24.4.10

Recensione: "La Città verrà distrutta all'alba" (2010)


Ormai il viral movie è diventato, a sua volta, un virus che si sta propagando nel mondo facilmente infettabile del Cinema. Dall' Hollywoodiano "Io sono Leggenda" al misconosciuto "The Signal" questo sottogenere dell' Horror e del Thriller è senz'altro il più battuto, insieme probabilmente al Torture. Questo remake dell'originale di Romero è senza dubbio uno dei migliori esponenti, almeno in questi ultimi 5 anni.
Il virus, propagatosi con l'acqua potabile, non trasmette una "zombiasi", ma una pazzia omicida. Il Governo è cosciente dell'accaduto essendo il virus una sua arma non convenzionale che, a causa di un incidente aereo, va a finire in una piccola comunità rurale. Bisogna intervenire, in fretta e in maniera drastica...
Ottima la regia che alterna sapientemente i campi lunghi della zona agricola, con gli stretti spazi interni dove può sempre nascondersi un crazy, un infetto. La tensione non è al massimo (del resto non siamo di fronte a un horror, bensì a un apocalittico), ma sono più di una le scene da brividi, specie nella funeral home, e quella dell'uomo con il rastrello. Buone le interpretazioni, non esagerato ma riuscito il make up degli infetti. Film americano ma antiamericano nella figura dell'esercito spietato che rende quasi ineluttabile un'assurda "soluzione finale".

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Come sempre, gli errori, incongruenze ed esagerazioni di sceneggiatura abbondano ma si possono perdonare o addirittura sorvolare in una pellicola che dall'inizio (scena nel campo da baseball) alla fine (bomba atomica) mantiene sempre un buon livello e un'alta soglia di attenzione. Il film presenta praticamente 3 finali, uno spettacolare, uno imprevisto (ma, paradossalmente, forzato) ed uno durante i titoli di coda, molto misterioso, che a mio parere sarebbe stato meglio evitare. Ultima annotazione sul titolo italiano. Sono molto combattuto perchè se da un lato mi suona magnifico, dall' altro mi sembra troppo traditore dell'originale e troppo evocatore di quello che succederà. Del resto questa traduzione si ebbe già con l'originale e forse è stato giusto mantenerla.

( voto 7)

14.4.10

Recensione: "Smile" - Gli Abomini di Serie Z - 1 -


Per una volta mi trovo costretto a commentare un film in una maniera un pò meno seria e "cinematografica" (se mai quelle precedenti lo fossero state). Del resto ricercare emozioni e analizzare aspetti tecnici in un film del genere sarebbe impresa improba e uno spreco di tempo. Prima di entrare in una divertente carrellata di perle regalateci da questo Smile mi limito a dire che è una pellicola in cui niente si salva, niente è credibile, nè i personaggi, nè i dialoghi nè (soprattutto) i comportamenti nè in senso lato la vicenda o l'intera sceneggiatura che si regge in piedi come un capretto appena nato perlopiù affetto da zoppia congenita.
Ma vediamo alcune chicche:
1 Alcune comparse (almeno 4,5 volte) guardano in camera.
2 Una delle ragazze alle 2,3 di notte si reca in una sperduta stazione del Marocco per tornare a casa, tra l'altro con un trolley che compare misteriosamente. Per non parlare della morte...
3 Segreterie telefoniche che partono addirittura prima che si finisca di comporre il numero.
4 Boschi del Marocco con una nebbia da Valpadana per creare atmosfera.
5 Una soggettiva di un ragazzo che dialoga con gli altri che definire patetica è un eufemismo.



6 Il ragazzo marocchino che muore trasformandosi in 3 secondi in uno scheletro fumante.
7 Tentativo di sfondare una porta colpendo sul muro a fianco.
8 Capolavoro: Ragazzo che accusa la protagonista di aver voluto uccidere tutti gli altri fotografandoli (ah, dimenticavo, chi viene fotografato da una Polaroid demoniaca poi muore) mentre la ragazza in realtà ha fatto UNA sola foto delle sei maledette quando addirittura TRE!!! sono state fatte dallo stesso ragazzo che l'accusava (tra cui un'autofoto a sè stesso!!!), veramente straordinario.
9 Fotografo che si accorge dopo un quarto d'ora che il corpo che sta fotografando è quello di sua figlia.
10 Spiegazioni sul potere della macchina fotografica e sul perchè sia maledetta (storia del fotografo) a dir poco risibile e senza alcun senso.
Ma soprattutto:
11 Gruppo di amici che vede morire uno a uno tutti i componenti in maniera orribile e si limita a dire "qui c'è un serial killer" o coprire il corpo con una coperta. Io se vedessi morire un mio amico sarei scioccato per un anno, loro si limitano a dirne il nome o a esclamare "sarà stato un fulmine?" vedendo uno scheletro carbonizzato.
SMILE: ridiamoci sopra.

( voto 2 )

7.4.10

Recensione: "Monsieur Verdoux"

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Premessa doverosa. Chi scrive è visceralmente chaplinista tanto da considerare Chaplin, senza appelli, il più grande uomo di cinema mai vissuto. Anche Monsieur Verdoux è uno straordinario film, forse un capolavoro, ma non posso metterlo sullo stesso piano degli Charlot. Il motivo è semplice e cercherò di spiegarlo.
Monsieur Verdoux è un uomo fallito, licenziato dalla sua banca. Si trova allora un'altra attività, sedurre vedove facoltose per poi ucciderle e intascare o rubare il malloppo.
Senz'altro le tematiche affrontate da Chaplin sono come al solito tante e forti: il fallimento, l'avidità, il capitalismo, l' omicidio, ma anche l'amore, la pietas, la tenerezza e la presa di coscienza. 

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Non si potrà (quasi) mai discutere sul valore morale ed umano dei film di Chaplin, straordinario accusatore della società in cui viveva, capace di usare il fioretto e quasi mai la spada. No, la mia predilezione per la serie del vagabondo è puramente tecnica, per essere precisi, sonora. Insomma, per me il Chaplin inarrivabile è il Chaplin muto. A mio parere la parola, il sonoro, la forza della voce, si è rivelata invece una debolezza. Nessuna scena del Verdoux, nessun discorso ha la forza dirompente, anzi, la Magia, delle migliori scene de La Febbre dell'oro e compagnia bella, anzi bellissima. Avete fatto caso che le due sequenze più riuscite (almeno secondo me) in Verdoux sono le uniche 2 mute (barca, vino avvelenato)? E non sembra anche a voi che il discorso di Hynkel ne il Dittatore (primo sonoro della voce di Chaplin) sia la parte più pesante e debole del film? Chaplin non ha bisogno di parlare, le sue accuse sono devastanti anche se non esplicitate in parole. Direi addirittura che con il verbo, rischia di essere retorico a volte, magari senza volerlo. Rimane inarrivabile e Verdoux una grandissima opera, anche se non è vero che sia una sceneggiatura perfetta (mi liquidi moglie e figlia con "li ho persi"?). Del resto quanto sia legato al Vagabondo lo dimostra il destino. Ci ha lasciato nel Natale del 1977, io festeggiavo il mio primo...

( voto 8 )

5.4.10

Recensione: "Les Choristes"

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Piccolo gioiello di un cinema, quello francese, capace di eccellere in questi ultimi 10 anni in tutti i generi, dalla commedia ( Veber, Giù al Nord e il recentissimo Nicolas) all'Horror (vera e propria nuova scuola), dall' azione-noir (36, L'Ultima missione) al drammatico.
Clement Mathieu è un musicista, ma viene assunto come sorvegliante in un severissimo istituto di rieducazione per bambini. Il cattivissimo direttore ha un solo credo, azione-reazione per il quale ogni piccolo errore o malefatta dei ragazzi deve essere severamente punita. Mathieu invece ha un altro credo, la musica, e tramite essa, con la creazione di un coro, vuole ridare speranza, felicità, vita ai piccoli "ospiti" dell'istituto.
Film misurato come pochi in cui niente è esagerato, nè la violenza nè l'amore, nè la condanna nè la retorica. Sono i bambini, le loro emozioni, le loro paure, le loro speranze ad essere protagoniste, a ricordarci che mai, mai, un bambino può essere segregato o inibito nelle proprie passioni o potenzialità. E qui viene in soccorso la musica, l' altra grande protagonista del film. E' attraverso essa che i ragazzi "migliorano", una musica educatrice che li compatta, che li rende più responsabili, che fornisce un appoggio nel caotico mare delle loro pulsioni frustrate. Le regole ferree non servono, un bambino circondato da regole si comporterà sempre, appena ne avesse la minima possibilità, come una tigre uscita dalla gabbia. 




La musica è il collante, la passione che li farà tornare vivi e, in un certo senso, "puri". Ed è sempre attraverso la musica che viene fuori lo straordinario personaggio di Morhange (eccezionale il giovane attore), ragazzo ribelle dalla voce meravigliosa, talento purissimo che rischiava di appassire tra le mura asfissianti dell'istituto.E lui diventa il simbolo di tutti, il simbolo della bellezza, della meraviglia, della dolcezza che OGNI bambino dovrebbe avere la possibilità di vivere e dimostrare. Il sorvegliante Mathieu non è un eroe, è solo una persona che conosce l'importanza dell'infanzia, e sa che quando questa viene corrotta o inibita rovina irrimediabilmente la vita futura.
Film che commuove e a volte diverte, ma sempre sotto le righe, con garbo, permeato fortemente da un'atmosfera neorealista per ambientazione, anni (siamo nel 1949), protagonisti e tematiche. E' ovvio il rimando del cuore allo "Zero in condotta" di Vigo. Forse non siamo di fronte a un capolavoro, ma ad uno di quei film "veri" che per un'ora e mezza, forse, ci rendono persone migliori.

( voto 8 )

4.4.10

Recensione: "Triage"


Triage è l'ultimo lavoro di Tanovic, il regista premio Oscar per No man's land. E' un film di guerra che più che concentrarsi sul conflitto ivuole analizzare gli effetti devastanti che può causare l'esserne stati testimoni. La storia narra la vicenda di due reporter di guerra nel Kurdistan del 1988. Uno vuole tornare a casa per la nascita del figlio, l'altro, al contrario, preferisce restare nel teatro di guerra in cerca di foto il più possibile importanti e drammatiche. Alla fine sarà il secondo a tornare, ferito a causa di un "incidente", ma forse le ferite più grandi non sono nel corpo, ma nell'animo...
C'è poco da fare, Triage non convince affatto. Il film ha il difetto di essere tremendamente senza ritmo, lento nel senso deleterio del termine, verboso, come fosse un'unica e interminabile seduta psicanalitica lunga un'ora e mezza (del resto nella seconda parte lo è letteralmente).Si badi bene, la lentezza di un film non è di per sè un difetto, tutt'altro, ma la mancanza di ritmo, lo stare fermo malgrado lo scorrere inesorabile dei minuti è una caratteristica difficilmente digeribile. 


Il protagonista, un bravo Colin Farrel, sa qualcosa che lo spettatore e tutti gli altri personaggi non sanno, ma il metodo, la lungaggine con cui la verità alla fine viene fuori, rischia di farlo diventare il segreto di Pulcinella. Non mancano immagini forti, scene buone (l'incidente dei 2 reporter su tutte), non mancano denunce, esplicite e non, a tutte le guerre e a tutti i regimi, ma non si arriva mai ad una "potenza" così forte, titpica dei capolavori, da smuovere le coscienze. E' una sceneggiatura facile, che punta tutto sui dialoghi e pochissimo sulla storia, sulle vicende; una sceneggiatura a tesi che vuole dimostrare quello che tutti sappiamo, l'orrore della guerra, l'orrore della morte.
E il riferimento al triage, cioè al sistema di smistamento negli ospedali delle zone di guerra, con il quale si decide chi può essere salvato e chi no (e giustiziato per questo) alla fine si rivela quasi estraneo al film, o almeno alla sua risoluzione, pur essendone il titolo...
Ovviamente non è un film da buttare, e chi ha visto poche pellicole sull'argomento può trovare anche spunti e riflessioni interessanti, ma senz'altro da Tanovic ci si aspettava di più.
Impressionante infine, e mi scuso se fosse stato già notato in precedenza, la somiglianza dello scheletro di sceneggiatura di Triage con quello di Brothers di Sheridan ( o meglio dell'originale della Bier). Due persone in guerra, una torna, l'altra no. Chi torna serba con sè un terribile segreto riguardante il compagno, segreto che lo tormenta e non ha la forza di raccontare alla moglie del ragazzo non tornato. Mentre in Triage però questo canovaccio è quello principale in Brothers, film di tutt'altro spessore, viaggia parallelo allo studio del conflitto, psicologico e non, dei due fratelli protagonisti.

( voto 5,5 )

28.3.10

Recensione: "Lebanon"

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Lebanon, vincitore a Venezia 2009, opera prima di un regista israeliano, Samuel Maoz.
The Hurt Locker, trionfatore agli oscar 2010.
Il grande cinema di guerra ritorna a mietere successo dopo quasi 2 decenni di semibuio susseguenti ai magnifici anni '80 ( Apocalypse now, Platoon, Good Morning Vietnam etc...). Due film straordinari ma molto diversi tra di loro. Lebanon racconta, quasi in tempo reale, l'incursione di un drappello di militari, un carrarmato e dei paracadutisti, in un centro abitato, non meglio identificato, del Libano, appena bombardato dall'artiglieria israeliana. Siamo nel 1982, 1° guerra del Libano. All'interno del carrarmato, chiamato Rinoceronte, 4 giovani ragazzi.
L'esperienza di guerra dei quattro ragazzi è pari a 0. Probabilmente sbagliano qualcosa, e si ritrovano così soli dentro il blindato senza possibilità di venire salvati.
E' difficile dire se il più grande merito di questo film sia la sua assoluta sperimentalità o il messaggio che vuole darci. Riguardo il primo aspetto Lebanon è veramente un film straordinario nel senso etimologico del termine. Tranne nella prima e ultima inquadratura infatti, ci troviamo SEMPRE all'interno del carrarmato, e il nostro occhio non è più quello umano, ma il mirino del cannone. La sfida del regista è vinta perchè malgrado lo spazio angustissimo in cui ci catapulta, riesce a mantenere per tutta la durata del film una grandissima tensione. 

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Lo spazio limitato rende ancora più devastanti e definite le emozioni che i 4 ragazzi provano all' interno. Siamo lì con i loro e come loro non abbiamo la minima possibilità di evadere, sia fisicamente che mentalmente. Dobbiamo star lì e pensare lì, perchè la minima distrazione o un calo di attenzione potrebbero essere fatali.
Riguardo il messaggio che il film ci lascia mi piace notare come Lebanon ci parli dell' esatto sentimento contrario a quello raccontato in Hurt Locker. Mentre il film della Bigelow ci raccontava infatti l'assoluta necessità del protagonista di stare DENTRO la guerra, del rapporto quasi di dipendenza che si era instaurato tra lui e il teatro bellico, Maoz ci parla dell'assoluto contrario, del trovarsi catapultati, assolutamente impreparati, a dover combattere, al dover uccidere, e conseguentemente, Lapalisse, al terrore di restare uccisi. Non è questione di coraggio nel primo caso e di paura nel secondo, la distinzione la fanno l' incoscienza e la consapevolezza. E, forse, non sono i 4 ragazzi terrorizzati ad essere immaturi come sembrano; forse, lo è ancor più l'artificiere di Hurt Locker. La vita è una cosa meravigliosa. Ce ne è stata data una, una soltanto, e non volere perderla è sintomo di maturità e attaccamento ad essa.

( voto 8 )

24.3.10

Recensione: "Il Nastro Bianco"


ll Nastro Bianco è un film dalla portata difficilmente calcolabile. Vincitore della Palma D'Oro, dell' EFA come miglior film europeo e del Golden Globe come miglior film straniero la nuova pellicola di Haneke si infila senza discussioni nella ristretta cerchia dei capolavori cinematografici, di quei film che sembrano uscire dalla pellicola e impiantarsi nelle coscienze, quei film in cui il significato, il messaggio che nascondono è molto più forte del significante, delle immagini (malgrado la superba fotografia in bianco e nero).
Paesino tedesco, anni 12/13 del '900. La tranquilla vita rurale e monotona del paese viene "movimentata" da uno strano incidente al dottore, disarcionato dal suo cavallo per colpa di un filo teso tra 2 alberi. Piano piano, giorno dopo giorno, altri piccoli e grandi episodi si susseguono. I meno scossi sembrano i bambini del paese...
Siamo in un paesino all'inizio del Novecento, una di quelle realtà in cui il Sindaco ( qui il Barone), il Medico e il Prete ( o Pastore) sono le tre autorità riconosciute da tutti. Società ottocentesche in cui i Figli devono rispettare i Padri, rigorosamente dandogli del Voi, senza alcuna possibilità di replica. Padri per giunta violenti, stupratori, intimidatori, senza alcun senso della famiglia, dell'umanità e dell'amore. L'unica libertà per questi figli, peraltro limitata, è quella di ritrovarsi e giocare insieme. E stando insieme, forse, iniziare una ribellione...

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Qualcosa sta cambiando nel paese e nel Paese. Se anche il figlio del Barone è soggetto di violenza vuol dire che sta per crollare qualcosa, lo Status Quo autoritario e definito da anni  è pericolosamente minato da forze nuove.
E intanto, in contemporanea, l'Arciduca Francesco Ferdinando viene ucciso...
L' Austria dichiara guerra alla Serbia scatenando una reazione a catena, la Prima Guerra Mondiale è ormai cominciata.
Niente sarà più come prima, nè al paesello contadino, nè nel resto del mondo. E questi bambini, oppressi e violentati a 8, 10, 12 anni ne avranno 30, 35 , 40 in anni ancora più bui, e saranno loro i nuovi padri, potranno loro esercitare quell'autorità subita in infanzia.
E come in quella che forse è la scena madre del film, ovvero l'uccisione, in gabbia, dell'uccellino del padre da parte della figlia, forse quei bambini si sentivano come quell'uccellino a cui il volo era vietato. Uccidere quel piccolo essere aveva un profondo significato: la vostra autorità è finita, preferiamo morire, ucciderci, non essere più bambini da tenere in gabbia ma cominciare a diventare qualcos'altro. E il nastro bianco legato al braccio, simbolo imposto di una purezza da preservare, potrebbe diventare in futuro di un altro colore, questa volta nerissimo.

( voto 9 )

6.3.10

Recensione: "Shutter Island"

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Credo che questo sia uno di quei film che necessiti assolutamente di una seconda visione. E non per capirci di più ma per rivederlo alla luce di quello che, solo adesso, sai.
Film non facile insomma, basato sul gioco di cos'è vero e cosa non lo è, qual è la verità, quale la menzogna. Opera torbida, dura, mentale, fastidiosa a volte sia visivamente che psicologicamente, pellicola nella quale la memoria individuale si incrocia con la Memoria, quella storica, dove i delitti del singolo uomo giocano a dadi con quelli dell' Uomo, i più nefandi, i più terribili.
L' agente federale Teddy Daniels si reca nell'isola penitenziario di Shutter Island dove sono imprigionati e curati molti criminali malati di mente. Il pretesto è la sparizione di una paziente, la realtà è che l'agente Daniels vuole smascherare le pratiche aberranti che subiscono i detenuti da parte dei medici aguzzini. Questo almeno è quello che sembra, ma la realtà, quella vera, è molto diversa...
Il film, come accennato, è molto torbido. Alterna scene dell'eccidio nazista dei campi di concentramento ad altre di malati mentali ridotti a larve, omicidi plurimi di bambini (filicidio per giunta) a discorsi sulla lobotomizzazione. Come si mischiano tutte queste cose? Durante la visione è difficile cogliere un senso ma poi Scorsese nel magnifico sottofinale sul faro (luce, verità) ci spiegherà tutto. E rimarremo spiazzati, meravigliati, colpiti nel più profondo dell'anima. Altri film hanno giocato lo stesso gioco di Scorsese, ma qui, almeno per conto mio, questo gioco era veramente nascosto nel migliore dei modi.
Il capolavoro però è il finale.




E mi sono accorto sia in sala che nel tempo, specie in videoteca, che pochissimi hanno prestato attenzione a quel finale, a quella frase che, quando tutto sembrava ormai in un certo modo, riesce a ribaltare ancora il film e a daegli un significato tutto nuovo. (la terapia funziona davvero).
Asoltatele quelle ultime parole del protagonista (similissime, tra l'altro, a quelle di Oldboy), guardate gli atteggiamenti di tutti e pensateci.
Grande film, immerso in un'atmosfera magnifica di scogli e tempeste, manicomi e cimiteri.
Opera nel quale il ricordo, il suo riaffiorare, o meglio, il modo in cui riaffiora, giusto o sbagliato, segna da solo la famosa linea rossa, il confine tra sanità di mente e pazzia.

( voto 8 )

7.2.10

Recensione: "Paranormal Activity"


Dovrei fare una premessa che invece inserisco in post scriptum. Paranormal Activity, per chi non lo sapesse, è uno dei più grossi fenomeni cinematografici della storia; girato con meno di 20000 euro! in un'unica location (la casa del regista) ha incassato cifre che paragonate percentualmente al budget con cui è stato prodotto, fanno diventare gli incassi di Avatar un flop...
Una coppia; lui è un malato di elettronica e riprese con telecamera, lei da quando ha 8 anni è perseguitata da attività paranormali (rumori, visioni); lei lo confida a lui, lui mette la sua tecnica (telecamere dapertutto e molte riprese a mano) per vedere se è vero. Altrochè se è vero.
Film furbetto che usa alcune carte sicuramente vincenti: una giovane coppia per rendere più facile l'immedesimazione, l'uso di riprese diegetiche per dare un senso di realtà, il piccolo luogo chiuso, i rumori fuori scena, il climax ascendente (tipico degli horror) dove ogni notte succede sempre qualcosina in più, la recitazione (buona) il più possibile non recitata, insomma tutti elementi per dare un senso di REALTA' al tutto, entrare completamente anima e corpo nel film e dimenticarsi di stare al cinema (cosa impossibile in taluni casi, vedi p.s). 

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Il risultato è soddisfacente ma pecca gravemente di sceneggiatura. Tante cose buttate là e non spiegate, comportamenti insensati (puoi inseguire un demone con una TELECAMERA!!??) un finale che "colpisce" ma solo in un senso letterale. L'atmosfera sicuramente c'è,e vederlo a casa da soli, specie di notte, potrebbe farlo rendere al meglio ma di tutto questo dovrò averne la conroprova.
Come già accennato tutto è basato oltre che sul senso di realtà (addirittura i nomi dei 3 personaggi sono quelli degli attori) su quello dell'invisibilità, delle cose che accadono fuori inquadratura, dei rumori fuori stanza, della (appunto) non visibilità del demone o presenza paranormale che sia. Tutte cose già viste in altre pellicole a partire da Blair e qui esasperate al massimo. Rimane un buon film, ottimo se non riferito agli incassi, esempio di cinema di genere fatto senza una lira, e di questo gli va dato senz'altro atto.
( voto 6 )

P.S. Ho visto il film in condizioni proibitive. Alle spalle infatti un sestetto di diciassettenni non ha fatto altro che parlare, ridere, urlare, dare fastidio, e non per maleducazione, ma per esorcizzare la paura. Ridere durante momenti di tensione per "dimostrare" che non hai paura è semplicemente immaturo, sentir ridere durante momenti di tensione è semplicemente insopportabile. In tutti i tipi di film ciò rovina moltissimo la visione, in un horror praticamente la distrugge.

2.2.10

Recensione: "Bastardi senza gloria"


Il voto, probabilmente troppo basso sia per il valore assoluto del film, sia se paragonato agli altri assegnati in questo blog, deriva da un semplice fatto: a me Bastardi senza gloria ha deluso, e non poco. Avevo probabilmente troppi pregiudizi (positivi), troppe attese, purtroppo non accontentate. Io non sono un fan sfegatato di Tarantino però amo moltissimo 2 suoi film: Pulp Fiction e Kill Bill. Più di tutti gli altri, Iene e compagnia bella. Questo perchè in tutte le sue opere riconosco la mano, il marchio, la "cifra" di Tarantino, ma solo in quei 2 io vedo il GENIO di Tarantino, quel quid che mi fa dire che quei film li poteva fare solo lui e nessun altro. Bastardi è un gran film, con tutte le carte per diventare un cult, ma mi è sembrato troppo piatto, prevedibile, a tratti noioso, senza scene o dialoghi memorabili, insomma una pellicola, come tante, che ha avuto molto più di ciò che merita. 

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Non mancano le sequenze azzeccate ( l'incontro iniziale tra Landa e la famiglia francese, la taverna) ma il tutto in un contesto, ripeto, prevedibile, stereotipato, "già visto", i soliti nazisti, le solite spie, il solito attentato. Ecco, malgrado sia un remake, mi aspettavo da Tarantino molta ma molta più originalità anche in una materia , quella dell'occupazione nazista in Francia, che ha tutto fuorchè prestarsi a opere originali o troppo "fantasy". Non tutti possono permettersi capolavori come Il labirinto del fauno, ma da autori così creativi, così anticonformisti come lo è senz'altro Tarantino, tutto potevo aspettarmi tranne che un film (quasi) classico. Anche a livello tecnico, non ho niente da rimarcare nè per quanto riguarda l'estro di sceneggiatura(galoppante in Pulp e Kill Bill) nè nei virtuosismi fotografici ( Kill Bill). Ovviamente la recensione ha rimarcato solo quelli che io considero difetti, in un film di tale portata elencare i pregi è inutile. Prometto un giorno di rivederlo, devo capire tale successo a cosa è dovuto.
( voto 6,5 )

23.1.10

Recensione: "Il quarto Tipo"


Il mio è un voto indubbiamente netto, senza appelli. Non si riferisce tanto però alla qualità del film o alla sua riuscita, quanto al metodo usato per raccontarlo.
Molti film horror o fantascientifici hanno come obbiettivo quello della sospensione dell'incredulità da parte dello spettatore. Più quello che vediamo ci sembra vero, o comunque ci fa dimenticare che sia falso, più riusciamo ad apprezzare un film di questo genere e, in un certo senso, ad immedesimarci. Quest' effetto però deve essere il più possibile naturale, assolutamente all'opposto de Il Quarto Tipo. Insomma, ci viene fatto credere che gli attori interpretino persone che hanno vissuto veramente i terribili accadimenti di cui il film narra, ovvero i ripetuti rapimenti da parte di alieni subiti dagli abitanti di una sperduta cittadina dell' Alaska. 


Per questo le immagini dichiaratamente finte del film si intervallano ad immagini di repertorio, registrazioni, interviste, tutte presuntemente vere. E molti cadranno nel tranello. La cosa è ostentata in modo insopportabile, reiterato, pesante. Addirittura sono gli stessi protagonisti del film che all'inizio ci dicono che loro sono soltanto attori che interpretano quello realmente successo. Non capisco perchè questo regista non abbia fatto lo stesso film, identico,stessa trama, stesse immagini, ma senza tacciarlo continuamente come semidocumentario, come pellicola che porta alla luce documenti che in confronto quelli relativi all'Area 51 diventano il segreto di Pulcinella. Sarebbe stato un buon film di genere, con più di una sequenza forte, e sarei uscito soddisfatto dalla sala. Così non è. Insomma, e scusate per una volta la recensione poco esplicativa e monotematica, ma a me essere preso in giro così puerilmente va poco. Rec, Blair witch project e altri fanno lo stesso, ma la loro presunta verità è solo la cornice del film, e noi ce ne dimentichiamo subito. Qui è il filo conduttore di tutto. Addirittura patetico il finale nel quale i titoli di coda sono accompagnati da vere (almeno queste "forse" sì) telefonate di avvistamenti alieni. E allora? Cosa ci si vuole dimostrare? Che gli alieni davvero ci fanno spesso visita? Se prima ci credevo poco, quesro film mi ha fugato tutti i dubbi...

( voto 5 )

14.1.10

Recensione: "Rec 2"


Rec 2 ha un grosso merito, l'essere stato girato dagli stessi 2 registi del film d'apertura. Sembra un dettaglio, ma questo era l'unico modo per mantenere alto il livello della serie. C'è una coerenza narrativa e stilistica che soltanto gli stessi registi potevano mantenere.
Si torna nel terribile palazzo, completamente messo in quarantena. Al suo interno  un virus che non deve uscire, o almeno questo è quello che tutti sanno. Solo pochissimi, anzi, quasi nessuno, sa la verità. Dentro non c'è un semplice virus, dentro c'è il Diavolo.
Il primo film, magnifico per il genere, ci aveva lasciato molti dubbi, molti passaggi oscuri presi, almeno da me, come sceneggiatura debole, quando invece erano probabilmente reticenze volute, domande che solo nel secondo capitolo dovevano essere svelate. Per alcuni versi Rec 2 supera Rec. La storia è molto più complessa, dettagliata, "scritta". 

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Se il primo voleva più che altro farci impaurire (riuscendovi) questo ci vuole raccontare una storia, dirci che niente è casuale, che c'è un prima a tutti i fatti successi, che quel palazzo, e ciò che cela, è molto più importante di quello che sembra. Insomma la storia del primo non viene solo ampliata mettendo molta più carne nel fuoco, ma viene letteralmente stravolta. Molti hanno criticato la porta troppo metafisica che Rec 2 apre, il suo sganciarsi troppo dalla realtà, certo orrorifica ma molto "fisica" del primo, per calarsi in quella dell'eterna lotta tra il Bene e il Male, la Luce e il Buio (non lo scrivo a caso...) del secondo. Insomma, un'ottima pellicola, che fa meno paura della precedente ( sappiamo come sono i "mostri", sappiamo come si comportano) ma molto più complessa e interessante. Visto il finale (ottimo) neanche quotabile il fatto che ci sarà Rec 3. A pensarci bene, potrebbe essere molto probabile anche un Rec 0.

( voto 7 )

26.12.09

Recensione: "Brothers"


Prima di addentrarci nell'analisi di questo ottimo, forse grande film, è giusto anticipare 2 cosette. Brothers è remake (praticamente dichiarato sin dai titoli di testa) del film Brodre, di Susanne Bier, tradotto criminalmente in italiano con "Non desiderare la donna d'altri".
Seconda cosa da sapere è che il regista di Brothers è Jim Sheridan, cioè l'autore di (almeno) 2 capolavori, lo struggente "Il mio piede sinistro" e l'altrettanto umanamente fortissimo "Nel nome del padre", entrambi interpretati da un immenso Daniel Day Lewis.
Sam è il ragazzo modello americano, marine dai ferrei principi con una famiglia, composta da sua moglie Grace e da 2 bimbe, felice e in perfetta armonia. Tommy, suo fratello, è la classica pecora nera, nessun lavoro e un'esperienza in carcere. Sam parte per l'Afghanistan. In una missione il suo elicottero è abbattuto. Grace viene a sapere della morte del marito, è disperata. Tommy, che era molto legato al fratello (particolare importantissimo) le si avvicina per aiutarla e consolarla.



Ma Sam non è morto, è stato "solo" in prigionia dove si è macchiato di un gesto orrendo; torna completamente scosso e nota un feeling troppo forte tra la moglie e il fratello. La gelosia e il ricordo di quello che ha dovuto passare, e soprattutto FARE in Afghanistan, lo tormentano fino a fargli perdere quasi completamente la testa...
Sarebbe bello chiedere a chi ha visto questo film :" Brothers è un film sull'odio?". Sembra scontato. Odio politico-razzial-religioso (usa-afghanistan) odio paterno (Tommy verso suo padre ma anche le figlie di Sam quando il padre torna cambiato dalla prigionia) odio fraterno, odio verso se stessi (Sam per il terribile atto che ha commesso) odio matrimoniale. L' atmosfera del film è densissima, la tensione sempre sul filo del rasoio. Però però però, io a quella domanda di cui sopra risponderei " no, al contrario, Brothers è un film sull'amore". E' l' amore il sentimento più forte, quello che malgrado tutto riesce a vincere. L'amore, perfettamente contraccambiato, di Sam per la sua famiglia, l'amore tra i 2 fratelli, l'amore, se vogliamo, di Sam per il suo lavoro e la sua patria.
Brothers è un film che insegna che nella vita succedono cose orribili, che ci ricorda che tutti sbagliamo, che tutti perdiamo la testa, che la nostra esistenza è costellata da tragedie, traumi, incomprensioni, tensioni, errori, pericoli, debolezze, ma alla fine, e questo è l'insegnamento più grande, se l' uomo ama, altre persone o la vita stessa, riesce a perdonare, a capire, a superare ogni problema. Non è un film "americano" , non ci chiede la lacrima, non ci vuole stupire, Brothers è un dramma raccontato magnificamente soltanto per quello che è, senza fronzoli o forzature. Anche questo mi ricorda molto Eastwood e non posso fare complimento più grande. L' interpretazione dei 3 attori principali, Maguire, Gyllenhal e la Portman è a dir poco perfetta; secondo me ,a livello puramente recitativo, Brothers rappresenta il punto più alto nella giovane carriera di ognuno di loro.

( voto 8 )

30.11.09

Recensione: "Uomini che odiano le donne"


Mi è molto difficile commentare la trasposizione cinematografica di un libro che, insieme a milioni di altre persone, ho amato così tanto. Nel mettere il voto, componente più visibile ma meno importante di una recensione, ho cercato di "uscire" da me stesso e vedere il film come lo vedrebbe oggettivamente chi del libro ha sentito parlarne a malapena. Questo perchè, non si può negarlo, sono tanti i tradimenti, piccoli o grandi, al testo originario e servirebbe molto spazio ad elencarli.
Gran thriller, niente da dire. La storia è talmente bella, importante, strutturata, originale, complessa che nelle mani di un regista che non pensi a se stesso, ma semplicemente al film, era quasi impossibile da rovinare. Larsson è scrittore a mio parere molto freddo, quasi come il suo straordinario personaggio principale, Lisbeth Salander. E' difficile rintracciare in lui (loro) delle forti emozioni, la bellezza della vita, i rapporti con l'altro, l' amore, è difficile quando si è consapevoli, come Larsson, come la Salander, che noi tutti viviamo in un mondo che a volte può essere abietto, schifoso, un mondo dove sotto giacche e cravatte si nascondono mostri della peggio specie. 



Questo ricercano i libri di Larsson, tutto questo cerca di smascherare e combattere Lisbeth. Nell' intreccio perfetto dell' opera, nel riannodare i fili della dinastia Vanger, nell'alternarsi nel film di due generi principe come il giallo e il nero, anzi nerissimo, in tutto questo valzer di cose, fatti, azioni, non dobbiamo perderci o restare superficialmente compiaciuti ma entrare dentro, analizzare e vedere qual è, alla fine, il messaggio più profondo ,neanche troppo nascosto poi.
E, purtroppo, potremmo scoprire che, come cerca di dimostrarci il sommo Eastwood, a volte viviamo in un mondo dove la Speranza non è l'ultima a morire, ma è stata l'ultima a morire, dove non ci sarà un ritorno, dove abbiamo la consapevolezza che il Male non morirà mai, se non miseramente insieme all' Uomo stesso.

( voto 7)

31.10.09

Recensione: "Nel paese delle creature selvagge"


E' innegabile che un film per essere definito grande eccella in tutte le sue componenti, vale a dire l'attorialità, la tecnica, la storia (il susseguirsi delle vicende) e l'emozione suscitata. E' solo la debolezza, forte debolezza, di una di queste componenti che mi fa pensare a "Nel paese delle creature selvagge" come a un possibile grande film mancato.
Mi riferisco alla staticità della parte centrale, un pò troppo verbosa e priva di azioni rilevanti.
Ottima la prova del giovane attore, stupenda la fotografia, specialmente in 2,3 immagini controsole.
Andiamo per ordine però.
Un bambino di 9 anni vitalissimo e ribelle, reagisce a una discussione con la madre fuggendo di casa. Arriverà con una barca in un'isola lontana, popolata solo da un gruppetto di esseroni giganti, creature che, come lui, sembrano aver paura della solitudine. Lo faranno loro re, fino all'inevitabile addio.
La magia, lo sappiamo, non esiste. Solo una cosa, meravigliosamente umana, può essere assimilata alla magia, al riuscire a superare i limiti terreni: l'immaginazione. L' immaginazione è sinonimo di fantasia, etimologicamente LUCE, e non è un caso che più è forte più stiamo con gli occhi chiusi, al buio. Questo film è uno straordinario omaggio ai 2 più importanti tesori che nascondiamo nell' infanzia, l'immaginazione e il gioco, tesori che purtroppo tendiamo a farci scoprire e depredare con il passare degli anni.



Max è un bambino ribelle, Max ha paura che piano piano la madre, la sorella, le persone che più gli stanno a cuore, si dimentichino di lui, non lo ascoltino, lo lascino in disparte. Ed è così che immagina un meraviglioso regno, dove suoi multipli alter ego (Carol il ribelle e la capretta che nessuno ascolta su tutti) vivono le emozioni che lui prova nella sua vita reale: l'amore, il gioco, la solitudine, il senso di esclusione, la rabbia. E' solo il confronto con Carol, il capire che a volte la ribellione è insensata, che basterebbe soltanto accorgersi del bene che si ha intorno (il cuore di rametti), a farlo tornare indietro, e guardare sua madre addormentarsi con un senso d'amore mai provato prima.
Ma come detto questo film è anche un omaggio al gioco, nel senso più bello e naturale che esista, al rotolarsi per terra, al cercare dapertutto buchi in cui infilarsi, al correre senza meta, al saltare, al gridare, al fare la lotta come si fa tra fratelli sopra il letto, al farsi male di felicità. Questa è un'altra delle magie dell' infanzia, o almeno di un'infanzia che fu, essere felici con niente. Chi, come me, non si vergogna di provare emozione in questo modo, chi , come me, nella parola infantile non vede un'offesa ma un complimento involontario, chi crede nel potere della fantasia, ricorderà per sempre questo film, e capirà una volta di più, se mai ce ne doveva essere bisogno, che esser bambini è il più bel regalo che Dio ci ha dato e chi se lo rovina, o chi se l'è visto rovinare, non sarà mai più felice come avrebbe potuto.

( voto 7 )

15.10.09

Recensione: "Up"

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Da sempre i cartoni ci fanno sognare. Chiunque di noi conserva tra i ricordi più indelebili spezzoni, se non interi film, di quella meravigliosa arte che è l'animazione, che sia disegno o computer grafica. E sono sempre più i film che rischiano, che puntano all'originalità. Se WALL-E, a mio parere il più bel cartone degli ultimi anni, si è preso il rischio del (quasi) muto, UP ha "osato" mettere come protagonista un vecchio. Il risultato è straordinario; non so se lo sia per i bambini (solo il tempo ce lo dirà) ma lo è senz'altro per il Cinema.
Un bambino, appassionato d'avventura, conosce un'altra bambina con la sua stessa passione. Si sposeranno e passeranno tutta la vita assieme, fino alla morte di lei. Un sogno comune è rimasto però irrealizzato, portare la loro casetta in cima alle Cascate Paradiso, in Sudamerica. Il vecchio, per tutta la vita venditore di palloncini, deve essere sfrattato. Al che prende 2 piccioni con una fava. Attacca tutti i suoi palloncini alla casa e vola con lei come fossa una mongolfiera (scena memorabile). Così salva la casa e in più prende una direzione, quella delle Cascate Paradiso... . L' unico inconveniente è che si ritrova con un piccolo e grasso boy scout che nel momento in cui la casa è "volata" via si trovava proprio sotto il portico.
E' molto difficile saper far ridere della malinconia. Nessuno in questo ha mai raggiunto i livelli di Charlie Chaplin. 


Up, e mi è molto difficile spiegare come e perchè, mi ha riportato alla magia di Charlot, a quella magnifica sensazione del ridere con gli occhi lucidi. L'accostamento è quasi esplicito nelle bellissime mini scenette che ci raccontano in 2 minuti, dall'infanzia alla vecchiaia, la vita passata insieme dalla coppia. Sentite la musica, gustatene l'atmosfera, respirate la "chaplinità" del tutto. 
UP affronta almeno 2 temi quasi del tutto tabù nell'animazione per famiglia: la già citata vecchiaia e una delle sue dirette conseguenze, la morte. Attenzione, non la sfiora marginalmente come altri cartoni ma la prende di petto e ne fa il motore dell' intero film. E' solo nel ricordo della moglie scomparsa che il protagonista affronta il suo incredibile viaggio e così, allo stesso modo, qualsiasi altra scelta successiva. UP non è un cartone d'avventura, è ANCHE un cartone d'avventura. Tutta la parte centrale del film lo è senz'altro ed è questa che i bambini apprezzeranno di più. Cani parlanti, uccelli giganti, inseguimenti, disavventure del piccolo protagonista, luoghi impervi, lotte col nemico (che, genialata di sceneggiatura, non è altro che l'avventuriero idolo d'infanzia del vecchio), sparatorie nel cielo, di tutto di più. Ma non è lì il segreto del film. 
Segreto che è invece nascosto nelle pagine di un vecchio album nel quale, sin da ragazzina, la compagna del protagonista aveva raccontato fotograficamente la propria vita e lasciato su pagine bianche, in attesa di foto, i progetti futuri, anzi IL progetto futuro, la casa in cima alle cascate. Ed è qui che scopriremo che l'avventura più bella non è un viaggio esotico, non è qualcosa lontano 1000 km. L'avventura più bella è dentro di noi, nel nostro cuore. L' avventura più bella è la nostra vita, l'avventura più bella è l' amore.


( voto 8,5 )

8.10.09

Recensione: "Martyrs"

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C'è chi ha paragonato Martyrs ad altre pellicole dove la tortura, le sevizie, il possesso del dominante sulla vittima la fanno da padroni, come la serie di Saw o quella di Hostel. Il paragone non è campato in aria ed è l'unico modo per far capire ad altre persone, in 30 sec o in 2 righe, di che genere stiamo parlando. Ma se, come in questo caso, abbiamo lo spazio e il tempo per aggiungere qualcosa si ha il dovere di far capire che Martyrs rispetto ai sopracitati film è molto di più. E' vero, anche qui assistiamo a una gamma incredibile di nefandezze, atrocità, pratiche disumane, ma mentre negli altri film queste cose ci disturbavano in Martyrs ci turbano. Qui non c'è il filtro cinema, non assistiamo distaccati alle vicende sullo schermo sapendo che è solo pura finzione. In Martyrs tutto sembra maledettamente possibile, vero, disumanamente umano. E' un film che oltre che disgustarci come tutti gli altri non ci fa respirare, ci getta in un incubo reale, in un "e se fosse vero?". E' un film che lascia ferite profonde nell'animo tanto quelle sulla pelle delle protagoniste. Grandi protagoniste, in un film dove i visi, i primi piani, tutta la gamma di emozioni possibili devono essere rese alla perfezione per reggere il peso fisico, filosofico e mistico del film.
La trama: una bambina scappa da un luogo di tortura. 

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15 anni dopo ritrova-insieme ad una amica- i suoi aguzzini e li fa fuori a fucilate. Ma ci sono nuovi aguzzini che troveranno lei...
Il film è come una matrioska aperta la quale ce n'è un'altra, più piccola ma ancora più aberrante. Sono almeno 3 infatti i punti in cui il film prende quasi completamente una nuova strada, apre un nuovo scenario. Uno di questi punti di svolta era stato già usato dal regista, Laugier, nel suo precedente film (Saint Ange), e cioè quello del "terribile piano di sotto", in cui in una stessa unità di luogo (qui una casa) si scopre un nuovo terribile spazio.
Il titolo, Martyrs, non è solo gusto per la bella parola ma significato base del film, significato che qui non posso svelare. 
E' soprattutto in quella parola però, in questo mistero, che sta quel quid che fa di questo film un qualcosa di più, e di nuovo, rispetto al passato. E' qui che tutto ciò che dicevo prima sulla Verità del film trova il suo macabro appiglio. Ed è qui che avviene l'assoluta magia della pellicola, quel paradosso assurdo che me lo fa piacere così tanto: Martyrs è un film senza la minima speranza che ha nella Speranza, quella massima, la sua finale sentenza.



( voto 8 )

2.10.09

Recensione: "Drag me to hell"


Mi mancava. Sam Raimi mi mancava proprio. Ho 32 anni, sono della generazione che ha visto (più volte) nella sua ultima infanzia e prima adolescenza cult come La Casa, La Casa 2 e l'Armata delle tenebre, ovvero tutti film che mi costringevano ad andare a dormire in camera dei miei (specie i primi 2) malgrado durante la visione mi trovassi più di una volta a morire, verbo non preso a caso, dalle risate (soprattutto il 3°). Drag me to hell è tutto questo, è un grande tuffo nel passato, è Raimi che dopo 20 anni rifà Raimi. Si rinnova e copia sè stesso, il tutto con un grande stile, con una padronanza del genere degna di pochi, con il suo marchio inconfondibile.

La trama. Una ragazza per "far carriera" rifiuta ad una vecchia zingara la proroga per il pagamento del mutuo. Riceve in cambio una maledizione, un malocchio: un demone la tormenterà per 3 giorni, passati i quali la porterà con sè all'inferno (da titolo). Per salvarsi, ricorrerà al potere di 2 sensitivi e all' amore del suo ragazzo. Finale a sorpresa.


Ai suoi fan, come me, per capire che è un film di Raimi bastano 2 minuti, ovvero l'arrivo del demone nel prologo, praticamente identico (l'arrivo) a quello ne La Casa. Urla, vento, invisibilità del mostro, sberle e lotte . E' 20 anni che aspettavo, sono tornato undicenne di colpo. E poi decine di altri rimandi, oggetti che lottano contro gli uomini ( necronomicon-ventaglio) , animali che parlano ( teste-trofeo allora, una capra oggi), lotte a forza di cazzotti tra demoni e umani, rumori identici, musiche identiche, scene grottescamente schifose e altre assurdamente comiche (come il ballo del demone, anch'esso già visto), movimenti velocissimi della macchina da presa e tanto altro. Ripeto, mi sembrava di rivedere La Casa in una trama e ambientazione completamente diversa. Questi sono i plagi che fanno bene al cinema, quelli fatti da uno stesso regista a sè stesso ( e decenni dopo), quelli che ti fanno tornare indietro, a un cinema che non c'è più, o che nessun altro è in grado di fare. Ma c'è anche qualcosa di nuovo: uno scavo psicologico maggiore, una capacità di descrivere sentimenti, la geniale idea che sconvolgerà il finale. Insomma, è il regista che conoscevamo ed amavamo, con 20 anni di più ed, inevitabilmente, più maturità. Un grande Horror (comic) che farà molta paura a chi non segue il genere, che spaventerà con qualche sorriso chi lo segue un pò, e che farà ridere di gusto a chi ormai come me (sigh) ne ha visti troppi.



( voto 7.5)

26.9.09

Recensione: "District 9"


Vi giuro che dopo la visione ero già molto soddisfatto, ma il fatto di recensirlo il giorno dopo (e non immediatamente come faccio quasi sempre) mi ha senz'altro fatto alzare il voto. Questo perchè più ci penso, più credo che siamo di fronte ad una grandissima opera, quasi unica nel suo genere.
Al solito, prima la storia. A metà anni 80 una navicella aliena è atterrata a Johannesburg. Non può ripartire a causa di un guasto. A quel punto più di un milione di alieni (chiamati gamberoni per la loro forma), è costretta a restare "da noi". Non "con noi" però dato che vengono ghettizzati in un'area chiusa, il distretto 9 del titolo.Passano 20 anni. Quando un umano si infetta e inizia a mutarsi in uno di loro è costretto, per non essere usato come cavia, a rifugiarsi proprio nel ghetto...

Non basterebbero 200 righe a recensire in maniera soddisfacente questo film. Sono troppi i riferimenti politici , etici, culturali che stanno sotto l'evidenza delle immagini. Il Sudafrica dell'apartheid nella quale i nuovi "negri" sono gli alieni, i politici (non a caso tutti bianchi) che li usano come cavie. L' umanità, nel senso qualitativo del termine, che come spesso accade è rintracciabile solo nei poveri, in chi ormai non ha niente da perdere. L' esercito come macchina per uccidere, senza pietà. La stampa al servizio del potere che mistifica tutto. In District 9, l'Uomo, senza appelli, è condannato. Cinico, nazista (di razza superiore), incapace di emozioni, falso, opportunista. Sono gli Alieni, queste orrende creature ad essere alla fine i veri uomini, esseri viventi in cui la solidarietà, l'amicizia, la famiglia, l' umiltà, i sentimenti (indimenticabili gli occhi gonfi di pianto di Christopher, il protagonista alieno), il senso di patria, i sogni e la speranza sono virtù ancora rintracciabili. Questa è la forza del film, il suo messaggio dirompente.

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A livello filmico è comunque una grande opera sia originalità di trama, per gli effetti speciali (alieni, armi, uccisioni), per l'atmosfera, per la grandissima interpretazione del protagonista, Sharlto Copley (non professionista!). Film che come poche volte mi è capitato ultimamente è un piacere per gli occhi, per la testa e per il cuore. Credo che negli anni ne sentiremo parlare c'è il rischio che possa diventare un punto di riferimento (e di confronto) con il cinema che sarà.

P.S Non ho dato un voto più alto a causa di quelli che considero 2 errori marchiani. Il primo è che non ci viene detto assolutamente come facciamo noi umani a capire la loro lingua. Può esser voluto, ma non lo condivido.
Il 2°, più grave, è che si parla di 1 milione e 600.000 alieni nel ghetto, una cifra già assurda di suo (saranno 400 casupole) ma che lo diventa ancora di più quando in moltissime inquadrature (anche campi lunghi) e in quasi tutte le scene non vediamo mai più di 3,4 alieni per volta. Con quella cifra non dovremmo vederne almeno centinaia?
Da come finisce ci aspetta un seguito (District 10?). Non vedo l'ora...

( voto 8,5)

17.8.09

Recensione: "Ghost in the Shell"



Quello del cartone d' autore, è un vero e proprio campo minato, specie quello giapponese.Perchè ? Per il fatto che ha così tanti appassionati ed "esperti" che quando qualcuno fuori da questa cerchia si avventura in commenti o recensioni rischia come minimo di farsi dare dell' incompetente. Mettiamo dunque le cose in chiaro: io non conosco il manga di Ghost in the shell e di conseguenza nè le vicende nè le tematiche e il modo in cui sono state affrontate nel fumetto. Io ho visto il film. Ebbene, siccome mi era stato presentato come una delle massime opere d'animazione di sempre, non posso dire di aver avuto questa sensazione. Il livello del disegno è massimo; la tratteggiatura, il carattere dei personaggi principali molto forte, i temi affrontati (c'è anima, spirito, ghost nella robotica?) attuali e non banali ma... il film è di una difficoltà eccessiva, con una trama, almeno per me, molto confusa in cui si mischiano troppi funzionari, troppe associazioni, discorsi troppo tecnici o intellettuali, troppe "informazioni" di cui 5 secondi dopo non ricordi nulla. 

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Il film, forse volutamente, è molto freddo, quasi privo di sentimenti; rifacendosi al titolo, possiamo dire che è come se all' interno del suo guscio, della sua corazza, ha un'anima troppo debole, algida, incapace di emozionare. Eccessivi inoltre mi sono sembrati gli indugi sulla nudità della protagonista, il cyborg con anima umana Kusanagi, ma si sa, questa è una vera fissazione dei Jap. Ho quasi la certezza che tutti questi piccoli difetti siano dovuti, come ho spiegato all'inizio, alla mia non conoscenza di tutto quello che precede il film. Rimane un' opera visionaria di ottimo livello, una pellicola che per ambientazioni, personaggi, tematiche ha tutto per essere diventato quello che è diventato: un cult assoluto. 



( voto 7 )