastico Lights Out? Beh, lo stesso regista e la stessa attrice ne hanno fatti molti altri di corti, tutti ambientati praticamente nella stessa casa. Eccone due, davvero ottimi

il primo


il secondo


Oh, ecco come riuscire a fare un corto di un minuto praticamente perfetto. Senza nemmeno un'immagine horror. Chapeau


30.10.14

Recensione: "Amer"

Forse non serve farmi tanti scrupoli o perdermi in troppi preamboli, forse meglio dirlo subito e direttamente: Amer è il thriller psicologico (a cavallo tra l'horror e il giallo) visivamente e psicologicamente più interessante di questi ultimi 10 anni.
Affascinante, onirico, sensuale, insidioso, visivamente impressionante.
Insomma, un capolavoro?
Forse sì, se si accetta (o si sopporta) l'assoluta, e probabilmente eccessiva, autorialità del tutto, l'estremo sperimentalismo, l'essere sbalzati per un'ora e mezza nell'incubo visionario dei due registi che se ne fregano di aiutarci nella comprensione, che se ne fregano di darci qualche appiglio.
Quello che riusciamo senz'altro a capire di Amer è che il film è ambientato in tre diverse temporalità, l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta di una stessa persona.
E in tutti e 3 i casi vediamo una sola giornata della stessa se non addirittura, come nell'inserto centrale, quello dell'adolescenza, soltanto pochi minuti.
Tre giorni che catturano tre momenti diversi di vita.
La bambina oppressa e impaurita da strane presenze nella vecchia villa in cui abita.
L'adolescente che prima passeggia con la madre e poi, inseguendo un pallone, si ritrova sola vicino a una banda di motociclisti.
La donna che decide di tornare nella vecchia villa in cui viveva da bambina per accorgersi poi di non esser sola.
In questo scheletro narrativo tutto il resto è quasi inafferrabile.
Ma ci sono senz'altro tematiche comuni, fil rouge astratti che legano le tre vicende.
Uno, il più evidente, è quello della sensualità che aleggia in maniera dirompente per tutta la pellicola.
Il corpo, le sensazioni che esso regala, l'immaginazione erotica, i brividi dei sensi, sono elementi comuni presenti praticamente in ogni sequenza.
Del resto se è vero che questo è sicuramente un film sul sesso, sulla paura e sulla morte (Eros e Thanatos come poche volte ho visto prima) è però soprattutto, secondo me,un film sull'esaltazione e sull'"ultrapercezione" dei propri sensi.
La protagonista, prima bambina poi sempre più grande, è una donna ipersensibile, che sente una formica scorrerle sulla pelle come fosse un serpente, che fissa il suo sguardo sempre nei dettagli, gli occhi, la pelle, addirittura i pori delle persone, che sente, e noi con lei, i rumori amplificati, i respiri, tutto.
E la regia, sia visivamente che acusticamente, va di pari passo con questa ipersensibilità, talmente amplificata che la realtà perde del tutto i suoi connotati. La luce diventa sovraesposta, il vento quasi tempesta, gli stessi vestiti, il tessuto, sembrano avere vita propria, tutto è amplificato.
E per rendere queste incredibili sensazioni il film gioca con sequenze psichedeliche, pellicole colorate, irrealtà, surrealtà, liquidi amniotici o di desiderio che diventano acqua in una vasca, sogni e immaginazione.
Tutto con un taglio anni 70, nelle inquadrature, nei movimenti di macchina (zoom avanti e indietro), nelle sfocature, nella colonna sonora, nell'uso dei dettagli stretti, nella costruzione delle scene, specie nell'ultimo quarto d'ora, omaggio talmente smaccato che credo esplicito ad Argento (e i guanti neri, e le armi da taglio, e le lame vicino agli occhi).
Se vogliamo dare delle definizioni potremmo considerare horror la parte dell'infanzia, con un uso fantastico, veramente fantastico, dei rumori e degli ambienti, talmente ben fatto che quando ci sono dialoghi in francese, e ci saranno per tutto il film, nemmeno ce ne frega nulla, tutto è accessorio all'atmosfera, alle immagini e ai rumori.
La seconda parte, brevissima, presenta una scena che ha del miracoloso, una camminata di lei, bellissima ragazza tra l'altro, che si avvicina ai motociclisti. C'è la sensazione del sesso che trasuda, letteralmente, vediamo i pori muoversi, il sudore colare, gli sguardi incrociarsi, le bocche, la ghiaia sotto i piedi, una mano che sposta una ciocca di capelli, il vestito alzarsi e mostrare le gambe.
Davvero magistrale, senza un particolare volgare, senza un movimento di macchina di troppo, pure sensazioni, per riallacciarmi a quello che avevo detto prima, ossia alla capacità, visiva e non solo, che ha Amer nel raccontare e "mostrare" tutti i nostri sensi.
La terza parte, come accennato, è un giallo argentiano a tutti gli effetti, quasi impossibile da comprendere nelle dinamiche ma di grande atmosfera con una scena poi nel finale di fortissimo impatto visivo, quasi fisico.
Girata, questa terza parte, in un blu fantastico tra l'altro.
Io non so cosa sia Amer, probabilmente è il racconto di una donna e del suo rapporto, tutto reso in metafora, con la sessualità in tutto l'arco della sua vita. Una pulsione e allo stesso tempo repulsione nata probabilmente vedendo i suoi far sesso (proprio da quella scena ad esempio parte tutta la sequenza incubo-visionaria della prima parte).
 E quella mano guantata di nero forse significa qualcosa, forse è l'inibizione, la castrazione, la morte dei suoi desideri.
Non so cosa sia Amer fino in fondo e forse è inutile chiederselo.
Quello che so è che sarà difficile dimenticarselo.
Perchè, per quanto tu possa odiarlo, questo è un film unico.

29.10.14

Yesterday, i film del (mio) passato (N°2): recensione "Breakfast Club"

Un atleta, un cervellone, una principessa, un criminale e un' handicappata devono passare tutto il sabato mattina, e parte del pomeriggio, in una scuola.
Sono colpevoli di qualcosa - ognuno ha un diverso motivo per esser là - e questa è la loro punizione.
Il professore che deve sorvegliarli, forse preside stesso della scuola, assegna loro un tema di almeno 1000 parole:

chi siete?

quel tema, pur avendo ben 8 ore di tempo, in realtà non lo scriveranno mai (o in maniera molto concisa soltanto uno, alla fine, lo farà per tutti) ma chi sono, forse, lo scopriranno davvero quella mattina.
E, anche se solo a parole, e ben più di 1000, quel foglio bianco non rimarrà tale.

E difficile capire perchè un film tanto semplice ed essenziale sia rimasto nel cuore e nell'immaginario di quasi tutti noi 35enni. Credi di conoscerlo solo tu, di amarlo solo tu, e invece ogni volta che lo nomini senti che ha un posto nel cuore di tantissime altre persone.
Ci sono due tipi di film cult, quelli emersi e quelli sommersi.
Breakfast Club è nella seconda categoria, in quelli nascosti e mai venuti completamente fuori, in quelli che più che nella storia del cinema sembrano avere un posto nella storia di tutti noi, in quelli che però poi li nomini e pluff, tornano fuori dagli abissi come uno spruzzo d'acqua di una balena.

Ma poi, rivedendolo ieri sera, ho capito perchè.
E' proprio nella sua essenzialità il suo potere, il suo segreto.
Cinque ragazzi chiusi in un luogo parlano di sè stessi, nient'altro, perfetto, archetipo, come fai a dimenticartene, come fai a non immedesimarti (anche se adesso a differenza di allora ho potuto farlo solo in modo traslato).
Chiunque di noi all'epoca si sarà riconosciuto in qualcuno di loro, o in qualche aspetto di ognuno di loro.

Nell'amore per lo sport, nell'ossessione del primeggiare ma anche nella forza morale di Andrew.
Nel crescere con tutti gli agi e vivere una vita di ipocrita perfezione di Claire.
Nella vita violenta, turbolenta, priva d'affetti ma comunque autentica di John.
Nel dover a tutti i costi soddisfare delle aspettative scolastiche di Brian.
Nel sentirsi diversi, emarginati, forse sbagliati di Allison.

E capire che a 18 anni rischi di diventare un'etichetta, una monodimensione travestita da ragazzo o ragazza.
E invece parli con gli altri, ti confronti e scopri quanto, alla fine, tutti ci assomigliamo, quanto il rapporto con i genitori sia difficile per tutti, specie quando all'apparenza sembra invece tanto forte, quanto le paure, e tante, a quell'età ti bloccano, quanti desideri si hanno ma per pudore o per costrizione non riusciamo a soddisfare, quanto ci sia bisogno l'uno dell'altro e quanto ci pesi quell'etichetta che ci hanno appiccicato addosso.

Sono una principessa ma vorrei togliermi questo meraviglioso vestito, vi prego, aiutatemi, spogliatemi.
Sono un cervellone ma non ce la faccio più a vivere di studio e risultati, vi prego, fatemi conoscere anche altro.
Sono uno sportivo costretto a vincere ma vi prego, insegnatemi la bellezza della sconfitta.
Sono un criminale ma vi prego, cercate di capire il perchè e vedere cosa sono in realtà.
Sono un'handicappata sociale, una reclusa, ma vi prego, fate in modo che la mia voglia di voi arrivi a voi.

E in sole 8 ore quelle 5 richieste d'aiuto avranno tutte, bene o male, un'inaspettata mano tesa ad accoglierle.
Già, ma poi lunedì?
Lunedì torneremo quelli che eravamo alle 7 di questa mattina, quelli che nemmeno si parlavano, quelli imprigionati in un gioco di ruolo tutti contro tutti, la fata, il guerriero, il troll, il mago, l'elfo?
Probabilmente sì, probabilmente non bastano 8 ore a darti un ruolo diverso nel mondo.
Ma possono bastare 8 ore per farti capire che quel ruolo può essere abbattuto.

Fa strano sentire di 18enni vergini, di 18enni che si scandalizzano e hanno paura della marijuana, di 18enni così "repressi", impauriti dall'ordine e dall'autorità.
Altri tempi, lo so, ma io ho rivissuto quasi tutte le stesse sensazioni si allora.
Ma Breakfast Club, film semplice, niente di che alla fine, infarcito anche di sequenze (come la prima gita fuori porta, come il ballo da sballato di Andrew) francamente del tutto insensate, Breakfast Club non è un film generazionale degli anni 80, non è il "nostro" film, Breakfast Club è, o può essere, il film generazionale di tutti, perchè avere 18anni e confrontarsi, scontrarsi e poi riconoscersi è qualcosa che travalica qualsiasi temporalità e qualsiasi società.

E Allison non aveva bisogno di "ripulirsi" perchè che fosse bellissima l'avevamo capito dal primo istante che abbiamo visto i suoi occhi.


28.10.14

L'Avvocata del Diavolo, perchè nessun film può far schifo a tutti (N°1): The Mangler


(prima puntata della rubrica di La Marti -Martina- su quei film di solito considerati da tutti robetta o pessimi e che invece lei crede debbano essere in qualche modo salvati o rivalutati. E' davvero molto simpatica e piacevole nella scrittura)

"È bruttino, ma è simpatico". "Conta il pensiero, non il regalo". "L'importante è partecipare".
Chi di noi non ha MAI pronunciato queste frasi? Dai, nessuno.
Per questo motivo ho deciso che in questo post difenderò l'indifendibile, farò l'avvocato del diavolo. Cercherò di parlare bene di un film che ha fatto palesemente ca...dere le mandibole (e non solo) a quasi tutti. Tenete conto che non ho mai scritto di cinema, please.
Il film in questione è "The mangler - La macchina infernale", pellicola del 1995 diretta da Tobe Hooper ("Non aprite quella porta" e "Poltergeist"), che vede la presenza di Robert Englund e Ted Levine nel proprio cast.
Ah, si tratta di una trasposizione cinematografica del racconto "Il compressore", presente nella raccolta "A volte ritornano" (hai detto niente) di King.

(dai racconti di questa raccolta han tirato fuori addirittura 6,7 film, The Mangler, Grano Rosso Sangue, Brivido - la prima regia dello stesso King -, A volte ritornano, l'Occhio del Gatto, Il Tagliarbe - anche se nemmeno una riga del racconto ha a che fare col film... - La Creatura del Cimitero.
N.D.R - Nota Del Roditore )

Siamo in una lavanderia industriale in cui spiccano la figura del padrone (Bill Gartley - Englund) e quella dell'abominevole mangano, un macchinario adibito alla stiratura dei tessuti. Dopo un piccolo incidente nei pressi del mangano accade che alla macchina, in sostanza, prende la cattiva abitudine di mangiarsi le persone. 
Il detective incaricato a seguire le indagini (John Hunter - Levine) e il cognato appassionato di occulto ed esoterismo (ma guarda un po') scopriranno nel corso del film che Gartley ha firmato un patto con il diavolo per ottenere potere e ricchezza e che tramite il mangano occorre ogni tanto sacrificare una vergine sedicenne. Così. Non svelerò il finale.

Ora: facciamo un rapido elenco dei motivi per cui la popolazione mondiale sana di mente infilerebbe il film a forza nello scarico per poi tirare lo sciacquone:

1. La trama. Se nel racconto cartaceo le cose filano lisce (vi assicuro) nella pellicola ci sono omissioni e passaggi che non permettono di capire 'na mazza dei nessi logici e di causa effetto che legherebbero gli eventi.
2. Lo spirito. Ci sono battute sbellicose, giuro. No, va beh, stavo scherzando.
3. Il finale. Accade questa cosa: te lo aspetti cinque minuti prima che accada, lo attendi con trepidazione (eheh no dai), infine arriva ma ti lascia quella netta sensazione di "sì, l'ho capito, ma solo per una mia personale inferenza. La spiegazione dov'era?".
4. Basta, che altrimenti sono controproducente.

I motivi per cui mi sto battendo per lui, invece, vi lasceranno a bocca aperta.
1. Andiamo, Ted Levine è il serial killer psicopatico Buffalo Bill de "Il silenzio degli innocenti"!
2. Beh, che Englund è Freddy Krueger mica lo devo dire.
3. Sono poche e rare, ma ci sono battute del film che meritano riflessione. Non profonda ma ok.
4. Le atmosfere. Cupe, severe, non lasciano spazio all'illusione di un happy ending. La figura di Gartley è impeccabile, mezzo uomo e mezzo cyborg.
5. Ci si potrebbe vedere (alcuni lo sostengono fortemente) una denuncia sociale. L'industrializzazione, il capitalismo, il proletariato. Mah. Lo riporto per spirito di condivisione.
6. Il finale. Sì, lo so. Era pure un motivo per spedirlo nelle fogne, solo che è così teneramente crudele...
7. Mark, il cognato di Hunter. Lui e il suo sorriso con diastema, i capelloni e le sue uscite improbabili. Questa ve la cito. Lo spasso sta nel fatto che sia una frase pronunciata totalmente a ca..so, 5 minuti dopo aver saputo del primo incidente al mangano.

Mark: hai considerato la possibilità che la macchina possa essere posseduta?


Che? Vi ho convinti a guardarlo?
 .......Nah, eh?

27.10.14

Le vostre nuove rubriche su Il Buio in Sala, le ultime informazioni e stop, per ora, al televoto

Non me l'aspettavo ma è andata davvero benissimo l'iniziativa di farvi uscire dal guscio e scrivere di cinema.
O, per chi già lo faceva altrove, farsi vedere anche qui.
Si sono formate di sicuro 4 nuove rubriche più 2,3 in stand by di cui dovrei aver risposta questi giorni.
Siccome avevo anche Jolly Roger siamo ad almeno 5 rubriche, con la certezza di arrivare a 6 e il rischio di 8.
Per questo devo dire STOP AL TELEVOTO, gestire così tanta roba sarà già difficile (se fosse un appuntamento settimanale parliamo già di 2 mesi tra una puntata e l'altra della stessa rubrica) metterne altra impossibile.
Però PER PEZZI SINGOLI mandate sempre, poi quando saranno pubblicati se ne parla, è l'ultimo dei problemi.
(Ah, comunque per chi volesse fare una rubrica mi contatti entro 1,2 giorni che se le due in stand by non vanno in porto un posticino, forse, c'è)
Poi ovviamente tra pochi mesi alcune non ci saranno più e altre magari ne verranno.
Non posso dare più spazio perchè comunque le mie cose, e tante, le farò sempre e il blog rimane una cosa personale dove condividere il cinema con altri.

Vi dico le rubriche e le istruzioni per l'uso.

I TESORI SEGRETI DI JOLLY ROGER
Un viaggio attraverso i sottogeneri horror

L'AVVOCATA DEL DIAVOLO (di La Marti)
Perchè nessun film può far schifo a tutti

D(I)ARIO ARGENTO  (di Mirigoround)
La mia storia d'amore con il re del brivido

DIVERSAMENTE (di Federica Pace)
Storie di ordinaria anormalità

IN SEARCH OF VISION (di Romina Bracchi)
Sublimazioni di realtà

AP-PUNTI (di Pietro Donganagungatulaganacongo)
Autopsie di Recensioni

non dico poi i nomi dei 2,3 da cui devo aver risposta per non dargli pressione :)

Troverete ogni cosa non scritta da me nella scheda SCRITTI DA VOI in alto, sia pezzi singoli che rubriche

E le rubriche poi avranno anche la loro etichetta a destra nella barra laterale

26.10.14

Le serie de Il Buio in Sala: recensione "True Detectvive"

Appena finito di vedere True Detective, mentre ancora mi scorrevano davanti i titoli di coda e qualche inaspettata lacrima malandrina mi sorprendeva nel volto, mi sono chiesto cosa fosse questa serie.
Cosa sei True Detective?
Che io mica ancora l'ho capito.
Forse una torbida, durissima, tesa, avvincente e complessa storia di vittime e assassini?
Perchè questo sei di sicuro, ossia una serie che ci fa rivivere i fasti dei grandi thriller del passato, una specie di silenzio degli innocenti lungo 8 ore, che poi questo, pensandoci bene, potrebbe essere titolo dello stesso True Detective che su innocenti ridotti al silenzio e di successivi silenzi su questi innocenti ne fa architrave della trama.
Non saranno agnelli veri e propri ma come agnelli sono.
Hai tutto, il fascino della detective story e le tematiche dei miglior dramma, le immagini forti dei thriller più estremi (la prima vittima non si dimentica) e la straordinaria confezione a cui ormai ci stanno abituando le serie.
L'intreccio è complesso, a volte pure troppo, ma l'averlo dipanato in 3 diverse temporalità è un vero e proprio capolavoro che fa di questa serie una cosa diversa, tutta sua.
Ce n'è per tutti, donne e bambini scomparsi, pedofili serial killer, sette, simboli da interpretare, chiesa e polizia colluse, sparatorie, droga, sesso e alcool, un calderone che straborda di roba, che ce n'è così tanta che a volte ti sembra che non ce la fai nemmeno a sentire i singoli sapori, ce n'è così tanta che in certi momenti ti sembra uscire dal piatto e non hai un tovagliolo per fermarla.
Ma forse non sei questo.
Forse sei un film che è gara di bravura d'attori, di regia, di immagini, una serie che ce la si ricorda per quanto bene è realizzata, per il ritmo, per le riprese.
Ma cosa si può dire ad esempio di Matthew McConaughey? niente, le parole son superflue. Paradossalmente è più facile parlare degli altri, che eccezionali sono lo stesso, come quell'Harrelson che ormai sta studiando per diventare mito vivente e attore cult di 2,3 generazioni, o la Monaghan che son felicissimo di ritrovare, dico personalmente, dopo il Gone Baby Gone di alcuni anni fa. Ma eccellono tutti, e questo ormai per le serie è quasi normalità.
No, invece ci torno su M.MC, che cazzo, perchè come porta lui quello sguardo,quello sguardo che dice tutto, dice vuoto e insensibilità ma allo stesso tempo anche sofferenza e rabbia per qualcosa che si è perso, qualcosa che sta dietro quegli occhi in agguato, come porta lui quello sguardo in giro è roba per pochissimi.
Sembra vuoto e perso e allo stesso tempo pieno di cose, incredibile.
Sulle location quando c'è la Louisiana di mezzo, l'abbiamo detto più volte, è come iniziare a costruire una squadra avendo già Messi.
Gli acquitrini, le lagune, le baracche, le case e le chiese abbandonate, i boschi, le credenze voodoo, il cinema ci sguazza qua dentro.
E alla regia che vuoi dire? che ci regala un episodio, il quarto, che per mezz'ora è quasi film a sè, con quell'incredibile e adrenalinica sottostoria dei motociclisti preceduta poi da quell'eccezionale montaggio alternato sulla preparazione della droga per il colpo,
O la scena dell'arrivo da Ledoux? Quel passare da Rust a Marty, quel colpo che arriva alla testa di Ledoux per qualcosa che vedremo poi.
O le visioni di Rust con l'indimenticabile volo d'uccelli che diventa simbolo o le luci al neon che lo trafiggono.
Ma parlare di sequenze o anche solo di piccoli dettagli che fanno grande la regia ci sarebbe da starci fino a domani.
E allora mi prendo 5 secondi inutili, un gioco di specchi quando Rust esce dalla tavola calda in cui parlava con Maggie, un gioco di specchi che ha del miracoloso.
Ma forse ci stiamo avvicinando alla verità su cosa sia TD.
Forse son proprio i personaggi il suo segreto.
Come faremo a dimenticarci di Rust ad esempio.
Un poliziotto, anzi un uomo, che è "il Michael Jordan dei figli di puttana", una persona che un giorno ebbe qualcosa ma che adesso quel qualcosa non ce l'ha più e allora vive una vita da completo nichilista che pur nella propria inutilità in un mondo anch'esso inutile ha comunque trovato un ruolo da recitare.
E Marty che ti sembra a tratti un bravuomo e uno stronzo colossale il minuto dopo, uno fragile, l'opposto di Rust, uno che non ce la fa a tenere le cose a posto, non ce la fa a non lasciarsi andare.
Dopo 4 ore di serie ti sembra che sai tutto di loro, che i loro 40 anni non possono avere segreti per te.
E, visto che ci siamo, se TD non celasse il suo segreto proprio nel loro rapporto, in uno dei rapporti di amicizia più intensi, meglio raccontati e complessi del cinema recente?
Qualsiasi cosa facciano i due, anche ammazzarsi di botte e rovinarsi la vita, tu percepisci un rispetto, un'amicizia taciuta, un bisogno l'uno dell'altro, un farsi forza, una stima, un riconoscersi opposti ed allo stesso tempo uguali.
Sì perchè per quanto possano essere diversi questi sono due uomini soli cui la vita sta sfuggendo via.
La vita già, l'esistenza.
E sento che siamo ancora più vicini a capire l'anima della serie.
Perchè forse il suo segreto è nel suo esistenzialismo, nel suo riuscire a parlare di tutto, senza filtri, senza retorica, come prendersi un cazzotto in faccia quasi.
E tutto viene sempre e solo da Rust.
Rust che considera sua figlia morta bambina come fortunata perchè si è risparmiata la vita in questo mondo che non ha un senso, non ha uno scopo.
Rust che guarda migliaia di occhi di vittime di omicidio e crede di leggervi la consapevolezza e la serenità della morte, l'aver capito nell'ultimo nanosecondo di vita che tutto quello che hanno passato alla fine non era niente, non ne valeva la pena, che lasciare quell'esistenza è facile, che tutto è un sogno che facciamo in una stanza sprangata, che basta chiudere gli occhi e tutti gli inutili affanni se ne vanno via.
Rust che considera la religione un virus del linguaggio perchè riscrive tutte le parole che abbiamo in testa, gli dà, anzi, gli impone, significati diversi.
O Rust che considera il tempo come un cerchio piatto, un continuo reiterare gli stessi gesti e le stesse parole.
Marty è a livello filosofico invece personaggio non interessante, piatto, senza teorie, senza pensieri forti, "un tipo normale con un cazzo enorme" si descrive lui stesso. Ma paradossalmente non è personaggio meno complesso, anzi, se diamo a complesso l'accezione di più sfumato e variegato allora lo è anche più di Rust, che invece è una dura lastra di granito, del Niente e del Nulla o.k, ma dura lastra di granito.
Ma ecco che alla fine ho forse capito dove sta il segreto principale di TD, cazzo, era proprio là quando mi ha sorpreso la lacrima malandrina.
Rust fa un errore madornale.
"Era come se facessi parte di tutto quello che ho sempre amato" gli sfugge.
Quello che gli intravedevamo negli occhi gli è ora sfuggito dalla bocca, ormai è fregato, con una sola frase ha rovinato un ruolo e una reputazione, Marty se vuole potrà rinfacciarglielo per tutta la vita.
Ma perchè qui, in questa frase, in questi ultimi 5 minuti credo di aver colto il segreto di questa bellissima serie, o almeno della sua scrittura?
Perchè sentir parlare di gioia persone gioiose a me non fa effetto.
Sentire parlare di felicità persone felici nemmeno.
Sentir parlare di speranza da persone che hanno tutto neanche.
Tutte queste sono meravigliose banalità, come è meravigliosamente banale, e rassicurante, uno sconfinato prato di fiori colorati.
Sono frasi rassicuranti da facebook.
No, il segreto del mondo, e se è segreto del mondo non può non esserlo anche di una piccola serie tv, il segreto del mondo, la forza dello stesso, non è nella bellezza di un prato fiorito.
Ma in un fiore che nasce in mezzo al deserto.
E' vedere uno spruzzo di serenità in un uomo infelice.
E' la ventata di ottimismo e speranza in uno che ha perso tutto.
E' l'improvvisa esplosione di felicità in un'esistenza depressa.
E' il sentir dire "quello che ho sempre amato" in un uomo che mai aveva parlato d'amore e sentimenti ma che anzi li rifuggiva, li odiava, non credeva nemmeno nella loro esistenza.
Oppure semplicemente li nascondeva.
Sono le lacrime, le lacrime di Rust, che scorrono in un uomo insensibile.
Il segreto è qui, in tutto quello che nasce di bello in posti, luoghi o persone dove sembrava impossibile potesse nascere.
Il segreto del mondo è nelle sue contraddizioni, perchè solo nella contraddizione possiamo riconoscere l'autenticità delle cose.
C'è un cielo nerissimo. Ed è lo stesso cielo di ieri.
Ma Rust, adesso, riesce a vedere le stelle.

25.10.14

I Corti de Il Buio in Sala (N°10): Terror!

Torna dopo parecchio tempo la rubrica dei corti.
Che poi inserire Terror! tra i corti è in realtà abbastanza forzata come operazione visto che è più un collage-omaggio rispetto ad un corto "sceneggiato" e anche la durata, vicina ai 24 minuti, lo avvicina al confine del mediometraggio.
Comunque per una rece approfondita andate da FrankViso di

VISIONE SOSPESA

io non l'ho ancora letta, lo farò appena pubblico qua, ma di sicuro sarà una rece di altissimo livello come tutte quelle del suo blog, forse, dopo la chiusura di Eraserhead, il blog qualitativamente (per scelta di pellicole e per il modo in cui se ne parla) migliore che conosca.
Proprio oggi e proprio dal suo blog ho saputo dell'esistenza di questo Terror!
Non ho resistito.


Comunque, Terror! è un grande e originale omaggio a tutti i gialli/thriler/horror degli anni 80.
Ma è la sua costruzione il punto di forza.
Il regista Ben Rivers accorpa tutti questi spezzoni come se fossero un unico grande film del terrore e per farlo usa la scena(e) madre(i) di tutti i film d questi generi, ossia quella della suspense antecedente all'arrivo dell'assassino.
Lavorando praticamente sempre in montaggio analogico Rivers accomuna vari spezzoni che raccontano medesimi momenti, dalla soggettiva dell'assassino sulle varie case da "assalire" ai primi segnali di disagio delle vittime, dall'aggirarsi in casa per controllare alle luci che si spengono, dalla ormai maturata certezza di non esser soli alla richiesta d'aiuto, dai telefoni che squillano alle prime urla fino ad arrivare alla fughe e poi, improvvisa, straripante, l'esplosione finale della violenza, le morti, il gore più spinto.
E' vero, a volte il montaggio presenta dei punti deboli (scene che non rispettano il climax ascendente ma ci sembrano invece far fare un passo indietro) e anche nelle morti ce ne sono alcune che niente hanno a che fare con i luoghi e con la "costruzione" che avevamo visto fino a quel momento ma il film funziona, eccome se funziona.
E così tra Evil Dead, Argento (!), Halloween e tanti altri piccoli e grandi film del genere (io ne ho riconosciuti pochissimi) questo Terror! è sicuramente una chicca per appassionati.
E alla fine l'ultima scena l'ho trovata sensazionale.
Ragazzi, l'horror è un gioco.
Un meraviglioso gioco per gente che forse sotto sotto non vuol crescere.



24.10.14

Al Cinema: recensione "Boyhood"

I progetti.
I lunghi progetti.
In un mondo che vive ormai il tempo piccolo o piccolissimo i progetti sono sempre più utopia, pecore bianche su gambe malferme in mezzo alla marea di aitanti pecore nere.
Boyhood non è (solo) un film, Boyhood è un progetto.
Partito 12 anni fa doveva finire 12 anni dopo.
E così è stato. Nessun cambiamento, nessun pentimento, nessuna fretta e nessun dirsi "o.k, ma che stiamo facendo? chiudiamo sta roba e andiamo in sala".
No, Boyhood (che non a caso doveva chiamarsi The Twelve Year Project) un progetto di 12 anni doveva essere e così è stato.
E così, solo così, va valutato.
Sì perchè il paradosso di questo film è che se prendi le singole parti, le singole scene, i singoli pezzi, mica ti fa gridare al miracolo eh. Anzi, a volte ti pare pure di trovarti in un filmetto televisivo su qualche, anche abbastanza soft, dramma familiare o su una sit-com povera di risate.
Quando si completa un ponte così lungo, quando si costruisce, piano piano, pezzo per pezzo, un'infrastruttura così grande e così importante, soffermarsi sulle singole parti non ha senso.
Allora conviene andare 20 passi indietro e guardarlo da lontano quel ponte, vedere quanto è grande, quanto è maestoso, meravigliarsi di un'opera tanto ardita.
Oppure possiamo anche percorrerlo quel ponte, ma ricordandoci da dove siamo partiti e dove stiamo andando, dove inizia a dove finisce. Non soffermiamoci sui nostri singoli passi, o meglio, non solo su quelli, ma sull'insieme dei passi che abbiamo fatto.
E percorrendo il ponte percorriamo l'infanzia e l'adolescenza di Mason, saliamo sul ponte che ha 8 anni e ne usciamo che ne ha 20.
E Mason non è solo Mason, è anche Ellar Coltrane, l'attore che lo interpreta.
Sì perchè è qui, per i pochi che non lo sapessero, la magia di Boyhood, l'aver usato lo stesso attore, gli stessi attori, tutti, per interpretare gli stessi ruoli in 12 anni diversi, un pò di riprese per anno.
Ellar Coltrane cresce e cresce Mason, il suo alter ego.
E vediamo così un rarissimo esempio di coming in age che sfonda la barriera cinematografica, diventando qualcosa di più, una commistione tra cinema e vita vera come non se ne era mai vista.
O almeno non lo si era mai visto in un unico film, così, senza soluzione di continuità.
Il passaggio è morbido, 8 anni e vedi tuo padre dopo un anno e mezzo, 9 anni e la madre si mette con il suo professore e te hai la fissa per Harry Potter, 10 anni e affronti un altro trasloco, 11 anni e ti senti un bambino diverso, 12 anni e vedi la mamma che sta male anche con quell'altro uomo, un violento egoista che vive soltanto di regole e di sè stesso, 13 anni e scopri il bacio di una ragazza, 14 anni e stai cambiando, cambia la voce, cambia il look, stai diventando altro, 15 anni e i primi spinelli e le prime birre, 16 anni ed hai talento, le tue foto sono bellissime, sai cogliere i dettagli della vita, 17 anni e c'è forse la ragazza giusta, che a te par giusta, e c'è il primo sesso e ti togli da facebook perchè la vita vera ti sembra altra, 18 anni e tua madre sta adesso con un altro uomo ma uomo, adesso, stai diventando anche te, 19 anni, il diploma e la sensazione che tra poco la tua vita cambierà, il college sta arrivando già, 20 anni e te ne vai via e quando te ne vai via vedi tua madre che ha passato la vita con 3 uomini e 2 figli ma adesso, quasi per la prima volta, sta lì e piange perchè di 3 uomini e 2 figli non le è rimasto nulla.
E sei passato dal Game Boy alla prima X box, dalla Play alla Wii.
E sei passato dallo sperare a 8 anni che l'amore tra tuo padre e tua madre ritornasse fuori a trovarti adesso a 20 che su quella cosa strana, sull'amore, hai tanti dubbi.
E sei passato in 2 ore e mezzo dall'esser bambino all'esser uomo.
Con un padre che è stato uno spettacolo, entusiasta, un padre che ti porta alla partita, in campeggio, che ti vuole parlare di tutto e vive ogni momento con te con un'intensità unica.
Sì, ma un padre che però quei momenti te li ha regalati poche volte all'anno, un padre che non c'è stato mai.
Perchè a star con te era quella madre che tutto ti ha dato, quella madre che sembra niente aver sbagliato ma poi 3 uomini l'anno lasciata o lei, e facendo bene, ha lasciato loro.
E alla fine hai però la sensazione che le brave persone comunque esistano, che i rapporti possano essere belli a prescindere da tutto, che alla fine in mezzo al presunto disastro di famiglia che hai c'è un'unione rara da trovare.
Boyhood è finito, boyhood, l'adolescenza, è finita.
E in un paesaggio lunare questa è la tua ultima scena, l'ultimo attimo di vita che possiamo vedere di Mason.
Ed è forse il più bello.
Due persone che stanno per cogliere un attimo.
Un attimo che sta per cogliere due persone.
Ma non faremo in tempo a vedere quell'attimo, il loro attimo.
Perchè ce ne andremo dalla vita di Mason un attimo prima.

22.10.14

Vuoi un posto fisso a Il Buio in Sala? un posto a tempo indeterminato? E allora crea la tua rubrica!

Visto il notevole (sempre considerando del piccolo di cui stiamo parlando) successo dell'iniziativa
Scritti da Voi, iniziativa che in solo 2 giorni ha visto pubblicate le ottime recensioni di

tommaso tronconi

e

romina bracchi

visto che ne ho già altre 3 pronte (5 in 2 giorni è veramente tanto)

visto che esiste già la rubrica di Jolly Roger sui sottogeneri horror poco conosciuti

visto che con una ragazza abbiamo già contrattato nero su bianco un'altra rubrica monografica

insomma, visto che in 2 giorni sono arrivate o arriveranno 5 rece e 2 rubriche

volevo dire a chiunque, e non scherzo, che a me farebbe molto piacere avere tante rubriche di tante persone diverse

Certo, l'invito è rivolto solo ai lettori e a chi ha piccoli blog poco conosciuti o pochissimo aggiornati, chi ne ha già uno "importante" o comunque molto attivo non ha bisogno di questo.
Voglio che il blog diventi una squadra se possibile.
Io vedrò sempre i miei film e continuerò le mie cose che giocoforza cannibalizzeranno gran parte dello spazio, ma voi scrivete, scrivete e scrivete, vi fa bene, non ci sono premi o soldi è vero ma possibili soddisfazioni sì.
Ci sono tanti lettori che stimo molto (ognuno di loro saprà che sto parlando a lui), non vergognatevi.

C'è qualcuno che pensa alle commedie?
Qualcuno che pensa al cinema impegnato o politico?
Qualcuno che ha voglia di rispolverare i nostri classici o il grande cinema hollywoodiano?
Qualcuno che vuole scrivere articoli?
Qualcuno per il trash?
Qualcuno che vuole fare monografie su determinati registi o filoni?
Qualcuno che a intervalli regolari annuncia i film che usciranno nel mese?
Qualcuno che vuole mettere ricette abbinandole a film?

Insomma, a me va bene tutto.
Tutto questo non ha a che fare con una mia stanchezza o con il desiderio di mollare un pò, che tanto il fatto che scriva poco o molto non l'ho mai deciso a tavolino, ma solo in base a contingenze mentali/di vita che possono cambiare di volta in volta.
E' solo che mi son rotto di vedere (e percepire) lettori che vorrebbero scrivere ma si vergognano di farlo, piccoli blog meritevolissimi che non hanno visibilità o gente che pensa solo a tirare acqua al suo mulino cercando visite, commenti e a volte pure soldi.
Voglio che questo pur rimanendo profondamente spazio mio sia però anche spazio di tutti.

E tra poco ricominceremo anche il Buio in Sala streaming, ovvero la possibilità di vedere a mie spese (peraltro bassissime) film in streaming legale in assoluta contemporaneità e con chat incorporata

Ora basta, vedete voi, io non lo ridico più.

Scritti da Voi (N°2): ROMINA BRACCHI - Paesaggio nella Nebbia

Continua l'appuntamento con le recensioni e gli articoli scritti da voi.
Stavolta è il turno di Romina Bracchi, ragazza che in realtà qua nel blog non ha mai commentato ma fa parte della decina di nuovi lettori che si sono formati con l'entrata su fb. Romina poi è delle mie parti, credo proprio di Perugia (o forse di Todi), finalmente un lettore che volendo potrei conoscere di persona.
Questo è infatti un pò il paradosso di questo blog visto che in questi 5 anni a parte parenti, amici più stretti e persone care (diciamo 6,7 persone in tutto) nessuno che conosco, anche solo sommariamente, si è mai fatto vivo.
La rece è molto bella e il film interessantissimo.
Buona lettura.






EREDITARE L'ASSENZA.

Riflessione su "Paesaggio nella Nebbia" di T. Anghelopoulos

Due bambini, fratello e sorella di undici e cinque anni, corrono sulla strada bagnata, al buio. Sono diretti, come ogni sera, alla stazione, dove sembra sempre che stiano per partire, salire su uno di quei treni, quello diretto in Germania. Ma per farlo occorre il coraggio, subito. E un giorno quel coraggio lo trovano.
''Hai paura?'' - ''No.''
Da Atene, una sera un treno parte per la Germania e i due fratellini sono lì', sul vagone, piangono e si abbracciano,
- ''Siamo saliti'' dice entusiasta uno dei due. Sono saliti di nascosto sull'Internazionale 290 ma ben presto verranno fatti scendere dal controllore. Decidono allora di continuare il loro viaggio a piedi, sotto le intemperie. E' l'inizio di un viaggio alla ricerca di un padre di cui non sanno nulla ma che possono solo immaginare attraverso i vaghi racconti della madre o per mezzo dei loro sogni ricorrenti nei quali lui è lì, gli appare e parla. Nel corso del loro cammino incontrano Oreste, un giovane attore che viaggia, sempre col sorriso, su un bus sgangherato, e decidono di proseguire insieme a lui, anima a loro affine che recita una sola commedia, la sua. In una scena particolarmente significativa Oreste regala ad Alexandros un frammento di pellicola cinematografica nel quale sembra esserci solo nebbia ma a ben guardare si può immaginare ci sia impresso un grande albero. Lo stesso albero che troveranno poi navigando su una barchetta senza remi alla fine del film, l'albero della vita. E' un viaggio importante il loro, con tutti i pericoli e le bellezze della ricerca. Li seguiamo muti attraverso scenari bellissimi e desolati, li osserviamo mentre incontrano personaggi che restano immobili in quei paesaggi quasi a voler mettere in evidenza e in contrapposizione il movimento di Voula e Alexandros. Nella nebbia o sotto la neve lunghi piano sequenza seguono i loro passi, come ingranaggi piccolissimi di una macchina cosmica, alla ricerca di un orizzonte di assoluta libertà. I novelli Telemaco, vulnerabili, indifesi e quasi nudi in un mondo così crudele e difficile, scoprono che c'è qualcosa che si riesce ad afferrare meglio nel sogno che nella realtà. Assomiglia infatti a un sogno il loro andare avanti che non arriva mai a destinazione, perchè l'orizzonte è sempre un po' più lontano, e la ricerca di un'ipotetica ''Germania'', così come il crescere, non finisce mai. Ma è così bello perdersi...

Film-fiaba poetico e brutale, cosceneggiato da Tonino Guerra, Leone d'argento al Festival di Venezia 1988.

''E' ciò che nel mondo si muove, come il vento, è ciò che crea e guida con pensieri invisibili e immagini d'aria'' (jung, sul padre)

21.10.14

Scritti da Voi (N°1): TOMMASO TRONCONI - I due volti di Gennaio

Siccome ho paura che molti (molti..., diciamo 5,6) vorrebbero scrivere e mandarmi qualcosa ma si vergognano, inizio subito la rubrica, magari dà coraggio a tutti.
E poi avevo bisogno di un giorno di pausa :)

Questa rece è di Tommaso Tronconi, il "tenutario" del blog

ONESTO E SPIETATO

Buona lettura e... fate come lui!

I due volti di Gennaio

I due volti di Gennaio è un film senza volto, senza identità. Vorrebbe essere Hitchcock ma lo ricorda appena, potrebbe essere un esordio d’autore ma ha troppe lacune per dimostrare personalità.
Hossein Amini è l’ennesimo caso dello sceneggiatore (il suo film più noto è Drive di Refn) che decide di passare dietro la macchina da presa, ma nel tragitto si scorda qualcosa del suo “vecchio” mestiere. Cerca di sopperire all’impossibile ubiquità di ruolo ricorrendo ad un romanzo della conclamata giallista Patricia Highsmith, le cui opere hanno avuto importanti trasposizioni cinematografiche: L’altro uomo di Hitchcock, Delitto in pieno sole di René Clément, Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, L’amico americano di Wim Wenders. E sul lato produttivo punta sui finanziatori de La talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), Tim Bevan e Eric Fellner. Ma il risultato non è lo stesso sapientemente ottenuto da Tomas Alfredson.

I due volti di Gennaio cerca di farsi forte dietro un’ambientazione esotica sospesa tra Atene e Instanbul, e soprattutto un tempo storico denso di fascino: i primi anni Sessanta. Coperture non giustificate per una storia che poteva svolgersi, con ingente risparmio di denaro, ai nostri giorni.
Hossein Amini tira le file di un mistero che però appare debole e (s)fortunoso con troppa facilità e prevedibilità, finendo per diventare così sonnolento e autunnale che la stringata oretta e mezza di film la percepiamo come molto più lunga. Il finale poi, con un tocco educativo-perbenista che da tempo non vediamo neppure sul piccolo schermo, è la goccia che fa traboccare il vaso. Peccato, perché sarebbe bastata una piccola introduzione socio-economica del tempo e un paio di licenze al diritto d’autore per rendere onore ad una storia che funziona sulla carta ma non sul grande schermo.


Di fianco ad un’imbolsita e piagnucolosa Kirsten Dunst (sembrano passati secoli dal fascino di Marie Antoniette del 2006), due marcantoni di razza: Viggo Mortensen e Oscar Isaac (A proposito di Davis). I due fanno il possibile per non far crollare la baracca con quel tocco di follia (omicida) dietro i capelli impomatati. Ma insomma, è dura tenere in piedi un corpo senza scheletro e senza volto.  

20.10.14

Scritti da Voi: scrivete per il Buio in Sala, adesso!

Siccome da sempre, praticamente da quando ho iniziato il blog ho detto e scritto che per me
questo spazio più che una cosa personale (anche se personale rimane, eccome se rimane, per me è addirittura terapia) volevo diventasse (anche) un luogo di condivisione di una passione, ripropongo una cosa che proposi 3 anni fa ossia

la pubblicazione di recensioni o articoli scritti da voi

interessanti, comici, ben scritti o no, recensioni singole, classifiche, riflessioni, qualsiasi cosa vogliate attinente almeno in parte al cinema

L'importante è che io non c'entri niente.

Ovviamente l'invito è per blogger non tanto conosciuti o che desiderino farsi conoscere un pò di più (metterò il loro link molto in evidenza) o anche, e sarebbe bellissimo, per "semplici" lettori, gente che non ha voglia nè tempo di gestire un blog ma a cui ogni tanto piace buttar giù qualcosa.
Per me potete addirittura cambiare nick rispetto a quello con cui vi conosciamo, restare anonimi, qualsiasi cosa ma, non vergognatevi!
Ad esempio già da mesi c'è Jolly Roger che cura la sua rubrica sugli horror, quindi paradossalmente la cosa è già iniziata, anche se con Jolly sarà rubrica fissa, con voi tendenzialmente pezzi unici.

Anzi no, chi è solo lettore e non ha un blog può propormi anche una rubrica tutta sua!
Magari su miei "buchi" (cinema classico? commedia? storici? quello che volete)

Mandate tutto a taesu18k@yahoo.it oppure per messaggio (non sulla bacheca) nella pagina facebook

Qui non c'è nessuno più bravo e nessuno meno bravo, qui c'è solo uno spazio in cui scrivere due cazzate o due cose interessanti.

Ovviamente preferirei che qualsiasi articolo o recensione mi mandiate venga scritta appositamente per questo spazio, non sia un copia incolla di qualcosa già pubblicato.

Tendenzialmente come recensioni sarebbe bello scegliere film  non presenti sul blog per renderlo più completo ma anche la rece di un film già commentato può essere interessante

uscite dal guscio!

18.10.14

Al Cinema: recensione "Le Cose Belle"

Erano 4 ragazzini di Napoli come tanti, 4 ragazzini di ovunque come tanti, con i loro sogni e,
forse, le prime avvisaglie dei problemi, che i problemi si sa ci sono sempre, ma a 14 anni tendenzialmente ti appaiono come lo sfondo delle cose, le quinte, perchè sul palco provi ancora a far recitare soltanto la gioia e la spensieratezza.
E' il 1999, quell'anno così mistico con quella paura di tutti gli zeri che stanno arrivando, a cosa porteranno non si sa, magari finisce il mondo, magari ne comincia uno migliore.
C'è una telecamera che quasi non c'è, nessuno chiede niente o meglio, da nessuno sentiamo chiedere niente.
E i bambini fanno tutto da soli, si raccontano, prendono loro stessi la telecamera e sono loro ad intervistare, hanno un mezzo e lo usano come vogliono.
E ci sono le due ragazzine che vogliono fare le modelle e le cantanti e sarà per questo che ballano e cantano sempre no? che a quell'età puoi provare a fare continuamente i negativi di quelle foto che poi vorresti sviluppare ma che, ahimè, quasi sempre restano nascoste in quella camera oscura dismessa che a volte è la vita.
E il cantante lo vorrebbe fare anche Enzo, con qualche chilo di troppo e i primi discorsi da uomini, Enzo che torna a Giugliano ma ormai sta a Napoli, che è peggio dice lui.
E poi c'è Fabio che quella telecamera se la vuole mangiare con gli occhi ma che più prova a raccontarsi e più qualcuno gli urla da quelle finestre lassù "che ce ne fotte a noi? statte zitto!"
Fabio vorrebbe fare il calciatore che dirlo a Napoli è come nascere in una barca e dire di voler fare il pirata.
E li lasciamo là.
Poi siamo 12 anni dopo, i 3 zeri sono passati da un pezzo e ormai di loro più niente ci frega che la vita va avanti e mica sta ferma lì a pensare dove siamo e quando siamo.
E la bambina col fratellino che già a 11 anni stava diventando sorellina è adesso una donna. E pure una donna, ora a tutti gli effetti, è diventata/o anche quello che fratellino fu.
Un pò cameriera negli hotel un pò ballerina nei night, un figlio che c'è e un padre che no, non c'è, e una madre che 12 anni prima gli disse che non era la figlia che aveva sperato che fosse, che mica si sa che le frasi possono distruggere.
A Fabio è successo qualcosa, forse pure nulla, ma il nulla è qualcosa che comunque accade.
E' successo qualcosa perchè adesso il bambino iperattivo che voleva la telecamera a ogni costo è un 24enne con la faccia spenta, bel ragazzo sì, ma quegli occhi e quel volto hanno perso qualcosa. Non è diventato calciatore, del resto lo disse pure lui "vorrei diventare calciatore ma dicono che non ho la stoffa" disse da 12nne. "E chi ti dice questo?" "Tutti"
Enzo in 12 anni ha mantenuto sia i chili di troppo che la voglia di cantare ma con i primi ci convivi, con la seconda non ci campi.
E allora se ne va in giro a fregare la gente con i contratti telefonici, mica tarocchi, quelli veri, che poi sempre fregature sono, quasi sempre via.
Buffo che parli in italiano ai citofoni e poi un secondo dopo in napoletano stretto sulle strade, dicendo le stesse cose, proponendo le stesse cose, come se chi in quel momento è in casa non avesse la parlata della strada, come se la parlata della strada solo alla strada appartenesse.
Poi per un curioso caso del destino incontrerà proprio Fabio, lo porterà a lavorare con lui ma Fabio voleva fare il calciatore. E si vede.
Poi c'è Silvana, cioè, ci sarebbe Silvana che praticamente non c'è più, spersonalizzata in una vita con una mamma malata da accudire, un fratello nel carcere minorile e un compagno agli arresti domiciliari. La bellezza, a nemmeno 30 anni, sembra già sfiorita e gli occhi, gli occhi più belli e intensi de Le Cose Belle, raccontano di una vita che vita non è.
Le Cose Belle è un corto circuito.
Un film che parla del passato e del presente mettendo il futuro non per ultimo, ma in mezzo ad essi.
Il futuro è nel passato, è questa la magia del film, il futuro è in loro 12enni a cui viene chiesto cosa farai da grande. E poi il futuro si annulla nel presente, in quel che sono diventati.
"Cosa sono le cose belle?" chiedono a Silvana.
E per 30 secondi la ragazzina non risponde.
Poi Enzo comincia a cantare in uno studio di registrazione, la passione è sempre rimasta sin da quando pasciutello e ragazzino andava a farlo nei ristoranti.
Canta e ad un certo punto sul palco del cinema c'è lui, in carne ed ossa, che continua a cantare quel pezzo.
Il cinema esce dal cinema ed è lì davanti a noi, senza soluzione di continuità, legato dalla musica. Enzo canta mentre alle sue spalle scorrono i titoli di coda.
E poi finiti quelli continuerà a cantare ancora per un pò.
E noi sappiamo chi è, l'abbiamo appena visto al cinema.
Lo sentiamo cantare dal vivo e piano piano non riesco a vederlo più come un uomo.
Vedo un ragazzino che canta ad un ristorante con suo papà.
Lui, almeno lui, sa quali sono le sue cose belle.
E, come una sinestesia, le vede in un applauso.

17.10.14

Sui giovani d'oggi, sulla mancanza delle stelle e su gente ubriaca con la cedrata

Io ho un amico colto.
Probabilmente più di uno ma questo non è importante.
Ovviamente è inutile ripetere il solito discorso su cultura e intelligenza no?
Un amico colto non vuol dire un amico intelligente, e la cultura non è intelligenza, che diamine, ormai sta cosa bisognerebbe averla capita, dovrebbe capirla anche uno che non è intelligente ma semplicemente colto.
Ci può essere più intelligenza in un aborigeno che vive ancora l'età della pietra che in un professore di Yale.
Che poi il fatto che Rocco, questo il suo nome, oltre ad essere molto colto sia anche molto intelligente almeno in questa prima parte de sto delirio non ci interessa, dopo sì.
Insomma ho un amico colto, uno di quelli che cita letteratura, filosofia e antropologia per capirsi.
Uno di quelli che ti aspetteresti con la barbetta e con gli occhiali.
E infatti Rocco c'ha la barbetta e gli occhiali ma 10 giorni fa ha corso pure la maratona.
E non c'è niente di più soddisfacente di un amico colto còlto in fallo.
Specie per me che al massimo cito Fantozzi e il suo "chi ha fatto palo?"
Abbiamo appena visto Class Enemy, bellissimo film sloveno che ha per protagonisti sedicenni/diciottenni colpiti da un grande lutto in classe. Noi sedicenni/diciottenni lo siamo stati sedicenni/diciottenni fa (brutta questa), è normale fare due discorsi su sta cosa.

(Te Federico dopo il film hai preferito andà a giocà a calcetto che discorre di massimi sistemi con noi ubriachi di cedrata. A proposito, sarà partita proprio dalla cedrata, simbolo degli anni 80, sta voglia de affrontà sti discorsi generazionali? Po esse.
Insomma, Federico vaffanculo, spero che hai perso e te sei fatto male.)

A un certo punto parlando dei sedicenni/diciottenni/ventenni del film e passando, gioco forza, a quelli che ci stanno intorno (e che prima, tra l'altro, erano dietro di noi al cinema, ridendo e sguaiando per tutto il film) a me viene in mente una cosa.

"Rocco, ci sono, manca il desiderio"
"Spiegati"
"Beh, intanto già la parola desiderio è magnifica di suo no? De-sidera, mancanza delle stelle, bellissimo"
"Mai saputo..." (e qui il riferimento al colto còlto in fallo dell'inizio) "sei sicuro?"
"Sì"
Meno male che lui sul cel ha internet, andiamo di wikipedia e ho ragione io.
(La cedrata ma l'aveva già offerta, avevo già quindi ricevuto in anticipo il premio di una scommessa futura che avrei dovuto vincere entro serata, dovevo solo inventarmene una)
"Manca il desiderio, la mancanza delle stelle, l'emozione di raggiungere qualcosa, coprire quel vuoto, trovare quelle stelle"
A questo punto Rocco mi parte in un'interessante opinione per cui secondo lui il desiderio non sia propriamente la mancanza di qualcosa ma più l'atto in sè, il desiderare. Insomma, il desiderio è il mezzo, non presuppone necessariamente un fine, l'appagamento di quella mancanza.
Conveniamo comunque.
Dopo un pò mi accorgo invece che ai giovani d'oggi non manca il desiderio, anzi, di desiderio ce n'è pure troppo.
Manca l'Attesa.
Ecco, il mix perfetto, la Magia, è il Desiderio insieme all'Attesa. (o.k, la smetto con le maiuscole).
Se poi il desiderio e l'attesa a cui porta riescono anche a raggiungere l'obbiettivo ecco la felicità in vita no?
Insomma, non è vero che manca il desiderio nei giovani, manca l'attesa.
E la mancanza di quest'attesa a cosa ha portato?
Al consumo.
O forse è il contrario.
(sì, da un pò ho abbandonato virgolette e dialogo ma l'ho fatto perchè i discorsi venivano un pò costruiti insieme in fieri tra me e lui, due ultratrentenni che cercavano di dire cose intelligenti senza probabilmente riuscirci. Ho usato il dialogo solo quando dovevo dimostrare di aver ragione io).
Dicevamo, il consumo.
E il consumo è moltiplicazione.
E immediatezza.
Il consumo è moltiplicazione e immediatezza.
Devo scop... 30 ragazze, e nel più breve tempo possibile.
Devo cambiare 15 telefonini e comprare immediatamente quello che esce nuovo.
Devo vedere tutti i film che sono arrivati in sala al cinema e farlo ora, adesso, 3 minuti dopo che è uscito, vai col download.
Devo avere questi vestiti e prenderli adesso, che tra un mese ne andranno degli altri.
Devo scrivere brevissimi post con i quali nel più breve tempo possibile devo raggiungere il maggior numero possibile di mi piace.
Quindi gli oggetti del desiderio non sono diminuiti, anzi, sono aumentati in numero esponenziale.
Ma se è vero che abbiamo un desiderio pari a 100 rimasto inalterato negli anni se una volta sto 100 lo distribuivamo in 4,5 "oggetti", quella ragazza, quel film, quel vestito, quell'obbiettivo da raggiungere, ossia un 20 20 20 20 20, adesso gli oggetti del desiderio sono decine e decine, tante ragazze, tanti telefonini, tanti film da far fuori subito, tanto carpe diem scellerato.
E il desiderio passa a 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5
Ed è qui che ritorna fuori il discorso dell'Attesa.
Se devo avere quelle 20 cose come faccio ad aspettare?
Cazzo, le desidero adesso!!!
Now!!!
Ma questa, così, non è più mancanza delle stelle, ma l'averne già prese dal cielo un vagone e volerle semplicemente possedere ancora di più.
Colpa loro?
Per me più no che sì.
Nel senso che se devo scegliere tra queste due frasi:
"La società crea la propria generazione"
o
"La generazione crea la propria società"
io, ahimè, credo che la prima sia molto più pertinente.
Che vi credete che i giovani d'oggi sono animali del sesso, illitterati, senza valori, malati di esibizionismo perchè sono più deficienti di come eravamo noi?
E perchè?
Che l'intelligenza c'ha le sue annate?
Che è vino?
No, sono solo vittime del sistema. E ci sguazzano talmente bene che non riusciranno mai a combatterlo, cambiarlo.
Insomma, vittime felici.
La prima generazione che è vittima di qualcosa che li fa star bene.
Senza, apparentemente, che riescano a vedere i rovesci delle medaglie.
Ecco, forse è questa la colpa che gli faccio, non rendersi conto che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che ci circonda.
Sono come eravamo noi, solo che il contesto è cambiato.
Però cazzo, esserne fieri, starci bene, non leggere mai autocritiche, disagi, questo mi dà da pensare.
Chi, nella sua parte più viziosa e animale, non vorrebbe essere 18enne e avere 100 ragazzine mezze nude intorno?
Chi non vorrebbe la miglior tecnologia?
Chi non vorrebbe esser bello e fare in modo che tutti lo dicano, che la nostra vita si riempisse di mipiace?
Tutti.
O quasi tutti.
Che di ipocriti ne esiston tanti.
Ma questa è solo la superficie della vita.
Quello che mi sembra non si formi, non si stia formando, è una coscienza altra, una coscienza che combatta questo esibizionismo, questo animalesco soddisfare, questa voglia di apparire.
Mi piacerebbe trovare tanti Dottor Jekyll nascosti dentro ai Mister Hyde.
Nella stessa persona, nello stesso ragazzo, sia Jekyll che Hyde.
Perchè non essere Mister Hyde a sto mondo è quasi impossibile.
Ma non provare a difendere quello che di Jekyll ci è rimasto potrebbe essere la fine di tutto.
Perchè, prima o poi, anche le stelle finiranno.
E poi allora non ci resterà più niente da desiderare.




(ah, scop... è scoppolare, togliere le caccole dal naso)

16.10.14

Al Cinema: recensione "Class Enemy"

L'insegnante donna sta per partorire, deve forzatamente abbandonare i suoi ragazzi.
Arriva l'insegnante uomo.
La prima è buona, comprensiva, di manica larga,  capace di instaurare un rapporto praticamente alla pari con i suoi studenti, un rapporto che riesce a superare, o annullare, quello istituzionale.
Il secondo è freddo, insensibile, autoritario, severo, distante e distaccato.
Facile vedere nelle due figure la metafora della madre comprensiva (e il pancione sta lì a rafforzarla) e del padre autoritario.
Ma poi piano piano Class Enemy sti contorni così apparentemente ben definiti li perde, la distinzione tra i buoni e i cattivi, i sensibili e gli insensibili, le vittime e i carnefici si fa sempre più labile per poi, forse, addirittura ribaltarsi.
Già qua avevamo brevemente affrontato la figura del professore, quella che io definisco come esempio di adulto notevole, ossia una di quelle figure capaci di influire pesantemente nella vita di un ragazzo.
Gli adulti notevoli hanno responsabilità, possono "salvare"vite come distruggerle, a volte senza saperlo non sanno quali aspettative, speranze, attenzioni e appigli un adolescente gli rivolge.
E guardando questi anni tutti sti (bellissimi) film sulla scuola, penso al francese La Classe, a Detachment, a L'Onda, a Les Choristes e a questo Class Enemy, senza andare a classici del recente passato come L'attimo fuggente e Will Hunting la conclusione a cui sono arrivato è che sempre, sempre, anche quando viene messa in secondo piano, la figura chiave non è quella della classe e degli studenti, ma quella del professore, dell'educatore.
E' sempre lui che in maniera più o meno invadente "condiziona" il film, non la classe che come materia grezza reagisce a quello che fanno le sue mani.
O.k, poi ogni film pone magari l'attenzione su uno studente in particolare, ma tutto parte sempre, più o meno evidentemente, dal professore.
Questo per ribadirne ancora l'importanza.
Ecco, il professor Zupan di Class Enemy è a mio parere la figura di insegnante più interessante, complessa e meglio scritta del cinema recente nel genere.
La prof di tedesco (siamo in Slovenia, il tedesco è assimilabile al nostro inglese) deve partorire.
Arriva come supplente il professor Zupan.
Sin dall'aspetto di Zupan è evidentissimo il cambiamento che dovrà affrontare la classe.
Basta cellulari, classe-famiglia e musica.
Zupan parla solo in tedesco, la lingua che deve insegnare ai ragazzi. Questo porta a una specie di ulteriore "controllo" su quegli studenti, incapaci e impossibilitati di interagire nella loro lingua naturale, la lingua delle liti, dei sentimenti, dell'immediatezza.
Zupan ha una chiacchierata privata con Sabina, una ragazza-tappezzeria (per citare il bellissimo Noi siamo infinito) bravissima nel suonare il pianoforte. Si parla di obbiettivi nella vita, di sapere cosa si vuol fare, di fallimenti.
Sabina pochi giorni dopo si uccide.
La classe inizia una rivolta a tratti subdola a tratti manifesta contro il professore, reo, secondo loro, di aver causato la morte di Sabina con i suoi metodi "nazisti".
E questo, forse, è quello che pare anche a noi all'inizio.
Zupan sembra non tradire mai un'emozione, nemmeno quando annuncia la morte di Sabina alla classe. Anzi, "sfida" gli studenti con una frase di Mann sulla morte (ah, tutto il film è praticamente accompagnato dalla monografia di Mann).
Eppure, eppure, piano piano lo spettatore comincia a pensare che i metodi apparentemente insensibili di Zupan nascondano invece una profonda conoscenza della vita, delle sue dinamiche e dei suoi valori, certo meglio della fantozziana psicologa della scuola, lei e le sue piovre.
Ed è qui, nella morte di Sabina, in quello che significa quella morte, tutto il senso di Class Enemy.
Per gli studenti è una tragedia (mmm, ci torneremo), per Zupan un metodo educativo.
No, forse più che metodo educativo il professore la vede come una gigantesca e irripetibile opportunità per i ragazzi di maturare, la possibilità di diventare "esseri umani".
Ma i ragazzi approfitteranno della morte di Sabina, una ragazza di cui a malapena sapevano il cognome e che nessuno era andato nemmeno una volta a trovare a casa, approfitteranno di questa morte per attaccare l'autorevolezza del professore e, non ultimo, il sistema-scuola.
Attraverso l'ipocrita e inattaccabile ricordo di Sabina (inattaccabile perchè chi avrebbe il coraggio di andare contro a ragazzi che ricordano una loro compagna morta?) la classe inizierà una ribellione che in realtà è soltanto un pensare a sè stessi, al proprio tornaconto, una "scusa" per colpire quei mostri (professori, scuola) di solito inattaccabili.
Che sia chiaro, la freddezza, il cinismo, l'eccessiva sincerità, quasi vicino all'arroganza, di Zupan certo non ne fanno un personaggio virtuoso (virtuoso è e sempre sarà quel professore che riuscirà al contempo ad essere insegnante, educatore e parte integrante di una classe) ma la sensazione che quello che dice ed i suoi metodi abbiano un maledetto senso e una loro incontestabile, seppur dolorosa, verità dentro, si fa sempre più strada.
"La morte di un uomo è meno affar suo di chi gli sopravvive" cita Zupan da Mann volendo ricordare ai ragazzi che chi non c'è più non c'è più, è successo, è un fatto, e per chi non c'è più di sè stesso più non interessa, bisogna andare avanti e raccogliere l'esperienza.
Ma ormai i ragazzi vedono in lui il colpevole.
Tralasciando sulla figura forse stereotipata del secchione che il giorno del funerale vorrebbe fare il tema o che segue sempre e comunque Zupan (finchè questi, dimostrando ancora una volta il suo essere integerrimo e "puro" nei suoi metodi non gli mette un votaccio) Class Enemy riesce anche a caratterizzare alla grande alcuni alunni.
Su tutti Luka, sconvolto dalla morte appena avvenuta della madre, un ragazzo che essendo ancora in fase di lutto ha tutta l'aggressività, la confusione e la non accettazione che tale lutto comporta.
E poi la bellissima Mojca , la migliore amica della scomparsa Sabina, l'unica che, a differenza dei compagni, in modo silenzioso e non plateale sembra veramente soffrire di quella morte e riflettere sulle parole di Zupan.
A questo proposito la lettera che legge nell'indimenticabile scena delle maschere (scena che rivela ancora una volta di più l'ipocrisia della classe e il tentativo di Zupan - mettendo anch'egli la maschera - di dimostrare, certo con i suoi metodi e la sua (non) sensibilità, la sua non indifferenza alla cosa), quella lettera è un urlo di odio e di amore di forza inaudita.
Ascoltiamo le parole di Mojca mentre nello schermo quelle maschere (inquietanti, specie quella del professore che ascolta la ragazza) si alternano a un flash back di Sabina che si aggira per i corridoi, magnifico.
Tu ci hai lasciato, tu non vivrai la nostra sofferenza nell'averti perso, per noi c'è la tragedia, per te non c'è più niente. Ti amo, ti odio.
(tutto rimanda alla frase citata prima di Mann, non a caso "titolo" della lettera).
Un film quasi perfetto di un regista 28enne.
Capace di scrivere personaggi a tutto tondo.
Zupan ha le sue colpe e i suoi meriti, i ragazzi i propri meriti e le loro colpe.
Nessuno vince, nessuno perde.
Ma per tutti, per i ragazzi, per Zupan, per noi spettatori, c'è una morte che fa riflettere.
E c'è una gita scolastica in cui una ragazza si aggira sulla barca senza che nessuno la veda.
E che sia morta non è importante, non l'avrebbero vista nemmeno da viva.
E c'è un mare finale, un orizzonte.
E l'orizzonte è qualcosa di grande e lontano.
Come i pensieri sulla vita e sulla morte.

15.10.14

Io, loro, e quello che mi hanno insegnato

Ho imparato da Stephen King il piacere di leggere, quella strana cosa che a 9,10 anni ti fa sentire
diverso, ore e ore in camera, te, la tua adolescenza e le tue storie di mostri e vampiri, paure e terrori, corse infinite che non puoi abbandonare e struggenti storie di figli che tornano in vita, di hotel persi nella neve e bambini col triciclo, di macchine infernali e uomini soli in isole deserte ("dita di dama, sono dolci come dita di dama"), ma anche storie bellissime di giganteschi carcerati neri che guariscono il male o di un gruppetto di ragazzini che diventano uomini cercando un corpo vicino a una ferrovia.
Ho imparato da King il gusto di leggere un libro dopo l'altro e perdermi in mondi altri.
Poi, ormai da 15 anni, io e King non ci siamo più incontrati ma quello che ho imparato da lui è qualcosa di bellissimo.
Ho imparato da Pennac lo scoprire che nella stessa pagina, nello stessa frase, a volte nella stessa riga ci si può contemporaneamente divertire, meravigliare ed emozionare.
Ed ho conosciuto con lui una famiglia indimenticabile, un capro espiatorio di professione con il suo fratellino teppista e incendiario, le sorelline cartomante e fotografa e il Piccolo con gli occhiali rosa.
E tutto il resto degli impressionanti personaggi che giravano loro intorno con lui, Pastor, il poliziotto con il maglione malato terminale, non il maglione, ma lui, che non so perchè ma ha un posto grande nel mio cuore.
Ho imparato da Dostoevsky la vera grandezza della letteratura, quella letteratura che può affrontare tutto lo scibile umano e farlo senza pedanteria, senza insegnamenti, ma soltanto attraverso storie e personaggi così affascinanti da non riuscire a staccartene, così piccole e al contempo grandi che rischiavi di trovar Dio dentro una stufa a legna di uno stanzino.
Ho imparato da Dostoevsky che esistono persone che nascono per scrivere.
Ho imparato da Gogol l'allegoria, lo straniamento, il godere della lettura avvertendo allo stesso tempo leggerezza e cultura, ho imparato che non c'è niente più bello e affascinante dell'assurdo.
E ho imparato anche che a volte esistono libri immensi che non si sono riusciti a finire e che la Morte,come scrissi un tempo, tiene nascosti nella sua caverna dell'Arte del condizionale.
E in quella caverna, tra le altre, c'è anche un'altra cosa immensa di uno scrittore immenso, di quello che forse più di tutti ha saputo meglio raccontare l'angoscia, lo smarrimento e l'inconoscibilità della vita, quello scrittore così grande che dici una lettera, la K, ed è già lui.
E quel romanzo non finito di quel castello è fotografia di tutta la sua opera, un'opera nella quale una risposta non c'è e se vai cercandola ti ritroverai per strade che non sai dove portano e uffici che non sai cosa nascondano.
Ed ho imparato, anche da lui, soprattutto da lui, la parte meravigliosa della malinconia.
Ho imparato da Poe lo scrivere in prima persona, quel trovarsi catapultato dentro le vicende, vicende che raccontano di morte e disfacimento, di paure e sconforto.
Ed ho imparato che anche solo leggendo si può immaginare di stare al buio e aver paura di cadere.
Ho imparato da Gadda la meraviglia della lingua più bella del mondo, la nostra, le infinite possibilità che ci offre, la magia di un neologismo, la difficoltà di un arcaicismo.
Ho imparato da Gadda a rileggere un libro due volte consecutive, la prima non capendoci nulla, la seconda trovandolo uno dei più belli che abbia mai letto.
Ho imparato da Saramago che, ahimè, anche nella letteratura si può raggiungere un limite di perfezione, che anche nella letteratura a un certo punto ti sembra di aver trovato il punto di non ritorno.
Ho imparato da Saramago gran parte di quello che sono adesso, triste, perso nell'assurdo, capace di credere che esista un mio sosia da qualche parte del mondo o che la morte smetta di uccidere.
Ma anche capace di credere nell'uomo, soprattutto nella donna anzi, e di ritrovare l'umanità e la bellezza in un bacio o in un cane che ti asciuga una lacrima.
Ho imparato tanto da tutti loro e da decine di tanti altri.
Da 5 anni ho smesso di imparare dai libri.
Eppure, prima o poi, tornerò nella mia cameretta, io e la mia adolescenza prolungata.
Io e loro.

14.10.14

BuioDoc (N°9): recensione "Pussy Riot, una preghiera Punk"

22 Aprile 2012
Delle ragazze con i volti coperti da coloratissimi passamontagna e vestite di sgargianti abitini e calzamaglia arrivano fino all'Altare della Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, una specie del corrispettivo di San Pietro a Roma.
Cominciano a cantare un pezzo punk con le loro chitarre.
Contro lo Stato, contro la Chiesa Ortodossa, contro l'unione indissolubile ma sulla carte non esistente tra questi due "poteri".
Non fanno in tempo nemmeno a cantare 20 secondi del loro pezzo che vengono, ovviamente, fermate.
Tre di loro saranno arrestate.
E per e anni non riavranno la loro libertà.
Sarebbe banale e sbagliato considerare il fenomeno delle Pussy Riot, letteralmente fich... gattine in rivolta, come qualcosa di poco conto o solo folkloristico.
In realtà in Russia, e non solo in Russia ma praticamente fenomeno worldwide (Italia a parte) la loro vicenda è stata al centro di interrogazioni parlamentari, vere e proprie prese di posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa russa, interviste a Putin (bersaglio principale delle Pussy), rivolte popolari, imitazioni qua e là nel mondo, celebrità come Yoko Ono e Madonna (già, l'ironia delle cose, Madonna) che le hanno sostenute, di tutto.
Ma chi sono ste Pussy Riot?
Sono un gruppo di ragazze russe, perlopiù molto giovani, che hanno formato un collettivo punk (nel tipo di musica, nell'abbigliamento, nelle tematiche, nelle battaglie) che vuole sfidare i regimi della Madre Russia, ossia il governo di Putin e la Chiesa Ortodossa. Ma non distintamente, insieme, visto che proprio il binomio Stato-Chiesa ("Madre Santissima, liberaci da Putin" canteranno provocatoriamente nella cattedrale) viene visto dalle Pussy come vero e proprio cancro della nazione, un binomio che ha portato a un nazionalismo esasperato, a un'eccessiva autorità, a un ruolo della donna sempre più marginale e castrato da un fortissimo sessismo.
Sì, sono femministe, e lo ribadiscono più volte
Tutti i loro colori, il loro aspetto voleva portare, secondo loro, a una gioiosa rivolta, a una ventata di calore e calore che potesse far intravedere un arcobaleno nella pioggia russa.
"Siamo giullari" dirà a un certo punto Nadia, con tutto il colore, la satira e il potere eversivo a cui la parola giullare può rimandare.
A comandarle c'è una ragazza tanto bella da far spavento, Nadia, a soli 22 anni una "terrorista" ormai conclamata, autrice di varie performance contro le autorità e l'ingessamento della società. E' così bella che gli uomini di Chiesa la temono non solo per quello che fa ma pure per l'aspetto ("guardate, è il Diavolo, guardate che labbra (meravigliose aggiungo io), sono le labbra del Demonio" dirà uno).
Ha creato questo gruppo (ovviamente anonimo e coperto dai passamontagna) per svegliare le coscienze russe dal torpore che una chiesa millenaria e un governo che per quanto cambi poi alla fine non cambia mai hanno portato in Russia.
Dopo l'arresto succederà di tutto.
Interviste a Putin, raduni organizzati dalla Chiesa Ortodossa a cui partecipano quasi 100.000 persone per "pregare" e condannare le Pussy Riot, telegiornali, trasmissioni televisive faziosissime contro le ragazze e poi un processo farsa visto dagli occhi di tutto il mondo, processo che porterà a una condanna di 2 anni di lavori forzati.
Soltanto dopo si conosceranno gli abusi e le condizioni terribili nelle quali vivevano la loro reclusione le ragazze.
Il doc ripercorre principalmente tutto il post arresto, con brevi ma esaurienti flash back sulle precedenti imprese delle Pussy Riot e sul passato delle 3 ragazze arrestate.
E' tutto molto giornalistico, oggettivo, senza prese di posizione, anche se alla fine è ovvio capire da che parte sta il documentario.
E come non essere da quella parte, dalla parte di un gruppo di ragazze che magari in maniera sì troppo invadente, plateale e non rispettosa, ma ha solo cercato di denunciare e combattere i mali e le ipocrisie della loro nazione.
Ed è bello vedere che anche da arrestate le ragazze non fanno passi indietro ma che, anzi, continuino la loro battaglia e rincarino la dose sapendo benissimo che facendo questo la condanna e i lavori forzati sarebbero inevitabili.
Si ha l'impressione di trovarsi davanti "ragazzine" che in mezzo ad ingenuità ed eccessi portino però avanti battaglie intraprese con cognizione di causa, quasi necessarie oserei dire.
E mi è piaciuto moltissimo il loro avvocato che invece che "difenderle difendendosi" lo ha fatto attaccando, ribadendo e portando avanti il loro credo.
Certo chi dal doc ne esce di più con le ossa rotte è una Chiesa bigotta come poche, castrante, chiusa, incapace di dialogare, anche vendicativa.
Magari qualcuno troverà da ridire sulle Pussy Riot.
Ma qui sotto l'immagine di un gruppo punk di ragazze incappucciate, sotto performance da you tube giovanilistico, sotto un eccessivo femminismo, c'è la storia di 3 giovani alle quali è stata tolta la libertà di pensiero e di coscienza.
E anche quella reale.

11.10.14

La Grande Letteratura nel Cinema (N°5): L'Autista Ridondante

Ritorna la rubrica che ricerca nelle sceneggiature cinematografiche gli estratti che più riescono ad avvicinarsi alla letteratura tout court.
Trovate le altre puntate nell'etichetta qui a destra "I grandi dialoghi"

Siamo ancora una volta nel cinema italiano, nel grande cinema italiano oserei dire, e il film da cui estrapoliamo oggi passaggi di script è il capolavoro Il cerchio dei Morti, un horror d'atmosfera italico che gioca con il vero/non vero, le doppie dimensioni e le triple agonie.

Abbiamo preparato per voi (lo ha fatto mio fratello su You Tube) il video dell'Incipit di questa grande pellicola, incipit nel quale abbiamo individuato l'incredibile e affascinante reiterazione (anche se tecnicamente non è proprio reiterazione), ridondanza (anche se tecnicamente non è proprio ridondanza), diciamo, per parlare come magno (e ora sto mangiando una bruschetta oio e aglio), l'eccessivo utilizzo della parola "Autista"

se ci riuscite, ascoltate (senza all'inizio vedere) leggendo il testo sotto in contemporanea, altrimenti vedete prima uno e poi leggete l'altro, altrimenti leggete prima uno e poi vedete l'altro, altrimenti uscite all'istante da questo inutile post senza fare nè la prima, nè la seconda nè la terza cosa.

Ecco l'incipit de Il Cerchio dei Morti, sotto troverete l'attentissima analisi della ridondanza


Prenderemo in considerazione soltanto le parti con "Autista"
Tutto insomma.


"Allora!!!
Autista!!!! (1)
(poi l'attore uguale a Beppe Signori dice una frase incomprensibile che attenti studiosi da anni tentano di decifrare)
Autista!!" (sbattendo il palmo sul fianco dell'autobus, inutilmente poi, perchè dovunque potrà essere l'Autista tranne che là dentro)  (2)

"Autista!!!!"
"Che c'è, che succede?"
"Qualcuno ha visto dove è andato l'Autista?"  (3-4)

(attenzione, questa è quasi nascosta)
mentre la ragazza, poi rivelatasi una cagna pessima attrice come poche altre volte ho visto nella mia vita fa 3 passi per arrivare in primo piano chiedendo "Siamo arrivati?" sotto è percepibile:

"Cioè, ci siamo addormentati, l'Autista è sceso e nessuno si è accorto di nulla??" (5)

"Ma non c'è l'Autista?" dice la ragazza con la cadenza che la contraddistinguerà per tutto il resto del film   (6)

"Qualcuno sa da quanto tempo siamo fermi?"
"Non mi sembra da tanto... ho visto che l'Autista è scomparso lasciando il motore acceso" (7)

(Vanno giustamente tutti via)
"Ma dove cavolo andate? e se poi l'Autista ritorna??"  (8)

QUESTI PRIMI 8 AUTISTA VENGONO DETTI IN UN MINUTO SPACCATO, DA 1.53 A 2.53, che significa 1 Autista ogni 7 secondi circa

Poi, il capolavoro, una tecnica geniale per aumentare esponenzialmente il numero di ricorrenze.

L'urlo che pensavamo finale:

AUTISTAAAA!  (9)

trova un'inaspettato Eco: -tistaaaa -tistaaaa   (10-11)

E con questo furbo aiuto il film riesce nell'incredibile impresa di regalarci 11 AUTISTA in 1 minuto e 20 secondi, ossia 80 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 7.27 secondi

Studi approfonditi portati avanti con mezzi molto superiori ai nostri hanno addirittura individuato una piccolissima particella di AUTISTA anche in un fantomatico terzo eco difficilmente percepibile all'orecchio umano che riesce a sentire distintamente solo i primi due.

Poi, quando tutto sembrava finalmente finito con i nostri protagonisti che allontanandosi dall'autobus notano la casa dove avverrà il massacro c'è invece un ritorno a bomba inaspettato:

"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (12,13,14)
"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (15,16,17)

e poi

"forse l'Autista avrà avuto un problema"  (18)
(sì, si è levato dalle palle da un gruppo di microcefali come voi, ha fatto benissimo)

che portano quindi il conto a 18 "AUTISTA" in 1 MINUTO E 48 SECONDI, ossia 108 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 6 SECONDI ESATTI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ed è qui la magia di questa rara perla del cinema italiano, uno dei misteri che la ammantano e che, negli anni, gli hanno fatto acquistare la nomea di Film Maledetto, questi 6 secondi esatti, al millesimo, di media-intervallo nel richiamo dell'Autista.
Segreto che si nascondeva nelle pieghe della pellicola e che noi abbiamo scovato per voi.
(glissiamo su altri misteri tipo il ragazzo meccanico che sull'autobus ha baffi e pizzetto e poi in casa è quasi rasato, potere delle due dimensioni)

6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6, già

questo è un film del Demonio, o quantomeno del suo Autista

Poi ovviamente per far risultare questo nostro studio come volevamo risultasse, ossia carico di forza demoniaca, non abbiamo considerato gli appena successivi:

"Datti una calmata, vedrai che l'Autista torna"  (19)
"Non dirmi di calmarmi se l'Autista imbecille mi fa arrivare tardi"  (20)

che porta il conto finale a 20 "AUTISTA" IN 2 MINUTI E 20 SECONDI, ossia 140 secondi ossia 1 AUTISTA ogni 7 secondi di nuovo ESATTI !!!!!!!!!

lo so, questa nuova esattezza, al millesimo anch'essa, fa paura almeno quanto l'altra, ma l'intervallo  777 sarebbe stato solo un richiamo ai non udenti, per una volta, tra l'altro, avvantaggiati nel trovarsi davanti questo film

666 era meglio


e poi, quando tutto sembrava VERAMENTE finito, praticamente dopo i "titolo di coda dell'incipit"...

"MA VOI NON DOVEVATE RESTARE SULL'AUTOBUS AD ASPETTARE L'AUTISTA??"  (21)


vi amo

21 volte "vi amo"