30.3.20

Recensione: "The Rider - Il Sogno di un cowboy"


Un film che è una storia vera, quella di Brady e del suo sogno (quasi) infranto di cavalcare ai rodei (a causa di un incidente quasi invalidante).
Regista donna (cavolo, mi sono accorto adesso che nella recensione non l'ho scritto!) per una storia lineare, classica, alla Eastwood.
Un film dalla fotografia impressionante (albe, tramonti, controluce) e di grande esattezza emotiva.
Forse questo suo essere cinema che sostituisce il documentario gli dà problemi di ritmo e sintesi.
Ma resta un gran film, un'opera che, più del Destino, sembra raccontare quello che ci si sente destinati ad essere.

presenti spoiler dopo prima foto

Mi sono salvato.
Come sapete odio, prima della recensione, conoscere cose sui film che vedrò/ho visto, informarmi, leggere pareri, anche minimi, scritti da altri.
Io amo scrivere soltanto per quello che vedo, a costo di prendere cantonate grandissime o omettere dati e informazioni decisive.
Insomma, succede che guardo questo film con MyMoviesLive e poi, appena finito, arrivano due commenti di amici del Guardaroba.
E quei commenti mi informano che tutto quello che ho visto è "reale", nel senso che ogni personaggio del film interpreta sè stesso e ha vissuto veramente quello che vediamo.
La mia percezione sul film cambia del tutto, sia in positivo, che in negativo (vedremo perchè).
Ma dicevo di essermi salvato perchè scrivere una recensione di un film come questo non sapendo (anche se l'avevo intuito, nei crediti finale i nomi di personaggi e attori erano i medesimi) che tutto quello che avevo visto fosse reale, mi avrebbe portato a un pasticcio.
E anche a figuracce epocali, come lodare la recitazione del ragazzo paraplegico (dio mio, lo è davvero).
Quindi grazie Fabrizio Milani e e Donatello Biancofiore.

Ci troviamo quindi davanti a uno strano essere cinematografico.
Di solito (vedi i Minervini e i Francesco Rosi) abbondano film documentari che rischiano di "sapere" troppo di cinema (sceneggiati, costruiti).
Qui abbiamo l'esempio opposto, quasi unico, ovvero di un film cinematografico con tutti i crismi (plot classico, fotografia, ruoli, evoluzione dei personaggi etc...) che invece è praticamente un documentario in tutto e per tutto reso poi film.

Il lato positivo è che la vicenda che vediamo, già molto intensa ed emotivamente forte, diventa "vera", ogni nostra emozione per quello che vediamo sarà per qualcosa successo realmente.
Il lato negativo è che i difetti del film (la sua staticità, il suo reiterare alcune scene, il suo indugiare in sequenze troppo lunghe) sarebbero stati perfetti in un documentario (penso a Honeyland, Behemoth, Sto Lyko e specialmente a un film che racconta lo stesso mondo di The Rider, ovvero Stop the pounding heart), meno in un film.

Ecco, in quei documentari stare 15 minuti a vedere "il nulla", la routine della vita, era affascinante, in un film cinematografico, invece, fa perdere ritmo perchè, te regista, l'opera non me la stai presentando, sia stilisticamente che narrativamente, come documentario.
Ne viene fuori un film classico come pochi (direi alla Eastwood), lineare come pochi, asciutto, monolitico, "perfetto".
Un film che è una strada dritta ed inesorabile, una highway dove allora le curve bisogna ricercarle non tanto in quello che succede ma nei moti d'animo del protagonista e, di conseguenza, nostri.
E' la storia di Brady, promettentissimo rider (direi "rodeista") che per un bruttissimo incidente in cui ha quasi perso la vita ha dovuto abbandonare il suo sogno, cavalcare nei rodei (e, forse, non può più nemmeno galoppare normalmente i suoi amati cavalli).
In testa ha un trauma tremendo e, ogni tanto, una specie di emiparesi (so che non è, ma per capirsi) alla mano destra.
Il suo sogno, anzi, il suo obiettivo, è tornare a cavalcare.



Ne nasce un film sul quale mi sento di fare una particolare distinzione linguistica.
Non tanto un film sul Destino, ma su quello che ci si sente destinati a fare.
Mi permetto questa personale distinzione perchè più che un film sul Destino assoluto (imponderabile per noi) qui ci troviamo davanti a persone che si sentono nate per fare qualcosa, che sentono che la loro vita ha senso solo in quella maniera.
Non quindi qualcosa di astratto e incalcolabile ma scelte personali forti e decise.

28.3.20

Recensione: "Despair" (2019 - Lettonia)


Siamo in Lettonia.
Un ragazzo partecipa ad un rito sciamanico di "purificazione".
Non supera il rito, non è ancora pronto.
Scappa con la macchina e ha un incidente.
Scopriremo, in flash back, come è arrivato a quel rito.
La storia di Gatis, ragazzone trentenne vicino alla depressione.
Solo, triste, senza obiettivi, con dei traumi del passato che lo imprigionano.
Un film breve, troppo breve, ma davvero bello.
Per chi ha amato Oslo August 31st una visione da fare, anche se non si arriva alla complessità e all'emozione del film danese

Voglio partire da una figura, questa:


Rappresenta, evidentemente, un arco.
Al centro vedete un "pezzo" più grande, ecco, quella è la chiave di volta, ovvero la pietra che regge tutto, quella che, una volta tolta, farebbe crollare l'intera architettura.
Dopo ci torneremo perchè questo per me è il classico film dove questa metafora può inserirsi in maniera perfetta.

Siamo in Lettonia.
Un ragazzo arriva in un bosco dove lo stanno aspettando altri ragazzi.
Poi si spogliano ed entrano in una capanna.
Là dentro avviene un rito sciamanico di purificazione.
Il ragazzo entra in un'altra dimensione, urla, poi si "sveglia".
Non è ancora pronto, gli viene detto.
Fugge via, ha un incidente con la macchina.
Comincia il film, tutto quello (o gran parte) che vedremo d'ora in poi è un flash back, prima di quel bosco.



Despair è l'ennesimo film (ma alla fine nemmeno troppi) che tratta il tema della depressione o, comunque, di un radicato mal di vivere giovanile.
Specialmente quello che avviene nei trentenni che, oltre a batoste sentimentali (ce n'è quasi sempre una dietro) si ritrovano ad avere problemi col lavoro e con il futuro, esseri viventi che a volte vivono anni di angoscia perchè non sono più così giovani da pensare che ci sarà tanto tempo nè così vecchi da aver ormai vissuto e accettato le proprie esperienze.
Gatis è appena stato lasciato, non lavora (non abbiamo mai il minimo accenno su questo), va in cura da una psichiatra, non ha nessuno nella sua vita per stargli vicino.
Il primo rimando che mi viene da fare è allo splendido Oslo, August 31st, film che per molte cose ricorda Despair ma è senz'altro più potente, complesso e tragico.
Questo film lettone è davvero bello ma ha anche dei punti deboli impossibili da non vedere.
Innanzitutto è troppo corto e, per come è costruito, aveva senz'altro bisogno di almeno altri 20 minuti visto che la parte finale è davvero troppo affrettata.
In più ha gli ultimi due minuti disastrosi, pessimi, roba veramente da incazzarcisi.
E poi è molto ambiguo con il tema che tratta visto che quella di Gatis, almeno a mio parere, non è una depressione, solo un mix tra carattere, traumi non risolti e contingenze di vita che porta il ragazzo in una condizione veramente difficile.
Il film è girato molto bene, ha immagini veramente potenti, gioca molto con gli elementi (fuoco, acqua), ha ottimi attori e, sopratutto, è un film molto delicato, misurato, intelligente, mai alla ricerca dello shock o di facili sensazionalismi (o pietismi).

24.3.20

Recensione: "Why don't you just die!"


Un film russo divertente, pieno di personaggi notevoli, vorticoso, cattivo, pieno di sangue.
Insomma, una specie di Tarantino prima maniera.
Un ragazzo suona alla porta di un appartamento.
Ha un martello in mano
E' lì per uccidere il suocero.
Da lì in poi resteremo sempre in quell'appartamento.
Sarà una carneficina, ma con tante tante sorprese.
Colori bellissimi, regia spumeggiante, una sceneggiatura con un intreccio perfetto e anche qualche difetto, indubbiamente.
Ma, più che altro, mai avrei pensato in un film di questo genere di trovare...
Cosa? eh, dovete leggere.
Anzi no, non potete leggere senza prima averlo visto.
Quindi boh, fate quel che cazzo ve pare



Scrivo la recensione dopo 10 giorni dalla visione, forse a sto punto potevo evitare ma mi dispiaceva non parlarne.
Diciamo qualcosa via.

Un possibile cult, quasi scontato anzi.
Erano millenni che non mi vedevo un film di questo genere, un genere che anni e anni fa amavo molto, ovvero quello del film splatter brillanti e divertenti.
Per capirsi quei film di personaggi esagerati e macchietta, dialoghi spumeggianti e pieni di ironia nera e poi, ovviamente, tanto tanto sangue.
Ovvio che (almeno mi tolgo subito lo scontato paragone) i rimandi più forti siano ad un certo cinema di Tarantino.
Qui siamo in Russia invece, il regista è giovanissimo e, mi pare, alla sua opera prima.

Un ragazzo suona ad un portone.
In mano ha un martello.
Si capisce che vuole aggredire qualcuno là dentro quella casa.
Gli apre un omone pelato.
Il ragazzo entra.
Si scoprirà poi che quel ragazzo è il fidanzato della figlia dell'omone pelato e che è entrato in quella casa per uccidere l'omone pelato, il padre della fidanzata.
Resteremo sempre in quell'appartamento.
Arriveranno altre persone.
Sarà un massacro, una carneficina.
In mezzo, tante sorprese....



Via, siccome dev'esse una recensione stringata a ricordo lontano andiamo diretti.
WDYJD è un'opera prima spumeggiante, vorticosa, piena di brio, violenza e sangue, con una regia pop che rende tutta quella violenza un pochino più sopportabile e ironica.
Ha personaggi davvero grandi, primo su tutti il padre (il titolo originale sarebbe proprio "Padre, muori!"), una persona spregevole, schifosa, inumana, cinica, cattiva, incapace della minima empatia.
Se andiamo ad analizzare tutte le sue azioni (dal "ti piace scoparla" detto al fidanzato al tradimento dell'amico) ci troviamo davanti veramente un mostro, un uomo impossibile da difendere.
Eppure è il personaggio cult del film, quello che lo innalza.
(In generale trovo i personaggi maschili come i migliori del film)

La regia è davvero ottima, veloce, guizzante, ossessionata dai dettagli strettissimi. Per quanto mi riguarda nella prima parte a volte ho patito qualche movimento di camera a schiaffo, alcune velocizzazioni e qualche zoom, mi sembrava troppo luna park.
Poi si stabilizza un pò, restando comunque molto effervescente.
Ma i pregi maggiori credo siano le location e i colori.
Per quanto riguarda i secondi è incredibile come ricordino da morire a quelli di Dylda (film OPPOSTO a questo, ma sempre russo) con quel predominare assoluto di rosso e verde pastello, le mura, gli spazi, i vestiti, veramente tutto.
Ho adorato come viene usata la location, specialmente per come viene data continuità alle conseguenze delle vicende (il tavolino rotto, il buco nel divano, il televisore, i morti, gli oggetti caduti, so che sembrano cose scontate ma io godo quando vedo quest'attenzione nel dare continuità, anche nei singoli oggetti, ad una scenografia).
Ma è suggestivo anche il bagno e, soprattutto, l'incredibile camera di tortura del flash back, un'apoteosi di sangue e mutilazione da far venire la bava alla bocca, sempre ovviamente considerando il contesto quasi giocoso.

22.3.20

Recensione: "La Tartaruga Rossa"


Un uomo naufraga.
Ad accoglierlo ci sarà un'isola deserta, praticamente disabitata a parte dei piccoli granchietti.
L'uomo, quasi subito, deciderà di provare ad andarsene.
Costruirà zattere sempre più belle, sempre più grandi e resistenti.
Ma ogni volta che prende il largo c'è qualcosa che non gli permette di andare via.
E' una tartaruga rossa che l'uomo, per vendetta e rabbia, poi colpirà.
Quella tartaruga rossa, in 10 minuti di piccolo cinema di profondissimo dolore ed empatia, morirà.
L'uomo si sentirà in colpa per lei, proverà a farla tornare in vita, dormirà accanto a lei.
E la tartaruga diventerà una splendida ragazza dai capelli rossi.

Film d'animazione che è quanto più vicino alla poesia si possa chiedere.
In dei disegni stilizzati, essenziali, in alcuni frangenti anche poco curati (ad esempio la sabbia non si muove mai) un film che racconta di tutto, della vita, della morte, del destino, dei cicli, dell'equilibrio naturale.
Colori bellissimi, le albe, i tramonti, le notti, le ombre sulla sabbia, i riflessi del mare, il verde degli alberi, il marrone della terra.
Ci saranno diluvi, ci saranno cadute che ti porteranno quasi a morire per poi quasi rinascere, ci saranno sogni e incubi, speranze e rassegnazioni.
Mai una sola parola, non ce n'è bisogno.
Paradossalmente la prima parte, quella con solo l'uomo e l'isola, è la più bella, forse perchè in questo film fatto di nulla più nulla c'è più è meraviglioso.
Poi arriverà lei, e lui la proteggerà, la riparerà dal sole e lei poi si vestirà, butterà il carapace che fu mentre lui butterà la quarta zattera, quella che ormai non vuole più costruire, non ha più voglia d'andar via.
Il loro primo abbraccio lo vedremo dall'alto, in mezzo al grano, in un'inquadratura straordinaria.
Sembrano due novelli Adamo ed Eva, due che stanno scoprendo tutto per la prima volta. 
E in effetti questo film che parla di niente e tutto anche dell'Origine sembrerebbe parlare, ognuno lo faccia proprio.
Eppure lui è un naufrago che arriva da qualche parte, eppure lei viene dal mare.
Poi arriverà il figlio, e il figlio cadrà nello stesso punto in cui cadde il padre ma non morirà, anzi, imparerà a nuotare e nuoterà come le tartarughe, sangue del suo sangue, in questo film dove il confine tra uomo ed animale, "chi è chi", è impossibile da definite.
E il figlio crescerà, poi, dopo lo tsunami, deciderà di partire, deciderà di andare a cercare il suo destino altrove.
Il film è pieno di suggestioni di grandissimo lirismo, come quel cielo che più volte si confonde con la sabbia, come quel mare che si ritrae per poi tornare grosso e terribile, come la tartaruga che si libra nell'aria, come quei graffiti sulla sabbia a suggerirci ancora che probabilmente stiamo vedendo da dove veniamo, come le scene di notti con quella luna stupenda, come il rumore di un tappo, quello di uccelli che strepitano o di legna che brucia.
Lei mette la mano sopra quella del figlio, il figlio decide che è invece arrivato il momento di mettere la sua sopra quella di lei, i ruoli sono cambiati, ora sono grande mamma, io devo proteggere, io posso andar via.

Poi si diventa vecchi.
Poi si muore.
E la struggente scena iniziale, quella di lui che dorme vicino alla tartaruga morta, adesso si ribalta, adesso è lui ad esser morto, lei a stargli vicino.
Il ciclo è completo, la natura ha avuto un suo equilibrio, l'uomo ha vissuto, l'uomo ha imparato, l'uomo ha amato.
Se solo provassi a pensarci chissà quante cose verrebbero in mente.
Ma le poesie, mi hanno sempre insegnato, meglio non spiegarle.
O magari farlo solo dopo, prima lasciamocele un pò addosso.
La tartaruga rossa se ne torna nel suo elemento, magari tutto quello che abbiamo visto nemmeno è successo, in questo film dove sogno e realtà si alternano come mare e terra.
Ma c'è una cosa che non mi si leva dalla testa, un concetto paradossale e dolcissimo.
Noi siamo nati dal naufragio di noi



18.3.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 2 - Recensione: "Elling" - di Roberto Flauto


Secondo appuntamento con Roberto e la sua nuova rubrica.
Un'altra recensione fiume per un film norvegese che non conoscevo ma che, guardando in giro in rete e leggendo qualcosa della recensione (tutta non posso), pare bellissimo.
Roberto va come al solito un pochino lungo (più de me) ma vale la pena leggere.


Noi invece siamo diversi. Siamo morti, siamo orti: coltivati a menzogna e malattia. Siamo mostri, e abbiamo paura di rivelarci, di essere visti, allora ci nascondiamo. Io, per esempio. Ho nascosto la mia esistenza in un cosmo in corrosione, ho nascosto il cosmo in corrosione in una galassia confusa, ho nascosto la galassia confusa in un pianeta insensato, ho nascosto il pianeta insensato in una pioggia incessante, ho nascosto la pioggia incessante in una città senza nome, ho nascosto la città senza nome in un vicolo cieco, ho nascosto il vicolo cieco in una casa abbandonata, ho nascosto la casa abbandonata in una cantina buia, ho nascosto la cantina buia in una cassa sporca, ho nascosto la cassa sporca in una scatola fantasma, ho nascosto la scatola fantasma in un quaderno impolverato, ho nascosto il quaderno impolverato in una pagina sbiadita, ho nascosto la pagina sbiadita in una frase che fa paura, ho nascosto la frase che fa paura nelle parole «questo sono io». Giro alla larga da quelle parole, frequento altri luoghi. In un altro luogo ho trovato le stesse parole ma diverse, nelle stesse parole ma diverse ho trovato un verso che non fa orrore, nel verso che non fa orrore ho trovato una pagina colorata, nella pagina colorata ho trovato un diario affamato, nel diario affamato ho trovato uno scrigno prezioso, nello scrigno prezioso ho trovato un baule pregiato, nel baule pregiato ho trovato una soffitta luminosa, nella soffitta luminosa ho trovata una casa piena di vita, nella casa piena di vita ho trovato una strada che conduce ovunque, nella strada che conduce ovunque ho trovato una città con un nome, nella città con un nome ho trovato un sole innamorato, nel sole innamorato ho trovato un pianeta con un senso, nel pianeta con un senso ho trovato una galassia sognante, nella galassia sognante ho trovato un cosmo infinito. Nel cosmo infinito c’è un armadio, nell’armadio c’è un uomo spaventato. Perché anche lui è un mostro e ha paura di rivelarsi. Ma è vivo, è privo: di menzogna e malattia. Anche lui è diverso. Si chiama Elling.


«Elling». Elling. Il film, il personaggio. L’uomo, il bambino, il poeta. Il misterioso E. Vorrei prendergli la mano e dirgli «va tutto bene, va tutto bene». O forse sono io a volere che lui mi consoli, che mi faccia sentire meno spaventato, meno mostruoso, e un po’ più Elling. Lui è “quell’anonima voce delle silenziose strade della notte”. Quel sussurro inestinguibile che ci accompagna e ci indica la strada verso casa. Quella lieve eco che percorre le vie dei colori nel bianco della luce. La radiazione cosmica di fondo, che permea l’universo, e che combatte l’entropia dei sentimenti. Allora, forse, una panchina, un sorriso, una musica che esplode. Dall’alba dei tempi ai giorni mostri, quelli che fanno paura, in cui c’è un sola cosa da fare: chiudersi nell’armadio e piangere. Elling è lì dentro, impaurito, smarrito. Loro sono venuti a prenderlo: perfetti estranei, vogliono parlargli della sua vita.

Il film è una lunga carezza sul dorso di una mano che trema. È un respiro profondo prima di guardare nell’abisso e cogliere il proprio riflesso. Elling deve imparare a stare al mondo, a socializzare, ad assegnare alle cose lo stesso significato degli altri, quanto basta per non svanire, per essere riconosciuti, visti, scelti. Ma come si fa? Imparare a nascere è la cosa più difficile da fare per chi è vivo. Elling arriva alla casa di cura. Elling esce da se stesso. No, non è vero, vi rientra subito, non ne esce mai. No, nemmeno questo è vero: lui diventa se stesso, in qualche modo nasce. L’unica cosa vera è Elling. Lui e Kejll Bjarne, il suo migliore amico, il suo unico amico, diventeranno inseparabili, amici veri. Kejll Bjarne è grande e grosso, e parla solo di donne e di cibo. È un puro, come Elling. Condividono la stessa stanza, all’istituto. Elling gli racconta tante storie, tutte inventate di sana pianta, e Kejll Bjarne pende dalle sue labbra, gli chiede di raccontargliene anche quando scopre che sono tutte bugie. Splendido. In effetti, è così: le storie che (ci) raccontiamo sono il tessuto della nostra identità. Siamo storie, racconti: siamo narrazioni. E sono sempre vere, anche quando sono finte. Del resto, è proprio nella finzione che fiorisce l’identità di sapiens, è nella finzione scenica del palcoscenico della vita che si svolge la commedia umana. Siamo le maschere che indossiamo. Lo ha detto Shakespeare in «Come vi piace», lo ha detto Goffman meglio di quanto saprei fare io. Ma non divaghiamo. Anzi, no: divaghiamo. Andiamo a Oslo, restiamo a casa, leggiamo la tetralogia di  Ingvar Ambjørnsen, il papà di Elling, di questo personaggio che ha valicato i limiti della pagina, i confini della Norvegia, i margini del cosmo ed è sbocciato nel mio cuore. Forse un giorno, quando sarò grande, avrò imparato a essere un po’ più Elling. In fondo, quello che questo film ci suggerisce è un’idea piccolissima e sconvolgente, ci dice che si può diventare grandi senza trasformarsi in adulti. Il ché non vuol dire, meramente, “restare bambini”, ma significa mettersi in gioco, giocarsi nel mettere, fingersi, “facciamo che io ero…”, diventarsi diventando, dinventando: cioè diventare ciò che si inventa, come Dio che si fa uomo. Eccolo, il misterioso E., che ci costringe a metterci in gioco, a rivelarci, con ogni maschera possibile, lui che continua a sorgere, a sbocciare. Un fiore vero, in un campo di fiori di plastica.

15.3.20

Recensione: "Swallow"


Magnifico.
La storia di una ragazza sposata con un uomo ricchissimo.
Completamente sola nella splendida villa, non amata, non stimata, non realizzata, Hunter, anche complice un terribile trauma primigenio, piano piano inizia a cercare realizzazione e appagamento in un piccolo ma orribile gesto, ingoiare oggetti.
Swallow è un dramma psicologico di grandissima sensibilità, anche bellissimo da vedere.
Visione quasi imprescindibile.


film presente nel Guardaroba

  Ecco una delle tipologie di film a me più cari, ovvero quella del dramma psicologico.
Siamo davanti ad uno di quei film in cui i problemi psicologici dei protagonisti non sono solo il contenuto del film ma proprio il motore dello stesso.
Per capirsi film di questo genere possono avere un aspetto distaccato, quasi scientifico, oppure essere "manovrati" dalla testa dei nostri protagonisti, probabilmente per darci più empatia e capire meglio quello che provano loro.
Io adoro quando noi riusciamo a identificarci coi protagonisti dei film e i loro problemi, quando la realtà viene modificata attraverso i loro occhi, quando gli siamo così vicini da riuscire a "capirli".

Hunter è una piacevole ragazza, formosa e carina (ricorda molto Michelle Williams e la Zellweger fuse insieme) sposata con un uomo di grandissimo successo e molto molto ricco.
Il marito è sempre fuori per lavoro (ma non c'è mai un accenno a possibili tradimenti, credo sia importante questo, ne parlerò) e lei se ne resta sola nella gigantesca villa sperduta nelle colline.
Nessuna amica, nessun contatto con chicchessia, solo un cellulare per giocare a stupide cose e quel piccolo momento di vita famigliare condivisa che sono i pasti serali.
Oltre a questa perfetta solitudine Hunter ha grandi complessi di inferiorità verso il marito e la famiglia di questo.
Oltre ad un trauma del suo passato incancellabile, un trauma che al tempo stesso è origine di tutto e origine anche di sè stessa (la nascita).
Tutto questo la porterà a cercare conforto e affermazione in un gesto piccolo quanto terribile, ovvero ingoiare oggetti.

La prima inquadratura è bellissima e non casuale visto che tutto il film sarà pieno di immagini di grandissimo fascino.
La regia è al tempo stesso molto geometrica (nelle proporzioni, nell'inquadratura, nei movimenti di macchina) ma senza darci mai la sensazione di freddezza.
Difficilmente si trovano film al tempo stesso così perfetti nell'estetica ma densi psicologicamente ed empatici.
Questo è merito della protagonista del film, intesa sia come attrice (fantastica) che come personaggio (indimenticabile).
Ora, mi piacerebbe molto parlare dell'estetica del film, della regia, dei tanti aspetti che possono rendere grande una pellicola, come ad esempio la delicatezza e l'esattezza con cui tratta il tema.
Ma questo è uno di quei film de quali è letteralmente impossibile non parlare del contenuto.
Quindi andrò direttamente al punto e magari, spero, tante altre cose verranno fuori analizzando quello.



Hunter è a pranzo con la famiglia del marito.
Ad un certo punto le viene chiesto di raccontare una storia del suo passato.
Lei, timidamente, comincia.
La storia è anche interessante (sembra quasi quella del barbone di Mulholland Drive) ma viene bruscamente interrotta dal suocero, per parlare di lavoro.
Probabilmente per lui era poco interessante, "sporca", fastidiosa.
Hunter inizia a guardare il ghiaccio nel suo bicchiere.
Poi ne ingoia uno.
Sarà l'inizio della fine.

12.3.20

Film in pillole, due parole su "I am Sam", "Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo" e "Il treno per il Darjeeling"

Queste sere mi ritrovo spesso a vedere film così "tanto per", quasi di sottofondo.
Per far compagnia alla figlia ne ho visti 4-5, tutti senza particolare attenzione.
Per una sorta di "archivio" personale li metto dentro al blog, scrivendo qualche parola per ognuno.
Ho anche rivisto The Florida Project (che però avevo già recensito come meritava) e un pò de "La foresta dei pugnali volanti" (che vidi estasiato all'epoca ma che con solo un'ora di "rivisione" non mi sento di giudicare adesso).
Il film di Wes Anderson l'ho visto ieri, i ricordi sono freschi.
Gli altri hanno anche una settimana, dirò giusto due cose.
I giudizi?
Credo che avrete sorprese ;)


I am Sam lo vidi all'epoca, ormai 21 anni fa.
Lo trovai un film bellissimo, molto emozionante.
Lo rivedo e, sostanzialmente, confermo le sensazioni di allora.
Certo quando avevo 21 anni (la metà precisa di adesso) ero leggermente meno competente, avevo visto meno film, sapevo meno di cinema e di tecniche cinematografiche, e quindi il solo aspetto emotivo (che resta ancora oggi il preponderante) bastava per farmi amare un film o no.
Rivedendolo non posso non notare un film forse troppo classico in regia (il fatto è che vedo pochi film ma girati con personalità) e con più di una scena troppo costruita per commuovere.
Però la storia che racconta I am Sam è di grandissima forza, delicatezza, importanza.
Questo quarantenne con la testa di un bimbo di 7 anni ci costringe a profonde riflessioni su cosa sia l'amore filiale, se questo - l'amore appunto - è sufficiente per crescere un figlio oppure se servono altri aspetti come una maggiore intelligenza e consapevolezza personale e sociale.
Di certo noi siamo portati a tifare per Sam eppure sarebbe un errore prendere le parti senza riflettere e il film, in questo, è veramente ben costruito.
L'unica cosa certa è che è di sicuro meglio un genitore "stupido" ma innamorato del proprio figlio che uno profondamente intelligente e responsabile ma che non lo ama o non riesce ad aver alcun rapporto con lui (e infatti in questo senso il personaggio della Pfeiffer diventa quello più complesso e interessante dell'intero film).
Alcune scene bellissime (dei dialoghi tra la straordinaria e intelligentissima bambina e suo padre ti fanno venire la pelle d'oca), Sean Penn mostruoso (e il doppiaggio di Massimo Rossi è coraggiosissimo) e, come dicevo, la capacità di farti riflettere rendono I am Sam un film bellissimo.
Avrei dato meno spazio ai suoi amici (funzionano ma alla lunga diventano macchiette), avrei fatto il film meno lungo (si ripete più volte in dialoghi e scene) e certo si respira un modo di fare cinema anni 90/2000 un filo televisivo.
Ma avercene

7.5 / 8 


Giuseppe che vede un Pirati dei Caraibi, che è successo?
Un virus nel mondo?
Esatto.
Niente, stavolta la figlia è riuscita a fregamme e devo dire che contro ogni pronostico ho tovato questo film grande cinema d'intrattenimento.
Avventuroso, divertente, per niente fighetto o finto impegnato, pieno di personaggi costruiti strabene, scene coinvolgenti e anche un plot/intreccio niente male.
Intendiamoce, io non ho visto mezzo minuto dei precedenti, non sapevo chi cazzo era quello, chi cazzo era quell'altro, che rapporti avevano l'uno con l'altro, chi s'è fiocinato la Knightley e chi non se l'è fiocinata e via dicendo.
Non sapevo manco che Sparrow era morto il film prima.
Insomma, un perfetto analfabeta alle prese però con un vocabolario e una lingua che l'hanno divertito.
Di sicuro il punto di forza l'ho trovato nei personaggi, tutti dal grande carattere, forti, riconoscibili.
Barbossa, Sparrow, quello coi tentacoli, il pirata orientale, la Swan e tanti altri minori sono sicuramente un bel bestiario umano.
Tra l'altro sono tutti personaggi particolarmente arguti e amabili.
Davvero suggestiva la location della terra de mezzo, quella dove sono tutti morti e non morti, con quel bianco accecante e quello Sparrow moltiplicato.
Anche la storia l'ho trovata comprensibile e anche ben intrecciata (mi dicono comunque che questo è il miglior episodio eh) anche se l'ultima parte è estenuante, con una battaglia de n'ora che me stava a frantumà i coglioni.
Che dire, non mi è venuta voglia di vedere nessun altro capitolo ma questa mia unica incursione nel mondo di Sparrow l'ho trovata gradevole

7


Ragazzi, io ce provo ogni volta, ogni santissima volta, ma ogni volta, ogni santissima volta, mi rendo conto che Wes Anderson non fa per me.
E lo ripeto ancora, io adoro i film con questo tipo di personaggi e storie.
E' che proprio io non percepisco il cuore dentro i suoi film nè mi fanno mai ridere.
Credo che a questo punto sia una questione di "intelligenza", la mia testa non riesce ad allinearsi a quella di Wes, abbiamo un concetto della delicatezza, dell'ironia e della sensibilità davvero diverse.
Poi i suoi film mi sono piaciucchiati tutti eh (L'isola dei cani tantissimo) ma niente, nessuna scintilla.
Questo Treno per il darjeeling l'ho trovato poi interminabile, non mi ha mai fatto divertire, non mi ha mai interessato.
Il film è un pasticcio di sceneggiatura, con una non storia, dei non personaggi, delle non sequenze. Si punta tutto sul solito effetto weird dei personaggi e delle vicende di Anderson, sui suoi colori pastello, sulle sue inquadrature.
Ma diciamocelo, la storia non c'è, è un pretesto per mettere insieme delle sequenze una staccata dall'altra, quasi nessuna convincente.
La morte del ragazzo e il loro successivo stare al villaggio è davvero deprimente per costruzione e pathos, veramente una scena girata da uno che con quel tipo di sequenze non ha nulla a che fare.
Certo, il film è ambientato in India e quindi ci son tante suggestioni, tanti bei posti, tante usanze interessanti.
Ma il film non funziona, e non funziona nemmeno nella sua mal tentata deriva esistenziale/spirituale (trovo più spiritualità nei miei bambocci per andare bene al fantacalcio).
Incredibile che l'unica volta che mi sia leggermente emozionato è quando Owen Wilson si leva le bende. Beh, quel viso martoriato mi è sembrato la prima cosa "vera" del film.
Qualche bella sequenza (lui e lei che si vedono dal finestrino, il flash back alla carrozzeria, la corsa stile Little Miss Sunshine per prendere il treno, quella carrellata finale di vagoni del treno in cui vediamo tutti i personaggi incontrati), bellissimi colori, bravi attori, ma una noia mortale.
Ecco, ho citato Little Miss Sunshine, quello è un film wesandersoniano 3 volte superiore ai film di Wes Anserson.
Un tipo di cinema innocuo.
Cazzo, va bene tutto, ma il cinema innocuo non lo reggo

6


9.3.20

La doppietta di Vieri - 2 - Recensioni: "Too Late" e "Teenage Space Vampires"


Dopo 9 mesi torna finalmente la rubrica che, se solo potessi, vorrei sempre fare, ovvero quella del doppio film visto insieme al mio amico Vieri di Firenze (stavolta c'era anche Roberto Pallloncini).
Qual è la regola de La Doppietta di Vieri?
Vedere un film bello e uno brutto.
E sì, meglio non poteva andare, quello bello è anche troppo bello, quello brutto anche troppo brutto.
Per una volta non ce la faccio a scrivere la prefazione dei due film.
Too Late è stata una recensione molto faticosa, ripresa più volte in 10 giorni.
Ma il film è per me meraviglioso e ho provato ad analizzarlo al meglio possibile.
L'altro è uno schifo immane, questo il riassunto

presenti spoiler


(too late disponibile nel Guardaroba)


A me i film piaccion quasi tutti, lo sapete.
E' per quella mia incrollabile abitudine a cercar di vedere sempre le cose positive.
E' perchè già ne vedo pochi e quindi quando ne scelgo uno scelgo quello che m'ha fatto gli occhi dolci.
E quegli occhi dolci me fregano quasi sempre.
Però, ecco, è vero che parlo bene di tutti ma poi alla fine quelli di cui mi innamoro perdutamente son mica tanti, a 10 in un anno non c'arrivo.
Too Late - e i più intelligenti di voi l'avran capito - è uno di quelli.
Un film che ha dentro tutto quello che io amo e cerco nel cinema, personalità, storia, regia, musica, attori, personaggi che t'entrano nel cuore, scrittura, dialoghi.
Uno di quei film che somigliano tanto a ad un tipo di persone irresistibili, quelle che fanno le piacione ma te noti sotto gli occhi lucidi, l'intelligenza e la grandissima sensibilità.
Ecco, Too Late è questo, è come se un regista epigono di Tarantino abbia saputo metter dentro anche tanto dolore e tanto cuore o è come, al contrario, se uno che voleva farti piangere, uno che aveva una storia tremenda da raccontarti, avesse deciso di farlo però nel modo più strambo possibile, quello meno diretto, quello meno retorico.
Mi succede veramente di rado di avere davanti un film che mi diverte, che mi gasa a livello registico (sono 5 piani sequenza, e io sapete quanto li adoro), che mi fa pensare agli sviluppi e che poi mi ammazza così.
E, lo dico da ora, il finale di Too Late è per scrittura uno dei più grandi tra le mie recenti visioni, un gioiello di sensibilità e scrittura.

Siamo a Los Angeles e il fatto non è casuale perchè, tra le tante altre cose, l'amore di Too Late per il Cinema è debordante.
In una delle tante colline c'è una bellissima ragazza che ha bisogno d'aiuto.
Chiama allora un uomo, un uomo che aveva conosciuto 3 anni prima, per una sola serata.
L'uomo corre subito in suo soccorso ma quando arriverà in cima alla collina sarà ormai troppo tardi.

TOO LATE

E, non a caso, compare solo adesso il titolo del film, alla fine della prima sezione.

Il film è diviso in 5 parti, ognuna di esse girata in un unico piano sequenza (direi reale, ma nel mondo d'oggi è impossibile averne certezza).
Le parti non sono in ordine cronologico, sarà lo spettatore a doverle mettere in fila (in ogni caso l'ordine sarà 3 1 5 2 4).


Questo tipo di narrazione rende Too Late quel tipo di film stimolanti da seguire proprio perchè ci costringe a rimettere insieme i pezzi.
Se poi aggiungiamo la questione del piano sequenza ecco che la costruzione del film diventa ancora più "divertente", per come sia registicamente che narrativamente è stata concepita.
La temporalità non lineare lo rende poi molto più bello, se vedessimo il film in ordine cronologico sarebbe enormemente meno interessante, quasi un film normale (tra l'altro anche molto meno emozionante).
Quello che scopriremmo nel segmento 2 (che, in realtà, è l'ultimo del film) ci farebbe vivere il 3-4-5 in maniera completamente diversa, pensateci. 
Certo, potremmo anche dire che la morte dei nostri due protagonisti in questo modo è molto meno potente, visto che noi li sappiamo già morti prima di vederli in molte scene e scoprire il loro rapporto.
Ma questo fa parte della magia di Too Late, ovvero arrivare al cuore attraverso metodologie opposte agli altri film.

Insomma, tutta la sceneggiatura del film ha senso solo con l'ordine scelto dal regista.
E quando parlo di tutta la sceneggiatura intendo tutta la sceneggiatura, non solo il plot. Perchè è soprattutto nei meravigliosi dialoghi che Too Late eccelle, dialoghi con frasi che solo quando piano piano scopriamo le carte acquisiscono di significato.
Questo modo geniale di scrivere mi fa pensare a quella di questo film come una delle sceneggiature più originali, ben scritte, legate ed emozionanti tra le recenti.

Prendiamo ad esempio l'incipit.
Abbiamo sti due piccoli spacciatori che fanno un dialogo assurdo.
"Immagina se i protagonisti di un film, ad un certo punto, quando non capiscono più niente, potessero vedere la vhs dello stesso film che stanno girando, ecco, capirebbero tutto".
Ecco, questo è quello che succede col film. 
Gli stessi due spacciatori se potessero vedere il film che stanno interpretando scoprirebbero che loro con la morte di Dorothy nulla c'entrano.
E, forse, molte cose cambierebbero.
Ma del resto questa frase stupida e assurda nasconde proprio quello che accade con lo stesso spettatore, con noi, ovvero la necessità di vedere TUTTO il film per poterlo capire.
La componente metacinematografica farà capolino più volte, specie nella quarta sezione, quella della morte di Mel al drive in.
La grande Hollywood del passato nello schermo all'aperto, la necessità di cambiare la bobina (anche mentre muore), le struggenti immagini di quel padre e di quella bimba che appaiono nel finestrino mentre Mel, morente, chiede a Jill di fare una bambina affinchè lui possa crescerla, giocare con lei, insegnarle cose.
Scena bellissima ma che solo grazie alla sezione cronologicamente seconda ma inserita dal regista per ultima (tornando al discorso di sopra) possiamo poi ripensare come straordinaria.

2.3.20

Comunicazione

L'iniziativa dei 30 film in 30 giorni viene annullata per rispetto della scomparsa di una persona cara.
Tornerò appena possibile per tutto il resto
Grazie

29.2.20

I Film della Quarantena - Giorno 5 di 30 - La Trilogia sull'Essere un Essere Umano di Roy Andersson


Ieri ho visto due film per la Quarantena ma oggi non sono riuscito a scriverne.
E allora andiamo un'altra volta di archivio.
E peschiamo quella che, tutta assieme, è una delle opere più grandi degli ultimi 20 anni, la Trilogia sull'Essere Umano di Roy Andersson.
La grandezza di questi 3 film, il modo di girare di Andersson, il suo sguardo sulle nostre esistenze sono veramente qualcosa di grandioso e, sicuramente, unico nel suo genere.
Nelle 3 recensioni ho veramente parlato di decine di cose, pochi altri film mi hanno dato così tanti spunti.

Ve le rimetto in ordine di visione, non in quella dei film.

"Nei film di Andersson l'umanità e la società sono destinate a non andare avanti, a star ferme, a restare imbottigliate come imbottigliate sono quelle migliaia di persone ferme nel traffico della città.
L'umanità di Andersson o non ha più un futuro, o non sa dove andare o se sa dove andare è destinata a non riuscirci.
Forse però siamo ancora un passo oltre. Forse Andersson racconta addirittura L'Apocalisse umana, forse la fine c'è già stata e i suoi esangui e impotenti fantocci sono solo creature rimaste in un mondo già esploso"






Se ci si può innamorare di una donna con un solo sguardo, senza sapere nulla di lei e di tutti gli anni che ci sono dietro, così, un solo istante e ti innamori di lei senza sapere cosa nascondano i 20, 30, 40 anni che hanno preceduto quell'istante, se è possibile questo perchè non potersi innamorare di un regista allo stesso modo?
Solo che lo sguardo fugace che ti fa innamorare di un regista non lo ricerchi nei suoi occhi -  come per la ragazza - ma in un'immagine, in un'inquadratura. Questi sono gli occhi del regista.


E così circa 4 mesi fa mi capita sotto l'occhio questa immagine:


ed è amore a prima vista. Quest'uomo bianco come la morte che guarda negli occhi un piccione appollaiato in un ramo, questo strano museo di scienze naturali, questa freddezza ambientale e situazionale eppure con una fortissima vitalità intellettiva dentro.
Il film vince Venezia ma a me non interessa. A me interessa sapere di chi sono quegli occhi e li scopro essere di un regista svedese di 70 anni di cui non avevo mai sentito parlare, Roy Andersson.
Che, a parte 1/2 lavoretti giovanili, nella sua carriera ha fatto solo 3 film, uno ogni 7 anni (2000, 2007, 2014). Non voglio sapere altro, aspetterò il momento giusto per vedere se quegli occhi che per un istante mi hanno saputo così stregare riusciranno a fare lo stesso se proverò a guardarli a lungo. Come quell'uomo e quel piccione.
L'occasione, quasi fortuita, arriva ieri.
Controllavo di nuovo la lista di MyMovies, quella che servirà poi al progetto streaming del blog e per sbaglio, ma veramente per sbaglio, leggo il nome di Andersson sotto la locandina di un film.
Non resisto un attimo.
Ed è stato fantastico accorgersi dopo due sole inquadrature che quegli occhi di cui ti eri innamorato sono proprio quelli che avevi visto in quel'istante, non era un gioco di luce strano o un tuo momento particolarmente debole quando accadde.
Andersson, l'ho capito dopo 20 secondi, è uno di quei registi che sa meglio raccontare la mia visione del mondo.
Un mondo che racconta di un'umanità eternamente depressa, malinconica, rassegnata, insoddisfatta.

Risultati immagini per you the living movie

Ma, ed è qui che io e il regista svedere facciamo veramente scopa, tutta questa insoddisfazione, questa malinconia e questa rassegnazione sono viste con un occho grottesco, divertito, brillante e, se lo analizziamo bene, nemmeno privo di speranza.
You, The Living è un film-non film quasi privo di struttura, costruito su scenette quasi autonome, su personaggi che a piacimento tornano o no, su legami tra gli stessi personaggi assolutamente sfuggenti.
E per rendere al meglio questo modo di raccontare Andersson usa quasi sempre inquadrature fisse, quasi sempre interni, quasi sempre fredde e statiche scene dove mettere in mostra il suo bestiario umano.
Non c'è una storia generale, non c'è nemmeno una storia singola portata a compimento, soltanto un album di vite disilluse. L'insoddisfazione è il tema principale, nessun personaggio è contento o soddisfatto della sua condizione. Non lo è la grassa signora che nessuno capisce, non lo è lo psichiatra, non lo è il signore che porta i fiori alla grassa signora, non lo è nessuno.
Tutto è freddo, anche le stesse stanze e il tempo, con quel temporale che imperversa, sembrano fare pendant con le esistenze raccontate. Non c'è mai un colore e quando c'è, probabilmente solo una volta, nella scena delle stoffe, è un colore che non si può vendere, perchè ne è stato tagliato un pezzo.
Non ci può essere colore in You, the Living.

Immagine correlata

Andersson sa che per raccontare il grottesco molte volte c'è bisogno anche del brutto.
E così il film è un campionario di persone brutte (ma non necessariamente brutte persone), inappetibili, indesiderabili, dalla carnagione chiarissima e dai tratti somatici tutt'altro che gradevoli (a parte la coppia di giovani).
Ho trovato richiami ai Monty Python, in questo umorismo nero ma brillantissimo, in questo tentativo divertito ma al tempo stesso malinconico e surreale di trovare un senso della vita.
Ma c'ho trovato qualcosa anche del miglior Fantozzi nostrano, in queste grigie esistenze, in queste vite insoddisfatte, in qualche gag che, a differenza di quelle di Ugo, tutte incentrate sul ritmo e sull'esasperazione, qua invece hanno il passo lentissimo della noia e della routine.
Noia e routine che sono perfettamente visibili in quel bar in cui nessuno fa nulla se non aspettare l'ultima ordinazione. L'ultima prima di chiudere, perchè domani comunque è un altro giorno dice il barista.