15.9.20

Festival del Cinema di Venezia, giornate 9,10,11 e Considerazioni Finali


Ultimo post da Venezia.
Troverete gli ultimi film visti dai nostri due ragazzi e le considerazioni finali di entrambi, giusto due righe di Tommaso, molte di più (anche con "premi") di Enrico.
Un abbraccio

TOMMASO FERRERO

Nuevo Orden – Michel Franco, Messico  


Un matrimonio fra ricchi in Messico viene interrotto da una rivolta popolare. Omicidi, tanti omicidi. Violenza, tanta violenza. Nella follia in cui cade il paese la sposa viene rapita da un corpo militare. Con l’intento di chiedere un riscatto. La famiglia cerca una soluzione mentre la figlia subisce ogni genere di abuso. Non vivo in Messico, non sento la tensione sociale fra ricchi e poveri e non ho rabbia in corpo. Forse per questo Nuevo Orden mi è sembrato così folle, così esagerato. Franco racconta qualcosa di molto lontano per noi, ma che certamente potrebbe essere assolutamente plausibile, come, poi, dicono molti che invece la situazione l’hanno tastata con mano. Fino a un certo punto il film mantiene una bella tensione, ma dopo un po’ mi ha nauseato.  

Lahi, Hayop (Genus Pan) – Lav Diaz, Filippine  


Tre minatori tornano a casa dopo mesi di lavoro con i loro soldi duramente guadagnati. Mentre camminano nella giungla si raccontano la loro vita, i loro rapporti cambiano e mutano lentamente. La Pasqua si avvicina e uno solo di loro uscirà da quella giungla, ma non per sua scelta. Al villaggio però qualcuno vuole ciò che il sopravvissuto ha guadagnato. Lav Diaz ha creato un film che è un trattato sulla violenza umana, sulla rabbia e sulla cupidigia. Un film lunghissimo dove entriamo in un mondo sospeso, dove i buoni d’animo, coloro che vivono per cercare la verità e la bellezza del mondo, vengono brutalmente schiacciati da chi, invece, cerca solo tornaconto personale e violenza. Un percorso lungo, di penitenza e sospensione, dove, alla fine, vince il più forte.  

Due considerazioni finali
Io non ho visto Nomadland, sia chiaro, dunque non mi permetto di giudicare il premio assegnatogli. Credo che il festival quest’anno abbia offerto una selezione strana, ma comunque, in qualche modo, efficace. I film delle sezioni collaterali mi hanno emozionato tendenzialmente molto di più di quelli in concorso ufficiale, ma sono gusti personali. Apprezzo il premio a Doroghie Tovarischi, che però, a mio avviso, avrebbe meritato di gran lunga di più. Detto questo me ne vado con un sorrisino malinconico dalla mostra. Mi è mancato un po’ il caos delle attese in fila, le corse all’ultimo minuto, le folle che sparano cazzate sui film appena visti, le urla in sala. Quest’anno era tutto così ordinato, si è persa un po’ di magia. Ma chissà, magari tornerà l’anno prossimo, in fondo la magia funziona così.  

ENRICO G

Spy no Tsuma (Wife of a Spy)


“Se fosse stato fatto da persone competenti, questo sarebbe un bel film”. Per quanto mi sforzi non ho trovato sintesi migliore di quella di una ragazza che usciva accanto a me dalla sala, quindi tanto vale riportarla. Dubito che nell’ambito della “critica cinematografica”, ci sia qualcosa di più doloroso, per me innamorato del Sol Levante, di bocciare un film giapponese. Eppure Moglie di una Spia non convince, c’è poco da fare, e va detto per correttezza nei confronti di tutte quelle opere che ai miei occhi non hanno un vantaggio di provenienza, ma soprattutto di quei capolavori nipponici animati o live action, che non si accontentano di vivere di rendita.
La storia è pure atipica in questo panorama: 1940. Mentre l’Europa viene insanguinata dalla guerra, il Giappone vive uno stato di apparente calma. Un commerciante si reca assieme al nipote in Manciuria, zona di guerra, quella sino-giapponese che deflagrerà nella mondiale. Al ritorno sua moglie, attrice, nota in lui un cambiamento profondo e strani atteggiamenti. Chi conosce un poco questo straordinario paese sa della difficile educazione agli orrori perpetrati in quei tempi bui. In un atteggiamento purtroppo simile a quello italiano, si tende a cumulare fortemente le responsabilità del Patto d’Acciaio su uno solo dei firmatari, la Germania nazista. Per questo probabilmente Spy no Tsuma è un film più adatto ad uno spettatore del suo paese d’origine, che difficilmente sentirà altrimenti parlare di Armata del Kwantung o Unità 731. Ma se già si conosce anche vagamente questi nomi il film non sorprenderà più di tanto. Impossibile rimanere indifferenti a quei filmati d’epoca, agli esperimenti, alle pile di cadaveri, ai sorrisi di cosiddetti scienziati davanti alla totale distruzione della dignità umana; ma è facile rimanere indifferenti davanti ad un film senza dialoghi mordenti, troppo melodrammatico, troppo lineare per una storia spionistica. E con una fotografia che lascia sconcertati: in più occasioni, con la macchina in mezzo alla foresta, le scene in città, la pensione, dimostra di saper gestire perfettamente scene in esterna. Eppure, quando quegli esterni si trovano dietro una finestra d’ufficio o del tram diventano bruciati, orrendamente sovraesposti in una luce quasi divina, che disegna aloni e aureole dorate intorno ai protagonisti.
Si salva un colpo di scena finale onestamente inaspettato, la conclusione stessa, con quelle bombe incendiarie su Kobe che riportano allo straziante capolavoro Una Tomba per le Lucciole, una buona regia, fatta spesso di lente carrellate con ottima gestione delle comparse. A tal proposito, in quello che è il film giapponese più anti-giapponese che abbia mai visto (ma siamo sicuri che la fiducia incrollabile riposta dal marito nell’Occidente sia positiva?), ci sono amorevoli dichiarazioni al cinema dell’epoca, di Mizoguchi e Sadao Yamanaka, con tanto di pellicola spionistica ricreata nella realtà stessa del film: un gioco metacinematografico che si rivelerà con potenza nel finale, ma soprattutto nella migliore scena del film, la cassaforte aperta, dove quasi ti aspetti di vedere quel braccio afferrato come nella finzione. Invece la suspense scoppia all’urto della scacchiera, che la paranoia non aveva messo in conto, pochi secondi più tardi.
Purtroppo è poco, specie per un candidato al Leone d’Oro: non ci si trova davanti ad un brutto film, ma ad una cocente delusione.



Love after love


Un amore dopo l’altro: questo avrei volute dire delle mie visioni a Venezia. Non è stato così, ma ho trovato di chi innamorarmi: questo film di Hong Kong, che ad oggi rischia davvero di essere il mio preferito di 11 giorni di proiezioni. Raccontare la trama è superfluo, rischierei semplicemente di incasellarlo nel melò. Anzi, raccontare questo film è superfluo, andrebbe visto. Come si fa a raccontare tristezza e bellezza? Con quali parole si mostra tutto ciò che è romantico? Non sole vicissitudini amorose della giovane Weilong, ma sguardi per quella vecchia Hong Kong che esiste sempre di meno, per quelle case in fondo ai vialetti, illuminate quando fa buio, per quei quartieri poveri un po’ cinesi e un poco inglesi; per quei volti dagli occhi a mandorla, seducenti, angosciati, canzonatori, affettuosi. Per le mattinate fredde, come il tradimento. Per le serate calde, stordenti come una cena assieme a chi non si ama.
Io non posso farlo. Può farlo Christopher Doyle, con i colori e le immagini che mi incantarono in Hero. Può farlo Ryuichi Sakamoto, che porta un pezzetto di Giappone su quelle note, da Furyo, da The Revenant. Può farlo una regista dal tocco dolce e duro al tempo stesso, come quella zia di Weilong che “sembra quasi sua cugina”, le assomiglia, forse pure caratterialmente. Può farlo una sceneggiatura di cui non cambierei una virgola, di un capolavoro a cui non cambierei mai una virgola.
Dimmi una bugia, uomo crudele.


Selva tragica


Questo è uno dei pochi casi in cui le critiche veneziane sono arrivate al mio orecchio. Non molto lusinghiere, magari anche solo orientate verso una sufficienza. Io da bravo incontentabile nei confronti di film ben più acclamati, invece l’ho apprezzato parecchio. L’inizio a dir la verità ha fatto storcere il naso pure a me: sembra di vagare senza troppo interesse, tra una fuga in barca e i monologhi monotoni di questo indigeno maya. Però, poco a poco le tessere si incastrano, come un puzzle. Siamo sul confine tra Yucatan (Messico) e Honduras Britannico, segnato da un fiume dove due donne e un uomo fuggono da un inglese. Li vuole morti, l’inglese. Sopravvive solo una ragazza di colore, soccorsa dalla banda del maya, raccoglitori della preziosa gomma di un potente padrone messicano.
 È qui che il film ha cominciato a conquistarmi.
La ragazza è apparentemente prigioniera, sottomessa in mezzo agli uomini rudi che l’hanno trovata, tanto che da quel momento in poi non pronuncerà più una sola parola. In realtà si percepisce abbastanza in fretta che sono loro in balia di lei. Incredibili quelle dure marce in mezzo alla giungla, dove gli uomini arrancano a fatica tra il verde, sudati e piegati sotto il peso della gomma, dei machete, dei fucili. Lei li segue e basta, leggera e sensuale nel suo ambiente primordiale, la Natura. Quella di cui diventa una specie di incarnazione (non a caso i monologhi del maya parlano di una strega mitologica che attira gli uomini verso la morte), di giaguari e coccodrilli, liane e rampicanti, alberi secolari e corsi d’acqua torbida. Bellissima e spietata, che “dà tanto, ma prende ancora di più”, come quella gomma colante come sangue dalle ferite degli alberi, ma che diventerà un fardello insopportabile, e ovviamente un bene prezioso che metterà gli uomini uno contro l’altro. Senza che nemmeno se ne accorgano, il gruppo comincia a perdere membri. Selva Tragica assume un’atmosfera degna di Predator, dove il mostro c’è ma non si vede (curiosamente anche nel film di John McTiernan il gruppo al maschile si portava dietro una ragazza di etnia diversa dalla loro), e questa giungla quasi coprotagonista ne assumerà il ruolo, e proprio la mostruosità vedrà uno dei raccoglitori nella ragazza, per un brevissimo momento quasi da body horror, sicuramente il mio preferito del film.
 Alcuni hanno piuttosto obiettato che non si capisca bene il di lei ruolo, la sua transizione. Per come la vedo io, non c’è proprio stata: lei era Natura fin da subito, solo debole, perché proveniente dal mondo degli umani, con vestiti, utensili, linguaggio. Tutte cose superflue, che perde assieme alla propria verginità nel vero ambiente, per assumere finalmente il suo ruolo.
Un film fatto di umori, di bestialità, di quelle passioni e istinti primordiali che abitano ancora dentro di noi. Un film tragico. Ma bellissimo.


City Hall


Ovvero, il comune. Quello di Boston, in particolare nell’ultimo anno del sindaco Marty Walsh, origini irlandesi. Tutto qui, questo è l’argomento a cui City Hall si atterrà per i suoi 275 minuti (!), quasi cinque ore per raccontare un cosmo cittadino senza personaggi, senza scavo psicologico, senza storie che iniziano, si sviluppano e concludono. Eppure, City Hall non è minimamente pesante, nei limiti in cui può esserlo con la sua abnorme durata, di fatto l’unica informazione che mi ha spinto a vederlo, non conoscendo trama, temi, regista. Frederick Wiseman sembra puntare oltre il documentario puro, perché generalmente lo scopo sarebbe informare; invece il regista (e tecnico del suono, e produttore, e montatore) ama perdersi nelle strade vuote di Boston tra un meeting aziendale e l’altro, tra le assemblee dei quartieri degradati, le mense di beneficienza, le attività municipali (che occupano una solida mezzora iniziale), con uno sguardo che ho spesso sentito definire antropologico, in casi come Rat Film, e che ho finalmente sperimentato in sala. Ma non bastano immagini di strade, piazze, monumenti, con la poggia, col sole, con la neve, si ha la sensazione (non sono andato a controllare, questa è un’impressione cinematografica) che Wiseman si sia posto l’obbiettivo di “vivere” Boston per un anno, ma non quello scandito dalle stagioni o dagli sgoccioli del mandato sindacale, l’anno dei cittadini: ritratti nelle più svariate attività, durante la nettezza urbana, a ballare, a raccontare le loro storie. Oppure, nelle mie due scene preferite, durante il dibattito per l’apertura di un cannabis shop e un’opera di deratizzazione. Ecco di nuovo Rat Film che spunta, assieme alla figura di questo simpatico vecchietto, vedovo, un po’ disordinato, dalla grande vitalità, con i fratelli che vorrebbero buttarlo fuori di casa, e con gli indesiderati inquilini roditori.
Senza giudizi, ma che dice molto su questa America, a parlare in continuazione di economia, tensioni etniche, guerra e Dio e Patria (al ritrovo dei veterani), ma dove non si vede una scuola o un ospedale, mai una volta in quattro ore e mezza.


Saint-Narcisse


Ho iniziato con le Giornate degli Autori, Honey Cigar e la sua snervante ossessione verso il sesso femminile.
Ho finito con le Giornate degli Autori, Saint-Narcisse e la sua strampalata ossessione verso il sesso maschile.
Mi chiedo, c’è una correlazione? Sono io che sto diventando un pudico? Oppure è solo che basta mettere dei nudi integrali oggi per essere considerati provocatori? Questi quesiti meriterebbero una risposta, che porterebbe credo, ad una riflessione più generale sulla nostra abitudine alla violenza, su come non faccia più parlare, e allora si punti alla sessualità. Ma persino l’intimo femminile ormai non è più tabù, se si vuole scandalizzare qualcuno ormai si deve andare giù pesante con l’intimo maschile, preferibilmente attorniato di perversioni e parafilie varie. In Saint-Narcisse si può ben immaginare quale sia il contorno dal titolo di lavorazione, rivelatoci dal simpatico regista Bruce LaBruce: “Twincest”. E magari fosse l’incesto il problema, magari. Il problema sono i tentativi di prendersi sul serio, che dopo un inizio sul faceto andante occupano venti minuti buoni iniziali. Oppure al contrario, fare scene talmente melodrammatiche (quelle riunioni tra madre e figlio), con tanto di slow motion e musica sopra le righe, da far intravedere un guizzo di parodia, un occhiolino allo spettatore, un dire “è un film d’autore ma le scene stile le Tre Rose di Eva o Tierra de Lobos le posso fare pure io!”. Dalle mie parole si potrebbe erroneamente intuire rabbia o disgusto per questo film. Niente di più lontano, in realtà. Sono solo i ragionamenti e le critiche scaturite da una visione pazza e surreale, un bel botto di conclusione per questo Festival lagunare. Perché quando smette di prendersi sul serio, è intrigante e persino divertente, anzi esilarante a tratti, nonostante si parli tranquillamente di incesto, omosessualità nei conventi, promiscuità, esibizionismo. Dico quello che nessuno ha il coraggio di dire: Saint-Narcisse è trash. Un trash anni ’70, che potrà avere tutti i sottotesti che si vuole su narcisismo, religione, dualità, ma rimane tale, un film-spazzatura che è per gli appassionati di Cinema d’autore (quelli seri eh!) la stessa cosa che Fast and Furious è per gli onesti appassionati di Cinema d’intrattenimento. E io non posso che fare, nonostante il sopracciglio costantemente alzato durante la visione, un applauso metaforico al grande Bruce LaBruce, al suo attore (per la sua performance si è ispirato al Jackie Chan di Twin Dragons, che mito), che hanno infiltrato Saint-Narcisse a Venezia. Un film teletrasportato da un cinema grindhouse anni 70, che la presentatrice ha spassosamente descritto con l’aggettivo “candido”. Fantastico. 

CONSIDERAZIONI FINALI E PREMI

A qualche giorno dalla fine del Festival del Cinema di Venezia, si può finalmente accennare qualche giudizio a mente fredda. Non vanno dimenticate le difficili condizioni in cui è stato organizzato, la sfida molto coraggiosa alla situazione sanitaria non ancora rimarginata; tuttavia il mio personale giudizio deve essere principalmente orientato ai film, non al luogo che li ospita. Il museo non deve fare l’arte: quindi posso esprimere con estremo rispetto e sincerità la delusione per gran parte della selezione. Certamente ha influito la mancanza di grandi studios, piattaforme streaming e serie tv (diventate abituali negli anni scorsi), autori europei, persino della sezione VR, spostata online a beneficio dei possessori di un visore virtuale, lasciando così l’isola del Lazzaretto tristemente buia. Persino i giurati devono aver concordato inconsciamente con me, se hanno dato l’ambito Leone ad un film prodotto dalla Fox di recente acquisizione Disney, oltre che per l’effettiva qualità di Nomadland (che non posso testimoniare poiché non l’ho visto).
I premi sono una categoria praticamente a parte, ma sembra giusto parlarne per evidenziare certe problematiche nelle scelte degli annuali addetti ai lavori. Nello spezzare una lancia in loro favore, vorrei usare le parole di qualche anno fa pronunciate da Joel Coen a Cannes: “Noi siamo una giuria di artisti e non di critici”. Il sacrosanto diritto dei giurati di esprimere i loro pareri come esseri umani non cancella tuttavia il sapore di compromesso: ho già parlato del Leone d’Oro, ma non meno importante è la regia, un riconoscimento ormai cronicamente sbagliato dato alle persone giuste che non si sa come altro premiare. Poi ci sono i contentini al cinema nostrano, più che generosi ma che non hanno impedito al direttore di Rai Cinema di sbottare per lo scarso patriottismo scatenando una risposta di classe da Barbera (i futuri direttori della Mostra prendano appunti su come arginare le ingerenze della televisione nel tempio del Cinema). E se c’è solo felicita per il sempre magnifico Favino, la vittoria in Orizzonti di Gassman mi è quasi inspiegabile vista la concorrenza; giusta ma altamente scontata invece la Coppa Volpi a Vanessa Kirby per il bel Pieces of a Woman. Molte altre sono state le lamentele, tipo la migliore sceneggiatura a The Disciple, su cui non mi esprimo perché non l’ho visto, ma soprattutto perché è stato un problema endemico della Mostra, avere una pletora di film meritevoli ingabbiati nella sezione Orizzonti quando facevano tranquillamente le scarpe a metà della ufficiale.
Distanziando un poco la negatività, si potrebbe guardare a questa edizione di transizione come un monito. L’allerta è per il cinema indipendente globale, che quest’anno non ha saputo in gran parte occupare le orme dei giganti, ma che ha buone chance di sopravvivere e costruire un’alternativa, anche in quest’epoca dove la morte può spesso trovarsi alla porta. Ne sono una prova le gemme nascoste, trovate girando le sale del Lido, e che quest’anno hanno scintillato più che mai. Allora, dopo questo giudizio generale, ecco qualche personalissimo premio, diciamo per ristabilire un po’ di giustizia, oltre che per divertirsi.
Miglior film: “Love after love” di Ann Hui
Perché rappresenta tutto ciò che amo nel cinema: bellezza, tristezza, vitalità, amore e intrigo, storia (e Storia) per immagini, bellissime immagini; dialoghi arguti, volti sconosciuti, fine inquieta.

Miglior documentario: City Hall di Frederick Wiseman
Perché saper raccontare una città è una cosa, fartela vivere è un’altra. Con tanto di funzionalità istituzionale, dialogo, e non pochi lati inquietanti.

Miglior regia e sceneggiatura: Kaouther Ben Hania per “The Man who sold his Skin”
Perché essere moderni ma senza tempo, innamorati dell’estetica ma funzionali, semplici ma non sommessi, legati alle proprie terre ma capaci di parlare al mondo, è qualcosa che tutti i grandi registi dovrebbero saper fare.

Peggior film, regia e sceneggiatura: Miss Marx di Susanna Nicchiarelli
Perché un grado di fastidio così, specie nelle scene con la musica rock e le rotture della quarta parete, era tanto che non lo provavo.

Il peggio del peggio: Fiori fiori fiori di Luca Guadagnino.
L’escursione “d’autore” post-lockdown di regista e famiglia, tra incitamento al contatto fisico e dialoghi sulla masturbazione, con tanto di cameo dello sceneggiatore di Suspiria. Il commento che ha fatto uno spettatore nell’angolo delle proteste Ridateci i Soldi dovrebbe bastare: “il prossimo anno porto anch’io il mio filmino delle vacanze. Lo chiamo Fiorai”.


Miglior attore protagonista: Andrew Garfield per “Mainstream”
Miglior attore non protagonista: Koen de Bouw per “The Man who sold his Skin”
Miglior attrice: Stacy Martin per Amants
Miglior attrice non protagonista: Ellen Burstyn per “Pieces of a Woman”
Miglior fotografia (e miglior poster pure): Selva Tragica
Miglior montaggio: The Wasteland
La più grande delusione: The Furnace
La scena migliore del Festival: Il massacro a montaggio alternato dentro e fuori dalla pescheria (da Night in Paradise potevo sceglierne altre dieci altrettanto meritevoli)
La scena peggiore del festival: il padre di Selma minaccia di buttarsi giù dalla finestra (Honey Cigar)
Il miglior momento documentato: Il viaggio della Malizia in pieno Oceano Atlantico (I am Greta).

Grazie a chiunque sia arrivato alla fine di questo strano esperimento. Speriamo in un Festival sempre più per la bellezza e il Cinema (anche animato, ne gioverebbe). Passo e chiudo dalla settantasettesima edizione.

2 commenti:

  1. Grazie!
    Mi segno e spero di vedere "Love after love” e "The Man who sold his Skin”.
    Son curiosa di "Selva Tragica" soprattutto i vostri pareri discordi.
    Francesca

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    Risposte
    1. E io spero che ti piacciano, per quanto mi riguarda sono il meglio che la Biennale aveva da offrire (a meno che non mi sia proprio perso i capolavori). E sarei pure curioso di sentire una nuova opinione su Selva tragica, specie sul finale che hanno criticato pressoché tutti e invece io ho adorato.
      Grazie a te per aver letto, e grazie a Tommaso che ha condiviso quest'avventura con me, anche se in parallelo ;) sottoscrivo ogni tua parola delle considerazioni finali, e speriamo che tornino le grida in sala, le attese alle file, le litigate in biglietteria. Mancano pure a me ;)

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