13.7.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 8 - Recensione: "The Station Agent" - di Roberto Flauto

Ottavo appuntamento col recensore poeta Roberto.
Anche stavolta, come accade spesso nella sua rubrica, ci presenta un film quasi sconosciuto, vi lascio prima al cappello di presentazione, poi alla recensione.

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Opera prima del bravissimo Tom McCarthy.
Un film sulla riscoperta di sé, una storia di amicizia e rinascita che viaggia sui binari della vita.
Fin (uno splendido Peter Dinklage) è un uomo affetto da nanismo che ha un grande amore per i treni. Non ha amici e non ha fiducia nel mondo né negli altri.
Eredita una stazione di servizio in una piccola cittadina.
Qui incontra il logorroico e invadente Joe e la dolce e tormentata Olivia.
Malgrado e grazie a ogni difficoltà, tra loro nascerà un’amicizia sorprendente e autentica.




I treni che viaggiano di notte.
La testa appoggiata al finestrino.
Il paesaggio e le luci lontane danzano nei riflessi sul vetro.
I ricordi, i desideri, le speranze, i rimorsi, le possibilità, il vuoto.
C’è tutta la tua vita in quelle immagini, su quei binari, in questa notte.
Non c’è niente di più malinconico e spaventoso.
Invece a me è sempre piaciuto.
Forse perché sono malinconico e spaventoso anche io.

Guardo più lontano che posso.
Chiudo gli occhi.
Non vedo altro che lei.


Anche a Fin piacciono i treni. Molto più di quanto potrebbero mai piacere a me. Perché lui li guarda e non vede solo malinconia, amore, ferite e altre effimere eternità. Fin vede se stesso, la sua vita, tutto il suo mondo, ogni mondo possibile. Lui ama i treni. Li studia, li osserva, li rincorre. Per lui sono la meta, non il mezzo.
Treni abbandonati e diroccati, con la sterpaglia e gli insetti che li infestano. Treni in perfetto stato, che corrono veloci, visibili per un attimo, il tempo di un sogno, l’eternità di un istante. Fin ama le stazioni ferroviarie. Sa tutto di questo universo, e non importa nulla se non sa quando siano stati inventati i dirigibili. Conosce le mappe, i percorsi, gli orari, i materiali. Gli piace passeggiare sui binari, ma lo fa sempre da solo. Conosce l’odore delle vecchie macchine usate per obliterare i biglietti dei viaggiatori, gli piace, forse gli ricorda di una carezza ricevuta da bambino, o il sogno di una carezza.
Fin ama i treni, sono la sua passione più grande. Ci sono chilometri di binari infiniti che corrono nelle sue vene, il suo sangue bollente, il suo sorriso accennato, lo sguardo di frammenti, dolce e malinconico. Ma non c’è spavento. La tristezza, quella sì. E la paura, e la rabbia. Ma Fin è un puro. Come un treno che ti porta dalla persona che ami. Quante storie d’amore, alla stazione. Quanti addii. Quanto orrore, quanta sublime bellezza.

Fin è alto un metro e trentatré.
Ha un solo amico, Henry, il vecchio proprietario di un negozio di modellismo, dove entrambi lavorano. La sera guardano fotografie di vagoni, carrozze, stazioni, o filmati amatoriali dei cosiddetti “cacciatori di treni”, altri amanti del train watching che vanno in giro per il paese a osservare, filmare e documentare i treni, il loro passaggio, le loro caratteristiche.
Fin soffre il suo nanismo. Sente il peso degli sguardi della gente quando passa, le prese in giro che fa finta di non vedere, le smorfie dei ragazzini, le frecciatine, le reazioni di sorpresa e di imbarazzo. Credo che voglia essere ancora più piccolo, minuscolo, sparendo del tutto.
Lui abbozza un sorriso, va avanti, come un treno che non ha bisogno di fermarsi.
Poi accade che Henry muore, e Fin si ritrova a dover lasciare il lavoro, perché il negozio e tutto l’edificio sono stati venduti. Ma il suo vecchio amico gli lascia in eredità una piccola stazione di servizio, ormai in disuso, in una altrettanto piccola cittadina di campagna. Non ha niente che lo trattenga. Il binario della sua vita ha preso una svolta imprevista.
È notte e piove quando arriva nella sua nuova casa.


Il treno.
Metafora del tempo, delle occasioni, della vita.
Ha ispirato poeti, scrittori, artisti, cantanti, pittori.
Il fischio di un treno cambia la vita di Belluca, nella novella di Pirandello.
L’operaio delle ferrovie, protagonista di Glory, trova il suo destino in attesa.
Nella città di N. arriva il treno dell’assenza e dell’altrove, nei versi della Szymborska.
Carducci che canta la stazione in una mattina d’autunno.
Il trenino Thomas e l’Orient Express che trasuda sangue.
Gli assalti di Jesse James e i salti del Polar Express.
Il treno metropolitano sotto il quale si lancia Andreas in The Bothersome Man.
Il treno che trafigge il tempo nell’opera di Magritte.
E ancora e ancora e ancora.
Ma nessuno di loro è come Fin.
Lui i treni li vive. Li ama. Sono la sua passione più grande, quella che fa da cornice ai giorni, quella che determina lo scorrere del tempo, in cui stempera la sua frustrazione, in cui annega i dispiaceri, in cui edifica se stesso, amando il mondo attraverso i vagoni, solcando binari interstellari, che partono da e conducono al suo cuore immenso.

Arriva alla stazione di servizio, la sua nuova casa.
Basta poco, e la sua vita cambia per sempre.
Perché incontra Joe e Olivia.
Il primo è il gestore di un furgoncino da fast food che si ferma proprio nei pressi dei binari dove sorge la stazione di Finn. È un ragazzo solare, allegro, irrequieto, un chiacchierone che cerca fin da subito di attaccare bottone con Fin, il quale si trincera dietro il suo silenzio, cercando di tenerlo a distanza. “Che cosa vuole da me, questo gigante?”, avrà forse pensato.
Olivia, la dolce e distratta Olivia. Rischia di investirlo per ben due volte. È gentile, ma ha lo sguardo triste, attraversato da una nostalgia assassina. Si presenterà alla sua porta con una bottiglia di bourbon «Non si preoccupi, non ho la macchina». Cominciano a conoscersi. Anche Fin inizia ad abbassare le barriere. Squarci di luce irrompono sulla tela del reale.

The Station Agent, allora, è un film sulla rinascita, sulla riscoperta di sé.
Joe, coi suoi modi quasi ingenui, spontanei, è un ragazzo che desidera fortemente la compagnia di qualcuno, e fin dal primo istante insiste con Fin, probabilmente vede in lui qualcosa di diverso, di unico, e glielo dice, due volte, con due frasi all’apparenza casuali e superficiali, ma che in realtà racchiudono  un fascio di sentimenti sconfinati.
«Sei forte». Così gli dice.
Andando via, il giorno dopo, gli urla «sei il mio eroe».
La cosa più bella è che Joe le pensa davvero queste cose.

Olivia è sul divano di Fin, è distratta, sbadata, sembra Anna Never.
Lei gli dice che è divorziata, e che suo figlio Sam è morto due anni prima.
Ci sono tanti silenzi, in questo film.
Il silenzio dell’attesa (di un treno che non passa, è già passato, è ancora futuro, è presente assente).
Il silenzio delle voci che percorrono certi vagoni del cuore, con pochi passeggeri ma eterni.

Fin, Joe e Olivia.
Ognuno di loro ha dentro un mostro.
Questa strana e folle amicizia appena nata sarà la salvezza di tutto loro. Imparano ad aprirsi al mondo, ad accoglierlo, a raccoglierlo, a riconoscersi.
Il mostro di Fin è la diversità. Quella stigmatizzata e derisa, che deriva dal suo nanismo. Gli sguardi curiosi delle persone (come la signora del negozio di alimentari che gli scatta una foto, come fosse un fenomeno da circo), le risatine, le prese in giro. E allora non gli resta che chiudersi in se stesso, nel mondo che corre veloce sulle rotaie, nei treni che non giudicano, non hanno altezza, non hanno coscienza, ma sono più vivi di questi giganti che al posto del cuore hanno un binario morto.
Fin soffre la sua condizione, ma non si trincera dietro banali scuse, non ricorre a alibi esistenziali. È un ragazzo intelligente, gentile, e ama i treni, ama il silenzio, le lunghe passeggiate, le attese, la lettura. Ha vinto lui, non la vita.

«Sei mai stato innamorato?», gli chiederà Joe.
«Sì», risponderà Fin.
«E poi cos’è successo?».
«Ero giovane e arrabbiato».

L’interpretazione di Peter Dinklage è splendida.
Quello sguardo, quei sorrisi, quelle lacrime.

Il mostro di Joe è la solitudine. Ha un padre malato di cui deve occuparsi, ha qualche amico ma non è amicizia: è condivisione di momenti, senza profondità, senza autenticità. Infatti, quando quei due ragazzi, fermatisi al suo furgoncino per un caffè, iniziano a prendere in giro Fin, lui li caccia via, difendendo il suo amico. Perché, per Joe, Fin è sempre stato un amico. È vero, Joe è invadente, estroverso oltre il limite, logorroico, iperattivo, tuttavia conserva un candore raro nella sua insistenza. Io leggo tutto ciò come il tentativo di un uomo di riempire il vuoto che ha dentro, la sua mancanza di amicizie vere, autentiche. L’arrivo di Fin sarà per lui una rinascita.
Si unisce a lui nella passeggiate, nelle attese (splendide le scene di loro due sulla panchina a osservare il ponte, in attesa del treno). E coinvolgerà anche Olivia, con loro.
Camminano, lungo binari fisici e immaginari, quelli dell’America baciata dal sole e quelli del cuore che ora batte seguendo nuovi ritmi.
Tum tum.
Il battito del treno
Il suono del cuore.

Il mostro di Olivia è la morte di suo figlio. Il treno della vita ha travolto questa donna dagli occhi dolci, dal cuore puro e sanguinante. È tormentata dal senso di colpa, dal fatto irrimediabile che lei è viva e suo figlio no. Vive da sola. Suo marito si è rifatto una vita, ora aspetto un figlio da un’altra donna. Lei ha paura. Come si può vivere senza vita? Sono due anni che Sam è morto. E lei con lui. Ma smettere di vivere non vuol dire morire. Ha ancora un cuore che pulsa e il sangue le scorre nelle vene. Si sente ribaltata, come un treno che ha deragliato e non ha lasciato sopravvissuti. Anzi no, uno solo: lei. Olivia dipinge. Dipinge il futuro di suo figlio. Lo ama con tutte le sue forze.

Ora sono tutti e tre a casa di Olivia. Ridono, scherzano, si aprono sempre di più, di intrecciano. Conoscersi fa male. Conoscersi davvero, intendo. È un’esperienza sconvolgente.
Il piacere è sempre più traumatico del dolore.
Fin e Joe restano a dormire lì. Per la prima volta, dopo chissà quanto tempo, si sentono al sicuro.


Fin conosce anche la giovane e dolce bibliotecaria della città, Emily.
Tra i due sembra nascere qualcosa di tenero. Lui la difenderà dal fidanzato manesco (lo stesso tipo che lo aveva preso in giro alla stazione, quello zittito da Joe), la ospiterà a casa sua, le parlerà con dolcezza. Lei gli confessa di essere incinta, si fida di lui, di questo ragazzo così timido e gentile.
Non sapremo mai come andranno le cose tra di loro. O forse sì. Si baciano. Due treni si incrociano, due esistenze si intrecciano. Nel modo più dolce e irrimediabile che la vita conosce.

Durante una delle sue passeggiate, Fin conosce anche Cleo, una bambina a cui piace giocare nei pressi di una vecchia carrozza abbandonata. Lei rimane colpita da questo uomo solitario, a cui piace osservare i treni, ne rimane tanto affascinata che lo invita a parlare alla sua classe. Lui rifiuta, ma alla fine ci va. Parla del suo amore per i treni.

Questo film è delicato e lieve, anche se tratta temi ostici come la diversità, la solitudine, l’assenza. Esattamente i tre mostri che si agitano in Fin, Joe e Olivia.
La loro amicizia incrinerà i muri erti a protezione del cuore.
Accorcerà la distanza tra la l’inesprimibile e l’irraggiungibile.
Sarà un fiorire.
Per questo non sarà facile. Per questo arrivano anche a scontrarsi, ad allontanarsi, a mandarsi via. Perché è tutto vero. Venire a galla, dopo una vita sotterranea, fa sempre male. Mettersi in gioco, mostrarsi davvero, dire al mondo “eccomi, guardate!”: è doloroso, ma non si può che nascere piangendo.
Fin  che si ubriaca al bar e dorme sui binari.
Joe che sparisce e non si fa più vedere.
Olivia che si chiude in casa e si tormenta.
Prenderà un sacco di pillole, sarà Fin a trovarla, a salvarle la vita, come ognuno di loro ha fatto a ciascuno di loro.
Ritorna anche Joe. Sono di nuovo tutti e tre insieme.


I mostri non sono spariti, ma ora hanno un senso.
C’è una ritrovata speranza.
C’è la possibilità di intravedere l’alba.
Non è impossibile donarsi veramente.

Siedono sul portico di Olivia
C’è il buio della notte di primavera.
Accennano parole, sorrisi, silenzi.
Chiacchierano, fumano, sognano.
Nell’aria c’è qualcosa di molto simile alla felicità.
Tum tum tum tum.

4 commenti:

  1. una bellissima opera prima, di quelle da non perdere, sono d'accordo con Roberto

    https://markx7.blogspot.com/2013/12/the-station-agent-tom-mccarthy.html

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    1. Tom McCarthy è un regista decisamente bravo, a mio avviso. Questo suo esordio è lì a testimoniarlo. Anche se, secondo me, il suo film più bello resta "L'ospite inatteso".

      Grazie per il commento e per il link :)

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  2. Bella recensione.
    Togli un po’ l’effetto sorpresa perché racconti tutto il film.
    Mi incuriosiscono le tue citazioni ,Anna Never è il fantasma smemorato attira catastrofi di Dylan Dog?
    Poi mi citi il Trenino Thomas e il Polar express e non mi parli di un altro famoso treno il Galaxy Express 999 del grande maestro Matsumoto.
    Recupererò presto il film ..mi hai incuriosito.
    Ciao

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    Risposte
    1. Ciao, Max. Grazie.

      L'effetto sorpresa. Sì, per chi non conosce il film di cui parlo, in effetti, può in qualche modo svanire; ma se ti ho incuriosito ne sono contento,

      Certo, Anna Never di Dylan Dog, proprio lei! Una giovane attrice (o è davvero un fantasma?) maldestra, sbadata e adorabile.

      Beh, letteratura, cinema, ogni arte: il treno è ovunque. Non avrei mai potuto citarli tutti. Da quello dei Lumiere a "Train de vie", da "La bestia umana" di Zola ai trenini del reverendo Lovejoy, passando per Simenon, Guccini, il treno dei dannati (altro riferimento dylaniano) e qualsiasi altro treno. I binari dell'immaginazione sono infiniti!

      Ciao :)

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