30.11.17

Torino Film Festival - Giorno 2 - Recensioni "Wind River" - "The Crescent" - "The Scope of Separation"

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Se non fosse per la perla vista solo due ore prima (ne parlo appena sotto) probabilmente Wind River sarebbe stato il mio miglior film visto al festival.
Opera seconda (ma non lo sembra) siamo nel territorio di quei drammatici travestiti da thriller, quei film di omicidi ed indagini che, però, riescono a dare più risalto al dolore, ai personaggi, ai dialoghi, alla profondità.
Trovo infatti che le cose migliori di questo gran bel film siano da ricercare nella perfetta caratterizzazione dei personaggi (quello di Renner è davvero splendido) e ai superbi dialoghi, secchi, essenziali, perfetti.
Siamo in una riserva indiana, quella che dà titolo al film.
Renner è un cacciatore di "predatori" (lupi, leoni etc...).
Tre anni prima ha perso sua figlia 16enne, in circostanze mai del tutto chiarite ma molto drammatiche.
In cerca di un leone trova un corpo sulla neve. E' di una ragazza del posto, nativa americana (del resto anche Renner era sposato a un' "indiana").
La sua esperienza nel ricercar le tracce unita ad una componente molto più umana (la morte di questa ragazza gli ricorda quella della figlia e, inoltre, conosce benissimo il padre di lei) lo portano ad aiutare in prima linea la bellissima agente dell'Fbi mandata per il caso.
Ne nasce un film col passo lento, un thriller che non ricerca colpi di scena ma è solo un lento avvicinarsi alla verità. 
Location bellissime, una regia quadrata e non invadente, un plot rigoroso e inattaccabile, dialoghi perfetti.
E un grande senso della misura, del rispetto, del trattenuto. Come se fosse lo stesso film ad essere, più che "americano",  "nativo americano", per come sa raccontare con garbo e basso profilo i dolori, il silenzio, per come sa parlare della vita (splendidi i dialoghi tra Renner e il padre della nuova vittima).

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E sa gestire benissimo anche le scene più concitate e d'azione come tutta quella alla casa dei due fratelli drogati (splendida) o tutto il flash back della violenza nel caravan, scena introdotta superbamente con una porta che si apre, una porta che dal presente ci porta al passato.
Ma del resto il regista, Sheridan, è lo sceneggiatore di roba come Sicario...
E buffo ritrovare Renner caratterizzato ancora per una tuta (qui bianca da cacciatore) come fu nel bellissimo The Hurt Locker. In entrambi i casi questo corpo nascosto in un vestiario così più grande di lui, in entrambi i casi un uomo rigoroso e quasi costretto ad uccidere.
E splendida, in questo senso, è la risoluzione finale, con quella morte alla Kill Bill, con quella morte che doveva far rivivere a quel bastardo la sofferenza vissuta da Natalie.
Inutile dire che la parte più profonda del film sia quella riservata ai due padri (che buffo, raramente nel cinema si mette così in risalto il dolore dei padri rispetto a quello delle madri) e ho trovato in questo senso perfetta e prevedibile una fine che riguardasse loro.
Perchè il dolore deve essere sempre affrontato, sempre vissuto.
Perchè è l'unico modo in cui, col tempo, possa diventare ricordo salvifico.

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Presenti spoiler dopo immagine, attenti!

Una perla.
Faccio fatica a trovare le parole per un film così, un'opera che in maniera sorprendente e quasi "nuova" riesce ad unire in modo così mirabile arte, senso estetico, dramma, metafora e profondità.
Eppure The Crescent parte come un semplice drammatico.
Una giovane ragazza ha perso da poco il marito e padre del loro piccolo bambino (di circa due anni).
Decide di isolarsi dal mondo per concentrarsi sul figlio e sul proprio dolore.
Sceglie di tornare alla casa di sua madre, isolata, vicino l'Oceano.
The Crescent parte con dei titoli fantastici, tutti incentrati sulla tecnica della marmorizzazione, una specie di pittura "bagnata" che crea degli effetti straordinari.
Sembra la classica trovata puramente estetica e che poi, col film, nulla c'entrerà.
Invece in quella tecnica pittorica, in quel mescolarsi di colori, in quel mondo d'acqua e non definito, sta tutto, letteralmente tutto, il significato del film.
Mamma e bimbo iniziano a sentire strani rumori. Molto spesso c'è un campanello che suona alla loro porta ma nessuno fuori. Il bambino (che è una cosa incredibile, da non crederci, quasi sovrumano far recitare in maniera così impressionante un duenne) a volte sembra notare cose che la madre non vede. In questo senso c'è una scena, bellissima, in cui lo vediamo giocare alla finestra. Sembra esserci qualcuno fuori, ma non vediamo nessuno.
E niente, poi in questo film accadrà letteralmente di tutto.

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A livello estetico siamo su livelli incredibili, molto spesso al confine della video-arte. I "riquadri del ricordo" (che alla fine, come per Mommy, si allargheranno, ma con un significato molto diverso), le sequenze di marmorizzazione, le inquadrature del mare (quella sul finale che richiama i quadri di lei è da infarto), l'uomo pitturato (che portano a 3 minuti da estasi cinematografica), il montaggio velocissimo finale, ragazzi, sui siamo al confine della pura arte.
Ma The Crescent non è sola cura estetica, c'è molto di più.
Il film comincia a diventare sempre più cupo, sempre più spesso si inizia a parlare di vita e di morte, strane presenze si avvicinano alla casa.
Piano piano The Crescent diventa una specie di ghost story.
E già andrebbe bene così.
Ma niente, si andrà ancora oltre, molto oltre.
Iniziamo ad avere la forte sensazione che la realtà che vediamo non sia semplicemente la vera realtà. In questo senso e, visto il finale, la canzoncina che canterà da solo il bambino
"la vita è solo un sogno"
diventa struggente. 
Lui, da solo nel lettone che canta questa nenia.
Ma prima avevamo avuto il suicidio di lei e poi la vera scena madre, quella del turning point, quella della telefonata del padre.
Quello "svegliati cazzo!".
Ho avuto i brividi. 
In quel momento ho capito tutto e il fatto che l'ultima, superba mezz'ora, abbia solo confermato tutto quello che avevo già capito nulla cambia, anzi, l'effetto è stato ancora più potente.
Un mondo di mezzo, un mondo dove c'è gente che deve restar là e altra che può tornare.
E quel bimbo che a soli due anni aveva popolato quel mondo di tutte le poche immagini che la sua giovane vita gli avevano riservato, l'uomo-paguro ("i paguri cercano sempre una casa nuova" "a me non piacciono i paguri!") i dipinti della madre, le polaroid.
Qualcosa di talmente grande da non vederne i confini.
E poi quel mare, quel mare portale tra due mondi.
Ma prima del pazzesco montaggio finale abbiamo tutta la sequenza dell'incidente, tesa, ansiogena. Sappiamo che quel motoscafo finirà in quel lembo di terra, in quella falce, dove tante persone sono morte.
Non lo vedremo l'incidente, tutto si trasformerà, dopo un tonfo, in un altro quadro marmorizzato.
Perchè da lì in poi saremo nell'altro mondo, in quel mondo acquatico e confuso di colori.
Ma è tempo di tornare.
E quella confusione di colori diverrà tinta unita, la tinta della vita.
E quell'inquietante campanello inizierà ad avere un ritmo più veloce, il ritmo della vita.
E una mano piccolissima, la mano di un bambino che ha lottato come un uomo per la propria salvezza, quella mano stringerà un'altra mano, quella di chi stava aspettando.
Senza parole

8.5

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La direttrice del TFF presenta questo film come sorprendente, come una tragedia comica o una commedia tragica, come qualcosa che richiama Woody Allen.

Ebbene.
Woody Allen si starà rivoltando, dovunque sia.
E questa direttrice va denunciata.
Perchè un non film di questo livello è un'offesa all'intelligenza di qualsiasi spettatore.
Il nulla che poi diventa nulla che poi diventa nulla.
Con un protagonista che fuma, contate, 56 sigarette (solo in una scena non ne fuma una).
Con l'unico turning point e, insieme, colpo di scena, che ad un certo punto passa dalla sigaretta passa alla pipa.
Da notare, in alcune inquadrature, la somiglianza dell'attore principale col nostro Zampaglione.
Forse anche il regista dovrebbe imparare dal vento.
Ma non a respirare.
A volarsene via.
Fori dai coglioni

4

29.11.17

Torino Film Festival - Giorno 1 - Recensioni "Thick Lashes of Lauri Mantyvaara" e "What happened to Monday" (Seven Sisters)

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Finlandese.
E già fa figo.
In più me ne parlano bene in due su due, andiamo tranquilli insomma.
Nel momento in cui abbiamo visto questo secondo film erano circa 35 ore che non dormivamo consecutive. Ma, come dicevo, la certezza di trovarsi davanti un bel film e, soprattutto, qualcosa di leggero, ci hanno fatto convincere che fosse il film perfetto per star svegli.
Manco per il cazzo.
Francamente, un mezzo disastro.
Ma più che un disastro, che il film si lascia guardare, quello che sconcerta di "titolo impossibile" è la banalità che lo pervade.
Io sono sicuro, se questo piccolissimo film fosse stato italiano o americano lo avrebbero massacrato, letteralmente massacrato. E mandato il pomeriggio su Canale 5.
Due ragazzine.
Sabotano i matrimoni perchè credono che sia tutto business, che con l'amore non c'entrano nulla (e già qui andremo incontro ad una delle tantissime contraddizioni del film).
L'idea è molto carina, e l'incipit ottimo.
Peccato che questa cosa dei sabotaggi finisca dopo 5 minuti.
Una delle due si innamora di un campioncino de hockey. 
Innamora ho detto (roba da occhi a cuore e gattini, letteralmente).
E l'amica l'aiuta pure per la relazione (ma come, l'amore bla bla bla, allora qualcuno non si poteva sposare per amore?)
Ne nasce un film che racconta di amicizie tradite, di sogni infranti, di... boh, non trovo null'altro.

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Ma tutto di una banalità e retorica sconcertanti (e il film è proprio contro le retoriche).
Siparietti surreali che, tranne in un paio di casi, non funzionano affatto, sviluppi di trama improponibili (lui che fino a quel punto aveva dato tutto per lo sport, poi in un giorno conosce questa e decide di non andare in America!!!! per lei, poi lo stesso giorno però le dice che no, vuole essere solo amico, poi due ore dopo, tornato al suo sport, si distrugge il ginocchio apposta per terminare la carriera, poi boh, nessun senso, o un montaggio malfatto o non so che).
Ma quello che non se regge è il finlandese, la lingua dico. Una specie di giapponese ma senza grazia orientale, una lingua sillabica, dura, inascoltabile. E purtroppo lei, la protagonista (brava attrice), risulta insopportabile.
In una scena si salutano con dei ciao e sembra che ci siano le foche.
oink oink oink oink
No, davvero, si parla di tanti temi, anche importanti come la libertà, ma con una sceneggiatura di una debolezza disarmante.
Eppure c'era il materiale buono per una cosa dolce, anche emozionante, per un racconto di formazione ben fatto.
E invece tra moto che inspiegabilmente corrono nel mare tipo gesù, tra scene allo stadio di hockey che manco Moccia, tra inserti surreali sconcertanti e tra un finale ancora più sconcertante (tipo vedi? ho convinto tutto il mondo ad essere come me) si arriva alla fine di un film che solo tre eroi come noi possono aver visto senza dormire.
Dopo che da un giorno e mezzo non lo facevi. 

5.5

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Eppure le locandine dovevano farmelo capire.
Eppure che alla regia ci fosse il Wirkola del cultissimo Dead Snow e di roba brutta come Hansel & Gretel cacciatori di streghe doveva farmelo capire.
Cosa?
Che un film dal soggetto strepitoso poteva andare (quasi) in vacca.
Cercate le locandine del film. Troverete tutta roba mainstream, action, fumettosa.
Eppure questo film poteva esse bellissimo.
Solito futuro distopico.
Solito sovraffollamento.
E niente, il Governo emette una legge per cui si può avere solo un Figlio Unico.
Quelli in più, i fratelli e sorelle, li mettono tipo in ibernazione aspettando di creare un futuro migliore per loro.
Dafoe però ha 7 nipotine, tutte gemelle (la loro madre, figlia de Dafoe, muore nel parto).
Non vuole mandarne sei a dormì per sempre.
E allora le nasconde in casa, le chiama ognuna come un giorno della settimana e fa finta che siano un'unica persona, Karen Settman
(che poi Settman per noi italiano è assurdo come cognome per questo film...)
In poche parole ognuna di loro uscirà nel "mondo" solo il giorno di cui portano il nome.
Ognuna di loro vivrà un settimo della vita di Karen Settman.
Per non creare casini ogni sera si dicono quello che è successo nella giornata. Almeno ci sarà una coerenza nella vita, tutte devono sapere cosa è successo a Karen.
Succede però che una sera Monday (da qui il titolo) non torna a casa.
Come fare? 
Se Martedì esce di casa ci saranno due Karen Settman in giro, rischio enorme. 
Ma va preso.

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Script enorme che per buona parte del film funziona alla grande.
Noomi Rapace è straordinaria, si ritrova praticamente a fare quello che fece McAvoy in Split, ovvero interpretare tante sè stesse ognuna con un look e un carattere molto diverso. In questo senso Seven Sisters è un film che solo nella nostra epoca poteva funzionare tecnicamente benissimo, far interagire tanti sè stessi in un'unica inquadratura è roba davvero durissima.
In questo "sette che sono una" c'è anche una delle maggiori profondità del film, ovvero quello della grandissima unione delle gemelle (che già di per sè, lo si sa, è fortissima), quella del fare squadra, quella del nascondere ogni loro fragilità, carattere, sogno o comportamento sotto un unico prototipo, quello che devono interpretare nella società.
In questo senso film sull'essere e l'apparire come ce ne sono pochi.
Il film prende, i possibili sviluppi incuriosiscono, la Rapace è eccezionale.
Eppure, purtroppo, per almeno metà della durata lo si fa diventare un action. Intendiamoci, scene di pistolettate, lotte corpo a corpo, fughe ed esplosioni in un film ci possono sempre stare eh, ma qui se ne abusa (6? 7? ) e, in più, quasi tutte risultano improbabili, mal gestite, a tratti quasi trash (i poliziotti fermati dai barili).
Io quando vedo un esercito intero fermato da 3,4 ragazze al momento disarmate mi...disarmo anch'io.
In più nel film c'è una serie di errori impressionanti (4, ben 4, riguardano vestiti) che, davvero, ad un certo punto si pensa che non ci sia stato il benchè minimo controllo nella continuità delle scene.
Ma si va avanti, la storia delle possibili talpe è ben gestita (prima sembra il collega, poi il poliziotto innamorato, poi una di loro stesse) e ci porta ad una scena eticamente devastante, quella della falsa criogenesi.
E ad un finale che ricorda un pò quello del filmato in chiesa dello splendido Ben X.
Emozionalmente forse il momento migliore è in in quella sorella che cerca disperatamente di salvare le loro memorie, quello che loro erano singolarmente e insieme, il loro legame.
Un bel thriller che in mani più educate poteva portare a qualcosa di grandissimo

7

25.11.17

Recensione: "Re ad Po" - BuioDoc 35


Il documentario su Alberto Manotti, un anziano che da anni si è rifugiato a vivere sull'argine del Po.
Klaverna, il regista, riesce ad evitare la trappola del documentario nudo e crudo (che per limitati spazi e "plot" sarebbe stato troppo ripetitivo) e fa diventare questo Re ad Po qualcosa di molto più grande, una specie di surreale narrazione, tra sogni e strani incontri.
Con un grande, grandissimo, finale.
Perchè la solitudine può anche essere un approdo.
Può anche essere una condizione esistenziale perfetta.
Ma c'è sempre un dolore dietro, c'è sempre una perdita.

chi lo vuole vedere lo richieda a me o a Klaverna@libero.it

, Avevo già incrociato Klaverna (nome d'arte dell'amico Giovanni) con la sua opera prima, quel Paese per nessuno che, seppur imperfetto, mi sembrò un film molto interessante, personale, sentito e necessario.
Con questa opera seconda (che avremmo dovuto vedere al raduno ma lui c'ha dato buca) andiamo in un territorio assolutamente (sicuri?) diverso, quello del documentario.
E la storia che ci viene raccontata è quella di Alberto Manotti, il "leggendario" Re del Po, un uomo, ormai anziano, che da anni si è rifugiato a vivere sull'argine del nostro grande fiume.
Klaverna avrebbe potuto affidarsi ad un documentario "nudo" come il nostro protagonista, lasciando parlare per lui solo le immagini (il film fotograficamente è bellissimo), i silenzi, i luoghi e l'Uomo.
Avrebbe potuto non oltrepassare i confini del cinema contemplativo, che basta di per sè. E, invece, realizza un'opera caleidoscopica, che diventa tante cose diverse, quasi narrazione, anche se più narrazione interiore che orizzontale.




E la scommessa, grazie a questa soluzione, è così clamorosamente vinta. Perchè, inutile negarlo, Re ad Po ad un certo punto, quando sembrava solo limitarsi all'osservazione di Alberto e all'enunciazione dei suoi muti monologhi interiori (attraverso sottotitoli, nel film non si dice una parola) stava correndo il rischio, almeno per quanto mi riguarda, di un documentario un pò fermo su sè stesso, eccessivamente ripetitivo e non capace più di cambiare ritmo.
Questo perchè Alberto vive nello spazio ristretto di pochi metri quadrati, tra il fiume e la sua immensa palafitta (il Grande Legno) che ha costruito.
Servivano idee. E ne arriveranno.
Ma del resto già l'incipit, con quella soggettiva, il bianco e nero, la musica straniante e le distorsioni dell'immagine, sembrava più un Evil Dead che un documentario su un vecchio solitario.
Ma che Re ad Po avrebbe potuto regalarci cose inaspettate lo vediamo nel bellissimo capitolo "sogno", davvero notevole, in cui ci viene raccontato l'unico ricordo di Alberto.
E, manco a farlo apposta, è un ricordo opposto alla solitudine e al ritirarsi dalla civiltà d adesso.
Nel luogo simbolo della non solitudine (la cucina di casa) con una donna che lui vede solo di spalle e poi lo scoppio della bombola a gas (simbolo di civiltà). 
E Alberto che dopo quello scoppio (nel sogno e basta?) si è poi ritrovato qua, in questo mondo-altro fatto solo di verde, fiume e legna.
Un luogo dal silenzio assordante che viene restituito per quasi tutta la durata del doc da Klaverna attraverso una colonna sonora disturbantissima e assolutamente calzante.
La prima metà del documentario racconta la vita rituale di Alberto, una sorta di via di mezzo tra l'Abrazo de la serpiente e Swiss Army Man (con quella casetta che ne è quasi la copia).
Alberto e il silenzio, Alberto e il fiume, Alberto e la legna che lo stesso fiume gli regala.
Bello, molto bello, il capitolo in cui Alberto si mette quella specie di corona, quasi un autoproclamatasi Signore delle Mosche di un pezzo di terra dove, oltre lui, non c'è nessuno.
Poi c'è un gran bel montaggio velocissimo di lui che martella e il mostrare quelle mani, che non sono dita con calli, ma calli con dita.



Eppure si stava perdendo un pò di ritmo, eppure in almeno un paio di sequenze (le mani sulle orecchie per il rumore e lui che "sfida" il Verde) un pizzico di recitazione la si intravede, e per un documentario così si ha sempre una brutta sensazione, si vorrebbe sempre che niente sia sceneggiato ma, lo si sa, è quasi impossibile.
Poi Re ad Po cambia, diventa surreale, quasi kitsch, emozionante, diverso.
Ne succedono di ogni.
C'è L'Alieno, una specie di reificazione del Verde. Forse una metafora anche dell'Altro, di chiunque venga a visitare il solitario pianeta di Alberto.
C'è il racconto del secondo sogno, quello delle bolle, quasi lirico e, almeno per me, molto emozionante.
C'è la strana sequenza di Alberto allo specchio, forse anche questa recitata ma funzionante.
Ci sono poi le scene di notte che sembrano esser prese di peso da Kill List, lui con quella cosa in testa, il buio, la fiaccola accesa.
E poi c'è lo straordinario finale.
Vedete, Klaverna con questo finale ha rischiato la didascalia in maniera rischiosissima.
A che serviva quel muto dialogo di spiegazione?
Perchè farlo?
E invece, beh, è straordinario.
Intanto per il modo in cui viene realizzato, ovvero quello di dialogo tra il nipote di Alberto (l'unico che ogni tanto va a trovarlo) e il manichino di un Pontiere.
Bellissimo.
Ma quello che più conta è che le quattro frasi che si "diranno" il ragazzo e il manichino non sono didascaliche, non sono pleonastiche, ma in un solo minuto cambiano completamente Re ad Po.
Perchè lo fanno diventare tutt'altro.
E un documentario che era sulla bellezza della solitudine e della fuga dalla società, diventa invece un documentario sul Dolore.
E quel silenzio così esaltato è invece una sordità non richiesta.
Cherchez la femme si diceva una volta.
La genesi dell'espressione ha tutt'altro significato ma possiamo comunque estenderlo.
C'è sempre una donna nella vita di un uomo.
E quasi tutte le solitudini sono in realtà mancanze di lei, di loro.
Quel sogno iniziale probabilmente non era solo un sogno, ma una tragedia immane che ha colpito Alberto.
Che, sordo e solo, si è rifugiato a vivere il suo dolore vicino al Po.
Ma in ogni luogo andremo, in ogni solitudine ci rifugeremo, in qualsiasi stato saremo, tutti noi avremo un nome di donna da scrivere in un cartello.
E lo appenderemo là sopra, dove qualcuno, che siano gli altri, che sia lei o che siamo noi stessi, possiamo volgere lo sguardo per vederlo



20.11.17

Recensione: "Magical Girl"

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Magical Girl è un film bellissimo ma che mette a dura prova lo spettatore.
E non solo per il dolore che racconta, non solo per un finale straziante, ma anche per la difficoltà che si ha a capirne il senso, a rispondere ai dubbi che ti pone.
Quasi due film che si uniscono tra loro, uno drammatico e dolorosissimo, l'altro misterioso e parimenti doloroso.
Tra bimbe senza un futuro e donne dal tremendo passato un grande titolo impossibile da perdere.

presenti spoiler, giganteschi dopo immagine bambina

Non è per niente facile parlare di un film come Magical Girl.
Perchè ci troviamo davanti ad uno di quei film che più cose mostrano, anche perfettamente lineari, e più spiegazioni danno più, al tempo stesso, pongono domande.
E le domande che pone non riguardano solo fatti o personaggi che lo vivono ma anche, e soprattutto, capire il senso di quello che vediamo, cercar di tirar fuori l'anima del film.
Poche volte come in questo caso sembra di ritrovarci con due film completamente differenti - uno tremendamente drammatico e doloroso, l'altro misterioso ed insidioso- che si uniscono tra loro con non si sa che cosa.
Forse è lo stesso dolore a legarli, forse il Caso che, inutile negarlo, la fa abbastanza da padrone per larga parte del film.
Quel caso che somiglia tanto al destino.
E questo caso, questo destino, ha la consistenza e la puzza del vomito, quello che Barbara sputa giù addosso a Luis mentre quest'ultimo sta cercando di gettare una disperazione a forma di sasso addosso a una vetrina.

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I due film si incontrano, i due personaggi si incontrano, anche se poi, ed è qui uno dei portenti di sceneggiatura, entrambi porteranno avanti autonomamente il proprio "film", nessuno dei due saprà niente delle vicende dell'altro.

16.11.17

La censura in Italia. Illuminante intervista di Alberto Cassani al mitico Alberto Farina (per sapere davvero tutto tutto su come funziona)

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Qualche mese fa passarono lo splendido Still Life in tv, su RaiMovie. Proprio alla fine, nella scena più bella ed emozionante, misero un taglio pubblicitario assassino, roba da non credere. Mi lamentai. Alla fine in qualche modo arrivai in contatto con Alberto Farina, uno dei consulenti alla programmazione del canale (ma Alberto è anche tante altre cose). All'inizio, giustamente, lui pensava che fossi il solito rompiballe che sparava a caso, poi, parlandoci, raggiungemmo, credo, una grande stima comune.
Alberto Farina per quanto mi riguarda è la persona che, nel cinema, ho trovato più completa.
Competente da morire, memoria storica, umile, simpatico, cortese, educato, intelligente.
E buono.
Voglio dire, è uno che ha fatto di tutto, ha lavorato anche con Landis.
Per colpa de Lo Sciacallo iniziammo a parlare anche di censura. Perchè lui è uno de membri della commissione italiana in tal senso. E lui mi girò questa intervista.
Ho pensato che la cosa migliore fosse pubblicarla integralmente, è molto lunga ma molto interessante e, secondo me, vi dice tante cose che non sapete.
Oltre parecchie chicche.
L'intervista è di Alberto Cassani (milanese, critico cinematografico e fumettistico, traduttore di romanzi e fumetti, da poco nella redazione della Sergio Bonelli Editore) ed è stata pubblicata sul bel sito CINEFILE (CLICCATE QUI)
Magari può nascerne una discussione e, se potranno, gli stessi "Alberti" possono intervenire

Buona lettura

(domande di Cassani, risposte di Farina -del suo sacco- )

Nella presentazione della terza Commissione di Revisione Cinematografica, che assegna i visti di censura, il Ministero dei Beni Culturali ti ha indicato come “esperto di cultura cinematografica”. Diamo però qualche coordinata ai nostri lettori: esattamente di cosa ti occupi, nella vita?

Il 99% del mio tempo professionale è dedicato a Rai Movie, che trasmette film 24 ore su 24. Sulla carta sono consulente alla programmazione, poi in pratica si fanno tante cose diverse. Una cosa fondamentale è scegliere i film da mandare in onda e collocarli là dove possono andare legalmente e dove hanno maggiori possibilità di incontrare il proprio pubblico.

Ma ogni tanto vai anche in video, no?

In video vado su Rai Italia, che viene trasmessa soltanto fuori dall’Europa. È un canale che “reimpacchetta” il meglio della programmazione delle Tv generaliste Rai e ci aggiunge una serie di programmi dedicati esclusivamente al pubblico italofono all’estero. Tra questi c’è “Cinema Italia”, che è sostanzialmente un film in prima serata ogni mercoledì, che io presento. Per Rai Movie, da una settimana registro ogni giorno una minuscola presentazione, destinata a Facebook e Twitter, di uno a mia scelta fra i film della giornata.

Diciamo due parole anche su quello che hai fatto prima.

Ho cominciato a scrivere recensioni cinematografiche all’età di 8 anni, poi ho iniziato a scrivere in maniera più o meno professionale e ho lavorato anche in pubblicità. Sono stato aiuto regista per un minuscolo film italiano mai distribuito e poi, gratuitamente, in due film di John Landis, regista cui ho dedicato un libro per Il Castoro Cinema. Poi ho fondato un canale televisivo che si chiamava Coming Soon Television, che è stato il primo canale italiano incentrato esclusivamente sul cinema e che ho diretto per due anni prima di lasciarlo per via di divergenze diciamo “culturali” con la proprietà. Sono andato a fare altre cose, tra cui il programma “Doppio Audio” per quella che sarebbe poi diventata Rai Movie e che allora si chiama Raisat Cinema World: intervistavo registi italiani mentre vedevamo un loro film. Ne ho fatti una cinquantina, e spero di poterlo riprendere su Rai Movie prossimamente: in questo momento sarebbe la cosa che mi piacerebbe di più fare. Avere un regista tuo “prigioniero” con davanti il suo film, che vuole spiegare e raccontare… Puoi chiedere davvero qualunque cosa…

14.11.17

( tra parentesi )

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Una vita fa sono stato barelliere.
E' successo durante il Servizio Civile.
Prima 4 o 5 mesi nella neve di Gualdo Tadino a lavorare in una casa di riposo (proprio davanti la Rocca che vedete nell'etichetta dell'acqua Rocchetta), poi circa 5,6 mesi a fare il barelliere alla Misericordia di Castiglion del Lago.
La storia che voglio raccontarvi è molto bella ed emozionante ma già che sono sull'argomento prima ve ne dico una che a voi, forse, farà ridere ma che io ricordo come uno dei momenti di maggior disagio e umiliazione della mia vita.
Andiamo a prendere un anziano all'ospedale. Lo riportiamo a casa con l'autoambulanza.
Quando arriviamo a casa sua, aperta campagna, ci troviamo davanti uno spettacolo incredibile.
Tipo 20,25 persone messe su due lati, come tifosi del Giro D'Italia, che ci aspettano.
Noi scendiamo con la nostra barella, tipo questa

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e chiediamo dove portare l'anziano (che, a questo punto, doveva essere uno importante, forse il patriarca di tutta quella frazione).
Entriamo in una grandissima casa colonica, un salone immenso.
Tutte le 20 persone ci seguono e osservano.
Dobbiamo portarlo di sopra, il che vuol dire mandare la barella a terra e alzarla DI PESO per tutte le scale.
Io mi metto da un lato, il mio collega, un coglione di prima categoria ma con vent'anni di esperienza, dall'altro.
Io sgancio il mio lato senza problemi e mi metto lì pronto a far calare dolcemente la barella. Ma a lui niente, non si sgancia.
Mi chiama per aiutarlo.
Io gli dico che devo restar al mio lato, che si faccia aiutare da altri. Ma lui insiste.
Vado là.
Il coglione nel mentre che stavo andando da lui, giusto due metri, la sblocca.
La barella, non avendo me dall'altro lato, va già di peso in una maniera che non potete capire, un corpo di 100 kg che cade da un metro e mezzo.
Davanti a 20 persone.
Morale, il vecchio torna all'ospedale.

In quella misericordia lavorava (credo ancora) un ragazzo dagli evidenti deficit mentali.
Un ragazzo dalla bontà struggente, senza ombra di dubbio la persona più irrimediabilmente buona che io abbia mai conosciuto.
A volte mi chiedo come è possibile che a quelli a cui manca qualche rotella siano spesso i più buoni.
Sembra quasi che la cattiveria sia il pezzo mancante, che per essere uomini pieni di vizi, egoismi, cattiverie e sovrastrutture si necessiti di un cervello completo.
Buffo.
Sta di fatto che un giorno lo vedo col suo piccolo diario.
Mi avvicino a lui.

"Davide (nome inventato), che fai, che scrivi?"
"Niente Giù" fa lui timido e schivo
"Dai, fammi vedere"
Lui si scansa e mi fa vedere la pagina.
C'è scritto semplicemente, sotto una data

compleanno di (giulia)

così, col nome messo tra parentesi

"Chi è Giulia, una tua amica?"
"Sì" dice lui tutto orgoglioso
"Dì la verità Davide, ti piace Giulia vero?"
lui strabuzza i suoi magnifici occhi verdi e mi dice tutto contento di sì
"E perchè non me la fai conoscere?"
"Eh no Giù...no...non posso...scusa"
fa lui iniziando a grattarsi nervosamente la testa
"Ma dai, non lo dico a nessuno, sta tranquillo"
Ad un certo punto mi fa un segno strano con le mani, tipo quello che si fa quando qualcosa è finito, quando non c'è più niente.
Unisco quel gesto al suo volto.
Capisco.
Giulia è morta a nemmeno vent'anni.
Ora, quello che è successo dopo tra me e Davide non è importante, resta tra noi.
La cosa straordinaria è un'altra.

compleanno di (giulia)

vedete, a volte le maggiori profondità le trovi nell'essenziale.
Davide è un ragazzo che a malapena sa scrivere.
Eppure fu capace di quella cosa che io, dopo 15 anni, ancora non riesco a dimenticare.
Il nome di Giulia tra parentesi.
Cos'è una parentesi?
Un qualcosa che tiene dentro informazioni che al tempo stesso possono esserci e non possono esserci. Specificazioni, chiarimenti, aggiunte importanti ma che senza parentesi magari appesentirebbero il discorso.
Noi mettiamo tra parentesi qualcosa che non vogliamo far star dentro ma al tempo stesso non riusciamo a far star fuori.
E quel nome tra parentesi scritto da Davide lo trovai struggente.
Giulia per lui era ancora tutto, una ragazza che non poteva eliminare. Ma, al tempo stesso, non essendo più in vita, non poteva uscire da quelle parentesi, esser lì con noi, festeggiarlo davvero quel compleanno.
Io ho letto tanti libri, ho parlato con persone intelligentissime ma quel 

compleanno di (giulia)

scritto da Davide resta ancora una delle cose più grandi e profonde che abbia mai letto.
E da quel giorno ho scoperto che tutto quello che è tra parentesi, che sia una frase, che sia una persona, che sia un accadimento, ha un'importanza incredibile.
Perchè se quelle cose che sono tra parentesi le togli perdi completamente il senso.
Che sia di una frase o della vita stessa

(fine)


13.11.17

Recensione: "Most beautiful island"

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Most beautiful island è opera prima.
Ma quello che è strano è che sia opera prima di una donna di quasi 40 anni che fino a quel momento era stata solo attrice. Una rarità.
Cosa l'ha portata quindi alla necessità di fare un film?
La vita, la sua vita, e un episodio terribile che le è probabilmente successo.
Un drammatico che si veste da thriller, brevissimo, tra 13 tzameti e hostel (tranquilli, non c'entra nulla con l'horror).
Da vedere

Spoiler dopo seconda immagine

Cosa spinge una navigata attrice a realizzare il suo primo film da regista a quasi 40 anni?
Una donna poi eh, che, lo si sa, la regia al femminile è quasi sempre mosca bianca.
Insomma, sei un'attrice, mai girato nulla, sei donna, perchè cominciare ora a fare regia?
La risposta in questo caso è semplice, la vita, la necessità di raccontare qualcosa.
Forse la necessità di superare quel qualcosa che ti è successo, attraverso l'arte.
Non è difficile fare 1 + 1 + 1.
Il film parte con la didascalia "basato su fatti reali".
E parla di una donna spagnola trasferita a New York.
E vedi che la regista è spagnola e vive a New York.
E vedi che il film non solo l'ha girato lei ma l'ha scritto e, addirittura, interpretato.
Sì, Ana Asensio aveva bisogno di raccontare una storia, la sua storia, non si scappa.
E la sua storia è quella di una donna che per sfuggire ad una realtà che la stava uccidendo (ha perso la figlia piccolissima in Spagna -spero non sia anche questo fatto vero ma credo di sì-) decide di andarsene dall'altra parte del mondo, a New York, alla città del "I can", del sogno.

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La realtà è molto più difficile, di lavoro serio non ne trova, gli affitti non li paga, il dolore non se ne va. Attacchi di panico, sangue che cola nel naso, nervosismo, un lavoretto da baby sitter che la stressa e che forse non le se addice.

11.11.17

Recensione: "The Square" 2017

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Il vincitore dell'ultimo Cannes - dell'Ostlund regista del formidabile Forza Maggiore- è, per quanto mi riguarda, un film che è sempre lì per partire ma alla fine non parte mai.
Divertente, grottesco, colto, anche un pizzico disturbante nel finale.
Ma si fatica a vederne l'architettura, a capirne il senso, a giustificarne alcune scene e lunghezza.
Film sull'arte contemporanea? sul caos? sulla fiducia?
Magari voi lo capite meglio di me

Non ho un gran rapporto coi festival.
Anzi, no, non ho un gran rapporto con i premi e gli albi d'oro dei festival, ecco, che i festival invece ben vengano.
Gli Oscar (che poi un festival non sono, mi riferisco ai premi), ad esempio, hanno valenza per me prossima allo zero.
E anche con i premiati di Venezia non è che io abbia sto gran feeling.
Però ci sono alcuni albi d'oro in cui invece mi ritrovo tanto.
Uno è quello dell'Oscar al miglior film straniero (davvero grandissimi titoli), un altro quello del festival cult di Stitges.
E un altro Cannes.
Ecco, quando sento "ha vinto Cannes" il mio poco curioso sopracciglio un pochino si alza, lo ammetto.
E così mi vado a vedere al cinema l'ultimo vincitore della Palma d'Oro ma, soprattutto, il nuovo film di Ostlund, regista del formidabile Forza Maggiore.
E niente, una parziale delusione.

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In realtà c'ho ritrovato molto del suo bellissimo film precedente.
Per prima cosa l'intento principale del film, ovvero quello di essere un'opera "a tesi", che vuole dimostrare qualcosa. Quasi un'operazione scientifica, antropologica e matematica insieme.

10.11.17

Recensione: "Closet Monster"

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L'ennesimo coming of age sulla disperata ricerca di capire il proprio orientamento sessuale.
Ma Closet Monster è anche qualcosa in più.
Un film dolce, trattenuto, che racconta di un tremendo ricordo che non se ne va più via, che ha dentro criceti parlanti che assomigliano tanto alla propria anima, che sprigiona amore e odio a ogni inquadratura.
Forse, però, non è altro che un film che racconta della necessità di togliersi una spranga di ferro da dentro sè stessi

"Dammi un sogno papà"
E allora il padre gonfia un palloncino mentre racconta il sogno che vuole dargli.
Poi il palloncino lo appoggia sulla fronte del figlio e, pffffff, lentamente lo fa sgonfiare.
Quel sogno, un sogno di vampiri e cimiteri, entra dentro la testa del bambino.
Notevole, davvero notevole l'incipit di questo Closet Monster, l'ennesimo film a metà tra il coming of age e la scoperta del proprio orientamento sessuale.
Ne abbiamo visti tanti, tantissimi.
Eppure qua, a tratti, c'è qualcosa di diverso, di originale.
Come quel criceto parlante (Buffy lo chiama lui, è femmina dice lui, ma in realtà non è vero) che rappresenta per Oscar, il nostro protagonista, una specie di coscienza interiore, una specie di amico che sa leggergli dentro, un corrispettivo, per certi versi, del dito luccicante del Danny di Shining.
In realtà Buffy il futuro non lo prevede, si limita a scandagliare l'animo di Oscar, a percepirne i disagi, a scorgerne gli innamoramenti, a decretarne i problemi.
Oscar da piccolo, ancora bambino, è stato testimone di una violenza sessuale inaudita, roba da far star male anche lo spettatore.

"Perchè gli hanno fatto quello papà?"
"Beh, era gay" gli risponde lui

Gay, come quella parola che tre bambine gli avevano pronunciato davanti quella mattina quando lui si era guardato le unghie a mano aperta, e non mettendola ad artiglio come farebbero i veri uomini.
In un solo giorno la vita di Oscar cambia per sempre.

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Sì, perchè, ed è qui un'altra variante molto interessante, è come se Oscar da quel giorno, quel giorno in cui vide quella violenza, al tempo stesso si senta "destinato" ad esser gay ma, anche, impossibilitato dal diventarlo, dal viverlo veramente.

7.11.17

Altrove

Però, (che cosa vuol dire però?)
Mi sveglio col piede sinistro
Quello giusto

Forse già lo sai
Che a volte la follia
Sembra l'unica via
Per la felicità

C'era una volta un ragazzo chiamato pazzo
E diceva sto meglio in un pozzo che su un piedistallo

Oggi ho messo
La giacca dell'anno scorso
Che così mi riconosco
Ed esco

Dopo i fiori piantati
Quelli raccolti
Quelli regalati
Quelli appassiti

Ho deciso
Di perdermi nel mondo
Anche se sprofondo
Lascio che le cose
Mi portino altrove
Non importa dove

Io, un tempo era semplice
Ma ho sprecato tutta l'energia
Per il ritorno

Lascio parole non dette
E prendo tutta la cosmogonia
E la butto via
E mi ci butto anch'io

Sotto le coperte che ci sono le bombe
È come un brutto sogno che diventa realtà

Ho deciso
Di perdermi nel mondo
Anche se sprofondo

Applico alla vita
I puntini di sospensione
Che nell'incosciente
Non c'è negazione

Un ultimo sguardo commosso all'arredamento
E chi si è visto, s'è visto

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Lascio che le cose
Mi portino altrove
Lascio che le cose
Mi portino altrove
Altrove
Altrove

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni

Svincolarsi dalle convinzioni
Dalle pose e dalle posizioni


6.11.17

Recensione: "The Void"

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Forse nell'horror moderno The Void  è il tentativo più diretto (poi quanto convincente lo deciderete voi) di richiamare quel gran capolavoro che fu La Cosa.
Un luogo chiuso, il freddo, la sfiducia, mostri che sono mutazioni del corpo.
Poi però il film diventa tanto altro. E forse è proprio questa suo voler elevarsi (metafisico, profondo, esistenziale), questo suo accumulare cose a renderlo un prodotto interessantissimo ma che rischia di cadere sotto la sua stessa ambizione

presenti spoiler

Molto interessante che questo The Void arrivi proprio appena dopo Livide.
(qualcuno di voi Livide entrambi? o.k, scusate)
Interessante perchè i due film soffrono dello stesso problema ma, secondo me, per motivi assolutamente diversi. Ed è proprio l'analizzare questi motivi che mi fa pensare che questo The Void sia superiore.
Qual è il problema a cui accenno?
L'accumulo.
Entrambe le pellicole mettono dentro troppe cose, troppo diverse tra loro e in maniera troppo confusa.
Accumulano, accumulano, accumulano, tanto che lo spettatore resta spiazzato, prova a unire i pezzi e a trovare un senso anche quando, probabilmente, un senso non c'è.
Ma mentre in Livide questo accumulo sembrava più che altro "visivo" e cinematografico (nel senso che i due registi han voluto metter dentro tante belle scene horror perdendo o fregandosene del filo del discorso) qui in The Void, paradossalmente, c'è a mio parere il problema opposto. Ovvero quello di essere così interessati alla storia, alle possibili tematiche, ai possibili sottotesti, da aver creato un film che non parla di poco (come Livide) ma di troppo.
E' la storia che ha portato all'accumulo, ecco.

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E' come se -e poi la chiudo qua- in entrambi i film riscontrassimo gli stessi problemi ma mentre in uno, The Void, abbiamo la sensazione che il film abbia voluto essere più grande di quello che è -ossia che l'ammasso sia dovuto all'ambizione- nell'altro, Livide, appare più soltanto come un gioco col genere horror.