30.9.20

Recensione: "Unsane"



Un thriller psicologico di Soderbergh girato tutto con uno smartphone.
E, che dire, nel primo tempo si vola su piani alti, con un soggetto che richiama da morire Kafka (o, forse, ancora di più Buzzati).
La burocrazia che diventa un mostro informe, l'atmosfera che oscilla tra realtà e allucinazione.
Davvero bello.
Poi, però, il film inizia a prendere una forma non più ambigua e diventa un normale thriller, godibile ma niente di più.
peccato.

PRESENTI SPOILER

Davvero strano che se non fosse stato per il Contagion visto sotto lockdown (impossibile non vederlo in quel periodo) la mia frequentazione con Soderbergh si limitasse soltanto a Traffic e ad uno degli Ocean.
Tanto che, mancandomi gli altri 20-25 film che ha diretto, posso difficilmente capire il livello e la cifra di questo regista, visti i soli 4 film che ho visto spalmati in 20 anni, peraltro diversissimi tra loro.



Questo Unsane mi incuriosì sin dall'uscita più che altro per il fatto che, mi pare, fu girato interamente con un I-Phone. Tutto questo potrebbe portare a interessanti considerazioni, specie sulla "facilità" con la quale si può far cinema in questa nostra epoca e come anche con produzioni di bassissimo costo si possano raggiungere risultati pari a quelli del cinema "normale".
Non dico che arriviamo al concetto di "Tutti possono cucinare (girare)", la frase di Gusteau simbolo dello straordinario Ratatouoille, ma poco ci andiamo lontano.
E poi è sempre bello quando registi che raggiunsero l'Empireo in una fase della loro carriera (oltre a Soderbergh penso anche a Shyamalan) ad un certo punto abbiano avuto l'umiltà/necessità/costrizione di ripartire da tecniche cinematografiche così povere.
Shyamalan portò a un risultato per me molto grande, The Visit, Soderbergh per almeno un tempo mi ha fatto volare su quei livelli, per poi planare sensibilmente più in basso.

Unsane è un film che per almeno metà della sua durata ci regala atmosfere magnifiche, kafkiane, anche se so che l'aggettivo è molto abusato.
Non in questo caso però, perchè la nostra protagonista si ritrova in una surreale prigione burocratica e mentale (come tanti dei personaggi di Kafka).
La conosciamo all'inizio come una donna in affari che convive con dei grandissimi demoni, dovuti ad una precedente storia di stalking (sempre se vera).
Proprio per questo andrà a chiedere supporto psicologico, un colloquio, niente di più.
E invece si ritroverà in pochi minuti ricoverata in un'ospedale psichiatrico, senza sapere il perchè (davvero, Il Processo e Il Castello - oltre a numerosi racconti - sono richiamati moltissimo).
A pensarci bene direi che il riferimento più grande potrebbe essere addirittura il nostro Buzzati (che del resto sempre a Kafka viene accostato) e al suo celeberrimo racconto "Sette piani", quello dove un uomo entra in un ospedale per un banale controllo e poi, di lì, non uscirà mai più, senza che capisca mai il perchè di quello che sta accadendo.
Ecco, per almeno mezz'ora il film ha questa splendida atmosfera, resa ancora più insidiosa e interessante dal fatto che noi non riusciamo a capire quanto la storia dello stalking sia vera, se lo stalker sia veramente nell'ospedale dove Sawyer è ricoverata, o se tutto sia una completa follia e allucinazione della nostra ragazza (del resto il titolo e le varie locandine a questo rimandano).
Ecco, questi due elementi, il mostro invisibile della burocrazia e la possibilità che tutto quello che vediamo sia vero o falso mi stava portando a pensare che Unsane fosse veramente una chicca.
Poi, però, e non so assolutamente per quale motivo, il plot si svela subito.
Tutto diventa reale, ma non solo realistico o probabilmente reale, ma indiscutibilmente reale.
Si perde l'atmosfera allucinata e piombiamo in un thrillerino godibile ma che perde del tutto di "autorialità", intendendo con questa parola il saper scrivere, aggiungere cose sotto le righe, creare tematiche interessanti etc...

Anche la clinica nel primo tempo aveva acquisito una sua connotazione molto interessante, quasi fosse un istituto "malato" e indecifrabile. E niente, anche qui arriveremo a una banalizzazione del tutto, a una "spiegazione" di quello che fanno troppo realistica.


Tra l'altro le cose che non funzionano in questa seconda parte sono anche di più. Intanto il killer (inteso come attore) è per me un bamboccione improponibile. L'omicidio del ragazzo di colore è da horror di serie B, le dinamiche sembrano poco realistiche in generale (e non per il motivo di cui sopra, allucinazione o no, ma poco realistiche pur diventando realistico), lo scontro "finale" tra lo stalker e la ragazza ha pochissima tensione, lei poi che fugge dalla clinica e invece di scappare a gambe levate si mette dietro il silos appena fuori dalla porta mamma mia...
Tra l'altro non ho capito se quello che alla fine vediamo nel portabagagli è il corpo della madre. Beh, in quel caso non riesco veramente a capire, non l'aveva trovato e preso la polizia?
Ho apprezzato invece molto la figura della madre perchè anche nel primo ottimo tempo quella figura che faceva o diceva cose così sensate faceva da contraltare a quella sensazione che tutto in realtà non fosse reale e a tutti quei comportamenti apparentemente senza senso.
Per il resto mi è piaciuta questa regia da smartphone, ovviamente tutta incentrata su piani e campi molto stretti. Ho trovato davvero bravissima lei, Claire Foy, attrice che mi dicevano di talento, talento che confermo.
Un pochino macchietta e personaggio abbastanza insopportabile quello di Juno Temple invece.
Insomma, un discreto thriller che se non si banalizzava poteva veramente essere notevolissimo.

6.5


23.9.20

Recensione: Vitalina Varela"

 

Cinema respingente per lo spettatore se ce n'è uno.
Lentissimo, quasi tutto al buio, pieno di silenzi, attraversato da pochi e stanchi gesti.
Cinema radicale, che non fa concessioni.
Eppure è grande, grandissimo cinema, con una delle fotografie più belle viste questi anni, con una cura dell'inquadratura commovente, con un rispetto della dignità del dolore e del silenzio.
Perchè questo film non racconta solo dell'elaborazione del lutto di una donna ferita che ha perso il marito che l'ha abbandonata decenni fa.
No, questo film è il Lutto in persona, fatto della sua stessa materia.
Lento, doloroso, buio, dignitoso, silenzioso.

Finalmente, dopo 8 mesi (da Dylda?) sono tornato al Postmodernissimo (ho visto altri film in sala ma, mi pare, tutti multisala). E la cosa buffa è stata scoprire che il film che stavo per vedere, Vitalina Varela, fosse stato distribuito in Italia dallo stesso Postmodernissimo (primo film nella sua appena nata storia di distributore).
Che dire, mi sono trovato davanti un film unico, coraggiosissimo, radicale, un film che non potrei consigliare a nessuno, a parte le persone di cui conosco bene anche i ventricoli.
Perchè il film di Pedro Costa non fa nulla, ma veramente nulla, per lo spettatore.
Lentissimo, fatto di inquadrature fisse dilatate al massimo, avvolto nelle tenebre, parlato quasi mai, con al suo interno pochissimi e stanchi gesti, script quasi inesistente.
Se esiste un cinema respingente per lo spettatore medio è questo (ma, attenzione, Vitalina potrebbe mettere a dura prova anche chi mastica un cinema ricercato e lontano dalle masse).
Credo che esista una chiave di lettura molto semplice per poter amare questo film, ed è quello di capire cosa rappresenta.
Vitalina Varela non è un film sull'elaborazione del lutto.
Insomma, sì, lo è.
Ma non si limita a questo perchè Vitalina Varela non solo racconta di un lutto, Vitalina Varela è fatto della stessa materia del lutto.
Nero, lento, triste, silenzioso, doloroso, intimo.
Questo film è il Lutto fatto in celluloide, come se ogni aspetto di quel processo mentale fosse stato riportato, tecnicamente, nella pellicola.
Ed è per questo che non vedremo MAI la luce del sole (a parte due piccolissime scene, non a caso proprio quelle, ne parleremo), ed è per questo che ogni gesto sarà un gesto stanco e millenario, ed è per questo che non si parla quasi mai. Questo avviene molto spesso quando si perde qualcuno, si vive nella tenebra, si affronta la cosa, si lotta (che meraviglia quei monologhi-dialoghi di Vitalina col marito defunto), si ha l'umiltà del dolore.
Ed il film prende questi tempi, prende questi colori, prende questi silenzi.

Vitalina Varela (il personaggio principale) torna in Portogallo dopo tantissimi anni, mi pare 25.
Viene da Capo Verde, un meraviglioso stato insulare dell'Africa occidentale.
Torna perchè il marito è morto. 
Arriva dopo 3 giorni, ormai il corpo non c'è più, la cerimonia c'è già stata e non resta che una piccolissima casa che cade a pezzi.
Vitalina decide di fermarsi, affrontare il suo dolore e cercare un contatto con lui, quel marito che la lasciò decenni fa a Capo Verde.



Credo che siamo davanti ad una delle più belle fotografie di questi nostri tempi. Come dicevo prima non vedremo mai la luce del sole e quindi il film si svolgerà tutto in queste tenebre trafitte da poche, povere e sporadiche luci. Uscito dal cinema un mio amico le ha definite luci caravaggiesche, ecco, perfetto.
Ma a creare con queste luci dei veri e propri quadri ci pensano delle inquadrature magnifiche.
Ma prima dobbiamo parlare della location, per forza.
Ci troviamo a Lisbona (l'ho letto) ma in realtà è come se fossimo in un non-luogo, in un microcosmo a sè stante.
Casupole di cemento cadente, vicoli piccolissimi, scale (tanto che più volte mi sembrava un Escher), un senso di povertà infinito. Una specie di favela di cemento, un formicaio in cui, però, non ci sono operosissime formiche a viverlo, ma stanchissimi esseri umani che camminano quasi senza meta, entrano in casa, chiudono porte.
Questa location, il quasi assoluto buio, la scelta delle inquadrature (vi giuro che è la cosa più vicina all'espressionismo tedesco che ho visto questi anni per costruzione dell'inquadratura), le luci fioche ma meravigliose, tutto aiuta a creare un'atmosfera che raramente abbiamo visto al cinema.

20.9.20

Recensione: "La ragazza della porta accanto" (libro) - Passeggiate, il cinema della poesia - 10 - di Roberto Flauto


Alcuni anni fa vidi un film, La ragazza della porta accanto.
Narrava di una vicenda terribile.
Ne scrissi la recensione.
Poi, poco prima di pubblicare, andai su wikipedia a ricercare un'informazione. E scoprii che tutto quello che avevo visto non solo era successo veramente, ma era forse ancora più sconvolgente.
Mi sentii quasi "sporco" ad aver scritto di quel film, di quelle vicende, scoprendo poi che una ragazza aveva davvero subito tutto quello.
Cancellai la recensione, completamente, e la pubblicai bianca, senza nulla.
Un gesto istintivo, giusto o sbagliato che sia.
Adesso nel decimo appuntamento della sua rubrica Roberto ci parla del libro da cui fu tratto quel film. Lo farà, ne sono certo, con la sua grazia, delicatezza e sensibilità.
Vi lascio alla lettura

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Un ruscello scorre tranquillo.
L’aria è tiepida, quasi calda.
Si potrebbe perfino essere felici.
Il mondo si muove lento, non ha fretta, tutto è sfumatura di una perfezione che è possibile solo in certi istanti.
Non esiste equilibrio più delicato di quello sul quale cammina un bambino. Piccoli, sterminati passi. Quel momento in cui tutto è possibilità, quando i fiori mangiano il sole e lo sguardo è libero dalla prigionia degli occhi.
Ma ogni equilibrio esiste solo nell’ipotesi della sua rottura: siamo sempre a un passo dal precipizio, è l’unico modo che abbiamo per essere davvero parte dei nostri desideri, della realtà che disegniamo incessantemente con ogni fibra dei nostri sogni.
Spesso è un passaggio lieve, accompagnato dai connaturati mostri dell’essere vivi.
Ma qualche volta succede: accade l’orrore.
David ha dodici anni e sta sdraiato su una roccia accanto al ruscello.

Notti interrotte da incubi devastanti.
Domande con bocche affamate e insaziabili.
Una lunga fila di demoni intenti a divorare passati possibili.
Ancora silenzio, dappertutto, che urla e scava.
Si potrebbe perfino essere inesistenti. Non basterebbe.
Il mondo ha fame, non aspetta, tutto è istante di una sfumatura che è impossibile in quanto perfezione.
Non esiste equilibrio che non sia destinato a incrinarsi, esistono solo differenti tipi di catastrofi: è la natura della nostra specie.
Quando deriva dall’orrore, la catastrofe si insinua nei tessuti della mente, entra in circolo nel sangue, abita le tempie e non finisce mai.
L’esistenza si modella intorno al mostro.
Si muore a ogni risveglio e tutto fa paura.
David ha quarantun anni e rovista tra ritagli di giornale.

Il dolore non è un gatto che ti dilania le guance.
Assomiglia di più a una mattina come qualunque altra, impercettibile come una colomba nella neve, che all’improvviso esplode in tutto ciò che non dovrebbe esistere.
Al ruscello David conosce Meg.
Lei sorride, il cielo vibra intorno alle foglie.
Istantanee. Un vestito di fiori. Mani leggere. Il desiderio di essere chiunque. Quei segni sulla pelle. Macchine capovolte. Ogni cosa ha un posto, niente fa paura. Il mondo è il giardino di casa. Nessuno può frangere il vetro che protegge e filtra la realtà.
Lei che racconta.

È un’estate dell’America degli anni Cinquanta.
I pomeriggi sono lunghi. C’è silenzio in ogni voce. I rifugi antiatomici sono una necessità. Clima torrido e di sospetto. Segreti, facciate, dispersioni.
I ragazzini del quartiere giocano insieme, scoprono, si scoprono. La vita scorre come deve. Tranquilla e dolorosa, come necessario.
David e i suoi amici. Si scambiano biciclette e pugni, opinioni e tempo, scoperte e bugie. Il loro è un mondo chiuso e sconfinato, al quale nessuno ha accesso, soprattutto gli adulti, capaci solo di limitare e opprimere.
Ci sono le riunioni tra i cespugli, le passeggiate improvvisate, una pubertà da scoprire e condividere, i tagli sulle ginocchia, le dita sporche di fango e adolescenza.
E le domeniche in chiesa, le coca cole in lattina, le ballerine in televisione, eternità da sfumare.
Nessuno è ammesso nel loro mondo.
Nessuno.
Tranne Ruth.

Meg racconta la storia delle sue cicatrici.
Parla di sua sorella Susan, più piccola, più fragile.
Il pomeriggio è luminoso e il cielo continua a sorridere. Anche i suoi occhi parlano. È bella. Delicata come una mattina di inizio autunno.
Immerge le mani nell’acqua del ruscello. Qualcosa si agita nell’oceano tra le sue tempie.
Sorrisi accennati e perfetti. Promesse fatte di ciglia. Le sue mani.
Rivela di essere appena arrivata in città con sua sorella.
(Un raggio di sole si ferma ad ascoltare).
I genitori sono morti in un incidente stradale, lei e Susan invece no, ma ne conservano il ricordo sulla pelle, nelle ossa, nel cervello.
(Dopo aver ascoltato, va a morire in un riflesso sull’acqua).
Usa poche parole. I minuti scorrono lentissimi. Il cielo è luminoso e il pomeriggio continua a sorridere. Anche i suoi occhi tacciono. È forte. Prepotente come un mattino di inoltrata primavera.
Un vento tiepido le accarezza il profilo.

15.9.20

Festival del Cinema di Venezia, giornate 9,10,11 e Considerazioni Finali


Ultimo post da Venezia.
Troverete gli ultimi film visti dai nostri due ragazzi e le considerazioni finali di entrambi, giusto due righe di Tommaso, molte di più (anche con "premi") di Enrico.
Un abbraccio

TOMMASO FERRERO

Nuevo Orden – Michel Franco, Messico  


Un matrimonio fra ricchi in Messico viene interrotto da una rivolta popolare. Omicidi, tanti omicidi. Violenza, tanta violenza. Nella follia in cui cade il paese la sposa viene rapita da un corpo militare. Con l’intento di chiedere un riscatto. La famiglia cerca una soluzione mentre la figlia subisce ogni genere di abuso. Non vivo in Messico, non sento la tensione sociale fra ricchi e poveri e non ho rabbia in corpo. Forse per questo Nuevo Orden mi è sembrato così folle, così esagerato. Franco racconta qualcosa di molto lontano per noi, ma che certamente potrebbe essere assolutamente plausibile, come, poi, dicono molti che invece la situazione l’hanno tastata con mano. Fino a un certo punto il film mantiene una bella tensione, ma dopo un po’ mi ha nauseato.  

Lahi, Hayop (Genus Pan) – Lav Diaz, Filippine  


Tre minatori tornano a casa dopo mesi di lavoro con i loro soldi duramente guadagnati. Mentre camminano nella giungla si raccontano la loro vita, i loro rapporti cambiano e mutano lentamente. La Pasqua si avvicina e uno solo di loro uscirà da quella giungla, ma non per sua scelta. Al villaggio però qualcuno vuole ciò che il sopravvissuto ha guadagnato. Lav Diaz ha creato un film che è un trattato sulla violenza umana, sulla rabbia e sulla cupidigia. Un film lunghissimo dove entriamo in un mondo sospeso, dove i buoni d’animo, coloro che vivono per cercare la verità e la bellezza del mondo, vengono brutalmente schiacciati da chi, invece, cerca solo tornaconto personale e violenza. Un percorso lungo, di penitenza e sospensione, dove, alla fine, vince il più forte.  

Due considerazioni finali
Io non ho visto Nomadland, sia chiaro, dunque non mi permetto di giudicare il premio assegnatogli. Credo che il festival quest’anno abbia offerto una selezione strana, ma comunque, in qualche modo, efficace. I film delle sezioni collaterali mi hanno emozionato tendenzialmente molto di più di quelli in concorso ufficiale, ma sono gusti personali. Apprezzo il premio a Doroghie Tovarischi, che però, a mio avviso, avrebbe meritato di gran lunga di più. Detto questo me ne vado con un sorrisino malinconico dalla mostra. Mi è mancato un po’ il caos delle attese in fila, le corse all’ultimo minuto, le folle che sparano cazzate sui film appena visti, le urla in sala. Quest’anno era tutto così ordinato, si è persa un po’ di magia. Ma chissà, magari tornerà l’anno prossimo, in fondo la magia funziona così.  

ENRICO G

Spy no Tsuma (Wife of a Spy)


“Se fosse stato fatto da persone competenti, questo sarebbe un bel film”. Per quanto mi sforzi non ho trovato sintesi migliore di quella di una ragazza che usciva accanto a me dalla sala, quindi tanto vale riportarla. Dubito che nell’ambito della “critica cinematografica”, ci sia qualcosa di più doloroso, per me innamorato del Sol Levante, di bocciare un film giapponese. Eppure Moglie di una Spia non convince, c’è poco da fare, e va detto per correttezza nei confronti di tutte quelle opere che ai miei occhi non hanno un vantaggio di provenienza, ma soprattutto di quei capolavori nipponici animati o live action, che non si accontentano di vivere di rendita.
La storia è pure atipica in questo panorama: 1940. Mentre l’Europa viene insanguinata dalla guerra, il Giappone vive uno stato di apparente calma. Un commerciante si reca assieme al nipote in Manciuria, zona di guerra, quella sino-giapponese che deflagrerà nella mondiale. Al ritorno sua moglie, attrice, nota in lui un cambiamento profondo e strani atteggiamenti. Chi conosce un poco questo straordinario paese sa della difficile educazione agli orrori perpetrati in quei tempi bui. In un atteggiamento purtroppo simile a quello italiano, si tende a cumulare fortemente le responsabilità del Patto d’Acciaio su uno solo dei firmatari, la Germania nazista. Per questo probabilmente Spy no Tsuma è un film più adatto ad uno spettatore del suo paese d’origine, che difficilmente sentirà altrimenti parlare di Armata del Kwantung o Unità 731. Ma se già si conosce anche vagamente questi nomi il film non sorprenderà più di tanto. Impossibile rimanere indifferenti a quei filmati d’epoca, agli esperimenti, alle pile di cadaveri, ai sorrisi di cosiddetti scienziati davanti alla totale distruzione della dignità umana; ma è facile rimanere indifferenti davanti ad un film senza dialoghi mordenti, troppo melodrammatico, troppo lineare per una storia spionistica. E con una fotografia che lascia sconcertati: in più occasioni, con la macchina in mezzo alla foresta, le scene in città, la pensione, dimostra di saper gestire perfettamente scene in esterna. Eppure, quando quegli esterni si trovano dietro una finestra d’ufficio o del tram diventano bruciati, orrendamente sovraesposti in una luce quasi divina, che disegna aloni e aureole dorate intorno ai protagonisti.
Si salva un colpo di scena finale onestamente inaspettato, la conclusione stessa, con quelle bombe incendiarie su Kobe che riportano allo straziante capolavoro Una Tomba per le Lucciole, una buona regia, fatta spesso di lente carrellate con ottima gestione delle comparse. A tal proposito, in quello che è il film giapponese più anti-giapponese che abbia mai visto (ma siamo sicuri che la fiducia incrollabile riposta dal marito nell’Occidente sia positiva?), ci sono amorevoli dichiarazioni al cinema dell’epoca, di Mizoguchi e Sadao Yamanaka, con tanto di pellicola spionistica ricreata nella realtà stessa del film: un gioco metacinematografico che si rivelerà con potenza nel finale, ma soprattutto nella migliore scena del film, la cassaforte aperta, dove quasi ti aspetti di vedere quel braccio afferrato come nella finzione. Invece la suspense scoppia all’urto della scacchiera, che la paranoia non aveva messo in conto, pochi secondi più tardi.
Purtroppo è poco, specie per un candidato al Leone d’Oro: non ci si trova davanti ad un brutto film, ma ad una cocente delusione.


13.9.20

Festival del Cinema di Venezia 2020 - Giornate 7 e 8


Lo so, siamo fuori tempo massimo (ma per parlare di film non lo si è mai). Colpa mia che questi giorni avevo impegni.
E allora beccatevi questi due ultimi post da Venezia, pieni di film, uno oggi e uno domani.
Ah, alcune volte nella sezione di Enrico vedrete due titoli con un + in mezzo.
Ecco, sta a significare che Enrico ha recensito un corto e un film insieme.
Vi lascio a loro


ENRICO G.

The Man who sold his Skin 


Finalmente. Finalmente, dopo quattro giorni a Venezia, provo quel senso di scoperta che solo i Festival ti possono dare. Vai quasi alla rinfusa, specie in un’edizione come questa senza grandi nomi, e vedi tante opere. Alcune sono belle, altre ti deludono. E poi trovi The Man who sold his Skin.
Non parlerò della trama, basti sapere che parla di arte, e di come può cambiare la vita. Da qualche parte tra The Neon Demon e La Grande Bellezza c’è il lavoro di questa incredibile regista tunisina, metaforico ma senza la spocchia di esserlo, estetizzante ma profondo, moderno (ispirato al vero lavoro di un artista contemporaneo) ma discepolo del passato (incorpora grandi lavori della pittura e della musica, come la Tosca), pieno di tristezza e durezza ma mai rassegnato, anzi umoristico, persino simpatico, straordinariamente vitale.
Con il giusto ritmo nella frenesia e nella calma, un montaggio creativo, attori perfetti. Oddio perfetti, c’è pure Monica Bellucci… diciamo che non sfigura, col suo buon inglese e la inedita tinta bionda, in un personaggio antipatico ma non senza umanità. Nessuno ne è privo qui, e l’ho apprezzato in particolare nella figura dell’artista Jeoffrey (magnetica interpretazione). Inizialmente ricorda, anche nella fisionomia, il personaggio di Antonio Banderas in La pelle che abito; ma se lì il proseguo della vicenda rendeva quasi impossibile empatizzare con lui, in The Man si presenta immediatamente come colto Mefistofele, e ti viene pure il dubbio che lo sia. Ma no, è solo un artista, e gli artisti possono essere certo spietati, però capiscono il bisogno di libertà, per cui loro stessi combattono ogni giorno.

“Non sono io ad essere cinico, ma il mondo”

Il mondo cinico esiste anche oltre le frontiere dei musei (e dell’Europa), problematico, ingiusto, ma non privo di una sua dignità, una sua bellezza da godersi con le persone giuste, e celebrare ballando nei treni e nei bar. Vale la pena passarci quella grande avventura chiamata vita. E allora lunga vita al Cinema, e all’uomo che vendette la sua pelle.

Mainstream


 È incredibile come tutti i film dei Coppola parlino, in un modo o nell’altro, del vuoto. La vita di Frankie a Los Angeles nel nuovo millennio corrisponde a questo stilema, l’insoddisfazione, la voglia di emergere, di avere una scossa. Che arriva, sotto forma del successo come youtuber (anzi, “content creator”, per darsi un tono). Assieme a lei c’è il collega del bar, interpretato da Nat Wolff, e Link, la star del suo show interpretata da Andrew Garfield. Anche la presenza di quest’ultimo ha spinto certi a parlare di un nuovo The Social Network. Personalmente non sono d’accordo: quello è Cinema fatto e finito, dove lo zeitgeist veniva piegato ai bisogni di un grande autore come David Fincher. Mainstream nelle mani della giovane (sia di età che esperienza cinematografica) Gia si abbandona totalmente alla cultura contemporanea che sta raccontando, ne abbraccia la bruttezza. In un certo senso è la stessa operazione di Bling Ring della zia Sofia, solo che mentre quello ritraeva l’inutilità così a fondo da diventare smorto a sua volta, Mainstream si approccia con enfasi fanatica a ciò che vuole raccontare.

 Le forme diventano quelle di una live su Twitch, il ritmo si piega al deficit d’attenzione da TikTok. Meravigliosa e quasi macabra la scena, dove la protagonista (bravissima Maya Hawke) vomita nel lavandino e le escono solo effettini grafici, che si liquefanno orribilmente nel sifone.
Questo film (e la mia recensione che ne parla) è destinato ad un precoce invecchiamento da applicazione telefonica. Per questo è così difficile decidere se sia bello o orribile, punta con molto coraggio e molta furberia ad essere una testimonianza dell’adesso, specie nella sua accezione più passeggera, sbagliata e inutile. Ma allora dove sta il Cinema, dove sta la parte di Mainstream destinata a durare? Non certo nelle relazioni tra i tre protagonisti, la bella ingenua che si innamora del fascinoso maledetto finché non realizza che è uno stronzo e si accorge del migliore amico sommesso ma gentile. O come avrebbe detto De Crescenzo: Isso, Essa, e o’ Malamente.

Direi che sta in Link, il personaggio di Garfield, diviso tra versione mattatore assoluto e versione “quante gliene darei a lui e alle sue maledette faccette buffe”. Ma credo innegabile quanto sia cinematografico questo personaggio, così ambiguo, così respingente. Non verrà mai chiarito il suo ruolo, se è di vittima che ha perso il controllo della situazione (infatti equipara i telefoni alla droga all’inizio), venditore di fumo nato solo per la manipolazione (“bisogna essere stupidi per essere furbi”), o colui che ha fregato tutti, che ha battuto il sistema sguazzandoci dentro (“bisogna entrare nella pancia della bestia”), scoprendone tutte le brutture per poi farsi acclamare da esso.
Peccato solo che abbia un atteggiamento irritantemente sopra le righe e fintamente alternativo fin dal primo incontro con Frankie, prova che è difficile dimostrarsi genuinamente profondi e anti-sistema quando sei stato Spiderman e ti fai dirigere dall’ultima rampolla della dinastia più longeva di Hollywood. Però se Gia può dirigere una scena meravigliosa come lo show finale, se può far fare a Garfield un sorriso come quello, allora forse si merita attenzione, si merita di provare che sa anche raccontare la bellezza, e non solo denudare il marcio. La attendo alla prova del nove.


Omelia contadina + Narciso em Ferias


“Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo del consumo, allora la nostra storia sarà finita.” Belle parole, ma non sono state scritte per Omelia contadina, e se ho scoperto che appartenevano a Pasolini è solo tramite un guizzo d’occhio sui titoli di coda. Si intravede già una certa furberia in questo corto, nonostante la lodevole critica alle colture intensive delle multinazionali e la promozione dei contadini. Volti scavati, scelti e ripresi con cura, sul posto, per questo funerale dell’agricoltura, celebrato seppellendo alcune gigantografie dei coltivatori stessi sotto le note scordate di una banda musicale. Certamente d’impatto, bello da guardare, forse abbastanza confuso nei suoi contenuti: un risultato tutto sommato soddisfacente.
Dopo il corto, un lungometraggio, anzi parlerei di un non-film. Prima dell’entrata in sala non avevo nemmeno la vaga idea dell’esistenza di Caetano Veloso, musicista brasiliano scampato alla prigionia militare durante la dittatura del ’68. Ce lo racconta lui, con il suo volto, un muro dietro, e tre oggetti: chitarra, fascicolo del suo interrogatorio, sedia su cui poggia. Una storia a tratti appassionante, ti immerge in quello sguardo che molto ha visto, nella sua voce e fisicità, anni dopo i fatti. Per questo dispiace un trattamento che non è solo, come l’ha definito uno dei registi nel messaggio prima della proiezione, di “asciugatura dell’eccesso”, ma è proprio sottrazione di qualunque cosa, Cinema compreso. Sarebbe stato un ottimo monologo da caricare online, così sottotitolato, per imparare, assorbire pezzetti d’informazione, magari stoppare fino al giorno dopo. La cinematografia non funziona così, è rappresentazione, immaginazione del singolo legata all’immagine per tutti, parola e suono creativo. Anche scarna, anche asciutta. Ma sempre Cinema: Narciso em ferias, semplicemente, non lo è.

Pieces of a Woman


Una sensazione riporta a The man who sold his Skin, guardando questo film. Forse non altrettanto positiva, non si raggiunge quel perfetto equilibrio di drammaticità e coraggio. Anzi, le sequenze iniziali del film sono tutte eccessive: un futuro padre, operaio nella imminente costruzione di un ponte, apre le porte del rumore, del caos, ad un fiume di parole. Stacco e siamo dalla sua compagna: assisteremo al parto domiciliare in piano sequenza, senza interruzioni, senza poter indietreggiare di neanche mezzo centimetro da quegli intensi e imbarazzanti momenti.

Qualcosa va storto, e lì Pieces of a Woman svela la sua carta dalla manica, la rabbia. Questo intendevo paragonandolo al bellissimo belga-tunisino: ha la stessa vibrante energia, incanalata però non nella scrittura, regia e recitazione perfettamente equilibrate, ma nella furia, repressa in lei (bravissima Vanessa Kirby) e strabordante in lui (prendere Shia LaBeuf sul serio, sto sognando?), nella reazione di pancia, nel nervo. Sembra quasi un film di Scorsese imborghesito e senza pistole, e guarda caso Martin è produttore. Ci sono parole dalla linea grezza, ma taglienti come lame, specie nello splendido confronto natalizio della Kirby con la sua madre di finzione, una intensissima Ellen Burstyn.Dura tanto, impegna tanto. E proprio quando tale rabbia viene convogliata in qualcosa di estremamente positivo, dalla scena del processo in poi, perde un poco della sua vitalità. Eppure sento che si farà ricordare in questa selezione festivaliera, con le sue parole dure e relazioni tossiche, in mezzo alle quali mi sono ritrovato, mio malgrado, perfino commosso.

8.9.20

Festival del Cinema di Venezia 2020 - Giornate 4,5 e 6


Secondo appuntamento con i nostri resoconti da Venezia!
Ci sono un sacco di film, buona lettura

(aggiusteremo i problemi di interlinea quanto prima)

TOMMASO FERRERO

The man who sold his skin - Kaouther Ben Hania, Tunisia  

Un giovane rifugiato siriano decide di diventare un’opera d’arte vivente pur di raggiungere l’Europa, precisamente Bruxellles, dove la sua amata vive con un marito scelto dalla famiglia. Questa in soldoni è la trama di un film che decide di intrecciare due temi molto spinosi: cosa sia l’arte e quanto conti l’essere umano (o perlomeno le differenze di importanza fra diversi esseri umani). Li tratta in maniera nemmeno velata, anzi li dichiara provocativamente l’artista che nel film tatua la schiena del protagonista, ma non risulta retorico. Un finale molto all’acqua di rose però impedisce di godere del film nella sua totalità, anche se mantiene, oltre a un interessantissimo incipit, dei personaggi ricchi e un protagonista imperfettamente empatico. La sua storia d’amore dopotutto è il traino del film, è impossibile non amare i suoi capricci e i suoi sbalzi d’umore.  

The Duke – Roger Michell, Inghilterra  

Credo che chiunque viva in un paese come me abbia, almeno una volta nella vita, incontrato un personaggio come il protagonista di The Duke. Un uomo disoccupato, ma che fa delle lotte sociali più assurde il suo pane quotidiano. Quel vicino che non paga il canone perché “Tanto la tv non la guardo”, quello che non accetta l’impiego dei soldi del comune per far piantare delle aiuole fuori stagione. Insomma, uno che i cazzi suoi mai. Però in The Duke il protagonista (Jim Broadbent) è troppo inglese per non essere amato. La sua lotta sociale passa a un livello successivo quando, per ottenere un’agevolazione sul canone tv per i pensionati, ruba il ritratto del duca di Wellington. La commedia scivola bene, con uno humor mai fastidioso, anzi, riesce a intrecciare il comico col drammatico senza sbavature. Ovviamente non si parla di un capolavoro, ma di un film che nella sua anglosassone linearità regala quasi due ore di piacere. Alla fine, all’uscita dalla sala, avevo un dolce ed ebete sorriso in faccia. Quasi quasi smetto di pagare il canone.  

Miss Marx – Susanna Nicchiarelli, Italia  

Premetto che a me la Nicchiarelli non sta un gran simpatica. Premetto anche che Nico l’ho apprezzato tantissimo. Per questo in fondo mi dispiace, ma ci godo, che Miss Marx, a mio avviso, sia così insulso. Miss Marx, come dice il nome, racconta di Tussy Marx, la figlia di Karl, che per tutta la sua vita si è battuta per i diritti delle donne e dei lavoratori, ma che nella vita privata è stata sempre sottomessa, per scelta d’amore, a un uomo che la trattava come una bambolina. E nulla, il film si riempie di grandi temi che vengono però solo accennati e, se non accennati, Rappresentati con retoricissimi monologhi (immagino tratti dagli scritti della stessa Marx) ai quali la Nicchiarelli non aggiunge alcuna rielaborazione. La figura protagonista è volubile, spesso debole, il che sarebbe apprezzabile se non fosse poi rappresentata come una eroina che balla a suono di punk rock. Il film ha però un confezionamento pregevolissimo, con bellissime scenografie d’interni e una colonna sonora di gran livello. Un film che voleva essere estremamente rock, ma che, in fondo, puzza di vecchio.  

La Troisieme Guerre - Giovanni Aloi, Francia  

Sono entrato in sala con delle belle aspettative, poi ne sono uscito deluso. Non che il film sia brutto, anzi è girato bene, con ottimi interpreti e una buona regia per un esordio. Semplicemente non è un film che mi ha comunicato molto. Un giovane soldato dell’esercito francese, figlio di una madre alcolizzata, si traferisce a Parigi e vive le sue prime ronde per la città, dove la guerra al terrorismo diventa per lui un’ossessione. Non c’è molto da dire. La storia si sviluppa in maniera abbastanza piatta, ci sono alcuni punti di eccezionale tensione e Aloi ci fa entrare fin da subito nel clima di minaccia costante che vive il protagonista. Poi però l’eccessiva violenza interna del corpo militare, la storia d’amore simulata attraverso un cellulare requisito e la disceso in una pseudo follia del protagonista abbattono il film verso dei luoghi comuni cinematografici. Soprattutto il finale uccide il climax di formazione del ragazzo, non lasciandoci modo di crescere con lui.  

Omelia Contadina – Alice Rohrwacher e JR, Italia  

A differenza della Nicchiarelli la Rohrwacher mi piace molto. Per questo mi sono incazzato quando mi ha somministrato Omelia Contadina. Un corto di 10 minuti rotti in cui dei contadini dell’altopiano Tosco-Umbro portano delle gigantografie di se stessi in mezzo a un campo. Lì le seppelliscono recitando un’omelia a ritmo di marcia funebre. Riprese stupende, dronate aggressivi su boschi nebbiosi. Però tutto il resto è un gigantesco no. Un unico discorso retorico per cui le multinazionali cattive distruggono il paesaggio agricolo rurale devastando ogni tradizione. Io che vengo dalla campagna più contadina d’Italia, ovvero Bergamo, e mi sento un discorso così infantile esposto in maniera infantile resto basito. Il fatto di avere usato i contadini come attori non salva il corto, per quanto i visi siano espressivi e bellissimi. Frase finale del corto, per fare intendere cosa sto dicendo:  
EST. GIORNO  
Contadino guarda dritto in camera  
CONTADINO  
Ci avete seppellito! Ma non sapevate che siamo semi!  

5.9.20

Recensione: "Sto pensando di finirla qui"


A volte noi uomini siamo così stupidi, illusi, egocentrici ed irrazionali da pensare che le cose che accadono nel mondo accadono per noi.
Al tempo stesso, però, possiamo considerare questa cosa come tenera, romantica, magica.
Kaufman è il mio punto di riferimento nel cinema, da sempre.
E ha girato il film della mia vita, Synecdoche New York, film che tenni fermo per 4 anni e poi decisi in un particolare giorno del 2012 di vedere.
Fui io a cercare lui quel giorno.
E adesso mi ritrovo l'incredibile coincidenza che l'ultimo film di Kaufman, tra l'altro praticamente un Synecdoche parte 2, esca nello stesso identico giorno, nè un giorno prima nè uno dopo, che ho definitivamente capito di aver perso la ragazza che amo così tanto.
E, tornando a sopra, a quell'illusione, a quella stupidità, ma anche a quel romanticismo e magia, trovo questa coincidenza incredibile (ma quante coincidenze incredibili ci sono capitate in un anno e mezzo? pazzesco).
Tutto diventa ancora più impressionante se pensiamo che questo film, "Sto pensando di finirla qui", racconta di una ragazza che vuole lasciare il proprio fidanzato.
Non so con che forza sono riuscito a vederlo, ma sono convinto che i mostri e le paure debbano essere affrontate, anche perchè, altrimenti, resteranno sempre 10 volte più grandi di quello che sono in realtà (avere la forza di andare a vederli è l'unica strada).

"Sto pensando di finirla qui" è l'ennesimo monumentale script del più grande genio cinematografico moderno.
In realtà lo spunto iniziale (lei che deve lasciar lui) alla fine resta, appunto, solo uno spunto per parlare di molto altro.
Riguardo la fine di una coppia il capolavoro di Kaufman resta ancora Eternal Sunshine of spotless mind, non ci sono dubbi (se sarà destino ci vedremo a Montauk, Ali).
Perchè più il film va avanti più ci accorgeremo che, come dicevo, siamo quasi davanti ad un secondo capitolo di Synecdoche (e non è un caso che Kaufman abbia scelto un attore identico a Seymour Hoffman).
Un film enorme che racconta della Vita in un modo molto complesso, apparentemente molto cupo e malinconico ma che, come in tutte le opere di Kaufman, ha dietro un cuore gigantesco, un amore per l'esistenza, per la bellezza.
Apparentemente la prima parte ci racconta di un film sì ostico (stupende le riflessioni sul "pensiero che non si può fingere") ma tutto sommato abbastanza lineare.
Una coppia sta andando a conoscere i genitori di lui.
Lei sta bene con lui ma sente qualcosa dentro che non va, sente che non c'è futuro, che c'è qualcosa di sbagliato.
Il suo pensiero è costantemente sul "finirla qui".
Ho ripensato alla bellissima canzone dei Bluevertigo, a quel "finchè sarò in vita la mia morte sarà sempre un sovrappensiero".
Un pensiero fisso che coscientemente non affiora in superficie ma che al tempo stesso non se ne va mai via da lì.
Ci sono momenti meravigliosi, come lei che declama quella poesia (e guarda in camera perchè anche noi siamo là dentro, perchè tutto in questo film è un tutt'uno) ed altri che iniziano a sembrarci inquietanti, come quel telefono in cui lei riceve chiamate a suo stesso nome (scopriremo poi perchè lei è lui e viceversa).
La morte in qualche modo la fa da padrone, specialmente all'arrivo alla fattoria, in cui viene anche citato il pensiero leopardiano (tra gli altri) per cui solo l'uomo tra gli esseri umani è consapevole della propria futura morte, tutti gli altri animali vivono in un eterno presente.
Ma è proprio qui il paradosso secondo me, perchè questo film, come Synecdoche, racconta proprio di un tempo fermo, unico, in cui tutto converge.
I due entrano in casa, aspettano millenni che i genitori scendano, e poi cominciano almeno 20 minuti surreali, quasi inquietanti.
I due genitori sono stranissimi, complessati, grotteschi. C'è tantissimo cibo ma nessuno mangia mai nulla. Ci sono dialoghi incredibili come quello dei quadri, dell'impossibilità di provare emozione per un quadro in cui non c'è raffigurato un uomo che prova emozioni (Kaufman e il suo giocare con i meta- ).
C'è un cane anche (grassooooooo), che sta sempre a scuotersi perchè bagnato (lui è forse la rappresentazione migliore di questo tempo eterno, come del resto la tormenta di fuori che non finisce mai).
Lei, partita pensando di finirla lì, paradossalmente in quell'assurda cena si trova a suo agio, è deliziosa, riesce con una forza sovrumana a reggere quella tensione e quella difficoltà (come te).
Altri dialoghi magistrali, come quello sul Trivial.
Poi, però, ecco il turning point.
C'è una foto di qualcuno da piccolo.
"Sono io da piccolo" dice lui.
"No, sono io da piccola" dice lei.
E il film si trasforma e, come dicevo, diventa un secondo Synecdoche, stesse tematiche, stesso messaggio.
Tutti siamo tutti, Jake è Lucy, Lucy è Jack (ripensate ad esempio a quando lui le racconta di aver sparecchiato mentre in realtà era stata lei) ma in realtà, anche qui come in Synecdoche, scopriremo che forse tutti questi personaggi sono in realtà un unico uomo, un uomo delle pulizie (pazzesco, anche qui come in Synecdoche).
Non a caso quando lei andrà nel seminterrato troverà tutte divise da uomo delle pulizie, quelle che vedremo nel finale.
E il vocale che sente della sua amica somiglia tanto alla voce guida del precedente film, la voce di un uomo che sta vivendo e dirigendo il film della sua vita.
Ma questo senso di tutt'uno non riguarderà solo le persone, ma ogni cosa.
Il passato, il presente e il futuro si mischiano, senza soluzione di continuità.
Gli stessi oggetti sembrano fondersi con le persone (il vestito di lei quasi identico alla carta da parati).
I disegni di lei diventano quelli di lui, la poesia che scrisse è in un libro sotto altro nome, i quadri stessi sono stati disegnati da altri.
Ci si confonde tra 50imo compleanno e 20imo, tra realtà e finzione (loro ad un certo punto dicono di essersi conosciuti come abbiamo visto conoscersi quei due nel "film nel film" diretto da Zemeckis) e tante altre cose.
Questo è il magico mondo di Kaufman, quello in cui tutti siamo tutti, tutti i tempi sono un unico tempo, c'è soltanto un'unica persona, l'Umanità, e un unico percorso, il tempo del mondo.
Femminile e maschile ancora una volta si mischiano tra loro (l'omosessualità, o meglio, la compresenza di entrambi i sessi, è raccontata da Kaufman sempre in modo struggente), ogni cosa che vediamo può essere la vita di uno o dell'altro, non importa, c'è un'unica grande anima.
Certo, i dialoghi son tantissimi, solo le scene in macchina prendono un'ora, il rischio di essere travolti ed anestetizzati è alto.
Ma qui c'è dietro un autore immenso che più ci mostra decadimento, fallimento, difficoltà, isolamento, ossessione, emarginazione più ci sembra avere una voglia di vita pazzesca, più ci sembra che lanci grida d'aiuto perchè crede alla bellezza dell'esistenza.

"E' solo nelle misteriose equazioni dell'amore che si trova un senso logico"

Kaufman ricerca sempre l'Amore universale, probabilmente a causa di una vita in cui ne ha ricevuto così poco.
Lo fa in modi complessi, devastanti, malinconici.
Ma lo fa.
E' come essere nello stesso battito o nella stessa lacrima.
In un tempo immobile in cui un cane grasso e bagnato si scrolla.


Ad Alice
alla sua dolcezza
alla sua forza
alla sua scelta

Festival del Cinema di Venezia 2020 - Giornate 1, 2 e 3


Cominciamo i nostri resoconti dal Festival di Venezia.
Quest'anno gli inviati sono Tommaso Ferrero ed Enrico (della rubrica degli anime) che sostituisce Riccardo, impossibilitato a partecipare.
Ecco le recensioni che mi hanno mandato dei primi due giorni.
Ovviamente a volte i film combaceranno ma credo rende solo la cosa più interessante

ci sono piccoli problemi di font in due recensioni, aggiusteremo


ENRICO G.


Presentazione
Il film che ha aperto la Giornata degli Autori, certamente appassionato e con grandi potenzialità, ha purtroppo grandissimi problemi di struttura. Uno scheletro e una “carne” quasi inesistenti, che lo rendono purtroppo pesante e faticoso, e hanno presto alienato il mio interesse.

All’altra estremità dello spettro un noir coreano che vola molto più basso nei generi, ma che ha davvero tutto: stile, ritmo, montaggio, personaggi profondi e macchiette, tendenze riflessive ed eccessi fuori luogo, scrittura non sempre perfetta e anima sempre pulsante.

HONEY CIGAR


Bisogna concederglielo ad Honey Cigar, non è un film facile di cui parlare.

Nasce di per sé da un contesto non facile, quella ferita coloniale che si estende dalla Francia al Nord Africa, che forse noi italiani non potremo mai comprendere del tutto; dal suo tratto più doloroso e sanguinante, l’Algeria. E dal microcosmo altrettanto difficile come la vita di una ragazza adolescente, divisa tra la madrepatria che l’ha cresciuta, e l’ex colonia che le ha dato i natali. Questi due mondi purtroppo non si incontrano mai veramente: la situazione algerina si fa spazio solo nel finale, a fatica tra le maglie di una regia troppo claustrofobica, stretta sui primi piani sostenuti, lunghissimi, specie sulla protagonista. Selma, questo è il suo nome, vive di ciò che costruisce l’attrice e i personaggi attorno a lei, in particolare i suoi genitori fittizi: i personaggi migliori del film, interpretati benissimo (il padre ricorda vagamente il compianto Irrfan Kahn) nelle loro difficoltà di crescere una figlia, perlopiù da algerini, stretti tra il ripudio e le convenzioni del paese che hanno lasciato. Purtroppo non basta, perché la scrittura si perde, sceglie binari convenzionali o troppo assurdi (il ku klux klan studentesco che sembra scartato dai riti universitari di Raw o la scena quasi fantozziana dove il padre minaccia di buttarsi dalla finestra), insomma non supporta le grandissime interpretazioni. Anzi, sembra molto più interessata a infilare il sesso, per finta, per davvero, per allusioni, in almeno tre quarti delle scene, con una pedanteria esasperante. Forse anche il sigaro al miele titolare si inserisce in questa trafila, visto che non si vede fisicamente né l’uno né l’altro durante tutta la durata della pellicola…

Come dicevo, è difficile parlare di un film così, fatto con sentimento, visto con il cast e la regista in sala, tra l’altro esordiente, anche nella sceneggiatura. E, bisogna aggiungere, con interpreti capaci e musica meravigliosa, che purtroppo rendono ancora più evidente la mancanza di una direzione registica o di scrittura capaci di convogliarli. Peccato.

NIGHT IN PARADISE


Folgorante.

La prima cosa che salta all’occhio, iniziando Night in Paradise, è la regia. Non c’è un’inquadratura fuori posto. È metodica e precisa, come il protagonista Tae-gu. Come il cinema coreano, che non sbaglia un colpo, e anche qui trova un suo esponente, che senza eccellere particolarmente in un singolo componente ha tutto ciò che serve, tecnica, anima, capacità di saper narrare (il regista ha fatto tutto per conto suo, sceneggiatura compresa).

Siamo in quel cinema di gangster all’orientale, fatto di coltelli, cosche mafiose che si fanno la guerra per l’onore o i soldi, sgherri ricoperti di tatuaggi o di completi neri e bianchi tutti uguali. E siccome è un neo noir, i passati sono tragici, il presente fosco, il futuro atteso autodistruggendosi, con in mano pacchi di sigarette o bottiglie d’alcol scadente.

Questo è il mondo di Tae-gu, rispettato dai capi, dai subalterni, persino dai rivali. Fino al giorno in cui tutto comincia ad andare terribilmente storto, e il nostro monoespressivo eroe si ritrova in fuga, via dalla maledetta e oscura Seul. Quando dico monoespressivo non bisogna pensare all’incapacità di esprimere emozioni, quanto alla durezza monolitica del Ryan Gosling di Drive. Quello sguardo che sa (e se lo metti alla prova sono guai), qui appartiene ad un uomo capace di uccidere a sangue freddo nelle terme per poi fuggire nudo. Che dopo una settimana di inattività, fumo e bevute, può sostenere un inseguimento in autostrada alla The Raid 2, e poi come Rama combatte in macchina, lui solo contro almeno 15 che lo assediano. Un uomo così granitico che durante la fuga non si degna di fermare la macchina per le medicine, ma si fa mordere la mano per calmare la ragazza in preda agli spasmi.

Ed è lo stesso che arriva per salvarsi la vita nella piccola isola di Jeju, ospite di un vecchio gangster e sua nipote (che bella questa contrapposizione di mafia cittadina e indigena, con i loro territori e competenze). Lì non si può fare nulla, solo aspettare.

E paradossalmente il film funziona ancora meglio in questa parte centrale, fatta di lente conversazioni, di ristorantini vuoti, senza neanche cameriere o proprietari. E di zuppe al pesce che sanno dell’infanzia, povera e in riva al mare, senza i boati delle pistole e i sibili delle lame.

Non che ciò che accada nella capitale sia meno interessante, anzi, c’è forse la mia scena preferita di tutto il film, il colloquio a tre. Capo Ma, Capo Park e Yang. Il primo è una faccia da cazzo indimenticabile, bellicoso e iracondo, che eppure si scoprirà in seguito dotato di una sorta di codice etico (come Tae-gu). Il secondo un “funzionario”, poliziotto corrotto (poteva mancare in un film coreano?) prestato al ruolo di paciere, fanaticamente legato all’avanzata di carriera (determinata dalla tregua che riesce a mantenere tra le gang). Il terzo il capo a cui Tae-gu è legato da immensa lealtà, che mano a mano si scoprirà sempre più viscido opportunista, marcio fino al midollo.

L’atto finale vira nuovamente nello stile, raggiungendo eccessi sanguinolenti a tratti degni di un film splatter. Per far capire in quali dintorni ci si trova, ad un certo punto vi è la scena di una porta che viene sbarrata, in modo identico a Kingsman, o se si preferisce al cinema di Bastardi senza Gloria. E anche lì avviene un massacro, fulmineo, il giorno dopo quello lungo e penoso (a tratti, anche per lo spettatore) della pescheria.

Il finale, nonostante le lungaggini, ripiglia la coraggiosa tragicità dell’inizio.

Restano solo le schiere di morti, di donne che non hanno potuto vivere e uomini che hanno scelto di morire. Una spiaggia, un sorriso per quel passato prossimo, così duro eppure così felice. E l’ultimo viaggio alla fine del giorno, sulle ali di una pallottola per raggiungere quella Notte in Paradiso.   
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09:53 (6 minuti fa)

Dashte Khamoush (The wasteland) è un film iraniano poverissimo, squadrato come il suo format di ripresa, desolato come la sua mancanza di colori (è filmato in bianco e nero). La storia di un giorno, l’ultimo, di una fabbrica di mattoni persa nel nulla. E del suo straordinario guardiano.
Nuovamente agli antipodi, un film francese moderno, cinetico, dalle tinte fosche e amare. Con una protagonista dalla bravura e bellezza quasi insostenibile.

THE WASTELAND

The Wasteland è il capolavoro di un grande uomo di penna, Eliot. Quella desolazione di cui parlava non sta però ai nostri piedi, nella sua accezione fisica, ma dentro gli animi. Nella corruzione morale, spirituale e sociale che frammenta anche l’umanità del film omonimo.
Ci troviamo nel mezzo di una terra incolta e friabile, adatta ad una sola cosa: l’impasto dei mattoni. Se ne occupano poche famiglie, abitanti di questa fabbrica-dormitorio, con un padrone proveniente dalla città, e Lotfollah, intermediario tra i due mondi. Dico subito che quest’ultimo personaggio è la vera ragione per vedere un film che soffre di una lungaggine finale spesso snervante, e un tasso di rivedibilità pari a zero. Un guardiano obbediente, stoico, la cui esistenza non si è mai separata dal quel forno, capace solo di sputare fuori mattoni inutili, che nessuno vuole più, nessuno userà o richiederà una sola volta nell’arco del film. Lui ha già fatto tutto in quella fabbrica, prima e con meno aiuti e meno salario delle famiglie di ora, lui è il Sostitutore, che copre le mansioni di chi va dal capo a chiedere gli arretrati e sparlare di lui. In una specie di incastro, vedremo più volte questo copione svolgersi intorno al discorso di chiusura della fabbrica: avere problemi, consigliarsi con Lotfollah, andare dal capo a chiedere soldi. La famiglia azera, quella iraniana, quella curda, tutti con stipendi arretrati, tutti miserevoli (e non solo perché poveri), tutti senza un tavolo, a bere tè e riposare sotto un sudario. Comandati da un uomo che più di loro ha solo la macchina e le sigarette che fuma ad ogni colloquio. A suo modo straordinario anch’esso, questo capo che promette sempre un futuro migliore che mai arriverà.
Paradossalmente è questo il pregio e il difetto maggiore del film, la ripetitività dell’intreccio, che contagia il ritmo e allunga penosamente il finale. Che quando però arriva colpisce fortissimo, non solo per il tragico reiterarsi di una desolazione dalla quale è impossibile scappare, ma soprattutto per quei mattoni inutili, che finalmente trovano uno scopo, l’ultimo possibile.

AMANTS

Gran bel film Amants. Pur non avendo probabilmente nulla (un motivo sì in realtà) che fa gridare al miracolo, è essenzialmente senza difetti. Soprattutto, non annoia per nemmeno un secondo della sua ora e quaranta di durata. Ecco, non ha pause, e questo potrebbe essere un problema per chi ama (come me) la poesia del silenzio, dell’immobilità. Ma indubbiamente la regista Nicole Garcia ha saputo dare ad ogni scena la sua importanza, ad ogni dialogo la sua musica, rimanendo dove era giusto rimanere e tagliando dove era necessario tagliare. Qui si vede l’occhio d’insieme, quello di chi ha una visione e può fare da sé anche senza una fotografia stellare (è questo il caso). In un certo senso mi ha ricordato l’atmosfera creata da Oriol Paulo in Contrattempo, forse per lo stile patinato in salsa francese o per la fosca storia dei due amanti protagonisti.
Parentesi: così fosca da meritarsi un vietato ai 14 dalla Biennale, mentre Night in Paradise, senza nudi ma con la sua truculenta carneficina finale ha un allegro lasciapassare per tutte le età. Bizzarrie della censura.
 Tornando al paragone, non parliamo però né della stessa genialità, nè di genere tout court, tanto che nel terzo atto avviene una fase di confusione dove il film non sa se virare sul thriller o rimanere un drammatico romantico.
Ma bando alle ciance, Amants va visto per due sole ragioni, e una è Stacy e l’altra è Martin. Questa attrice, un’emerita sconosciuta nove anni fa in Nymphomaniac del grande Lars von Trier, non avrei mai scommesso potesse diventare una delle mie preferite in assoluto. Sono presenti grandi attori, come la bellissima fulva che assomiglia vagamente a Saoirse Ronan, o i due protagonisti, l’aquilino Simon (che mi ha convinto mano a mano che proseguiva la storia) e il tozzo Leo con la sua mascella da Tom Hardy. Però non c’è niente da fare, Stacy si mangia l’intero film con tutti gli altri dentro. Ha uno sguardo intensissimo, che buca lo schermo in qualsiasi occasione, che sorrida o pianga, in costume o cappotto, truccata, affannata, appena svegliata, con le occhiaie, accaldata da una doccia o in vestaglia, spettinata, a fumare e autocommiserarsi. C’è un momento che mi è rimasto assurdamente impresso considerando l’influenza sulla trama. Lisa, il suo personaggio, è sull’orlo delle lacrime davanti al padre. Asciugandosi gli occhi con una mano si sbafa il mascara. Quella linea irregolare, che in novantanove attrici su cento avrebbe rovinato l’intero viso, sul suo, anch’esso irregolare e imperfetto, esalta ancora di più quanto sia bella ed espressiva.
Aiuta che lo stesso personaggio sia interessante, scritto molto bene. Lisa è una femme fatale del nuovo millennio, tanto consapevole del proprio potere e la propria sensualità quanto lacerata dalle sue stesse voglie e scelte, o dall’incapacità di averle ben chiare. Lo sintetizza pure, un personaggio del film: “Sembri… non mi viene, un quadro. Scuro, cupo”. Esattamente come quel volto misterioso, che incanta e smarrisce.
A Venezia c’era già stato un film, anche più bello di Amants, ovvero il meraviglioso e sottovalutatissimo Amanda, a regalarci una performance altrettanto speciale. Lì però tutto era molto più bilanciato, Stacy era una coprotagonista che doveva ritagliarsi il suo spazio negli strati di una storia bellissima e dolorosa. Qui, dove se possibile è ancora più brava, come protagonista gli spazi che cede il film li occupa tutti, dando un’interpretazione travolgente: se sta bene allo spettatore, vale da sola la visione di un già ottimo film.

TOMMASO FERRERO 

Cala il buio su Venezia
Non metto voti, non ho la capacità né la voglia di farlo, è solo come ho vissuto il film. I voti odiavo prenderli, non credo potrei mai, dunque, darli. Saranno riflessioni, forse un po’ romanzate, su quella assurdità che è la mostra del cinema.

Mila (Apples) – Christos Nikou, Grecia


Opera prima dell’assistente alla regia di Dogtooth che, come ci oramai ci hanno viziato il buon Lanthimos ed il cinema greco, parte da un soggetto fortissimo. Una pandemia sconosciuta causa negli infetti un’amnesia totale, portandoli a dimenticare ogni dettaglio sulla loro vita precedente. Il governo greco, dunque, crea un programma di riabilitazione atto a portare i pazienti a vivere esperienze indimenticabili (come possono essere un incidente o un salto nel vuoto), così da ricreare una propria storia di vita. Il nostro protagonista senza nome si muove in un film pulito con grandi trovate dal risvolto comico e amaro. La sua inattendibilità come protagonista è l’elemento più interessante del film, che ci porta a essere spettatori involontari di un uomo che ha deciso di arrendersi alla paura del dolore. All’uscita della sala comunque si esce con un sorriso di dolcezza.

Meel patthar (Milestone) – Ivan Ayr, India


Ogni anno a Venezia amo vedermi un paio di film dell’area indiana-tibetana. Non perché mi piacciano, ma perché mi portano lontanissimo, in luoghi e abitudini che sono per noi quasi incomprensibili. Questo è successo in parte anche con Milestone che, dopotutto, è la storia di un camionista. I camionisti in India non sono tanto diversi che i camionisti qui, vivono di miglia e sono spesso lontani da casa. E di questo parla Milestone, di un uomo solo, solo per scelta di vita, perché la sua lontananza da casa ha portato la moglie a suicidarsi in seguito ad un litigio. Questo lo porta a gettarsi nel lavoro in maniera maniacale e autolesionista, così da condannarsi a un eterno mal di schiena. L’arrivo di un giovane apprendista porta, però, la possibilità di un licenziamento. La cosa interessante del film, dai ritmi comunque dilatatissimi, oserei dire liturgicamente strazianti, è il paradosso di base. Il protagonista non vuole andare avanti nonostante non stia fermo nemmeno per un minuto di film. Gli ultimi venti minuti sono carichi dell’umanità dei personaggi, debolezze e desideri implodono su se stessi. Il resto sono belle immagini di una brutta India.

Gaza Mon Amour – Nasser Brothers, Palestina


Dopo l’israeliano Tel Aviv on fire dell’anno scorso Venezia cambia fazione e passa ridacchiando in Palestina. Gaza mon amour è un film elegante, lieve, forse come ha definito la simpatica signora tre file davanti a me “’na cazzata”. Però a me è piaciuto. E non poco. Un anziano pescatore si innamora di una sarta del souk, anch’essa non giovanissima. Quando l’uomo trova in mare una statua di Apollo la polizia inizierà a bloccare ogni suo tentativo di dichiararsi alla sua amata. Basta. Nulla di più. Una storia che in pratica è un incipit, però ricca di quella realtà che a noi arriva solo filtrata tramite i giornali. La guerra, la povertà e la voglia di fuga vengono sparse ai contorni di una storia dolce, ma mai patetica, in cui il fiore dell’amore di due personaggi “sbagliati” diventa un traino enorme. Un film povero di tutto, ma non di sentimenti.

The Furnace – Roderick MacKay, Australia


Un film unico nel suo genere. Un western ambientato nell’outback australiano, il cui protagonista è un cammelliere afghano amico degli aborigeni. Il Ghan (nome dei cammellieri portati in Australia dagli inglesi) viaggia assieme ad un ladro d’oro verso una fornace, così da togliere il marchio della regina e rendere i lingotti non riconoscibili alle autorità. Il tutto inseguiti dalla polizia e da una personificazione di satana. La prima oretta non scorre bene, ma gli ultimi cinquanta minuti sono un western di grandissima qualità, dove la vendetta personale del protagonista si trasforma e cambia forma come i lingotti che porta in sella al suo cammello. Una storia affascinante sul tema dell’appartenenza, dove l’oro è veleno che uccide qualsiasi cosa tocchi.