20.4.18

Recensione: "Wiener-Dog"

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Il solito Solondz, autore geniale, complesso, divertente ma anche tremendamente secco nel descrivere l'uomo.
Di sicuro non al livello del suo capolavoro Happiness, Wiener-Dog (bassotto) è comunque un gran film, capace di far riflettere molto. Divertente, cinico, abbastanza doloroso ma anche carico di tanta umanità.

in fondo alla recensione troverete una, spero gradita, novità. Ne parlo più specificatamente nel post precedente a questo. La trama che troverete l'ho scritta io, ho questo potere, pensa te


"Avevo pochi anni, e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più" scrive De Gregori in quel magnifico pezzo che fu Buffalo Bill.
E io avevo pochi anni, giusto 20 o poco più, quando mi incrociai per la prima volta con Solondz. E lo feci con un film che probabilmente vidi distrattamente in tv, una specie di college movie e coming of age che il titolo italiano banalizzava in "Fuga dalla scuola media". In realtà ricordo niente, se non la figura di questa ancora nemmeno adolescente protagonista, impacciata, bullizzata (ma all'epoca il termine manco esisteva), bruttina e mal vestita.
Poi c'è stato il mio vero e proprio incontro con Solondz.
Ed è accaduto col magnifico Happiness, film crepuscolare, ironico ma devastante, di quelli che mentre stai lì a godere delle brillantezza del tutto al tempo stesso ti senti stringere lo stomaco.
Ritrovo adesso Solondz con un altro film corale (anche se la mia concezione di film corali è un pelo diversa) diviso in 4 episodi nettamente distinti -finisce uno comincia l'altro- ma che hanno tanti punti in comune. 

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Solo il secondo, di episodi dico, son sicuro sia diretto sequel di "Fuga dalla scuola media", per gli altri non ho ricordi per collegarli a quel film.
Solondz assomiglia molto a quello di Happiness, è sempre cinico, è sempre chirurgico nell'analisi umana, è sempre molto scomodo, sia in come racconta alcuni personaggi che lo stato in cui vive, gli Usa, Usa che, del resto - almeno a livello ufficiale - l'hanno sempre osteggiato.
Eppure in questo film ci sono anche tante cose belle, tanti personaggi umanamente virtuosi ma tutti, lo vedremo, costretti a soccombere con la razza dominante, o comunque destinati alla solitudine.
Che questo film abbia ambizioni abbastanza esistenziali lo si vede anche dal fatto per cui in ogni episodio il personaggio principale rappresenti una diversa fase della nostra esistenza.
Il bambino nel primo, i ragazzi nel secondo, l'uomo maturo nel terzo, la vecchiaia nell'ultimo.

Una bellissima novità per i lettori


Come chi mi conosce bene saprà io sono uno che non guarda trailer nè legge trame.
Però so benissimo quanto queste informazioni, sia visive che narrative, interessino ai lettori.
E così è piovuta dal cielo un'opportunità che mi permette, in modo veloce, funzionale, molto carino ed immediato, di dare tutte le informazioni possibili su un film senza che io, praticamente, faccia nulla.
Sono stato contattato da una simpaticissima ragazza (campana, ma che lavora a Barcellona) per "testare" un widget che, come dicevo sopra, compensa tutto quello che io non faccio in questo blog.
Tra l'altro ho avuto l'onore (dice lei) di essere il primo in Italia ad averlo.

Loro li potete trovare qua, IsnotTv 

(IsnotTV è un movimento sociale nato per “salvare le persone dal guardare schifezze”. La vita è breve e non possiamo nutrirci con tutto ciò che il mondo dell’intrattenimento ci offre, dobbiamo scegliere con saggezza! Su isnotTV.com puoi conoscere quali sono i film o le serie di tendenza, leggere i commenti ed i punteggi assegnati dai nostri utenti e, creando il tuo account personale, ricevere suggerimenti personalizzati.)

Senza tanti giri di parole eccolo qua:







Anche se molto intuitivo ve lo descrivo al volo.
Intanto ho la possibilità di scegliermi l'immagine di sfondo (e questa cosa è molto bella).
Poi, come vedete, avrete quattro sezioni.

La prima è il TRAILER. Ovviamente per i film più importanti sarà in italiano, per tutti gli altri in lingua originale. E considerando che in questo blog almeno il 70% dei film recensiti sono dei sub-ita non distribuiti molto spesso vi troverete il trailer in lingua.

Nei DETTAGLI invece avete tutte le informazioni riguardanti anno di produzione, regia e cast.
E, cosa più importante, visto che tanti si lamentano che io non le scrivo, avrete la trama.
Per moltissimi film -tutti quelli non distribuiti ad esempio- starà proprio a me scriverne una in italiano da zero o tradurre quella esistente. Ma, tranquilli, almeno lì non metterò spoiler ;)

Abbiamo poi SIMILI, ovvero la scelta (fatta dal loro programma, non da me) di quei film ritenuti abbastanza in linea con quello recensito. Non so su cosa si basi questa sezione, se sulle tematiche, se sul regista o altro.
Si vedrà.

L'ultima sezione, molto particolare, ti indirizza invece in tutte le piattaforme legali dove puoi vedere il film. 
Ad esempio per Melancholia vedo che segnala anche Netflix. Ecco, tu clicchi lì e sarai DIRETTAMENTE dentro la piattaforma, col film pronto.
Insomma, mi sembra proprio una bella novità.
Metterò tutta questa roba A FINE recensione.

Sperando che questa cosa vi piaccia, un abbraccio





16.4.18

Recensione: "Tore Tanzt (nothing bad can happen) "


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Un film molto duro, ma importante da vedere.
E' la storia di Tore, un ragazzo alto e biondo che ha fatto dell'amore per il prossimo e della bontà d'animo delle missioni di fede.
Ma delle missioni di Fede nel vero senso della parola visto che è quest'ultima, la Fede, a guidarlo in ogni sua azione.
Un giorno, però, finisce a vivere in una famiglia che, in qualche modo, lo "adotta".
E in questa famiglia piano piano vengono fuori dei lati terribili ed è il nostro ragazzo, e non solo lui, a farne le spese.
Ma l'amore di Dio è più forte di ogni altra cosa e Tore accetterà il suo calvario.

allego recensione

Tore è alto, altissimo.
E biondo, biondissimo.
E buono, buonissimo.
E' ragazzo da superlativi assoluti Tore, ma del resto lui ha una Fede assoluta in Dio e Dio, se vogliamo, è superlativo assoluto dei superlativi assoluti.
Tore viene preso da due energumeni e portato nel mare. La colonna sonora è disturbante, ecco, manco il tempo di iniziare il film e tocca sta male subito -si dice lo spettatore-. E invece no, e invece Tore viene immerso nel mare, una specie di rito di iniziazione, una specie di nuovo battesimo -e di riferimenti biblici avoja, ne avremo- ma niente di più, è solo un innocuo e divertente gesto per entrare in questa stranissima (eh, soffro di superlativite) confraternita, una via di mezzo tra un laido ritrovo di punk e un gruppo di devoti vecchietti. Si urla a Gesù con capelli ritti e viola per capirsi.
Tore ha un sorriso talmente spontaneo e talmente vero che pensi che sia un malato mentale, che quei sorrisi spontanei e veri appartengono solo ai bimbi, si sa, che poi si cresce e le felicità spontanee e vere son sempre più difficili, sempre più controllate, sempre più nascoste, che c'è quasi da vergognarsi.
Ma del resto Tore è un continuo ondeggiare tra istintivi e bambineschi slanci d'affetto e timidi ritrarsi. I primi son tanto più frequenti dei secondi, chè Tore ama giocare, ama ballare, ama manifestare affetto, è vero, ma ogni cosa che secondo lui lo allontana dai suoi dettami, che sia il bere o l'emozionarsi per la bellezza femminile, ecco, lì si fa piccolo piccolo e fa due passi indietro. 
Ma te lo dice sempre col sorriso che no, non può, pace.
Accetta anche i suoi contini attacchi epilettici, da lui visti come simboli di fede quando, in realtà, hanno tutt'altra matrice.

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La Fede di Tore sarà base del film, se noi (specie agli atei parlo) non riusciamo a comprendere questa cosa ci troveremo davanti ad un film ai confini dell'assurdo. In realtà lo dico da subito, anche per me si è andato un filino oltre la verosimiglianza ma alla fine ho capito.
Ho capito che questo film è perfetta metafora del calvario di cristo. E il calvario di cristo può avere piccole zone d'ombra, chè anche un perfetto cristiano alla fine la cattiveria la "sente", la odia e non la sopporta, è vero, ma la sua missione di fede la porterà fino in fondo.
Sono convinto che questo film possa portare a molte discussioni, specie per chi davvero non concepisce un amore così cieco e assoluto per chi, secondo chi ci crede, sta lassù. Sarebbe bello che tutti, però, cercassero di capire questa cosa e, di conseguenza, i comportamenti di Tore.
Ma ci torneremo, forse.

13.4.18

Recensione: "Buongiorno, Notte"

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Quando scrivi una recensione sullo splendido film di Bellocchio sul caso Moro e riesci, in decine e decine di righe, a non dire una sola parola sul caso Moro, sul clima dell'epoca, sulle verità e le menzogne, su cosa tutto ha rappresentato.
Il mio Buongiorno, Notte è un film di luoghi, è un film di prospettive, è un film con un solo e unico significato, lo stesso che, credo, Bellocchio volle darci.
Ovvero che solo attraverso la donna, o solo attraverso la nostra parte femminile, potrà cambiare qualcosa.
E Aldo Moro, magari, sarebbe davvero uscito all'alba, in pigiama, respirando aria fredda e libertà.

Che buffo (e che vergogna) che io di un regista grande come Bellocchio abbia visto un solo film - questo- e "addirittura" due volte.
Che strano che non mi sia mai capitato di veder altro, in una filmografia vastissima e di altissimo livello. Io poi che adoro il cinema nostrano.
E per giunta è ancora più strano che l'unico film visto suo e, ripeto, ben due volte (ieri, la seconda, invitato ad un cineforum) sia quello che per soggetto era forse il più lontano da me, io uomo così lontano e repellente al sociale e al politico.
Eppure che bello Buongiorno, Notte, sin dal titolo.
Ricordavo poco e niente, alcune scene assolutamente minori (come l'incipit col venditore d'appartamenti) altre più importanti ed, effettivamente, abbastanza indimenticabili, come la fuga all'alba di Moro, quella fuga che, ahimè, mai successe.
 A rivederlo adesso mi è sembrato un film più vecchio del 2003 ma, del resto, Bellocchio si è probabilmente rifatto ai maestri italiani del cinema "militante" degli anni 70 e 80.
E, siccome per ovvia incompetenza non entrerò minimamente nell'ambito della vicenda Moro ma mi limiterò a parlare di Buongiono, notte come "semplice" oggetto filmico, ecco, proprio da qui voglio partire.
Ovvero dallo stile scelto da Bellocchio.
Di solito quando si affrontano film di questo argomento, legato alla storia politica, sociale e cronachistica del nostro paese, prevale l'atteggiamento "verista", naturalistico, ovvero quello di un cinema improntato sul fortissimo realismo, sia formale che narrativo. Poi, invece, ci possono essere approcci più deformanti, grotteschi, quasi parodici e, ovviamente, il primo esempio che mi viene è quello di Paolo Sorrentino e del suo "Il Divo" (ma anche "Loro" sarà della stessa pasta).

9.4.18

Recensione: "A Quiet Place - Un posto tranquillo" 2018

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Un grande soggetto iniziale per un thriller/horror che avrebbe potuto essere grandissimo.
E che per tutto il primo tempo questa sensazione, questa sensazione di poter essere veramente grande, ce la dà.
Peccato che poi tutte le premesse vadano a naufragare, che tutta la possibile autorialità della cosa coli a picco, che da un film di silenzi e tensione si passi ad un survival troppo canonico e mostrato.
A mio parere un'occasione persa.

Direi che non posso trovare miglior incipit di questo:


Fantozzi si prende una tranvata sul dito incredibile, ma del resto si sa, Filini non è che ci veda molto bene.
Il Ragioniere sa che non può turbare il silenzio e la serenità del camping. Allora, con un'etica e una forza pazzesca, se ne corre lontanissimo, cercando un luogo dove poter sfogare tutto il suo dolore.
Ecco, se Fantocci ( Fantozzi!!!) fosse stato dentro questo film, dentro A Quiet Place, poteva corre ovunque, ma dovunque fosse andato non sarebbe cambiato niente
Perchè in qualsiasi posto avesse urlato in quella maniera, anzi, anche se si fosse limitato a un poco più che sussurrato "accideborlina" un'orribile creatura simile ad Alien sarebbe sopraggiunta e l'avrebbe fatto fori, dilaniandolo.
Questo è l'incredibile, originale (nel senso che mai era stato portato così alle estreme conseguenze) assunto di questo film. Nel mondo non è più possibile far rumore, che sia parlare, sbattere una forchetta in un piatto (la scena della cena mi ha tremendamente ricordato quella della colazione in Il Filo Nascosto), camminare in modo troppo rumoroso e qualsiasi altra azione nella nostra vita non avvolta dal silenzio.
I nostri protagonisti se ne vanno in giro sempre scalzi e io non ho potuto non immaginarmeli colpire di notte lo spigolo di un mobile.
E quel "porcama...!" che chiunque di noi urlerebbe che non può uscire fuori, pena la morte, un'atroce morte.

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Film molto ambizioso, molto coraggioso e dalla quasi impossibile coerenza (veramente, ci sono cose che non hanno alcun senso. Immaginate un peto non voluto di notte, sareste morti. E non è nè provocazione nè sarcasmo eh, ma incontestabile dato di fatto).
Siamo dalle parti di quei post apocalittici che partono già nel "dopo" e non danno praticamente alcuna spiegazione del come si è arrivati a quel punto. E' un tipo di scelta che amo molto ma, del resto, lo sapete, meno cose so meglio sto.
Quello che è sicuro è che ad un certo punto nel mondo ad ogni nostro minimo rumore sono iniziate a venir fuori queste terribili creature ad ucciderci. E' facile immaginare che il 90% della popolazione mondiale se ne sia andata in poche ore visto che tutti nella propria vita fanno un minimo rumore e che prima di capire quale fosse la causa di morte saranno passati giorni.

8.4.18

Recensione: "Suntan"

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L'ennesimo grande film della nuova cinematografia greca.
Kostis è un medico schivo e buono che arriva a lavorare in un'isola greca davanti Paros.
Un'isola morta d'inverno ma che diventa paradiso dello sballo e del sesso d'estate.
Quasi per caso Kostis diventa amico di un gruppetto di giovani turisti. Specie di Anna, l'unica ragazza greca del gruppo, bellissima giovane che instaura con lui un rapporto molto ambiguo.
Rapporto che andrà sempre più a fondo e che porterà Kostis dentro un'ossessione dalla quale non riuscirà più ad uscire

presente SPOILER grandissimo dopo ultima immagine

Suntan sembra cominciare da dove finiva un altro bellissimo film greco (tra l'altro l'ultimo che ho visto), Chevalier della Tsangari.
Ancora una nave, ancora il mare, lo stesso attore (che lì si perdeva in mezzo agli altri) in un ruolo praticamente identico a quello del film della Tsangari.
Kostis è un medicozzo ultraquarantenne, schivo, buono, apparentemente -e anche nei fatti- non un luminare.
Finisce, non si sa come, nell'isola di Antiparos che - come nome vi annuncia in modo perfetto- è piccola isoletta davanti Paros.
Ci arriva d'inverno, nel periodo natalizio, che nella sua stanza c'è anche un Babbo Natale che prova timidamente ad illuminare e rendere meno silenziosa e deprimente la cosa.
L'isoletta d'inverno è un mortorio, una specie di grande bar dove uomini bevono e parlano di fica nell'attesa che poi, l'argomento di cui parlano, arrivi d'estate.
E ad Antiparos, di quella cosa, ne arriva tanta, tantissima. E non solo ne arriva tanta ma questa è un'isola senza inibizioni, in cui in spiaggia ragazzi e ragazze se ne stanno nudi senza problemi, falli, tette e vagine al vento.
Un'isola dello sballo e del divertimento insomma, con a disposizione tante spiagge e una popolazione autoctona (solo 800 abitanti) che è troppo esigua per potersi sentire turbata.
Turbata un cazzo, viene da dire, non vedono l'ora arrivi l'estate per poter lustrarsi gli occhi e fare, finalmente, qualche affare (si lavora praticamente solo 3 mesi l'anno).

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Succede una cosa .
Succede che nella piccola clinica di Kostis arrivi una bellissima ragazza (greca ma comunque in vacanza, non di lì) che ha avuto un piccolo incidente col quad.
La ragazza è accompagnata dai suoi 4 amici stranieri, un gruppetto di bei ragazzi e belle ragazze completamente fuori di testa. In quei 5 minuti in clinica succede di tutto. Il timido Kostis è travolto dall'esuberanza del gruppetto (molto promiscuo tra l'altro, tutti vanno con tutti, senza differenze di genere) e, soprattutto, è stuzzicato da Anna (la greca) che con affetto e malizia scherza con lui.

3.4.18

Recensione: "Tonya"

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Non puoi mischiare in questo modo lo sport, la cronaca nera, l'umanità ed il cinema.
Perchè così mi dai tutto quello che io amo, tutto quello che mi rappresenta.
Non puoi farlo così bene perchè altrimenti mi regali uno dei film più belli che io ho visto in questi anni.
Tonya, per me, è un capolavoro.
E se è una cosa solo mia non importa, lo terrò stretto ancora più forte.

Questo film fa parte de La Promessa ( 3 su 15 )

E' il 1994, ho 16 anni, non so niente dell'universo femminile, mangio tantissimo, faccio tantissimo sport.
Ma, soprattutto, guardo tantissimo sport, scrivo di tantissimo sport, li seguo tutti.
Solo due anni dopo, a 18/19 anni un -chiamiamolo- incidente (se qualcuno del mio paesino legge questo post -non credo- sa a cosa mi riferisco, quell'incidente fece epoca) mi costrinse a letto per quasi tutta l'estate.
Il ginocchio in condizioni pessime, io a letto, una videocamera puntata sul televisore.
Ci sono le Olimpiadi di Atlanta. 
Vedo oltre 200 ore di diretta, le commento tutte live, da solo, come uno scemo, con questa immagine fissa del mio televisore e la mia voice-off. Dal tiro con l'arco alla lotta libera, dall'atletica alla mountain bike.
Ricordo i brividi al record dei 200 metri di Michael Johnson, le mie urla ancora prima che arrivasse in fondo, quel 19.32 che cambiò il mondo.
E alle mie urla seguirono quelle di mia madre:

"Che cazzo urli????? ma sei impazzitoooo????"

Questo quello che era per me lo sport.
Ma torniamo a due anni e mezzo prima, febbraio 1994, Olimpiadi Invernali di Lillehammer, Norway.
C'è la gara di pattinaggio artistico.
E' il turno di Tonya Harding, americana.
Qualcosa non funziona, la Harding non si presenta sul ghiaccio. Le telecamere la vanno a pescare mentre mezza disperata è nella waiting room a cercare di mettere a posto i lacci delle sue calzature. Alla fine, per pochi secondi, riesce a presentarsi. Abbozza un sorriso stentato, in questo sport che, come ad esempio il nuoto sincronizzato, obbliga l'atleta non solo ad essere atleta, ma anche ad esser bello e sorridente.
Parte il programma. La Harding sbaglia subito il primo salto e, dopo pochi secondi, si ferma. Va dai giudici, mostra loro il laccio strappato, ottiene la possibilità di ripresentarsi. Lo farà ma ormai è andata, arriverà ottava.
Siccome tutto quello che racconto io e racconta il film è vita vera eccovi qua:


"Sarà il karma" dice qualcuno, forse lo stesso telecronista.
Sì, o.k, ma perchè il Karma?
Perchè la Harding meritava questo?
Sul podio una NON sorridente Nancy Kerrigan, sempre americana, vincerà l'argento.
Pochi mesi prima, nemmeno due, la Kerrigan era stata mezza gambizzata da un pazzo furioso durante una seduta d'allenamento.
Incredibilmente sul posto era presente una telecamera che in tempo reale, 4,5 secondi dopo "l'incidente", riuscì a filmare tutto.
Eccovi qua anche questo:


Tutto questo solo per raccontarvi da dove vengo.
Tutto questo per farvi capire cosa possono significare questi film per me.
Tutto questo per giustificare, forse, quello che sto per dire.
Per me Tonya è un capolavoro.

Tonya ha un nome orribile, inconsueto, tondo e quasi maschile, giusto quella piccola "a" che cerca, fin dall'anagrafe, a darle un pochino di femminilità.
Ma del resto a quel nome corrisponde quello che lei è, ovvero una ragazza sgraziatella, quasi un maschio, una che va a caccia, ripara automobili, taglia la legna e manda affanculo anche le nuvole troppo lente.
Ma se l'omen nomen funziona nel fisico e nel carattere sembra invece clamorosamente aver toppato nello sport scelto da Tonya (o dalla madre).
Ovvero il pattinaggio artistico, lo sport delle ragazze filiformi e leggere come piume, lo sport dei sorrisi, della grazia e della classe.
Tonya è pesantuccia, sboccata, bruttina, col sorriso forzato, diretta, stronza, incazzereccia.
Non si sa mica che ci fa là dentro. 
In effetti questa pare una storia opposta al talento, alla predisposizione.
E se fosse il contrario?
Se proprio questo fosse il talento, ovvero il riuscire, il trionfare, in qualcosa completamente opposto a quello che sei?
Non lo so, sta di fatto che Tonya da bambina è un prodigio. 
Entriamo un attimo nel film ma, d'altro canto, c'eravamo già in tutto quello che ho raccontato fino ad adesso, anche se partendo dalla fine.
La piccolissima Tonya ha solo 4 anni. La madre la porta da un'istruttrice federale perchè è convinta che la sua bimba possa spaccare i culi alle altre.
O.k, frase di raccordo giusto per arrivare alla madre.

2.4.18

Recensione: "El Metodo"

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Dalla Spagna un altro gran bel thriller psicologico.
Interamente ambientato in una stanza El Metodo racconta di un colloquio di lavoro dove i sette candidati ben presto si renderanno conto che la selezione sarà molto anomala.
Nessuno dell'Azienda si presenterà, saranno sempre soli.
Comincerà una competizione senza scrupoli, quasi disumana, un mors tua vita mea per avere quel posto.
Intanto Madrid è semi-distrutta da una protesta No Global.
Il macrocosmo di fuori e il microcosmo di quella stanza inizieranno sempre di più a diventare una cosa sola.
Peccato per due piccoli problemi che lo allontanano dall'eccellenza.
Ma, insomma, da non perdere

Sta diventando una vera e propria passione quella per i film ad unica ambientazione (ne feci una lista QUI), in una stanza o poco più. Poco tempo fa, non ricordo in riferimento a quale film, un lettore mi scrisse che quel dato film -a unica location- non gli era piaciuto perchè privo di sceneggiatura. Purtroppo è errore comune quello di confondere la sceneggiatura con il susseguirsi degli accadimenti, con il plot, con le "cose che succedono". In realtà una delle componenti più importanti dello script sono i dialoghi. Tanto che quel giudizio dell'amico lettore diventò quasi paradossale per quel film visto che, un film dove accade quasi nulla ma è un continuo dialogo per 120 minuti è, all'opposto, da definire proprio un film di pura sceneggiatura.
Ed è chiaramente un film di sceneggiatura anche questo El Metodo, film spagnolo di chiara origine teatrale, interamente ambientato in una stanza (più un bagno).

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Siamo a Madrid, nelle strade imperversa una violenta protesta No Global contro il Fondo Monetario Europeo (mi pare ma, insomma, una cosa del genere).
Nel frattempo in un grattacielo cittadino 7 candidati che ambiscono al posto di importante Dirigente si ritrovano in un'unica stanza dove, presumono, avverrà il colloquio finale (hanno già superato altre selezioni).
Il fatto è che non si presenta nessuno dell'Azienda, i 7 rimangono soli. Ben presto capiscono che il criterio di valutazione usato dall'Azienda è molto particolare, un fantomatico Metodo Gronholm per cui avverrà una sorta di selezione naturale portata avanti dagli stessi candidati, senza inferenze esterne.
Parte una specie di gioco al massacro.

29.3.18

Cinema e Musica - 4 - Recensione: "Bomb City" - Scritti da voi - 116 - Alex Cavani


E dopo Giorgio Neri torna qua a scrivere anche il nostro giovane musicista Alex Cavani.
Ci tengo a dire che questa recensione qua sotto (identica anche per impaginazione) Alex l'ha già pubblicata altrove, segnatamente nel sito di Shiva Produzioni.
Nelle rubriche esterne di questo blog c'è una sola regola, scrivere qualcosa in "esclusiva", non già pubblicato altrove (ma va bene il contrario, portare poi l'eventuale recensione dove si vuole).
Per una volta, credo l'unica (a meno che qualcuno non mi abbia "fregato") ho disatteso questa regola perchè l'autore, Alex appunto, mi ha privatamente chiesto quanto gli sarebbe piaciuto mettere anche qua la sua recensione. 
Di un film poi che l'ha sconvolto e che considera un capolavoro.
Buona lettura, specialmente a chi ama questo connubio tra cinema e musica, tra cinema e vita reale

Premessa: Questo è un film che fa male, malissimo. Non l’avrei mai pensato una volta iniziata la visione, spinto principalmente dalla convinzione di aver davanti agli occhi un bel film dall’anima punk, come non se ne vedeva da tempo. E invece c’è una frase, pronunciata da uno dei personaggi cardine sul finale della pellicola, che fa più o meno così: “con le lacrime agli occhi e il cuore in gola”; ecco, questo era il mio stato d’animo alla fine di questi 95 minuti di film. Volevo scrivere qualcosa subito dopo averlo visto, ma mi sono reso conto che non avevo davvero la necessaria lucidità per farlo, tanto grandi erano le emozioni che provavo; quindi cercherò di farlo ora, a distanza di un paio di giorni, sperando di riuscire a trasmettere un po’ di quello che questo film ha trasmesso a me. Inutile dire che saranno presenti spoiler medio-grandi, ma cercherò di non esagerare perchè desidero che questa storia vi affascini e vi catturi senza saperne troppo, come ha fatto con me. E no, non parliamo di un semplice “punk movie”, questo è molto, ma molto di più.
P.S. Penso che la lettura di questo articolo sia perfetta se accompagnata dalle canzoni che ho messo qui e lì, tutte legate al film. Vi invito a cercare i testi se volete leggerli.

“How’s it going New York? I chose to speak to you in a square because I think we’re kinda conditioned to listen to people when they’re in the shape of a square. And also, here in Hollywood this is where we give people what they want: Violence, I guess that’s what it seems to come down to. What I wanted to talk to everyone today about, I don’t really want to preach, I just want to more bring up some questions and since I always tend to be a scape-goat I thought we’d talk about Blame.
Right now everyone wants to blame music, they want to blame movies. But we’ve forgotten that we have a dead guy hanging from a tree in our living rooms, and that’s something that we’ve worshipped all our lives. If you think about the crucifix, it’s the greatest mass market piece of merchandise in the history of the world. I’ve always found that to be kind of interesting that we haven’t really sat down and talked about that on the news.
And I also wondered why nobody cares when an adult commits some senseless act of violence. They don’t want to have a reason why. It’s only when a kid does it.
But I think what’s really begun to confuse people now, and why we’re in this state of chaos and PC non-sensical uptightness. It’s white teenagers. That’s the real enigma: Why are they mad? They’re middle class, they’re white, they’re spoiled.
Is it because they know America’s a lie? Is it because we make them feel like they’re never good enough. You know? They’re never good enough for the scholarship, for the car, for the girl. Never good enough to be famous for fifteen minutes.
Are we suprised why they’re mad or why they end up dead. Why the violence? You know.. you made them America, what do you expect”?

“Based on a true story”: quando leggiamo questa frase prima dell’inizio di un film, sappiamo già bene o male dove si andrà a parare, quanto le suddette parole possano essere sfruttate per attrarre più spettatori incuriositi dalla presunta verità messa in scena, salvo poi rivelarsi promesse vane nella maggior parte dei casi.

28.3.18

Recensione: "Oltre la notte"

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Oltre la notte è il silenzioso viaggio dentro l'anima ormai morente di una donna che in un solo secondo ha perso tutto.
Nel suo dolore, nella sua rabbia, nella sua afona e metodica voglia di giustizia e vendetta.
Nemmeno un film sull'elaborazione del lutto perchè, qua, il lutto non si prova mai nemmeno ad elaborarlo.
Un grande finale, una Diane Kruger di raggelante bellezza e bravura

presenti pesanti spoiler

Mi piace tanto questo titolo italiano (non so se traduzione fedele), Oltre la notte.
Non che sia originalissimo, che la notte, da sempre, da un'altra di notte, quella dei tempi, è stata spesso metafora di altro.
Pensiamo solo a uno dei romanzi più imprescindibili che esistano del 900, Viaggio al termine della notte di Celine.
La notte come metafora del nostro profondo, delle nostra zone più scure e inaccessibili.
Oppure, come nel caso del film di Akin (che avevo già incontrato col cult Soul Kitchen), una notte che è metafora di un dolore talmente profondo da non avere chiaroscuri, squarci di luce, nulla.

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Ed ho trovato bellissimo che non si sia tradotto "dopo la notte" ma "oltre la notte", come se questa notte di vita e di anima non sia semplicemente un momento, un accadimento, un minuto in cui niente è più come era nel minuto prima. No, una notte che pare luogo quasi fisico, da oltrepassare, non solo un mero contestualizzare un prima e un dopo.
Perchè quando accadono tragedie simili tutti noi dobbiamo vivere il dopo la notte, è inevitabile, la nostra vita è una linea retta nel tempo. Ma quasi nessuno quella notte sa superarla, scavalcarla, andargli oltre.
E a significare l'importanza di questo titolo c'è anche il fatto di quanto arrivi in ritardo, dopo un lunghissimo prologo.
Dopo che Katja, la nostra protagonista, conosce la sua notte.
Ed è la notte più terribile che esista, quella dove, giusto il tempo di una sauna ristoratrice, se ne vanno via i tuoi due amori più grandi, tuo marito per cui hai così aspettato e lottato e quel bambinello simpaticissimo, tutto occhiali e creatività, ancora, per restare in metafora, all'alba della vita.
Katja non ha più nulla se non lo stanco e al tempo stesso disperato bisogno di capire cosa sia successo.
Akin ci porta nell'intimità del dolore, quella della casa silenziosa e in penombra, quella della migliore amica che ti piange alle spalle ma ha il dovere di farti forza, quella dei nervosismi parentali, quella delle inopportune ma doverose domande degli inquirenti.
Chissà in questi casi come si fa a staccar la testa dal dolore, come si fa a ragionare, come si fa ad accendere ad intermittenza la parte del cervello obbligata ancora a funzionare, per non impazzire.
Ho trovato questa la parte più potente del film, quella che urla realtà più di tutte, quella dove si staglia una figura raramente raccontata meglio in questi anni, quella dell'amica del cuore.
Una ragazza che se ne sta sempre lì, che non parla tanto perchè sa che non c'è niente di cui parlare, una che sa accusare colpi anche duri perchè, lo sa, in questi casi anche i migliori amici possono ferirti, mandarti via.
Dove c'è Katya c'è lei, con un dolore che le disegna il volto davvero verosimile.

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Ma del resto Oltre la notte eccelle in questi personaggi secondari, così belli, così poco ambigui, così umani. E mi riferisco anche all'amico avvocato, un bell'uomo che, nel 90% degli altri film, avrebbe flirtato con la bellissima donna e amica (una straordinaria Diane Kruger) che stava aiutando. E invece no, e invece Akin ci regala un uomo tutto d'un pezzo, uno che semplicemente fa il suo lavoro infarcendolo di umanità ed amicizia, uno che non sbaglia una parola e sa star vicino.
Katja ha questi due tesori vicini, ma la notte è comunque scurissima.
Il film è diviso in 3 atti molto ben distinti. Il primo è quello della famiglia, dove conosciamo i personaggi e si consuma la tragedia.
Il secondo è, mi pare, "la giustizia", dove seguiamo tutto il processo.
Il terzo, forse quello che rende "Oltre la notte" un film anche abbastanza originale, è "il mare", quello in cui la disperazione di Katja la porterà a gesti estremi nel sole della Grecia.
Non siamo davanti ad un capolavoro, forse per via di un'andatura un pò schematica, di un film privo di guizzi e che forse commette l'errore di non gestire bene il climax, con una prima parte a mio parere abbastanza superiore alla seconda e un'ultima leggermente tirata per le lunghe (anche se porterà ad un finale bellissimo).
Non sono un grande amante dei legal thriller e forse la seconda parte mi ha un pò allontanato dall'empatia della prima. 
Anche se quella biondina assassina seduta e silente, la deposizione di suo suocero e l'inquietante e grottesca sequenza col greco sono tre ottimi elementi.
Stranissimo che Akin abbia deciso di non mostrarci nemmeno un secondo delle deposizioni dei due assassini. Se ne restano sempre lì, freddi e silenziosi, quasi due automi, fino a quella odiosa e incontrollata esplosione di gioia per l'assoluzione.

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A me piacciono più le piccole cose.
Katja che va a scegliere le bare e si limita ad accarezzare quelle prescelte, Katja che va nel luogo dell'attentato e "abbraccia" quel muro tinteggiato a striature di rosso, striature di rosso che non sono design ma simbolo di morte. Morte di chi più ami.

Quasi inevitabile arriverà la scena del suicidio.
E, che buffo, è una scena praticamente identica, identica, a quella vista recentemente nel bel Corpo e Anima.
Una giovane donna nuda in vasca, i polsi recisi, l'attesa della fine.
E poi una telefonata salvifica in entrambi i casi.

 Poi, siamo in Grecia.
Ed è forte questo contrasto tra il mare, tra la terra del sole e l'oscurità ormai obnubilante che avvolge Katja.
A questo punto lo spettatore segue la vicenda come un thriller che ha soppiantato il drammatico.
Le ipotesi possibili sono tante (io ne ho fatte 3,4, alla fine ci prendevo per forza).
Il senso di schifo per quelle persone è altissimo, tanto che tu speri veramente li faccia fuori senza pietà.
Perfetta, veramente perfetta, la scelta di vendicarsi nello stesso modo, costruendo la stessa identica macchina di morte.
Chissà se quegli omicidi avrebbero portato Katja oltre la notte.
Io non credo.
E non lo crede nemmeno lei.
E allora si arriva al finale più terribile e coerente che ci possa essere.
La vendetta si compierà, ma motivi per restare di qua nel nostro mondo comunque non ce ne sono più, anzi, dopo aver compiuto la vendetta se n'è andato anche solo l'ultimo che restava.
Chissà se Katja ha pensato che in quel momento se ne sarebbe andata nello stesso modo in cui se ne sono andati suo marito e suo figlio.
Io credo di sì.
L'ultima inquadratura è straordinaria, la macchina da presa che si allontana da quel rovente luogo di morte e piano piano se ne va su, superando quell'albero che lentamente sta prendendo fuoco.
E arriva su in cielo, quel luogo simbolo di disperati nuovi abbracci, ricongiunzioni.
Ma io voglio scendere un attimo da quel cielo che poi diventa mare.
E voglio tornare a Katya nella cameretta del figlio.
Un letto a castello.
Una sedia per salire, uno scivolo per scendere.
Quel letto è, per me, simbolo del dolore più forte.
Katja è salita su, piange come non ci fosse un domani, abbraccia il cuscino del piccolo Rocco.
Katja è salita sul letto del dolore ma non riuscirà mai a prendere lo scivolo per scendere, per tirarsene fuori.
Resterà lì, nel letto.
Nella notte.
E ne resterà inghiottita, senza poter andare oltre.
O forse sì.
Forse quello scivolo porta nel cielo, un cielo capovolto

27.3.18

Boarding House - 12 - Recensione: "Lo Squartatore" 1985 - Leland Thomas

Bits-&-Pieces-1985-movie-Leland-Thomas-(4)

Dopo mesi e mesi è finalmente tornato Giorgio.
Ma del resto lui e i ritardi sono un tutt'uno.
Se non sapete chi è Giorgio, infatti, leggete qui.
In ogni caso eccolo con un nuovo capitolo di quella che è, a questo punto, la rubrica esterna più longeva del blog.
Giorgio è un luminare di questo tipo di cinema, cinema misconosciuto, cult, disturbante, anarchico e weird.
Buona lettura ;)



Nel 1985 l’horror, prima di tutto, e poi il gore e lo splatter si
erano ben piazzati nella cultura di massa, accalappiando sempre più
fan, sebbene le majors lo tenessero a bada come un figlio deforme da
rinchiudere in qualche scantinato. Nell’anno domini 1980 erano usciti
Antropophagus di Joe D’Amato, Paura Nella Città Dei Morti Viventi di
Lucio Fulci, Shining di Stanley Kubrick, Venerdì 13 di Sean S.
Cunningham, Inferno di Dario Argento - e nel 1981 era uscito Nightmare
di Romano Scavolini...
Nel 1985 erano in programma Re-Animator di Stuart Gordon, Phenomena di
Dario Argento e sopratutto Il Giorno Degli Zombi di George A. Romero,
il capitolo della trilogia sugli zombi più cattivo, violento,
sanguinoso che Romero avesse concepito nel fondare il suo
personalissimo mondo cinematografico.
Quindi, il sangue scorreva a fiumi, insieme ad intestini e cervella.
Un passo indietro: Maniac di William Lustig è del 1980. In altre
recensioni di questa rubrica lo si è citato spesso. È, come si dice,
la summa di tutto quello che possa essere un serial-killer disturbato,
ossessionato dal suo passato sporco (madre puttana e punitiva) e che
si prenda la briga di assumere il punto di vista dell’assassino in
maniera precisa, studiata a tavolino senza retorica e, soprattutto,
senza tirarsi indietro nel mostrarne le peggiori nefandezze.
Nonostante questo, il film aveva una sua ricercatezza e anche un certo
gusto per l’immagine curata nonché un attore come Joe Spinell -
co-autore della sceneggiatura e ideatore del soggetto - che mise tutto
se stesso in questa perfomance davvero eccellente. Nel 2012 è stato
presentato al pubblico il remake tutto in soggettiva di Franck
Khalfoun, prodotto da Alexandre Aja e interpretato da Elijah Wood.
Non passa, quindi, senza lasciar traccia.
Probabilmente già nel (e dal) 1985 ci sono stati miriadi di epigoni e
questo film di Leland Thomas s’inserisce appieno in quella lista
imbrattata di sangue.


Leland Thomas ha scritto e diretto solo questo film. Ha dichiarato che
il prodotto emulsionato sulla pellicola era tremendamente orribile e
lo aveva fatto su commissione perché i produttori, e lui medesimo,
volevano ricavarci bei soldi. Ma questi produttori, paradossalmente,
lo avevano alleggerito delle sequenze più gore.
Grave errore, come la classica zappa sui piedi.
Infatti, il film non lo conosce nessuno ed è arrivato in Italia
soltanto in vhs (per la Skorpion) intitolato Lo Squartatore (il titolo
originale è Bits & Pieces). I distributori italiani erano di bocca
buona e all’epoca bastavano un po’ di sangue e tette succulente per
dare una possibilità commerciale ad un prodotto realizzato alla meno
peggio. Ma che aveva davvero quel quid che lo rendeva assolutamente un
diamante allo stato grezzo.
Grezzo, appunto, è il termine giusto.
È il motivo per cui potranno piacere e mandare in solluchero le scene
che seguono.