20.5.20

Recensione: "Tales from the loop" - Le Serie Tv de Il Buio in Sala - 19 -


Tales from the loop è una bella serie che parte da un soggetto affascinantissimo.
Siamo negli anni 80, in Ohio. Una comunità rurale che però convive con strutture fantascientifiche e robot. Questo perchè nel sottosuolo c'è il Loop, un grandissimo laboratorio di ricerca dove l'uomo tenta di portare le proprie conoscenze scientifiche a livelli mai visti prima.
Una serie bella da vedere (ispirata a dei "quadri "stupendi), a tratti emozionante, molto interessante nei primi episodi (quelli più "morali") ma che ha problemi di scrittura, è troppo slegata, piena di errori imperdonabili e, secondo me, tratta temi troppo ambiziosi in un modo un pò confuso e reticente.
Da vedere, ma un pizzico di delusione c'è.

presenti molti spoiler

Dopo un anno praticamente esatto torno a vedere una serie, ovviamente sempre corta, le uniche che riesco a finire.
Se l'anno scorso la "prescelta" fu Chernobyl, serie meravigliosa (misi 10) quest'anno non è andata bene allo stesso modo.
Intendiamoci, era impossibile raggiungere i livelli di quel capolavoro ma, non lo nascondo, un pochino di delusione l'ho provata lo stesso.

Ho scelto "Tales from the loop" perchè ero rimasto affascinato da alcune immagini, immagini che poi nella maggior parte dei casi non appartenevano realmente alla serie ma erano le meravigliose opere realizzate dallo svedese Stalenhag, opere a cui la serie si è ispirata.
Sapete che questo non è un blog informativo quindi non dirò niente al riguardo ma, davvero, andate a vedere che ne vale la pena.

Stalenhag ambientò le opere nella sua Svezia, la serie le ha traslate in Ohio.
Per il resto è stato mantenuto perfettamente il "concept", ovvero abbinare un ambiente rurale con elementi robotici e fantascientifici.
Il fatto poi che tutto venga ambientato nel passato rende "Tales of the loop" una ucronia, ovvero un raccontare fatti non accaduti in un'epoca già passata.


La serie in questo è notevole, questa unione tra mondo contadino, di campagna, con  elementi fantascientifici o di robotica è splendido.
Tra l'altro il paradosso è che tutti questi elementi non vengono percepiti come futuristici ma, al contrario, appaiono vecchi, obsoleti, arrugginiti e abbandonati, quasi appartenenti ad un'epoca passata invece che coeva o futura.
Questo perchè in quella zona dell'Ohio più di 20 anni prima venne costruito il Loop, una specie di laboratorio sotterraneo dove vengono compiuti esperimenti scientifici completamente rivoluzionari.
(impossibile non ripensare alla botola e la Dharma di Lost)
Il Loop, nell'epoca del film, c'è ancora (sembra identica a quello che era la Perugina per Perugia negli anni 50-80, praticamente una fabbrica in cui lavora tutta la cittadina) ma tante delle sue creazioni appaiono come obsolete.
Quindi troveremo robot, strane strutture, strani oggetti sparsi nei boschi e nel paesaggio, oggetti appartenenti al passato del Loop.
A cosa esattamente serva questo Loop non ci viene spiegato ma di sicuro è qualcosa di rivoluzionario, con studi, ad esempio, sullo Spazio-Tempo e costruzioni di macchinari capaci di generare eventi "impossibili".
Su questi macchinari impossibili, specie nei primi 4 episodi, si baserà la trama della serie, una serie al tempo stesso costruita con eventi continuativi ma anche abbastanza antologica, con episodi slegati uno dall'altro (ma comunque tutti ambientati nel medesimo luogo).

Il problema di questa serie, prima di andarne ad analizzare pregi e tematiche è più d'uno.
Per prima cosa questa "slegatura" appare veramente troppo...slegata. Ci sono puntate con dei personaggi che poi spariscono completamente, altri che ritornano dopo che per episodi non ci veniva detto nulla.
Ma la non coerenza, purtroppo, sta anche in altre parti della sceneggiatura.
Ad esempio nelle prime 5 puntate c'è una nascosta ma molto affascinante linea comune, ovvero quella di ritrovarci davanti a piccole "opere morali" che insegnano che non dobbiamo mai andare oltre le leggi naturali dell'uomo.

Vediamoli.
Nel primo episodio andare "oltre" significherà scomparire e perdere per sempre gli affetti.
E significherà anche vivere una esperienza "sovrumana", quella di conoscere il sè stesso bambino.
E' davvero molto bello però che Loretta, la madre (una imbruttita Rebecca Hall), riuscirà a diventare migliore proprio quando la sè stessa bambina le racconterà che il suo amichetto (che poi in realtà è suo figlio) le ha detto di non avere una grande madre.
Ecco così che quell'incontro fantascientifico diventa invece un incontro con sè stessi, una presa di coscienza. Loretta sembra migliorare per un intervento esterno e invece no, è l'andare a fondo di sè stessa che la porta ad una nuova coscienza.

Nel secondo episodio il voler andare oltre l'umano porta invece ad uno scambio di corpi.
Scambio di corpi che avrà degli effetti tragici (anche abbastanza commoventi) e irreversibili.
Anche qua possono venire fuori concetti interessanti come il nostro essere disposti a vivere le vite d'altri.
Tra l'altro forse è l'unico episodio con un piccolo colpo di scena nel finale (davvero emozionante).



Nel terzo episodio invece il voler uscire dall' "umano" e lo sfruttare la tecnologia farà vivere ai protagonisti dei momenti bellissimi e solo "per loro" ma, alla fine, si sarà rivelato un'altra volta qualcosa di orribile e non naturale.
Il personaggio di lei è insopportabile, quello di lui fa veramente tenerezza.
Geniale la trovata, però, che lei abbia bloccato il tempo proprio mentre la madre era a letto con l'amante.

18.5.20

Recensione: "To Dust"


Un cantore ebreo perde la giovane moglie.
Non riesce a darsi pace.
Il motivo, però, è molto strano.
Non riesce a sopportare che il corpo della moglie possa decomporsi e diventare finalmente polvere in un tempo troppo lungo perchè, finchè ci sarà anche una sola piccola parte di lei, la sua anima non potrà avere pace.
Sembra la trama di un film horror e invece To Dust è un film tenerissimo, delicato, anche molto divertente a tratti.
Una straordinaria storia d'amore post mortem, una carezza.

film presente nel Guardaroba de Il Buio in Sala


All'inizio vedi quel corpo morto che viene pulito e ti dici che sì, sarà un incipit importante, quella persona che se ne è andata sarà sicuramente importante però dai, è semplicemente un incipit, niente di più.
Poi solo durante o a fine film ti renderai conto che quel corpo iniziale, bellissimo corpo tra l'altro, era "tutto" il film.
Non solo, in quella prima scena c'è l'unica volta in cui vedremo un lembo di pelle di Lei, Lei che è la protagonista assoluta del film anche se, nel film, alla fine nemmeno c'è.

To Dust è una incredibile storia d'amore in cui uno dei due innamorati è già morto.
Beh, direte voi, centinaia di film raccontano storie d'amore vissute attraverso il semplice ricordo di uno dei due, centinaia.
No, qui è diverso, qui l'amore non è nel ricordo, l'amore è adesso, ancora in qualche modo "fisico", ancora legato al corpo.
Shmuel, il nostro meraviglioso protagonista, non continua ad amare sua moglie ricordandola in vita ma è adesso, da morta, che vive per lei.

Spiegati meglio Giuseppe.
Ok.


To dust è la storia di un cantore ebreo (attenzione, il film è pieno di usanze, comportamenti, regole e "glossario" legati all'ebraismo, quindi chiedo scusa per qualsiasi errore, magari già questo) che non si dà pace.
Sua moglie è appena morta di tumore ed è stata seppellita.
Non si dà pace perchè deve assolutamente sapere quanto ci metterà quel corpo a decomporsi completamente, a diventare ossa e polvere (to dust) perchè finchè alcune parti saranno ancora "carne" l'anima della moglie non sarà libera, ma tormentata, legata ancora alla vita precedente.
Sembra quasi macabro ma, vi assicuro, il film è di grandissima dolcezza, tenerezza, rispetto.
Quest'uomo, padre di due figli, non riesce più a vivere, trascura tutti, si isola. Il pensiero che sua moglie morta non possa star bene (davvero struggente) lo tormenta.
E allora inizia ad indagare, e le sue indagini lo portano ad Albert, professore di biologia universitario.
Ne nascerà una stranissima coppia, deliziosa.

13.5.20

Recensione: "Favolacce"


Dopo La terra dell'Abbastanza i gemelli D'Innocenzo riescono a fare ancora meglio.
E lo fanno con un progetto molto diverso dall'opera prima (anche se parimenti dolorosa), coraggiosissimo.
Favolacce prende tutto il meglio degli ultimi 20 anni di cinematografia europea, grecia ed Haneke in primis.
Ne viene fuori un film cupo, senza speranza, con una tensione latente a tratti insostenibile.
Un film di famiglie romane, di padri sbagliati e figli incapaci di essere felici.
Un'opera che ha bisogno di più visioni per essere compresa fino in fondo.
Dolorosissima.

presenti spoiler, grandi dopo foto bimbo nell'acqua 


Siamo a Roma, Spinaceto.
La prima istantanea vede 3 famiglie a tavola.
Ci sono i genitori e i 4 bambini.
Nessuno di loro accenna un sorriso.
Una sta sempre zitta, un'altra viene raccontata dal padre come fosse un'handicappata di cui prendersi cura, gli altri due esibiti come trofei.
I voti in pagella sono tutti 10.
Eppure la bimba, mentre li legge, deglutisce più volte, fa fatica.

La seconda istantanea è una bimba che ha preso i pidocchi.
Viene fatta sedere su una sedia, le vengono tagliati i capelli, quei capelli che per le ragazze, specialmente se sono bimbe di 12 anni, significano tutto.
Lo sguardo della bimba è fermo, nessuna sofferenza, nessuna reazione.
Anche in questa seconda istantanea qualcuno deglutisce prima di parlare.E' il padre a farlo, dicendole "sei bellissima".

La terza istantanea è un bimbo che guida una automobile in un prato, a soli 12 anni.
E il padre orgoglioso che gli urla "Sei come me! Sììì! Sei come me!".
Figli che devono essere uguali ai padri.
E ci spostiamo un attimo più avanti, con gli stessi soggetti di questa terza istantanea.
Padre e figlio camminano verso gli ospiti che stanno arrivando.
La camminata è la stessa, identica.
Sei come me.

La quarta è un ragazzino che dice ad una neomadre poco più che adolescente:

"Sei sicura di volere fare un figlio?"

La quinta, forse una delle più nascoste ma anche più significative, è quel padre che toglie dalla mano del figlio il regalo gommoso che gli avevano appena regalato.

"Ma che è sta schifezza, butta via"

A quel bimbo per la prima volta era stato regalato qualcosa, ed era successo nel loro mondo, in quello dei bimbi. Ma un secondo dopo torna nel mondo dei grandi, di quelli che dei segreti e delle magie dei piccoli se ne infischiano, nemmeno le guardano.

"Ma che è sta schifezza"

Sono solo 5 tra le decine di scene che potremmo prendere da questo gioiello italiano, senza dubbio uno dei pezzi più belli usciti fuori dalla nostra cinematografia in tempi recenti.
Cinque scene prese a caso ma che dentro hanno tutto quello che ci basta.
Eppure serve una seconda visione per cogliere tutto (io ne ho fatte due consecutive), una seconda visione per capire tante scene che, durante la prima, ci passavano davanti sì comunque significative ma in qualche modo nascoste.
Del resto la voce narrante ce lo aveva detto, quello che aveva trovato era uno scritto potente ma anche reticente, in cui quello che non viene detto sembra ancora più forte e doloroso di quello che è scritto nella carta.
Ecco, nel film avviene la stessa cosa, quella reticenza sono le sensazioni che dobbiamo avvertire sotto le immagini, quelle che solo una seconda visione, una volta visto come finisce il film, ci possono regalare e leggere.

Favolacce è un film coraggiosissimo, un raro esempio di cinema italiano maledetto, cupo, privo di speranza, fastidioso.
Ha dentro tutto il più grande cinema europeo degli ultimi 20 anni, quel cinema di silenzi, tragedie trattenute, ambienti malsani, famiglie senza amore, tensioni.
Favolacce è la vera risposta italiana al cinema greco degli ultimi 15 anni, impossibile non scorgervi, tra gli altri, Dogtooth, Miss Violence, Luton.
Ma è anche un film completamente hanekiano tanto che, ad esempio, Il Settimo Continente è richiamato a gran forza.
E fortissimo anche il richiamo a Il Nastro Bianco, bambini non amati, ribelli, che prendono le distanze dal mondo degli adulti e sono pronti a vendicarsi.
Non c'è gioia in Favolacce, non ci sono scappatoie, la coltre nera che tutto copre (splendida la locandina) è inestirpabile.
Quello che più fa paura è che quello che noi capiamo solo verso la fine del film i bambini lo hanno sempre saputo.
Sin dalla prima inquadratura quelli erano bimbi lucidi, consapevoli di tutto, pronti alla fine.
E' proprio questo incredibile distacco tra i bambini e adulti a fare impressione.
I primi sono intelligenti (anzi, forse troppo intelligenti, tanto che quei 10 a scuola sono come un preannunciare capacità nascoste), sensibili, maturi, lucidi.
I secondi, i genitori, sono narcisisti patologici, immaturi, cattivi, egoisti, incapaci di rendersi conto dei danni permanenti che stanno procurando ai proprio figli.
Nel migliore dei casi, vedi le madri, sono esseri succubi dei padri. Forse in loro c'era ancora una sorta di amore ma il loro ruolo è defilato e di impossibile contrasto all'autorità paterna.
In una scena emblematica, quella del rischio strozzamento a cena, la madre accuserà il figlio di aver fatto piangere il padre, ribaltando la situazione.
Tra l'altro il padre aveva pianto per finta, per schernire. 
Scena perfetta per dimostrare come quella madre sia "sotto ipnosi".
E da quella ipnosi si sveglierà nel modo più tragico, con delle urla che ancora mi tormentano.



I gesti dei padri sono sempre nervosi, ed in questo gli attori sono formidabili. Sono un fascio di nervi, sono ipocriti corpi che cercano di stare composti e invece dentro ribollono, sempre.
In realtà un padre che ama il figlio sembra esserci, quello di Geremia, un bimbo che già dal nome, assurdo ed orribile, era destinato a star da solo.
Questo è un padre diverso dagli altri, immaturo, di scarsissima intelligenza, che ha come unico problema quello di trasformare l'amore per suo figlio (presente) nell'amore verso sè stesso.
Te paresse poco... 

Se iniziamo a vedere i due film dei fratelli D'Innocenzo è impossibile non notare questa  loro visione incredibilmente negativa dei padri.
Ovviamente non ci azzardiamo a tirar fuori nessuna conclusione, ma i due fratelli ci hanno raccontato solo padri terribili. A volte non cattivi (non lo era nemmeno Max Tortora nel primo film) ma sempre sbagliati, sempre immaturi, sempre inadeguati al proprio ruolo.

Visto che mi sono ritrovato a parlare dei due film come "coppia" notiamo anche come i D'Innocenzo facciano morire "tutti" i buoni, tutti gli innocenti, tutti i protagonisti principali.
Per questo dico che i loro film sono "oggetti alieni" quasi sconosciuti da noi, ma figli della cinematografia europea decadente di questi ultimi 20 anni.
Spero con tutto il cuore che prossimamente i due fratelli possano aggiungere luce nei loro film, speranza, vita. E' vero che ci sono registi che hanno fatto un'intera carriera senza mai mostrare una luce (Trier ed Haneke, ad esempio) ma i D'Innocenzo sono giovani e, per il poco che ho conosciuto uno dei due, si sente un entusiasmo, una voglia di vivere, un vitalismo poetico che prima o poi dovrà per forza portare a togliere tutto quel nero.

Se possibile il difetto di Favolacce è proprio questo, l'incredibile tristezza, l'assoluta incapacità di una via di fuga.
Ma i fratelli si "salvano" raccontando il film come una favola che, come da prassi, può risultare esagerata rispetto alla realtà.
La voce fuori campo lo dice, si scusa anche, ed è come se gli stessi due registi si scusassero con noi per averci messo davanti un quadro così cupo e terribile.
E allora avviene quello che, guarda caso, avvenne in Funny Games, la voice over ci dice "dai, ricominciamo da zero", come se volesse rimandare indietro il nastro e cancellare tutto l'orrore che avevamo visto.
Ma niente, i due uomini sul divano sentiranno la stessa notizia che la famiglia di Germano sentì nella prima scena del film.
Insomma, in una sorta di paradosso temporale (il film finisce con il suo inizio) capiamo che no, anche uscendo dalle favole brutte, anche provando a raccontare altro, la realtà è sempre quella.
Anzi, stavolta ci vengono mostrate anche le immagini di quella tragedia famigliare.
E in quelle immagini c'era una coppia che avevamo conosciuto, forse gli unici "buoni" che sembravano essere scampati al massacro.
No, non c'è via d'uscita, anzi, è tutto peggio di prima.

Il film non ha difetti e, se li ha, sono quelli di non poter essere compreso immediatamente.
In realtà ci sono dei problemi di dizione in alcuni momenti che rendono difficile la fruizione.
Peccato che ciò ad esempio accada in una scena, quella sul bus, che ci rivela un fatto molto importante, quello della bomba.



Di film di insopprimibili dolori, di vite tristi e senza obiettivi, di prigioni famigliari e voglia di farla finita per incapacità non tanto di non avere un futuro ma per completa disconoscenza del bello della vita, ne abbiamo visti tanti.
Molto spesso, però, riguardavano adolescenti (un titolo recente su tutti, Bridgend).
 E anche in questo Favolacce dimostra il suo coraggio, nel portare quella soglia addirittura ai 12 anni, come se alcune consapevolezze puoi raggiungerle anche molto prima. Non è un caso che i suoi bambini siano molto intelligenti perchè solo una spiccata intelligenza e sensibilità può portarti a quell'età al desiderio di morire.
Questa mia frase è scomoda e pare un ossimoro, ma tant'è.

E se la prima idea era quella dell'esplosione, con la costruzione delle bombe poi scoperte, i bimbi pensano poi quasi al contrario, ovvero ad una implosione, al morire dal di dentro, soltanto loro, lasciando che il mondo prosegua.
Ed entrambe le idee, sia quella distruttiva che il suicidio, sono arrivate a loro dallo stesso professore (attore superbo per me) che, è evidente, è "uno di loro" - intelligente e tremendamente solo - che ha avuto la (s)fortuna di diventare adulto.
Ed è una chicca di sceneggiatura che il metodo del suicidio venga dato dal professore durante la sua ultima lezione (lo capiamo perchè è vestito uguale alla scena del licenziamento).
Se ne andrà via ma, andandosene via, darà suggerimenti sull'andarsene via per sempre.
E i bambini, quasi come un The Invitation, sceglieranno di farlo tutti insieme (molto bella la scena di quel padre - che non avevamo visto quasi mai - che bussa alla figlia ma non ha il coraggio di entrare dopo aver sentito le urla nelle altre case).

Gli attori sono tutti eccellenti, ancora una volta i D'Innocenzo si dimostrano perfetti nello sceglierli e dirigerli (molto particolare che almeno 4 attori abbiano lo stesso taglio di occhi, occhi molto distanti tra loro, un pò come vedemmo in Corpo e Anima, anche se lì c'era l'identificazione con le mucche).

La regia è molto diversa da quella secca e nascosta de La Terra dell'Abbastanza. Stavolta i fratelli, a ricordare che sempre in una favola potremmo essere, girano sequenze luminose, altre liriche (i bimbi che si fanno i gavettoni), giocano con le inquadrature (stupenda la scena del barbecue in campo lungo. Ma chi li spia dalla finestra?), sfruttano l'elemento acqua di continuo (gli appena citati gavettoni, il mare, il lago, la piscina), insomma ci regalano "anche" un film bellissimo da vedere.
Ma tutto questo brio è soltanto in alcuni significanti, mai nei personaggi.

Inutile dire che la scena che ci resterà più impressa è quella del suicidio.
Più che scena unica è un arcipelago di scene perfette.
I due bimbi che, di notte, vanno in cucina.
Quel loro guardarsi.
Lei, la bimba che per tutto il film, pur essendo la più piccola, ci è sembrata sempre la più lucida e matura, la più consapevole (ci dirà che quell'anno tornare a scuola non le dava più ansia, questo perchè aveva già deciso di non vivere più) comincia ad avere gli occhi lucidi.
E poi il capolavoro di Germano che scende e noi che guardiamo solo il suo agire, senza controcampo.
Quel suo vigliacco tornare a letto e mettersi giù è agghiacciante, un uomo che si è sempre dimostrato un despota e ora non ha il coraggio nemmeno di urlare o reagire alla morte dei figli, tanto merda si starà sentendo in quel momento.
Forse quel viso nel letto è il viso di una persona nuova, che solo ora si rende conto di tutto.
Ma il prezzo pagato è ormai troppo alto.
E poi quella madre fuori campo, le urla.
Come detto sopra solo in quel momento è tornata la madre che, forse, avrebbe potuto sempre essere senza quel marito.
Ma è troppo tardi anche per lei.

Sono morti tutti questi bimbi troppo cresciuti, bimbi che per colpa di genitori sbagliati già conoscevano il sesso (tenerissima la scena di loro al lago, inquietante quella del preservativo pronto per l'incontro al morbillo), bimbi che non hanno mai sentito amore, che non sono mai riusciti veramente a sentirsi felici, bimbi costretti ad interpretare ruoli, prendere bei voti, somigliare ai padri, senza poter mai vivere il segreto e la magia della loro età.

Un film terribile che vorremmo fosse solo una favola ma che non lo è.
Un film dove l'unico momento di felicità e spensieratezza è quello di una coppia che sta parlando di una canzone e poi quella canzone, incredibilmente, parte proprio in quel momento, nel locale dove sono.

Un film dove la felicità può essere solo una coincidenza


11.5.20

Tutto il mondo de Il Buio in Sala


Io dò sempre per scontato che chiunque segue Il Buio in Sala conosca anche il Guardaroba.
Magari non c'è dentro perchè non ha facebook o non gli frega una sega ma, ecco, dò per scontato lo conosca.

Se non fosse così rispiego qua cos'è e vi parlo anche di tutte le altre cose che sono venute dopo.

Il Guardaroba, nato 3 anni e due mesi fa, è il gruppo facebook che ho inventato per poter condividere con i lettori tutti i film non distribuiti che vedo.
Molto spesso qui nel Buio in Sala trovate dei film che recensisco e ve dite:

"Ma do cazzo li ha visti?"

Ecco, dirvi come li ho visti conta poco, quel che conta è sapere che nel Guardaroba li trovate praticamente tutti.

CI tengo a dire che noi condividiamo solo film NON distribuiti perchè pensiamo che ogni fruizione legale (cinema, tv, piattaforme, dvd) sia quella da supportare in primis.
Per adesso ho presentato e condiviso 101 film.

Questo il link del Guardaroba

GUARDAROBA

Poi, circa due anni fa mi sono accorto che sempre più spesso capitava che i film che condividevo nel Guardaroba li sottotitolavamo direttamente noi (vari amici e collaboratori).
Allora, non contento, ho deciso di creare un altro gruppo, sempre su fb, dove condividere tutti i film che sottotitoliamo, Il Buio in Sala Sub Project.
Alcune volte i film li trovate sia nel Guardaroba che nel Project (quando li vedo anche io e mi piacciono molto) ma in questo secondo gruppo ci sono anche tanti altri titoli che io non ho mai visto ma che hanno comunque sottotitolato i "miei" ragazzi.

Questo il link del Sub Project

BUIO IN SALA SUB PROJECT

Poi, ancora non contento (non mi bastava Blog, pagina fb del blog (link) - che ha il quadruplo dei post del blog - Guardaroba e Sub Project)  3 mesi fa abbiamo deciso di portare anche tantissime cose su Telegram.

Ho creato 4 SPAZI (maremmamaiala).

Il primo, la pagina principale, è quella dove condivido i link dei nuovi film del Guardaroba, le recensioni di quei film, e qualsiasi altra recensione del Buio in Sala (film non del guardaroba, rubriche esterne)

questo il link

IL BUIO IN SALA E IL GUARDAROBA SU TELEGRAM

Poi ho voluto fare 3 gruppi.

Il primo è quello per chiacchierare semplicemente di cinema, questo


Poi c'è quello in cui carichiamo tutti i ripristini del Guardaroba (perchè i film che carichiamo durano una sola settimana, quindi li ricarichiamo su richiesta).
Tra l'altro in questo periodo stiamo ricaricando TUTTI e 101 i film, siamo arrivati al 56.
Questo il gruppo

RIPRISTINI GUARDAROBA SU TELEGRAM

Poi, per ultimo, il gruppo delle richieste, ovvero quello dove cerchiamo di trovarvi qualsiasi film introvabile e non distribuito cerchiate.

Questo il link

RICHIESTE GUARDAROBA SU TELEGRAM  


Vi giuro mi fermerò qua anche perchè poi c'è pure il raduno fisico.
Anche se c'è possibilità di un podcast "radio", ma vediamo.

Recensione:"I am a Ghost"


Un film fatto col niente (un'idea, un'attrice, una casa) che dimostra come ci voglia veramente poco a creare prodotti interessanti anche senza avere una lira (non c'è alcun effetto speciale ad esempio).
Una ragazza si aggira per casa.
Compie sempre gli stessi gesti, identici.
Sembra imprigionata in una routine "infernale".
In effetti è un fantasma (tranquilli, nessuno spoiler, basta il titolo...) e non potrà uscire da quel loop finchè non accetterà di esser morta e, soprattutto, come è morta.
Una sola attrice (diciamo due va), una voce - quella della Medium -  che la guida, per un film che non si inventa niente di nuovo ma riesce ad esser unico per come porta all'estremo idee già viste.
Un possibile cult

spoiler dopo immagine di lei al tavolo

Siccome dentro ognuno di noi che ama il cinema c'è sempre quel latente desiderio (leggasi sogno infranto) di realizzare o scrivere un film, ogni volta che mi capita davanti un'opera realizzata con una piccola idea, un attore e un luogo mi dico "Ma allora è possibile!".
Tra l'altro, spesso, quando questi film, che io chiamerei "da camera" o "garage movie", funzionano, sono meglio della stragrande maggioranza di pellicole a più alto budget.
Quindi, fino alla morte, difenderò sempre questa categoria.
Ora, intendiamoci, l'idea (anzi, le idee) alla base di "I am a ghost" non sono nuove, nessuna.
Ma il film è "bravissimo" a portarle all'estremo, ad attaccarsi come una cozza a loro senza aggiungere altra carne al fuoco.
E' come se 10 minuti canonici di altri film horror presi a caso qui siano satti espansi a 75 minuti.
E' come se degli aspetti generali qui siano stati visti al microscopio o con la lente di ingrandimento.



Emily è una ragazza, d'abito bianco anni 50 vestita, che si aggira per la sua casa.
Cucina uova al tegamino, si sveglia, va davanti lo specchio e dice "Oh god", si reca continuamente a fare spesa comprando sempre le stesse cose (anche se noi non vediamo niente del fuori) e alcune volte finisce nella camera della madre.
Così, la sua vita è un continuo ripetersi, tanto che uno spettatore impaziente nei primi 15 minuti rischia di sfracellarsi le palle.
Poi però scopriamo il segreto de Pulcinella.

Il titolo è "I am a ghost."
Questa è vestita in quella maniera.
La prima volta che la vediamo è eterea.
Quando esce de casa vediamo solo una porta dall'esterno che se chiude (bellissima scena), senza che esca anima...viva.

Insomma, sorbole, è un fantasma, incredibile!

Diciamocelo, un pochino la paura che quello dovesse essere il colpo di scena finale c'era, ma se fosse stato così sarebbe stato un disastro.
No, Emily è un fantasma, nessuna rivelazione finale.
Questo glielo fa capire una voce, una voce che sente solo nella stanza della madre.

Perchè la sente solo lì?
E chi è quella voce?

Tranquilli, anche qua il film non gioca con lo spettatore, sappiamo tutto subito.
Quella è la stanza dove Emily fu uccisa.

8.5.20

Recensione: "Mrs Fang" - BuioDoc 46


Mrs Fang sta per morire.
La macchina da presa è lì, ferma sul suo viso.
Intorno a lei chiasso e parenti.
Mrs Fang non è un film ma uno specchio.
Ognuno di noi è costretto a guardarcisi e rivedere i propri lutti, analizzarli, cercare di capire se c'è un modo migliore per andarsene o no, se c'è un modo migliore per assistere chi se ne va o no.
Questo il mio specchio


Un anno fa.
Sono con mia nonna all'ospedale.
Mi chiede un bicchiere d'acqua, si scusa

"Abbi pazienza Peppino se ti rompo l'anima"

Questo solo perchè in un'ora e mezza mi aveva chiesto due volte l'acqua.
La saluto, sta bene, abbiamo chiacchierato molto tranquillamente.
La mattina dopo ricevo un sms

"La nonna se ne è andata"

Erano passate solo 8-9 ore dal momento che l'avevo lasciata, la sera prima.
Non ci credo, mi sembra impossibile, mi dispero e vado all'ospedale.
Come capitò anche con l'altra mia nonna sono stato l'ultimo a vederla viva, tra tanti figli, tra tanti nipoti.
Un privilegio, una maledizione.
Vedo Mrs Fang e mi chiedo se avrei preferito che mia nonna vivesse molto di più in quell'ospedale per poi comunque morire.
Mi chiedo se avrei preferito vederla morente, ancora viva ma vicina alla fine, invece che passare il tempo di una notte dal vederla viva a morta.
Mai morente, viva o morta.
Mi chiedo se quegli infiniti giorni che i parenti di Mrs Fang l'hanno vista prossima a lasciarli siano un bene o no.
Se metabolizzare quello che sta succedendo sia un bene o no.
Se avere la fortuna di tenere la mano a chi se ne va sia un bene o no.
Se vedere che l'altra persona c'è sì fisicamente ma ormai non c'è quasi più mentalmente sia un bene o no.
Oppure se quella terribile notizia di mia nonna, completamente inaspettata, se quel modo di andarsene, sia invece preferibile, uno shock sì, ma almeno non hai visto tanta sofferenza, almeno non hai visto una persona morire, avrai solo ricordi di vita.
Questo non è un film da giudicare bello o brutto, da discuterne il valore artistico.
Questo film è uno specchio.
Vediamo Mrs Fang e siamo "obbligati" a vedere noi stessi, a rivivere le nostre esperienze di morte, siamo costretti a pensare a chi ci ha lasciato, a come ci ha lasciato.
Non esiste il Mrs Fang di tutti, quello oggettivo, esiste quello di Giuseppe ed esiste quello di ogni altro spettatore che lo vede.
E chi sto film lo scanserà o non ce la farà a vederlo o ha paura di guardarsi allo specchio o, semplicemente, nella vita per adesso è stato tanto fortunato.

La domanda da farsi, semmai, è se quello che vediamo sia "etico", se il cinema può arrivare a questo, se è giusto che una telecamera inquadri una persona morente in una serie di attimi in cui ognuno può essere quello ultimo.

Mrs Fang 8 mesi prima era una donna in salute e in carne.
Poi la vediamo a letto, magrissima, la bocca quasi sbarrata, gli occhi vivi ma che paiono inconsapevoli, quasi immobili, vivi ma senza reazioni.
I suoi parenti la spostano sul letto, le danno da bere con cannucce, parlano di lei, le dormono vicino.
Alcuni parlano di cose futili, altri magari la vanno a trovare poco.
Lo spettatore giudicante troverà alcuni comportamenti come poco rispettosi o menefreghisti.
Io ne ho vissute di morti e anche io ogni tanto tornavo nel mio mondo, scherzavo, eliminavo la morte dalla testa e dalla vista.
Quei parenti siamo noi, tutti noi, noi che sappiamo dare molto amore e poi stacchiamo un pò, noi che al tempo stesso non vorremmo mai perdere i nostri cari ma, in queste situazioni, nella parte più nascosta del nostro cuore, speriamo non duri per sempre.
Mrs Fang è un film che ti mette de visu con la morte ma è forse il confronto coi vivi, con i suoi parenti, quello più diretto, quello che ci riguarda più di tutti.
Poi la macchina da presa torna sul volto della signora Fang e noi pensiamo se e quanto stia soffrendo, se e quanto sia consapevole, se e quanto voglia vivere o preferisca chiuderla qui.
Sono esseri superiori quelli che stanno per lasciare il mondo, specie se sono consapevoli, sono esseri vicini alla morte e quindi hanno un "potere" e una dimensione che noi non potremo mai capire.
O, almeno, non potremo capire fino a quel momento.
E io cercavo in quegli occhi una risposta.
Ma non la trovavo.
Intorno a lei c'è chiasso, qualcuno esce, altri vanno a pesca e in delle sequenze senza tempo e senza ritmo, sequenze che più divento grande più mi ammaliano, cercano di riportare a casa qualche pesce.
Quella canna che quando tocca l'acqua dà una scarica elettrica è ipnotizzante.
E' andata male oggi e i pochissimi pesci pescati sembrano piccoli signore Wang morenti sull'asfalto.
A volte, durante queste scene, ci sembra di trovarci in un altro film ma poi il viso di Mrs Fang ci torna addosso, sempre.
Alcune parti non sono nemmeno sottotitolate e ce ne freghiamo, perchè niente, nessun discorso alla fine è importante, è quel chiacchiericcio di cui parlava Jep Gambardella, sono solo quei rumori di fondo ad una scena Massima e atavica, l'unica cosa che conta.
Manca il nipote e qualcuno dice che la nonna non muore perchè senza di lui non se ne va.
C'è un comizio intorno a lei, sta meglio? sta peggio? supererà la notte?
Parlano quasi sempre gli uomini, uomini brutti con la maglietta sopra l'ombelico per il caldo.
Le donne sono sempre lì, silenziose, rispettose, loro sì vere accompagnatrici finali.
Poi si capisce che è arrivata la fine e succede un colpo di scena, se mai un documentario su una donna morente può avere un colpo di scena.
Wang Bing si allontana, va in fondo alla stanza, lascia la vicinanza a tutti i parenti.
Se qualcuno aveva dubbi di etica qui si prende un cazzotto in faccia.
E in un documentario in cui per almeno 30 minuti abbiamo visto solo il viso di Mrs Fang morente, invece, non la vedremo morire, malgrado siamo lì, nella stessa stanza.
Una donna di cui non abbiamo mai sentito la voce, nemmeno nella prima sequenza, quella dove stava bene.
La vita torna ad essere la stessa, gli uomini pescano.
Le nostre vite quasi sempre tornano ad essere le stesse quando un anziano ci lascia.
Non giudichiamo nessuno per favore, guardiamoci solo in questo specchio che Wang Bing ci mette davanti.

Ma non posso non ritornare al viso di Mrs Fang.
A ogni volta che stava per chiudere gli occhi.
Si dice che dormire sia un pò come morire.
E io, ogni volta, vedendosi chiudere quegli occhi, non capivo quale delle due stesse accadendo.
Buonanotte Mrs Fang.







6.5.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 5 - Recensione: "Wakefield" di Roberto Flauto


Quinto appuntamento con il nostro recensore poeta Roberto.
Wakefield? io mai sentito.
Voi?
Un'ottima occasione per andarlo a conoscere.
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Questa è la storia della catastrofe di Howard Wakafield.



Howard torna a casa.
La folla di un marciapiede, il silenzio delle voci, le luci della città.
Entra in stazione, sale sul treno, il paesaggio si frantuma nei riflessi sul vetro.
Il traffico, il lavoro, i documenti, il cellulare, le scadenze, la routine.
Il treno si ferma nel bel mezzo del nulla.
Anche Howard si ferma, nel bel nulla del mezzo del cammino della sua non vita.

Non ha risposto alle chiamate di Diana, sua moglie. Ora è sul vialetto, sta per entrare in casa, anche stasera è in ritardo, lei e le figlie sono già sedute a tavola per la cena. È stanco, sa che litigherà, non ne ha alcuna voglia. Poi accade qualcosa. Un procione attira la sua attenzione. Lui tenta di scacciarlo, ma l’animale fugge e si rintana nella soffitta sopra il suo garage, di fronte casa sua. Sale le scale, lo rincorre, poi lo trova e lo manda via. Ora è solo nella soffitta. E qui accade un’altra cosa. Si rende conto che dalla finestra ha una perfetta visuale della sua abitazione, che ha grandi vetrate. Osserva sua moglie, arrabbiatissima ormai, e decide, in quell’istante, di non rientrare a casa per la notte.

Inizia sempre con un attimo di buio. Ogni volta, passa inosservato, non ce ne accorgiamo mai. Comincia con una variazione impercettibile, come un alito di vento che sfiora le tempie. Quello è l’inizio del tornado che ti sconvolgerà l’esistenza. È impossibile accorgersi della sua nascita. Farà molto male. Fino alla fine. E sboccerai.
È la catastrofe.

Si sveglia di soprassalto. La soffitta è in disordine. Osserva sua moglie e le sue figlie. Valuta la possibilità di rientrare, ma lei di certo penserà che lui sia stato con un’altra donna. Non capirebbe la sequenza di scelte del tutto razionali che ha portato Howard a dormire nella piccola soffitta del suo garage. Allora aspetta. Rientrerà quando lei uscirà per andare a lavoro. Howard accenna un sorriso. I pensieri si rincorrono. Un procione gli passeggia nel cervello.

Entra in casa. Si lava, mangia qualcosa. È nella sua camera da letto, sul comodino c’è un taccuino, lo prende, sta per scrivere qualcosa, poi si ferma. In quel momento ha un’intuizione. Pulisce le tracce del suo passaggio, prende poche cose e torno nel suo nascondiglio. Si chiude nel suo mondo, in se stesso, non c’è posto per nessuno. Pensa a lei, a sua moglie. Ecco qual è stata la sua intuizione: «Diana ha sposato l’uomo sbagliato». Ora vede tutto in modo molto chiaro. Lei sta continuando la sua routine. Non è cambiato niente per lei. Vedi, Howard? La tua scomparsa non la sconvolge, anzi per lei è un sollievo che tu sia sparito. Ripensa al suo matrimonio, alla sua storia d’amore, a se stesso, alla sua famiglia. Rivede le immagini della sua esistenza che si affollano, in un turbinio di emozioni confuse, impenetrabili, insaziabili. Ripensa al rapporto con Diana, alla gelosia con cui condiscono i loro momenti di intimità, ai giochi di sguardi, alle provocazioni, al sesso, all’amore, all’odio, all’abitudine, ai giorni uguali, all’assenza. Si avvicina alla finestra. Sua moglie ha chiamato la polizia. Lui osserva le lacrime di quella donna che forse non ha mai amato veramente. Ed è di nuovo notte.



Dopo quell’attimo di buio, invisibile come una colomba nella neve, tutto resta uguale, ma il germe del divenire è già ovunque. Niente sarà più come dopo, perché quel dopo non ci sarà più. Si tratta di futuri abortiti, di deviazioni, di atomi di follia (e di follia di atomi). Si tratta di configurazioni inedite di tasselli primordiali, di nuovi meridiani (come direbbe Paul Celan). È la catastrofe che fa il suo corso, che fa la sua corsa, implacabile e poetica, come un procione affamato che scava tra i rifiuti.

Gli occhi di Howard cominciano a indossare un sguardo del tutto nuovo. A un certo punto, tra le sue infinite riflessioni, ci pone una domanda «chi non ha mai sentito l’impulso di sospendere la propria vita? Ve lo chiedo». Perché è esattamente questo ciò che lui ha fatto. Ha sospeso la sua vita, ha interrotto il fluire della sua esistenza. Pausa. Stop. Potrebbe essere la fine, lo sarà sicuramente. Non è un gioco: ha agito razionalmente, vorrebbe gridarlo in faccia a tutti coloro che ora stanno a casa sua, con la sua famiglia, i quali pensano che se ne sia andato, abbandonandoli. Ma lui è lì, è a pochi metri di distanza, passa più tempo con loro adesso di quanto abbia mai fatto prima. Si prende cura di loro, osserva le sue donne, le ri-conosce, le ri-scopre. Sua moglie, per esempio. Diana era la fidanzata del suo migliore amico, Dirk. Due amici, quasi fratelli, entrambi molto competitivi, e Howard trasforma anche questo in una sfida. Fa di tutto, e riesce a fare in modo, con la disonestà e la manipolazione, che il suo amico sbagli irrimediabilmente. Ora Diana è sua. L’ha conquistata, con l’inganno e la menzogna. A questo pensava quando rifletteva sul fatto che sua moglie avesse sposato l’uomo sbagliato («l’avrei mai voluta se non fosse stata la ragazza del mio migliore amico? È stata solo competizione?»). Lui non le ha dato scelta. La voleva, e non era propriamente amore. Ora lo ammette, lo riconosce. È stato un mostro. L’amore è un’altra cosa. L’amore è dare la possibilità di scegliere, di non essere scelti. Howard lo sa, eppure continua a manipolare sua moglie. La sua assenza è una presenza troppo ingombrante nella vita di Diana: sa che fino a quando lui resterà scomparso, lei non potrà ricominciare a frequentare un altro uomo, non senza lo stigma e gli occhi accusatori dei parenti, degli amici. La sua brama di controllo pulsa ancora molto forte. Si compiace di se stesso. «Sono ancora in possesso di mia moglie». Sparire in questo modo è stata una mossa di potere.
Ecco chi è Howard Wakafield.

5.5.20

L'inMubinologo, alla ricerca di perle nascoste su Mubi - 2 - Recensione: "A Russian Youth" - di Riccardo Simoncini


Secondo appuntamento con la nuovissima rubrica di Riccardo, quella che cerca di segnalarvi quali sono i migliori film presenti nella piattaforma Mubi (dei pochi in sub ita che ci sono).
Questo film sembra proprio una bomba...
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Disponibile su MUBI fino al 29 maggio (anche sottotitolato in italiano)
Presentato alla Berlinale 2019 nella sezione ‘Forum’.

(presenti spoiler dopo l’ultima immagine)

Non sono così pochi i registi nati sotto l’occhio magistrale di Aleksandr Sokurov, che in prima persona ha da sempre sostenuto i giovani autori, spesso producendo lui stesso le loro opere prime. Pensiamo al caso di Kantemir Balagov, che con soli due film (‘Tesnota’ e ‘Dylda’) ha già praticamente spiazzato a 28 anni intere filmografie di cineasti ormai affermati.
Ma c’è un altro giovane a cui dovremo sicuramente prestare attenzione: Alexander Zolotukhin, 31 anni. Un altro, come Balagov, che ha imparato ad interiorizzare gli insegnamenti del cinema russo passato e contemporaneo (di cui Sokurov è sicuramente un degno rappresentante), per partire e creare qualcosa di personale, nuovo ed inaspettato.
E questa sua opera prima di appena 72 minuti, ‘A Russian Youth’, ne è la testimonianza concreta.

Siamo nel vivo della Prima guerra mondiale. Alexey è un giovanissimo ragazzo. Quasi un bambino. Buttato in mezzo a quei campi di battaglia per servire l’Impero russo.
Ma Alexey di questo ne è contento.
E, fin dal nostro primo incontro con il suo viso innocente, rimaniamo ammaliati dal sentimento che lo pervade. Quello di diventare un grande soldato, utile alla patria nonostante la sua giovane età.
Lo affascinano le medaglie che vede sulle uniformi di chi lo circonda. Le loro forme e i loro colori. Le osserva, le contempla, vuole toccarle, per sentirle vere ed immaginare almeno per un momento di possederle.
È un giovane, come tanti, pieno di sogni e di ideali, forse un po’ incoscienti e un po’ astratti, ma tanto profondamente veri da riuscire a motivarlo nel suo credo e nelle sue azioni.
Un sogno che vede nella guerra e nel corpo militare la principale opportunità della propria realizzazione personale.
Un sogno, che capiamo, non appartiene solo ad Alexey. E nemmeno solo ai giovani dei primi anni del Novecento.
Sono valori ideali radicati nella cultura russa, che superano epoche e guerre.
E non è un caso che al World Press Photo 2019 (il più importante premio di fotogiornalismo al mondo), nella sezione dei progetti fotografici a lungo termine, abbia vinto un lavoro (che si può vedere qui) della fotografa Sarah Blesener che si concentra proprio sull’ideologia e il credo militarista come punti di forza attuali di molti programmi di educazione per giovani russi (e americani).
I sogni del singolo rimandano così ad un immenso sogno collettivo, culturale, senza tempo, che lega indissolubilmente passato, presente e futuro.



E di questa inscindibile connessione parla ‘A Russian Youth’.
Alle vicende del giovane Alexey si intervallano infatti quelle di un’orchestra dei nostri giorni che sta eseguendo due opere monumentali di Rachmaninov.
Le indicazioni e gli appunti tecnici del direttore d’orchestra si fondono con gli ordini degli ufficiali al fronte. È un montaggio che da alternato si fa integrato. Suonare una tromba, un violino, così come muovere le mani sulla tastiera di un pianoforte sono tutte azioni che riprendono direttamente le equivalenti militari di 100 anni prima.
Ogni soldato è come uno strumento, con il suo timbro e la sua voce, che deve trovare la sua intonazione perfetta sovrapponendosi agli altri in un grande schema di armonia.
È un mondo sospeso, senza tempo, dove il presente e il passato si riuniscono insieme, in una dimensione percettiva e sensoriale che diventa, come si vedrà, il pilastro portante di tutto il film.
Tra le opere eseguite dall’orchestra spicca quel Concerto per pianoforte n. 3, il cosiddetto ‘Rach 3’, che tanto ha ossessionato per difficoltà la vita del pianista David Helffgott, interpretato da Geoffrey Rush nel meraviglioso ‘Shine’.
Un’opera pianistica di virtuosistica difficoltà tecnica, tanto da essere considerata una delle più impegnative mai realizzate.
La resistenza, il tempo, il limite sottile che separa la razionalità dell’esecuzione dall’immaterialità dell’ascolto diventano ponte tra la Russia che era e la Russia che è oggi.