29.9.11

Recensione: "Coverboy"

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La sensazione che ho provato a fine visione è stata quella di aver visto un film intelligente, profondamente intelligente. E genuino, vero, umile. Ci voleva poco per renderlo eccessivo, fastidioso, morettiano, ma il regista Amoroso è riuscito invece con sobrietà e intelligenza a raccontare una piccola storia e al contempo lanciare (se mai ce ne fosse il bisogno) un grido d'allarme, un terribile grido d'allarme che le ultime generazioni (e non solo loro) stanno vivendo, il terrore di non avere un futuro.
Ioan è un ragazzo rumeno che quasi per caso si ritrova da solo in Italia. Conosce Michele, un precario addetto alle pulizie. Si instaura una profonda amicizia sull'orlo della disperazione. Fino a quando Ioan non si ritrova a fare il modello...
Amoroso parte da immagini d'archivio sulla fine del Comunismo nell' Europa dell' Est. Ioan vede assassianre suo padre poco prima della definitiva caduta di Ceausescu. Molti anni dopo, ormai ventenne, un suo amico lo porta in Italia per guadagnare soldi facilmente. 

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L'amico viene fermato sul treno dalla polizia, Ioan rimane solo.
Ben presto si rende conto che la differenza tra i giovani romeni e i giovani romani (italiani) è minima. Il paese di Bengodi, coem letteratura vuole, è solo un'illusione, portare il pane a casa è durissima per tutti. Amoroso racconta con molto tatto l'amicizia tra i due ragazzi, l'atmosfera che pervade il film è di profonda verità, al limite del documentario. Ottimi i due attori, specialmente Luca Lionello, talmente bravo da superare in alcuni casi il confine tra la recitazione e la naturalezza. La fotografia non aiuta -troppi i cambi di luce se non quelli addirittura di grana- ma la regia non ne risente troppo. Come definizione vuole, il film rappresenta benissimo cosa voglia dir precario. Ci sono momenti in cui lavora solo uno dei due, altri in cui lavorano entrambi, altri ancora in cui sono ambedue disoccupati, tutto in pochi giorni. Si arriva al paradosso di sognare di aprire un locale in Romania, al completo ribaltamento della situazione iniziale . A questo proposito molto incisiva la scena in cui Michele si finge extracomunitario, incisiva perchè dimostra benissimo senza neanche apparire tanto forzata cosa vuol dire mettersi nei panni l'uno dell'altro. Amoroso vuole raccontare una storia, la narrazione è la prima istanza che lo muove. Lo fa in maniera un pò discontinua (troppo lunghe e reiterate le sequenza dell'alta moda ad esempio) e alcune volte un pò troppo ad effetto (i nudi integrali maschili non una, non due, ma tre, quattro volte atte soprattutto a conferire in Michele una latenza omosessuale forse inutile alla fine dei conti. O forse no...) ma riesce in maniera magari un pò grezza a dire tutto quello che voleva dire. Tra l'altro crea una scena madre fantastica, quella del manifesto pubblicitario. Senza bisogno di un minimo dialogo rappresenta al meglio in una sola immagine cosa sia la speculazione sul dolore, il definitivo crollo di qualsiasi minimo valore. Quel "dovresti vergognarti" che Ioan riserva alla fotografa è in questo caso perfetto perchè in completa "simbiosi" con tutta la sua vita. Il rifiuto di trarre profitto da una tragedia che l'ha colpito così profondamente (specialmente negli affetti) è quasi dovuto. Meglio avere la dignità di trovarsi difficilmente da mangiare che affogarsi ipocritamente nella Milano da bere.
Il finale, se da un lato risulta un tantino forzato (proprio lo stesso giorno? E quella telefonata sarebbe stata così importante? ), dall'altro è costruito in maniera esemplare perchè riesce a cambiar scenario almeno tre volte in 5 minuti.
Forse, affinchè Cover Boy risulti più incisivo, affinchè quel grido d'allarme sia urlato ancora più forte, non è altro che un finale necessario.

( voto 7 )

26.9.11

Recensione: "La Donna che canta"

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leggerissimi spoiler, pericolosi solo per gente intuitiva...

Se non fosse per alcune forzature e per quello che a mio parere è un errore di sceneggiatura addirittura pacchiano, non avrei difficoltà a considerare La Donna che canta un capolavoro assoluto, un film indimenticabile.
Una pellicola che mischia in maniera geniale la Storia alla Tragedia greca (una famosissima tragedia greca ripresa in maniera quasi speculare), che attraverso le sconvolgenti vicende che ruotano intorno a Nawal e alla sua famiglia cerca di intraprendere un discorso più ampio, molto più ampio.
Nawal è una libanese trapiantata in Canada. Ha due figli gemelli. Alla sua morte i ragazzi scoprono nel testamento di essere stati "incaricati" dalla madre di tornare in Libano per cercare il fratello (che non sapevano di avere) e il padre. E' il suo ultimo volere, impossibile sottrarvisi.

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" La morte non è mai la fine di una storia" afferma ad un certo punto il notaio amico di famiglia ai due gemelli. Niente di più vero, per i ragazzi la morte della madre significherà probabilmente l'inizio della loro storia perchè la difficile e tremenda ricerca delle proprie origini li porterà a scoprire per la prima volta chi sono e da dove vengono.
"A volte è meglio non saper tutto" viene detto a Jeanne, la figlia femmina. E' davvero meglio così? Vivere una vita spensierata che ha alle spalle un segreto enorme oppure conoscere la tremenda verità? (la stessa domanda e opzione che, all'incirca, abbiamo alla fine di Old Boy - con il capolavoro di Park non finiscono qui le somiglianze...- e Shutter Island). I ragazzi scelgono la seconda opzione, estirpare completamente le proprie radici dalla terra anche se queste sono letteralmente cosparse di sangue.
Sangue di vittime innocenti, come quelle del conflitto civile libanese tra cristiani e musulmani. Nawal ( la madre) scoprirà con i propri occhi che non c'è una fazione che si possa preferire all'altra, che la violenza e lo sterminio sono gli unici mezzi conosciuti per prevalere l'un sull'altro. La terribile scena dell'autobus (turning point della vita di Nawal) la porterà a non credere più a niente, nè nell' Uomo nè nella propria stessa vita. Qualcosa si è rotto in quell'incendio e in quella fuga tragicamente interrotta della bambina verso la madre.

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Ma anche un altro sangue, il sangue del suo sangue, ha insozzato quelle radici. Una serie di terribili coincidenze porterà a un abominio che Nawal, una volta scoperto, non riuscirà ad accettare, preferendogli forse la morte. E' questo che vuole che i figli sappiano, è per questo che li rimanda in Libano. Non sarebbe bastato dirgli la verità, c'è bisogno che i ragazzi abbiano il quadro completo, che conoscano tutta la vita di Nawal perchè solo così probabilmente lei avrà la sua pace.
"1 + 1 può fare 1?" chiede Simon a Jeanne in una delle scene emotivamente più forti. L'equazione sembra impossibile ma questo non è il  mondo della matematica, questo è il mondo reale, quello dell'uomo e non c'è legge scientifica che regga. E così quell'infanzia, quel "coltello piantato in gola" viene finalmente fuori.
E come in Persepolis, come in Valzer con Bashir sembra che tornare indietro, analizzare la propria storia sia assolutamente vitale per il popolo mediorientale.
Il film, a livello puramente cinematografico eccelle. Già la prima scena con lo sguardo del bambino in camera (e una strepitosa canzone dei Radiohead in sottofondo) è da pelle d'oca. Forse il top è rappresentato dallo strepitoso piano sequenza dell'omicidio del politico da parte di Nawal.

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Ci muoviamo in spazi immobili in cui il tempo sembra essersi fermato. Gli scenari sono mozzafiato, dai sentieri disegnati del deserto alle strade distrutte dalle bombe. La narrazione è gestita in modo mirabile, il passato di interseca col presente alla perfezione, specie a Daresh quando in un perfetto montaggio alternato vediamo Nawal nel passato e sua figlia Jeanne nel presente cercare la stessa persona, il figlio abbandonato per la prima e il fratello scomparso per l'altra.
La recitazione (anche qui obbligatoria la lingua originale) è a livelli altissimi, oserei dire immensi per quel che riguarda Lubna Azabal, la donna che interpreta Nawal. Queste sono prove che un attore, e con lei lo spettatore, si porta dentro per sempre.
Purtroppo non mancano le forzature, specie quelle riguardanti Abou Tarek, il torturatore. Finisce proprio in quella prigione? E poi, a guerra finita, si rifugia proprio in Canada? nello stesso paese? nella stessa piscina?
E non manca un errore madornale riguardo le date e le età dei protagonisti, errore che spiegherò nel dettaglio con chi ha voglia di farlo.
Peccato perchè è un film straordinario. E' incredibile come l'amore e l'odio possano coesistere così. Un figlio frutto dell'amore diviene la tremenda reificazione dell'odio, un odio che poi si trova a generare suo malgrado altro amore.

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Le catene sono ormai spezzate, tutti sanno tutto.
E Nawal, una donna che ha subito le più grandi sofferenze che una donna possa subire, che lo ha fatto cantando per non doverci pensare, diventa simbolo di tutto, di ciò che di più bello e di più terribile possa venir fuori da una guerra che, come tutte le altre, rappresenta soltanto una nostra cocente sconfitta.

( voto 9 )

se possibile finchè non si è visto non leggere nemmeno i commenti sottostanti

23.9.11

Recensione:"Hobo with a shogun"

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Prendetemi per matto, per uno che vuole sempre e a tutti i costi trovare messaggi importanti anche nella spazzatura, per ragazzo che non si sa divertire o per quello che vi pare, ma Hobo with a shogun, oltre che uno strabordante e meraviglioso delirio splatter, è un film importante e, addirittura, quasi necessario.
Ma procediamo con ordine.
Il mondo è al collasso. O se non è il mondo lo è senz'altro la cittadina dove per caso arriva Hobo (chiamiamolo così), un senzatetto 60enne senza tanti scopi nella vita se non quello di comprarsi una falciatrice.
La cittadina non è amministrata dalle istituzioni ma da Drake, un ricco pazzo che la governa con il terrore.
Uomini pedofili vestiti da Babbo Natale, poliziotti corrotti ed assassini, persone che in cambio di pochi spiccioli si fanno torturare, omicidi come se piovesse e il tutto in una situazione di apparente normalità, come se questo fosse uno status quo ormai raggiunto. La famiglia Drake (strepitoso l'attore che interpreta il padre, molto simile in viso al Mistery Man di Strade Perdute) raggiunge tali vette di pazzia poche volte raggiunte al cinema precedentemente.

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Il livello gore è a rischio di straripamento, lo si capisce già prima del titolo iniziale con la fontana di sangue nel tombino (o con la locandina che ho trovato...). Hobo dentro la carcassa del poliziotto in questo senso è una perla del genere cosiccome la mano triturata della ragazza.
E gli assurdi e inconcepibili cavalieri della Peste sono una roba indimenticabile.
Hobo with a shogun non ha etica, i senzatetto vengono massacrati, una madre col bambino bruciata, uno scuolabus pieno di ragazzini incendiato, dall'interno, con un lanciafiamme. Eppure non c'è un minimo senso di fastidio, l'atmosfera esasperata e fumettosa smorza un pò tutto.
In questo contesto Hobo non ce la fa più, diciamo tranquillamente che si è rotto le palle. Inizia la sua sanguinosa vendetta, il suo violentissimo repulisti della feccia che imperversa nelle strade della città.
L'interpretazione di Hauer è memorabile ma non tanto perchè sia un grande attore, quanto perchè  il personaggio che interpreta esce quasi fuori dalla pellicola per entrare nella sua vita privata. Hobo è Hauer, un attore ormai fallito, un senzatetto di Hollywood. Come Rourke era Randy the Ram, un uomo sull'orlo del fallimento, anche famigliare, vanamente in cerca della gloria passata.
Ma il film, come accennavo all'inizio, assume un'imprevista valenza, un'importanza che può essere non percepita o non presa in considerazione ma che personalmente a me ha colpito molto.

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Hobo parla ai neonati come noi parleremmo ora ai nostri figli. E' questo il mondo che li aspetta? Un mondo dove la violenza non è più un mezzo (già di per sè da biasimare) ma addirittura lo scopo. Un mondo dove ogni valore etico e morale va a farsi friggere. Tutto nel film è esasperato, innalzato all'ennesima potenza, ma la base è tutt'altro che stupida. Il regista Eisener nasconde col sangue, coi colori accesi, coi personaggi assurdi e con scene inverosimili una realtà che purtroppo ci appartiene. E Hobo diventa il nostro paladino, quello che noi vorremmo essere, quello che addirittura noi vorremmo fare se solo fosse possibile.
E il finale, cinematograficamente affrettato e poco convincente, in questo quadro diventa molto simbolico.
So che rischio di rasentare il ridicolo, ma a me ha ricordato tanto un Sacrificio.
Hobo, c'hai provato, ma non riusciremo mai a liberarci dai nostri peccati.
Riposa in pace.

( voto 8 )

22.9.11

Recensione: "Frozen"

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presenti spoiler

Ammetto di essere rimasto un pochino deluso. Non perchè il film sia brutto, tutt'altro, ma perchè sin dall'uscita cinematografica era uno dei titoli che più mi aveva attirato. Avendolo perso in sala me lo sono visto solo ora in dvd.
Mi attirava perchè amo tremendamente le sceneggiature difficili intendendo per difficili non quelle che mettono in crisi lo spettatore ( Lynch vi dice niente?) ma quelle difficili da scrivere perchè spazialmente o temporalmente molto circoscritte. Non è un caso che sia uno dei pochi ad aver molto apprezzato Buried, caso unico nell'intera Storia del cinema di sceneggiatura senza alcuna via di fuga.
Torniamo a Frozen...
Tre amici in una stazione sciistica prendono a fine serata l'ultima seggiovia. L'addetto si dimentica di loro, blocca la seggiovia e se ne va a casa. Loro rimangono "appesi".
E' domenica, la stazione riapre il venerdì...
L'inizio non mi è piaciuto affatto. I primi 20 minuti, quelli che precedono il blocco della seggiovia, li ho trovati terribilmente adolescenziali, degni di una puntata sbagliata di O.C..
Dialoghi scialbi e noiosi, situazione molto statica e per nulla coinvolgente.
Poi una volta fermatasi la seggiovia sembra quasi che sia subentrato un nuovo sceneggiatore...
I dialoghi, anche perchè la situazione lo richiedeva, diventano molto più incisivi e i ragazzi cominciano a conquistare un minimo di spessore (quello che di solito si sarebbe dovuto formare nei primi 20 minuti).

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La situazione appare assolutamente credibile, così stupida e terribile allo stesso tempo. E' buono il senso di immedesimazione dello spettatore, quasi invitabile chiedersi "io che farei in questa situazione" e di conseguenza risulta spontaneo "entare" nel film e cercare di trovare una soluzione a quella tragedia, consigliare i ragazzi.
Ed è proprio qui che Frozen presenta quello che paradossalmente è insieme il suo più grande pregio e difetto.
Se è vero che tutto quello che accadrà è molto naturale e verosimile (a parte qualche eccesso splatter), è anche vero che manca forse un pizzico di genialità o di creatività, visto che si ripetono praticamente sempre le stesse azioni o situazioni (arrampicata, lupi, dialoghi etc...). Sembra un film un pò statico non nel ritmo, quanto nelle idee. Come detto, niente di male, tutto questo potrebbe anche esser considerato un pregio ma solo se il film, a mio avviso, avesse avuto un taglio più documentaristico e meno cinematografico. In questo secondo caso, forse, un'idea fulminante in più avrebbe solo giovato al contesto.
Non mancano le sciocchezze (il tuffo a gambe distese, la ragazza che tiene la mano nuda sempre scoperta, l'altro ragazzo che una volta fatto il miracolo di arrivare fin là non aspetta un attimo sperando che i lupi se ne vadano ma gli si butta in pasto). Stranissimo poi che nel momento di massima tensione ci venga offerto un dialogo di 5 minuti assolutamente inutile che riesce soltanto a smorzare quasi completamente la suddetta tensione.
Forte e intenso invece il momento in cui i due ragazzi dopo la morte del primo si scambiano reciproche accuse, umanamente molto drammatico. E buono è anche il richiamo all' 11 settembre, in particolare all'aspetto più terribile dell' 11 settembre, quello dei falling men.
Film onesto, che non usa tanti trucchetti (ad esempio molti di quelli che non lo avevano visto, io compreso, credevano che ci fosse coinvolto in qualche modo un pazzo assassino) ma che proprio nella sua semplicità rischia di venir dimenticato troppo presto.

( voto 7 )

19.9.11

Recensione: "The Locals"

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piccoli spoiler
Potrebbe essere una delle più grosse cantonate che abbia mai preso in questo piccolo blog.
Un film che più andava avanti più mi sembrava debole, banale, assurdo, a tratti disastroso, piano piano è riuscito poi a conquistarmi tanto da farmi emozionare.
Perchè The Locals avrà sì tanti difetti, ma ha un pregio incredibile: un cuore grande come una casa.
Siamo in Nuova Zelanda. Due amici partono per un weekend surfistico. Invece della classica spiaggia affollata cercano e trovano un posto molto fuori mano. Un posto molto strano con degli "abitanti" (The Locals) affatto ospitali...
Un viaggio in macchina interminabile e inutile mi aveva già fatto storcere il naso. All' arrivo poi delle due ragazze vestite in quel modo così improbabile sono stato a un millimetro dal premere eject sul telecomando. Poi le ragazze affermano di essere lì per un party. Un party? In un luogo così assurdo? In quell'ora di notte? L' eject è premuto ma troppo leggermente, il film non esce, in qualche modo vuole resistere. Vado ancora avanti e le scene sempre più assurde si ripetono: perchè le ragazze corrono a quella velocità in macchina su strade come quelle? che percentuale c'era di prendere un omicidio "in diretta"? perchè gli abitanti danno la caccia ai due ragazzi in maniera così indolente e svogliata? perchè per quanto si corre avanti e indietro (compreso in auto) alla fine stiamo sempre sugli stessi luoghi?

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Poi succede qualcosa di strano. E' come se quella ragazza bruttina con la quale stai parlando via via ti sembri sempre un pochino più intelligente e magari arrivi anche a conquistarti. O farti addirittura innamorare.
The Locals inizia a darci parecchie risposte, magari banali, magari confuse ma assolutamente verosimili.
Tutto d'un tratto ci parla della morte e di quello che poi accade in maniera inaspettatamente profonda, intima, quasi matura. La ripetitività, una delle tante facce che può avere l'Inferno - perdipiù ripetitività consapevole- ci sembra d'improvviso una cosa terribile e bene fanno gli abitanti di quella terra a volersene privare. I personaggi, specie le due ragazze, assumono un'aura tragica che fa davvero tenerezza.
Ma è l'Amicizia - e davvero la A maiuscola non fu mai usata meglio- ad essere la vera protagonista del film. Una volta che i due ragazzi scoprono la tremenda verità il film ha un'impennata. Raramente in questi ultimi anni avevo visto raccontare un'amicizia così intensa, genuina, viscerale. Il "voglio andare a casa", lo sguardo di quel ragazzo prima frivolo e ora d'improvviso conscio di quello che è diventato, la barzelletta detta in macchina in quella situazione così assurda ed emotivamente straordinaria, mi hanno fatto letteralmente commuovere perchè tutto è mostrato con una sobrietà, una semplicità, un rispetto davvero  inusuali, un basso profilo encomiabile.
E mi hanno fatto capire che i film si possono fare in maniera anche sbagliata ma quando riescono ad avere una propria anima, quando a prescindere da sceneggiatura, attori e regia, ci mostrano il loro cuore in maniera così evidente e allo stesso tempo così schiva, per me valgono più di qualsiasi capolavoro.

( voto 7 )

18.9.11

Recensione: "Sanctum"

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Mannaggia, nemmeno la soddisfazione di essere brutto... Mi ero già preparato la pessima battuta che fosse un film che fa acqua da tutte le parti ma purtroppo non è affatto così.
Sanctum, prodotto da Mr $ James Cameron, è un thriller claustrofobico ambientato, almeno da plot, nelle magnifiche grotte sottomarine di Esa-Ala (nome credo inventato) in Papua Nuova Guinea, quelle del famoso "buco" in mezzo alla foresta in cui si gettava Patrick de Gayardon nella leggendaria pubblicità (omaggiata tra l'altro in una scena). In realtà il film è stato girato quasi completamente in Studios.
Proprio il comparto tecnico è forse il punto di forza di Sanctum. La qualità delle immagini è straordinaria, che sia nelle magnifiche riprese aeree iniziali o negli stretti cunicoli sottomarini fa lo stesso. Cameron ha soldi e mezzi e senz'altro non fa niente per non dimostrarlo. Le location (ripeto, quasi tutte costruite in studio, incredibile) sono bellissime e malgrado il film si svolga quasi per intero all'interno di grotte abbiamo anche parecchia varietà, un luogo diverso dall'altro (penso alla base iniziale, al paesaggio quasi lunare in cui si riposano, alla pozza dove perde la vita la ragazza, allo spiazzo con il carrarmato).
La trama è scontata: un gruppo di speleologi, per "sfizio" di un ricco finanziatore, cerca di esplorare delle grotte sottomarine mai scoperte fino ad allora. Arriva un tornado, le grotte si allagano, loro rimangono bloccati.

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Bisognerebbe spiegare al giovane regista che in film quasi documentaristici come questo meno colonna sonora viene utilizzata meglio è. L'atmosfera sottomarina e di grave pericolo cui i sub rimangono vittime avrebbe reso infatti in maniera molto migliore con i soli rumori d'ambiente. Le musiche a mio parere rendono tutto troppo cinematografico ma questa è una tara che il cinema americano mainstream non riuscirà mai a togliersi di dosso (come l' happy end, e qui torniamo a The Descent...).
In fase di sceneggiatura Sanctum ha il pregevole merito di aver creato un personaggio a 360° (raro in queste produzioni), quello del padre. Scostante, cinico, freddo e pratico, ma alla fine vero eroe dell'intero film perchè fa capire a tutti che per la sopravvivenza comune i lacrimoni e i difficili rapporti interpersonali servono a poco, il fine deve giustificare i mezzi, anche se questi prevedono l'uccisione di due persone (entrambe le scene, quella della ragazza con la respirazione condivisa e quella del guineano affogato, molto buone, specie la prima). E' un personaggio davvero ben scritto, mai banale in quello che dice e in quello che fa, eroico fino all'ultimo (e molto bravo anche l'attore devo dire). Il film è quasi totalmente incentrato nel suo rapporto con il figlio e devo dire che malgrado l'evoluzione di tale rapporto per lo spettatore sia abbastanza scontata,  è stata comunque ben raccontata. E' come se quel Sanctum, quella cattedrale sottomarina in cui si ritrovano celebrasse un amore sia filiale che paterno fino ad allora mai espresso. Può apparire stucchevole, per me non lo è stato ( se non nel finale con l'accensione della piccola torcia a forma di dente...). E la scena in cui il figlio, suo malgrado, sarà costretto ad usare i metodi del padre sul padre stesso l'ho trovata molto drammatica e potente perchè prevarica ogni contingenza cinematografica, ha una propria forza "intrinseca" che credo possa colpire un pò tutti.
In definitiva un buon film che col regista giusto (non so perchè ma mi viene in mente il grande Kevin McDonald) poteva essere una bomba. Perchè, secondo me, più i film riescono a togliersi di dosso il cinema, più il Cinema riuscirebbe a produrre buoni film.
L'avete capita? Forse neanch'io.

( voto 6,5)

15.9.11

Recensione: "Happiness"


Mi avvicino per la prima volta al cinema di Solondz.
Il soggetto del film e la presenza si Seymour Hoffman mi facevano decisamente ben sperare ma Happiness è andato ben oltre le più rosee aspettative.
Il titolo è volutamente ironico, non c'è nessuna felicità, se non quella apparente, negli straordinari personaggi del film. Usando un piccolo gioco di parole avremmo potuto tranquillamente intitolarlo Happiless.
Film difficile perchè intelligente, colto, capace di scandagliare il lato oscuro dei propri personaggi, la loro vera natura -in alcuni casi davvero terribile- nascosta dietro la maschera di ipocrisia e di apparente felicità che spesso molti di noi sono costretti a portare.
Happiness racconta in maniera molto frammentaria -quasi ogni scena slegata all'altra- le vicende dei componenti della famiglia Jordan, dagli anziani genitori decisi a separarsi fino alle 3 figlie: Helen una bellissima scrittrice che dietro una vita di successo nasconde una profonda depressione; Trish che sembra avere una famiglia modello ma in realtà è sposata con un pedofilo e Joy, una ragazza bruttina e timida a cui va tutto tremendamente storto (lavoro, relazioni, rapporti interfamiliari), in maniera così totale e continuativa da raggiungere quasi livelli fantozziani. Tra l'altro l'attrice che la interpreta, Jane Adams, se la lotta con Hoffmann e Baker come MVP della pellicola.

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Solondz mescola insieme il tragico, il comico, il surreale, il drammatico e il trash ( ad esempio nei dettagli "eiaculativi" ) in maniera splendida, regalandoci alcune scene davvero leggendarie. Penso ad esempio al dialogo nel call center, alla speciale "colla" per cartoline di Allen o alla telefonata con scongelamento di bistecca. Non con tutti i personaggi però si permette di utilizzare gli stessi registri. Tutte le scene riguardanti Billy ad esempio (il marito pedofilo di Trish) non hanno alcunchè di comico o ironico ma sono al contrario tremendamente drammatiche ( serata dei sonniferi ) se non addirittura devastanti come quella della confessione finale al figlio, una sequenza davvero raggelante resa in maniera strepitosa da Dylan Baker (Bill) e dal piccolo Rufus Read, capace non solo qua, ma in generale, di offrire un'interpretazione strepitosa nei panni di un bimbo che, alle prese con i primi istinti sessuali, scopre di avere come padre un adulto a cui piacciono i suoi coetanei. E' lui a mio parere il personaggio più tragico, la vera e propria vittima del film.
Abbiamo parlato di sesso, già.... Quasi tutti i personaggi di Happiness hanno un difficile rapporto con esso. Esempio lampante quello di Allen, il vicino di casa di Helen, un sex addicted  incapace di intraprendere il benchè minimo rapporto con il genere femminile, se non attraverso telefonate spinte. E' un personaggio che fisicamente non ce la fa proprio a tener dentro le proprie voglie e in questo la recitazione di Seymour Hoffmann, sempre affannato e sudato come se avesse corso una maratona, è assolutamente sublime (film da vedere tassativamente con la lingua originale perchè gli attori sono tutti meravigliosi).
Un difetto di Happiness è quello di avere una parte centrale un pò stanca, di essere leggermente ripetitivo e un pò "lungo". Alcune scene, tanto per citarne una quella di Ben Gazzara con l'amante, potevano esser tranquillamente eliminate.
Per il resto è talmente alta la qualità della sceneggiatura, dei dialoghi, degli attori (praticamente tutti poi scomparsi, incredibile) e così caustica e sferzante la capacità che ha Solondz di raccontare le propri vicende, da rendere Happiness forse addirittura superiore al film che in qualche modo più gli si può avvicinare, lo splendido American Beauty uscito, è bene ricordarlo, 1 anno DOPO il film di Solondz. Happiness va molto più a fondo, e malgrado si differenzi dal film di Mendes per la sua vena ironica, è molto più cattivo.

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Ho rivisto anche un pò di Bunuel - quello del fascino discreto - in tutte queste tavolate (almeno 3 in ristoranti e 3 private) nelle quali alla fine i personaggi non mangiano mai (o lo hanno già fatto o lo stanno per fare). Potrebbe essere anche una semplice coincidenza però.
E proprio una tavolata, quella finale, servirà per riunire per la prima volta tutti i membri della famiglia, fino ad allora mostratici sempre in solitaria o al massimo in coppia. E' una tavolata di losers, di persone che in un modo o nell'altro, per colpa propria o di altri, nella vita hanno fallito.
E forse soltanto nella sequenza finale del film (strepitosa) vediamo per la prima volta un personaggio felice, una Happiness genuina e non apparente.
" I came" dice Billy a tutta la famiglia.
Te la meriti Billy. Una piccola grande felicità che ti meriti tutta.

( voto 8,5 )

11.9.11

Recensione: "Them"

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presenti spoiler

Parlando dello strepitoso Eden Lake (film in cui ho avuto la conferma personale di Fassbender) avevo citato il piccolo horror francese Them. L'analogia, a chi ha visto entrambi, parrà evidente anche se i due film optano per una strategia completamente diversa; uno, Eden Lake, mostra da subito gli aggressori, l'altro, Them, ce li nasconde e poggia molta della sua bellezza sul colpo di scena rivelatore finale.
Ieri ho deciso di rivederlo ed ho avuto la conferma: Them è un maledetto capolavoro del genere.
La storia, semplicissima e certo non originale, vede la classica giovane coppia nella classica casa di campagna venire disturbata (per usare un eufemismo) da qualcuno.
Il discorso è il solito: non è tanto il cosa fai, il cosa rappresenti, ma il come lo fai.
E in Them non c'è un singolo minuto dei 70 complessivi (a volte le brevi durate aiutano la qualità) ad essere sbagliato, non c'è una singolo aspetto che possa essere minimamente attaccato.

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La regia ad esempio è superba, si destreggia alla grande tra perfetti camera car, campi lunghi ripresi dall'alto magistrali, camere a mano nelle scene più concitate, carrellate all'indietro di vansantiana memoria e inquadrature sbilenche attraverso ogni angolo della casa.
La recitazione, come sempre nell'horror europeo, è di livello altissimo e ancora una volta (sia in film bellissimi come Martyrs, A L'interieur, At the end of the day, The Orphanage, Eden Lake e The Descent  ma anche in altri per certi versi meno riusciti come Frontiers, Alta Tensione e Silent Hill) si dimostra una legge ferrea: l'horror europeo è al femminile, non ci sono cazzi. Sarà una casualità o no ma tutti i più grandi capolavori del genere negli ultimi 10 anni avevano una donna come protagonista, magari affiancata da degli uomini, ma comunque regina indiscussa della scena. Tra l'altro, un'attrice migliore dell'altra. E non è un caso che anche in Them ad avere le palle sia lei, vero uomo della "famiglia" mentre lui è di una indolenza unica - basta vedere come ci viene presentato al "lavoro"- piagnone all'inverosimile (ma corri! al diavolo la ferita!) e capace di mostrare un minimo di carattere solo nel finale.
La narrazione è scandita in maniera mirabile con i 10 minuti iniziali del prologo -ottima la scena in soggettiva dall'interno della macchina col cofano alzato-, altri 10 minuti di presentazione dei due personaggi nella loro casa e i restanti 50 a raccontare, nel classico climax ascendente, il terrore dato dall'attacco degli "invasori".


Ma è l'uso delle location ad essere forse il vero punto di forza di Them. I registi sanno perfettamente che spesso è il luogo che dà l'atmosfera e non sbagliano una minima scelta. Prima la casa, gigantesca, vecchia e spartana, un dedalo di porte distribuite su tre (anzi, 4...) piani, rumori e scricchiolii dapertutto e una botola che porta a una immensa, e cinematograficamente eccellente, soffitta. La casa è il vero e proprio valore aggiunto, protagonista alla pari degli attori. Poi l'azione si sposta nel bosco... Anche qua l'uso del luogo è straordinario, buio, alberi fitti -ma non troppo-, sensazione di possibili agguati a 360° e la rete di delimitazione come ennesima grande trovata. E non sono da meno i sotterranei in cui Lucas si aggira disorientato alla ricerca di Clementine usando come unica "bussola" le urla della ragazza (ottimo). In tutte e 3 le location c'è un uso superbo delle luci, raramente ho visto delle riprese che raccontassero un buio così reale ed efficace , chapeau. E il colpo di scena  in questo contesto non è il capolavoro che salva o rivaluta un film, ma solo l'ennesima perla di un piccolo gioiellino. Da subito la mente mi è tornata al correre che sentivo dentro casa quando, di solito, gli assassini normali si muovono con cautela. Colpo di scena poi che non avviene alla fine (a dimostrazione che non era su quello che si puntava) ma prepara lo spettatore agli ultimi 10 minuti, anche questi perfetti, in cui l'orrore si mischia alla tenerezza, la rabbia alla pietà (scena della pietra). E il campo medio in cui vediamo la ragazza strillare dietro la grata e le automobili passare sopra di lei è ma-gni-fi-co. Per non parlare del finale, quello definitivo, con l'autobus e la scoperta, finalmente, da dove provenisse quel terribile rumore. Unica pecca a rovinare un thriller perfetto sono le scritte in sovrimpressione finali in cui veniamo a sapere come sono andate a finire le vicende, scritte inutili, superflue, quasi dannose.

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E Them riesce anche in un paradosso: le uniche due morti che vediamo non sono quelle dei protagonisti ma quelle degli aggressori. Sarà solo un horror, ma da scuola di cinema.
presenti spoiler
Parlando dello strepitoso Eden Lake (film in cui ho avuto la conferma personale di Fassbender) avevo citato il piccolo horror francese Them. L'analogia, a chi ha visto entrambi, parrà evidente anche se i due film optano per una strategia completamente diversa; uno, Eden Lake, mostra da subito gli aggressori, l'altro, Them, ce li nasconde e poggia molta della sua bellezza sul colpo di scena rivelatore finale.
Ieri ho deciso di rivederlo ed ho avuto la conferma: Them è un maledetto capolavoro del genere.
La storia, semplicissima e certo non originale, vede la classica giovane coppia nella classica casa di campagna venire disturbata (per usare un eufemismo) da qualcuno.
Il discorso è il solito: non è tanto il cosa fai, il cosa rappresenti, ma il come lo fai.
E in Them non c'è un singolo minuto dei 70 complessivi (a volte le brevi durate aiutano la qualità) ad essere sbagliato, non c'è una singolo aspetto che possa essere minimamente attaccato.
La regia ad esempio è superba, si destreggia alla grande tra perfetti camera car, campi lunghi ripresi dall'alto magistrali, camere a mano nelle scene più concitate, carrellate all'indietro di vansantiana memoria e inquadrature sbilenche attraverso ogni angolo della casa.

8.5

9.9.11

Recensione: "Dead Birds"

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Avete presenti quelle serate in cui vi capita di beccare a casaccio un film in televisione? Beh, io no. Nel senso che il 98% delle mie visioni sono sempre scelte a tavolino, magari 5 minuti prima, ma a tavolino. Per questo i film "casuali" con me partono in una posizione di vantaggio in fase di recensione, perchè nè li volevo vedere nè mi aspettavo niente da loro, cosìcche tutto quello che di buono mi offrono (tanto o poco) è sempre un qualcosa in più. E' come quando mangi gratis: se mangi bene è tutto di guadagnato, se mangi male niente di perso.

Per questo mi sento di essere particolarmente magnanimo con Dead Birds, un piccolo horror beccato per caso sul nuovo canale Horror di Sky (l'ex Fantasy).

Tradotto nel nostro mercato con il fantastico "La Casa Maledetta" (annoso il problema della traduzione dei titoli, ma a parte la schifezza della maggior parte di essi, come è possibile che rendano sempre più infantile il titolo originale? non è che l'equipe dei titolisti è formato dai figli 5enni dei distributori? magari è un modo di farli iniziare a lavorare già in tenera età), Dead Birds, almeno per un aspetto, è un film assolutamente sui generis. E' una ghost story ambientata nientepopodimeno che durante la Guerra di Secessione americana. Un gruppo di banditi (o di soldati disertori? o metà e metà? boh...) dopo aver rapinato una banca si rifugia in una casa sperduta -mix tra quelle di Texas Chainsaw e di Amytiville- vicino ad un campo di grano. Scopriranno di non essere soli, insomma, come esseri umani son soli, ma come forze maligne avranno la loro bella compagnia.

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La trama da un verso è semplicissima, dall'altro, quando scandaglia cioè il passato degli ex abitanti della casa, è quantomeno confusa, quasi incomprensibile. Io del perchè e del percome la casa sia maledetta ci ho capito quasi niente ma, come si dice, stica.

I banditi sono pieni d'oro, quindi si fidano poco l'uno dell'altro. Le varie sparizioni acuiscono sempre di più il senso di sfiducia, si formano vari gruppetti. Fanno benissimo la loro parte gli attori, infinitamente sopra la media del genere, con un Michael Shannon (qui identico a Di Caprio) che fa intravedere le doti che lo porteranno a Revolutionary Road ed a più di un film con Herzog.

I fantasmi son praticamente le copie di quelli nippo ma fanno alla grande la loro porca figura. E tra clichè vari - libri di evocazione, bambine voodoo etc...- assistiamo soddisfatti a più di una scena carina, niente di nuovo o di memorabile intendiamoci, ma al contempo niente da buttar via. Il mostro abbattuto all'arrivo alla casa (veramente notevole malgrado in un film ambientato negli anni 2000 sarebbe stata incomprensibile la reazione degli uomini alla sua vista, ma a quei tempi ci poteva stare), la ragazzina vicino alla porta, la scena della serva legata a terra ed eviscerata da mani invisibili, i cavalli dilaniati, la faccia cucita di Shannon, le sequenze finali nel grano, non sono pochi i momenti nei quali non maledici assolutamente di esserti messo alla visione del film, anzi, ne sei quasi contento. Il finale poi se da un lato è quasi incomprensibile (molto bello però il rimando all'inizio), dall'altro è veramente interessante perchè inserisce un elemento in più (altra dimensione? ari-boh...) a tutto quello che hai visto fino ad allora.

Insomma, se lo avessi scelto avrei forse storto un pò il naso, trovandomelo per caso davanti agi occhi lo voglio promuovere a pieni voti.

 ( voto 6,5)


7.9.11

Recensione: "The Descent: part 2"

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Prima di analizzare questo film è importantissima, quasi vitale, una premessa. Ci possono essere due diversi approcci alla recensione di The Descent 2. Se lo consideriamo il seguito del mezzo capolavoro di Marshall ( per come lo conosciamo noi) non possiamo far altro che bocciarlo sonoramente, e non tanto perchè gli sia inferiore, ma perchè stravolge completamente il meraviglioso finale, drammatico e poetico allo stesso tempo, che tutti nel primo capitolo avevamo amato così tanto. Però gli americani optarono per un finale alternativo, un happy ending che stuprava completamente il finale originale (sti americani devono sempre trovare una soluzione per uscir fuori dal buco nel quale si sono cacciati...). Quindi, a mio parere, non si può andar contro The Descent 2, semplicemente perchè non ha alcuna colpa. La colpa è solo di chi fece la scellerata scelta del finale alternativo di cui The Descent 2  è soltanto la naturalissima prosecuzione, quasi doverosa direi. Quindi è questo l'approccio che voglio avere, considerarlo un film degno figlio di una madre sbagliata.

Quando ho visto che alla sceneggiatura ha partecipato Watkins, il regista dello strepitoso Eden Lake, ho deciso di affrontare la visione.

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The Descent 2 è un buon film, forse buonissimo nel caso qualcuno non avesse visto il primo capitolo. Perchè, un pò come Rec, tornare nello stesso identico luogo, perlopiù molto circoscritto, non potrà mai far rivivere le stesse sensazioni provate nella prima occasione. E, ancora come Rec, sarebbe quasi stato impossibile introdurre nuove variabili (nuovi mostri, posti completamente diversi etc...) perchè avrebbe voluto dire stravolgere delle certezze che il pubblico aveva acquisito con il primo capitolo. Insomma, gli sceneggiatori avevano le mani abbastanza legate, il senso di già visto era inevitabile, stessa atmosfera, molte azioni dei protagonisti già usate in precedenza. L'unica cosa da fare quindi, era puntare su una storia diversa, su diverse interazioni tra i personaggi, e su dei possibili colpi di scena, magari figli del rapporto col primo capitolo.

Ho trovato la scelta di far tornare Sarah subito nelle grotte, il giorno stesso della sua uscita, una forzatura davvero evitabile. Probabilmente tale scelta è stata dettata dal colpo di scena cui assisteremo nella grotta (il "ricongiungimento"), altrimenti mandare una spedizione di soccorso senza di lei sarebbe stata una scelta molto più azzeccata oltre che assolutamente plausibile. Ho parlato di colpo di scena, già... Qui davvero non ci sono scusanti (a differenza, ripeto, di vedere Sarah viva) perchè quel "ritorno" fa davvero a cazzotti con quello che avevamo visto in The Descent. Peccato, perchè fino a quel punto il film reggeva alla grande, buonissima atmosfera e più di una scena da ricordare. Mi viene in mente la ragazza bloccata tra le pietre, il ritrovamente della telecamera e la visione dei filmati, il corpo della ragazza morta appesa del primo capitolo usato come "liana" (mi gasa moltissimo quando vedo questi raccordi tra due film diversi) o la scena di Sarah e Rios sul pelo dell'acqua. Restando sul versante splatter indimenticabili le picconate al braccio dell'insopportabile sceriffo. Gli attori fanno tranquillamente la loro parte, i mostri sono "usati" con molta frequenza e molto esplicitamente (tanto li consocevamo già...). Se devo dir la verità notavo con piacere che non c'erano nemmeno le esagerazioni presenti nel film di Marshall, in paeticolare mi riferisco all'eccessiva trasformazione di Sarah, psicologica e fisica. Poi ricompare Lei e, sinceramente, mi è un pò crollato tutto. Anche il finale, a mio parere, perde un pò di coerenza con il resto della pellicola perchè passare dalla voglia di uccidersi l'una con l'altra alla disperarazione ( da"suicidio") per la morte altrui è scelta quanomento un pochino azzardata. E quesi incomprensibile è quello che accade poi nel bosco.

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In definitiva un film che porta ad almeno tre diversi giudizi: visto come seguito del The Descent europeo merita un bel 5, considerato come fim a sè stante (per chi magari non ha visto il primo) può risultare davvero ottimo, se invece, come ho voluto far io, lo consideriamo sì un seguito, ma con tutte le attenuanti del caso (figlio di un diverso finale), non può che rappresentare una gradevolissima visione rovinata un  pò da alcune scelte davvero poco comprensibili.

 (voto 6,5)


2.9.11

Recensione: "Eden Lake"

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presenti numerosi spoiler

Mi chiedo: e se questo fosse il miglior survival cha abbia mai visto?

E' probabile che tale affermazione derivi dall'ancora non sopito entusiasmo post visione, ma non credo comunque di essere andato troppo lontano dalla verità.

Eden Lake è una meravigliosa, potentissima, opera prima (ancora una...) che sembra uscire direttamente dagli anni 70 tanta è la cattiveria "reale" che la contraddistingue, in barba agli eccessi splatter de A L'interieur, alla mistica impalcatura di Martyrs, alla surrealtà di Calvaire o alla "Rambata" della protagonista di The Descent, solo per citare quattro mezzi capolavori del genere della sopravvivenza (anche se presi singolarmente sono uno completamente diverso dall'altro).

E' tale il senso di realismo, l'atmosfera da incubo che la pellicola riesce a creare che raramente, forse mai, avevo provato una simile empatia per la protagonista. Una vera e propria apnea, talmente opprimente che, anche se può sembrare un paradosso, alla fine mi sono ritrovato a tifare per una tragica soluzione della vicenda. Ma l'atmosfera è solo uno dei tanti meriti di questa straordinaria pellicola.

Facciamo un passo indietro, alla trama.

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Jenny e Steve sono una giovane coppia . Decidono di passare il week end in una amena località -abbastanza fuori mano, importantissimo per il prosieguo- sulle rive di un lago nascosto in mezzo ai boschi. Non sono soli però, un gruppo di adolescenti teppisti comincia a prenderli di mira.

I due protagonisti sono magnifici. Fassbender, che avevo già osannato in Fish Tank, si conferma un grandissimo attore, capace di esprimere dolcezza e forza allo stesso istante con grande naturalezza. La scena in cui lui, orribilmente ferito, dialoga nella capanna con Jenny è roba da attori veri, splendido lui e splendida la sequenza. Sorprende ancora di più Kelly Reilly che riesce a regalare al proprio personaggio, dolcissimo, quella forza della disperazione che l'istinto di sopravvivenza inevitabilmente ti porta a tirar fuori, il tutto con molta credibilità, senza raggiungere ad esempio gli eccessi sopracitati in The Descent.

Un altro grande merito del film è l'essere totalmente fuori da ogni clichè del genere:

- Gli aguzzini vengono infatti presentati sin da subito, alla luce del sole, senza alcun colpo di scena (e in un film che per tematica ed atmosfera mi ha ricordato molto l'ottimo Them, questa di Eden Lake è una tattica completamente opposta).

- l'uso di 2/3 scene di altissima tensione che poi alla fine non hanno alcuno sfogo (loro nella tenda e l'incursione di Steve nella casa con la susseguente uscita dal tetto. Questa scena sarà poi importante perchè si ricollegherà perfettamente al finale con lo spettatore che appena vedrà i quadri appesi alla parete capirà con un brivido dove si trova. E la scena della ragazza che vede le ciotole di Bonnie e Clyde è una vera e propria perla di sceneggiatura, talmente ben escogitata da riuscir a manifestare orrore con ironia).

- l'andare fino in fondo in certe situazioni, vedi il ragazzino bruciato vivo o il finale, veramente terribile ma a mio modo di vedere strepitoso, oltre che perfettamente coerente con il resto del film.

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Ma Eden Lake non si limita alle sole immagini. Il film è infatti una fortissima denuncia verso un certo degrado giovanile, a una generazione che usa la violenza come passatempo e come manifestazione di una superiorità che, al contrario, nasconde invece un profondo disagio, un disastroso rapporto con la propria esistenza. Non è un caso che la protagonista sia una maestra. I bambini che a 6 anni la seguono composti ed ubbidienti, 10 anni dopo saranno probabilmente uguali alla gang di teppisti con la quale malauguratamente la giovane coppia avrà a che fare. E il j'accuse della pellicola è ancora più potente e diretto perchè è quello che una Nazione (in questo caso L'Inghilterra) rivolge verso i propri stessi figli. Impossibile non notare infatti come l'unico ragazzo ad essere fuori dal giro delinquenziale sia anche l'unico immigrato. Se mai però il film può concedere il fianco a qualche critica, è proprio sotto questo aspetto. Sembra infatti eccessiva, inumana, allucinante la violenza che i piccoli teppisti riescono a perpetrare. E' anche vero come a volte, e il film lo racconta benissimo, basta un solo elemento con certe caratteristiche per "infettare" tutti gli altri.

Non è un caso ad esempio che il piccolino, una volta solo, riesca in qualche modo a riflettere e decidere di aiutare la ragazza  anche se poi le cose andranno tutte in un altro modo (scena devastante).

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Film straordinario, e non solo se riferito al genere.

Senza dubbio una delle visioni più angoscianti e disturbanti che mi siano capitate.

 ( voto 8,5 )




1.9.11

Recensione "Animal Kingdom"

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(presenti spoiler)

Davvero fatico a credere come Animal Kingdom possa essere un'opera prima. Non dico questo per la bellezza in sè del film, ma per la qualità della regia, per la capacità che ha di raccontare una storia (Michod, il giovane regista, è anche sceneggiatore), per la qualità dei dialoghi e per il senso della misura che lo contraddistingue. Ancora una volta si dimostra la regola d'oro che ogni nuovo regista dovrebbe tenere a mente: mai strafare, quasi tutti i più bei film della storia del Cinema hanno evitato orpelli, esagerazioni e virtuosismi vari.

Animal Kingdom racconta la storia (ispirata a un vero fatto di sangue) della famiglia Cody.

Josh, appena 18enne, perde la madre per overdose -già qui la scena dell'arrivo dei medici con Josh che guarda Il Milionario in televisione è di livello altissimo- e rimasto solo va a vivere da sua nonna materna. Qui trova i suoi tre zii (figli della nonna e fratelli della madre morta) e un loro amico, tutti e 4 delinquenti incalliti specialisti in rapine e nel traffico della droga. Josh, suo malgrado, si ritrova immischiato in questa vita criminale. Le conseguenze saranno terribili.

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Michod all'esordio sfiora subito il capolavoro. Riesce, neanche fosse un veterano, a girare un crime che ha il passo e l'atmosfera del grande cinema d'autore. Certo l'aiuta in questo la prova degli attori, superbi, con una nota di merito per l'interpretazione di Jackie Weaver nella parte della nonna del protagonista, una donna con un carisma incredibile, vero leader emotivo della famiglia e autentico collante dei membri che la compongono. Appare come una specie di silente "Godmother", gelida, insensibile ma al contempo tremendamente legata ai propri familiari. Anche lei, pur non facendolo notare, piano piano comincerà a vacillare e in questo senso  l'abbraccio finale con Josh -per alcuni versi quasi surreale- rappresenta forse una definitiva liberazione, una catarsi dalla schifosa e pericolosa vita nella quale la sua famiglia si era specializzata. Non è un caso, in questa lettura, che insieme a Josh il solo a sopravvivere sia Darren, l'unico figlio ancora "recuperabile".

Michod disegna perfettamente i suoi personaggi, specie quello di Josh, ragazzo catapultato di punto in bianco nella vita malavitosa, adolenscente che solo apparentemente appare timido e sprovveduto ma invece, alla luce del finale, si dimostra capace di trovare il coraggio -spinto sì dal desiderio di vendetta ma anche dalla ricerca di una definitiva via d'uscita da quello squallido modo di vivere- di prendere una tragica decisione. Ottima anche la figura di Pope, personaggio dall'aspetto e dai modi rassicuranti ma in realtà terribile, un vero e proprio pazzo assassino.

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Sarebbero davvero molte le scene da rimarcare, alcune delle quali in ralenti, accompagnate soltanto dallo splendida ed avvolgente colonna sonora, senza rumori di scena (ad esempio l'entrata dei poliziotti per l'arresto di Josh e Pope). In certi momenti ho respirato un'atmosfera che mi ha ricordato addirittura Inarritu.

Michod non risparmia certo scene violentissime (come il primo omicidio o quello della ragazza) ma lo fa con misura e qualità cinematografica. La narrazione, specie nella parte finale, appare un pochino troppo affrettata, ricca di ellissi, tanto da rischiare di confondere uno spettatore poco attento.

Forte, fin dal titolo, il riferimento a un mondo sempre più violento in cui è spesso il più forte quello a sopravvivere.

A volte però anche le leggi naturali sono fatte per essere infrante.

 (voto 8)