31.8.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 9 - Recensione: "Blue Valentine" - di Roberto Flauto



Stavolta il nostro recensore-poeta Roberto non ha mezze misure, niente prosa poetica ma pura poesia.
Il film mi dicon tutti che sia molto bello.
Vi lascio a lui (lui è Roberto o il film? è lo stesso)
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Una struggente storia d'amore.
Che finisce.
Che inizia.
Che continua.
Che è tutto.



Non si può essere poeti
e non corteggiare la notte.

Non si può essere innamorati
e non sognare su un ponte.

Non si può essere disperati per amore
e non ritrovarsi di notte su un ponte.





Fuochi d’artificio.
Cuore di tenebra.
L’oceano appena nato.

Attimi di ciglia.
Battiti di meraviglia.
La crisalide non cercata.

Affondo e nuoto,
immerso nel fango.
Nel mio cuore vuoto,
mi siedo e piango.

Come quando si canta
senza sapere le parole
e si inventa una lingua
che sta bene solo
nella sua bocca.

Elegante come ogni magia.
Per colmare l’abisso dell’ancora.
Elefante come ogni bugia.
Per calmare l’angelo dell’angoscia.

Confuse nel fiume dell’oblio
queste lacrime che sai.
Andare a lezione di addio
e non imparare mai.

Imissyou.
Ikissyou.
Ikillyou.

Una densa scorta di ombre
per i giorni di assolata insicurezza.
Un riflesso senza fissa dimora
che vaga di sguardo in fiamma.

Come i gesti che poi si perdono
(e quindi piange il mondo che non conoscerai mai).

Come i gesti che poi sì, perdono
(e quindi piange il me stesso che non conoscerò mai).

Come i gesti che noi sì, per dono
(e quindi regalo il mondo stesso che conosceremo, sai).

Una libellula suicida
si impicca a un palloncino
che affonda nel cielo.

Il tempo fa sempre ciò che deve:
lo lascio fare, sono così stanco
Come un corvo sporco di neve:
il mio modo di essere bianco.

Venature d’autunno.
Indizi di tenebra.
Colori andati a mare.

Quel periodo che va
dalla fine del sogno
all’inizio della bocca.

Le scoperte di notte:
i ponti in sospeso
tra la tentazione del silenzio
e la necessità del canto
(di stelle).

Quel mostro che sa
di fine e di bisogno
all’inizio ti rimbocca

Le coperte e inghiotte:
i ponti in sospeso
tra la devastazione del silenzio
e la velleità del manto
(di stelle).

La morte è una serie di venti
che soffia negli occhi della poesia.
La vita è una serie di eventi
realmente accaduti nella mia fantasia.

Il fatto è che io non ho mai
colto l’attimo che fugge
ma vado nella direzione opposta
per vedere da cosa scappa.

Preferisco l’attimo ruggente:
quello che mi sbrana l’esistenza.
Perché si vive d’istanti distanti.

E lui e lei, sempre gli altri.
E io e amore, sempre gli oltre.

E la balena triste
e il bosco incantato
e incisioni di platano.

E questi anni
e tutti i momenti
e c’è un gatto sul tavolo.

La coltivazione dell’attimo.
Le mattine all’improvviso.
La lunga oscura luminosità.

La vita che cementifica
la dolce notte che non ci sente.
La vita che desertifica
il nostro ponte che non è niente.

Raffiche su raffiche di estinzione.
Ubriacarsi di mesi e cosmesi.
Una lunga serie di colazioni sotto un calicanto.

La condensazione
dei respiri inespressi.

Il processo di riconversione
dell’amore in sospiri.

«Non ti amo più».
L’incontro sulla soglia.
«Non stiamo più bene insieme».
Il fiorire dei sensi.
«Vattene via».
Cercarsi, trovarsi, amarsi.
«Abbiamo fallito».
Più forti della vita.
«Non provo più niente».
La gioia esplosiva.
«Quanto tempo, quanti sbagli».
«Forse ».
Sì, lo voglio.
«Sì, lo voglio».
Insieme, eppure.
«Tutto è possibile».
Il graffio sul sole.
«Andiamo a sognare».
Scie di inevitabile.
«Continuiamo a viverci».
L’estinzione del domani.
«Non finiremo mai».
Finire per finire.
«Staremo sempre insieme».
Addio per sempre.
«Ti amo».



Come se tutto fosse
in un’eclissi di rondini
un attimo prima dell’invenzione
dell’antidoto all’entropia
sulla soglia di un altrove
di attimi, di molte morti
di altre vite, di orizzonti
nonostante malgrado
e grazie a tutti i baci
mentre un corvo canta
a colpi di colpe e forse
con una squallida poesia
data l’assenza di mostri
per uno sciopero di stelle
di non-blu e mai-più
sotto raffiche di niente di niente
orrore ore e ore
plastica, progetti, palinsesti
inevitabilmente
dolcemente
dentro un cielo al guinzaglio:

L’amore muore
come una ferita
che si rimargina.




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28.8.20

Recensione: "Tenet"


E così dopo il Tempo ricostruito in Memento, dopo quello in qualche modo eternizzato in The Prestige, dopo quello Universale e paradossale in Interstellar e dopo quello relativo in Dunkirk ecco che Nolan si inventa anche quello palindromo di Tenet.
Forse, concedetemi la battuta, il prossimo sarà il Tempo di Smetterla perchè son convinto che il buon Christopher (regista che adoro) debba assolutamente uscire da questa sua ossessione.
E probabilmente ne uscirà visto che Tenet, pare un punto di arrivo in questa sua ricerca sul Tempo, quasi una summa di tutti quelli precedenti.
Non è un caso che circa a metà film ci venga detto che questa tecnologia "ci è stata data dal futuro" (Interstellar) proprio nella scena in cui scopriamo dei cloni (The Prestige). Ma se ci pensate ci sono riferimenti a tutto il suo cinema, dalle scene di guerra di Dunkirk, al proiettile che gira sul tavolo come una trottola (Inception) fino a molte scene più d'azione che ci richiamano i Batman.
Dirò di più, verso la fine del film ho ripensato all'incipit, al protagonista che ingoia la pillola di cianuro e che poi si risveglia nell'ambulanza.
"Benvenuto nell'Aldilà" gli viene detto.
Ecco, e se tutto il film, alla Inception, fosse davvero un sogno o una visione post mortem?

In realtà sapete perchè l'ho pensato?
Perchè almeno tagliavo la testa al toro, non c'avevo niente da capì e andavo a dormì contento.
E invece no.

Lo dico da subito, è il Nolan che ho meno amato. E' proprio una cosa personale che proverò a spiegare, non è assolutamente un giudizio che ha qualche aspetto oggettivo.
O meglio, forse qualche critica che farò oggettiva lo è, ma questo resta un filmone ambiziosissimo che chiunque può adorare senza che io possa minimamente trovare strana la cosa.

Voglio partire con Dora l'Esploratrice.


Dora ogni tanto si fermava, guardava in camera (mai guardare in camera in un film Dora!!!!) e ci sottoponeva domande difficilissime.
Ad esempio un cursore andava su un ponte e lei chiedeva a noi a casa:

"Sai come si chiama questo?"
E dopo 3 secondi si rispondeva sempre da sola facendo finta che lo avevamo fatto noi a casa.
"Un ponte! Brava!"

Poi il cursore si spostava ad esempio nei fiori dell'immagine qua sopra e lei chiedeva:

"Sai come si chiamano questi?"
E dopo 3 secondi.
"Fiori!!! Brava!!!!!"

Ecco, non solo Dora ci sottoponeva le domande più stupide ed umilianti della faccia della terra dei cartoni, ma faceva pure finta che sentiva la nostra risposta.

Io mi immaginavo sempre lei che faceva vedere un ippopotamo e chiedeva:

"Sai come si chiama questo?"
E una bambina scema a casa rispondeva alla tv:

"Rinoceronte!!""

E un secondo dopo Dora:

"Ippopotamo!!! Brava!!!!

e la bimba

"Ma io ho detto Rinoceronte!!! Mamma, Dora è cattiva!!!!!!!"

Detto questo in confronto a Tenet anche film come Inception e Interstellar paiono i quiz di Dora l'Esploratrice.
Dora in poi spiegherò perchè.

Sarebbe gravissimo pensare che un film per poter essere amato debba esser capito. Io stesso adoro tutti i film che lasciano domande non risposte, quelli che fanno sorgere dubbi, quelli che mi fanno lavorare il poco cervello che ho rimasto, volendo anche quelli che sono pieni di incongruenze perchè, cristo, la fantascienza è fantascienza, non scienza.
Il problema è che questi film che mi stordiscono o che non riesco a capire devono affascinarmi, devono rapirmi, devono portarmi con leggerezza a districarmi nelle loro difficoltà.
Tenet no, non l'ha fatto.
Perchè io in mezzo a tutte quelle teorie, in mezzo a quei - contati - 22 dialoghi lunghissimi su Ipocentri, Algoritmi, Tempo a Tenaglia e altre molto più difficili parole che nemmeno ricordo, mi sono annoiato, mi sono sentito quasi preso in giro, violentato. Non c'era un attimo di respiro, il nostro cervello non poteva mai elaborare o cercare di capire perchè ad ogni spiegazione (o spiegone) ne seguiva un'altra e un'altra e un'altra ancora, uno tsunami di informazioni veramente indigeribile.
Talmente tanti i dialoghi, talmente verbosi che a quel punto il Cinema nemmeno contava più. Non si può assistere ad almeno 50 minuti di parole per spiegare concetti difficili. O se lo si fa lo si deve fare con contesti talmente affascinanti (come Interstellar, come Inception) in cui la parte verbale viene anestetizzata da quella visiva e dalle emozioni, quasi un metterci in trance per poi spiegarci la fisica quantistica.
Qui invece ci spiegano la fisica quantistica senza averci messo in trance, da lucidi.
Dico la verità, io mi sono emozionato soltanto due volte, entrambe negli ultimi 10 minuti del film. E il perchè è facile spiegarlo, se avete tempo ve lo dirò.

Tenet è un film d'azione, punto.
Ok, è un film d'azione pieno dei maremmamaiala di Nolan ma è un film d'azione.
E io i film d'azione li digerisco poco, anche per questo nel mio giudizio SOGGETTIVO non ho amato il film.
Vorrei proporvi una sfida.
Togliete tutte le scene di azione pura (pistolettate, fughe, bombe, inseguimenti, scazzottate etc...) e ora togliete anche tutte quelle "ferme" ma con dialoghi scientifici difficilissimi atti a spiegare il film.
Quante scene restano?
Credo non più di 3.
E non è un caso che una di queste 3, quella finale sullo yacht, sia forse la più bella di tutte.
E sapete perchè? Appunto perchè togliendo azione e spiegoni scientifici resta L'UOMO, restano i personaggi, restano le persone, ovvero gli unici elementi che ci danno vere emozioni, non solo visive.
Ma ci tornerò.
Tenet si apre in un modo sorprendente per me, perchè la prima scena, son quasi sicuro, deve per forza ispirarsi all'attacco al Teatro Dubrovka di Mosca, lo stesso attentato che ispirò uno dei miei film preferiti recenti, Interruption.
Già nel prologo lo spettatore perde pezzi, fa fatica a seguire ma, c'è poco da dire, tutto è girato magnificamente.
Di lì in poi partirà un action movie che io maldestramente ho paragonato a 007 (mi hanno già bacchettato). Non ho mai visto un film di Bond ma mezz'ora in tv di uno di quelli di Craig mi è sembrata identica a tantissime parti di Tenet. In ogni caso parliamo sempre di un action movie sui generis, con una base fantascientifica, sociale e forse filosofica pazzesca, quindi ben venga.
Ci sono scene indimenticabili in tal senso, su tutte direi quelle del "dirottamento" aereo e quelle dell'inseguimento con automobili e camion che si uniscono tra loro. E per citare queste scene che io normalmente odio credo che la mia onestà intellettuale sia salva.
Quello che Nolan inserisce in questa azione è un concetto del Tempo straordinario.
Qualcuno nel futuro ha inventato il modo di invertire il Tempo. Questo non andrà più solo in avanti ma anche all'indietro. L'invenzione è meritoria ma, sempre nel futuro, è finita nelle mani di qualcuno che vuole usarla per distruggere tutta la storia della Terra e dell'Umanità, per non meglio specificate ragioni (mi sembra tipo ambientaliste, tipo che noi abbiamo rovinato la Terra e il nostro futuro e quindi solo distruggendolo possiamo crearci una nuova possibilità, una nuova vita magari in qualcosa di parallelo).
C'è molta confusione, Nolan ha avuto un'idea geniale ma poi l'ha talmente complicata che, a mio parere, se l'è quasi rovinata. I 9 pezzi, l'algoritmo, l'ipocentro e tante altre menate io non l'ho capite. Quando lei sta morendo e loro tornano all'aereo veramente per 10 minuti non riuscivo a capire cosa stava succedendo. Scemo io eh, ma secondo me Nolan è andato oltre, troppo oltre e con troppi elementi. Tra l'altro non capisco il concetto di palindromo visto che il palindromo è vero che va in due versi opposti che si incontrano al centro, ma quei due versi, quelle due "traiettorie", sono identiche (stesse lettere) mentre in Tenet assistiamo solo a due tempi, passato e futuro, che si muovono uno contro l'altro per incontrarsi in diversi presenti.
Ma vabbeh.
Se è vero che le spiegazioni scientifiche del film mi hanno annoiato e infastidito (ho spiegato sopra perchè) è anche vero che le implicazioni che tutto ciò comporta sono MAGNIFICHE.
Il film alla fine diventerà uno straordinario esempio di discussione su Destino e Libero Arbitrio, su qualcosa di già scritto o che noi possiamo creare o modificare.
E tutto questo avrà il suo apice nell'unica scena umana del film, come dicevo sopra quella dello Yacht.

Ma prima di parlare del finale e tralasciando eventuali spiegazioni del film (ci saranno entro due mesi siti interi che le faranno, figurati se mi avventuro io che ho faticato così tanto) impossibile non citare alcuni aspetti.
Il primo sono gli attori (materiale umano, tanto per cambiare), davvero eccellenti.
Il figlio di Denzel Washington è bravissimo, Pattinson si conferma ancora uno dei migliori di adesso, Aaaron Taylor-Johnson più lo vedo più diventa uno dei miei preferiti.
Ma è lei, Elizabeth Debicki, una ragazzona che non finisce più di 1.90, la vera star del film.
L'ho trovata straordinaria, emozionante, al tempo stesso timida e diva. Senza di lei quella parte umana che ricerco sempre nei film qua in Tenet sarebbe completamente inesistente.
La regia, la fotografia, gli effetti speciali e visivi, ogni elemento tecnico del film è ovviamente mostruoso. Nolan è stato molto bravo a creare questa fantascienza verosimile, ovvero a girare tantissime scene "impossibili" rendendole credibili, quasi nemmeno di genere fantscientifico.
Anche perchè l'anima del film proprio questo riguarda, qualcosa che viene dal futuro ma che piano piano si sta mischiando e sostituendo al nostro presente, un' "inversione di rotta" non sempre percettibile ma che ci sta minacciando.
Ma in questa recensione scritta in fretta e che vuole essere solo un piccolo spunto di riflessione (faccio sempre fatica a scrivere di film di cui scrivono tutti e con molto più materiale di me) arrivo finalmente a quello yacht.
In realtà è molto bello anche il finale nel deserto tra Pattinson e Washington, finalmente un dialogo difficile ma stimolante ed emozionante. Anche perchè sappiamo che molto probabilmente Pattinson sta andando indietro a morire (anche se è già morto, anzi, appunto perchè è già morto).

Lo yacht.
Quando ho visto lei tuffarsi finalmente il mio cuore ha avuto un sussulto.
Ho ripensato all'inizio, a quando raccontò di aver visto quella donna tuffarsi dallo yacht di suo marito, a come la invidiò, a come la vide libera, in contrasto alla sua condizione di donna non amata e costretta a stare con un mostro.
Quando alla fine vediamo che quella donna che lei invidiò era in realtà sè stessa in un solo piccolo istante, altro che in 2000 spiegoni, abbiamo dentro tutto Tenet.
Il senso del Tempo, il Destino che alla fine non è un vero Destino ma siamo noi a crearcelo, l'aiuto dal futuro verso una sè stessa che soffre in un passato.
C'è di tutto in quel tuffo, filosofia, umanità, metafora.
Abbiamo bisogno di questo nei film, abbiamo bisogno di Noi.

22.8.20

Recensione: "Tokyo!" e "Dead Meat" - La Doppietta di Vieri - 4 -

Quarto appuntamento con la doppietta di Vieri, ovvero la serata passata col mio amico Vieri nella quale ci proponiamo di vedere un film più bello possibile e uno più brutto possibile.
Anche stavolta siamo stati abbastanza bravini ma non perfetti, il film stupendo era "solo" molto bello e quello orribile solo molto brutto.
Il primo è il film collettivo Tokyo!, con alla regia nientepopodimeno che Bong, Carax e Gondry.
Mi aspettavo un film "facile" e invece tutti e 3 gli episodi (belli tutti) giocano molto sul metaforico, alcuni anche a livelli abbastanza complicati.
Di ognuno ho cercato faticosamente di dare le mie interpretazioni.
Il tutto, ovviamente, sullo sfondo di una città assurda e magica come Tokyo.

Il secondo è uno zombie movie irlandese che non c'ha na mezza idea, ma manco mezza eh, interessante.
Magari come opera prima no budget se pò anche salvà.
Ma anche no



Erano veramente tanti anni che volevo vedere sto film collettivo. Quello di unire più registi, dare loro un elemento comune e poi lasciarli liberi di fare ciò che vogliono è un format pochissimo usato ma molto affascinante perchè fa venir fuori in solo un'ora e mezza più poetiche, più stili di regia, più visioni.
I 3 film di Tokyo! sono molto diversi uno dall'altro, e tutti e 3 rispecchiano chi li ha girati, specialmente i primi due (Bong è talmente poliedrico che è difficile vedere una sua cifra).
Credo che fossero due le condizioni di partenza, la prima - ovviamente - che le storie fossero ambientate a Tokyo, la seconda (dopo averli visti posso evincerlo) che avessero una forte carica metaforica.
O magari questo secondo aspetto è stato solo un caso ;)
Ma vediamoli

INTERIOR DESIGN di Michel Gondry

Gondry puro, purissimo.
E' la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo. Lui è un aspirante regista che spera di trovare luoghi e date per il film che ha girato, lei una brava ragazza che cerca qualche lavoretto. C'è bisogno di soldi perchè a Tokyo gli appartamenti costano molto e la ragazza che li sta ospitando non può tenerli lì per sempre. Però le case sono tutte orribili, costano troppo e i lavori si faticano a trovare. Specie lei andrà in grandissima crisi fino a che...

Come dicevo purissimo Gondry. La caratteristica principale del regista francese (autore di un capolavoro immortale, Se mi lasci ti cancello, di un grande piccolo film, Be Kind Rewind  e di altri film molto particolari, più o meno belli) è quella di far diventare i suoi film degli strani patchwork cinematografici, un miscuglio di personaggi strani, metacinema, sogni, la presenza quasi sempre del "fai da te" alla Mucciaccia, coabitazione tra realtà e strani mondi, insomma, un'atmosfera surreale, sempre.
Gondry è affascinato dalla manualità, dal costruire cose (i suoi film hanno spesso elementi di carta, origami etc..., anche in questo qua il protagonista trova lavoro come impacchettatore, che alla fine può essere anche una metafora del montaggio cinematografico), è un regista con la testa completamente per aria.
Ma in queste sue atmosfere così infantili (nel senso più bello del termine) inserisce quasi sempre dentro grandi problemi esistenziali, problemi di coppia, crisi.
E in questo film la crisi riguarda la ragazza. Lui non la fa sentire realizzata, lei stessa non sa che strada prendere. Ed è così che tutte quelle case da affittare che non vanno bene diventano metafora di non riuscire a trovare un posto, di non riuscire ad apprezzarsi, di sentirsi una carta vagante nel vento.
E alla fine questa metafora verrà reificata, lei diventa una sedia, un qualcosa di fermo che finalmente può trovare una casa. E' come se lei non riuscendola a trovarla abbia preferito essere scelta/amata (per 10 minuti il film somiglia molto a Ferro 3) e, forse, raggiungere una propria dimensione di felicità

MERDE di Leos Carax

19.8.20

Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 9 - Recensione: "Lupin III, la prima serie" - di Enrico G.


Ora che sono finalmente ripartito facciamo ripartire anche le rubriche degli amici che scrivono nel Buio.
Partiamo con Enrico, il giovane esperto di anime giapponesi.
Dopo tantissime puntate di roba conosciuta quasi solo dagli appassionati stavolta si va su un cult assoluto...
Enrico scrive una vera e propria Bibbia su Lupin III
Vi lascio prima alla sua presentazione e poi alla recensione
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Uno dei cartoni più popolari in Italia non sappiamo neanche come chiamarlo. E questo già dà un’idea di quanto sia particolare. Il titolo ufficiale sarebbe Le Avventure di Lupin III, così che il sequel diventa Le nuove avventure di Lupin III. O forse è meglio scrivere “the Third”? Poco importa come la chiami, rimane la serie della giacca verde o rossa. E la storia la conoscono tutti: quella di Lupin, il ladro più straordinario al mondo, terzo discendente di quell’Arsenio che abitava le pagine di Maurice Leblanc. Vive avventure in giro per il globo, costantemente inseguito dall’arcinemico Ispettore Zenigata. Può conquistare qualunque tesoro, tranne il cuore della sua bella Fujiko. Un pistolero infallibile, Jigen, e un samurai dalla lama prodigiosa, Goemon, lo affiancano con la loro amicizia e fiducia assoluta. Tutto scontato oggi, ma non agli inizi. Allora raccontiamoli, con tutti gli episodi della prima stagione (e pochi spoiler).

Serie e pilot film disponibili nel cofanetto della Yamato Video.
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Chi è Lupin III?
“Lupin… is a nice man. But he’s cool. Y’know. He uses his Walther. Yeah. The machine cries. Bang bang.”
Quelli che l’hanno conosciuto da piccoli ricorderanno certe cose più di altre, in quel modo vivido che solo lo sguardo infantile può dare. Per quanto mi riguarda, e può far sorridere, non ricordo nemmeno quale giacca seguissi di più, un’altra cosa mi colpì molto più profondamente: Lupin è brutto. Con quelle basette, con quelle gambe dinoccolate, con il volto vagamente scimmiesco che si ritrova. E non solo, il cartone che lo circonda è “brutto”: le animazioni sono essenziali, spesso ripetute, ci sono sbagli grossolani. Il tratto è quello, appena più rifinito, di un manga ancora più stralunato e sporco. Il doppiaggio sembra quasi di un Popeye in salsa di soia, pregno di rilassato scazzo. E nel doppiaggio nostrano si è seguito a ruota, con traduzioni imprecise, frasi allungate o accorciate, vocalizzi di tutti i tipi.
È questa la chiave del suo successo: ha stile, certo grezzo, ma personalissimo. Quando la prima serie uscì in Giappone, nel 1971, si può immaginare che nessuno avesse mai visto qualcosa del genere. Il paragone con James Bond per gli anni ‘60 esce spontaneo, sia perché molto amato dal papà di Lupin III, Kazuhiko Kato (per il mondo, Monkey Punch), sia perché forse non abbiamo niente del genere nemmeno oggi, visto che entrambi continuano a reincarnarsi in nuove forme, senza segno di voler smettere.
Dopo il 1967, con l’apparizione sulle pagine di Manga Action (rivista per adulti nata da poche settimane: di fatto Kato lanciò il giornale, e il giornale lanciò il fumettista), alcune persone nel mondo dell’animazione desiderarono farne una creatura animata, e così fu.
“Yeah he’s the Lupin the Third.”

Pilot
                               
Qui non c’è il personaggio che conquisterà il mondo con la sua simpatia e i colpi fantasiosi. È la prima incarnazione di Lupin, probabilmente la più vicina che mai vedremo al suo creatore. Monkey Punch si cimenterà addirittura nella regia di una, lo speciale Trappola Mortale, ma solo anni dopo: questi sono i fine ’60 e un ambizioso animatore, Yasuo Otsuka, intrigato dal manga dell’uomo di Hokkaido, si presenta da un amico regista, Maasaki Osumi, per farne un prodotto televisivo. È proprio il Lupin cartaceo che prende vita: il tratto è sporco, la giacca rossa, il carattere più vicino ad un arrogante Thomas Crown che al fuorilegge di Maurice Leblanc, che si oppone ad una società di ricchi e prepotenti. Lupin è ricco, nella sua bella villa, ed è prepotente, introdotto com’è in un confronto telefonico con Zenigata, che prima batte a shogi e poi umilia. Sembra rispettare una sola persona, Daisuke Jigen, faccia da duro ispirata al James Coburn dei western anni ’60. E ha una relazione con la bella e spericolata Fujiko Mine, ladra come lui. Ma non nel senso che si amano: Fujiko, lo dice la voce narrante, è Donna. Non una, ma la. E Lupin, che si fa beffe della polizia, dal “cervello di un supercomputer”, spietato, vincente, è Uomo.    Parliamo di un cartone certamente di nicchia, per adulti, con un umorismo velenoso e pregno d’erotismo, qualcosa di mai visto nel palinsesto televisivo sanificato dell’epoca. Il Giappone, come spesso si ironizza, davvero aveva solo robottoni megagalattici e storie strappalacrime, magari riesumate da qualche successo letterario europeo. Il mercato cinematografico era dominato invece dalla Toei Animation, con i suoi film fiabeschi e pieni d’avventura (la ritroveremo, più avanti). Bisogna dare credito alla Tokyo Movie Shinsha di Yutaka Fujioka (aveva invitato lui Osumi), per aver creduto in qualcosa di così controcorrente.                                                                                                            
Lupin è nuovo, scattante, aggressivo. Il buon Maasaki, girando per gli studi con questi scoppiettanti 20 minuti in Cinemascope, si vede negati i soldi per un film. È ancora troppo presto, in compenso viene approvata una serie da 26 episodi, e comincia l’avventura.

Trappola su quattro ruote

Qui esordisce la prima serie, sempre con Osumi al timone. Il tono è vagamente smussato rispetto al pilot, e lo si nota anche nell’estetica: Lupin ha smesso il rosso, trovandosi un colore più tenue che si adatti meglio alla paletta cromatica della serie. È nata la mitica giacca verde, con buona pace di Monkey Punch che non ha ancora molta voce in capitolo. A parte questi dettagli da mitologia del personaggio, l’episodio non offre molto. Il cattivo, Scorpion, si ricorda più che altro per la scena censurata nei passaggi televisivi Mediaset, dove “tortura” una Fujiko mezza svestita con delle manine meccaniche che le fanno il solletico. Quest’ultima, una volta salvata, non si esimerà comunque da tradire il suo bello, facendolo arrestare da un Zenigata molto più serio e composto di come ci abitueremo in seguito. Ovviamente Lupin si libera in mezzo secondo, raggiungendo Fujiko e ribandendo l’eterna filosofia del loro rapporto: “certe donne tradiscono con la stessa facilità con cui indossano gioielli e pellicce. Ma certi uomini le amano ugualmente allo stesso modo.”

Barriera Invisibile

Questo è l’episodio che definisce il protagonista, quello che farei vedere a chi non conosce nulla della serie verde, così come si fa vedere Goldfinger a chi deve essere introdotto a James Bond. A proposito, come l’agente segreto inglese, Lupin ha una fidata pistola Walther (modello P-38, anziché PPK), un debole per le donne, e le macchine di lusso: la sua è una Mercedes modello 1928.                                                                                                
Per un bel paio d’occhi Lupin potrebbe mandare all’aria anche il piano meglio congegnato: in particolare, per quelli di Fujiko. Una figura indecifrabile, di cui non si riescono a individuare valori precisi: a volte alleata, altre ostacolo di Lupin, altre ancora neutrale, sempre in funzione dei suoi obbiettivi. Eppure la cupidigia per tutto ciò che è raro e prezioso non sembra consumarla, si intravedono sprazzi di cameratismo, senso dell’umorismo, romanticismo. Non si può leggere a fondo in quell’espressione, prima languida, un momento dopo di una crudeltà raffinata, ma anche di una rabbia popolana (in un episodio si lascia sfuggire un bel “bastardi!”). Si può solo vederla allontanarsi, alle prime luci dell’alba, in sella alla sua Harley-Davidson.                                                               
Una così non può certo andare giù ad un tipo tutto d’un pezzo come Jigen, unico amico di Lupin. Non si fida affatto della ragazza, “del suo strano modo di fare”, e lo manda in bestia la propensione dell’amico a sopportare tutto pur di compiacerla. Si può rintracciare questo rancore già dal tradimento del primo episodio, ma forse c’è sotto una bruciatura anche più profonda; a giudicare da certi sguardi nel pilot, c’è stato un tempo in cui Jigen era molto più sensibile al fascino femminile, prima di imparare a fidarsi di una sola lei: la sua Smith & Wesson Combat Magnum.                                                                                                                             
Parlando di bruciature, ad agitare questo trio arriva un uomo pericolosissimo, che si dice essere addirittura un mago, Pycal. Com’è possibile che le sue dita emettano fiamme? Come fluttua nell’aria, o viene colpito da proiettili letali senza riportare un graffio? Whisky (nel doppiaggio italiano), a cui “basta il nome per farti ubriacare”, all’inizio non bada nemmeno a Lupin, sta in realtà cercando qualcosa che ha la sua ex amante: Fujiko. È una resa dei conti di forze potentissime: il mito dell’invincibilità, l’inganno, la scienza, e infine l’amore, rappresentate dalle Grandi Cascate, luogo del confronto finale. E, come dice Lupin, “dove di solito vanno gli innamorati”.           

18.8.20

Recensione: "Tre Identici Sconosciuti" (Three Identical Strangers) - BuioDoc 47



Un documentario bellissimo su una storia incredibile.
Un ragazzo va ad un nuovo college ma sembra che tutti lo conoscano già.
Scoprirà che in quel college studiava un suo fratello gemello omozigote, ovviamente identico a lui, di cui nemmeno sapeva l'esistenza.
Nemmeno un giorno dopo si scoprirà che anche un terzo ragazzo è uguale ai primi due.
Sembra una storia bellissima e unica, quella di 3 fratelli gemelli che si ritrovano per caso dopo 19 anni.
Ma più si andrà avanti più lo spettatore scoprirà nuovi dettagli e quella che sembrava una storia "miracolosa" ed entusiasmante assumerà contorni foschi, quasi terribili.

Il documentario diventerà uno studio sulla lotta tra natura e cultura, tra destino e libero arbitrio, e anche lo spettatore dovrà interrogare più volte sè stesso.
Ma è solo nel finale che verrà fuori quello che è forse l'unico elemento che può cambiare radicalmente le nostre vite, l'amore.


Se c'è una cosa che adoro sono quei documentari "sporchi", quelli che raccontano storie incredibili, leggermente malsane e, se possibile, anche fonte di riflessione.
Mi piace ancor di più quando queste storie riguardano gli Stati Uniti e le loro famiglie.
Documentari come Una Storia Americana, The Wolfpack, L'Impostore, cose così.

Ecco, Three Identical Strangers prosegue in quella scia e, sia per storia che per realizzazione, raggiunge gli stessi vertici.

La storia appunto.
Ecco, è incredibile.

Capita che un giorno un ragazzo di nome Robert arrivi nel suo nuovo college. Tutti lo abbracciano e lo salutano come se già lo conoscessero.
Iniziano a chiamarlo per nome, ma il nome che esce fuori dalla loro bocca è un altro, Eddie.

La faccio breve, dopo poche ore Robert scoprirà (a 19 anni e per puro caso) di avere un fratello gemello omozigote che frequentava lo stesso college.
Un fratello che non pensava nemmeno di avere.
La notizia diventa "virale" in quella zona, finisce nei giornali.
E quei giornali li legge la famiglia di un altro ragazzo. E quel ragazzo è identico agli altri due.

Ecco così che nell'arco di un paio di giorni, per purissimo caso, 3 ragazzi americani scoprono di avere altre due copie di sè stessi.
Tutti e 3 sapevano di essere stati adottati ma nessuno di non essere "unico". E nemmeno le loro famiglie adottive sapevano nulla.



Si inizierà ad indagare e quando la verità verrà a galla sarà veramente inquietante.

Nasce come documentario molto leggero Three Identical Strangers, come un racconto di una storia bellissima e incredibile.
Vedere il primo incontro di queste 3 copie è davvero bello ed emozionante, specie perchè i tre sembrano un'unica persona, non solo nei tratti somatici, ma per coesione, empatia, capacità di stare naturalmente insieme.

"E' come se si fossero sempre conosciuti" dicevano tutti.
E questa è una delle prime frasi che inizierà a portare lo spettatore su quella che è la vera anima del documentario, ovvero una accurata e interessantissima indagine su natura e cultura, libero arbitrio e destino.

I 3 diventano famosissimi, finiscono in tutte le televisioni, l'America li adora, specie perchè son belli, hanno un sorriso che ti ipnotizza, si vogliono bene, amano divertirsi, sono istrioni.

13.8.20

T shirt Il Buio in Sala, collezione numero 3 (Melancholia, Oldboy, La Donna che canta)


Intanto mi scuso per la mia lunghissima assenza nel blog.
L'ultima recensione credo abbia 20 giorni e più.
Ho visto 3 film in due mesi, periodo così e così ma sto per tornare, lo sento.

Ma ora ALLEGRIA!

Dobbiamo presentare la nostra terza bellissima collezione di T Shirt dopo il grande successo delle prime due.
Prima di presentare le maglie ricordo che:
- Le maglie sono in cotone 100%

- Serigrafia di alto livello
- Disegni originali, creati da noi
- Presente modello uomo e donna
- Presenti una tale quantità di colori che vi troverete in difficoltà a scegliere
- Presenti tutte le taglie possibili
- Costo 17 euro (considerando tutte le cose qua sopra è davvero ottimo).
- Spedizione 7.90, quindi consiglio di prendere più pezzi oppure io, se volete, metterò insieme le maglie di persone della stessa città
- Se venite al raduno nessuna spedizione.
- Se siete di alcune città (come Torino, Firenze o altro) vi posso mandare le magliette tramite amici

SCADENZA ORDINAZIONI 5-6 SETTEMBRE 2020
CONSEGNA O SPEDIZIONI A PARTIRE DAL 12 SETTEMBRE

ma vediamo le maglie

LA DONNA CHE CANTA


Abbiamo scelto il meraviglioso incipit.
Quel piede, quei 3 puntini.
E ovviamente la frase scelta non poteva essere che quella

OLDBOY


Scelta coraggiosa e che per molti sarà impopolare.
Il finale, la neve, le orme, la sedia.
E il Mostro che se ne è andato via lasciando all'ignaro Oh Dae-Soo la possibilità di vivere quell'amore.
La scritta è proprio il suo nome, Oh Dae-Soo

MELANCHOLIA


Altro finale, questa volta proprio il frame ultimo.
Nessuna persona dentro la capanna, a rendere universale tutto.
La frase scelta la pronuncia Justine e io l'ho sempre trovata bellissima e terribile.

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Come vi dicevo ogni maglietta è disponibile con qualsiasi taglia e colore, nella locandina del post vedete qualche esempio ma sono decine e decine

E ogni magli avrà dietro il loghino de Il Buio in Sala



E ORA NON RESTA CHE ORDINARE!

BASTA FARLO QUI


MODULO PRENOTAZIONE

8.8.20

Settimo raduno Il Buio in Sala - (11-12-13 Settembre - Perugia - Tuoro) - Il miglior virus è il calore umano



A praticamente un mese dal raduno ecco il solito posto con la maggior parte delle informazioni possibili

QUANDO

Il raduno si svolgerà da Vemerdì 11 a domenica 13 settembre.
In realtà le due serate ufficiali sono quelle dell'11 e del 12, poi tutto il resto (cosa fare domenica e i pranzi di ogni giorno) si decidono al momento

DOVE

Il raduno si svolgerà tra Perugia (mattine, pranzi e altro) e Vernazzano di Tuoro dove saremo nelle due serate di venerdì e sabato (al locale Supernova).

L'obiettivo è aggiungere quest'anno una bella gita insieme da qualche parte, o in qualche bellissimo borgo umbro o in una delle isole del Trasimeno

COSA


VENERDI'

pranzo tutti insieme in luogo da decidere, ma probabilmente a Perugia

la serata

Stiamo cercando di avere musica live ma comunque avremo la solita piccola cena a basso prezzo, il film insieme e la prima serata per conoscersi ;)


SABATO

pranzo tutti insieme in luogo da decidere ma è molto probabile che se riusciamo a radunare tutti stavolta ce ne andiamo da qualche parte tutti insieme, o in altre città o nell'Isola Polvese

la serata:

 dalle 20 in poi: Megacena a volontà come tutti gli anni 

21.14 circa: Megaquiz a squadre sul cinema

In nottata sicuramente vedremo un altro film

DOVE ALLOGGIARE

Tre possibilità

AGRITURISMO BORGO ELENETTA A PACIANO

suggestivo, con piscina. Consiglio questa sistemazione a chi è munito di automobile o a chi comunque ha un "appoggio"

HOTEL SIGNA A PERUGIA (centro)

Consiglio questo alloggio a chi ama restare a Perugia durante il giorno senza doversi spostare per pranzo o altro

HOTEL BELVEDERE A PASSIGNANO

New entry, vicinissima al luogo del raduno.
Ha prezzi bassissimi e quindi non sarà una reggia ma è comodissimo per chi vuole già essere nei paraggi del Supernova.
Mi pare abbia la piscina

per disponibilità e prezzi contattatemi ma in nessun caso (tranne per le singole) mi sembra si superi mai i 25 euro a persona a notte, con punte anche sotto i 20


per qualsiasi domanda sono qua