31.12.10

CLASSIFICHE 2010. I MIGLIORI FILM

Quest'anno si chiude con circa 80 visioni, praticamente un film e mezzo a settimana, anche se finita l'estate si è viaggiato a un film ogni 2 giorni. Il blog è comunque uno spazio personale, non una rivista, per questo preferisco inserire nelle classifiche le mie visioni dell'anno, a prescindere dalla data d'uscita della pellicola (anche se non volendo sono praticamente tutti 2010...). Non conteggio film, come Old Boy, come Tarnation, rivisti per l'ennesima volta, soltanto prime visioni.

I TITOLI RIMANDANO ALLE RECENSIONI

TOP 10


In un anno un pochino deludente per uno dei miei generi più frequentati, l' Horror, voglio premiare come miglior esponente il film di Marshall. Atmosfera e ambientazioni eccezionali, direzione degli attori e uso degli spazi mirabile e sottotraccia una storia umana da raccontare con forza e delicatezza allo stesso tempo.

Anche stavolta la Pixar è riuscita a sorprendere prendendo in mano una miniserie che sembrava ormai conclusa tirandone fuori quello che addirittura è forse il miglior episodio. Divertimento ed emozioni a go go, con la scena della discarica nell' Olimpo del genere.


Ritorno al cinema-fiume che si prende il tempo di raccontare. La vicenda di un ragazzo che entra in un carcere povero e analfabeta per uscirne come un leader della malavita. Un romanzo di formazione scritto da mani in stato di grazia.


Quasi impossibile non accomunare questa pellicola spagnola a Il Profeta. Entrambi carcerari, entrambi europei, entrambi semisconosciuti, entrambi fortissimi. Premio per un'incollatura il film di Monzon perchè, se possibile, ancor più cinico e coraggioso. Se Il Profeta era un romanzo di formazione, Cella 211 ha la durata di una pagina, una terribile, devastante pagina di 24 ore.


La grandezza del film di Haneke, oltre nella superba fotografia e nella bravura del cast, sta tutta al di sotto delle immagini. E' un film inscindibile dal suo messaggio, dalla sua tesi. Quando questa viene recepita del tutto la bellezza della pellicola straborda. Regista incredibile, forse superato quest'anno da una regista che sembra una sua allieva.


Eccola qua la piccola Haneke, la 38enne austriaca Jessica Hausner. Lourdes è un dono offerto alle nostre menti e coscienze, un prodotto che con grazia, misura, sobrietà sa lanciare stilettate e regalare emozioni. L'indimenticabile finale è a mio parere la più bella scena dell' intera stagione cinematografica 2010.

4 moon


Sarà la mia venerazione per Rockwell, sarà che il regista Jones ha dimostrato che si può ancora fare fantascienza con poco, sta di fatti che Moon mi ha letteralmente stregato. La morale e l'etica, la spersonalizzazione e la ricerca di identità, il cinismo della Scienza contrapposto all'immortalità delle emozioni. Film intimo se ce n'è uno, contrappone l'uomo a se stesso. Rockwell mostruoso, è lui il mio M.V.A (most valued actor) 2010.


Credo non ci sia niente da dire. Quando i miliardi si uniscono con il genio al cinema si può ancora sognare e riflettere, tenere ossimoricamente il cervello spento e acceso nello stesso tempo. Colonna sonora e scenografie da Storia, intreccio a livello verticale incredibile.


La mia anima melanconica è stata totalmente devastata e inebriata da questo capolavoro della non speranza, da questa Apocalisse del mondo e dell'uomo. Anche qui premio il coraggio, l'anticinematograficità, la forza del pugno che ci arriva allo stomaco. Non mi ricordo un film così pessimista, così definitivo. Si piange digrignando i denti.

1 ben x


Perchè emotivamente è la pellicola che mi ha più coinvolto, perchè tratta tematiche durissime senza retoriche e sensazionalismi, perchè ha una costruzione perfetta, perchè è un film coraggioso che, come Lourdes, nello straordinario finale non dà sentenze, ci parla della vita, sta a noi scegliere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Visione obbligata nelle scuole a parer mio.

30.12.10

Recensione: "Pandorum"


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"Bravin quel 10" sussurrano tra una bestemmia e l'altra gli spettatori del calcio umbro alla visione di una nuova talentuosa mezzapunta nelle partite dei campionati giovanili. Mezzapunta che poi nel 95% dei casi non riuscirà a unire ciccia, gambe, abnegazione, testa, costanza, allenamento e cattiveria al talento concessogli naturalmente.
Pandorum mi è sembrato un film di talento, di idee, ma probabilmente è privo di tutte le altre caratteristiche che possono fare di un film un fuoriclasse, o meglio, un capolavoro.
Forse la mia scarsa conoscenza e frequentazione del genere fantascienza mi fa sembrare Pandorum un film molto originale, pieno sì di rimandi e citazioni, ma con un'anima propria e riconoscibile.
Più che rimandi la prima mezz'ora mi è sembrata una copia carbone di The Descent. I protagonisti si ritrovano in un luogo buio e ignoto per scoprire poi di non essere da soli. Le stesse creature sono praticamente le stesse del film di Marshall. Quando arriviamo alla scena nella pozza d'acqua con teschi dapertutto sono quasi saltato dal divano "E' The Descent!". Poi Pandorum prende tutta un'altra strada e ha il merito di porti molte domande senza far calare mai l'attenzione, se non nelle solite marchette di scene di combattimento e simili. Ottima davvero l'atmosfera, aiutata da location veramente azzeccate e variegate. 

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Il punto di forza del film è però nella storia, una miscellanea di Genesi e Apocalisse, Dio e Uomo, Scienza e Pazzia, Inferno e Paradiso. Sinceramente l'idea che per circa 900 anni, essendo la Terra distrutta e tutti gli altri umani nell' Astronave dormienti, non ci sia stato nessun umano "attivo" l'ho trovata grandiosa e, in un certo qual modo, terribile (900 anni, 900). Questa è la fantascienza che amo, quella che è solo cornice per riflessioni più profonde e universali, non meri inseguimenti di navicelle e missili balistici. C'è qualcosa di forte, atavico, intelligente dentro Pandorum, qualche concetto davvero formidabile,ed è come se allo spettatore non arrivi tutta la potenzialità dell'insieme.
"Bravin quel 10".
Forse, anche se ha le spalle strette, il ragazzo si farà.

( voto 7,5 )

14.12.10

Recensione: "The Experiment (2001)"



Interessantissimo film tedesco appena remaked dagli americani con nel cast prezzemolino Adrien Brody.
Pur nella sua tragicità, crudeltà e valore etico e sociologico, The Experiment non è altro che la trasposizione adulta, deviata, distorta, parossistica di uno dei giochi d'infanzia più classici, Guardie e Ladri. Probabilmente il taglio un pò televisivo (punto debole di certo cinema tedesco), sporco, è insieme un pregio e un difetto che può far storcere un pò il naso alle nuove generazioni amanti di atmosfere più lucenti e patinate, cinematografiche nel senso commerciale del termine.
Venti persone, in cambio di una cospicua somma di denaro, decidono di fare da cavie ad un'esperimento: 14 giorni in un carcere, alcuni guardie, alcuni prigionieri. Gli scienziati hanno l'obbiettivo di veder sia a che punto e a quali soprusi può portare una situazione di comando, sia dall'altra parte analizzare quanto la perdita di libertà e di diritti morali e civili possa condurre i carcerati alla ribellione, allo sconforto, alla pazzia. L'esperimento sfuggerà di mano ai medici e presto le guardie, totalmente immedesimate nel proprio ruolo, assumeranno il comando di tutto, giungendo alle peggiori barbarie, persino contro gli stessi scienziati.
Interessante notare come un gruppo di persone che parte alla pari durante i "provini" possa piano piano essere completamente scisso in dominatori e sottomessi. L'abuso di potere è, psicologicamente, una delle condizioni più forti e allettanti per portare l' Uomo ad un rapido cambiamento. In questo senso straordinaria l'interpretazione di Justus von Dohnányi nelle parti di Berus, un timido e disadattato impiegato che, approfittando della situazione, diventa un vero e proprio aguzzino, leader decisionale ed emotivo delle guardie. Supera addirittura in bravura l'ottimo Bleitbreu, attore formidabile, qui nei panni di Tarek, il protagonista.

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Lampanti i rimandi della pellicola alla deriva del reality, una specie di Grande fratello privo di regole, e sottotraccia non mancano i riferimenti all'Olocausto, praticamente tara ineliminabile da un certo cinema tedesco d'impegno. Il riferimento però che più mi piace notare è quello con l'immenso Cecità di Saramago, probabilmente uno dei romanzi più potenti degli ultimi 50 anni. Anche lì, sebben per motivi completamente diversi, delle persone erano costrette in cattività in un luogo chiuso, senza possibilità di uscire e lasciate al proprio destino. Anche lì ben presto si formano due distinti gruppi di buoni e cattivi che porteranno all' inevitabile scontro per la supremazia e la sopravvivenza. Certo, non si raggiunge la profondità, acutezza e valore sociologico dell'opera del sommo portoghese, ma anche The Experiment nel suo piccolo può portare a più di una riflessione. Non ho amato per nulla la storia d'amore del protagonista, totalmente gratuita a mio parere, con l'unico obbiettivo di arrivare a una situazione di deus ex machina finale e, probabilmente, di dare delle note un pò più umane, romantiche e malinconiche ad un film che altrimenti sarebbe stato di un cinismo unico. Magari.

( voto 7 )

10.12.10

Gli Abomini di seria Z (6), Recensione: "Nursie"



Mamma mia, Nursie è talmente scarso che risulta quasi piacevole guardarlo, talmente amatoriale che non riesco a farmelo odiare, talmente pane e salame che lo preferisco allo spocchioso caviale. Film che riesce a durare 90 minuti malgrado una sceneggiatura praticamente inesistente. Un medico, alla Misery, ha un incidente e si ritrova in una "casa di cura" gestita da un'infermiera pazza. Al suo interno ci sono altre persone, perlopiù vecchiette, maltrattate da anni dalla suddetta infermiera. Basta, non c'è altro, il dottore vuole fuggire come è ovvio che sia, la pazza, coadiuvata dal fratello bestione e mentecatto, cercherà di impedirglielo. Manco a dire che ci siano buoni effetti splatter, niente di niente, al massimo delle botte date in testa che fanno sembrare quelle che si davano Bud e soci quasi un documentario. Vi assicuro che Nursie non ha una sola singola qualità, ma l'interpretazione così allucinante della protagonista, sulla quale in definitiva si regge tutto il film, ce lo fa portare a termine con affetto. Nota di demerito particolare al montaggio, sia quello che dovrebbe scandire passaggi temporali ( a dir poco gratuiti, vedi sotto riguardo l'ubiquità) sia quello più immediato nelle scene di "azione". Addirittura 2 volte infatti la scena è talmente mal montata che vediamo la stessa immagine per 2 volte e vi assicuro che non è un gioco autoriale del regista. La cosa più incredibile però è notare come l'infermiera riesca sempre, sempre, sempre, ad essere presente sulla scena. Due persone stanno parlando? Appare lei di dietro. Qualcuno cerca di scappare nella stanza accanto? Nessun problema, c'è lei a fermarli. Nel frattempo il dottore è fuggito in cantina? Sulle scalette appare lei. E se in soffitta e fuori casa contemporaneamente accade qualcosa? Qualsiasi cosa accada la nostra Kathy Bates dei poveri è là. Film orrendo a cui non si può non voler bene.

( voto 3 )

8.12.10

Tarnation


Probabilmente sarà una recensione più dettagliata del solito perchè al 90% dovrà essere quella ufficiale del film sul sito di Filmscoop.

Dunque se non volete annoiarvi ne sconsiglio la lettura...

6.12.10

Recensione: "The Skeleton key"


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Ian Softley è senz'altro uno di quei registi che, a proprio rischio e pericolo, hanno fatto della poliedricità un loro marchio di fabbrica. Dal "vittoriano" Le Ali dell'amore all'allora update Hackers, dalla fantascienza sui generis del sottovalutato K-Pax al fantasy Inkheart fino ad arrivare a questa ghost story, The Skeleton Key.
Film molto ben confezionato che forse manca un tantino nella capacità di suscitare paura malgrado una buona atmosfera che, pur senza picchi, non abbandona mai la visione. L'ambientazione e il plot sono visti e rivisti, la classica casa isolata , la classica storia di fantasmi. In questo filone è difficile far qualcosa di nuovo o coinvolgente, con in questi anni il solo The Orphanage che è riuscito a farmi brillare gli occhi. Curioso notare come il topos della porta che nasconde qualcosa di segreto e malvagio sia probabilmente uno di quelli più utilizzati nella storia del cinema Horror. E' veramente difficile trovare una pellicola di genere che non abbia usato tale "trucco" per incutere mistero e spavento nella propria trama; da capolavori come Shining, Psyco e Non aprite quella porta ai più recenti successi come Martyrs e Rec, da sempre la stanza segreta e "inesplorata" ha attirato l'immaginazione di registi e pubblico.

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In questo caso poi non è che nascondesse chissà che, soltanto un pretesto per una svolta narrativa che se da un lato ha aperto nuove porte :) alla trama, dall'altro ha forse reso The Skeleton Key un pò troppo macchinoso e confuso. Sottotraccia Softley prova a trattare tematiche più profonde come ad esempio l'avvicinamento alla morte e la solitudine che a volte ci accompagna nel momento del trapasso, ma sinceramente non si crea mai un'atmosfera così empatica da provare emozione per le vicende e i suoi protagonisti, anche se l'interpretazione del vecchio da parte di John Hurt regala più di un momento toccante.

Punto di forza del film è senz'altro il finale politicamente scorretto, almeno a mio parere difficilmente prevedibile, anche se è proprio questo finale a lasciare più di un punto di domanda nella struttura del film. Resta il fatto che The Skeleton Key rimane un film assolutamente consigliabile, buono per chi ha visto tanti film di genere, forse addirittura ottimo per chi ha poca frequentazione col thriller paranormale.

( voto 6,5 )

4.12.10

Recensione: "Be Kind Rewind"


Per me piccolo gioiello.
Un omaggio ai piccoli, a quelli che vanno avanti con pochi mezzi sfidando i mostri miliardari. Alle piccole videoteche in cui puoi ancora chiedere un consiglio, NON trovare un film libero, parlare di cinema, il tutto contrapposto alle major delle multicopie, della piatta divisione per generi, dei commessi (anche non per colpa loro) semplici "manichini" senza conoscenze specifiche. In senso lato omaggio al piccolo artigianato che piano piano sta scomparendo.
Un omaggio al Cinema, a quei titoli che un pò per propri meriti, un pò per un periodo d'oro (soprattutto quello degli anni 80) bastava un attimo per diventare cult. E un omaggio al cinema fatto con poco, essenziale. E, nel finale, la bellezza e la magia del buio in sala, non assimilabile a nessun'altro tipo di fruizione.
Un omaggio al divertimento e all'inventiva, a come sia possibile per tutti tornare bambini. Straordinaria la trovata dei film maroccati ( "come il Marocco?" "Sì" "Ma è una nazione, non un verbo!") niente di più e di meno che un'estensione degli scherzi telefonici, del suonar campanelli e scappar via che da piccoli tutti abbiamo fatto. Scherzi innocenti, politicamente scorretti ma tremendamente attraenti. Quello per me e per tanti era il piccolo proibito, non altre cose.
Un omaggio al ricordo, all'attaccamento alle proprie radici, all'unica cosa che nessuna delibera può portarci via, il nostro passato.

( voto 7,5 )

2.12.10

Recensione: "Frozen River"


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Piccolissimo film che sfida tutte le regole possibili del successo facile, nessuna retorica, nessuna sequenza particolarmente significativa od eclatante, nessun colpo di scena. In uno stile quasi documentaristico seguiamo soltanto le vicende di due madri, una bianca (una grandissima Melissa Leo) ed una indiana d'America. Siamo in un piccolo paese al confine del Canada. Ray è una madre che ha come unico sogno una casa confortevole per i suoi due bambini se non fosse che il marito è fuggito ed ha portato tutti i soldi con se. Incontra fortuitamente la Mohawk (popolo di nativi americani) Lila, ragazza madre cui la suocera ha portato via il bimbo. Lila è nel giro dei trafficanti di immigrati che dal Canada, attraverso il fiume ghiacciato del titolo, si riversano negli Usa. Ray è disperata e per racimolare la cifra che le serve per comprare casa, decide di aiutare Lila nel traffico.
Frozen River non è nè più nè meno che un tentativo di raccontare una piccola storia da parte di una giovane regista. Si sente molto la mano femminile che guida il film al punto che tutte le scelte delle protagoniste hanno un forte richiamo alla maternità, all'innato senso di amore e protezione per i propri figli. Il film racconta come a volte anche per inseguire piccoli sogni, perdipiù legittimi come una casa o avere con sè il proprio bimbo, si è disposti a giocare sporco, a prendere rischi. Le due madri sono figure fortemente positive e malgrado quello che fanno lo spettatore non è mai portato a criticare le loro azioni, a condannarle. 

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Questo anche perchè Frozen River non coinvolge moltissimo, si segue la vicenda in modo abbastanza distaccato, freddo, come freddo è lo scenario che lo compone. C'è uno straordinario senso della misura nella regia, di verità e verosimiglianza, un voler raccontare niente di più di quello che vediamo. E' quasi come se non fosse Cinema questo, perchè non viene usato nessun mezzo, trucco o canale che la cinematografia è solita utilizzare per far entrare lo spettatore dentro il film, per portarlo dalla sua parte. A dir la verità sono almeno 3 o 4 i momenti in cui sembra che la pellicola possa finalmente imboccare una nuova strada, diventar qualcos'altro (la prima lite tra le donne, l'abbandono della borsa, l'incendio a casa, la sparatoria col trafficante) ma alla fine tutto torna sempre nella normalità. Da apprezzare il finale che chiude un cerchio cominciato con la primissima scena (l'arrivo della casa) e una futura serenità metaforicamente esplicitata dalla piccola giostra finalmente funzionante. E' proprio questa forse la scena più emozionante, una nuova famiglia si è formata, quei bambini che girano sopra i cavallini avranno forse un futuro migliore.
Insomma, Frozen River è un film onesto, puro, anticinematografico. Un film che racconta la piccola parabola di due famiglie che vedono realizzati dei sogni che non dovrebbero neanche essere tali.

( voto 7 )

30.11.10

Recensione: "Il Profeta"



Si torna al cinema che sa raccontare, che si prende i suoi tempi, che non affida alla fretta, all'obbligo del colpo di scena facile, al sensazionalismo. Il Profeta è un piccolo romanzo e sarà apprezzato al massimo da chi ama la lettura, il racconto, l'attesa delle cose.
E' se vogliamo un romanzo di formazione sui generis perchè racconta la "maturazione", il cambiamento radicale che attraverserà il protagonista, un sontuoso Tahar Rahim, capace di manifestare in maniera impressionante tutti gli stati d'animo possibili, dalla paura al coraggio, dalla diffidenza alla determinazione, dalla sottomissione alla leadership, dalla tenerezza alla ferocia. Radicale cambiamento come quello del protagonista di Cella 211 anche se là il tutto avviene in sole 24 ore, qua nell'arco di 6 anni.

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Malik è un giovane ragazzo analfabeta di origine maghrebina che finisce in carcere per l'accoltellamento di un poliziotto, carcere praticamente diviso in 2 fazioni, quella dei nazionalisti còrsi da un lato (come non richiamare i baschi di Cella 211) e gli arabi dall'altro. Il capo degli isolani (altra straordinaria interpretazione quella del danese Niels Arestrup) mette subito alla prova il giovane Malik col più difficile dei compiti, uccidere un detenuto arabo. Malik non ha scelta, o lo fa o sarà ucciso lui stesso. In una scena magistrale e terribile allo stesso tempo (che mi ricorda un pò quella di Niente da nascondere di Haneke benchè quella sia decisamente più improvvisa, meno preparata), Malik riesce nell'intento. Questo è il turning point del film sia perchè il primo passo di quella che sarà la scalata di Malik nel mondo criminale, sia perchè il fantasma dell'assassinato non abbandonerà più il giovane ragazzo ma diventerà paradossalmente la sua guida (a mio parere unico punto di debolezza del film).
Malik è sì analfabeta ma ragazzo intelligentissimo. Con un pò di istruzione ed esperienza diventerà ben presto molto più di un semplice tirapiedi ma un vero e proprio stratega, una mente criminale. Malik è furbo, all'apparenza serve tutti ma in realtà serve solo se stesso. Metaforicamente è come quel rottweiler protagonista della storia che un suo amico gli racconta durante il film, sta col suo padrone, ma appena questo si assenta un attimo diventa una belva feroce capace di qualsiasi cosa. Grazie anche ad una sceneggiatura perfetta, Malik riesce ad accaparrarsi il favore di tutti, còrsi, arabi, italiani e nordafricani mettendo gli uni contro gli altri. Diverrà Il Profeta, punto di riferimento per tanti. Emblematico a questo proposito l'ottimo finale con le automobili che gli si mettono in coda appena uscito dal carcere. 

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Lascia poco al lirismo o alla retorica questo film. La storia è cruda e credibile, i personaggi azzeccati, l'intreccio perfetto. Magnifica la scena dell'aereo in volo, concettualmente la cosa più lontana possibile dal carcere, la libertà contro la costrizione, il volare opposto alla reclusione, "essere" nell'aria in contrapposizione all'unica ora d'aria carceraria.
Non sappiamo com'era il Malik di prima del carcere e non sappiamo quello che sarebbe stato senza quel primo omicidio. Audiard ci racconta come l'uomo che si macchia di un peccato originale (anche se costretto come in questo caso) non riuscirà mai più a liberarsene e nel bene o nel male ne risulterà completamente cambiato.

28.11.10

Recensione: "Cleaner"


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Svolge il suo compitino abbastanza bene questo Cleaner, pellicola passata quasi inosservata in Italia malgrado lo straordinario cast con tanto di Samuel Lee Jackson, Ed Harris, Eva Mendes e quella faccia indimenticabile di Luis Guzman. Prima di parlare del film vorrei fare una considerazione. Non so se è lo stesso anche per voi, ma ogni volta che un film ha per protagonista un bambino o un ragazzino mi capita spessissimo di considerare l'interpretazione del giovane attore pari o superiore a quella dei più blasonati colleghi. Penso che anche per voi sia così. Mi è venuto da pensare allora che la maggior qualità recitativa nei minori dipende dalla minor conoscenza del mestiere. Più diventi bravo nell'arte recitativa più paradossalmente perdi naturalezza e di conseguenza qualità. I ragazzi di Gomorra saranno sempre più convincenti di un Nicholson sontuoso non tanto perchè non recitano, quanto perchè proprio non conoscono i trucchi della grande recitazione.E più una non conoscenza dell'arte recitativa che un non utilizzo, un'ignoranza che in questo caso è arricchimento, punto di forza. Vabbeh, andiamo avanti.

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Ottimo lo spunto di Cleaner. Tom Cutler, addetto delle pulizie un pò sui generis (scene del crimine) si ritrova a farne una in una villa dove è stato appena commesso un omicidio. Lui pulisce ma poi scopre che soltanto l'assassino (e non la polizia...) sapeva dell'omicidio ed è stato lui stesso a commissionarne la "pulizia". Tom, quindi, richia di restare incastrato.
Cleaner non raggiunge mai vette di tensioni molto alte, tutt'altro, ma racchiude nell'originalità della trama una certa piacevolezza nell'esser seguito. La regia è modernissima, veloce, pazza dei dettagli, tanto da risultare anche fastidiosa dopo un pò. Tipico del cinema americano, Cleaner nasconde nella trama principale la classica sottostoria del poliziotto che non sa fare il padre a causa dei troppi impegni e preoccupazioni. E' qui che viene fuori la grande interpretazione, a cui prima mi riferivo,della 14enne Keke Palmer, figlia in cerca d'amore non corrisposto, carica di forza e fragilità allo stesso tempo.
L'inchiesta del film, una storia di tangenti e corna, alla fine non è facilmente comprensibile o così interessante, ma come detto il compitino è portato a casa in maniera più che buona, come un film di genere dovrebbe fare. Certo lo spunto iniziale rimane la componente più interessante, ma anche il finale certo non delude anche se il colpo di scena è (forse volutamente) telefonato. La Mendes non mi piace ma le riconosco un viso non banale, che con il giusto regista e il gusto personaggio, potrebbe dare più di una soddisfazione. Il messaggio finale non è affatto stupido, ci sono macchie (come quelle di sangue che pulisce il protagonista) che si possono sempre togliere, altre, quelle dell'anima, indelebili.

( voto 6,5 )

26.11.10

Recensione: "The Mist"


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C'è tutto Stephen King in The Mist. Lo scrittore americano, sicuramente il più grande creatore di storie e suggestioni vivente (50 film tratti da lui), di cui dichiaro con un mix di orgoglio e vergogna di aver letto tutta la produzione fino al 2004 ancora una volta tratta il suo tema piu caro: la piccola comunità in cui tutti conoscono tutti minacciata da qualcosa di ultraterreno (come It, Cose Preziose, La Tempesta del secolo e decine di altri). Stavolta non siamo a Castle Rock, ma poco cambia.
E Darabont dopo aver già preso dal Re i soggetti de Il Miglio Verde e Le Ali della libertà fa di nuovo centro, senza raggiungere però i livelli degli altri due film.
The Mist è probabilmente un'opera che ha una valenza più alta di quella che mostra all'apparenza. Opera metaforica se ce n'è una, affronta l'interessantissima tematica del terrore dell'ignoto e di come una comunità si possa stringere a se stessa per affrontare tale paura. Paura che forse è rappresentata al meglio nella figura della donna timorata di Dio. E' veramente una punizione divina quella che ha colpito la cittadina? L'uomo ha voluto estendere troppo la sua conoscenza da dover essere punito? Oppure, come sembra, Dio non c'entra niente? La fantascienza gioca a carte con la religione in The Mist ma forse è proprio la componente ieratica personificata dalla donna a rendere la pellicola un pò troppo pesante, almeno in tutta la parte centrale. Probabilmente una durata minore (qui siamo a 2 ore) avrebbe snellito la sceneggiatura senza fare perdere minimamente forza alle tematiche che voleva sollevare. 

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L'ambientazione è ottima (strizza tutti e 2 gli occhi a Romero), la direzione degli attori, una trentina in pochi metri quadri, gestita in maniera quasi perfetta, gli effetti speciali qua e là un pò deboli ma buoni in generale. Nel tragico finale abbiamo secondo me il punto di forza e insieme di debolezza del film. Perse ormai le speranze il protagonista si rende colpevole di un terribile gesto ma in realtà il perdono divino o semplicemente l'intervento dell'esercito sarebbe avvenuto appena dopo. Ovvio il monito di non perdere mai la speranza, la fiducia, di lottare sempre fino alla fine. Ad un livello meno trascendentale però tale finale sembra quantomeno improbabile. Non possiamo assistere quasi in tempo reale alla città assalita da mostri, alcuni grandi come montagne, e poi in 3 minuti, il tempo di compiere il gesto sopracitato, ritrovarci finalmente liberi, ripuliti dalla nebbia e da ciò che nascondeva. C'è senz'altro un errore di tempi o montaggio in Darabont (non ricordo nel racconto). Poco male, The Mist più che un film di immagini è un film di contenuti, un film su come la paura del non conosciuto sia assimilabile al timore di Dio, su come l'uomo in situazione di pericolo si unisca per fronteggiarlo, su come l'eccessiva voglia di conoscenza, di avidità del sapere, di allargare i propri limiti, possa portare l'umanità alla distruzione.

( voto 7 )

24.11.10

Recensione: "Hunger" 2009

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"Un tato va dove ci sono i diavoli, che sono bruttissimi!, poi sale sopra una torre alta alta, e il tato c'ha anche la gobba lo sai? poi lo fanno cadere ma non sanno chi è stato perchè il tato c'ha 4 figli e non sanno chi è stato!"
Questo è un racconto di mia figlia. 3enne.
Questa invece la quarta di copertina del film Hunger:
"Un mix tra Saw, The Cube e The Experiment".
E' vero, non c'è nessuna presa in giro o pubblicità ingannevole, Hunger è un mix dei 3 titoli sopracitati come del resto il racconto di mia figlia è un mix tra la Divina Commedia, Il Gobbo di Notre Dame di Hugo e I Fratelli Karamazov.

C'è un oceano infinito tra il dire e il fare di Hunger che a raccontarlo può esser intrigante ma a vederlo realizzato "mai stato così lontano dallo stare bene" citando il mitico Marcellus.
Classico thriller sulla sopravvivenza che ha il difetto di prendersi dannatamente sul serio. Probabilmente un pò di sana autoironia gli avrebbe giovato mentre qua il regista cerca in tutti i modi di far uscire l'autore che è in sè usando anche la vaselina.
Come spiegare altrimenti il primo quarto d'ora quasi completamente al buio con i primi piani dei 5 personaggi che si parlano? Sembrava di essere in un teatro di posa sperimentale, un telo nero dietro e via. A dir la verità i primi 2,3 minuti potevano funzionare, con un'atmosfera tipo Il Pozzo e il Pendolo, ma 15 son troppi.
Come giustificare altrimenti lo spiegone assurdo di 5 minuti nel quale la protagonista ci insegna in modo assolutamente perfetto (maledetta Wikipedia) come si muore di fame?
Come spiegare altrimenti la motivazione che l'assassino si porta dietro da anni per rinchiudere le 5 persone?
Qui si voleva fare il colpo grosso, ve l'assicuro.

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Un film noioso, pieno di assurdità e incongruenze, pretenzioso. In più l'attore che interpreta il ragazzo irascibile, quella specie di Giovanni Ribisi col naso rotto, è veramente insopportabile.
Ma le chicche sono altre:
- Caverna dove sono rinchiusi, con rocce INCREDIBILMENTE finte.
- Uomo che prova a staccare per 17 giorni un mattone da un muretto usando il bordo di un bicchiere quando dal 2° giorno aveva con sè un coltello chirurgico.
- Capo della polizia nel flashback assolutamente incredibile, va guardato, non dico niente.
- La migliore: assassino che trascina a forza una macchina (già di per sè un pò strano) giù per un dirupo che finisce in un laghetto e inquadratura successiva che mostra la macchina inabissarsi AL CENTRO del lago.
Come detto è un film pretenzioso che cerca di dimostrare come l'uomo, a digiuno per un mese, possa trasformarsi in un animale e compiere le peggiori atrocità. Il climax però è penoso, arriviamo da un momento all'altro alla scena nella quale 2 personaggi diventano delle specie di zombie assassini cannibali senza che prima abbiano manifestato squilibri così grossi da giustificare il definitivo passaggio da uomini a bestie. Ammazzando un loro amico e mangiandone le carni non provano addirittura nè umana compassione, nè repulsione, nè paura, niente.
Tranne la 3°, ho provato io le prime due guardando il film.

( voto 4 )

22.11.10

Recensione: "The Box"


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CI SONO SPOILER.

Capisco perfettamente come questo film possa aver così diviso gli spettatori. Temi tanto importanti dividono già di per sè, se poi Kelly pigia un pò troppo il pedale rischiando così di "esondare" alla MrNight, è ancora più facile che i detrattori (legittimi, ci mancherebbe) spuntino fuori da ogni vicolo. Io ho trovato The Box bellissimo e se è vero che ad un certo punto il rischio di overload sia elevato, è altresì innegabile l'altissimo livello di interesse che il film sa mantenere per tutta la sua durata.
1 SCELTA: prendereste un milione di dollari rendendovi però colpevoli della morte di una persona?
2° SCELTA: sacrifichereste la vostra vita per il bene di vostro figlio?

The Box scava dentro l'animo umano, ci pone davanti a due bivi in cui è difficilissimo scegliere la direzione. Il primo è puramente venale (per quanto venali possano essere 1 milione di dollari), il secondo una scelta di cuore. E' un test quello a cui è sottoposta la famiglia Lewis, un test che analizza la bontà, l'altruismo, l'etica, l'amore, un test cinico atto ad evidenziare se la razza umana è meritevole o no. Certo, il rischio di retorica è alto, ma l'atmosfera hitchcokiana, i toni insieme di noir, horror, thriller e fantascienza sono lì a mitigar tutto, a rendere The Box un film sì profondo e importante, ma allo stesso tempo un pochino fuori dalla realtà. Non ha rifugi The Box, non c'è perdono, redenzione, happy end, il suo cinismo è portato fino in fondo, la sua analisi sull'uomo compiuta in pieno. E' vero, troppi orpelli, troppe sottostorie, troppo decoro nella cornice, ma il soggetto raffigurato è bellissimo e raggelante.

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Abbiamo completamente un libero arbitrio? Nel bellissimo finale ci viene proposta un'ipotesi terrificante. Come in una catena di Sant'Antonio, come se tutti gli uomini fossero legati insieme in una rete, come se le nostre volontà fossero collegate a quelle di altre persone, vediamo che appena una coppia preme il pulsante, DOPO che la coppia ha premuto il pulsante, Arthur Lewis preme il grilletto. E' come se l'Uomo che ha appena commesso un atto di empietà ed egoismo (il pulsante premuto) immediatamente debba essere punito in un suo altro esemplare che in precedenza aveva commesso lo stesso errore. L'Uomo uccide l'Uomo, il vizio, l'avidità, ci porteranno inevitabilmente alla distruzione. Distruzione che non consiste in un'invasione aliena, in una catastrofe naturale. Distruzione che, metaforicamente, siamo noi a causare a noi stessi premendo il pulsante.
Con le nostre stesse mani.

( voto 8 )

20.11.10

Recensione: "Last Life in the Universe"



Se non fosse per una parte centrale tremendamente statica ci troveremmo di fronte all'ennesimo capolavoro arrivato dall'oriente. Per il resto il film presenta tutte le migliori caratteristiche di tale cinema, l'estetica delle inquadrature (spesso ferme), la carica metaforica, la magia del silenzio, l'esistenzialismo di fondo. Cinema di sottrazione e di anime perse, come quello di Ferro 3 (posteriore a Last Life), forse il più importante e riuscito esponente di tale filone.
Cinema anche di contrasti, come quello tra il carattere dei due protagonisti, il timidissimo, metodico, ordinato e aspirante suicida Kenji, e la "libertina", disordinatissima e vitale Noi. E' la tragica morte della sorella di quest'ultima ad unire i 2 personaggi. Noi la fa scendere dalla macchina, Nid (la sorella) rimane bloccata nel veder il tentativo di suicidio (l'ennesimo) di Kenji, una macchina la travolge. E' come se il destino avesse tolto di mezzo una persona per far sì che si unissero altre due.

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Kenji è un'anima persa, una vita vuota passata in mezzo ai libri, nessun amico, nessuna relazione, un fratello killer. In realtà è un pavido suicida perchè in tutti i suoi tentativi ( sei )non arriva mai neanche vicino al dunque se non soltanto attraverso l'immaginazione. Considera la morte come "riposo" dallo stress, dai doveri, imposti o no, che la vita ci pone davanti. Sappiamo tutti come il Giappone sia di gran lunga il paese con più suicidi al mondo e non a caso Kenji è un giapponese che lavora in Thailandia. L'incontro con Noi, pur non cambiandolo radicalmente, gli farà provare emozioni forse mai provate prima, anche se effimere, a tempo determinato. Noi infatti dovrà partire e Kenji si ritroverà in galera per una brutta storia di Yakuza in cui suo malgrado si è trovato coinvolto. Difficilmente si rivedranno.
Ecco, non lo so, c'è qualcosa di irrisolto in questo film. Secondo me è come se non si chiudesse perfettamente un cerchio come per esempio avviene sempre per i film di Kim ki-duk, che se da un lato ci lasciano con mille suggestioni e interrogativi, dall'altro sembrano conclusi, portano a termine il proprio percorso. Personalmente ad esempio trovo che la sottostoria della Yakuza c'entri poco con il film, non vorrei che sia servita soltanto per il cameo di Miike. Rimane un'opera molto interessante, forse più importante di quanto io non sia riuscito a cogliere.

( voto 7 )

18.11.10

Recensione: "Il Nome del mio assassino"


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Per una volta preferisco far riposare gli ultimi 2 neuroni che mi rimangono (sperando che nel frattempo magari si accoppino e proliferino) ed evitare di fare un commento articolato. Mi limiterò ad alcune considerazioni.



-Un film dove dopo 5 minuti compare uno dei famosi e pregiati gatti nudi non poteva non essere orribile. Considero il gatto nudo una delle poche evidenze dell'eventuale non esistenza di Dio.
- Il regista usa dissolvenze incrociate che per l'ultima volta si erano viste con Ejzenstein.
- Il film presenta la stessa parabola della sua protagonista Lindsay Lohan, più passa il tempo più peggiora.
- Il mondo è fatto solo di bonazze. La professoressa è bona, la detective è bona, la donna che trova il corpo è bona, la protagonista è bona, sua madre pure. Sembra una battuta ma questo dato è spesso cartina da tornasole per capire quanto sia brutto il film.
- La Lohan si esibisce in 2 strip interminabili, completamente inutili e personalmente asettici sessualmente.
- La Lohan ha il coraggio di far dire questa battuta al suo personaggio "Mia madre si droga e beve, è una stupida e patetica, una tossica".Lo dice la Lohan... Una persona minimamente responsabile si sarebbe rifiutata di accettare tale battuta per un minimo di senso della vergogna. Oppure il regista sadicamente gliel'ha imposta. In questo caso bravo.

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- TUTTO E' BLU. I filtri della fotografia, le dissolvenze, gli effetti visivi, le rose, i guanti dei medici, le armi dell'assassino, la luce degli autobus,la squadra di football gli occhi dell'insopportabile padre, gli anelli, le coppe, le coccarde e , credetemi, decine di altre cose. Compreso il mio umore.
- L'assassino lo si scopre dopo 5 minuti. O era lui oppure il giardiniere ma non essendo il giardiniere non si capisce perchè il giardiniere sia stato messo nel film sempre che il giardiniere non fosse un cameo dello sceneggiatore (nella vita in realtà giardiniere).




Per il resto, non ci ho capito una mazza.

Blu.
-

( voto 4 )

16.11.10

Recensione: "Carriers"


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Carriers ha lo straordinario coraggio di affrontare l'ormai abusatissimo filone del virus movie (che non chiamerei post-apocalittico) con i toni e i modi di un "semplice" film drammatico, evitando orde di zombie infetti, morti devastanti ed effetti a go-go. Ricorda per certi versi la sobrietà di The Road, ovviamente meno devastante e devastato, anche perchè il film di Hillcoat raccontava le vicende di pochissimi uomini rimasti sulla terra anni dopo la Fine, mentre qua non sono passati anni ma solo pochi mesi dallo sprigionarsi di una terribile pandemia mortale. Si va verso Sud, come in The Road, ma si ha ancora a disposizione l'automobile. Due fratelli cercano di tornare nel loro luogo di villeggiatura d'infanzia, perchè quando ti avvicini alla fine e le speranze sono sempre di meno in un mondo dove"scegliendo di vivere scegliamo una forma di morte più dolorosa", niente è più bello ed umano che ricongiungersi con i propri affetti, rivisitare i luoghi più cari. Il film è maledettamente credibile, ogni personaggio, ogni scelta, ogni situazione, ogni piccolo dettaglio, tutto appare plausibile se non addirittura giusto, caso rarissimo nel cinema. 

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E' uno script ridotto all'osso, quasi intimo (i registi sono anch'essi una coppia di fratelli), magari un pò povero di vicende e antispettacolare, ma ben venga. La coppia padre-figlia malgrado compaia solo 25 minuti, ha quasi la stessa forza di quella di The Road. La scena più forte è senz'altro quella del dottore e dei bambini. Anche qui non mi sembra che si ecceda in retorica e spettacolarizzazione, ma una semplice immagine, il veleno messo nei bicchierini da festa per bambini, vale più di mille agonie e mutazioni.Passeranno i mesi, i sopravvissuti saranno sempre di meno, si arriverà all'empietà, al cannibalismo, ma Carriers ci parla di un mondo che sa che sta per morire, ma, un pochino, crede ancora di farcela. Piccolo grande film che ha avuto, ripeto, il coraggio di togliere anzichè di aggiungere, il coraggio di parlarci di noi, del nostro avvicinamento alla fine. La Morte è senz'altro presente, ma per una volta, si deve accontentare del ruolo di attrice non protagonista. Vada a farsi bella altrove.

( voto 7,5 )

14.11.10

Recensione: "9"


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Il mio, malgrado non sembri, è un voto volutamente punitivo che vuole testimoniare la rabbia che ho per quello che 9 poteva essere ed invece è stato solo in parte. Quando si ha un'idea iniziale così affascinante, quando si creano personaggi e ambientazioni tanto belle ed originali , è quasi un delitto non curare al meglio la sceneggiatura e far sì che vengano introdotti temi bellissimi e importanti come la guerra, la fine dell'uomo, il concetto di anima, quello di creazione, la solidarietà, la voglia di resistere, la speranza, e nessuno di questi venga per niente sviluppato o messo in risalto.
9 ha il tremendo difetto di essere un ampliamento di un cortometraggio (dello stesso regista), per cui non c'è una scrittura originale "lunga" e a posteriori tutto ciò si sente. Il tema del post fine del mondo è ormai il più battuto in questi anni ( e ce ne sarà un motivo..) tanto da incontrarlo in tutti i generi, dal mistico (Codice Genesi) all' horror (28 giorni dopo), dal drammatico d'autore (The Road) al comico (Benvenuti a Zombieland) sino ad arrivare al cartone d'autore con, appunto, 9, ma i titoli potrebbero essere decine. Il mondo creato da Acker è magnifico, l'atmosfera è unica e i personaggi, ossia le nove bambole di pezza create da uno scienziato poco prima della fine del mondo (avvenuta per colpa di una rivolta delle macchine contro l'uomo ottenuta con la forza e con l'uso di attualissimi gas...) sono un qualcosa di poetico e malinconico, capaci di emozionare col solo tratto del disegno come soltanto con Wall-e mi era capitato. 

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Già, il disegno..., veramente stupendo, malgrado non possa non rilevare una certa ripetitività di tratto nelle 9 bambole, nei luoghi e nelle macchine distruttrici. Una cartina di tornasole è il finale. Malgrado lo reputi azzeccato ed emozionante, da lì ho capito quanto poco i personaggi alla fine ti siano entrati nel cuore, quanto le loro vicende abbiano rappresentato per te uno spettacolo principalmente visivo più che mentale od emozionale. Sono troppe le domande alle quali 9 non risponde, malgrado, come detto sopra, butti dentro concetti che meglio analizzati gli avrebbero permesso il salto di qualità.
9 ci parla dell'anima e di come questa possa essere tramandata anche dopo la Fine, ma si corre il tremendo rischio di parlare di anima in un film senz'anima. Rimane una perla d'animazione moderna, un film che probabilmente avrebbe bisogno di 2 ore e mezzo per raggiungere quella completezza che lo renderebbe un capolavoro di genere.

( voto 7,5 )

12.11.10

Recensione: "Devil"



Leggermente spoileroso, neanche tanto però.

E' il solito discorso. Nel cinema è sempre più difficile cercare e trovare originalità. Quando trovi il nome Shyamalan tra i crediti (che sia in regia o come in questo caso solo come autore del racconto ispiratore) sei sicuro quantomeno di non vedere qualcosa di già visto o banale. Il problema però è che spesso il voler mettere troppe cose, cercar per forza di stupire, l'ostinata ricerca di un finale che spiazzi, manda il cinema del regista indiano in overdose facendo perdere coesione, credibilità e verosimiglianza alle sue opere. Le sue idee in mani più "sobrie" e (forse) più mature potrebbero far scaturire autentiche perle cinematografiche. E' per questo che forse Il Sesto Senso rimane ahimè la sua opera migliore. C'era più controllo, meno esaltazione, più umiltà.
Devil non è affatto da buttare come non lo sono tutti quei film che seppur presentando una marea di difetti riescono comunque ad interessare lo spettatore e immergerlo in una atmosfera abbastanza convincente. Molto buono il prologo tra l'altro con la città rovesciata simbolo del demonio visto come entità di negazione e di contrario.
Il luogo chiuso, la telecamera, il gioco a eliminazione, il climax ascendente, il tempo reale, sono tutti topoi del nuovo cinema horror, ma in Devil hanno una rilettura abbastanza nuova e piacevole. Cinque persone si trovano chiuse dentro un'ascensore. Accadono strani avvenimenti, uno dopo l'altro (al buio) iniziano a venire uccisi. Tutti sospettano di tutti ma non sanno che uno di loro è nientemeno che il Diavolo in persona (in tutti i sensi...).

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I 5 personaggi sono quasi tutti un pò troppo caricati e la vicenda, apparentemente semplice e lineare, lascia più di un dubbio di comprensione, forse fugabile in una seconda visione. La vicenda "esterna" del poliziotto si mischierà a quella di uno dei "prigionieri" in un modo un pò gratuito e forzato di cui forse non c'era bisogno. Sappiamo tutti che il Diavolo porta con sè le anime non pure, ma il tutto ci viene detto in un modo immaturo, semplicistico, da "scuola elementare", come gli articoli di giornale nel finale di The Village dai quali sembrava che nel mondo esterno ci fossero soltanto tragedie e malvagità. Rimane il fatto di esser stato abbastanza preso dalla vicenda, interessato alla visione e desideroso di vederne la fine (frase da prendere in senso positivo ovviamente...). La considerazione finale su Dio è la solita, evitabile, amara ciliegi(o)na finale sulla torta già troppo carica tipica di Shyamalan. Premio comunque il film perchè chi cerca nel cinema di sviluppare un'idea originale con me è sempre il benvenuto. Poi, come in fotografia, ci sono sviluppi buoni ed altri sbagliati. Mai dimenticarsi il soggetto però.

( voto 6,5 )

10.11.10

Recensione: "Occhi di Cristallo"



Mamma mia, a voler esser cattivi sono talmente tante le cose che non vanno in Occhi di cristallo che volendo lo si potrebbe tranquillamente affossare. E' indubbia però una certa abilità di Puglielli nell'uso della macchina da presa tanto da essere più di una la sequenza azzeccata, discreta la direzione degli attori e davvero ottima la scelta delle location, gratificate al massimo da un'ottima fotografia. Quello che è incredibile è quante siano le scopiazzature riscontrabili nel film tanto da poterlo considerare una vero e proprio zibaldone delle citazioni. Prima di farne un simpatico elenco è giusto rimarcare come a differenza di molti altri prodotti nostrani di genere Occhi di cristallo non dia mai l'impressione di cadere nel ridicolo o nell'amatoriale. E' un prodotto cinematografico con tutti i crismi con, ripeto, suo punto di forza nella regia, letteralmente ossessionata dall'uso del dettaglio, tipico del genere thriller-horror. Buoni gli effetti splatter anche se mai mostrati "in action" ma limitati soltanto alle conseguenze (corpi mutilati, scene del delitto, bambola finale). La storia non regge, sta in piedi a malapena e soffre di passaggi forzati o del tutto gratuiti. 

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Lasciando stare l'inverosimiglianza delle indagini, degli indizi, della storia di base, il film si può seguire in maniera abbastanza soddisfacente. Il problema è che abbiamo:
- registratorino con rumori di fondo
- casa buia della riccona
- musica classica durante il delitto
- occhi della vittima tenuti spalancati
- strumenti da chirurgo che vengono rubati
- scritta in latino da decifrare
- libri che parlano di magia nera e affini per arrivare alla verità
- scena di sesso inutile
- vicende del passato in orfanotrofio
- bambole da costruire con pezzi umani presi dalle vittime
- lezioni universitarie inerenti all'argomento del film
Mi fermo qua. Divertitevi voi ad abbinare a ciascun elemento dei film horror del passato. L'unico indizio che vi dò è che al 70% il saccheggio è argentiano. Occhi di cristallo non ha nulla di originale, ogni minuto assistiamo a scene viste un milione di volte però c'è passione, competenza tecnica e una volontà di raccontare con calma una storia, malgrado lo si faccia in maniera confusissima. Merita la sufficienza perchè non è facile per i giovani registi di oggi cimentarsi con l'horror, genere sempre più snobbato e vilipeso dalla critica imperante. Bravo Puglielli, riprovaci.

( voto 6 )

8.11.10

Recensione: "In Bruges"


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Qualche spoiler.

Film meraviglioso impossibile da catalogare in qualsivoglia genere data la straordinaria abilità nel mescolare l'atmosfera da spy story, la brillantezza dei dialoghi, la profondità dei temi trattati.
In Bruges è stato scritto da delle mani in stato di grazia, talmente bene che forse diventa proprio questo il suo limite, quello di essere troppo "vario" e intelligente per piacere sia a chi cercava un film di genere, sia a chi aveva voglia di passare una serata tranquilla. Attenzione, niente nel film risulta troppo complesso o troppo pesante, ma per gustarlo appieno ha senz'altro bisogno di una visione attenta e non superficiale.
Partiamo dagli attori per una volta. L'interpretazione dei 3 personaggi uomini principali è perfetta, con una menzione particolare al meno famoso dei tre, Brendan Gleeson, nella parte di Ken, killer collega di Ray (Colin Farrell), entrambi spediti nella magnifica cittadina di Bruges dal loro capo Harry (un glaciale Ralph Fiennes) apparentemente per un periodo di riposo susseguente a una missione andata male per colpa dell'uccisione involontaria di un bambino da parte di Ray. Non sarà questo il vero motivo...

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L'atmosfera della cittadina belga è straordinaria, c'è un uso perfetto dei luoghi tanto che lo spettatore a fine film saprebbe quasi come muoversi nei vicoli e nelle piazze di Bruges. Poche volte nel cinema recente ho visto un film omaggiare una città in questo modo, peraltro sempre funzionalmente alla trama (e non per cartolina) tanto che alcuni luoghi entrano prepotentemente nel plot (come i canali, come la piazza dove tutti si ritroveranno, come la fatale torre). La fotografia va di pari passo con la bellezza del luogo. I dialoghi sono meravigliosi e a volte raggiungono punte di comicità altissime ( "Il Tottenham è come chi va in purgatorio, non ha fatto sempre schifo ma neanche granchè" o la telefonata quasi surreale tra Ken ed Harry o il nano e i suoi sedativi per cavallo o soprattutto il dialogo sul volontario del traffico cinese). ,Ma, come dicevo all'inizio, quello che sorprende di più è l'eccezionale qualità di scrittura grazie alla quale nessuna scena, nessun discorso, nessuna scelta dei protagonisti, niente risulta superfluo o forzato ma tutto ritorna perfettamente. Così ad esempio le 2 scazzottate notturne di Ray, apparentemente atte soltanto a definirne il carattere, risultano decisive, la prima affinchè lui ritorni a Bruges con la polizia, la seconda per far sì che lo skinhead faccia la spia per vendetta. Per non parlare della promessa di Harry di suicidarsi nel caso avesse ucciso un bambino (vedi poi finale) o di come il nano protagonista del film nel film dichiari che nell'ultima scena dovrà esser scambiato per un ragazzino (come in effetti sarà nel "vero" film). 

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Davvero ottima la caratterizzazione dei personaggi per cui ognuno dei tre si troverà ad affrontare un confronto con la propria coscienza e, forse, vivere un attimo di redenzione e pentimento prima della tragica fine. Come si fa a parlar di film "leggero" o porre l'accento sulla brillantezza quando si vedono ragazzini uccisi, corpi mutilati e si affrontano psicologie e tematiche così profonde? Mentre nel finale Ray veniva trasportato in barella come un nuovo Carlito mi sono reso sempre più conto di come sotto battute tarantiniane, situazione surreali e divertissement vari, In Bruges possieda un'anima, un'anima tragica e malinconica come tragico e malinconico è l'uomo che deve guardare in faccia i propri errori.

( voto 8 )

6.11.10

Recensione: "L' Enfant"



Amo moltissimo questo tipo di cinema, il cinema semplice delle piccole storie, il cinema che racconta, il cinema che si attacca alla realtà. Piccole e semplici storie, ma la semplicità sta solo negli accadimenti, nel plot, nella regia, non certo nelle tematiche che al contrario, nella maggior parte dei casi, sono più grandi e importanti più piccolo è il film. Questo è il mio primo Dardenne malgrado da anni avessi voluto vedere un'opera dei fratelli belgi.

L'Enfant racconta la storia di una giovane coppia a cui è appena nato un bambino. Lei cerca in qualche modo di fare la madre, lui se ne frega e continua la sua vita di furtarelli e precarietà.
Una regia sempre addosso ai protagonisti, praticamente "immune"da piani lunghi e medi, la telecamera a mano, l'assenza di musiche se non diegetiche, la recitazione molto naturale, danno a L'Enfant un grande senso di realismo anche se il coinvolgimento emotivo dello spettatore non è mai troppo.
Il film racconta sì di una certa deriva giovanile, di un degrado sia morale che di vita, ma a mio parere si sofferma di più sulla figura di Bruno, un Idiota che a differenza del personaggio dostoevskiano riversa la sua ingenuità d'animo non nel bene altrui ma, al contrario, nel vizio. A questo proposito facile notare come L'Enfant del titolo più che al neonato possa essere essere riferito a lui. Non è un ragazzo cattivo, non è un criminale che ha l'intelligenza di pianificare le proprie malefatte o di nascondersi, è semplicemente un ragazzo completamente immaturo che, vuoi per una certa stupidità, vuoi per una questione di comodo, non si è mai interessato a quali possano essere i valori veri della vita. Il continuo giocare con la sua ragazza, la scelta in 5 minuti di vendere il figlio, la naturalezza con la quale lo comunica a Sonia, la richiesta di prestargli il cellulare in un momento di crisi incredibile (scena quasi surreale), il modo in cui la gente lo frega, il dire sempre la verità (ad esempio ai complici, semplici ragazzini, comunica sempre il reale importo dei furti quando potrebbe benissimo mentire) sono tutti elementi che fanno di Bruno semplicemente un bambino nel corpo di un ragazzo. 

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Il film racconta quello che forse è un cambiamento radicale che in 2 giorni colpisce il ragazzo. La scelta di andare al commissariato (successiva alla scena del rischio congelamento del suo complice, forse vero turning point nella testa del ragazzo) è il primo atto responsabile che compie Bruno, forse il primo nella sua intera vita. Anche qui la scena può essere letta con il metro dell'idiozia di Bruno che probabilmente si consegna alla polizia senza neanche rendersene conto, ma io credo che invece sia il primo accenno di quello che la bellissima scena del pianto finale confermerà: Bruno è cambiato, sta diventando un uomo. Interessante notare come soltanto in carcere per la prima volta Bruno non indossi più la sua t-shirt verde e il suo cappottino come se i Dardenne ci volessero mostrare anche soltanto visivamente l'avvenuto cambiamento.
Il sottotitolo italiano, "Una storia d'amore" è di una gratuità enorme. Niente appare come Amore nel rapporto della giovane coppia, qualsiasi scelta o comportamento dell'uno o dell'altro (specialmente quelle di Bruno) può esser compatibile con tale sentimento. Forse l'amore tra i due ragazzi nasce soltanto nell'ultima scena perchè soltanto in quella c'è qualcosa che emerge e si scosta dalla banalità, dall'immaturità, dalla consuetudine, un qualcosa di più di tutto quello che avevano vissuto finora. Un qualcosa. L'amore. Appunto.

( voto 7,5 )

4.11.10

Recensione: "Case 39"



Case 39 è uno di quei classici buoni film per cui quando un amico (o un cliente...) ti chiede un consiglio per un titolo di genere vai sul sicuro di non deluderlo. Magari non gli stai offrendo un capolavoro ma al giorno d'oggi, con un cinema incredibilmente mediocre nel settore thriller, la visione di Case 39 puo' risultare senz'altro piacevole.

Il titolo si riferisce al numero del caso arrivato nella scrivania dell'assistente sociale Emily (interpretato da una Zellweger non trascendentale, magra ma gonfia in viso), quello di Lilith, una bambina in difficoltà (non mangia, non dorme, asociale etc....) come apparentemente tutte le altre di cui si occupa. Emily crede che come nella maggior parte dei casi sia colpa dei genitori ma scoprirà invece che il gioco dei ruoli vittima-carnefice è esattamente all'opposto.
Il merito più grande di Case 39 è l'atmosfera che riesce a creare in più di una scena. La storia in sè per sè è trita e ritrita; quello del bambino malefico credo che sia uno dei filoni più battuti (tipo i bambini fantasma nel cinema orientale) di questo tipo di cinema. In questi casi, quando dopo 5 minuti capisci già quale sarà tutta l'architettura del film, poche cose possono far la differenza: l'assenza di crepe o errori di sceneggiatura, l'interpretazione del bambino, l'atmosfera.
Purtroppo le incongruenze del plot si sprecano; troppe cose sono buttate là e poi non portate avanti, troppe cose non vengono spiegate, troppe, addirittura, vanno in contraddizione. Perchè il padre della bambina parla nell'orecchio della moglie nel primo colloquio? Perchè la bambina non dorme? Perchè la creatura che è dentro di essa riesce a spaccar porte ma non affrontare un semplice corpo a corpo? Perchè ad alcune vittime deve arrivare una telefonata, tipo The Ring, mentre altre (vedi il poliziotto) sono colpite dalla "maledizione" senza aver mai parlato con la ragazzina? Che fine fa la ragazzina di colore alla quale ha parlato per ultima la bambina? Quanto è forzato il concetto di uccidere secondo la propria paura (non ha senso per nessuna delle vittime praticamente)? Mi fermo qui...

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Insomma un disastro da questo punto di vista (solo Il Mai Nato ha più errori). L'interpretazione straordinaria della piccola Ferland però salva tutta la baracca, roba da percentuale sugli incassi. Vi assicuro che ad un certo punto si avverte una tensione quasi palpabile ogni volta che appare la ragazzina. La paura primordiale del Diavolo, si sa, è forse la più forte e diffusa per l'uomo, e in questo film viene rappresentata in un modo molto convincente. Da brividi la piccola deformazione delle labbra quando la bambina dice qualcosa all'orecchio di una sua compagna, ottima la scena dell'ascensore, anche se a mio parere la più inquietante (e qui il merito è tutto della scrittura) è il dialogo, premonitore della morte del giovane, tra Doug (il ragazzo di Emily) e Lilith, dialogo che farebbe drizzare i capelli a chiunque qualora avvenisse realmente. Insomma, un film riuscito, sopra la media del genere, che farà storcere un pochino il naso solo a chi come me (purtroppo) si diverte a ricercare tutti i peli nell'uovo. Se poi, come in questo caso, l'uovo è particolarmente peloso, il voto non può che abbassarsi.

( voto 7 )