30.9.19

Recensione: "Burning"


Il fatto di avere aspettative altissime - credevo di trovarmi davanti uno dei migliori film del'anno - mi ha un pochino bloccato.
Specie perchè nel primo tempo Burning mi sembrava una storia troppo semplice e banale, di quelle che abbiamo visto anche troppe volte.
Eppure qualche piccolo elemento faceva presagire a quello che sarà nel secondo tempo, secondo tempo in cui Burning diventa una specie di thriller-noir etereo e misterioso, tutto basato sul vero e il falso, sull'immaginazione e il reale.
E anche la regia in questo secondo tempo salirà a livelli altissimi, regalandoci 3-4 sequenze da pelle d'oca.
Ma di cosa parla questo film tratto dall'immenso Murakami?
Io, al solito, ho provato a dire la mia

Me l'avevano un pò descritto come uno dei film dell'anno e, forse per questo, non nascondo un pizzico di delusione.
Ma, attenzione, il pizzico di delusione è nel "totale" perchè nel secondo tempo, quando questa strana e anche banalotta storia d'amore acerbo diventa altro, ossia un thriller magnifico, etereo, che gioca col vero e il falso, il reale e l'immaginato, ecco, questa seconda parte l'ho davvero adorata.
E fa diventare Burning uno di quei film che puoi stare ore con gli amici a parlarne, a provare a interpretarlo. 
Come al solito butterò qualche impressione mia e solo mia, convinto come non mai che alcune cose sono solo mie seghe mentali :)


Un ragazzo cammina per strada a Seul. Entra in un megastore, poi esce e conosce una ragazza-immagine che sta là fuori per una specie di Ruota della Fortuna.
Si conoscono, lui le regala l'orologio rosa che ha vinto alla stessa ruota (e, attenzione, pare quasi che lei abbia scelto lui per farlo vincere), poi escono una sera insieme, lei gli dice del suo progetto di andare in Africa e se, nel frattempo, lui può occuparsi del suo gatto, vanno a casa sua, fanno l'amore, lei parte.
Tutto è molto naturale, immediato, semplice, come naturali, immediati e semplici paion questi due personaggi, due ragazzi dall'incredibile candore (anche se lei nasconde una parte nera e, forse, depressa) che sanno ancora sbalordirsi delle piccole cose.
Nella casa di lei, che poi è solo una stanza, non arriva la luce, se non di riflesso 10 secondi al giorno, quando questa "colpisce" la Torre di Seul e poi, appunto, finisce nella stanza di lei.
Questo accade proprio mentre i due fanno l'amore, pare una coincidenza ma sarà solo una delle piccole stranezze e magie di un film basato tutto sui minimi dettagli.
Bellissimo, a proposito, quel suo masturbarsi guardando la Torre di Seul, come a ricordare quell'attimo magico in cui la luce, metaforicamente e non, entrò nella sua vita mentre faceva sesso con lei.
E' uno dei primi accenni in cui si fa forte il tema del Ricordo, decisivo in Burning.
Lei in Africa conosce un altro ragazzo e, quando i due tornano, si forma così un trio di amici/amanti.

26.9.19

Recensione: "Il Regno"


Un grande thriller politico, ancora adesso in qualche sala italiana, di un giovane regista che, dicono, fa un film più bello dell'altro.
Film verboso, "tecnico", anche confuso nei suoi inciuci ma dalla sceneggiatura impeccabile, perfetta.
La storia di Manuel, politico corrotto che a forza di mazzette vive una vita di lussi e apparentemente perfetta. Poi lo scandalo viene a galla, tutti lo scansano, tutti lo additano come unico colpevole. E Il Regno diventa un film che è una spirale sempre più stretta per Manuel, sia fisica, che giudiziaria, che psicologica. In qualche modo, però, quest'uomo - grazie a una calma impressionante - sembra sempre poterne uscire.
Fino ad un finale da vero e proprio trhiller e ultimi 20 minuti magnifici.

Se c'è un genere che proprio fatico a vedere è quello dei film che raccontano il mondo della politica. Intendiamoci, parliamo comunque di cinema che "mi faccio piacere" e provo a vedere, non è l'action, la commedia romantica o il film in costume per capirsi.
Quando so che alla regia c'è qualcuno di valido, quando vedo un gran bel cast e quando qualche amico fidato me lo consiglia il rischio me lo prendo.
E, nel caso de Il Regno, ho fatto proprio bene.
Sì, certo, ho faticato a tratti, a me gli inciuci politici attirano davvero poco e il film, in questo, è davvero "tecnico", oserei dire persino troppo tecnico, tanto che si fa davvero fatica a tratti a capire cosa succede, chi ha tradito chi, chi è di quel partito e chi di quell'altro, quali sono i capi d'accusa e chi sta sopra chi.
Ad un certo punto ho pensato però che questa "confusione" sia stata voluta dal regista (Sorogoyen, molto giovane e, dicono, con già 3 grandi film all'attivo), regista  che con Il Regno non ha voluto tanto raccontare una vicenda specifica ma, appunto, catapultare lo spettatore in un marasma politico tentacolare del quale è difficile vedere i contorni.
O, se di vicenda specifica o circoscritta si tratta (una specie di Mani Pulite spagnolo potrebbe essere) si è comunque optato per questo racconto confuso, pieno di nomi e funzionari, nel quale non si capisce bene chi sia realmente colpevole e chi innocente (ma, forse, è proprio questo il messaggio del film, tutti colpevoli).
Del resto, restando ai thriller politici (e, fatemelo dire, anche etici) c'è stato recentemente un altro grande film, Il Mostro dalle mille teste di Plà.
E anche qui c'è la stessa sensazione, quella di ritrovarsi al cospetto di un mostro indefinito, fatto di tanti volti e tanti apparati.


Ma andiamo nel dettaglio perchè c'è una scena emblematica già all'inizio del film.
Partiamo con un ottimo piano sequenza nel quale vediamo il nostro protagonista, Manuel (il solito grande Antonio de la Torre) parlare al telefono in spiaggia.

24.9.19

Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 4 - Puntata speciale sull'animazione presente alla Biennale di Venezia - di Enrico G.


Venezia è finito da tempo ma questo piccolo sguardo indietro è comunque originale.
Per la quarta puntata della sua rubrica, infatti, il giovanissimo Enrico ci parla di 3 opere d'animazione viste alla Biennale.
Articolo agile e interessantissimo, a voi la lettura

A Venezia si va per i grandi film in Concorso, degli affermati maestri del Cinema, come per le chicche internazionali di quelli che verranno. Solo dopo qualche anno di frequentazione ho imparato ad apprezzare un lato meno noto del Festival: le proiezioni di corto/mediometraggi che nel circuito festivaliero sopperiscono ad una distribuzione che probabilmente non avverrà mai. Senza contare la pressione minore rispetto alle grandi produzioni, la freschezza di tanti esordienti che imparano il mestiere (e chissà che non li vedremo nei prossimi anni con il loro nuovo, acclamato lungometraggio).
Ho avuto il piacere di vedere Shako Mako, cortometraggio in lingua araba incredibilmente vivo e pieno di humor; Brigitte, documentario di una mezzoretta sulla fotografa omonima, mette in discussione ogni aspettativa che si potrebbe avere su di un ritratto di vita vera. È impetuoso, idiosincratico, girato in un bianco e nero sontuoso da Lynne Ramsay, la regista inglese di You were never really here e We need to talk about Kevin. Avendola in sala, le avrei fatto un’unica critica: non fa abbastanza film, considerato ciò che ci ha regalato finora.
Anche se è una puntata speciale non mi dilungherò oltre, qui si parla di animazione e non live action. A parte il film cinese No 7 Cherry Lane, che non ho visto, per trovarla sono dovuto andare, un po’ riluttante a dire il vero, alla sezione VR che sta al Lazzaretto Vecchio.
Dico la mia sulla Virtual Reality: credo che la ricerca di un “futuro” al cinema non debba passare attraverso nuove tecnologie, ma nuove storie e modi d’intendere quest’arte meravigliosa.
Il 3D si è sgonfiato come una qualsiasi moda passeggera ad appena un decennio da Avatar, e potrebbe essere anche il caso della realtà virtuale. Lo spero, perché rabbrividisco all’idea di voler rendere un film il supplemento di un videogioco, ma se già si discute dell’utilità della sala cinematografica, soppiantata dallo streaming casalingo, serve a poco fare il tradizionalista che nasconde la testa sotto la sabbia. Piuttosto, come dice il saggio, conosci il tuo nemico.
Mi sono riservato uno spazio per la selezione, che comunque prometteva qualche sorpresa; è pur sempre animazione, con la differenza che lo spettatore influenza il punto di vista. Quindi, evitando accuratamente l’interattività, che non mi compete, ho visto tre corti.


EX ANIMA
Titolo evocativo purtroppo fuorviante, per il corto peggiore del gruppo. Siamo nei panni di un cavallo (insomma, scordatevi l’anima e viaggi astrali col potere dell’animazione), per circa 13 minuti, a fare…niente di niente. So che il corto l’ho visto io e dovrei spiegarvi cosa succede per quasi un quarto d’ora, ma onestamente non lo so. Vedi qualche paesaggio molto carino, alle volte immerso nella nebbia, e ti lasci prendere grazie ad una colonna sonora abbastanza atmosferica. Poi rimani bloccato ad osservare sempre lo stesso spiazzo (il che toglie parecchio all’immersione nella realtà virtuale), dove girano gli equini. Qui succedono cose, nessuna davvero interessante o emozionante: sono perlopiù cavalli che girano all’aperto, al chiuso, stesi a terra divorati dai lupi. Ogni tanto appaiono degli uomini, che fanno cose ancora meno sensate, tipo recitare strambe preghiere. Abbiamo anche il nostro momento WTF quando conducono in mezzo alla nebbia verde (per fargli fare delle pose su delle pedane) dei quadrupedi che indossano maschere da guerra batteriologica. Sono serissimo.
Insomma, è quello che otterrebbe un animatore senza fantasia schiaffando della motion capture su dei cavalli e i loro ammaestratori, al grido di “ma sì, tanto non deve mica avere senso”. Bocciato sia come idee che come effetti.

19.9.19

Recensione: "C'era una volta a...Hollywood"


C'era una volta a... Hollywood è il solito Tarantino, un autore unico incapace di sbagliare completamente anche un solo film.
Eppure questo è un film che sembra destinato a un pubblico più ristretto, un pubblico di cinefili prima ancora che di semplici amanti di film, come me.
Una ricostruzione di un luogo e di un'epoca pazzesca, un atto d'amore per un'intera Arte, attori magnifici ma anche una sceneggiatura claudicante e slegata, una serie di sequenze troppo lunghe e l'incapacità del film di partire mai per davvero.
Fino ad un finale incredibile, in cui ancora una volta Tarantino usa l'ucronia, stavolta, se possibile, in una maniera molto più profonda, intima e delicata che in Bastardi senza gloria.
Finale che farà discutere, che anche io non riesco a fare del tutto mio, combattuto tra la commozione per l'omaggio alla Vita e una modalità infantile nel saperlo rendere.
Del resto Tarantino questo è, un bambino mai cresciuto. E in quello che forse è il suo film più maturo questo finale, in qualche modo, è qualcosa che stona.

Ogni volta che mi trovo a recensire un nuovo film di Tarantino (qui nel blog ce ne sono pochi, direi 4) devo fare la premessa scema di dire che io, tarantiniano, non lo son mai stato ma al tempo stesso ho sempre trovato TUTTI i suoi film da buoni a capolavori (Pulp Fiction e Kill Bill).
Premessa democristiana (ma sarò ancora più democristiano sul finale) per far capire, se mai ce ne fosse bisogno, che tutto quello che scriverò è frutto di una grande onestà intellettuale e di una stima davvero fortissima per questo regista, regista che è nella storia del Cinema, senza nessuna discussione.
Io un pochino ho faticato con questo C'era una volta a... Hollywood (cercherò di non scrivere più il titolo, troppo stancante) e in questa stupida recensione proverò a spiegare perchè.
Per prima cosa è doveroso dire che questo è cinema oggettivamente grande, tecnicamente perfetto, pieno d'amore, personale e curato nei minimi dettagli.
La ricostruzione tarantiniana di quell'anno a Hollywood è talmente maniacale da alzarsi ed applaudire, punto.
Ma proprio qui sta uno dei miei problemi, ripeto, miei.
C'era una volta a... Hollywood (cazzo, l'ho riscritto) è un magnifico film per cinefili, meno bello per chi, come me, è solo un amante di film.
Se non si ha quel fuoco dentro per la storia del cinema, per i suoi protagonisti, per le sue varie epoche, si rischia di far fatica o, nella migliore delle ipotesi, restare un pochino "fuori" dalle vicende.
Credo invece che chi cinefilo lo è davvero possa aver trovato in questo film il suo paese dei balocchi, con quei rimandi, quei riferimenti, quelle chicche nascoste, quel racconto di un'epoca.


Attenzione, il cinema di Tarantino tutto è un cinema per cinefili (del resto il regista è il non plus ultra della cinefilia) ma mentre nelle altre sue opere questo amore per il cinema era la cornice e il pennello qua è anche il soggetto dentro al quadro.
C'è anche da dire che operazioni del genere servono a far conoscere cose a tanti semplici appassionati (e infatti il film è stato sì a tratti faticoso ma interessantissimo) quindi lungi da me criticare l'operazione, parlo solo a titolo personale.
L'epopea di questi attori mediocri ma famosissimi, la scelta tra il cinema e le prime serie tv, il divismo, le feste alla Playboy Mansion, il cinema italiano che cominciava a produrre i suoi celeberrimi western, le star americane che andavano a parteciparvi, i registi italiani con lo pseudonimo americano, i grandi Studios, le ville dei divi, c'è da perdersi in questo viaggio/lezione sul/di cinema che ci offre Tarantino.
In epoca recente ricordo un'operazione simile nello strano e forse imperfetto Ave Cesare dei Coen che, però, secondo me, in alcuni aspetti metafilmici era pure superiore a questo Tarantino.

18.9.19

Recensione: "Vox Lux"


Corbet ci aveva meravigliato con il suo incredibile esordio, L'Infanzia di un capo.
E in questo 2019 che pare l'anno delle opere seconde che confermino delle bellissime prime ecco che anche lui riesce a confermarsi, e alla grande.
Eppure Vox Lux è film tremendamente fastidioso, odioso, strano (con molti aspetti che ricordano i Trier), bisognoso di analisi post visione per capirne il senso e il messaggio.
Quello che è sicuro è che ancora una volta, dopo Childhood, Corbet ci racconta di un delirio collettivo (il totalitarismo lì, l'idolatria verso popstar apostole di disvalori qua).
Lo fa attraverso un personaggio insopportabile, il cui successo è nato da una tragedia e da un dolore.
Solo nel finale però, nell'ultimo minuto, avremo la chiave principale per capir tutto e la metafora si farà palese.
Film ostico e difficile da consigliare ma, probabilmente, a livello psicologico il top di quest'anno 

Questo sembra proprio l'anno delle opere seconde, quello in cui i migliori registi emergenti devono in qualche modo riconfermarsi dopo notevolissimi esordi.
Non so quante volte mi sia capitato - credo almeno 6,7 - di scrivere in questo 2019 "la conferma di un giovane regista da tenere d'occhio", solo nell'horror penso ad Aster e Peele.
Anche Corbet era qui chiamato alla conferma dopo il folgorante, pazzesco - quasi incredibile per me - esordio con L'Infanzia di un capo.
E anche stavolta devo dirlo, la conferma c'è stata, eccome.
Intendiamoci,  Vox Lux - film fastidioso, strano, di non facile appeal - è secondo me sensibilmente sotto l'opera prima, ma quello che conta è che ancora una volta il giovanissimo Corbet ha realizzato un'opera coraggiosissima, ambiziosa, originale e di grande personalità.
Forse è andato anche "oltre" le intenzioni iniziali, nel senso che a 30 anni fare un film in cui si ha l'arroganza di spiegare il nostro mondo è un tantino troppo ma, oh, ce ne fossero di registi così sfrontati tra i giovani.
Vox Lux è, per quanto mi riguarda, una specie di Infanzia di un capo 2.0, dove uno raccontava infatti della follia dei totalitarismi dello scorso secolo questo mostra invece una delle follie degli anni 2000, quella del divismo, se possibile il più superficiale.
E ancora una volta questo delirio collettivo non ci viene mostrato tanto dalla parte del popolo ma da quella intima e personale dell'idolo, il giovane dittatore in un caso, la giovanissima pop star in quest'altro.
Tanto che, se ci pensate, potremmo sovrapporre tra loro i due finali dei film visto che entrambi raccontano due idolatranti folle che si strappano i capelli davanti al loro punto di riferimento, politico o di costume che sia.
Davvero straordinario come Corbet abbia potuto girare due film completamente diversi l'uno dall'altro (anche se a livello di struttura narrativa quasi identici) che sono invece praticamente lo stesso film girato in epoche diverse.
Dirò di più, Vox Lux è se possibile ancora più ricco di tematiche, ancora più complesso, ancora più insidioso.
Il risultato rispetto all'opera d'esordio è senz'altro inferiore sia perchè di problemi ce ne sono (ritmo non sempre convincente, troppo parlato, un filo ripetitivo) sia perchè, inutile dirlo, il soggetto di Childhood era mille volte più interessante.
Però, attenzione, perchè Vox Lux sembra film che racconta una storia banale quando in realtà ha degli aspetti - sopratutto psicologici - da poter stare ore a parlarne.
Per prima cosa c'è da dire che Corbet potrebbe diventare il nuovo principe degli incipit cinematografici.
Quello dell'infanzia di un capo, l'ho detto più volte, è uno dei primi 5 degli anni 2000 per me, questo è "solo" grandissimo.
Una voice over "dell'oggi" che ci racconta le cose partendo dal passato.
Una voice over praticamente identica a quelle dei film di Trier, e non solo per l'uso in sè della tecnica, ma anche per come dice le cose e quando le dice (questo parlare delle cose più semplici dell'esistenza, specie quelle banali, il ritmo, tutto).
Non è un caso che Corbet abbia recitato con Trier (Melancholia) e che abbia affidato questa voice over a Dafoe...
Del resto anche la stessa divisione in capitoli (vista già in Childhood) è trieriana.
Dirò di più, tutto il film secondo me somiglia a quelli di Lars, per questo suo essere davvero molto fastidioso, pieno di personaggi detestabili e fragilissimi psicologicamente.
Di certo non arriviamo a quei livelli ma secondo me chi detesta il disagio dei film di Trier detesterà anche questo.


Ma torniamo all'incipit.
La scena a scuola è tragicamente bellissima, fastidiosa, perfetta (tra l'altro in un dialogo del film si farà riferimento all' elefante nella stanza, chiaro omaggio ad Elephant).
Quel primo sparo in soggettiva che ti sorprende, quel dialogo con Celeste, le immagini successive del massacro.
E quei fantastici titoli di coda che diventano titoli iniziali sovrapposti alle ambulanze che accorrono, chapeau.
Tra l'altro grandissima colonna sonora, non ci sono andato a guardare ma deve essere per forza lo stesso compositore sentito in Childhood, sono troppo simili.
Insomma, grande incipit.

16.9.19

Oltre l'immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 12 - "2001 Odissea nello spazio" - di Edoardo Romanella


Con questo 12imo appuntamento Edoardo affronta quello che è forse il film principe che una rubrica con questi propositi (provare a "spiegare" i film) deve affrontare, il capolavoro di Kubrick.
Al solito anche qua sono stati scritti saggi su saggi ma magari una lettura come quella di Edoardo agile e condensata fa sempre bene 

vi lascio alle sue parole

L’ALBA DELL’UOMO

4 milioni di anni fa, siamo nel deserto, un gruppo di ominidi scopre per caso un monolite nero. Non esiste ancora la civiltà, vale la legge del più forte (ma è un dogma che vale sempre, in ogni spazio e in ogni tempo, se non consideriamo la grande illusione del mondo civilizzato), e si formano due gruppi antagonisti tra loro. I membri di uno impareranno presto a usare oggetti per combattere, e prenderanno il sopravvento sugli altri. Assistiamo all’evoluzione.
L’uomo, come tutti gli altri animali, uccide quelli della sua stessa specie.
Da qui veniamo catapultati nel futuro (1999), l’essere umano è schiavo della tecnologia. Un gruppo di astronauti viaggia nello spazio in direzione di Giove, dove è stato avvistato uno strano monolite nero, e la loro astronave è guidata da un computer avanzatissimo, HAL 9000, che sembra avere una volontà propria.




E’ il 1968, e la fantascienza riparte da qui, da questo film immortale, un capolavoro eterno ancora oggi insuperato.

11.9.19

Festival del cinema di Venezia 2019 - Resoconto finale


Riccardo Simoncini

Venezia, come già spesso si è detto, è un festival (o meglio una mostra) che guarda alla novità, al futuro e all’innovazione, intesa non solo nel modo di fare cinema, ma anche di concepirlo ed intenderlo. Così non deve stupire che esista una sezione intera dedicata alla VR (Virtual Reality), il vero e proprio futuro dell’audiovisivo, o che, come fuori concorso, siano state presentate delle serie tv (tra l’altro quest’anno hanno davvero stupito le due serie tv, The New Pope e ZeroZeroZero). Perché la mostra di Venezia travalica, a tutti gli effetti, i limiti, i criteri e le etichette che sono correlate spesso ad un’idea antica e stereotipata di dinamica festivaliera. Per questo non deve neanche stupire che a vincere il Leone d’Oro quest’anno sia stato Joker, di Todd Philips che, come è stato approfondito nella recensione, costituisce un film che va oltre le etichette del semplice cinecomic. Che Venezia sia stata una piattaforma di lancio per gli Oscar si è già notato nelle precedenti edizioni (The Shape of Water, Roma ecc), ma quest’anno, con la vittoria di Joker, si riconferma, con ancor più forza, un’idea di Cinema nuova, lontana da idee chiuse e conservatrici di un cinema sostanzialmente elitario. E Joker non ha paura di urlarlo al mondo, senza messe misure. E questo premio, così importante, entrerà di sicuro nella storia del cinema. Felice poi per la presenza tra i vincitori del concorso di “J’accuse”, il film di Roman Polanski che ha probabilmente messo d’accordo un po’ tutti e che per fortuna ha vinto, nonostante le tristi dichiarazioni della presidente di giuria all’apertura del festival (“Non applaudirò al suo film. Non posso separare la persona dall’opera”). Buona e meritata poi la presenza italiana con l’interessante film di Maresco (Premio speciale) che offre una visione nuova, satirica e cinica sul mondo della Mafia d’oggi e Martin Eden, con il suo Luca Marinelli incredibile e sopra le righe, tanto da vincere la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile. Dispiace per l’assenza tra i vincitori di Ema di Pablo Larrain, la cui giovane protagonista Mariana Di Girolamo era probabilmente la più adatta per il premio Marcello Mastroianni all’attrice emergente. Il regista Pablo Larrain rimane nuovamente senza premi, nonostante i tanto amati (e numerosi) film presentati al Lido veneziano. Speriamo che Ema riesca comunque ad avere vita felice nella distribuzione, perché merita davvero di essere visto (e rivisto, per comprenderlo ancora di più nella sua profondità). E dispiace anche per l’assenza di The Painted Bird, che sarebbe stato un buon candidato per la migliore regia, invece vinta (e comunque sempre altrettanto meritata) da Roy Andersson che, dopo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, riesce comunque di nuovo ad entrare nella palmares. Un’edizione comunque molto ricca, nonostante un leggero calo generale della qualità negli ultimi giorni di festival (a parte qualche indimenticabile eccezione, primo fra tutti “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco). Un’edizione altamente variegata, capace di includere registi ed operazioni cinematografiche profondamente eterogenee, con in ogni caso un grande numero di perle inaspettate e da scoprire, quest’anno ritrovate soprattutto nelle sezioni parallele della Mostra (Settimana della Critica e Giornate degli Autori), che si confermano dunque sezioni non minoritarie rispetto alle classiche del concorso. Se volessimo provare a ricercare un fil rouge, un tema predominante che lega in qualche modo tutta la selezione, così come l’anno scorso si poteva parlare del colorato e variegato mondo della femminilità, sicuramente quest’anno ci ritroveremmo invece a confrontarci con la familiarità. Da Marriage Story di Noah Baumbach a Sole di Carlo Sironi. Da Pelican Blood di Katrin Gebbe a Ema di Pablo Larrain. Famiglie che si creano e che si distruggono. Famiglie di segreti o di condivisioni. Famiglie di giovani che guardano al futuro e di anziani che ricordano il passato. Famiglie improvvisate e famiglie già affermate. Ma sopratutto l’idea di famiglia strettamente connessa alla genitorialità, a quel rapporto genitori-figli tanto importante al giorno d’oggi. Chissà cosa ci aspetterà il prossimo anno, Ci vediamo a Venezia77!

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorni 10/11 - 8/9 settembre



LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA 
di Franco Maresco


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

A 25 anni dalla strage di Capaci e via D’Amelio, il regista, accompagnato dalla fotografa Letizia Battaglia, decide di realizzare un documentario sulle celebrazioni ufficiali della ricorrenza. Sulla sua strada compare anche Ciccio Mira, bislacco organizzatore di feste di piazza, che sta organizzando un evento “parallelo”
Si ride molto, ma amaramente. 

Voto: 7


WAITING FOR THE BARBARIANS 
di Ciro Guerra


CONCORSO

Filippo Tassinari

Un magistrato amministra un avamposto ai confine dell’impero: oltre c’è il deserto e i barbari. La sua amministrazione, fondamentalmente pacifica, verrà messa in discussione dal colonnello, inviato dal regno.
Una storia senza luogo e senza tempo, antica e contemporanea, con qualche piccolo difetto sulla fluidità ma tuttavia piacevole. 

Voto: 6 e ½


BOROTMOKMEDI (The Criminal Man) 
di Dmitry Mamuliya


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Un uomo assiste casualmente ad un omicidio: la vittima è un famoso calciatore. L’evento criminale diventa una fissazione per l’uomo che visita ripetutamente il luogo dei fatti, cerca di conoscere le persone coinvolte, provando ad entrare nella psicologia di vittime e colpevoli.
L’unico vero difetto del film è la lunghezza che rende a tratti faticoso il percorso disegnato dal regista nella costruzione psicologica di una mente criminale. 

Voto: 6 e ½


ZUMIRIKI 
di Oskar Alegria


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Documentario dove il regista è il protagonista di una esperienza sulla ripetizione di un ricordo: vivere isolato nel luogo dove ha trascorso la sua infanzia, sulle sponde di un fiume nel centro dei paesi baschi, dove i suoi nonni avevano una capanna.
Purtroppo si salva poco di un documentario che risulta troppo autoreferenziale e con una vocazione poetica affetta da lirismo. 

Voto: 5


 ROGER WATERS US + THEM 
di Sean Evans, Roger Waters


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

Il concerto dell’ultimo omonimo tour del fondatore e genio creativo dei Pink Floyd, Roger Waters.
Se amate i Pink Floyd e non siete stati al concerto, è una buona occasione per recuperare. 

Voto: 6


THE BURNT ORANGE HERESY 
di Giuseppe Capotondi


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

James, affascinante critico d’arte, è ospite con Berenice, fiamma del momento, nella villa di un ricchissimo collezionista. Qui ha la possibilità di intervistare Jerome Debney, pittore fuori dalle scene da 50 anni, dopo che le sue opere furono distrutte da un incendio.
Il film rimane indeciso se mantenere il tema del dramma e della follia di un uomo e la sua avidità o fare un discorso sull’arte e a chi è destinata. Nel dubbio diventa mediocre e allo spettatore non rimane che un pugno di mosche. 

Voto: 5

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorno 9 - 7 settembre



A HERDADE (The Domain)
 di Tiago Guedes


CONCORSO

Filippo Tassinari

La famiglia Fernandes, proprietaria di vasti terreni a sud di Lisbona, è protagonista negli anni, dal dopoguerra ai giorni recenti, delle rivoluzioni subite dal paese e all’interno del nucleo familiare.
Lunghissimo drammone a cavallo tra La meglio gioventù e Dinasty. 

Voto: 5

Riccardo Simoncini

Un racconto epico nel senso originario del termine. Un'odissea storica che travalica e scavalca il tempo e si concentra piuttosto sullo spazio. Al centro, infatti, di “A herdade” vi è una tenuta fondiaria, uno spazio circoscritto che è fisicamente e giuridicamente ereditato e sullo sfondo trascorrono i decenni che si succedono e la Storia che penetra in quello spazio. Così si scontrano e si confrontano la realtà terriera di quella tenuta, dove tutto è particolareggiato e a dimensione del singolo uomo e la grande realtà, del Portogallo, quella macroscopica, rivoluzionaria, a dimensione umanitaria. Purtroppo, però, il grande difetto del film è di concentrarsi fin troppo sulla realtà limitata della terra (e sul concetto specifico di proprietà), non approfondendo con la dovuta attenzione i grandi capovolgimenti politici e sociali del Novecento e mantenendo sempre uno stile impersonale che facilmente può essere accostato a tante fiction Rai minori. In “A Herdade” è anche altro ad essere ereditato, non solo la terra, ma anche i valori, il modo di pensare e di agire. Per questo, quando la storia ed il mondo circostante mutano in fretta, e il nostro mondo invece è semplicemente ereditato, iniziano i problemi, cominciano i conflitti ed i mattoni di quell'antica tenuta che è rimasta erta per un sacco di anni iniziano a cadere. 14 mila ettari: una proprietà terriera così tanto estesa da legittimare infatti il suo proprietario, il “padrone” Joao, ad imporvi le sue regole, come fosse uno stato autonomo a sé stante. Possiede la terra, possiede gli animali e crede di possedere persino gli uomini. Ma, come si diceva, l’imminente arrivo di nuove ideologie rivoluzionarie, sconvolgerà l’equilibrio di quel luogo apparentemente isolato dall’ambiente circostante. Ma se si perdono prima i lavoratori, poi le terre, poi gli animali, se inizia, cioè, a disintegrarsi quella proprietà pezzo dopo pezzo, cosa rimane allora? Solo un uomo, come tutti gli altri.


PARTENONAS (Parthenon) 
di Mantas Kvedaravičius


SETTIMANA DELLA CRITICA

Filippo Tassinari

Diversi personaggi raccontano frammenti delle loro vicende: un ragazzo sudanese scappato dalla guerra, una prostituta ucraina, un delinquente curdo, una studiosa di immagini sacre.
Macchina a mano, riprese alle spalle dei protagonisti e voice over. Intreccio senza trama: Visionario forse sì, visibile forse no. 

Voto: 4


HAVA, MARYAM, AYESHA 
di Sahraa Karimi


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Kabul, Afghanistan. Racconto a 3 episodi. Hava, è in dolce attesa, ma di lei nessuno si cura, dividendo la casa con un marito assente ed il peso dei suoceri. Maryam è una giornalista, colta ed indipendente, che ha appena concluso un lunghissimo rapporto causa infedeltà del partner. Ayesha scopre di essere incinta e il suo fidanzato scompare.
In una paese con una cultura ancora patriarcale, la regista racconta il tentativo di emergere di queste donne, diverse tra loro per classe ed età, ma determinate a creare un cambiamento. 

Voto: 6


SANCTORUM
di Joshua Gil


SETTIMANA DELLA CRITICA

Riccardo Simoncini

Prossimi alla conclusione del festival (e in chiusura della Settimana della Critica), arriva questo grande film-esperienza (il secondo dopo Scales, già recensito qua sul blog al giorno 5). Siamo in Messico, in un territorio dove i narcos hanno preso il controllo per gestire la produzione di droga. I contadini, non avendo altra alternativa per sopravvivere, devono così divenire lo strumento fondamentale e chiave affinché quella terra produca in quantità il prodotto finale. Si ritrovano dunque in mezzo alla lotta violenta e sanguinosa tra narcotrafficanti ed esercito messicano. Loro, i contadini, persone semplici, mosse da altrettanto semplici aspirazioni. Loro che sanno solo coltivare la terra, perché quello è stato loro insegnato dai genitori. Loro che, magari pur non avendo un’istruzione, conoscono però in ogni suo dettaglio quella terra vivente che coltivano, sanno come allevarla, crescerla, fino a riceverne il frutto finale. E proprio per questo rapporto di simbiosi, che si stabilisce tra gli indigeni e la natura messicana, colpisce e va nel segno l’opera di Joshua Gil, regista già impegnato nel reparto della fotografia in alcuni film dell’amato Carlos Reygadas. E la lezione del regista messicano si nota, per esaltare il valore esperienziale dell’opera cinematografica, dove la dimensione onirica e visionaria (a cui contribuiscono artificiosi effetti speciali digitali) è in perfetto equilibrio con una dimensione più documentaristica. L’uomo che cura la terra è lo stesso che è in grado di sentirne il battito pulsante, il respiro vitale o semplicemente il pianto, il lamento, il grido sofferente di chi è sfruttato senza pietà. E così come un bambino può sempre sentire e distinguere la voce materna, anche in questo caso quei contadini possono percepire la voce della madre terra, con i suoi segnali e i suoi avvertimenti. Quella natura costituisce dunque un luogo ancestrale, con la sua simbologia e mitologia, a cui i contadini possono rivolgersi per chiedere aiuto. Perché, a causa di quella guerra tra narcos ed esercito nazionale, a rimetterci sono i contadini, gli indigeni, che continuano a soffrire e morire. Non si può contare su altri uomini, ma solo sulla spiritualità della terra. E a quella richiesta d’aiuto, la natura, così grande e potente, risponderà con tutte le sue forze. Contro uomini che non possono niente, se non stare a guardare. Sarà l’apocalisse. Sarà una luce che da piccola stella, si farà prima flebile fascio attraverso la nebbia e poi tutto invaderà.


NEVIA
di Nunzia De Stefano 


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Nevia ha 17 anni: senza madre e con il padre in carcere, vive nel campo Bipiani di Ponticelli con la nonna e la sorellina. La vita non è semplice, dovendosi arrangiare tra la miseria del contesto, l’assenza di lavoro, i ruoli genitoriali assenti e uno spasimante che la corteggia.
Esordio alla regia per Nunzia De Stefano, ex moglie di Matteo Garrone, qui come produttore: il racconto, di ispirazione autobiografica, ha il suo punto di forza nella performance della protagonista e nella naturale empatia che trasmette allo spettatore, anche grazie ad una equilibrata costruzione dei personaggi. 

Voto: 6