28.2.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film ( 5 ) Enemy - di Edoardo Romanella

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Quinto appuntamento con la rubrica in cui Edoardo fornisce spiegazioni/approfondimenti sui film più criptici e difficili.
E' arrivato il turno dello splendido Enemy, film di cui io toppai completamente la recensione (e il conseguente giudizio) perchè troppo legato al capolavoro da cui è tratto, L'Uomo Duplicato di Saramago.
Non riuscii capire che il grande Villeneuve aveva stravolto il testo (in maniera geniale).
Tant'è, ormai è andata.
Buona lettura 

 Siamo nel 2013 quando il fenomeno Denis Villeneuve realizza quest’opera, tre anni dopo il capolavoro: La Donna che Canta (Incedies).
Possiamo considerarla come una personale trasposizione del libro: L’Uomo Duplicato, di Josè Saramago, e ho scritto “personale” non a caso, perché non è esattamente fedele all’opera letteraria, un’opera immortale sul concetto di identità.
Inizio col dire che mi era stato presentato come qualcosa di indecifrabile, un film del quale non esisteva alcuna spiegazione in rete (in realtà c’è qualcosina, tra tentativi “sparati a caso” ed esegesi abbastanza sensate, ma poco accurate). Dopo averlo visto posso scrivere che: sì, è complicato, ma c’è di peggio.
In ogni caso, premetto che non si può andare a vedere un film weird (perché di weird si tratta) in sala senza la minima consapevolezza del tipo di pellicola. Non è un film per svagarsi, richiede molta attenzione, sia per quanto riguarda i dettagli che i dialoghi. E’ ovvio che se anch’io vedessi un’opera di questo tipo nello stesso modo in cui guardo Fast and Furious non ci capirei una mazza.
Ad ogni modo, scriverò un accenno della trama per chi non lo avesse ancora visto (e prima di continuare a leggere vi consiglio di farlo).
Jake Gyllenhaal interpreta Adam Bell, un professore di storia e filosofia che sta vivendo un periodo di separazione dalla moglie. Un giorno scopre, guardando un film su consiglio di un amico, che un attore è uguale e identico a lui. Da quel momento inizia la ricerca dell’uomo, ma la realtà si rivela più complicata e sconcertante del previsto.

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Veniamo alla spiegazione: già un film che parte con una frase scritta (“Il Caos è ordine non ancora decifrato”) dovrebbe più o meno far capire allo spettatore a cosa sta andando incontro; così come il titolo (Enemy = Nemico) rapportato all’opera letteraria (L’uomo duplicato) dovrebbe dare una mano a intuire l’argomento trattato: lo sdoppiamento di personalità.

26.2.19

Recensione: "Tangerine" - Su Netflix - 19 -

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Prima del magnifico The Florida Project ci fu Tangerine.
 E non serve un genio per notare la stessa mano dietro la cinepresa.
Anzi, dietro uno smartphone in questo caso.
Baker e il suo semplice raccontare gli ultimi, i reietti della società.
Senza sensazionalismi, scene madri, retorica.
La storia di Sin-Dee, una trans appena uscita di prigione che va in cerca del suo fidanzato.
Lei, la sua amica Alexadra e un tassista armeno.
Poco altro.
Ad accadere, semplicemente, la vita


C'è un finale prima.
Ed è il finale, meraviglioso, di The Forida Project.
Quelle bimbe che cominciano a correre per salvarsi dal mondo degli adulti e rifugiarsi in quello dei castelli incantati.
Fuggono, si tengono per mano.
E il film cambia, anche a livello fotografico.
Si passa in un nanosecondo dalla classica grana cinematografica a quella che, sembra evidente, è la ripresa fatta con un IPhone.
Solo per quei 30 secondi finali Baker ha usato quella tecnica in quel film.
E poi vedi Tangerine e Tangerine è girato completamente con un IPhone.
E pensi allora che il finale di Florida è ancora più bello, quasi una citazione di sè stessi.
Ma del resto i punti in comune tra questi due film sono tanti ed evidenti.
In realtà ne basterebbe soltanto uno  di punti in comune, ovvero Sean Baker.
Lo Sean Baker uomo.
Perchè è evidente come a questo regista piaccia parlare degli ultimi, degli emarginati, dei losers.
E' evidente quanto voglia bene ai suoi personaggi, quando quello che mostra nei suoi film sia veramente quello che gli sta a cuore.
Florida e Tangerine trasudano verità, onestà, vicinanza al mondo che raccontano.
Li guardi e ti immagini Baker lì in mezzo a loro, come uno di loro.
Sono quei film "personali" che io non riesco a non amare.

Che poi Tangerine, se vai a guardare, non ha tanto da offrire.
Ha una storia quasi inesistente, roba che scrivi in qualche oretta dopo cena.
Ha una regia-non regia con queste immagini da telefonino.
Ha degli attori quasi al limite dell'amatoriale.
Non ha nemmeno tante vicende dentro, plot twist, scene madri, tragedie.
Ma allora perchè Tangerine è così bello?
Perchè un film fatto col telefonino che parla quasi di niente convince così?
Perchè è fatto col cuore.
Perchè non ti inganna mai, perchè non vuole stupirti mai, perchè non "usa" i suoi personaggi, perchè non tenta mai la strada della retorica, perchè non vuole darti insegnamenti, perchè non ha personaggi solo buoni e solo cattivi.
Perchè è umano, perchè racconta la vita così com'è, poco più di un documentario.

Sin-dee è una prostituta transgender appena uscita di prigione.
Vuole tornare dal suo ragazzo, nonchè suo pappone.
La accompagna in questa ricerca la sua migliore amica, Alexandra, anche lui trans e prostituta.

24.2.19

Recensione: "Il Primo Re"

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Straordinario.
Un film ambiziosissimo ma realizzato con una cura pazzesca in ogni suo aspetto.
Un atto d'amore per il cinema.
Italiano.
Regia, effetti, attori, sceneggiatura, c'è tantissimo - e tutto al meglio - in questo film che aveva tutte le caratteristiche per essere massacrato da chiunque, per non risultar credibile, per prestare il fianco alle lance di chi, secondo me, il cinema non lo ama poi così tanto.
La storia di Romolo e Remo, vero, ma - fuor dalla Storia -  semplicemente il racconto archetipico di qualcos'altro, di un qualcosa che stava nascendo, di un'Origine.
Quelli siamo noi, noi nati nella violenza, nella paura degli Dei e di noi stessi.
Noi che aiutiamo nostro fratello ma poi possiamo sentirci traditi da lui.
Noi che abbiamo scelto di avere una religione, abbiamo scelto di credere che dentro quel fuoco ci sia qualcosa più grande di noi.
Oppure noi che, invece, dentro quel fuoco non vogliamo entrarci.

Una meraviglia.
Un miracolo tecnico e umano.
Uno di quei film che ha un solo tremendo difetto, l'esser italiano.
Sì perchè NON è un luogo comune quello per cui se un film è nostro, allora, naturalmente, non è al livello di quelli degli altri.
Avete rotto il cazzo, ve lo dico col cuore in mano.
Il Primo Re è, per me, il Valhalla Rising italiano.
E non parlo solo di punto di riferimento ma anche di risultato raggiunto.
Lo dico da subito, almeno chi vuole essere accompagnato nelle meraviglie che scriverò sul film di Rovere può restar qua, chi invece pensa che io sia un emerito coglione che spara cazzate - oltre ad aver ragione - può fermarsi qua.
In realtà c'è un grosso punto di differenza col filmissimo di Refn, ovvero quella differenza che c'è tra le cose dette e quelle non dette, tra i testi e i sottotesti, tra la brutale violenza delle evidenze e la brutale evidenza delle metafore.
Entrambi i film parlano di religione, entrambi i film parlano di qualcosa che sta nascendo -una civiltà e un culto-, entrambi i film narrano di come le cose grandi siano partite da cose piccole, tremendamente umane ed intime.
Ma se il film di Rovere ha un approccio storico che poi porta a riflessioni altissime anche sulla religione, quello di Refn è un film spirituale.
Ecco, è come se dicessimo una preghiera.
Il film di Rovere siamo noi che diciamo la preghiera e l'argomento della preghiera.
Valhalla Rising è la preghiera.

Lo sapete, io adoro il non detto, adoro l'etereo, adoro i film o le opere che mi riempiono di significanti senza sbattermi mai in faccia i significati.
E il film di Refn questo era, era uomini nudi, violenza, sangue e viaggio senza che mai ci venisse detto questa violenza, questo sangue e questi viaggi cosa rappresentassero veramente.
Invece qui, nel Primo Re, tutto è lineare, tutto è maledettamente causa ed effetto, evoluzione, costruzione.
Eppure è un film mai didascalico, mai freddo, mai meccanico.
Ma il miracolo è un altro.
Il Primo Re è un film ambizioso, grande, difficile.
E si sa che in Italia fare queste produzioni è quasi impossibile.
Eppure per tutte le due ore del film non c'è mai stato un momento, uno solo, in cui quello che vedevo non mi sembrava (anche cinematograficamente) credibile, in cui ho avvertito un pizzico di approssimazione o minor cura.
Il Primo Re è un atto d'amore, un qualcosa che meglio di così non poteva esser fatto, è la dimostrazione che si può tentare l'impossibile se dietro quel tentativo ci si mette tutto sè stessi.
Io sono orgoglioso, punto.

20.2.19

Recensione: "Pin Cushion"

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La storia di Lyn e di sua figlia Iona.
Lei donnone brutto e zoppo perennemente umiliato dal prossimo.
Lei, adolescente bruttina (ma affascinante) e strana, perennemente umiliata dal prossimo.
Una coppia di losers insomma, che vive in una casa dai colori pastello, con un uccellino.
Film imperfetto, anche acerbo, ma pieno d'amore dentro.
Due personaggi indimenticabili, un finale che vi colpirà al cuore, l'ennesimo racconto di quell'impari battaglia tra la bontà e la cattiveria umana.

presenti spoiler nel finale

L'ennesimo film sull'adolescenza.
L'ennesima opera prima.
L'ennesima regia al femminile (e se si guarda il film è evidente).
Eppure questo tipo di film sembra non stanchino mai, ne escono sempre di più belli.
Non fa eccezione questo Pin Cushion, film fragile e dolce con personaggi fragilissimi e dolcissimi.
La storia di un'adolescente e della propria madre trasferitesi da poco in una nuova città.
Sono entrambe due losers, entrambe due esseri viventi abbastanza strani.
Lei, Iona, la ragazzina, ha un viso bruttino ma al tempo stesso affascinante (sembra una piccola Mia Goth), è repressa ma non lo dà a vedere, è una perdente ma non lo dà a vedere, ha tremendi problemi ma cerca di non darli a vedere.
Sua madre, Lyn, è un donnone zoppo e con una emiparesi (possibile metafora somatica del suo handicap sociale).
Si veste male, non ha niente di femminile, sembra una pazza e ha uno sguardo perso nel vuoto.
Sguardo perso nel vuoto che nessuno riesce mai a vedere però perchè la sua tendenza è guardare in basso, un pò per vergogna un pò per una sorta di autoproclamata manifesta inferiorità con il prossimo.
E' una madre eccezionale per affetto ma tremendamente inadatta per far stare al mondo la propria figlia.

"Da sola?" 
le chiede quando questa dice di volere andare a comprare il latte.

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Lyn è una di quelle madri meravigliose nell'animo ma che senza alcuna colpa (o malafede) crescono figlie disadattate, represse, agnellini pronti ad essere sacrificati nella tremenda giungla della vita (non credo che il sogno delle urla da savana e della madre che spara sia casuale).
Insomma, una coppia di disadattate che però divergono in un aspetto fondamentale, una -la figlia- cerca di mascherare questo disagio, l'altra -la madre- non potrebbe nemmeno provare a farlo.
La loro casa è tutta color pastello, piena di tanti piccoli oggetti, una specie di negozietto-bazar.

15.2.19

Recensione: "Il Corriere" (The Mule)

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Per me era solo il quinto film di Eastwood alla regia.
E, al solito, ho trovato il solito gran bel film, granitico, lineare, quasi inesorabile.
Lui giganteggia ma Eastwood a quasi 90 anni potrebbe anche star zitto 100 minuti e giganteggiare lo stesso.
Gran bel soggetto, buono svolgimento e un film che regge.
Ma anche una sceneggiatura troppo basica, piena di inverosimiglianze, troppo poco curata in alcuni aspetti.
Quello che più ci resterà è la storia di un vecchio che poco prima di andarsene riuscirà a farsi perdonare, riuscirà a capire quello che realmente conta nella vita, riuscirà a diventare uomo.
E' tardi, ma c'è ancora tempo

Se ci credete (e perchè non farlo?) ho visto solo 5 film di Eastwood regista.
E non pensate che se ce aggiungo quelli dove recita soltanto aumentamo de tanto eh.
Insomma, avè visto solo 5 film in quella che è una filmografia sterminata equivale quasi a non conoscelo.
Però ho visto almeno un capolavoro, Gran Torino, due grandissimi film - Million Dollar Baby (dove svenni gli ultimi 10 minuti, ma letteralmente eh) e Mystic River - e un gran bel film, Sully.
Insomma, il mio Eastwood è a media 8.
E la media di certo non si abbassa troppo con The Mule.
Anche se...

Son contento che tra quei pochi Eastwood visti ci sia Gran Torino.
Non tanto per il valore -immenso- del film ma perchè il personaggio di The Mule pare quasi lo stesso.
E' come se l'altro non fosse stato mai ucciso, come se fosse sopravvissuto in quel meraviglioso finale e ora ce lo ritrovamo qui.
Forse più legato alla vita, forse più sorridente, forse meno razzista. 
Ma del resto Gran Torino proprio questo raccontava, di un ammorbidimento, di una "maturità" raggiunta sopra gli 80 anni.
Quasi il coming of age di un 80enne, incredibile.
Per il resto è lo stesso personaggio, molto spigoloso, a volte molto duro, disastroso con la famiglia.
Impossibile non pensare che in questi due personaggi Eastwood non abbia messo anche qualcosa di suo, non abbia voluto espiare -rendendolo pellicola- qualche senso di colpa che l'Eastwood uomo si è portato dietro.
Siamo davanti al "solito" film di Clint, ovvero l'apoteosi del grande cinema americano, quel cinema granitico, inesorabile, lineare (Clint avrà mai fatto un film che gioca col tempo? complesso?), una specie di monolite messo su una carriola che avanza.
E' il cinema americano che mi stuzzica meno (rispetto all'indipendente) ma che molte volte regala dei film bellissimi, quasi intoccabili.
Stavolta, però, The Mule pecca proprio in uno di quei aspetti che in questo tipo di cinema è più inattaccabile, la sceneggiatura.
Ma ci arriveremo.

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Dico subito quello che ho più amato di The Mule.
Per prima cosa l'interpretazione di Eastwoood.
C'è da dire una cosa un pò scomoda però, e magari facilona, ma non posso non dirla.
Quando nel cinema recitano vecchi e bambini il loro compito è facilitato.
Si crea un'empatia maggiore con lo spettatore, la tecnica è minore e si può essere più spontanei.
Un bambino per saper recitare bene da bambino basta che di ricordi di essere un bambino.
E un vecchio lo stesso.

13.2.19

Quinto Raduno de Il Buio in Sala (o anche Secondo Radunetto di Mezzo) - Perugia 29 - 30 - 31 Marzo

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Non si sa come ma siamo arrivati addirittura al Quinto Raduno.
Ci siamo arrivati pure vivi e vegeti, per ora non abbiamo notato fasi calanti in partecipazione o in riuscita.

E niente, il raduno vero e proprio sarà, come sempre, il sabato (30 Marzo) ma ormai si ragiona quasi sempre a 3 giorni (anche se più di uno starà 4-5), dal Venerdì alla Domenica (almeno pranzo)

Ora vedo se riesco a trovare qualche regista per vedere film altrimenti ne scelgo un paio io senza regista e ci divertiamo lo stesso

Questo, a grandi linee, il solito programma


VENERDI' 29 MARZO

Pranzo insieme (per chi già c'è) e la sera cena tutti insieme (forse buffet di salumi e altro al locale) e visione di un film, con o senza regista

SABATO 30 MARZO

Pranzo insieme e poi dalle 18 fino all'alba raduno ufficiale con tantissimo cibo, birra, mega quiz a squadre e, se ce la faremo, un altro film a tarda notte

DOMENICA 31 MARZO

Pranzo insieme con i reduci e, per chi resta ancora, magari un altro film al cinema

Ogni pranzo o cena (chi è venuto lo sa) avverranno in luoghi dove si mangia molto bene e si spendono dai 5 ai 10 euro a testa

Per gli alloggi, come sempre, o agriturismo con piscina a Paciano o hotel in centro a Perugia con prezzi che andranno dai 12 euro ai 25 euro soltanto.
Anche se quest'anno mi sta venendo l'idea di spostarci più verso il Lago Trasimeno
Ovviamente tutti gli avvenimenti principali si svolgeranno al Supernova di Vernazzano (Tuoro), per il resto sempre Perugia

per ogni informazione in più usate qualsiasi canale volete, qua nel blog, nel gruppo fb o a me privatamente

9.2.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film (4) - I Soprano - Di Edoardo Romanella

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Quarto appuntamento con Edoardo e la sua rubrica di approfondimento/analisi/svelamento significati di film.
Questa volta non analizza un film (e abbandona Lynch) ma una serie, probabilmente una delle 5 serie più amate e apprezzate di sempre, I Soprano

Dunque, iniziamo subito col dire che questa è una serie che ha davvero fatto la storia, nonostante sia relativamente recente. Ideata dal regista e sceneggiatore David Chase nel 1999, la trama ricalca lo stereotipo della famiglia mafiosa italo-americana: Tony Soprano (James Gandolfini) è il capo famiglia, di origine italiana (i genitori erano di Avellino), sposato con Carmela (Edie Falco), e con due figli, Meadow (Jamie-Lynn Sigler) e Anthony Soprano Junior (Robert Iler).
Il nucleo familiare è quasi tenuto all’oscuro riguardo gli affari di Tony (anche se non è del tutto esatto dire così), e vista la continua tensione dovuta al suo stile di vita e alla crisi di mezza età, il capo-famiglia inizia a essere afflitto dalla depressione. Così si reca da una psicologa (Lorraine Bracco), anch’essa di origine italiana.
Tuttavia, nonostante i suoi turbamenti psichici, continua col suo sporco lavoro, fatto di riciclaggio di denaro, spaccio e omicidi su commissione, senza contare la sua completa infedeltà alla moglie, tradita ogni volta con prostitute o amanti occasionali.
Da contorno alla vicenda possiamo ammirare altri pittoreschi personaggi: dalla madre, ai parenti, agli uomini della sua banda: Christopher Moltisanti (Michael Imperioli), Silvio Dante (Steven Van Zandt), Paulie Gualtieri (Tony Sirico), lo zio Corrado Junior Soprano (Dominic Chianese) eccetera, eccetera, eccetera, una miriade nelle ottantasei puntate che la compongono.


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Il cast è in gran parte caratterizzato da attori di origine italo-americana, per dare, diciamo, una raffigurazione ancor più attendibile nelle movenze o nell’accento linguistico di ogni personaggio.
Detto ciò, è una serie che ha fatto molto scalpore nonostante la notevole fattura, perché ricalca uno stereotipo poco piacevole riguardo gli italiani, venendo severamente criticata da uomini di Stato americani oltre che da politici del nostro bel paese. Ma che cosa vogliamo pretendere? Raffigura semplicemente e in modo fedele come agisce un’organizzazione criminale di stampo mafioso, e vogliamo forse negare che la Mafia in America ce l’abbiano portata gli italiani? No di certo, è un dato di fatto, la storia insegna.
All’inizio comunque, nonostante le numerosissime critiche favorevoli, non ero sicuro di vederla, perché di film sulla mafia ce ne sono a centinaia, da Il padrino, a Casinò, a Quei bravi ragazzi, solo per citarne alcuni (che tra l’altro vengono omaggiati dalla serie). Quindi mi chiedevo: che cosa avrà mai di diverso rispetto a questi altri lavori? Cosa avrà mai di tanto speciale?
La risposta è: TUTTO.

7.2.19

Recensione: "Tiempo Compartido" (Time Share) - Su Netflix - 18 -

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Un film Netflix lontanissimo da quello che la gente pensa di un "film Netflix".
Il messicano Tiempo Compartido è infatti un film raffinato, difficile, con una sceneggiatura straordinaria che non fa alcuna concessione al mainstream.
Una commedia nera che sembra mischiare Madre! e The Bothersome Man, un film surreale che piano piano all'atmosfera divertente sostituisce un forte fastidio.
Ma, soprattutto, un film dalle tante letture e di grande sensibilità.
Un film sul riuscire a restare sè stessi, sul riuscire a vivere intimamente il dolore senza vendersi a follie collettive.
Tanta roba

Meno male che ci sono lettori che me li trovano al posto mio sti film.
Perchè io so sempre più convinto e persuaso che dentro Netflix, a scavare, ci sono film interessantissimi che niente hanno a che fare con quelle che, nel 90% dei casi, sono le dinamiche dei film Netflix, ovvero film piacevoli, visivamente impeccabili, magari anche interessanti ma mai completamente "liberi" da certe logiche commerciali.
Ecco, dopo Calibre e The Maus (per me indipendenti al colosso) ecco che mi vedo questo film messicano (attenzione, la nazionalità è importante) che forse tra tutti e 18 i film Netflix che ho visto è quello meno adatto al "pubblico Netflix".
Perchè Tiempo Compartido si presenta come film divertente e grottesco ma in realtà è molto raffinato e complesso.
E se lo spettatore non ha voglia di andare oltre le righe troverà un prodotto a metà, gradevole ma che lascia una strana sensazione in bocca.
Commedia nera, commedia dell'assurdo, commedia "fastidiosa", queste sono le prime 3 definizioni che mi vengono in mente per questo film.

Una giovane coppia va in vacanza in un bellissimo resort.
Prima ancora che possano passare lì la prima notte, però, gli piomba nell'appartamento un'altra famiglia.

A niente valgono le lamentale del giovane padre, quel tipo di vacanza è un "multiproprietà" , si deve adeguare.

Ne approfitto per dire due cose sul titolo e su questo concetto.
Il Tiempo Compartido del titolo (e anche il corrispettivo inglese Time Share) sono termini che  -oltre a definire letteralmente un "tempo condiviso"- in quelle due lingue si riferiscono proprio a queste vacanze in cui ci sono delle proprietà condivise da più clienti.
Come delle seconde case in cui ci sono più padroni.
In italiano hanno tradotto multiproprietà (in modo giusto) perchè il termine generico "tempo condiviso" non avrebbe avuto l'accezione della lingua originale.

Sta di fatto che Pedro (il giovane padre) si ritrova così "invaso" da quest'altra famiglia.
Non solo, l'atmosfera generale del resort è molto strana, quasi da setta.
E mentre sua moglie e suo figlio piano piano sembrano trovarsi sempre di più a loro agio lui sembra l'unico a vivere una specie di incubo...

Grande soggetto.
In realtà, e qui sta la parte più forte di sceneggiatura, Tiempo Compartido racconta due vicende parallele. Oltre a quella di Pedro e famiglia c'è la storia di Andres, un uomo buono e solo che un tempo lavorava in quel resort. 
Poi ebbe un malore (nello splendido prologo) e finì a lavorare nei sotterranei, come addetto alle pulizie.
Sua moglie invece sta piano piano salendo di grado nell'organizzazione (ripeto, simile ad una setta).
 Il resort non è più messicano ma americano (attenzione...) e ha un progetto ambiziosissimo, offrire il "paradiso" ai propri clienti ed espandersi sempre di più.
La vicenda di Andres andrà sempre più in parallelo con quella di Pedro tanto che... (lo vedremo).

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Ci sono tantissime chiavi di lettura in questo film, non si sa nemmeno dove cominciare.
Innanzitutto è da premiare l'atmosfera che crea.

5.2.19

Boarding House - 14 - Recensione: "Sweet Thing" (1999 - Mark David)

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Torna la rubrica più matta de Il Buio in Sala, quella dove il nostro "Late Answer's Man" (qui trovate la sua assurda storia) Giorgio Neri ci racconta di film del sottobosco più impenetrabile, alcuni visti solo da lui e recensiti da nessuno.
Questo poi di cui ci parla oggi sembra ancora più assurdo, malato e cult degli altri.
Ormai un punto di riferimento per gli appassionati del (de)genere vi lascio a Giorgio


Penso che la trama dell’Amleto di William Shakespeare sia nota a
tutti, anche grazie alle innumerevoli versioni cinematografiche che
sono state realizzate.
Sweet Thing di Mark David (un regista indipendente con all’attivo
pochi altri film, mai arrivati in Italia) non esclude che abbia subìto
il fascino di questa immortale tragedia. Il protagonista stesso, Sean
(interpretato da Jeremy Fox), all’uscita da un cinema parla insieme
alla sua ragazza di una di queste versioni cinematografiche,
affermando che l’idea di costruire una vendetta e di uccidere il Re
siano gli sviluppi migliori della trama.
Da questo momento il film, che fino a poco prima sembrava essere una
semplice e banale storia di un ragazzo che ama la pittura e vorrebbe
vivere creando opere d’arte e generando il disprezzo del patrigno
(politicante in corsa per il Congresso), si sviluppa in maniera molto
differente - sempre tenendo in considerazione il valore della pittura.
Infatti, è questo mezzo artistico, nonché il contenuto delle opere
medesime (ispirate probabilmente alle visioni sepolcrali e mortifere
di Francis Bacon), ad essere la causa di un effetto progressivamente
sempre più devastante e distruttivo della storia.
Per Sean l’Arte, come per Van Gogh (che lui cita), è Amore; però, al
tempo stesso, non può distaccarsi da ciò che è ed è stato, da quel
passato torbido che lo ha attanagliato fin da quando era un bambino;
dall’aspetto più problematico, se ci si mette nell’ottica del
protagonista: la sessualità mal vissuta ma espressa con vivida forza
sulle sue tele.

Utilizzando la struttura classica del teatro, è possibile dividere il
film in tre opere:

Prima opera

Su uno sfondo nero, lunare/lunatico, un uomo pelato, col viso deforme
e un pene pendulo e quasi raggrinzito, la faccia vissuta dal vizio,
infila l’intero avambraccio all’interno di un ano, tra due grossi
glutei. Sembra che danzi, una danza grottesca, un sirtaki malandato e
una fierezza nell’intento sodomitico celato dalla pratica del fisting.
È l’opera di rottura.
Il patrigno ne sarà orripilato, Sean verrà considerato un omosessuale
e le strade si divideranno per sempre tra lui e la sua famiglia.
Si assiste al primo pezzo di quella costruzione dell’identità (e della
vendetta) che Sean sta coltivando, pur se guidato da eventi che non
controlla con fermezza e decisione.
Tale costruzione è parallela a quella del patrigno che, al pari
dell’usurpatore del trono re Claudio nella tragedia di Shakespeare,
cerca di allontanarsi dalla follia del figliastro, di ripulirsi
dall’immonda putredine e dalla brutale evacuazione anale della
pittura.


In tutto questo la madre, alcolizzata e debole, dice: “Hai detto le
tue preghiere, Sean?”.

Seconda opera

Sean ha conosciuto, prima della mostra, Hannah (interpretata da Amalia
Stitfer): il personaggio è evidentemente strutturato su quello di
Ofelia. Si crea una relazione sentimentale e il patrigno può calmare i
suoi colleghi: suo figlio non è un omosessuale, sebbene abbia ancora
quella maledetta passione per la pittura.
Colpo di scena: Ofelia/Hannah è una giovane prostituta, uno
stratagemma adottato per un unico e doveroso imperativo: “Sean non
deve più dipingere”.

3.2.19

Recensione: "La Favorita"

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Lanthimos esce dalla sua comfort zone, quella dei film perturbanti e dai soggetti saramaghiani, assurdi, paradossali e con uno status quo inspiegabile.
Esce da quello che sa fare per dimostrare che sa fare anche altro.
E sì, lo sa fare, eccome se lo sa fare.
I miei Lanthimos preferiti restano altri ma La Favorita è grande cinema, impeccabile.
Sembra una storia di grande respiro ma, alla fine, questa è la storia di una Regina triste e del suo mal di vivere

presenti spoiler

Prima scena di tiro a volo.
Lady Sarah dice ad Abigail:

"Farò di te un'assassina"

Seconda scena di tiro a volo.
Lady Sarah spara ad Abigail con la pistola a salve.

Terza scena di tiro a volo.
Abigail spara all'uccello e il sangue schizza sul volto di Lady Sarah

Tre scene di tiro a volo, tre riferimenti alla morte, in climax ascendente persino.
Ecco, da malato di sceneggiature ero sicuro che sti tre contrappunti (bellissimi) messi dentro a La Favorita fossero un sicuro presagio di morte.
Ma 100% eh.
Una frase, una simulazione, un segno.
E invece no, e invece non ci sarà nessuna morte, almeno non fisica.
Certo, queste cose che avevo notato e appuntato hanno comunque valore simbolico eh, che alla fine (tra le altre cose) anche di questo racconta il film, di questo gioco al massacro tra le due dame, di questo "mors tua vita mea" per accaparrarsi il favore della regina triste.
Però, ecco, io quei contrappunti di morte in climax li avrei portati a estreme conseguenze.

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Anche perchè è un Lanthimos, ricodiamoci.
Già.
Il mio regista favourite di questi anni (insieme a Trier e Villeneuve credo) esce dalla sua comfort zone, esce dal suo perturbante, esce dalle sue trame saramaghiane, trame e soggetti di paradossi e status quo inspiegabili, e si cimenta nel film storico, in costume, lineare, verosimile, NORMALE.
E chi l'avrebbe mai detto?