23.9.20

Recensione: Vitalina Varela"

 

Cinema respingente per lo spettatore se ce n'è uno.
Lentissimo, quasi tutto al buio, pieno di silenzi, attraversato da pochi e stanchi gesti.
Cinema radicale, che non fa concessioni.
Eppure è grande, grandissimo cinema, con una delle fotografie più belle viste questi anni, con una cura dell'inquadratura commovente, con un rispetto della dignità del dolore e del silenzio.
Perchè questo film non racconta solo dell'elaborazione del lutto di una donna ferita che ha perso il marito che l'ha abbandonata decenni fa.
No, questo film è il Lutto in persona, fatto della sua stessa materia.
Lento, doloroso, buio, dignitoso, silenzioso.

Finalmente, dopo 8 mesi (da Dylda?) sono tornato al Postmodernissimo (ho visto altri film in sala ma, mi pare, tutti multisala). E la cosa buffa è stata scoprire che il film che stavo per vedere, Vitalina Varela, fosse stato distribuito in Italia dallo stesso Postmodernissimo (primo film nella sua appena nata storia di distributore).
Che dire, mi sono trovato davanti un film unico, coraggiosissimo, radicale, un film che non potrei consigliare a nessuno, a parte le persone di cui conosco bene anche i ventricoli.
Perchè il film di Pedro Costa non fa nulla, ma veramente nulla, per lo spettatore.
Lentissimo, fatto di inquadrature fisse dilatate al massimo, avvolto nelle tenebre, parlato quasi mai, con al suo interno pochissimi e stanchi gesti, script quasi inesistente.
Se esiste un cinema respingente per lo spettatore medio è questo (ma, attenzione, Vitalina potrebbe mettere a dura prova anche chi mastica un cinema ricercato e lontano dalle masse).
Credo che esista una chiave di lettura molto semplice per poter amare questo film, ed è quello di capire cosa rappresenta.
Vitalina Varela non è un film sull'elaborazione del lutto.
Insomma, sì, lo è.
Ma non si limita a questo perchè Vitalina Varela non solo racconta di un lutto, Vitalina Varela è fatto della stessa materia del lutto.
Nero, lento, triste, silenzioso, doloroso, intimo.
Questo film è il Lutto fatto in celluloide, come se ogni aspetto di quel processo mentale fosse stato riportato, tecnicamente, nella pellicola.
Ed è per questo che non vedremo MAI la luce del sole (a parte due piccolissime scene, non a caso proprio quelle, ne parleremo), ed è per questo che ogni gesto sarà un gesto stanco e millenario, ed è per questo che non si parla quasi mai. Questo avviene molto spesso quando si perde qualcuno, si vive nella tenebra, si affronta la cosa, si lotta (che meraviglia quei monologhi-dialoghi di Vitalina col marito defunto), si ha l'umiltà del dolore.
Ed il film prende questi tempi, prende questi colori, prende questi silenzi.

Vitalina Varela (il personaggio principale) torna in Portogallo dopo tantissimi anni, mi pare 25.
Viene da Capo Verde, un meraviglioso stato insulare dell'Africa occidentale.
Torna perchè il marito è morto. 
Arriva dopo 3 giorni, ormai il corpo non c'è più, la cerimonia c'è già stata e non resta che una piccolissima casa che cade a pezzi.
Vitalina decide di fermarsi, affrontare il suo dolore e cercare un contatto con lui, quel marito che la lasciò decenni fa a Capo Verde.



Credo che siamo davanti ad una delle più belle fotografie di questi nostri tempi. Come dicevo prima non vedremo mai la luce del sole e quindi il film si svolgerà tutto in queste tenebre trafitte da poche, povere e sporadiche luci. Uscito dal cinema un mio amico le ha definite luci caravaggiesche, ecco, perfetto.
Ma a creare con queste luci dei veri e propri quadri ci pensano delle inquadrature magnifiche.
Ma prima dobbiamo parlare della location, per forza.
Ci troviamo a Lisbona (l'ho letto) ma in realtà è come se fossimo in un non-luogo, in un microcosmo a sè stante.
Casupole di cemento cadente, vicoli piccolissimi, scale (tanto che più volte mi sembrava un Escher), un senso di povertà infinito. Una specie di favela di cemento, un formicaio in cui, però, non ci sono operosissime formiche a viverlo, ma stanchissimi esseri umani che camminano quasi senza meta, entrano in casa, chiudono porte.
Questa location, il quasi assoluto buio, la scelta delle inquadrature (vi giuro che è la cosa più vicina all'espressionismo tedesco che ho visto questi anni per costruzione dell'inquadratura), le luci fioche ma meravigliose, tutto aiuta a creare un'atmosfera che raramente abbiamo visto al cinema.
Il mondo esterno non esiste (a parte la scena dell'arrivo all'aeroporto di Vitalina, in ogni caso scena quasi ipnotica e teatrale, non di ampio respiro), siamo dentro questo mondo di uomini poveri, case spoglie che cadono a pezzi, cucine minuscole, scale e vicoli.
Il marito di Vitalina è morto, dicono, di stenti, vomitando. Eppure abbiamo visto talmente tanto sangue sul suo letto da sembrare quasi la scena di un omicidio. Non sto dicendo che c'è qualcosa di non detto ma in questo film quasi senza dialoghi avremo sempre la sensazione di "qualcosa che non sappiamo", come avviene spesso nei film di Fahradi.
Vitalina si piazza lì, parla con qualcuno, ma in realtà ha a cuore solo una cosa, trovare un dialogo con lui, con l'ex marito, per riuscire a sublimare finalmente un dolore che porta avanti da tutta la vita.
Lei lo odia perchè l'ha amato da morire, ma in quella piccola comunità troverà tutte persone pronte a difenderlo, a decantarne le qualità (tanto che Vitalina dirà al prete "ma perchè siete tutti schierati insieme a lui?) tanto che alcune certezze di Vitalina, come ad esempio la sensazione che quell'uomo l'avesse dimenticata o mai amata, inizieranno a scricchiolare.
Ma lei è una donna forte, magnifica, di una dignità commovente ma per niente pronta a prostrarsi. Il suo dolore è sacro e lei deve affrontarlo a modo suo (guardate anche la postura del suo corpo quando parla con lui, la postura di qualcuno che vuole "aggredire", pronto a combattere).


Il mondo di Vitalina Varela sembra un mondo già morto, in cui la povertà e la disillusione hanno ucciso qualsiasi speranza. Come dicevo sopra è un non-luogo che sembra non avere connessioni con il mondo reale (tanto che quando uno dei personaggi parla di "supermercato" sembra quasi che quello non possa esistere dentro al film), un ricettacolo di anime morte che aspetta solo che muoia anche il corpo.
Anche il prete ha quasi perso la Fede, se ne vaga per i vicoli dicendo frasi sconnesse, forse distrutto da un senso di colpa per un fatto accaduto 40 anni prima (l'incidente-massacro). Non c'è più Dio, le messe non si celebrano più, non c'è sesso, non c'è vita, non c'è nulla.
E' come se quel lutto che è sia argomento che materia del film riguardi anche tutto il mondo diegetico che c'è dentro.
Lo spettatore non prova molte emozioni, forse solo alla fine scapperà una lacrima. Ma la sensazione predominante sarà quella di triste ipnosi, perso in quel buio e in quei silenzi. Tanto che i pochi dialoghi del film diventeranno "l'azione" dello stesso, il suo cambio di ritmo.
Ce ne sono alcuni bellissimi, specie i monologhi di Vitalina. E' davvero incredibile pensare come una "non sceneggiatura" possa poi portare quei pochi dialoghi ad essere così potenti, forse perchè lo spettatore ne ha troppo bisogno, quasi stremato com'è da quell'oscurità e quei silenzi che sono sì di una bellezza visiva impressionante ma anche durissimi da sopportare.
Mi viene in mente che questo film così povero, scarno, mesto e asciutto sia quasi un'opera che ha proprio nella tecnica cinematografica il suo apice (inquadrature, luci, gestione delle location). Come se in un film quasi privo di Cinema sia proprio quest'ultimo ad essere esaltato.


Piano piano questa straordinaria donna scalza riuscirà a darsi un pò di pace.
Forse quell'uomo che odiava non era così orribile, forse l'amava davvero, forse era anche una questione di lingua (lei non conosce il portoghese, credo parli il creolo di capo verde) se non riuscivano ad avere un contatto.
Ma il suo amore è assoluto, la lacrima che le scende dal viso mentre lo accusa struggente.
Quando descrive le foto che ha trovato della nuova donna del marito assistiamo ad una perla di scrittura, con lei che le sa elencare una ad una, davvero commovente e indice di quanto l'amasse.
Nel finale il film vivrà dei suoi alcuni momenti più belli, come lei che ripete in portoghese le parole del prete (stupenda quella parabola sulle guance di Gesù e sul concetto di luce e tenebra, la base del film), come lei che legge sul muro in cucina quella storia, come la messa che finalmente viene detta perchè, forse, sia lei che il prete sono riusciti a superare i propri dolori.
E non è un caso che avremo la prima scena alla luce del sole, quella del cimitero dove viene sepolto il corpo. Finalmente un pò di luce nella vita e nella testa di Vitalina, finalmente si può chiudere un cerchio.
Ma quella tanto agognata luce del sole in realtà l'avevamo già vista in una piccolissima scena precedente e la vedremo nel finale.
C'è una giovane ragazza a Capo Verde, c'è una giovane Vitalina.
C'è un uomo vicino a lei che ama da morire.
C'è una casa in costruzione, ci sono blocchi di cemento da portare sulla testa.
E forse è proprio questo l'amore.
Una casa da costruire insieme.
Sotto la luce del sole.

8

4 commenti:

  1. vero, Pedro Costa non cerca l'applauso facile o l'inquadratura ad effetto, ma non si dimentica

    finora ho visto solo un film di Pedro Costa:

    https://markx7.blogspot.com/2020/09/juventude-em-marcha-pedro-costa.html

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    1. mi hanno parlato molto bene anche di un altro - ora mi sfugge il titolo - che è come la "preparazione" a vitalina

      ricevuta mail, bene così :)

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao