22.6.18

Paolo e le traiettorie dello sguardo

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Paolo era fermo, in piedi, all'entrata del ristorante.
Non riusciva a fare alcun passo in avanti.
Il suo sguardo si era come cristallizzato.
Paolo guardava una ragazza ad un tavolo, appena dentro al locale, intenta a pranzare con qualcuno, un uomo, forse un amico, forse il compagno.
La ragazza tagliava nervosamente qualcosa, sorrideva, a volte rideva pure, ma tutto con fare distratto, di finto compiacimento.
Paolo si fissò sul suo viso, delicato e tenero, e su quel modo di fare allo stesso tempo impacciato e nervoso.
La ragazza si limitava ad annuire e a volte, tradendo la sua distrazione, a chiedere al suo interlocutore di ripeterle le cose.
Paolo non riusciva a smettere di guardarla, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere lui al posto di quell'uomo, ad esser lui a poterla guardare da così vicino, a poterci mangiare insieme, a poterci scherzare.
Poi, Paolo, capì perchè la ragazza aveva quell'atteggiamento, perchè era così distratta.
La ragazza guardava di continuo fuori dal ristorante, oltre la gigantesca vetrata.
L'uomo davanti a lei - troppo preso da sè stesso e da quello che diceva- non se ne accorgeva, ma Paolo sì.
E Paolo allora seguì la traiettoria dello sguardo della ragazza. E quella traiettoria lo portò, ne era certo, ad un ragazzo seduto sul ciglio della strada, una chitarra tra le mani, una custodia davanti a sè.
Era il classico bel musicista, selvaggio e libero, e cantava qualcosa di molto malinconico -pensò Paolo- perchè i movimenti delle mani sulle corde erano pochi e lenti e gli occhi, ogni tanto, gli si chiudevano.
Quel ragazzo non si era minimamente accorto di quanto la ragazza del ristorante lo guardasse. E non se ne era accorto perchè era lui stesso, quando quegli occhi gli si aprivano, a fissarli costantemente in un'unica direzione.
Paolo si chiese se la ragazza che l'aveva folgorato se ne fosse accorta, se anche lei, con dispiacere, avesse notato che il suo bel musicista aveva occhi solo per qualcos'altro, alla sua destra, quando gli sarebbe bastato guardare davanti a sè per vedere una ragazza dietro una vetrata di un ristorante che si stava forse innamorando.
Paolo seguì la traiettoria dello sguardo del musicista e la traiettoria lo portò su una bambina.
Paolo era sicuro che quel giovane musicista guardasse lei non solo perchè non c'era altro di interessante alla sua destra ma anche perchè, quella bambina, era incredibilmente sola.
Se ne stava lì, appoggiata a un palo della luce, e girava le sue dita in una delle trecce che aveva.
La bambina non sembrava preoccupata d'esser sola, anzi, pareva piuttosto serena e più di una volta Paolo, e sicuramente anche il musicista, la vide ridere, anche di gusto, ma sempre con quel fare un pochino imbarazzato e trattenuto che ha chi ride da solo.
Come la ragazza del ristorante non sapeva di quanto Paolo l'avesse fissata (e, anche adesso, malgrado tutte le traiettorie, molte volte il suo sguardo tornava a lei), come il musicista non sapeva che era fissato dalla ragazza del ristorante così la bambina non sapeva di esser fissata da quel musicista.
La bimba non aveva giochi con sè, non aveva un cellulare, non aveva niente. Eppure giocava coi suoi capelli e ridacchiava.
Paolo allora seguì la traiettoria dello sguardo della bambina e la traiettoria lo portò su una coppia seduta in una panchina.
La coppia se ne stava a mezzo metro di distanza. Lei era seduta di tre quarti, quasi dava le spalle a lui. Aveva le braccia incrociate, sbuffava. Lui se ne stava seduto a gambe larghe e si limitava a dire no con la testa. Ogni tanto la ragazza, con quel fare delizioso che solo loro hanno, si girava verso quel ragazzo e gliene diceva quattro, con ampi gesti della mani. Lui la guardava giusto un secondo, faceva la faccia mezza sbalordita, quella faccia di uno che sta per controbattere ma poi niente, se ne tornava dritto a scuotere la testa.
Era una scena effettivamente molto divertente e quella bimba non riusciva a smettere di fissarli, ridendo quasi di nascosto e pensando, che so, che magari tra 8 anni anche lei avrebbe trattato il suo ragazzo così.
La coppia, come tutti i personaggi di questa storia, che in realtà storia non è, ma un sogno fatto da chi scrive, non si accorgeva minimamente della bimba che li stava guardando, come la bimba non si accorgeva del musicista, come il musicista non si accorgeva della ragazza del ristorante, come la ragazza del ristorante non si accorgeva, (come del resto nessuno se ne accorse), di Paolo che tutto vedeva.
In realtà quel'uomo seduto sulla panchina, mentre scuoteva la testa, guardava fisso davanti a sè.
Paolo seguì la traiettoria del suo sguardo e stavolta fu più difficile capire a chi portasse, perchè davanti quell'uomo, dall'altra parte della strada, praticamente molto vicino allo stesso Paolo, c'era solo una fermata del bus, piena di persone.
Era ovvio che quell'uomo ne guardasse solo una, difficile fissarsi su un gruppo, a meno che in quel gruppo non stia succedendo qualcosa di interessante.
Ma niente, era impossibile capire chi fosse.
Poi il bus arrivò, e poi ripartì.
Ma Paolo vide che quell'uomo non solo non smise di fissare in quella direzione ma, anzi, nel suo viso si formò una sorta di stupore.
Paolo si accorse allora che di tutto quel gruppo solo una ragazza non era salita sul bus, piccola e dai lunghi capelli neri. Era rimasta così, in piedi, senza salire. Magari, semplicemente, quello non era il suo bus e ne aspettava un altro.
Ma Paolo era sicuro che fosse lei che l'uomo sulla panchina stesse guardando perchè il suo sguardo non si era mai minimamente spostato e, dopo che il bus ripartì, vederla ancora lì l'aveva così strabiliato.
Proprio lei -pensò magari quell'uomo- proprio la ragazza che fissavo è l'unica a non esser salita.
Paolo si accorse però che probabilmente la ragazza non era salita per un motivo ben preciso.
E questo motivo era il fatto di come fosse completamente assorta, distratta, attratta da qualcosa. Un qualcosa che probabilmente non le aveva nemmeno fatto notare che il suo bus si fosse fermato davanti a lei.
Paolo allora seguì la traiettoria del suo sguardo.
E si accorse che quella traiettoria portava a lui.
Paolo non seguiva più una traiettoria, Paolo era il fine ultimo della stessa.
La guardò, i due sguardi si incrociarono, i primi due sguardi che si incrociano in questa strana storia.
Paolo sorrise, anche lei sorrise e le si arrossarono un pò le gote.
Paolo uscì dal ristorante e si incamminò verso la fermata del bus.
Verso lo sguardo di lei, quello sguardo che aveva trovato seguendo lo sguardo del mondo.



20.6.18

50 film non distribuiti o distribuiti malissimo che io ritengo belli o bellissimi. O, molto più semplicemente, la lista dei primi 50 film messi nel Guardaroba

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Visto che più di una volta nelle varie recensioni o direttamente per mail c'è gente che mi chiede dove può vedere o non vedere film di cui ho parlato, faccio questo post-lista per dire loro quali sono i film che ho messo nel gruppo fb che gestisco, Il Guardaroba, ovvero quel gruppo dove fornisco link di film per me molto belli (o comunque interessanti) che non hanno avuto distribuzione in italia (o, in 4-5 casi, ne hanno avuta una minima).
Lo faccio specialmente perchè siamo arrivati all'incredibile -per me- numero di 50 e perchè nell'ultima lista che feci, molto simile a questa, non avevo potuto mettere questi 50 titoli proprio perchè, prima o poi, avevo deciso di fare un post del genere.
Questa lista serve anche per dire "Hey, io questi film ce l'ho, se hai difficoltà a trovarli fammi un fischio".
(In realtà se chi legge questo post ha account fb basta iscriversi là dentro)

Siccome è di gran lunga la lista con più titoli che abbia mai fatto in questi 9 anni non ce la faccio proprio fisicamente a scrivere qualche riga di descrizione dei vari film, quindi o cercate informazioni da soli dove volete o cliccate sul TITOLO del film che vi interessa e sarete rimandati alla recensione nel blog.


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19.6.18

Recensione: "Zurich"

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Un film splendido.
Il racconto di una donna alla deriva, stravolta dal dolore per aver perso il proprio uomo.
Ma, piano piano, con una costruzione narrativa e una scrittura magistrale, Zurich ci racconterà che dietro quella condizione c'è anche altro.
Scritto da una donna, diretto da un'altra, interpretato, in modo magnifico, da un'altra ancora.
Imperdibile

presenti leggeri spoiler, grandi verso fine recensione

Una donna incredula guarda un ghepardo sul ciglio della strada.
La donna è appena uscita da un'automobile finita in un fiume. E' illesa e, forse, la sua incredulità non è solo quella di trovarsi davanti un ghepardo ma anche il ritrovarsi lì, viva e vegeta, senza un graffio.
Comincia così questo bellissimo film di dolore e rabbia, che non si sa dove finisce l'uno e comincia l'altra.
Comincia così e questa scena, visto il finale, me la vorrei tener da parte e tornarci poi, con calma.


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Non sarà la prima cosa anomala che incontreremo in questo strano inizio, visto che partiremo con un capitolo che vi viene segnalato come numero 2.
Non ci vuole un genio a farci insospettire del fatto che prima o poi ci troveremo davanti un capitolo 1 e che quel capitolo 1 ci racconterà dei fatti antecedenti, probabilmente come quella donna è finita in quel fiume.
Ma questa costruzione narrativa, abbastanza inusuale ma di certo non nuova (in tantissimi film abbiamo verso la fine dei flash back su qualcosa accaduto prima del prologo, ma è anche vero che pochissimi film sono divisi in due blocchi a sè stanti, molto lunghi, di cui il secondo è antecedente al primo).
Sto usando tutte queste parole su questo aspetto perchè io credo che la costruzione narrativa di Zurich sia assolutamente il suo valore aggiunto. Se il film avesse avuto ordine cronologico, prima la parte 1 (Boris) poi la 2 (Il Cane) ci saremmo trovati davanti un'opera sempre molto bella ma sensibilmente meno interessante.

15.6.18

Recensione: "Eastern Boys"

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Un film potenzialmente molto bello ma con, a mio parere, dei problemi di scrittura.
La storia di un uomo d'affari, della banda di ragazzi dell'est che lo rapina e del morboso rapporto che inizia a crearsi con uno di loro.
Un film coraggioso, con scene al limite della pedofilia, ma che sembra non aver le sfumature per raccontare il cambiamento di rapporto che avverrà

Si comincia che par d'essere dentro un altro film, sempre francese, a mio parere una spanna superiore a questo ma di tutt'altro genere, Nocturama.
Per almeno 10 minuti vediamo una macchina da presa che si aggira per la città, in particolare nella zona della stazione di Parigi.
Nessun dialogo, nessun focus su qualche persona in particolare, solo rumori d'ambiente.
Riprese dall'alto, dal basso, alcune nitide altre più confuse, senza un apparente obiettivo di focalizzazione.
Poi, come in Nocturama, ci accorgiamo che i protagonisti di queste riprese apparentemente casuali sono un gruppo di ragazzi.
Nel film di Bonello erano dislocati in più punti della città, qua si muovono qua e là, divisi perlopiù ma gravitanti tutti in un unico luogo, la stazione sopracitata. Ed è buffo pensare che come Nocturama raccontava di un un gruppo di giovani che si apprestava a compiere atti terroristici anche qua abbiamo una banda. Ma mentre in uno ci trovavamo davanti ragazzi francesi, enfant du pays (tanto da rendere quel film molto politico, come a dire che i nostri stessi figli possono compiere quelle cose) qui sono tutti giovani dell'Est (vedi titolo), perlopiù russi o comunque ex sovietici.
Girettano, la gente li scansa, si danno occhiate, scelgono prede.
Un uomo d'affari, Daniel, si avvicina ad uno di essi.
Subito il ragazzo capisce che quell'uomo cerca sesso a pagamento.
Si mettono d'accordo per vedersi l'indomani a casa dell'uomo.

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Eastern Boys è un film potenzialmente molto interessante, abbastanza coraggioso (specie nelle abbastanza esplicite scene di sesso omosessuale, ai confini della pedofilia. Ma ha ancora senso di parlare di coraggio in tal senso nel 2018?) dal soggetto sicuramente molto adatto ai miei gusti ma che ha, secondo me, più di un problema di sceneggiatura.

11.6.18

Il vento ci guiderà

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Je n’ai pas peur de la route
faudrait voir, faut qu’on y goûte
des méandres au creux des reins
et tout ira bien là
le vent nous portera

Ton message à la Grande Ourse
et la trajectoire de la course
un instantané de velours
même s’il ne sert à rien va
le vent l’emportera
tout disparaîtra mais
le vent nous portera

La caresse et la mitraille
et cette plaie qui nous tiraille
le palais des autres jours
d’hier et demain
le vent les portera

Génetique en bandouillère
des chromosomes dans l’atmosphère
des taxis pour les galaxies
et mon tapis volant dis ?
le vent l’emportera
tout disparaîtra mais
le vent nous portera

Ce parfum de nos années mortes
ce qui peut frapper à ta porte
infinité de destins
on en pose un et qu’est-ce qu’on en retient?
Le vent l’emportera

Pendant que la marée monte
et que chacun refait ses comptes
j’emmène au creux de mon ombre
des poussières de toi
le vent les portera
tout disparaîtra mais
le vent nous portera”.


Non ho paura del cammino 
vedremo, bisogna fare ciò che si vuole 
nelle profondità delle emozioni 
e tutto andrà bene 
il vento ci guiderà 

Il tuo messaggio all'Orsa Maggiore 
e la traiettoria del viaggio 
un'istantanea di velluto 
anche se non servirà a nulla 
il vento lo porterà con sé 
tutto scomparirà ma 
il vento ci guiderà 

La carezza e la mitraglia 
e questa piaga che ci tormenta 
il palazzo di giorni andati 
di ieri e di domani 
il vento ci guiderà 

Genetica in balia 
dei cromosomi nell'atmosfera 
dei taxi per le galassie 
e il mio tappeto volante? 
Il vento lo porterà con sé 
tutto sparirà ma 
il vento ci guiderà 


Questo profumo dei nostri anni andati 
questo che può bussare alla tua porta 
infinità di destini 
ne lascio uno e cosa ne rimane? 
Il vento lo porterà con sé 

Mentre aumenta la marea 
e ognuno fa i propri conti 
io mi ritrovo infondo alla mia ombra 
polvere di te 
il vento le porterà 
tutto sparirà ma 
il vento ci guiderà


10.6.18

Recensione: "Sicilian Ghost Story"

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Un film italiano bellissimo.
Che parte da un fatto di cronaca mafiosa di inumana crudeltà ma che sceglie una prospettiva per raccontarlo per me straordinaria.
Lirico, emozionante, potente ma al tempo stesso misurato, aggraziato, umile.
Una storia d'amore forse, semplicemente

presenti spoiler all'inizio più che altro sul vero fatto di cronaca a cui si riferisce. Se preferite non saper nulla non leggete

Certo che dev'esse difficile fa bel cinema qua da noi.
Chè il 70% della gente parte già prevenuta che tanto il nostro, de cinema, è morto (e invece in quasi tutti questi casi questo è solo un alibi, è che a loro glie piace vedè cacate assurde e usano questa come scusa), che è difficilissimo fasse produrre, che se poco poco diventi famoso, tipo Sorrentino o Guadagnino, allora hai praticamente prenotato il tuo posto all'ingiù a Piazzale Loreto.
Eh, durissima davvero, pubblico non eccezionale, produttori che preferiscono altro e popolo che non sopporta il successo, mica facile fa lo slalom in tutto questo.
Ma son queste alla fine le motivazioni per cui un film come questo, o film, al plurale, come questo poi alla fine non vengono mai fori.
Perchè Sicilian Ghost Story è qualcosa di bellissimo che noi, e me scoccia tanto dovè scrive frasi fatte, non ci meritiamo.
Nel 1996 il mio omonimo e quasi coetaneo Giuseppe Di Matteo viene strangolato, a nemmeno 15 anni, e poi sciolto nell'acido.
Dopo più de due anni de prigionia.
La sua colpa era esse figlio de un pentito de mafia, uno che gli ex compari del padre volevano che smettesse di parlare. Non solo il padre di Giuseppe non smise ma quando Brusca fu arrestato venne dato l'ordine, a questo punto, di uccidere barbaramente quel ragazzino e cancellarne il corpo.
Da questo fatto di cronaca, ed esplicitamente, parte Sicilian Ghost Story.
Ma questo non è il classico film di mafia, non è il freddo resoconto di quello che avvenne, non è il cinema-cronaca-denuncia che, specie negli anni 70, ha fatto grande il nostro cinema.
No, questo è un film che prende come spunto questo inumano fatto per parlare d'altro. Non solo per parlare d'altro, ma per farlo anche in altra maniera.
Insomma, sia il cosa che il come fanno di Sicilian Ghost Story uno di quei pezzi "unici" che si discostano da tutto il resto.

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Già solo il titolo -magnifico- è materia di studio. Questo inglesismo che par vezzo ma vezzo non è, anzi, l'accostare questo genere cinematografico -la ghost story, appunto- ad una vicenda di mafia nostrana, di bimbi scomparsi, di bimbi dimenticati, di "fantasmi", trovo sia davvero potente.
Con quel "sicilian", però, che colloca senza mezze misure il fatto e l'accaduto in una nazione, in una regione, che deve necessariamente fare i conti con sè stessa. Insomma, questa non è una ghost story qualunque, ma una storia di fantasmi che ha un luogo, un nome e un'epoca.

6.6.18

Venti film poco conosciuti o troppo sottovalutati che dovreste vedere

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Spesso mi chiedono:
"Consigliami qualche piccolo film che per te merita ma non è tanto conosciuto"
Ecco, è difficile ogni volta pensare a titoli nuovi, immaginare i gusti di chi hai davanti, dare una definizione di "bello e piccolo"
.In questa lista organizzata abbastanza in fretta (un'ora fa) ho cercato di farmi venire in mente 20 titoli che per me meritano tanto (o quantomeno, fuor di gusto, reputo interessanti) e che o quasi nessuno conosce o, a mio parere, sono stati molto sottovalutati.
Il problema principale nello stilare questa lista era solo uno, ma gigantesco, ovvero le limitazioni che mi sono preso.
Come se non bastasse quella, che ho sempre, di citare solo film recenti, ne ho pensate altre 3.
La prima è di non mettere tutti quegli splendidi film che magari son partiti "nascosti" come questi qua sotto ma poi, grazie al passaparola e al gradimento di spazi di critica non ufficiali, son diventati praticamente film che hanno visto quasi tutti, dei cult.
Mi riferisco ai superbi Synecdoche New York, Dogtooth, Mr Nobody, Blue Ruin, Castaway on the moon, Dead Man's Shoes, I Origins, The Fall e via dicendo. Inutile ormai considerarli dei mezzi sconosciuti (comunque intanto vi ho citato un pò di titoli, non si sa mai).

Terza limitazione è stata quella di non mettere nessun titolo che avevo già inserito in qualche precedente lista. Non so se ci sono riuscito, difficile ricordarseli tutti. Il problema è che di liste ne ho fatte decine e, insomma, mi sono precluso almeno un centinaio di film.

Ultima limitazione è non aver voluto mettere niente del Guardaroba, ovvero il gruppo fb di film poco conosciuti che gestisco. Quindi altri 50 film (di cui almeno 40 li avrei messi qua) non eleggibili

Insomma, questi 20 titoli sono quelli che la mia mente autistica ha partorito scremando da quelle 4 limitazioni.
Come al solito avrei voluto rendere il titolo del film linkabile alla recensione. Ma non ce la faccio e poi tanto non è che sia così importante. Chi vuole leggerle le trova nell'archivio dei titoli.
Proviamo, su

LA CASA MUDA

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Partiamo in un modo soft, con quello che, forse, è il più debole di tutti. Ma un horror girato in un'unico piano sequenza, tutto basato semplicemente sull'atmosfera, ansiogeno e imperfetto, insomma, secondo me è roba che merita

IL SUPERSTITE (spero di portarlo nel Guardaroba)

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Aaron è un giovane ragazzo superstite, l'unico superstite, di un tremendo naufragio del quale poco o nulla sappiamo, solo un'istantanea di un mare che si ingrossa e inghiotte.
Aaron nel naufragio ha perso suo fratello, praticamente la seconda metà della sua anima.
La piccola comunità dove vive non gli perdona di essere ancora in vita mentre tutti gli altri sono morti.
E nemmeno Aaron se lo perdona.
Con uno dei finali più da pelle d'oca che abbia mai visto

IL LIBRAIO DI BELFAST (spero di portarlo nel Guardaroba)

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Minuscolo documentario, anche nella durata, che racconta la vita di un dolcissimo libraio.
Uno di quei film che fanno bene all'anima

THE TROLL HUNTER

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Siamo in Norvegia.
Un gruppo di ragazzi gira un documentario, c'è uno che dice che esistano i troll.
Un film unico nel suo genere

LA ZONA

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Il film con cui è nato Il Buio in Sala.
Città del messico, i poveri(ssimi) sono divisi dai ricchi(ssimi) da un muro di cinta.
Dei ragazzi entrano dentro "la zona" per rubare. 
Qualcuno muore, uno rimane vivo ma impossibilitato ad uscire.
Braccato, farà amicizia con un coetaneo della parte dei ricchi.
Struggente, magnifico

5.6.18

Recensione: "The Truman Show"

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Il 5 Giugno 1998, vent'anni fa precisi, usciva The Truman Show.
Lo vidi al cinema, lo considerai un capolavoro.
Lo rividi una decina di anni fa, lo confermai capolavoro.
L'ho visto oggi, dopo vent'anni, e non lo considero più solo un capolavoro, ma una pietra miliare, un film che già nel 1998 ha parlato del mondo di oggi, del 2018, e l'ha fatto in modo più originale, spietato, bello e migliore di tutti i film che in quel futuro di cui raccontava si son susseguiti.
L'ha fatto prima e meglio di tutti.

e l'ha fatto in maniera divertente, interessante, insidiosa, inquietante, struggente
Truman Show ha dentro così tante cose, ha dentro così tante cose del nostro mondo che non riesci a crederci di quante siano.
Truman è uno dei personaggi più belli della storia del cinema recente e non, Truman siamo noi in un modo che nemmeno ce ne rendiamo conto quanto simile.
Quel Truman lo interpreta un Jim Carrey che ti toglie il fiato, immenso, perfetto, uno di quegli attori che nella stessa scena, a volte nella stessa inquadratura, ti possono far ridere e piangere, come in Eternal Sunshine, come in Man in the Moon, come in The Majestic.
Jim Carrey è l'essenza dell'arte attoriale e del talento e forse mai come qua l'ha dimostrato.

Truman si sveglia, inizia una delle sue giornate tipo.
Inizia un film epocale.

Che parla dell'essere ed apparire
della vita vista come una stessa, sempre identica, routine
che parla di quelle coppie in cui nulla accade, che stanno insieme quasi per inerzia, spente, monotone
e non importa se qui questo accade per un copione, non importa se quella coppia non è nata per amore ma solo per sceneggiatura perchè quello che loro sono lo sono tanti anche nella vita reale
coppie che portano avanti un copione dal quale spesso non riescono più ad uscire
e quelle dita incrociate per esorcizzare una bugia d'amore son dita incrociate che tanti usano, che l'amore, lo si sa, quello non vero, è la più grande partoriente di bugie che esista
e parla del bombardamento delle pubblicità nelle nostre vite
e parla di un mondo di plastica dove la naturalezza non esiste quasi più, come il nostro
e parla della paure che ti bloccano per una vita intera, come quella del mare per Truman, e a volte le paure, come qua, qualcuno te l'ha inculcate, qualcuno che invece di proteggerti t'ha creato traumi
e quel mare insuperabile è un oceano vastissimo cui ognuno di noi dà un nome diverso, un aspetto diverso
paura da mare
paura d'amare
e parla del voyeurismo, di come ci piaccia star lì a spiare le vite degli altri, infilarci nella loro intimità, essere quell'occhio meccanico, una telecamera, che tutto vede, che tutto nota, che perfora una privacy sacra, che penetra nel nostro Io
e parla del plagio, di come tante vite siano condizionate dagli altri, da qualcuno più forte, dai manipolatori, da chi riesce a usarti e muoverti come una marionetta, come una sua creatura, come un suo possesso
e parla, come parlò Dogtooth, di vite create a tavolino, sin dalla nascita, di esistenze non naturali, di crescite coatte e manipolate
e di cinema, di tanto cinema, del suo ruolo di finzione, con quelle quinte che Truman vede dietro l'ascensore
e di come la nostra vita sia a volte un gigantesco set cinematografico di cui noi ci sentiamo o ci fanno essere la star
un set, un palcoscenico che di reale, però, ha ben poco
ma parla anche di un mondo campana di vetro che ci protegga dal vero mondo, quello delle insidie, quello dove non c'è controllo
come in The Village, film così diverso, così uguale a Truman
ma il vero mondo, quello dove si soffre di più e dove i pericoli esistono, è sempre meglio di un mondo finto e limitato
ma Truman parla anche d'altro, di cose bellissime
parla di come sia possibile riuscire a tagliare i fili che ci hanno reso marionette
parla della possibilità di rendersi conto di vivere in un mondo malato
parla dell'amore che supera ogni cosa, un amore che non doveva nascere perchè la sceneggiatura non lo prevedeva
eppure nasce perchè questo è questo sentimento, qualcosa che nasce spontaneamente
e parla della possibilità di uscire da un plagio, tornare ad esser sè stessi
parla della possibilità di prendere una barca e affrontare quel mare
e fregarsene di temporali e tuoni, fregarsene di poter morire
perchè solo oltre quel mare c'è possibilità di salvarsi
parla di una prua che tocca un fondale con un piccolo rumore che rimbomba però nella storia del cinema
e di un uomo che sale le scalette di un cielo dipinto, e non è il dipinto di un pittore virtuoso, ma quello di un Dio-uomo che ti ha rubato la vita

e parla di un saluto

"casomai non vi rivedessi

buon pomeriggio
(lei che mi guarda in biblioteca come nessun'altro mi guardava)

buonasera
(lei che mi urla sulla spiaggia che niente, tranne io e lei, è vero)

e buonanotte
(lei, la ragazza che prima fu comparsa, poi collage e ora vita vera)

...già"

e un inchino
e le spalle rivolte per sempre a quello schifo
e un entrare nel buio, un buio mai stato più luminoso


3.6.18

Recensione: "Annientamento" - Su Netflix - 11 -

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L'opera seconda di Garland è, per quanto mi riguarda, una conferma del regista che esordì con Ex Machina.
Un film di fantascienza che preso solo per quello che mostra può risultare poco coinvolgente e abbastanza monocorde.
Bisognerebbe invece capire quello che in realtà Annientamento è, ovvero un grande film metafora su un qualcosa di molto doloroso e intimo.
Una volta individuato questo si potrà vivere il film in tutt'altra maniera

grandi spoiler dopo ultima immagine

Anche quando non vuoi sapere niente su un film capita, specie sui social e specie per le produzioni Netflix (che c'è gente che sembra vedere solo le serie che hanno lì e i nuovi film che escono lì), dicevo, anche quando non vuoi saper niente su un film sei spesso bombardato dai giudizi. E quelli su Annientamento erano, perlopiù, annientanti.
Orribile, una cacata, non succede nulla, fino a dei diretti "Giusè, non lo vedè, fidati"
Io, come al solito pe sbaglio -deciso un minuto prima- l'ho visto.
E, insomma, me sa che ho visto n'altro film.
Annientamento è l'opera seconda di quel Garland che esordì col botto con Ex Machina.
Credo che Garland si sia tranquillamente confermato e che i due film abbiamo un valore molto simile.
In realtà sono due film assimilabili per molte più cose, una su tutti quella più importante, ovvero l'uso della fantascienza per parlare di noi.
Ma se in Ex Machina le tematiche erano quasi esplicitate, in Annientamento una visione superficiale potrebbe non trovarne nessuna di importante quando invece, caspita, siamo davanti al vero punto di forza del film per me.

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Lena è una giovane biologa con un passato nell'esercito.
(Ah, dico subito una cosa. Stamattina volevo vedere quanto il film fosse fedele al libro da cui è tratto (che non conoscevo). Beh, a leggere la trama di Wikipedia i cambiamenti fatti da Garland in sceneggiatura sono giganteschi e questo va ancora di più a merito del film e della sua scrittura.)
Anche suo marito fa parte dell'esercito, marito che non torna da un anno, tanto che lei, pur amandolo molto, lo dà ormai per morto e, anche se in una sola occasione, lo tradisce (qui ricorda molto il bel Brothers).
Lui invece torna, quasi catatonico. Lena scopre che è stato in una missione molto particolare, segreta.

1.6.18

Recensione: "Cargo" (2018) - Su Netflix - 10 -

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L'ennesimo buon prodotto Netflix (mai troppo brutti mai belli come gli indipendenti).
Tratto dal famosissimo corto omonimo, Cargo è un film che ha il grande pregio di privilegiare l'aspetto umano a quello spettacolare che il genere (un virus movie post apocalittico) avrebbe potuto suggerire.
Il problema è che proprio in questo pregio nasconde il suo difetto, non riuscendo mai, se non nel finale, veramente ad emozionare o colpire.
Un prodotto molto onesto, da apprezzare

presenti spoiler

In principio ci fu un corto, diventato ormai nel mondo un cult.
Un corto bellissimo tra l'altro, questo


Come mi è successo per Dark/The Silence, anche qui scopro una cosa per caso (accidenti a me che non mi informo mai su nulla).
Cerco la locandina per questo post, ne trovo una molto bella, controllo che i registi siano giusti -lo sono- e la porto qua. Però non vedo il nome di Martin Freeman, non solo l'attore più famoso del film ma anche l'assoluto protagonista. Insomma, controllo meglio e mi accorgo che il poster che avevo preso era del corto, non del film. Solo così, per caso, 2 minuti prima di scrivere, scopro che i registi del lungometraggio sono gli stessi del corto. Meglio, almeno si possono evitare righe su righe a dire "eh, questi hanno preso un gran corto e l'hanno rovinato, stronzi".
No, sono gli stessi registi e quindi in questo senso la nostra anima è in pace, nel bene o nel male hanno fatto tutto da soli.

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Diciamoci la verità, il corto era PERFETTO così com'era ma allo stesso tempo era anche...perfetto per poter diventare film.
Questo perchè comincia in medias res e finisce quasi... in medias res. Tutto quello che c'è stato prima non si sa, tutto quello che verrà dopo neanche, è come se fossero 3,4 sequenze di un film. E questa è una cosa insolita per un corto la cui - di solito- regola aurea è avere un inizio, uno svolgimento e una fine, molto più dei lunghi.
In ogni caso i registi trasportano in questo Cargo tutti gli elementi cardine del corto.
L'incidente identico, la morte della moglie "infetta", lei che lo morde, lui che prende la figlioletta e inizia a cercare un posto dove portarla (visto che ormai è infetto pure lui), addirittura la casetta con la festa di compleanno.
E, se non sbaglio, la bimba si chiama allo stesso modo.

29.5.18

Recensione: "Dark" - Le Serie tv de Il buio in sala - 17 -

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Una grande serie tedesca che prende il meglio da tante altre produzioni, da Lost a It, da Les Revenants a Twin Peaks, e ci racconta la storia di una cittadina dove, ciclicamente, accadono cose terribili.
Fantascienza cerebrale, loop temporali, collassi di epoche. Ma anche una serie di luoghi, di volti, di segreti, di domande e di risposte impossibili.
Bellissima

presenti spoiler

Mamma mia che casino...
Parto con una curiosità e una convinzione.
La curiosità è che mentre vedevo Dark m'era venuto in mente un film che avevo visto non da tanto, The Silence (che, altra coincidenza, è un film a cui sono molto legato).
Vedo la storia di questi bambini scomparsi, di due temporalità, del paesino. E so che la serie, come anche quel film, è tedesca. Ieri mattina, quando ancora mi mancavano due puntate -viste poi la sera- sono andato a vedere chi fosse il regista di Dark.
Ed era quello di The Silence, incredibile. Un brivido freddo lungo la schiena.
Ora non dico a tutti di andarsi a vedere quel film, primo perchè so che tra tutti quelli che hanno visto Dark un buon 70% sono amanti quasi esclusivamente di serie tv, l'altra perchè pur con un soggetto iniziale molto simile (dei bambini scomparsi e uccisi in diverse temporalità) le due opere non hanno niente in comune (a parte alcune inquadrature, splendide, come le stradine che attraversano campi e boschi), visto che dove una è una serie tv di fantascienza molto complessa l'altro è invece un essiccato drammatico thriller di grande dolore e verosimiglianza.
Ora la convinzione. 
Sono sicuro che il regista abbia visto Lost (di cui Dark riprende il 50% del suo materiale, inutile a negarlo. Poi ce sarà anche gente che dirà che Dark è superiore. Vi dico da adesso che manco me interessa affrontà la questione, va bene così).
Ed è innegabile come Dark riprenda quasi fedelmente una delle puntate storiche di Lost, ovvero L'Incidente.
Tutti i collassi temporali, tutto il discorso sulla possibilità o no di cambiare il futuro, addirittura il discorso che è il futuro che può condizionare il passato e non viceversa e, come firma finale, anche qua "l'incidente", ovvero lo scoppio alla centrale nucleare.
Anzi, proprio il finale di Dark, con quel tentativo dello Jonas adulto di far terminare tutto nella grotta ci viene detto che, invece, sarà proprio ciò che farà cominciare tutto. Come L'Incidente, anche qua.
Ed è impossibile non richiamare la Dharma quando vedi alcune comportamenti e segreti della centrale nucleare.
Oppure la botola...
Ma del resto Dark è una serie molto citazionista, una splendida opera che ha saputo prendere il meglio da tante cose.

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C'è molto di It, moltissimo, vedi la caverna stile Barren, il fatto che ciclicamente (su It mi pare ogni 27 anni, qui 33) accada qualcosa di terribile nella cittadina (con bambini protagonisti) fino ad arrivare ad omaggi espliciti come l'accappatoio giallo.
Ma c'è anche sentore della bella Les Revenants, serie francese anch'essa ambientata in un paesino dove passato e presente, morte e vita, si confondevano.
E c'è Twin Peaks nell'atmosfera generale, in questo paese di silenzi e segreti, dove dei fatti di cronaca nera creano un manto gigantesco sulla cittadina.
Di Twin Peaks io c'ho visto anche questo dare spazio a dei luoghi simbolo, tanto da creare piccoli microcosmi. Qua c'è la stazione di polizia, la piccola baita, l'hotel quasi abbandonato, la centrale, il bosco. Insomma, quasi delle location autonome che diventano esse stesse personaggi.

24.5.18

I Corti de Il Buio in Sala - 19 - Tre proposte di "amici"




CANTI DELLA FORCA

Avevamo già incontrato Stefano Bessoni agli albori del blog con l'imperfetto ma tanto tanto umile e pieno d'amore per il proprio lavoro Imago Mortis.
E ora dopo circa 7,8 anni, su segnalazione del grande amico Tommaso Ferrero (se ho capito bene allievo di Bessoni) ritrovo un autore che, ancora una volta, mi trasmette una grandissima passione e un amore sconfinato per le cose che fa.
Canti della Forca è un ibrido tra la stop motion e il live action, un'opera fortemente metacinematografica perchè racconta e mostra anche tutta la parte creativa (la lettura, la scrittura, il disegno dei personaggi).
In questo mi ha ricordato anche un certo Nichetti.
Una specie fiaba gotica che, ovviamente, ricorda tanto Burton o altri esponenti recenti di tale tecnica (penso a Boxtrolls).
Disegni bellissimi, pupazzi lo stesso, filastrocche orecchiabili e piacevolissime.
E' il racconto di alcuni strambi personaggi, accomunati dall'esser stati impiccati.

Musiche originali notevolissime e un finale molto malinconico che al tempo stesso pare un voler raccontare il diventare tutt'uno con i propri personaggi ma, fors'anche, una triste metafora della condizione di alcuni tipi di artisti, come Bessoni




SELVAGGIO DESERTO

Indovinate di chi è questo corto?
Nientepopodimeno che del grande Giorgio Neri, il curatore in questo blog della rubrica malata Boarding House.
E solo così, estreamamente malato, poteva esse il suo corto.
Lui lo definisce il trait d'union tra il vecchio e il nuovo Maniac (vedere la citazione del nome dell'attore...).
Quello che è certo è che Giorgio omaggia quel mondo che, forse, nessuno conosce bene come lui in Italia. Un corto che ritrae una persona disturbata, un degrado fisico, ambientale e morale, un misogino in preda ai suo vaneggianti e violentissimi attacchi contro le donne (voice oggi notevole).
Giorgio alterna molte immagini statiche, molti dettagli a qualche movimento di macchina più mosso. Tutto quello che vedrete ricorda tantissimo i film visti da Giorgio, il suo background.
Un film di solitudine, malattia, buio esterno ed interno.
Con una sequenza finale secondo me riuscitissima, questo mix tra la quotidianità del vivere e il "pensiero laterale" dell'omicidio

Bravo amico

(ma nella realtà non sei così vero?)





SETE RIMANE SETE

Bellissimo.
Diretto (insieme ad altri) dall'amico Nicola Pertino, Sete Rimane Sete è un piccolo viaggio esistenziale di straordinaria forza visiva e, forse a causa di alcune vicende personali, di grandissimo impatto per me.
La fine di un amore non accettato, la voice off di una donna che manda messaggi vocali a lui che non c'è più.
Tutto questo sopra immagini di qualcosa che ormai è finito, deserti, scheletri, scogliere spoglie, polvere, ruggine, tronchi d'albero mangiati da formiche, edifici distrutti, detriti, ruderi, vetri rotti, muri scrostati, fratture nel suolo.
Un'incredibile sequela di immagini di abbandono, di resti di qualcosa che ora non c'è più, di piccola morte.
Un film che è un sommesso ma perentorio e deciso grido d'amore, un non accettare l'abbandono, un sentirsi prosciugati come un frigo spento lasciato a perder acqua.

"Vaffanculo te e la libertà"
Stupendo









22.5.18

Recensione: "Kaili Blues" - Perle d'Oriente - 1 -

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Comincio una nuova rubrica, sui film orientali. In realtà per adesso questo è il numero 1 ma conto piano piano di recuperare tutte le vecchie recensioni scritte in questi anni su questo tipo di cinema. Creerò una sezione da inserire insieme alle altre, sotto al titolo del blog. Con calma ;)

Un'opera d'arte di un 26enne cinese.
Un film apparentemente lineare, povero e monotono che nasconde invece un'incredibile, vorticoso, onirico viaggio nello spazio e nel tempo.
Con un piano sequenza di 41 minuti che per realizzazione e significato piomba di diritto nella storia recente del cinema.
Un film facile e inutile se non avete voglia di faticarci dentro, bellissimo e unico se proverete a farlo

disponibile nel Guardaroba de Il buio in sala

 Qualcosa che non avevo mai visto prima.
Se in questo momento mi chiedeste di consigliarvi un film tipo Kaili Blues probabilmente direi che non ne esistono. In realtà sì, e l'avrò pure visto qualcuno, ma al momento ho questa sensazione, l'esser davanti a qualcosa di unico.
Sarà difficilissimo spiegarmi, ma ci provo.
Innanzitutto credo che poche volte come in questo caso sia assolutamente necessaria una seconda visione (io, ammetto, due-tre scene me le sono riviste). Perchè a me stanno venendo ogni 5 minuti nuove interpretazioni, nuove suggestioni e, sono sicuro, una seconda visione mi permetterebbe di confermarne tante (evviva! sono intelligentissimo!), smentirne altre (nooo, avevo proprio pensato una cazzata) e magari tirarne fuori altre ancora (e che palle, c'era anche questo?).

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In realtà Kaili Blues è un film apparentemente facilissimo.
E' un film che dipende TOTALMENTE dallo spettatore. Se volete limitarvi alla superficie non troverete praticamente niente, se non un'opera fortemente realista (anche se con un paio di inserti strani e surreali) e dalla trama monotona e banale.
Se invece avrete voglia di andare oltre, se avrete voglia di concentrarvi in ogni nome che viene detto, in ogni gesto compiuto, in ogni oggetto che ricompare e in ogni tragitto fatto dai personaggi, beh, allora vi troverete davanti un gioiello.
Siamo in una remota regione cinese, in un'ambientazione che pare uscita più dai libri di Dostoevskj e Gogol che dall'Oriente.
Ambienti poverissimi, degradati, essenziali, cantieri o edifici non terminati ovunque (ma del resto il non terminato, il non funzionante, sarà fil rouge).
Lo stesso studio medico dove lavora il nostro protagonista è una bettola sporca e non accogliente.
Questo protagonista, Chen, ha un fratellastro fancazzista, giocatore d'azzardo e sfaticato. E' padre però, di un bimbo vitale e un filo strano, Weiwei.
Un giorno Chen scopre che il suo fratellastro ha venduto il figlio. Parte allora per cercarlo. A quel punto anche la sua collega, un anzianissimo medico, gli chiede di andare a cercare il suo vecchio amante -che dovrebbe essere nello stesso paese dove il bambino è stato venduto- per consegnargli alcuni oggetti.
Chen parte quindi per una doppia ricerca.
Alla regia un 26enne.
E quello che questo 26enne è riuscito a creare è un qualcosa di una sensibilità di sguardo, di mano e d'intelletto davvero paurose.
Un film colto, difficile che si mostra come un qualcosa di basico e spoglio.
E invece Kaili Blues è un film dove ogni inquadratura, ogni oggetto, ogni frase, dovrebbe essere materia di analisi e di studio.
Dalla prima sequenza con quella tosse che diventa luce intermittente all'ultima.
Un film dalla regia pazzesca che porterà a 41 minuti che, personalmente, potrebbero essere i 40 minuti migliori di questo anno cinematografico.
In realtà per quasi tutta la prima ora lo spettatore più volte si perde tra nomi e fatti, più volte si annoia, più volte ha la sensazione che sto film non vada mai avanti.
Seguiamo questi due fratelli, alcune piccole scene nello studio medico, qualche altra col bambino presente ma niente di più.