10.10.20

Piccola pausa

 Il Buio in Sala si prende una piccola pausa, diciamo 20 giorni dai.
Non ci sono propositi di chiusura, chiamiamola una specie di quarantena esistenziale (quest'anno ce sta bene) che dovrebbe avere la finalità di amare la vita ancora di più di quanto l'amassi prima.
Se vorrete mi ritroverete, è una minaccia ;)

8.10.20

Recensione: "The Invisible Man"



La storia dell'Uomo Invisibile è vecchia, abusata, vista e rivista.
Eppure in questo film Whannell ce la declina in un modo interessantissimo, importante, ovvero usando due dei problemi più gravi e devastanti di questa nostra epoca, le nevrosi e lo stalking.
Ne nasce un film che mischia tanti generi insieme (drammatico, thriller psicologico, thriller tout court, fantascienza e un pizzico pizzico d'horror) ma che riesce ad avere grande coesione, grazie a una scrittura, evidente e metaforica, davvero convincente.
Certo non manca qualche problemino ma The Invisible Man riesce a diventare uno di quei thriller "importanti" ancora prima che belli.
Con una Moss, al solito, gigantesca

PRESENTI GRANDI SPOILER

Prima inquadratura, bellissima, un mare in tempesta (con i titoli iniziali che si dissolvono al frangersi delle onde).
Seconda inquadratura il viso di Elizabeth Moss a letto.
Ecco, possiamo dire che The Invisible Man comincia con un Mare Moss.

Tornando seri queste sono le prime due inquadrature di un lungo incipit (sui 10 minuti) davvero magistrale. In tutto, nella gestione dei tempi, degli spazi, del "mistero" e del significato, perchè più il film andrà avanti più quell'incipit prenderà forza.
Lo dico da subito, ho trovato questo film bellissimo specialmente per un motivo, ovvero per come abbia saputo declinare una storia molto vecchia e abusata (quella dell'Uomo Invisibile di Wells) in un modo così interessante, profondo e, soprattutto, legato ai nostri tempi.
Perchè non solo il film parla dello stalking (incredibile che questi ultimi 20 giorni abbia visto solo due film, questo ed Unsane, e senza sapere mezza riga di trama di nessuno dei due mi sia ritrovato due cose quasi identiche, ovvero film che parlano di donne terrorizzate da uno stalker e che per metà della loro durata giocano però sul fatto se questo terrore sia reale o solo frutto di una loro pazzia).
Oddio, parentesi troppo lunga, ricomincio il periodo.
Dicevo, il The Invisible Man di Whannell non parla solo dello stalking, pratica disumana (che troppo spesso porta anche a tragedie) che distrugge letteralmente la serenità e la psiche delle donne (o degli uomini), costrette ad essere tormentate da ex (o pazzi ) che non accettano il loro rifiuto (ci torneremo perchè forse questa è una delle piccole pecche del film) ma tratta anche un altro dei cancri di questo nostro mondo moderno, ovvero le nevrosi, l'instabilità mentale, il non riuscire a trovare pace e serenità.
Non servo certo io a dirvi che mai come nei nostri tempi tutte le "malattie" legate alle psiche sono così diffuse, in questo mondo che ci travolge, che non ci dà mai tempo per fermarci e pensare, che ha sempre bisogno di obiettivi, che rende sempre più difficile mantenere in tranquillità i nostri rapporti, che ci fornisce coi media immagini, fisiche e non, che noi non riusciamo a raggiungere.



Ecco, qui abbiamo nevrosi e stalking usate raccontando la storia dell'uomo invisibile, geniale.
Che poi, tra l'altro, "uomo invisibile" è una definizione perfetta per questo tipo di tormento, per questo tipo di paure.

Cecilia (una sempre eccezionale Elizabeth Moss, in una parte che - anche se non l'ho vista (la vedrò) - potrebbe ricordare il suo personaggio in The Handmaid's Tale) è una donna che ha vissuto con un uomo possessivo, manipolatore, un vero e proprio "controllore", sia delle sue azioni che sei suoi pensieri.
Quest'uomo è ricchissimo, un genio dell'ottica (la prima parte ricorda tantissimo Ex Machina, con quella casa meravigliosa e quegli esperimenti). E' bello, potente, potrebbe avere chi vuole ma sta con Cecilia perchè è l'unica che prova a non piegarsi a lui, che sa rifiutarlo, che non vuole un figlio "obbligato" con lui.
Ecco, tornando a sopra, alla luce di tutto quello che succederà nel film, trovo veramente poco realistico che un uomo perchè rifiutato da una donna possa concepire una vendetta simile, specialmente uno che potrebbe rimpiazzarla con altre 200. Insomma, ok l'orgoglio ma...
Però il film va visto in chiave metaforica e forse politica, per questo glielo concediamo.

Apro una parentesi riguardo questo ultimo argomento.
Uomini come l'Adrian del film sono veri e propri mostri, creature capace di annichilire gli altri al loro volere e potere.
Eppure, e mi rivolgo ai maschi che leggeranno, a volte anche "noi" uomini che ci crediamo sensibili, capaci di amare come nessun altro, giusti in ogni nostro comportamento, non volendo possiamo fare danni come l'Adrian del film.
Questo avviene quando non abbiamo la sensibilità di riuscire a capire quanto le piccole o grandi insicurezze di chi ci sta vicino siano profonde. Noi ci mostriamo sicuri, magari abbiamo carisma, minimizziamo, eppure quelle insicurezze che noi non riusciamo a curar loro (anzi, ingigantiamo) alla fine diventano voragini. Non lo facciamo apposta ma succede. E succede anche perchè non riusciamo a fare un passo indietro e, al di là di torti o ragioni, mettere loro davanti a noi, avere l'umiltà di fare un passo indietro in favore di un disagio molto grande provato da chi amiamo.
Nella vita, in tutti i suoi aspetti, serve grande sensibilità, ma mai come nell'affrontare le piccole o grandi insicurezze delle donne che amiamo o dei bambini.
Ecco, quelle son sacre.
Anzi, paradossalmente, sono spesso le cose che le rendono più belle (o belli).
E lo dice uno che non ha avuto nè questa sensibilità nè quell'umiltà di fare quel passo indietro e mettere la persona che ama davanti a tutto.

Certo, chi è come Adrian è un'altra cosa, ma i danni a volte sono simili.
Parliamo del film? :)

2.10.20

Recensione: "Cara Lilli... - Diario di una mamma e di due monelli con disturbo dello spettro autistico" - di Massimiliano Muffatto

 

Oggi pubblico uno scritto "esterno" un pò particolare.

Il pezzo è di Max, un lettore storico del blog.
Ha deciso di recensire un libro scritto da una "blogger" (il blog è omonimo al titolo del libro, Cara Lilli), Maristella.
Maristella ha due figli autistici e io, chi mi segue lo sa, verso questo argomento ho sempre un certo attaccamento.
Il suo libro racconta la loro quotidianità, dallo scoprire la "malattia" al combatterla, al conviverci.
Tutto però con uno spirito positivo, di fortissima speranza e consapevolezza che la vita, in ogni caso, può essere bellissima lo stesso


“Per ogni su c’è sempre un giù, per ogni men c’è sempre un più . E questo il mondo fa girar!”

Diceva Merlino a Semola ( in versione pesce) ne La spada nella roccia di Disney.

“Ed è giusto che sia così, aggiunge Maristella Bocciero nel suo libro biografico che vi voglio raccontare oggi , in modo che non ci si sieda sugli allori ne’, viceversa, ci si abbatta troppo, a seconda dei momenti...perché gli alti e bassi ci sono, ma è così che va la vita.

E la vita è un avventura stupenda che vale la pena assaporare in pienezza.”



Ho conosciuto virtualmente Maristella, Maris per tutti, relativamente da poco.

Ha un blog, si chiama Cara Lilli,  e da qualche mese ha pubblicato il suo terzo libro, "Cara Lilli...diario di una mamma di due monelli con disturbo dello spettro autistico". 

Chi è Lilli?

Un'amica immaginaria con cui confidarsi, ma a me piace pensare che Lilli siamo noi che leggiamo.


Perché parlare ancora di autismo?

Perché parlarne qua ne IL buio in sala e poi perché parlarne io ?

Le risposte a queste domande sono molto semplici.

Perché non è mai troppo parlarne, perché Giuseppe, attraverso molti dei suoi film qua ne ha parlato.

Perché attraverso i suoi racconti di vita che possiamo leggere qua nel “Buio” e anche quelli di  altri lettori il tema del l’autismo non è mai stato assente in queste pagine virtuali, anzi .


Io ne parlo perché penso sia necessario farlo, perché il libro di Maris aggiunge un altro tassello alla mia poca conoscenza nella materia, e chi già sa tutto o ha più esperienza del sottoscritto non può che, leggendo questo post e soprattutto il libro di Maristella,a rricchire ulteriormente il suo bagaglio di nozioni.

E poi come si dice non è mai troppo tardi per imparare...o almeno per  provarci.

Spesso con Giuseppe si parlava di blog e blogging e di come nei nostri discorsi lui mi dicesse che i veri blog, forse quelli più sinceri, senza pretese di avere successo, fossero quelli dove si continuasse ad adottare nello scrivere  e nei contenuti la forma del diario.

Beh il Blog di Maris è un diario e il suo libro è una raccolta di alcuni  dei suoi post già pubblicati on line .

Pagine di vita vissuta che ha voluto condividere con noi.

Pagine che partono idealmente dal 2009 quando Mariastella mette piede per la prima volta con la sua prima figlia nel centro di riabilitazione che seguirà  la bimba praticamente fino ai giorni nostri, lei prima e il fratellino poi. 

Maris racconta della sua esperienza come madre di due ragazzi che hanno lo stesso disturbo persuasivo dello spettro autistico.

Dagli strani comportamenti già in tenera età, prima dei due anni, della sua prima figlia, comportamenti che le hanno messo la pulce nell’orecchio, alla conferma di quello che si è dimostrato un disturbo riconducibile allo spettro autistico fino al percorso intrapreso per cercare di correggerlo.

Un percorso sicuramente non facile ma che ha portato e sta portando dei risultati.

E attorno a Maris e alla sua famiglia ruotano figure importanti che sono state d’aiuto a lei e ai suoi figli, i "suoi monelli" come ama chiamarli lei .

Figure come educatori, logopedisti, terapisti in psicomotricità, neuro psicologi.., la scuola stessa .

La consapevolezza, cosa che non bisogna dare per scontato, che i propri figli hanno un disturbo e la determinazione nel volerlo affrontare perché recuperino con i loro tempi il recuperabile, tutto questo per garantirgli un futuro, renderli autonomi al mondo, compatibilmente con il loro disturbo.



C’è una data che ricorre spesso nel libro di Maris, il due aprile, la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, e un colore, il blu, quello scelto per rappresentare questa giornata.

Blu come il  mare.. che a volte è brillante e trasparente in alcune giornate e in altre invece  è scuro e profondo come succede  dopo una tempesta.

Il blu, il colore dell’autismo.


Maris scrive che se ne conosce ancora molto poco in Italia.

Fa tenerezza leggere che di autismo lei sapeva solo quello che si raccontava in film come Rain  man o Forrest Gump, credo un un po’ come tutti noi .

Voglio ricordare le sue parole subito dopo la nascita della prima figlia: 

“Un bambino su 80 in Italia è affetto da autismo (nei diversi gradi del disturbo), non bisogna restare ancorati a concezioni obsolete, bisogna diffondere notizie giuste e reali, perché non si deve parlare di autismo come se si parlasse di pazzia.

L’ignoranza va combattuta, certo ci sono casi gravi, nessuno lo può negare, ma non è sempre così”.

E questo con il suo libro Maristella l’ha dimostrato.


“Se tutta la società fosse informata, se gli insegnanti sapessero, se i dottori e i terapisti sapessero, se il vicino di casa sapesse come dovrebbe comportarsi un bimbo a 18 mesi, quello che alla sua età dovrebbe fare effettivamente e tipicamente, e se non vedendo questi comportamenti si preoccupassero, già solo con questo staremmo 8 passi avanti..”

Avanti, sempre avanti un po’ come la frase detta da Merlino a Semola, per ogni men c’è sempre un su,  è questo il mantra di Maristella, il suo motto.

Perché la vita va presa a morsi e se ci si arrende davanti alle difficoltà è finita.

E difficoltà nell’esperienza di Maris con i suoi figli di sicuro ce ne sono state e ce ne saranno, non l’ha mai negato.

A chi le rimprovera di avere scritto un libro “ troppo positivo “  io penso sinceramente di rispondere che non ha capito niente e che lo rilegga di nuovo e  con più attenzione!

Quando Maris scrive che il disturbo dell’autismo accompagnerà i suoi figli per sempre come un fardello dimostra di avere la consapevolezza che il percorso non sarà sempre in discesa.


Raccontare dei risultati positivi ottenuti attraverso mille sacrifici non è volere minimizzare o nascondere il problema ma invece è dimostrare a noi che leggiamo che ce la si può fare anche di fronte a difficoltà che ai più sembrano insormontabili .
È un libro sulla quotidianità, sulla normalità di una famiglia speciale così simile a tutte le nostre di famiglie.
La diversità la vediamo noi adulti ma se osservassimo il mondo con gli occhi dei bambini, se imparassimo da loro a guardare, non noteremo le differenze.



I bambini non vedono bambini diversi un bimbo con la sindrome di down, un bambino con problemi comportamentali, un altro con disabilità fisiche, uno con la pelle di un altro colore ... per loro son tutti bambini come gli altri.
Dovremmo imparare da loro.
Quello che mi colpisce del diario di Maris è sapere quante persone belle girano attorno a lei e alla sua famiglia.
Leggere dell’amore dei compagnetti di classe verso i due monelli, delle famiglie e un po’ di tutta la comunità del piccolo paese dell’Irpinia dove vivono.
Leggere che nonostante la disorganizzazione cronica della scuola italiana ci siano insegnanti che rinunciano alla proposte di trasferimento perché vogliono concludere il loro percorso educativo con i monelli fa bene al cuore, davvero.
Ricordandomi che questo blog si occupa di cinema mi piace pensare, trovando un analogia con una tecnica di ripresa cinematografica, che se fosse stato un film questo “Cara Lilli...” invece di un libro, sarebbe stato girato sicuramente in presa diretta.
Un po’ come tutti i diari di vita che non hanno bisogno di artifici e tanti altri fronzoli di sceneggiatura per arrivare al cuore.
Forse perché son raccontati a cuore aperto.
Il diario di Maristella non finisce con l’ultimo capitolo del suo libro, anzi fa una certa impressione leggere che le ultime righe di questo diario son dedicate alla pandemia che quest’anno ha scosso tutto il mondo e proprio nelle ultime pagine di "Cara Lilli.." Maristella e i suoi monelli, come tutti, si preparano ad affrontare il lockdown al grido di “restiamo tutti a casa” , “andrà tutto bene”...
E poi sappiamo alla fine come è andata, purtroppo...

Ma le storie di Maris e i suoi monelli e tutto il loro mondo non finiscono ma continuano giorno dopo giorno nel suo blog.
Mi piace concludere con una immagine, ricordando uno dei post più recenti apparsi nel blog di Maris ( non presente nel libro ), ovvero quello dove i suoi ragazzi possono finalmente uscire dopo il lockdown, come tutti noi d’altronde che abbiamo aspettato la fine di questa clausura forzata, e tenendosi per mano proprio come nella foto davanti al mare della copertina del libro, si avviano per passeggiata lungo il viale fuori casa.
Un semplice gesto, una semplice conquista così scontata ma che è sembrata tanto a noi tutti ... senza distinzioni.

Una passeggiata, riassaporare la libertà.

E allora prendiamoci tutti idealmente per mano assieme ai ragazzi di Maristella alla sua famiglia e a tutti quelli che devono convivere ogni giorno con disturbi come l’autismo, e percorriamo tutti assieme questa strada con una consapevolezza diversa.
E anche se una sola persona che ha letto queste mie parole in questo post ha cambiato atteggiamento verso l’autismo io ne son contento, vuol dire che sono servite, son state utili proprio come il libro di Maris.
E se vi va di farmi un favore, fatelo girare il più possibile questo post attraverso i social aiutatemi a farlo uscire da un certo tipo di lettura di nicchia perché davvero è un libro che dovremmo conoscere tutti e merita tutta l’attenzione possibile.

Grazie

Max 

30.9.20

Recensione: "Unsane"



Un thriller psicologico di Soderbergh girato tutto con uno smartphone.
E, che dire, nel primo tempo si vola su piani alti, con un soggetto che richiama da morire Kafka (o, forse, ancora di più Buzzati).
La burocrazia che diventa un mostro informe, l'atmosfera che oscilla tra realtà e allucinazione.
Davvero bello.
Poi, però, il film inizia a prendere una forma non più ambigua e diventa un normale thriller, godibile ma niente di più.
peccato.

PRESENTI SPOILER

Davvero strano che se non fosse stato per il Contagion visto sotto lockdown (impossibile non vederlo in quel periodo) la mia frequentazione con Soderbergh si limitasse soltanto a Traffic e ad uno degli Ocean.
Tanto che, mancandomi gli altri 20-25 film che ha diretto, posso difficilmente capire il livello e la cifra di questo regista, visti i soli 4 film che ho visto spalmati in 20 anni, peraltro diversissimi tra loro.



Questo Unsane mi incuriosì sin dall'uscita più che altro per il fatto che, mi pare, fu girato interamente con un I-Phone. Tutto questo potrebbe portare a interessanti considerazioni, specie sulla "facilità" con la quale si può far cinema in questa nostra epoca e come anche con produzioni di bassissimo costo si possano raggiungere risultati pari a quelli del cinema "normale".
Non dico che arriviamo al concetto di "Tutti possono cucinare (girare)", la frase di Gusteau simbolo dello straordinario Ratatouoille, ma poco ci andiamo lontano.
E poi è sempre bello quando registi che raggiunsero l'Empireo in una fase della loro carriera (oltre a Soderbergh penso anche a Shyamalan) ad un certo punto abbiano avuto l'umiltà/necessità/costrizione di ripartire da tecniche cinematografiche così povere.
Shyamalan portò a un risultato per me molto grande, The Visit, Soderbergh per almeno un tempo mi ha fatto volare su quei livelli, per poi planare sensibilmente più in basso.

Unsane è un film che per almeno metà della sua durata ci regala atmosfere magnifiche, kafkiane, anche se so che l'aggettivo è molto abusato.
Non in questo caso però, perchè la nostra protagonista si ritrova in una surreale prigione burocratica e mentale (come tanti dei personaggi di Kafka).
La conosciamo all'inizio come una donna in affari che convive con dei grandissimi demoni, dovuti ad una precedente storia di stalking (sempre se vera).
Proprio per questo andrà a chiedere supporto psicologico, un colloquio, niente di più.
E invece si ritroverà in pochi minuti ricoverata in un'ospedale psichiatrico, senza sapere il perchè (davvero, Il Processo e Il Castello - oltre a numerosi racconti - sono richiamati moltissimo).
A pensarci bene direi che il riferimento più grande potrebbe essere addirittura il nostro Buzzati (che del resto sempre a Kafka viene accostato) e al suo celeberrimo racconto "Sette piani", quello dove un uomo entra in un ospedale per un banale controllo e poi, di lì, non uscirà mai più, senza che capisca mai il perchè di quello che sta accadendo.
Ecco, per almeno mezz'ora il film ha questa splendida atmosfera, resa ancora più insidiosa e interessante dal fatto che noi non riusciamo a capire quanto la storia dello stalking sia vera, se lo stalker sia veramente nell'ospedale dove Sawyer è ricoverata, o se tutto sia una completa follia e allucinazione della nostra ragazza (del resto il titolo e le varie locandine a questo rimandano).
Ecco, questi due elementi, il mostro invisibile della burocrazia e la possibilità che tutto quello che vediamo sia vero o falso mi stava portando a pensare che Unsane fosse veramente una chicca.
Poi, però, e non so assolutamente per quale motivo, il plot si svela subito.
Tutto diventa reale, ma non solo realistico o probabilmente reale, ma indiscutibilmente reale.
Si perde l'atmosfera allucinata e piombiamo in un thrillerino godibile ma che perde del tutto di "autorialità", intendendo con questa parola il saper scrivere, aggiungere cose sotto le righe, creare tematiche interessanti etc...

Anche la clinica nel primo tempo aveva acquisito una sua connotazione molto interessante, quasi fosse un istituto "malato" e indecifrabile. E niente, anche qui arriveremo a una banalizzazione del tutto, a una "spiegazione" di quello che fanno troppo realistica.


Tra l'altro le cose che non funzionano in questa seconda parte sono anche di più. Intanto il killer (inteso come attore) è per me un bamboccione improponibile. L'omicidio del ragazzo di colore è da horror di serie B, le dinamiche sembrano poco realistiche in generale (e non per il motivo di cui sopra, allucinazione o no, ma poco realistiche pur diventando realistico), lo scontro "finale" tra lo stalker e la ragazza ha pochissima tensione, lei poi che fugge dalla clinica e invece di scappare a gambe levate si mette dietro il silos appena fuori dalla porta mamma mia...
Tra l'altro non ho capito se quello che alla fine vediamo nel portabagagli è il corpo della madre. Beh, in quel caso non riesco veramente a capire, non l'aveva trovato e preso la polizia?
Ho apprezzato invece molto la figura della madre perchè anche nel primo ottimo tempo quella figura che faceva o diceva cose così sensate faceva da contraltare a quella sensazione che tutto in realtà non fosse reale e a tutti quei comportamenti apparentemente senza senso.
Per il resto mi è piaciuta questa regia da smartphone, ovviamente tutta incentrata su piani e campi molto stretti. Ho trovato davvero bravissima lei, Claire Foy, attrice che mi dicevano di talento, talento che confermo.
Un pochino macchietta e personaggio abbastanza insopportabile quello di Juno Temple invece.
Insomma, un discreto thriller che se non si banalizzava poteva veramente essere notevolissimo.

6.5


23.9.20

Recensione: Vitalina Varela"

 

Cinema respingente per lo spettatore se ce n'è uno.
Lentissimo, quasi tutto al buio, pieno di silenzi, attraversato da pochi e stanchi gesti.
Cinema radicale, che non fa concessioni.
Eppure è grande, grandissimo cinema, con una delle fotografie più belle viste questi anni, con una cura dell'inquadratura commovente, con un rispetto della dignità del dolore e del silenzio.
Perchè questo film non racconta solo dell'elaborazione del lutto di una donna ferita che ha perso il marito che l'ha abbandonata decenni fa.
No, questo film è il Lutto in persona, fatto della sua stessa materia.
Lento, doloroso, buio, dignitoso, silenzioso.

Finalmente, dopo 8 mesi (da Dylda?) sono tornato al Postmodernissimo (ho visto altri film in sala ma, mi pare, tutti multisala). E la cosa buffa è stata scoprire che il film che stavo per vedere, Vitalina Varela, fosse stato distribuito in Italia dallo stesso Postmodernissimo (primo film nella sua appena nata storia di distributore).
Che dire, mi sono trovato davanti un film unico, coraggiosissimo, radicale, un film che non potrei consigliare a nessuno, a parte le persone di cui conosco bene anche i ventricoli.
Perchè il film di Pedro Costa non fa nulla, ma veramente nulla, per lo spettatore.
Lentissimo, fatto di inquadrature fisse dilatate al massimo, avvolto nelle tenebre, parlato quasi mai, con al suo interno pochissimi e stanchi gesti, script quasi inesistente.
Se esiste un cinema respingente per lo spettatore medio è questo (ma, attenzione, Vitalina potrebbe mettere a dura prova anche chi mastica un cinema ricercato e lontano dalle masse).
Credo che esista una chiave di lettura molto semplice per poter amare questo film, ed è quello di capire cosa rappresenta.
Vitalina Varela non è un film sull'elaborazione del lutto.
Insomma, sì, lo è.
Ma non si limita a questo perchè Vitalina Varela non solo racconta di un lutto, Vitalina Varela è fatto della stessa materia del lutto.
Nero, lento, triste, silenzioso, doloroso, intimo.
Questo film è il Lutto fatto in celluloide, come se ogni aspetto di quel processo mentale fosse stato riportato, tecnicamente, nella pellicola.
Ed è per questo che non vedremo MAI la luce del sole (a parte due piccolissime scene, non a caso proprio quelle, ne parleremo), ed è per questo che ogni gesto sarà un gesto stanco e millenario, ed è per questo che non si parla quasi mai. Questo avviene molto spesso quando si perde qualcuno, si vive nella tenebra, si affronta la cosa, si lotta (che meraviglia quei monologhi-dialoghi di Vitalina col marito defunto), si ha l'umiltà del dolore.
Ed il film prende questi tempi, prende questi colori, prende questi silenzi.

Vitalina Varela (il personaggio principale) torna in Portogallo dopo tantissimi anni, mi pare 25.
Viene da Capo Verde, un meraviglioso stato insulare dell'Africa occidentale.
Torna perchè il marito è morto. 
Arriva dopo 3 giorni, ormai il corpo non c'è più, la cerimonia c'è già stata e non resta che una piccolissima casa che cade a pezzi.
Vitalina decide di fermarsi, affrontare il suo dolore e cercare un contatto con lui, quel marito che la lasciò decenni fa a Capo Verde.



Credo che siamo davanti ad una delle più belle fotografie di questi nostri tempi. Come dicevo prima non vedremo mai la luce del sole e quindi il film si svolgerà tutto in queste tenebre trafitte da poche, povere e sporadiche luci. Uscito dal cinema un mio amico le ha definite luci caravaggiesche, ecco, perfetto.
Ma a creare con queste luci dei veri e propri quadri ci pensano delle inquadrature magnifiche.
Ma prima dobbiamo parlare della location, per forza.
Ci troviamo a Lisbona (l'ho letto) ma in realtà è come se fossimo in un non-luogo, in un microcosmo a sè stante.
Casupole di cemento cadente, vicoli piccolissimi, scale (tanto che più volte mi sembrava un Escher), un senso di povertà infinito. Una specie di favela di cemento, un formicaio in cui, però, non ci sono operosissime formiche a viverlo, ma stanchissimi esseri umani che camminano quasi senza meta, entrano in casa, chiudono porte.
Questa location, il quasi assoluto buio, la scelta delle inquadrature (vi giuro che è la cosa più vicina all'espressionismo tedesco che ho visto questi anni per costruzione dell'inquadratura), le luci fioche ma meravigliose, tutto aiuta a creare un'atmosfera che raramente abbiamo visto al cinema.

20.9.20

Recensione: "La ragazza della porta accanto" (libro) - Passeggiate, il cinema della poesia - 10 - di Roberto Flauto


Alcuni anni fa vidi un film, La ragazza della porta accanto.
Narrava di una vicenda terribile.
Ne scrissi la recensione.
Poi, poco prima di pubblicare, andai su wikipedia a ricercare un'informazione. E scoprii che tutto quello che avevo visto non solo era successo veramente, ma era forse ancora più sconvolgente.
Mi sentii quasi "sporco" ad aver scritto di quel film, di quelle vicende, scoprendo poi che una ragazza aveva davvero subito tutto quello.
Cancellai la recensione, completamente, e la pubblicai bianca, senza nulla.
Un gesto istintivo, giusto o sbagliato che sia.
Adesso nel decimo appuntamento della sua rubrica Roberto ci parla del libro da cui fu tratto quel film. Lo farà, ne sono certo, con la sua grazia, delicatezza e sensibilità.
Vi lascio alla lettura

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Un ruscello scorre tranquillo.
L’aria è tiepida, quasi calda.
Si potrebbe perfino essere felici.
Il mondo si muove lento, non ha fretta, tutto è sfumatura di una perfezione che è possibile solo in certi istanti.
Non esiste equilibrio più delicato di quello sul quale cammina un bambino. Piccoli, sterminati passi. Quel momento in cui tutto è possibilità, quando i fiori mangiano il sole e lo sguardo è libero dalla prigionia degli occhi.
Ma ogni equilibrio esiste solo nell’ipotesi della sua rottura: siamo sempre a un passo dal precipizio, è l’unico modo che abbiamo per essere davvero parte dei nostri desideri, della realtà che disegniamo incessantemente con ogni fibra dei nostri sogni.
Spesso è un passaggio lieve, accompagnato dai connaturati mostri dell’essere vivi.
Ma qualche volta succede: accade l’orrore.
David ha dodici anni e sta sdraiato su una roccia accanto al ruscello.

Notti interrotte da incubi devastanti.
Domande con bocche affamate e insaziabili.
Una lunga fila di demoni intenti a divorare passati possibili.
Ancora silenzio, dappertutto, che urla e scava.
Si potrebbe perfino essere inesistenti. Non basterebbe.
Il mondo ha fame, non aspetta, tutto è istante di una sfumatura che è impossibile in quanto perfezione.
Non esiste equilibrio che non sia destinato a incrinarsi, esistono solo differenti tipi di catastrofi: è la natura della nostra specie.
Quando deriva dall’orrore, la catastrofe si insinua nei tessuti della mente, entra in circolo nel sangue, abita le tempie e non finisce mai.
L’esistenza si modella intorno al mostro.
Si muore a ogni risveglio e tutto fa paura.
David ha quarantun anni e rovista tra ritagli di giornale.

Il dolore non è un gatto che ti dilania le guance.
Assomiglia di più a una mattina come qualunque altra, impercettibile come una colomba nella neve, che all’improvviso esplode in tutto ciò che non dovrebbe esistere.
Al ruscello David conosce Meg.
Lei sorride, il cielo vibra intorno alle foglie.
Istantanee. Un vestito di fiori. Mani leggere. Il desiderio di essere chiunque. Quei segni sulla pelle. Macchine capovolte. Ogni cosa ha un posto, niente fa paura. Il mondo è il giardino di casa. Nessuno può frangere il vetro che protegge e filtra la realtà.
Lei che racconta.

È un’estate dell’America degli anni Cinquanta.
I pomeriggi sono lunghi. C’è silenzio in ogni voce. I rifugi antiatomici sono una necessità. Clima torrido e di sospetto. Segreti, facciate, dispersioni.
I ragazzini del quartiere giocano insieme, scoprono, si scoprono. La vita scorre come deve. Tranquilla e dolorosa, come necessario.
David e i suoi amici. Si scambiano biciclette e pugni, opinioni e tempo, scoperte e bugie. Il loro è un mondo chiuso e sconfinato, al quale nessuno ha accesso, soprattutto gli adulti, capaci solo di limitare e opprimere.
Ci sono le riunioni tra i cespugli, le passeggiate improvvisate, una pubertà da scoprire e condividere, i tagli sulle ginocchia, le dita sporche di fango e adolescenza.
E le domeniche in chiesa, le coca cole in lattina, le ballerine in televisione, eternità da sfumare.
Nessuno è ammesso nel loro mondo.
Nessuno.
Tranne Ruth.

Meg racconta la storia delle sue cicatrici.
Parla di sua sorella Susan, più piccola, più fragile.
Il pomeriggio è luminoso e il cielo continua a sorridere. Anche i suoi occhi parlano. È bella. Delicata come una mattina di inizio autunno.
Immerge le mani nell’acqua del ruscello. Qualcosa si agita nell’oceano tra le sue tempie.
Sorrisi accennati e perfetti. Promesse fatte di ciglia. Le sue mani.
Rivela di essere appena arrivata in città con sua sorella.
(Un raggio di sole si ferma ad ascoltare).
I genitori sono morti in un incidente stradale, lei e Susan invece no, ma ne conservano il ricordo sulla pelle, nelle ossa, nel cervello.
(Dopo aver ascoltato, va a morire in un riflesso sull’acqua).
Usa poche parole. I minuti scorrono lentissimi. Il cielo è luminoso e il pomeriggio continua a sorridere. Anche i suoi occhi tacciono. È forte. Prepotente come un mattino di inoltrata primavera.
Un vento tiepido le accarezza il profilo.

15.9.20

Festival del Cinema di Venezia, giornate 9,10,11 e Considerazioni Finali


Ultimo post da Venezia.
Troverete gli ultimi film visti dai nostri due ragazzi e le considerazioni finali di entrambi, giusto due righe di Tommaso, molte di più (anche con "premi") di Enrico.
Un abbraccio

TOMMASO FERRERO

Nuevo Orden – Michel Franco, Messico  


Un matrimonio fra ricchi in Messico viene interrotto da una rivolta popolare. Omicidi, tanti omicidi. Violenza, tanta violenza. Nella follia in cui cade il paese la sposa viene rapita da un corpo militare. Con l’intento di chiedere un riscatto. La famiglia cerca una soluzione mentre la figlia subisce ogni genere di abuso. Non vivo in Messico, non sento la tensione sociale fra ricchi e poveri e non ho rabbia in corpo. Forse per questo Nuevo Orden mi è sembrato così folle, così esagerato. Franco racconta qualcosa di molto lontano per noi, ma che certamente potrebbe essere assolutamente plausibile, come, poi, dicono molti che invece la situazione l’hanno tastata con mano. Fino a un certo punto il film mantiene una bella tensione, ma dopo un po’ mi ha nauseato.  

Lahi, Hayop (Genus Pan) – Lav Diaz, Filippine  


Tre minatori tornano a casa dopo mesi di lavoro con i loro soldi duramente guadagnati. Mentre camminano nella giungla si raccontano la loro vita, i loro rapporti cambiano e mutano lentamente. La Pasqua si avvicina e uno solo di loro uscirà da quella giungla, ma non per sua scelta. Al villaggio però qualcuno vuole ciò che il sopravvissuto ha guadagnato. Lav Diaz ha creato un film che è un trattato sulla violenza umana, sulla rabbia e sulla cupidigia. Un film lunghissimo dove entriamo in un mondo sospeso, dove i buoni d’animo, coloro che vivono per cercare la verità e la bellezza del mondo, vengono brutalmente schiacciati da chi, invece, cerca solo tornaconto personale e violenza. Un percorso lungo, di penitenza e sospensione, dove, alla fine, vince il più forte.  

Due considerazioni finali
Io non ho visto Nomadland, sia chiaro, dunque non mi permetto di giudicare il premio assegnatogli. Credo che il festival quest’anno abbia offerto una selezione strana, ma comunque, in qualche modo, efficace. I film delle sezioni collaterali mi hanno emozionato tendenzialmente molto di più di quelli in concorso ufficiale, ma sono gusti personali. Apprezzo il premio a Doroghie Tovarischi, che però, a mio avviso, avrebbe meritato di gran lunga di più. Detto questo me ne vado con un sorrisino malinconico dalla mostra. Mi è mancato un po’ il caos delle attese in fila, le corse all’ultimo minuto, le folle che sparano cazzate sui film appena visti, le urla in sala. Quest’anno era tutto così ordinato, si è persa un po’ di magia. Ma chissà, magari tornerà l’anno prossimo, in fondo la magia funziona così.  

ENRICO G

Spy no Tsuma (Wife of a Spy)


“Se fosse stato fatto da persone competenti, questo sarebbe un bel film”. Per quanto mi sforzi non ho trovato sintesi migliore di quella di una ragazza che usciva accanto a me dalla sala, quindi tanto vale riportarla. Dubito che nell’ambito della “critica cinematografica”, ci sia qualcosa di più doloroso, per me innamorato del Sol Levante, di bocciare un film giapponese. Eppure Moglie di una Spia non convince, c’è poco da fare, e va detto per correttezza nei confronti di tutte quelle opere che ai miei occhi non hanno un vantaggio di provenienza, ma soprattutto di quei capolavori nipponici animati o live action, che non si accontentano di vivere di rendita.
La storia è pure atipica in questo panorama: 1940. Mentre l’Europa viene insanguinata dalla guerra, il Giappone vive uno stato di apparente calma. Un commerciante si reca assieme al nipote in Manciuria, zona di guerra, quella sino-giapponese che deflagrerà nella mondiale. Al ritorno sua moglie, attrice, nota in lui un cambiamento profondo e strani atteggiamenti. Chi conosce un poco questo straordinario paese sa della difficile educazione agli orrori perpetrati in quei tempi bui. In un atteggiamento purtroppo simile a quello italiano, si tende a cumulare fortemente le responsabilità del Patto d’Acciaio su uno solo dei firmatari, la Germania nazista. Per questo probabilmente Spy no Tsuma è un film più adatto ad uno spettatore del suo paese d’origine, che difficilmente sentirà altrimenti parlare di Armata del Kwantung o Unità 731. Ma se già si conosce anche vagamente questi nomi il film non sorprenderà più di tanto. Impossibile rimanere indifferenti a quei filmati d’epoca, agli esperimenti, alle pile di cadaveri, ai sorrisi di cosiddetti scienziati davanti alla totale distruzione della dignità umana; ma è facile rimanere indifferenti davanti ad un film senza dialoghi mordenti, troppo melodrammatico, troppo lineare per una storia spionistica. E con una fotografia che lascia sconcertati: in più occasioni, con la macchina in mezzo alla foresta, le scene in città, la pensione, dimostra di saper gestire perfettamente scene in esterna. Eppure, quando quegli esterni si trovano dietro una finestra d’ufficio o del tram diventano bruciati, orrendamente sovraesposti in una luce quasi divina, che disegna aloni e aureole dorate intorno ai protagonisti.
Si salva un colpo di scena finale onestamente inaspettato, la conclusione stessa, con quelle bombe incendiarie su Kobe che riportano allo straziante capolavoro Una Tomba per le Lucciole, una buona regia, fatta spesso di lente carrellate con ottima gestione delle comparse. A tal proposito, in quello che è il film giapponese più anti-giapponese che abbia mai visto (ma siamo sicuri che la fiducia incrollabile riposta dal marito nell’Occidente sia positiva?), ci sono amorevoli dichiarazioni al cinema dell’epoca, di Mizoguchi e Sadao Yamanaka, con tanto di pellicola spionistica ricreata nella realtà stessa del film: un gioco metacinematografico che si rivelerà con potenza nel finale, ma soprattutto nella migliore scena del film, la cassaforte aperta, dove quasi ti aspetti di vedere quel braccio afferrato come nella finzione. Invece la suspense scoppia all’urto della scacchiera, che la paranoia non aveva messo in conto, pochi secondi più tardi.
Purtroppo è poco, specie per un candidato al Leone d’Oro: non ci si trova davanti ad un brutto film, ma ad una cocente delusione.


13.9.20

Festival del Cinema di Venezia 2020 - Giornate 7 e 8


Lo so, siamo fuori tempo massimo (ma per parlare di film non lo si è mai). Colpa mia che questi giorni avevo impegni.
E allora beccatevi questi due ultimi post da Venezia, pieni di film, uno oggi e uno domani.
Ah, alcune volte nella sezione di Enrico vedrete due titoli con un + in mezzo.
Ecco, sta a significare che Enrico ha recensito un corto e un film insieme.
Vi lascio a loro


ENRICO G.

The Man who sold his Skin 


Finalmente. Finalmente, dopo quattro giorni a Venezia, provo quel senso di scoperta che solo i Festival ti possono dare. Vai quasi alla rinfusa, specie in un’edizione come questa senza grandi nomi, e vedi tante opere. Alcune sono belle, altre ti deludono. E poi trovi The Man who sold his Skin.
Non parlerò della trama, basti sapere che parla di arte, e di come può cambiare la vita. Da qualche parte tra The Neon Demon e La Grande Bellezza c’è il lavoro di questa incredibile regista tunisina, metaforico ma senza la spocchia di esserlo, estetizzante ma profondo, moderno (ispirato al vero lavoro di un artista contemporaneo) ma discepolo del passato (incorpora grandi lavori della pittura e della musica, come la Tosca), pieno di tristezza e durezza ma mai rassegnato, anzi umoristico, persino simpatico, straordinariamente vitale.
Con il giusto ritmo nella frenesia e nella calma, un montaggio creativo, attori perfetti. Oddio perfetti, c’è pure Monica Bellucci… diciamo che non sfigura, col suo buon inglese e la inedita tinta bionda, in un personaggio antipatico ma non senza umanità. Nessuno ne è privo qui, e l’ho apprezzato in particolare nella figura dell’artista Jeoffrey (magnetica interpretazione). Inizialmente ricorda, anche nella fisionomia, il personaggio di Antonio Banderas in La pelle che abito; ma se lì il proseguo della vicenda rendeva quasi impossibile empatizzare con lui, in The Man si presenta immediatamente come colto Mefistofele, e ti viene pure il dubbio che lo sia. Ma no, è solo un artista, e gli artisti possono essere certo spietati, però capiscono il bisogno di libertà, per cui loro stessi combattono ogni giorno.

“Non sono io ad essere cinico, ma il mondo”

Il mondo cinico esiste anche oltre le frontiere dei musei (e dell’Europa), problematico, ingiusto, ma non privo di una sua dignità, una sua bellezza da godersi con le persone giuste, e celebrare ballando nei treni e nei bar. Vale la pena passarci quella grande avventura chiamata vita. E allora lunga vita al Cinema, e all’uomo che vendette la sua pelle.

Mainstream


 È incredibile come tutti i film dei Coppola parlino, in un modo o nell’altro, del vuoto. La vita di Frankie a Los Angeles nel nuovo millennio corrisponde a questo stilema, l’insoddisfazione, la voglia di emergere, di avere una scossa. Che arriva, sotto forma del successo come youtuber (anzi, “content creator”, per darsi un tono). Assieme a lei c’è il collega del bar, interpretato da Nat Wolff, e Link, la star del suo show interpretata da Andrew Garfield. Anche la presenza di quest’ultimo ha spinto certi a parlare di un nuovo The Social Network. Personalmente non sono d’accordo: quello è Cinema fatto e finito, dove lo zeitgeist veniva piegato ai bisogni di un grande autore come David Fincher. Mainstream nelle mani della giovane (sia di età che esperienza cinematografica) Gia si abbandona totalmente alla cultura contemporanea che sta raccontando, ne abbraccia la bruttezza. In un certo senso è la stessa operazione di Bling Ring della zia Sofia, solo che mentre quello ritraeva l’inutilità così a fondo da diventare smorto a sua volta, Mainstream si approccia con enfasi fanatica a ciò che vuole raccontare.

 Le forme diventano quelle di una live su Twitch, il ritmo si piega al deficit d’attenzione da TikTok. Meravigliosa e quasi macabra la scena, dove la protagonista (bravissima Maya Hawke) vomita nel lavandino e le escono solo effettini grafici, che si liquefanno orribilmente nel sifone.
Questo film (e la mia recensione che ne parla) è destinato ad un precoce invecchiamento da applicazione telefonica. Per questo è così difficile decidere se sia bello o orribile, punta con molto coraggio e molta furberia ad essere una testimonianza dell’adesso, specie nella sua accezione più passeggera, sbagliata e inutile. Ma allora dove sta il Cinema, dove sta la parte di Mainstream destinata a durare? Non certo nelle relazioni tra i tre protagonisti, la bella ingenua che si innamora del fascinoso maledetto finché non realizza che è uno stronzo e si accorge del migliore amico sommesso ma gentile. O come avrebbe detto De Crescenzo: Isso, Essa, e o’ Malamente.

Direi che sta in Link, il personaggio di Garfield, diviso tra versione mattatore assoluto e versione “quante gliene darei a lui e alle sue maledette faccette buffe”. Ma credo innegabile quanto sia cinematografico questo personaggio, così ambiguo, così respingente. Non verrà mai chiarito il suo ruolo, se è di vittima che ha perso il controllo della situazione (infatti equipara i telefoni alla droga all’inizio), venditore di fumo nato solo per la manipolazione (“bisogna essere stupidi per essere furbi”), o colui che ha fregato tutti, che ha battuto il sistema sguazzandoci dentro (“bisogna entrare nella pancia della bestia”), scoprendone tutte le brutture per poi farsi acclamare da esso.
Peccato solo che abbia un atteggiamento irritantemente sopra le righe e fintamente alternativo fin dal primo incontro con Frankie, prova che è difficile dimostrarsi genuinamente profondi e anti-sistema quando sei stato Spiderman e ti fai dirigere dall’ultima rampolla della dinastia più longeva di Hollywood. Però se Gia può dirigere una scena meravigliosa come lo show finale, se può far fare a Garfield un sorriso come quello, allora forse si merita attenzione, si merita di provare che sa anche raccontare la bellezza, e non solo denudare il marcio. La attendo alla prova del nove.


Omelia contadina + Narciso em Ferias


“Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo del consumo, allora la nostra storia sarà finita.” Belle parole, ma non sono state scritte per Omelia contadina, e se ho scoperto che appartenevano a Pasolini è solo tramite un guizzo d’occhio sui titoli di coda. Si intravede già una certa furberia in questo corto, nonostante la lodevole critica alle colture intensive delle multinazionali e la promozione dei contadini. Volti scavati, scelti e ripresi con cura, sul posto, per questo funerale dell’agricoltura, celebrato seppellendo alcune gigantografie dei coltivatori stessi sotto le note scordate di una banda musicale. Certamente d’impatto, bello da guardare, forse abbastanza confuso nei suoi contenuti: un risultato tutto sommato soddisfacente.
Dopo il corto, un lungometraggio, anzi parlerei di un non-film. Prima dell’entrata in sala non avevo nemmeno la vaga idea dell’esistenza di Caetano Veloso, musicista brasiliano scampato alla prigionia militare durante la dittatura del ’68. Ce lo racconta lui, con il suo volto, un muro dietro, e tre oggetti: chitarra, fascicolo del suo interrogatorio, sedia su cui poggia. Una storia a tratti appassionante, ti immerge in quello sguardo che molto ha visto, nella sua voce e fisicità, anni dopo i fatti. Per questo dispiace un trattamento che non è solo, come l’ha definito uno dei registi nel messaggio prima della proiezione, di “asciugatura dell’eccesso”, ma è proprio sottrazione di qualunque cosa, Cinema compreso. Sarebbe stato un ottimo monologo da caricare online, così sottotitolato, per imparare, assorbire pezzetti d’informazione, magari stoppare fino al giorno dopo. La cinematografia non funziona così, è rappresentazione, immaginazione del singolo legata all’immagine per tutti, parola e suono creativo. Anche scarna, anche asciutta. Ma sempre Cinema: Narciso em ferias, semplicemente, non lo è.

Pieces of a Woman


Una sensazione riporta a The man who sold his Skin, guardando questo film. Forse non altrettanto positiva, non si raggiunge quel perfetto equilibrio di drammaticità e coraggio. Anzi, le sequenze iniziali del film sono tutte eccessive: un futuro padre, operaio nella imminente costruzione di un ponte, apre le porte del rumore, del caos, ad un fiume di parole. Stacco e siamo dalla sua compagna: assisteremo al parto domiciliare in piano sequenza, senza interruzioni, senza poter indietreggiare di neanche mezzo centimetro da quegli intensi e imbarazzanti momenti.

Qualcosa va storto, e lì Pieces of a Woman svela la sua carta dalla manica, la rabbia. Questo intendevo paragonandolo al bellissimo belga-tunisino: ha la stessa vibrante energia, incanalata però non nella scrittura, regia e recitazione perfettamente equilibrate, ma nella furia, repressa in lei (bravissima Vanessa Kirby) e strabordante in lui (prendere Shia LaBeuf sul serio, sto sognando?), nella reazione di pancia, nel nervo. Sembra quasi un film di Scorsese imborghesito e senza pistole, e guarda caso Martin è produttore. Ci sono parole dalla linea grezza, ma taglienti come lame, specie nello splendido confronto natalizio della Kirby con la sua madre di finzione, una intensissima Ellen Burstyn.Dura tanto, impegna tanto. E proprio quando tale rabbia viene convogliata in qualcosa di estremamente positivo, dalla scena del processo in poi, perde un poco della sua vitalità. Eppure sento che si farà ricordare in questa selezione festivaliera, con le sue parole dure e relazioni tossiche, in mezzo alle quali mi sono ritrovato, mio malgrado, perfino commosso.