30.10.20

Recensione: "Megan is missing"


Continuiamo con queste mie notti nell'horror, a caccia di spunti da dare anche a voi.
E mi imbatto in un titolo che mi gravita intorno da anni, Megan is missing.
Purtroppo mi metto a vederlo non sapendo niente di quello che vi avrei trovato dentro.
Una volta ricercavo questi film, adesso mi fanno male.
La storia di due 14enni, grandissime amiche, una disinibita, tutta sesso e droga (per dei traumi e dolori interni giganteschi), l'altra dolcissima e timida.
Un giorno Megan, la prima delle due, sparisce.
Aveva conosciuto online una persona, Amy lo sa e prova così a cercare di capire cosa le sia successo.
Un mockumentary (anzi, un found footage) che per un'ora non andrà oltre un mood drammatico o sottilmente inquietante.
Poi arriveranno gli ultimi 20 minuti.
E faranno male, troppo male.

PRESENTI SPOILER NELLA SECONDA PARTE


Non sono più abituato.
Non son più abituato a film così.
Anni fa avevo una rubrica qua sul blog, si chiamava Horror Underground (la trovate sotto al titolo del blog).
Siccome all'epoca c'erano pochi spazi che parlassero di film non distribuiti pensai di creare sto spazio dove recensire horror "estremi", poco conosciuti e mai distribuiti.
Poi la interruppi, anche se tantissime volte mi hanno chiesto di riaprirla.
E' che mi sono sempre più allontanato dall'horror disturbante e poi mi ero anche impigrito, anche quando vedevo film che potevano rientrare nella rubrica non avevo voglia di...metterli in rubrica.
Per capirsi di "horror underground" ce ne sono stati altri dopo la chiusura dello spazio, ma non li ho archiviati in quello spazio.
Tutto sto pallosissimo prologo per dire che Megan is missing era un titolo PERFETTO per la rubrica. Piccolo, poco conosciuto, non distribuito e molto molto scioccante.
Il fatto che mi sia allontanato da questi film è perchè si cresce, si ha sempre meno voglia di provare certe visioni, poi a volte capita anche di diventar padri e niente, si cerca altro.
Comuque c'è poco da fare, non sapevo niente del film e quindi l'ho visto.
Attenzione, non pensiate che sia così estremo, per alcuni di voi sarà acqua di rose, però è giusto avvertire chi invece non è avvezzo a certe visioni.

Megan e Amy sono due amiche quattordicenni (ecco, anche il fatto che il film racconti cose che accadono a questa età, avendo una figlia di 13 anni, è stato terribile).
La prima è disinibita, già esperta sessualmente, vogliosa di sballarsi ogni volta che può.


La seconda è una dolcissima adolescente, scansata da tutti per i suoi buoni principi.
Le due, però, anche se così opposte, hanno un'amicizia straordinaria, restituita benissimo allo spettatore tra l'altro.
In realtà, come spesso accade nel caso di ragazze che non si proteggono a quell'età, Megan ha alle sue spalle traumi terribili, un padre andato via, un patrigno che l'ha abusata, una madre che non la ama e che addirittura, per non perdere il nuovo compagno, nemmeno l'ha mai difesa.
Insomma, il background perfetto per diventare una ragazza incapace di proteggersi e volersi bene.
Credo che questo film, IMPOSSIBILE da consigliare alla visione alle adolescenti, sia invece un film importante da vedere per chi, quelle adolescenti, deve proteggerle ed amarle.
Niente che non si sappia già eh, si sa come a 13-14 anni ci si possa imbattere già nel sesso sbagliato e avvilente, nelle droghe, nel bere e nel distruggersi.
O nel conoscere in chat persone che possono manipolarti e farti male.
Però vedere questo film di un'ora e 20 in cui tutti questi pericoli sono così ben evidenziati e portano a conseguenze così devastanti, non dico sia un insegnamento, ma una di quelle opere che ci costringe a pensare, a riflettere, a stare alla guardia, a provare ad insegnare valori e, inutile dirlo, a sperare che quello che vediamo non accada a chi vogliamo bene.

Più volte in questo blog ho parlato di limiti etici da superare o no. Più che di limiti etici oggettivi ho sempre parlato di quelli personali, ovvero quei famosi punti di rottura che ognuno di noi può avere su certi argomenti.
Questo film mi ha portato a riflettere su questo ma alla fine quello che mi ha "insegnato" e che ha avuto il coraggio di mostrare in maniera così radicale ha vinto sulla repulsione e la possibile immoralità di quello che mi mostrava.

Ancora non l'ho detto, ma Megan is missing è un mockumentary. In realtà più che finto documentario dovremmo parlare di found footage, visto che tutto il film è montato sui filmati che sono stati ritrovati nei vari cellulari o telecamere delle ragazze (e anche di altri).
Quasi tutta la prima parte è incentrata su videochiamate, chat, telecamerine che riprendono feste.
Dialoghi semplici tra ragazze perlopiù, anche se si inizia già a provare un certo fastidio, specie quando Megan racconta il suo primo rapporto orale per filo e per segno (avuto a 10 anni, ma diretta conseguenza di tutto quello che ha passato prima).
Uno spettatore superficiale può trovare Megan irritante ma è invece, tra le due, la ragazze più vittima e fragile, quella che ha più bisogno d'amore.
Poi Megan conosce un ragazzo in chat, si "innamora" di lui (anche se questo con la scusa della telecamera rotta non si fa mai vedere) e accetta di vederlo.
Scomparirà.
Amy cercherà di trovarla in tutti i modi.
Ma scomparirà anche lei.


Per circa un'ora Megan is missing sarà "solo" un discreto mockumentary, interessante più per i pericoli di cui parla (attenzione, siamo nel 2011, non è che a quell'epoca eravamo bombardati su questi argomenti) che per il suo effettivo valore.
Anzi, chi non sopporta la tecnica cinematografica e narrativa usata faticherà ad andare avanti.
Poi quando Megan conosce "Josh" capiamo che stiamo entrando nel punto di svolta.
E avremo finalmente cose diverse e che funzionano come i reportage televisivi (da vomito, specie quando fanno la ricostruzione del rapimento con gli effetti sonori) e il filmato reale del rapimento, abbastanza sobrio, non tanto inquietante, ma comunque una spia dei possibili sviluppi.
Siamo portati ad amare Amy incondizionatamente, ragazza veramente dolcissima e bersaglio di umiliazione da parte di tutti.
Quello che poi vedremo nei 20 minuti finali sarà devastante anche e soprattutto per l'empatia che avevamo raggiunto co st'angelo di ragazza.
Ma nell'ultima mezz'ora un film che sembrava "per tutti" diventa per pochissimi.
Prima quell'uomo che vediamo nello sfondo del parco naturale, in cima alle scale.
Poi quelle due maledette foto di Megan che ci vengono sbattute in faccia all'improvviso, senza alcun senso, praticamente uno spoiler di tutto quello che vedremo dopo.
E poi niente, gli ultimi 22 minuti.
Si fatica, tanto, si fatica perchè sto stronzo de regista oltre ad essere, appunto, uno stronzo, riesce ad azzeccare tutto. 
La location (una specie di cantina/catacomba), le inquadrature (sia quelle in movimento che a telecamera appoggiata), le azioni (farla mangiare come un cane o quello stupro che ti ammazza), l'empatia (lei e il suo rapporto con l'orsacchiotto, lei e tutti quei "ti amo" nel finale per salvarsi), i tempi (i 10 minuti SOLO sullo scavo della fossa portano lo spettatore ad un livello di disagio incredibile), le immagini shock (quei due secondi che vediamo dentro al bidone vanno nella top ten delle immagini horror di questi nostri anni).
Ventidue minuti "perfettamente terribili" che non si dimenticheranno mai.
Come dicevo l'altro ieri per Dancer in the dark poi diventa dura dirsi "è solo un film".
No, ste cose accadono, e solo il fatto che non possiamo saperle e, soprattutto, vederle, ci fa portare avanti le nostre vite in maniera falsamente tranquilla.
Non riesco nemmeno a dire quello che si prova in quegli ultimi 10 minuti, con la voce di Amy dentro in barile.
Nei titoli di coda due meravigliose amiche parlano tra loro, scherzano, discutono del loro futuro.
Due bambine sembrano, innocenti, spensierate, pure.
"Un giorno troveremo l'uomo giusto" dicono alla fine.
Brividi
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29.10.20

Recensione: "Relic" (2020)

 

Se in questi giorni di semi lockdown avete bisogno di un horror per passare una notte, soli o in compagnia, Relic fa per voi.
Un horror che sembra solo tale per almeno un'ora per poi rivelare un'anima bellissima, che porterà ad un finale, per quanto mi riguarda, da pelle d'oca.
Uno di quei film, come Babadook, come The Orphanage, in cui piano piano viene fuori un lato umano così importante da commuovere.
Tutto questo senza aver paura di usare clichè, mostrarsi per quasi tutto il tempo come un qualcosa di visto e rivisto.
Non piacerà a chi ama gli horror da sala ma sono sicuro che sarà amato da chi ha voglia di riflettere e "capire" cosa si nasconda sotto le terrifiche spoglie del genere.

NELLA SECONDA PARTE, DOPO LA SECONDA FOTO, FORNISCO LA MIA INTERPRETAZIONE, NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO

 Finalmente.
Era da tanto che speravo di trovare un horror di quelli che piacciono a me, ovvero quelli che usano il genere per riuscire a parlare d'altro, quelli che riescono ad andare in profondità.
Lo dico da subito, pur non raggiungendo lo stesso livello questo Relic mi ha riportato, specialmente con lo straordinario finale, a quelle emozioni che mi hanno regalato capolavori come Babadook e The Orphanage.
Sono quegli horror dove, piano piano, il lato umano viene sempre più fuori, in maniera morbida, sussurrata, per poi ucciderti nel finale.
Mi piace accomunare Relic a questi altri due titoli anche perchè tutti e 3, per l'intera loro durata, sono horror puri, pieni anche di clichè, se ne sbattono dell'originalità oppure di privilegiare una loro parte solo drammatica per usare completamente il genere, abusarne persino, farti credere che sono solo film del terrore e poi svelare la propria anima.
Non è nemmeno un caso che nessuno dei 3 film citati sia americano, uno europeo e due australiani. E' evidente come quasi sempre solo le filmografie fuori dagli Usa sappiano sfornare horror che sono anche puri sì, ma spogli di tutte le regoline hollywoodiane, quelle delle colonne sonore martellanti (in Relic non c'è nemmeno colonna sonora), dei jump scares furbi e delle sceneggiature poco coraggiose.
Ecco, film come questi che ho citato non sono solo belli, ma coraggiosi.


Nel prologo, bello, vediamo una casa che si riempie d'acqua e una vecchia sola il giorno di Natale. Alla luce del finale prologo straordinario.
Poi scopriamo che quella stessa anziana è sparita da giorni e allora figlia e nipote tornano a casa sua per cercarla.
Non la trovano ma, poi, dopo qualche giorno, la stessa vecchia tornerà da sola.
Ma è diversa, alterna momenti di lucidità ad altri di pazzia, alcuni di affetto e altri di odio verso figlia e nipote.


Nel finale potremo dare una lettura. Quella che c'ho visto io mi ha emozionato moltissimo e mi ha richiamato un altro horror quasi sconosciuto che batteva una strada simile, The last will and testament of Rosamund Leigh.

Relic è un film d'atmosfera. Una sola casa, praticamente 3 soli attori, una vicenda scarnissima, tanto che possiamo parlare di un film con una sceneggiatura spoglia come poche, che però ha il grandissimo pregio di sapere dove volere arrivare, con pochissimi elementi.
Gli spettatori degli horror da sala rischieranno di trovarlo tremendamente noioso, questo è giusto dirlo. Succede veramente poco, le scene si somigliano, i jump scares sono praticamente inesistenti, abbondano silenzi e dialoghi.
Non sto dicendo che sia un horror d'autore (lo diventa nel finale) ma un film tremendamente calato nel genere che, però, preferisce l'atmosfera alla spettacolarità.
E, in effetti, la prima ora passa molto bene ma qualche momento di stanca c'è e ad un certo punto arriva la sensazione che "ok, ma se è tutto così è solo un compito ben fatto, niente di più".
No, non sarà tutto così.
Innegabile notare che il personaggio dell'anziana, per stare nel cinema recente, richiami tantissimo quella del superbo The Visit, non solo nelle fattezze ma anche nelle azioni e in questo nostro non riuscire a capire cos'abbia in testa.
Altro punto a favore del film è la sensazione di non sapere dove si andrà a parare, tra la paura che si resterà sempre lì e la curiosità che un soggetto del genere possa diventare da un momento all'altro qualcosa di diverso.
La regia è bella, molto bella, capace di muoversi negli spazi, usare inquadrature perfette per il genere (quelle per cui ti dici "oddio, sta per accadere qualcosa") ma restare al contempo abbastanza sobria (la mano che ci sta dietro è controllata, sa usare i tempi e non ha paura degli horror vacui).
Si va avanti abbastanza rapiti ma, come dicevo, anche preoccupati che non avvenga mai il cambio di marcia.
Abbiamo molte suggestioni, come quella muffa che invade tutto, quell'incubo ricorrente della casa nel bosco, quella presenza che ogni tanto vediamo girare per casa.
Poi il film decolla.
Prima con le splendide scene della nipote persa in quella sorta di "casa dentro la casa", quasi un'altra dimensione, con i corridoi che cambiano, le mura che si restringono e questa sensazione di oppressione e di non avere una via d'uscita (che potremmo collegare alla lettura che darò).



Ad un certo punto ho creduto che fosse un film sull'Alzhaimer, sul progressivo perdere i ricordi e dimenticare chi si è. Non che questa lettura non possa entrarci ma quella secondo me principale è che Relic è un magnifico film horror metafora della solitudine.
Una di quelle solitudini così assolute che ormai non può più essere guarita.
E allora rimettiamo insieme i pezzi, ripensiamo a quell'incipit con lei sola a Natale, con quelle frasi della Morrtimer alla polizia di non sentire la madre da settimane, con tutti quegli oggetti, quei ricordi, ammassati per casa.
Questo è Relic, la storia di una vecchia che si è sentita abbandonata, che ha preferito nascondere e ammassare tutti i ricordi e abbandonarsi alla solitudine, accettare di morire così.
Tutta quella muffa è la stessa solitudine che piano piano si prende tutto, anche la stessa pelle dell'anziana.
E l'arrivo di figlia e nipote è ormai tardivo, ormai l'anziana è "depressa di solitudine", niente può salvarla, tanto che ad un certo punto si dice anche che quelle due persone non siano realmente figlia e nipote ma si fingano tali, perchè ormai non si accetta nemmeno di poter guarire, di credere di vivere i propri giorni rimasti nell'affetto dei cari.
Ci saranno tante scene inquietanti (il film per me spaventa più di tantissimi horror celebrati) come la lavatrice, la vecchia che urla, lei che striscia.
Ma nel finale, da pelle d'oca (mai avrei pensato di emozionarmi così una volta cominciato il film) è devastante per quanto bello.
Quella vecchia sta diventando apparentemente un mostro, il livello horror è massimo.
Ma in realtà no, sta semplicemente ultimando il suo processo, la sua morte di solitudine (struggente quel post-it finale "Sono sola?").
Non ci si può più fare niente, quando un vecchio si abbandona è quasi impossibile recuperarlo.
E la figlia ad un certo punto capisce tutto, non deve scappare, non c'è mai stato bisogno di scappare, bisognava solo accompagnare alla morte la propria madre.
Vi giuro che vederla abbracciare la vecchia, accarezzarla, toglierle la pelle e i capelli piano piano mi ha ammazzato.
E quello scheletro umano che resta non è altro che l'immagine, potentissima, di un corpo morto solo, essiccato, ridotto all'essenza.
Un corpo che malgrado stia morendo sente probabilmente quell'amore finale e può abbandonarsi ad una morte sì terribile ma capace di sentire quel minimo calore, quell'affetto, anche se così tardivo.
Un film che diventa simbolo di tutti quegli anziani abbandonati e che, i più fortunati, riescono a ricevere affetto solo nei momenti finali, dopo ultimi mesi o anni di completa solitudine in cui, ormai, si sono lasciati morire, si sono lasciati raggiungere dalla muffa del vuoto e del silenzio.
Una nonna, una figlia e una nipote sono stese sul letto, 3 generazioni.
Un'ultima immagine da brividi, bellissima e terribile insieme.

7.5

28.10.20

Recensione: "Dancer in the dark"

 

Selma danza.
Non bene, chè il regista teatrale non vorrebbe nemmeno farla recitare.
Ma Selma danza lo stesso.
Selma canta.
In fabbrica.
Selma canta in fabbrica perchè, lo dice lei stessa, "con me tutto diventa musica".
Gli stessi rumori dei macchinari - rumori dei macchinari che conosco molto bene - con lei non sono martellanti e fastidiosi, ma diventano armonici, diventano musica.
Selma, per un curioso caso che solo la lingua italiana può avere, è Ceca, immigrata dalla Cecoslovacchia negli Stati Uniti, ma sta diventando anche cieca, un giorno non ci vedrà più.
E' una tara genetica, l'hanno avuta nella sua famiglia e l'avrà anche suo figlio.
Per questo Selma lavora continuamente, per salvare il figlio con un'operazione.
Selma ha persone che le vogliono bene, come la splendida amica Kathy o Jeff, uomo buono e non tanto intelligente, innamorato di lei.
Jeff che non capisce i musical e le chiede perchè nei musical la gente comincia improvvisamente a cantare e danzare senza un motivo.
"Io nella vita non comincio improvvisamente a cantare e danzare"
le dice.
Ma lo dice alla persona sbagliata, perchè Selma quello invece riesce sempre a fare, cantare e danzare qualsiasi cosa le accada.

Ma il mondo intorno per lei comincia a diventare sempre più buio, sempre più oscuro, quel mondo che vedeva così luminoso e 
grande
adesso
comincia
piano piano
a
scomparire


Selma entra nell'oscurità, Selma diventa Dancer in the dark.
Con una umiltà e dignità pazzesche accetta di rinunciare al suo teatro, accetta di rinunciare al suo lavoro.
Senza un lamento, senza far sentire in colpa nessuno.
Ma Selma è contenta lo stesso e lo dice nel modo più meraviglioso possibile, in un pezzo di cinema e musica che raramente sarà eguagliato.

Il rumore del treno diventa musica.
Bjork comincia a cantare I've seen it all, Ho visto tutto.
E i 5 minuti a cui assisteremo solo un privilegio che Trier ci ha regalato.
La voce straordinaria di lei, la musica, un testo impressionante, quello che racconta la gioia di aver già visto e vissuto quello che basta, non ci sono luoghi o edifici ancora da vedere se il nostro cuore è già pieno di quello che ha vissuto, nessuna meraviglia degli occhi può sostituire una gioia dell'anima.
Si fa fatica a trovare qualcosa di più bello e commovente.
Meglio fermarsi, e rivederlo, e riascoltarlo ancora.


Poi, appena dopo, ci sarà la scena più terribile.
Il furto, l'omicidio, il pianto.
E anche qui la sua coscienza diventerà musica, in un altro pezzo che non è solo un pezzo, ma è una sceneggiatura, un intero dialogo trasformato in musica.
Selma chiede scusa a Bill ma sa perfettamente che quello che ha fatto è quello che doveva fare per salvare il suo bambino.
E anche il terribile Bill e sua moglie, nel brano, la rassicurano che ha fatto la cosa giusta.
Difficile raccontare in maniera più grandiosa quello che è nella testa di Selma in quel momento.

"Il tempo necessario ad una lacrima per cadere
ad un cuore per perdere un battito
ad un serpente per mutare la pelle
ad una rosa per crescere una spina
E' tutto il tempo che è necessario
Perdonami"

Faccio davvero fatica, ogni volta, a capire chi riesce a criticare Trier. Più vedo e rivedo i suoi film più mi appare evidente come certe opere siano capolavori assoluti, cinematografici, di scrittura, di profondità, di importanza. E' veramente imbarazzante e intellettualmente povero vedere che certi giudizi abbiano alla base un odio verso le tematiche che Trier affronta, un odio verso Trier stesso, un sarcasmo verso ciò che racconta. Lo si ritiene un regista "mostruoso" ma mostruoso è solo l'atteggiamento che si ha verso di lui.

Si va al processo, forse a livello morale la parte del film che fa più male.
Ma ancora una volta Selma riesce a trasformare le bugie e le umiliazioni in musica.
Un altro pezzo immenso in un film che, per quanto mi riguarda, ha la colonna sonora più emozionante di sempre.

"Ed io ci sarò sempre a prenderti
ci sarò sempre a prenderti
ci sarò sempre a prenderti
se dovessi cadere"

Siamo quasi alla fine.
E la fine in questo film così spietato non poteva essere che quella.
Selma soffre in carcere perchè "c'è troppo silenzio", nessun rumore, nessun suono, niente che possa aiutarla in quella magia che riesce a fare, trasformare le difficoltà e il dolore in musica. 
Selma resiste a tutto, ha sempre resistito a tutto nella vita, ma non al silenzio.
Poi sente lontani canti del carcere, e inizia così a cantare. Ma per la prima volta lo fa a cappella, la vita non si trasforma in un musical, la magia non avviene, l'antidoto al veleno del dolore non funziona.

(Bjork Dio)

Potrebbe provare a salvarsi ma non lo fa, suo figlio è più importante.
Poco prima di andare a morire Selma riceverà un ti amo, forse il primo avuto in vita.
Da Jeff, l'uomo buono.
Poi solo 107 passi la separano dalla fine.
Ma questa volta ci sono dei rumori, la guardia carceraria l'aiuta a sentirli.
Sono dei passi, passi che avvicinano Selma alla morte ma anche passi di danza.
Da sempre la danza è basata sui passi, sul numero di essi, sul loro ritmo.
E questi passi verso la fine diventeranno l'ultimo ballo di Selma, l'ultima volta che la ragazza riuscirà ad isolarsi nel suo mondo magico, quello che lo protegge dalla realtà.
Poi gli ultimi 10 minuti si fanno fatica a reggere.
Selma è disperata, Selma non vuole il cappuccio nero perchè non respira, non perchè non ci vede, lei che tanto nell'oscurità ci sta comunque.
Poi il pensiero del figlio la rasserena.
E ci regala l'ultima canzone, the Last Song, un inno alla vita durante la morte.
Poi cade giù e anche se le era stato promesso che ci sarebbe sempre stato qualcuno quando lei fosse caduta, stavolta non c'è nessuno.

Tante volte ci chiedono perchè piangiamo con i film. 
"Sono solo film, non è reale"
Ed è vero, infatti poi ci passa.
Eppure a volte ci capitano film come questi.
E ti sembra che quello lì non sia un personaggio di finzione ma un simbolo.
Un simbolo dei buoni, del candore, della purezza, dell'ingenuità e dell'innocenza.
Un simbolo barbaramente ucciso.
E allora piangi perchè ti senti in qualche modo in colpa per chi è come lei.
E resti impietrito, incapace di muoverti, il dolore ti paralizza.
Lei, invece, avrebbe danzato



26.10.20

Recensioni: "Nell'erba alta" e "Leatherface" - Due al prezzo di uno

Torno a recensire con due film, due horror o simili, come minacciato.
Lo dico subito, poteva andar meglio (in realtà vedo horror per passare il tempo, non per forza per trovarne di belli).
Il primo è discreto, Nell'erba alta, tratto da un King recente.
Soggetto interessantissimo e metaforico, prima parte quasi eccellente, ma poi il plot tra incoerenze e semplificazioni perde del tutto quella potenza metaforica di cui sopra.

Il secondo è il prequel di Non aprite quella porta, "Leatherface" (sì, ne avevano già fatto uno ma non del vero capostipite, spiego dentro meglio), girato dai registi de A L'Interieur.
Banalotto, bruttino, un tentativo di mostrarci Leatherface come un bravo ragazzo (e pure bello) rovinato dagli eventi, diventato mostro per troppo dolore.
Magari le intenzioni erano interessanti, ma il film è veramente poca cosa. In ogni caso da vedere per i malati della saga

Fino all'Università (cominciata addirittura a 26 anni, per puro piacere) ero un lettore di King straordinario. Anzi, potremmo dire che fossi il Lettore numero 1 del Re (alla Misery insomma), magari a parimerito con tantissime altre persone certo, ma sempre numero 1.
Questo perchè, se non sbaglio, avevo letto TUTTI i suoi romanzi scritti fino a quel momento (diciamo 2003)..
Poi Lettere all'Università mi ha fatto virare strada, scoprire tanti percorsi nuovi e non sono più tornato da quel mio amore giovanile.
Insomma, sono 15-16 anni che non frequento King.
Non solo mi son perso almeno 20 romanzi ma anche tantissimi film (o miniserie) derivati da essi (recentemente mi ricordo però il bellissimo Il Gioco di Gerald, quello che per me rimane il miglior film di Flanagan).
Lo ritrovo adesso, quasi per caso, con questo Nell'erba alta.
Allora, siccome vorrei scrivere recensioni leggermente più corte lo dico subito. Il soggetto di questo film (quindi, presumo, del romanzo) poteva esse davvero tanta roba, metaforico come pochi e interessantissimo. Ma nella pellicola tutte le premesse o vanno in vacca oppure sono trattate superficialmente oppure si perdono qua e là risultando davvero poco potenti. Non so se nel libro accadeva questo ma qui si recensisce il film.
Alla regia addirittura Vincenzo Natali, di cui vidi soltanto il suo folgorante debutto, il cult Cube (e non "The Cube" come credevo) senza poi frequentarlo mai più.
E che mi ritrovo? una specie di Cube campestre, con 5 personaggi che si ritrovano in un luogo - in questo caso un campo di erba altissima - dal quale non riescono più ad uscire.
Il film è discreto, per più minuti ti dà anche l'illusione di poter diventare ottimo, proprio quando speri che la metafora che si sta formando diventi sempre più interessante.
Perchè quelle persone non riescono ad uscire? Cosa rappresenta quel luogo? E quella Pietra Nera? ecco, il film ha il grandissimo merito di tenerti per almeno 40 minuti con la soglia dell'attenzione molto alta, specie perchè non sai assolutamente dove andrà a parare, nemmeno come genere.
Poi, però, tutto inizia ad essere debole, incoerente, poco interessante, e quella simbologia di cui sopra va a farsi fottere, tanto che, io che volevo spendere belle parole per interpretarla, mi trovo quasi svogliato a farlo.
Sicuramente quello è un luogo dove si incontra sè stessi, dove ad esempio lei capisce la bellezza di esser madre, dove probabilmente chi rimane dentro ci resta per espiare delle colpe troppo forti (non a caso restano dentro i due che uccidono o che comunque aveva grosse colpe alle spalle). Sì, ok, ma io di solito co ste metafore mi emoziono, qui l'ho trovate appiccicate solo per dare autorialità.
Tra l'altro in questa lettura non si capisce perchè non esca fuori anche la madre del figlio, lei così vittima innocente, lei non costretta quindi a diventare tutt'uno con l'erba, con quel luogo.
Forse però l'insegnamento più grande del film è quello dello "stare insieme", del non abbandonarsi mai, ma anche qua bellissime premesse portano a risultati incoerenti, confusi ed annacquati.
Ci sono bellissime riprese dall'alto, c'è un luogo suggestivo e usato alla grande (anche se alla lunga stanca), ci sono un paio di sequenze stupende (quella dentro la goccia di pioggia è da infarto), c'è un iniziale uso dei paradossi temporali molto accattivante ma che poi risulta confuso e fastidioso (consiglio a tutti il film Triangle, lì sì abbiamo una cosa simile resa al top), ci sono un paio di attori buoni e, in generale, si arriva alla fine abbastanza bene.
Ma i difetti son tanti, in primis la sceneggiatura come dicevo. Per non parlare di terribili inserti di computer grafica (gli incubi di lei) e vicende messe lì totalmente a caso (la Chiesa, quegli adepti con le maschere, tutti elementi non sviluppati).
Nel finale lui che riesce a salvare tutti gli altri sacrificandosi e sdraiandosi a terra è IDENTICO, sia come significato che come scena, al finale per eccellenza della storia delle serie tv, quello di Lost.
In definitiva un discreto film che butta al macero una grandissima occasione per essere notevole


Per prima cosa mi viene da dire "che casino...".
Ora, io non sono certo un esperto della saga del Texas Chainsaw Massacre ma non sono nemmeno l'ultimo arrivato dato che li ho visti più o meno tutti e che considero Leatherface uno dei 3 cattivi-mostri più belli della storia dell'horror.
Però, lo ammetto, mi son dovuto fiondare su wikipedia per rimettere insieme i pezzi. Questo perchè ricordavo già un prequel, "Non aprite quella porta - L'inizio", e quindi ritrovarmene un altro mi ha un pelo confuso.
Poi ho capito che quello là era il prequel del remake di Non aprite quella porta, il film per capirsi in cui c'era la Biel (film che adoro e che per me rimane il secondo migliore su 8 della saga, anche se la critica l'ha ammazzato).
Mentre questo qua, "Leatherface", è in realtà il "vero" prequel, visto che il film di Nispel era da considerarsi più un reboot che non rispettava l'originale (basta dire che il cognome della famiglia nel remake di Nispel - e qundi relativo prequel - era Hewitt mentre nell'originale è Sawyer, cognome mantenuto in questo Leatherface. Ma anche i personaggi creati da Nispel erano praticamente tutti diversi rispetto all'originale, tranne ovviamente l'irrinunciabile Leatherface).
Insomma, avete capito no?

Io sì ma non ho più voglia di spiegare.
Ecco, alla regia hanno scelto Baustillo-Maury, la coppia francese che giro il supercult A L'interieur.
Tutti lo adorano anche se io continuo a pensare che il loro miglior film sia il misconosciuto Livide, pellicola che se non fosse per qualche macrodifetto nel secondo tempo sarebbe stata veramente magnifica.
Ecco, magari non tutti saranno concordi sul loro miglior film ma sono sicuro che tutti concordiamo sul loro peggiore.
Che è questo qua.
Leatherface.
Qual è la cosa più sconvolgente del film?
Scoprire che Leatherface era piccolino, BUONO e BELLO. Ok sì, mezzo psicopatico perchè comunque cresciuto in una famiglia che per pasto magna le persone ma, a parte questo, un ragazzo di grandissima umanità, capace di profonda empatia e tanto bisognoso d'amore.
Nel prologo lo vediamo bambino venire arrestato insieme ad altri suoi due fratelli (la loro famiglia ammazza gente continuamente). I due più piccoli finiscono in un "riformatorio/casa di cura" per minori.
Tutta la prima mezz'ora si svolgerà lì, poi i due, insieme ad altri due pazzi - quelli sì pazzi davvero - approfitteranno di una rivolta nel manicomio per scappare. Da lì ci sarà una grandissima scia di sangue e il nostro ragazzo bello e buono si trasformerà, sia fisicamente (sfregio al viso) sia psicologicamente (diventerà cattivo per troppo dolore) nel Leatherface che conosciamo (10 minuti di film se va bene).
Allora, funziona poco e niente.
Creare questo background del, scioglilingua, "nostro mostro" magari ce lo rende più umano ma, secondo me, lo rovina anche.
Io lo adoro proprio perchè mi sembra un bambinone pazzo, non un ragazzo buono stravolto dal dolore.
Tra l'altro ho sempre visto molta sofferenza e umanità in Leatherface, si intravede lo stesso, scrivere una storia così secondo me non ha senso.
Detto questo il film è comunque banalotto e innocuo nel plot, prevedibile, a tratti noioso, e troppo "fuori" dalle atmosfere dei Non aprite quella porta.
Attori sufficienti, regia discreta, qualche bella scena (il topo in bocca, il massacro al bar - scena presa da Pulp Fiction credo - , e soprattutto l'unica scena veramente malata e sporca del film, l'unica che ci riporta alle atmosfere della saga, ovvero quella del sesso vicino al cadavere). Tra l'altro lei, la bionda, è forse il personaggio più riuscito sia perchè solo col corpo sa raccontare una storia (è tutta bruciata quando si spoglia) sia perchè - ed è l'unica - avrebbe potuto trovare un posto nei migliori episodi del franchise.
Qualche scena ridicola (i 3 nascosti dentro una mucca, ahahah, quando soltanto l'obeso era il doppio dell'animale), qualche scelta assurda di casting (Dorff che sull'incipit ha 20 anni più della figlia? mah...), macelleria qua e là anche ben fatta ma mai "fastidiosa" (il malato di cui sopra) per un film che è un compitino filologico (voler mostrare le VERE origini di Leatherface) ma che si rivela semplicemente un tentativo di far soldi con una saga ormai satura

5/5.5

25.10.20

Ripartiamo

 Ripartiamo con il blog.
Avevo promesso 20 giorni, sono stati 15.
In realtà pensavo almeno 20 perchè volevo ricominciare con il ToHorror ma il destino, terribile quest'anno, ha voluto che si chiudessero nuovamente i cinema 4 giorni prima che sarei andato su.
In ogni caso sono stati 15 giorni lontani dalla rete importanti, che andrebbero fatti più volte.
Ho chiuso più o meno definitivamente altri miei spazi (inutile spendere energie in cose che al momento non vuoi fare, meglio usarle per sè stessi) ma il blog, come dissi nel post di pausa, non avevo nessuna intenzione di chiuderlo.
Anzi, credo che "ufficialmente" non lo farò mai.
Alla fine rappresenta da 11 anni me stesso, è stato il luogo dove raccontarmi.
E, cosa più importante di tutte, mi ha permesso di incontrare tutte le persone, fuori dalla mia famiglia, più importanti della mia vita, sia a livello di amicizia che sentimentale (una storia poi sembrava proprio scritta nelle stelle riguardo il blog).
Ci aspettano tempi molto duri con un altro mezzo lockdown che forse diventerà pure lockdown pieno.
Speriamo di farci compagnia il più possibile, farci forza, tutti.
Due-tre film li ho visti in questo periodo, magari ne parlo presto.
E vi dico già che sia per nostalgia del ToHorror sia perchè nei periodi più delicati l'horror diventa la mia coperta di Linus può darsi che almeno all'inizio sto genere dominerà qua dentro.

Buon cinema e voletevi bene.
Sempre


10.10.20

Piccola pausa

 Il Buio in Sala si prende una piccola pausa, diciamo 20 giorni dai.
Non ci sono propositi di chiusura, chiamiamola una specie di quarantena esistenziale (quest'anno ce sta bene) che dovrebbe avere la finalità di amare la vita ancora di più di quanto l'amassi prima.
Se vorrete mi ritroverete, è una minaccia ;)

8.10.20

Recensione: "The Invisible Man"



La storia dell'Uomo Invisibile è vecchia, abusata, vista e rivista.
Eppure in questo film Whannell ce la declina in un modo interessantissimo, importante, ovvero usando due dei problemi più gravi e devastanti di questa nostra epoca, le nevrosi e lo stalking.
Ne nasce un film che mischia tanti generi insieme (drammatico, thriller psicologico, thriller tout court, fantascienza e un pizzico pizzico d'horror) ma che riesce ad avere grande coesione, grazie a una scrittura, evidente e metaforica, davvero convincente.
Certo non manca qualche problemino ma The Invisible Man riesce a diventare uno di quei thriller "importanti" ancora prima che belli.
Con una Moss, al solito, gigantesca

PRESENTI GRANDI SPOILER

Prima inquadratura, bellissima, un mare in tempesta (con i titoli iniziali che si dissolvono al frangersi delle onde).
Seconda inquadratura il viso di Elizabeth Moss a letto.
Ecco, possiamo dire che The Invisible Man comincia con un Mare Moss.

Tornando seri queste sono le prime due inquadrature di un lungo incipit (sui 10 minuti) davvero magistrale. In tutto, nella gestione dei tempi, degli spazi, del "mistero" e del significato, perchè più il film andrà avanti più quell'incipit prenderà forza.
Lo dico da subito, ho trovato questo film bellissimo specialmente per un motivo, ovvero per come abbia saputo declinare una storia molto vecchia e abusata (quella dell'Uomo Invisibile di Wells) in un modo così interessante, profondo e, soprattutto, legato ai nostri tempi.
Perchè non solo il film parla dello stalking (incredibile che questi ultimi 20 giorni abbia visto solo due film, questo ed Unsane, e senza sapere mezza riga di trama di nessuno dei due mi sia ritrovato due cose quasi identiche, ovvero film che parlano di donne terrorizzate da uno stalker e che per metà della loro durata giocano però sul fatto se questo terrore sia reale o solo frutto di una loro pazzia).
Oddio, parentesi troppo lunga, ricomincio il periodo.
Dicevo, il The Invisible Man di Whannell non parla solo dello stalking, pratica disumana (che troppo spesso porta anche a tragedie) che distrugge letteralmente la serenità e la psiche delle donne (o degli uomini), costrette ad essere tormentate da ex (o pazzi ) che non accettano il loro rifiuto (ci torneremo perchè forse questa è una delle piccole pecche del film) ma tratta anche un altro dei cancri di questo nostro mondo moderno, ovvero le nevrosi, l'instabilità mentale, il non riuscire a trovare pace e serenità.
Non servo certo io a dirvi che mai come nei nostri tempi tutte le "malattie" legate alle psiche sono così diffuse, in questo mondo che ci travolge, che non ci dà mai tempo per fermarci e pensare, che ha sempre bisogno di obiettivi, che rende sempre più difficile mantenere in tranquillità i nostri rapporti, che ci fornisce coi media immagini, fisiche e non, che noi non riusciamo a raggiungere.



Ecco, qui abbiamo nevrosi e stalking usate raccontando la storia dell'uomo invisibile, geniale.
Che poi, tra l'altro, "uomo invisibile" è una definizione perfetta per questo tipo di tormento, per questo tipo di paure.

Cecilia (una sempre eccezionale Elizabeth Moss, in una parte che - anche se non l'ho vista (la vedrò) - potrebbe ricordare il suo personaggio in The Handmaid's Tale) è una donna che ha vissuto con un uomo possessivo, manipolatore, un vero e proprio "controllore", sia delle sue azioni che sei suoi pensieri.
Quest'uomo è ricchissimo, un genio dell'ottica (la prima parte ricorda tantissimo Ex Machina, con quella casa meravigliosa e quegli esperimenti). E' bello, potente, potrebbe avere chi vuole ma sta con Cecilia perchè è l'unica che prova a non piegarsi a lui, che sa rifiutarlo, che non vuole un figlio "obbligato" con lui.
Ecco, tornando a sopra, alla luce di tutto quello che succederà nel film, trovo veramente poco realistico che un uomo perchè rifiutato da una donna possa concepire una vendetta simile, specialmente uno che potrebbe rimpiazzarla con altre 200. Insomma, ok l'orgoglio ma...
Però il film va visto in chiave metaforica e forse politica, per questo glielo concediamo.

Apro una parentesi riguardo questo ultimo argomento.
Uomini come l'Adrian del film sono veri e propri mostri, creature capace di annichilire gli altri al loro volere e potere.
Eppure, e mi rivolgo ai maschi che leggeranno, a volte anche "noi" uomini che ci crediamo sensibili, capaci di amare come nessun altro, giusti in ogni nostro comportamento, non volendo possiamo fare danni come l'Adrian del film.
Questo avviene quando non abbiamo la sensibilità di riuscire a capire quanto le piccole o grandi insicurezze di chi ci sta vicino siano profonde. Noi ci mostriamo sicuri, magari abbiamo carisma, minimizziamo, eppure quelle insicurezze che noi non riusciamo a curar loro (anzi, ingigantiamo) alla fine diventano voragini. Non lo facciamo apposta ma succede. E succede anche perchè non riusciamo a fare un passo indietro e, al di là di torti o ragioni, mettere loro davanti a noi, avere l'umiltà di fare un passo indietro in favore di un disagio molto grande provato da chi amiamo.
Nella vita, in tutti i suoi aspetti, serve grande sensibilità, ma mai come nell'affrontare le piccole o grandi insicurezze delle donne che amiamo o dei bambini.
Ecco, quelle son sacre.
Anzi, paradossalmente, sono spesso le cose che le rendono più belle (o belli).
E lo dice uno che non ha avuto nè questa sensibilità nè quell'umiltà di fare quel passo indietro e mettere la persona che ama davanti a tutto.

Certo, chi è come Adrian è un'altra cosa, ma i danni a volte sono simili.
Parliamo del film? :)

2.10.20

Recensione: "Cara Lilli... - Diario di una mamma e di due monelli con disturbo dello spettro autistico" - di Massimiliano Muffatto

 

Oggi pubblico uno scritto "esterno" un pò particolare.

Il pezzo è di Max, un lettore storico del blog.
Ha deciso di recensire un libro scritto da una "blogger" (il blog è omonimo al titolo del libro, Cara Lilli), Maristella.
Maristella ha due figli autistici e io, chi mi segue lo sa, verso questo argomento ho sempre un certo attaccamento.
Il suo libro racconta la loro quotidianità, dallo scoprire la "malattia" al combatterla, al conviverci.
Tutto però con uno spirito positivo, di fortissima speranza e consapevolezza che la vita, in ogni caso, può essere bellissima lo stesso


“Per ogni su c’è sempre un giù, per ogni men c’è sempre un più . E questo il mondo fa girar!”

Diceva Merlino a Semola ( in versione pesce) ne La spada nella roccia di Disney.

“Ed è giusto che sia così, aggiunge Maristella Bocciero nel suo libro biografico che vi voglio raccontare oggi , in modo che non ci si sieda sugli allori ne’, viceversa, ci si abbatta troppo, a seconda dei momenti...perché gli alti e bassi ci sono, ma è così che va la vita.

E la vita è un avventura stupenda che vale la pena assaporare in pienezza.”



Ho conosciuto virtualmente Maristella, Maris per tutti, relativamente da poco.

Ha un blog, si chiama Cara Lilli,  e da qualche mese ha pubblicato il suo terzo libro, "Cara Lilli...diario di una mamma di due monelli con disturbo dello spettro autistico". 

Chi è Lilli?

Un'amica immaginaria con cui confidarsi, ma a me piace pensare che Lilli siamo noi che leggiamo.


Perché parlare ancora di autismo?

Perché parlarne qua ne IL buio in sala e poi perché parlarne io ?

Le risposte a queste domande sono molto semplici.

Perché non è mai troppo parlarne, perché Giuseppe, attraverso molti dei suoi film qua ne ha parlato.

Perché attraverso i suoi racconti di vita che possiamo leggere qua nel “Buio” e anche quelli di  altri lettori il tema del l’autismo non è mai stato assente in queste pagine virtuali, anzi .


Io ne parlo perché penso sia necessario farlo, perché il libro di Maris aggiunge un altro tassello alla mia poca conoscenza nella materia, e chi già sa tutto o ha più esperienza del sottoscritto non può che, leggendo questo post e soprattutto il libro di Maristella,a rricchire ulteriormente il suo bagaglio di nozioni.

E poi come si dice non è mai troppo tardi per imparare...o almeno per  provarci.

Spesso con Giuseppe si parlava di blog e blogging e di come nei nostri discorsi lui mi dicesse che i veri blog, forse quelli più sinceri, senza pretese di avere successo, fossero quelli dove si continuasse ad adottare nello scrivere  e nei contenuti la forma del diario.

Beh il Blog di Maris è un diario e il suo libro è una raccolta di alcuni  dei suoi post già pubblicati on line .

Pagine di vita vissuta che ha voluto condividere con noi.

Pagine che partono idealmente dal 2009 quando Mariastella mette piede per la prima volta con la sua prima figlia nel centro di riabilitazione che seguirà  la bimba praticamente fino ai giorni nostri, lei prima e il fratellino poi. 

Maris racconta della sua esperienza come madre di due ragazzi che hanno lo stesso disturbo persuasivo dello spettro autistico.

Dagli strani comportamenti già in tenera età, prima dei due anni, della sua prima figlia, comportamenti che le hanno messo la pulce nell’orecchio, alla conferma di quello che si è dimostrato un disturbo riconducibile allo spettro autistico fino al percorso intrapreso per cercare di correggerlo.

Un percorso sicuramente non facile ma che ha portato e sta portando dei risultati.

E attorno a Maris e alla sua famiglia ruotano figure importanti che sono state d’aiuto a lei e ai suoi figli, i "suoi monelli" come ama chiamarli lei .

Figure come educatori, logopedisti, terapisti in psicomotricità, neuro psicologi.., la scuola stessa .

La consapevolezza, cosa che non bisogna dare per scontato, che i propri figli hanno un disturbo e la determinazione nel volerlo affrontare perché recuperino con i loro tempi il recuperabile, tutto questo per garantirgli un futuro, renderli autonomi al mondo, compatibilmente con il loro disturbo.



C’è una data che ricorre spesso nel libro di Maris, il due aprile, la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, e un colore, il blu, quello scelto per rappresentare questa giornata.

Blu come il  mare.. che a volte è brillante e trasparente in alcune giornate e in altre invece  è scuro e profondo come succede  dopo una tempesta.

Il blu, il colore dell’autismo.


Maris scrive che se ne conosce ancora molto poco in Italia.

Fa tenerezza leggere che di autismo lei sapeva solo quello che si raccontava in film come Rain  man o Forrest Gump, credo un un po’ come tutti noi .

Voglio ricordare le sue parole subito dopo la nascita della prima figlia: 

“Un bambino su 80 in Italia è affetto da autismo (nei diversi gradi del disturbo), non bisogna restare ancorati a concezioni obsolete, bisogna diffondere notizie giuste e reali, perché non si deve parlare di autismo come se si parlasse di pazzia.

L’ignoranza va combattuta, certo ci sono casi gravi, nessuno lo può negare, ma non è sempre così”.

E questo con il suo libro Maristella l’ha dimostrato.


“Se tutta la società fosse informata, se gli insegnanti sapessero, se i dottori e i terapisti sapessero, se il vicino di casa sapesse come dovrebbe comportarsi un bimbo a 18 mesi, quello che alla sua età dovrebbe fare effettivamente e tipicamente, e se non vedendo questi comportamenti si preoccupassero, già solo con questo staremmo 8 passi avanti..”

Avanti, sempre avanti un po’ come la frase detta da Merlino a Semola, per ogni men c’è sempre un su,  è questo il mantra di Maristella, il suo motto.

Perché la vita va presa a morsi e se ci si arrende davanti alle difficoltà è finita.

E difficoltà nell’esperienza di Maris con i suoi figli di sicuro ce ne sono state e ce ne saranno, non l’ha mai negato.

A chi le rimprovera di avere scritto un libro “ troppo positivo “  io penso sinceramente di rispondere che non ha capito niente e che lo rilegga di nuovo e  con più attenzione!

Quando Maris scrive che il disturbo dell’autismo accompagnerà i suoi figli per sempre come un fardello dimostra di avere la consapevolezza che il percorso non sarà sempre in discesa.


Raccontare dei risultati positivi ottenuti attraverso mille sacrifici non è volere minimizzare o nascondere il problema ma invece è dimostrare a noi che leggiamo che ce la si può fare anche di fronte a difficoltà che ai più sembrano insormontabili .
È un libro sulla quotidianità, sulla normalità di una famiglia speciale così simile a tutte le nostre di famiglie.
La diversità la vediamo noi adulti ma se osservassimo il mondo con gli occhi dei bambini, se imparassimo da loro a guardare, non noteremo le differenze.



I bambini non vedono bambini diversi un bimbo con la sindrome di down, un bambino con problemi comportamentali, un altro con disabilità fisiche, uno con la pelle di un altro colore ... per loro son tutti bambini come gli altri.
Dovremmo imparare da loro.
Quello che mi colpisce del diario di Maris è sapere quante persone belle girano attorno a lei e alla sua famiglia.
Leggere dell’amore dei compagnetti di classe verso i due monelli, delle famiglie e un po’ di tutta la comunità del piccolo paese dell’Irpinia dove vivono.
Leggere che nonostante la disorganizzazione cronica della scuola italiana ci siano insegnanti che rinunciano alla proposte di trasferimento perché vogliono concludere il loro percorso educativo con i monelli fa bene al cuore, davvero.
Ricordandomi che questo blog si occupa di cinema mi piace pensare, trovando un analogia con una tecnica di ripresa cinematografica, che se fosse stato un film questo “Cara Lilli...” invece di un libro, sarebbe stato girato sicuramente in presa diretta.
Un po’ come tutti i diari di vita che non hanno bisogno di artifici e tanti altri fronzoli di sceneggiatura per arrivare al cuore.
Forse perché son raccontati a cuore aperto.
Il diario di Maristella non finisce con l’ultimo capitolo del suo libro, anzi fa una certa impressione leggere che le ultime righe di questo diario son dedicate alla pandemia che quest’anno ha scosso tutto il mondo e proprio nelle ultime pagine di "Cara Lilli.." Maristella e i suoi monelli, come tutti, si preparano ad affrontare il lockdown al grido di “restiamo tutti a casa” , “andrà tutto bene”...
E poi sappiamo alla fine come è andata, purtroppo...

Ma le storie di Maris e i suoi monelli e tutto il loro mondo non finiscono ma continuano giorno dopo giorno nel suo blog.
Mi piace concludere con una immagine, ricordando uno dei post più recenti apparsi nel blog di Maris ( non presente nel libro ), ovvero quello dove i suoi ragazzi possono finalmente uscire dopo il lockdown, come tutti noi d’altronde che abbiamo aspettato la fine di questa clausura forzata, e tenendosi per mano proprio come nella foto davanti al mare della copertina del libro, si avviano per passeggiata lungo il viale fuori casa.
Un semplice gesto, una semplice conquista così scontata ma che è sembrata tanto a noi tutti ... senza distinzioni.

Una passeggiata, riassaporare la libertà.

E allora prendiamoci tutti idealmente per mano assieme ai ragazzi di Maristella alla sua famiglia e a tutti quelli che devono convivere ogni giorno con disturbi come l’autismo, e percorriamo tutti assieme questa strada con una consapevolezza diversa.
E anche se una sola persona che ha letto queste mie parole in questo post ha cambiato atteggiamento verso l’autismo io ne son contento, vuol dire che sono servite, son state utili proprio come il libro di Maris.
E se vi va di farmi un favore, fatelo girare il più possibile questo post attraverso i social aiutatemi a farlo uscire da un certo tipo di lettura di nicchia perché davvero è un libro che dovremmo conoscere tutti e merita tutta l’attenzione possibile.

Grazie

Max