6.9.19

Festival del cinema di Venezia 2019 - giorno 8 - 6 Settembre


LAN XIN DA JU YUAN (saturday fiction)
di Lou Ye

FUORI CONCORSO

1941, Shangai è una città dove coesistono più forze armate e di inteligence dei paesi coinvolti nel 2° conflitto mondiale. L'attrice Jean Yu vi fa ritorno per recitare apparentemente nello spettacolo del suo ex amante.
Spy story in salsa agrodolce basata tutta sull'ambiguità dei personaggi: consigliabile solo a veri appassionati di genere e produzioni orientali.
Voto: 5


NEVIA
di Nunzia De Stefano 



ORIZZONTI

Riccardo Simoncini

Dopo Sole di Carlo Sironi, la componente italiana nella sezione Orizzonti si concentra nuovamente su storie al limite, con protagonisti giovani adolescenti che devono confrontarsi con un contesto di vita complesso. Se in Sole questo era rappresentato da una maternità surrogata, che quindi offriva il pretesto per raccontare cosa significasse essere genitori, in Nevia il paesaggio cinematografico in cui sono immersi i personaggi è rappresentato dai campi container, un luogo dove tutta la vita è condensata. È come un mondo in miniatura, dove c’è tutto, a misura d’uomo. Così si usa un piccolo carrello, opportunamente modificato artigianalmente, come mezzo di trasporto attraverso cui muoversi e districarsi per le vie di quei luoghi così tanto al limite. Prodotto da Matteo Garrone (e in effetti tanto garroniano nella messa in scena e felliniano nella costruzione dei personaggi) e diretto dalla sua ex moglie, Nunzia De Stefano, Nevia è un racconto dolce e delicato di cosa vuol dire essere giovani in un mondo che ti obbliga a diventare adulto. Nevia (interpretata da un’indimenticabile Virginia Apicella) ha 17 anni, ma, nonostante l’età, è più matura e responsabile degli adulti stessi. È infatti lei ad occuparsi di tutto, dal guadagnare soldi all’occuparsi della sorellina. Nevia si rifiuta, però, di adeguarsi ad un mondo marcio e corrotto fino al midollo, dove la criminalità e la prostituzione sembrano agli occhi di tutti l’unica via possibile per la sopravvivenza. Non per Nevia, che conserva dentro di sé una purezza e una determinazione che le permettono di non adeguarsi a quel contesto così umanamente basso. 

Meglio allora un circo, così grande e ampio (rispetto a quel mondo in miniatura dei campi container), e allo stesso tempo colorato e buffo nella sua diversificazione. Meglio animali, maghi, clown e trapezisti. 
Meglio la vita e la sua voglia di inseguirla. 


ATLANTIS 
di Valentyn Vasyanovych

ORIZZONTI

Filippo Tassinari

2025, Ucraina Orientale. Ad un anno dalla fine della guerra, Sergeij, ex soldato, si trova a vivere in un paese devastato. Alla chiusura della fabbrica, trova una opportunità unendosi ad una missione di recupero cadaveri di guerra.

Lunghi piani sequenza, a macchina prevalentemente fissa, disegnano una realtà devastata dalla guerra e senza apparente speranza, se non quella di andarsene. Una modalità originale per trattare un tema attuale e non pienamente conosciuto, provocando un forte impatto nello spettatore. 


Voto: 7

5.9.19

Festival del Cinema di Venezia - giorno 7 - 5 settembre (con, tra gli altri, il mio idolo Roy Andersson)


 OM DET OANDLIGA (about Endlessness)
di Roy Andersson
CONCORSO

Filippo Tassinari

Spiegare un film di Roy Andersson è impresa ardua: ci si potrebbe limitare a descrivere cosa accade sullo schermo, ma sarebbe limitante. Il regista disegna degli episodi, come se fossero dei piccoli ma bellissimi quadri in movimento. Dentro si possono trovare situazioni quotidiane, divertenti, grottesche, melanconiche, in cui riconoscersi e lasciarsi trasportare o rimanere annoiati e distanziarsene.

Voto: 7 e ½

Riccardo Simoncini

Roy Andersson è un uomo di 70 anni che, nonostante l’età, può contare una filmografia relativamente ridotta. Una quantità ingannevole, perché, dietro di essa, si nasconde un'acuta e profondissima riflessione sull'essenza dell'uomo. Pochi film, ma pregni di significato, che indagano su valori esistenziali e fondamentali per tutti gli esseri umani. Il suo surrealismo della solitudine, che nei pochi precedenti film veniva sfruttato per rappresentare in veri e propri quadri fiamminghi la vita priva di emozione di uomini semplici ed ordinari, viene qui portato all'estremo. E lo si può intendere fin dal titolo. About Endlessness. Sull'assenza di fine. Sull'infinito. Un tempo inarrestabile che non si deve intendere in senso dinamico e frenetico, ma come un infinito statico, dove nulla cambia o si evolve. Non c'è fine, perché non c'è cambiamento, non c'è alternanza di fasi o stagioni. Tutto è immutabile. Neanche i colori subiscono trasformazioni, rimanendo sempre freddi e grigi. Ma l'infinito del titolo lo si può estendere anche alla materia narrativa stessa, che qui diventa ancora più frammentaria rispetto al passato. Tante piccole (infinite) storie distinte e non interconnesse, come piccoli quadretti grotteschi, si susseguono pian piano per creare un'opera di appena 1 ora e 20 di durata. Nonostante infatti l'esiguo minutaggio, l'impressione finale è che siano tantissimi, infiniti i ritratti di esseri umani che si succedono, guidati da una voce narrante che ci concede l’accesso ad un'atmosfera onirica, ideale ed assimilabile ad un sogno. Questo va a riconferma del fatto che ciò che mette in scena Roy Andersson rappresenti in realtà una concezione universale e collettiva di essere umano, che non si estingue ma si rigenera continuamente. Come l’energia, che per le leggi fisiche della termodinamica non può essere distrutta, né creata, ma può solo trasformarsi nelle sue mille forme all’infinito. Le storie che si susseguono sono infatti diversissime, ambientate spesso in epoche totalmente diverse, ma tutto risulta comunque legato ed idealmente connesso, come se in fondo, con il passare del tempo, nulla fosse davvero cambiato. Andersson raffigura così i ritratti sfaccettati dell’intera evoluzione umana: dai bambini agli adulti, da personaggi e situazioni storicamente insignificanti (un compleanno, una giornata qualunque di pioggia, un ballo all’esterno di un caffé) ad eventi storici rilevanti (la presenza di Hitler, la sconfitta di un esercito). Ma tutti gli individui che compongono questi quadri senza tempo (e che anzi tendono proprio a scavalcarlo) soffrono di un’incomunicabilità estrema. Le domande e le risposte dell’uomo non si corrispondono e non trovando alcun punto di incontro, si ripetono incessantemente, sempre uguali a se stesse, come se in quel mondo, basato su frammenti di esistenza umana, essere stessero ancora cercando simbolicamente un interlocutore che sia in grado di parlare la loro stessa lingua. In una tale situazione sembra dunque difficile credere in qualcosa. Forse in Dio, ma forse pure la fede può vacillare. E allora a cosa affidarsi? Cosa ci rimane? La consapevolezza di essere vivi. Perennemente vivi. Staticamente ed infinitamente vivi. 
Insomma, nelle diverse storie che si susseguono cambiano gli sfondi, i costumi, il linguaggio e il modo di muoversi, ma l'uomo è sempre quello. La sua esistenza è sempre quella. Come un caleidoscopio monocromatico che frammenta la realtà in mille forme geometriche e simmetriche, che apparentemente variano nel tempo, ma che in fondo dipendono sempre dalla costruzione dello stesso piccolo oggetto. 

L'uomo è lì, sopravvive alla storia, sopravvive al tempo, sopravvive all'infinito. Ma solo in pochi casi si può dire lo stesso delle opere prodotte da quello stesso uomo e Roy Andersson è forse uno di quei pochi casi. 

GUEST OF HONOUR
di Atom Egoyan
CONCORSO

Filippo Tassinari

Alla morte del padre Jim, Veronica, giovane insegnante di musica al liceo, colloquia con il parroco che officierà le esequie. Dal dialogo scaturisce il passato del rapporto tra padre e figlia, in un intreccio di segreti e ricordi nascosti o dimenticati.
Egoyan, dopo Remember di 4 anni fa, torna al Lido con un film dove la memoria è nuovamente la protagonista: un dosaggio eccessivo dell'intreccio rende a tratti troppo nodoso l'intreccio di una pellicola tuttavia più che discreta. 

Voto: 6 e ½

 BLANCO EN BLANCO (white on white)

di Théo Court


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Un fotografo arriva nella innevata Terra del Fuoco, convocato da un potente propietario terriero, per scattare le foto del proprio matrimonio. Si ritroverà invece a documentare il massacro del popolo indigeno.
Esempio pratico di quando la leziosità e l'eccessiva ricerca di una narrazione poetica rendono un film noioso e inconcludente: un vero peccato trattandosi di fatti realmente accaduti che meritavano uno sviluppo migliore.Voto: 5

4.9.19

Festival del Cinema di Venezia 2019 - giorno 6 - 4 settembre


MARTIN EDEN

di Pietro Marcello


CONCORSO

Filippo Tassinari

Martin è uno marinaio e un giorno salva da un pestaggio Arturo. Invitato a casa per ringraziarlo conoscerà la famiglia borghese e acculturata e la bella Elena di cui si invaghisce. La distanza di status e cultura tra i due è abbissale e nel tentativo di colmarla, Martin si appassiona alla lettura e sucessivamente intraprende la carriera di scrittore.
Ispirato dall'omonimo romanzo di Jack London, Martin Eden ruota tutto sulla bravura interpretativa di Marinelli e sulla convincente regia di Marcello.

Voto: 7

Riccardo Simoncini

Pietro Marcello è, senza dubbio, una delle personalità più illustri e rare del nostro cinema italiano contemporaneo. Quello vero, spontaneo ed intimo, che racconta le piccole realtà e dà voce a chi spesso non l'ha mai avuta. Prima ancora che documentarista (perché definirlo tale sarebbe riduttivo), è un osservatore, un creativo, un romantico, un artista poliedrico capace di andare sempre oltre e superarsi ogni volta. Egli è in grado di partire da ciò che è sommesso, dimenticato, spesso anche rifiutato e scartato, per trasfigurarlo in qualcosa di estremamente affascinante, armonioso e poetico. Pietro Marcello è, in questo senso, una vera e propria forza della natura, inarrestabile creatrice, ma soprattutto trasformatrice che, in quanto tale, è in grado di partire da sabbia e detriti (scarti "sporchi" appunto, come le storie da cui parte Marcello) per trasformarli in bianchissime perle, preziose e lucenti (come il suo cinema che reinterpreta quelle stesse storie). Il suo forse non si potrebbe neanche definire come cinema del reale, sicuramente però non realista, perché rifugge le convenzioni del documentario e ricerca la sperimentazione. Marcello non si può incasellare in un genere o stile, è un artista a parte, definibile solo da se stesso e dai suoi film. Martin Eden è un lancio verso qualcosa di ancora diverso e nuovo rispetto al passato (si diceva proprio prima che Marcello ama spingersi oltre ad ogni film): una produzione più grande, degli attori professionisti ormai affermati (tra gli altri, un Luca Marinelli sopra le righe), un testo da cui attingere che è un vero capolavoro letterario. Così, da quella magica commistione di realtà e finzione, che caratterizzava i precedenti lavori di Marcello, si accede ad un luogo creativo che oscilla tra l'adattamento e la reintrepretazione. Sempre labili sono stati, infatti, i limiti di genere per il regista casertano, che ha sempre scelto strade non convenzionali per raccontare ciò che, magari in partenza, non doveva essere inventato, perché già esistente di per sé. È come se Marcello guardasse una realtà che è già data, ma la osservasse attraverso una lente particolare, preziosissima: una lente intima, avanguardista, che in parte distorce forse quell'immagine originale della realtà, ma la esalta e la potenzia ulteriormente. Per questo i precedenti film non potevano essere visti semplicemente come il racconto cronachistico di storie di uomini veri, ovvero attraverso un approccio oggettivo al documentario, perché Pietro Marcello è soggettività all'ennesima potenza. Allo stesso modo, Martin Eden non può essere valutato come la pura e fedele trasposizione del capolavoro di London, perché di nuovo la lente del suo occhio registico distorce e fa suo qualcosa che esiste già di per sé.  Difficile sarebbe, infatti, passare da un'opera letteraria ad un'opera filmica, senza rischiare poi di valutarne il mero confronto. La situazione diventa poi ancora più impegnativa se bisogna adattare un'opera così immensa e pregna di significato come quella di London. Così Marcello decide di reinventare appunto il Martin Eden, declinare la sua poetica in un'opera diversa dall'originale, libera da coordinate temporali, dove cambiano i personaggi e i contesti geografici, ma dove vengono però conservati i caratteri e le pulsioni del capolavoro novecentesco. Permane l'essenza di quello stesso Marcello di quei piccoli grandi film, come "La bocca del lupo" e "Bella e perduta": l'attenzione verso gli ultimi, l'estremo e profondo legame empatico che si stabilisce con essi è quello tipico di chi solo sa raccontare davvero la realtà, filtrandola secondo la propria visione, e allo stesso tempo, cercando un contatto, un legame profondo con l'essere umano. Martin, infatti, è un giovane marinaio che, nonostante non sia istruito, ama intimamente la conoscenza, la cultura ed in particolare la letteratura. La ama tal punto da volerla farla sua e perseguire dunque il sogno di diventare scrittore. La sua vita rimane sospesa tra due mondi, da un lato quello dei poveri emarginati e senza istruzione da cui proviene, dall’altro quello dei ricchi, quello della cultura che diventa erudizione, quello di Elena, la ragazza borghese di cui si innamora, verso cui tende. La sua scrittura, viscerale e diretta, diventa simbolicamente il ponte tra quei mondi: partire da storie crude, basse, per raccontarle in una forma considerata alta. Marcello racconta la vita, o meglio la materia viva, che scalpita, si muove, desidera farsi valere. Ad animare questa materia è il fuoco letterario di Martin che arde, infuoca, travolge tutto ciò che si trova davanti. Quello del regista è un canto d'amore contemporaneamente stregato e fatato e per questo così tanto seducente ed ammaliante per raccontare ancora una volta degli ultimi, dei reietti, di cui si appropria come un padre per raccontarci la loro storia. Non dobbiamo dimenticarli, non dobbiamo farli rimanere ultimi, come erano nel passato, ma sfruttare il nostro presente per portarli al riscatto. E così di nuovo Marcello riprende un tema a lui caro: la memoria del passato, intesa non con senso nostalgico, ma con slancio vitalistico. Parlare di passato significa rapportarsi con il tempo, grandezza che Marcello ama da sempre manipolare secondo la propria visione, con un accostamento di immagini che diventa cifra stilistica fondamentale. Così in questo film si sovrappongono e concatenano le differenti cronologie storiche, anche attraverso l’utilizzo di filmati d’archivio di epoche diverse, superando così ogni precisa determinazione temporale. Ne risulta un’opera senza tempo, con una dimensione temporale filmica che si fa evanescente per rappresentare tensioni e valori più che mai attuali. 
Sì, perché per capire la vita, l'ideologia, il sogno di Martin Eden, bisogna prima capire perché quel desiderio fosse tanto utopistico e destinato a fallire. Il volto di Luca Marinelli, che interpreta Martin, viene disegnato sullo schermo con una precisione quasi pittorica, tale da rendere ogni singola inquadratura un vero e proprio quadro da ammirare e studiare. 

Pietro Marcello raccoglie da terra il cappello da marinaio che Martin Eden ha simbolicamente gettato per lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita,  lo indossa e, in quel mare in tempesta che è il cinema italiano, riesce a salvare la nave dalle onde impetuose. Ci ha condotto a riva, nella terra dei grandi film. E ora siamo finalmente salvi.

THE KING

di David Michod


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

La vicenda di Enrico V, da principe ribelle che vive tra il popolo a conquistatore della Francia.
Produzione Netflix che punta tutto sull'idolo delle teenager Chalamet: ideale per una serata di pioggia sul divano. Voto: 5 e ½


Riccardo Simoncini

Tutti vorrebbero essere il re. Tutti vorrebbero avere il potere di decidere su intero regno. Soprattutto se siamo nel Medioevo dove i diritti di un governante superavano di gran lunga i suoi doveri. Tutti vorrebbero essere il re, dicevamo. Tutti tranne l'erede al trono. Ma se per un colpo di destino, si fosse costretti dunque ad arrivare a quel trono? Come ci si comporterebbe?
Così il giovanissimo Hal (Timothée Chalamet), da ribelle distaccato dalla vita di corte, viene incoronato sotto il nome di Enrico V. E sotto quel nome, quel titolo nobiliare, dovrà iniziare a districarsi tra il caos, gli intrighi e le volontà degli individui che compongono il suo variegato regno. 
Re Enrico, il giovane Hal, prova un’insofferenza verso la guerra e anela per questo una pace perpetua che eviti dispendio di sangue e uomini. Ma le sue teoriche convinzioni dovranno presto scontrarsi con le esigenze dell’intero regno. E da giovane esile,  e di bella presenza, dovrà crescere, sporcarsi, diventando colui che tutto il Medioevo si aspetta. The King assume così più le tinte di un racconto di formazione che di un dramma storico, dove la crescita del corpo e della mente del singolo prevale sugli eventi cronologici della collettività. 
La guerra diventa dunque uno scontro di famiglie, o meglio di figli ereditari su cui ricade il peso dei valori di un intero regno. Singoli individui in cui costante è la lotta e il dilemma tra le tensioni personali (quelle a cui si aspira) e quelle ereditate dai padri (da cui si parte e da cui ci si vorrebbe distaccare). 
L’interpretazione che il regista David Michôd dà della vicenda è effettivamente originale ed inedita rispetto a ciò che si può aver già visto a riguardo e rimanda più alla versione di Shakespeare che alla verità storica. L’impressione che se ne ha è, però, che troppo spesso il regista non scelga con convinzione quale strada intraprendere e così il grande autore inglese rimane solo nell’aria, senza impregnare effettivamente la materia narrativa del film. Tante idee interessanti, ma purtroppo non altrettanta sostanza. 

CHOLA (shadow of water)

di Sanal Kumar Sasidharan


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

India. Una giovane percorre una nebbiosa strada di campagna: il fisanzato con il suo capo la passano a prendere. Lei è uscita di casa ad insaputa della madre per passare una giornata in città con lui. Ma si fa tardi e saranno costretti a rimanere a dormire in città.
La pellicola, idealmente, si può suddividere in due parti: i primi 40' brillano per capacità registica e sviluppo, i successivi 80' per ripetitività, noia e fastidio.


Voto: 5

THE PAINTED BIRD

di Václav Marhoul


CONCORSO

Filippo Tassinari

Est europa, ultimi anni della seconda guerra mondiale. Un ragazzino vive con una anziana donna: alla sua morte sarà costretto a vagare in solitaria, incontrando personaggi e affrontando difficoltà.
Film durissimo che contrappone la bellezza del bianco e nero alla cruda drammaticità, a volte anche esasperata. Nonostante la durata, non ci sono ragioni per tenere gli occhi chiusi.


Voto: 8

3.9.19

Festival del Cinema di Venezia 2019 - giorno 5 - 3 settembre


THE LAUNDROMAT

Di Steven Soderbergh


CONCORSO

Filippo Tassinari

Lo scandalo dei Panama Papers, ovvero l'emersione dei nominativi delle numerose società offshore create per eludere le tasse e i loro azionisti: uno scandalo scoppiato nel 2016 e che ha visto coinvolti funzionari pubblici e capi di stato di mezzo mondo.
Una vicenda così complicata e piena di tecincalità viene raccontata in un modo inedito e decisamente fruibile: la vicenda di una anziana signora, Meryl Streep, coinvolta in un incidente, che non arrendendosi arriva a fare il percorso completo della rete elusiva. Il tutto accompagnato dai narratori, Gary Oldman e Antonio Banderas, nei panni dei due avvocati titolari dello studio da cui sono stati trafugati i Panama Papers.
Un film che coniuga la necessità di affrontare un tema scomodo e complesso con una cifra stilistica pienamente azzeccata.


Voto: 7 e ½


BURNING CANE

Di Philip Youmans


GIORNATE DEGLI AUTORI

Filippo Tassinari

Louisiana: una madre, il figlio adulto con problemi di alcoolismo, la religione.
Opera prima di un 19enne, osannata e pluripremiata al Tribeca.
Si salva la fotografia e l'incipit, del resto ridondante, pleonastico, soporifero, inconcludente. 


Voto: 4

J'ACCUSE 

Di Roman Polanski


CONCORSO

Riccardo Simoncini

Siamo in Francia nel 1895. Il giovane capitano Dreyfus, ebreo, viene accusato di essere un informatore dei tedeschi, privato dei suoi alti gradi militari e deportato dunque a vita su un’isola nell’Atlantico. Solo che quell’accusa, così deplorevole e condannabile, sembra essere infondata ed al contrario inscenata dallo stesso governo. Quell’evento, che sarà successivamente conosciuto come “affaire Dreyfus”, rappresenta lo scoppio di un’ondata di odio ed antisemitismo che ricorrerà al potere per legittimare ogni tipo di ingiustizia. Così l’intero Paese inizierà a gravitare ed essere profondamente sconvolto da quell’errore giudiziario che, poco alla volta, rivelerà l’ideologia che l’ha prodotto. “J’accuse”, però, non sceglie la classica via storiografica e cronachistica, quella del puro racconto obbiettivo dei fatti, ma preferisce piuttosto soffermarsi sul punto di vista di una persona direttamente coinvolta in quel caso giudiziario. Quello di Polanski è un approccio che, pur ricercando la meticolosità nella ricostruzione storica, esalta la soggettività di chi ha vissuto quell’evento sulla propria pelle. In particolare seguiamo le vicende attraverso gli occhi del colonnello Picquart (un indimenticabile Jean Dujardin), l’uomo che, prima in solitario poi pubblicamente, cercò concretamente di mettere in luce, attraverso un abile sistema di spionaggio prima e di controprocessi giudiziari in seguito, la trama di quel fitto sistema di corruzione ed inganni che sconvolse l’intero Occidente. Picquart sceglie di andare contro a tutto ciò che viene diffuso per le vie di informazione ufficiali e diplomatiche (dalla condanna, alle prove inconsistenti) in una battaglia prima contro ignoti poi contro i membri dello Stato stesso. 
Così l’affare Dreyfus diventa esemplificativo di un fenomeno di crisi di valori che si può estendere spazialmente dalla Francia a tutto l’Occidente e temporalmente dal 1895 ai giorni nostri. Perché l’intolleranza, insieme ai metodi ingegnosi per camuffarla e legittimarla, non sono un lontano ricordo e anzi sembra siano più vivi che mai. Quando la politica pare indifferente (o talvolta persino coinvolta), spetta al giornalismo e all’arte fare chiarezza. E noi, a differenza della presidente di giuria Lucrecia Martel, ci alzeremo in piedi e applaudiremo, perché il film di Polanski parla di noi, e di quei corsi e ricorsi storici che dovrebbero farci almeno un po’ di paura. 

REVENIR (back home)

di Jessica Palud


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Thomas torna a casa per visitare la madre malata: si è allontanato da molti anni a causa di dissidi col padre. Qui trova il nipote e la cognata, vedova del fratello morto in un incidente.
Dopo l'inizio necessario a declinare lo schema dei rapporti familiari, il film non è che il solito dramma dove lo spazio all'immaginazione è precluso.


Voto: 5

2.9.19

Festival del Cinema di Venezia 2019 - giorno 4 - 2 settembre (il giorno di Joker)


JOKER

di Todd Phillips


CONCORSO

Filippo Tassinari

Arthur Fleck vorrebbe fare lo stand-up comedian e invece si traveste da clown per lavorare: vorrebbe far ridere la gente, lui che è costretto a ridere da una patologia. Inoltre la vita a Gotham City è sempre più dura tra miseria, sporcizia, soprusi continui e una madre da accudire.
Il film più atteso di Venezia e forse dell'anno è una sorpresa totale: doveva essere il film su uno dei villain più amati della storia del cinema/fumetto e invece è un convincentissimo film sulla parabola discendente di una società che si va a schiantare. Sul punto di rottura di un uomo, un ultimo, un emarginato. L'Oscar per la migliore interpretazione maschile del prossimo anno potrebbe già essere assegnata a Phoenix. 


Voto: 8

Riccardo Simoncini

Non bisogna amare i cinecomic per apprezzare questo film. Perché troppo spesso le etichette che si attribuiscono sono figlie di una visione semplicistica e generalizzata che incasella tutto senza andare oltre. E per lo stesso principio si potrebbe relegare semplicemente ed erroneamente la figura del regista Todd Philips ai film come “Una notte da leoni”. Invece no, perché quello stesso regista arriva a dirigere un’opera monumentale come questo film. Joker è infatti questo: va oltre ogni tipo di stereotipo. Certo: c'è l'antagonista di Batman. Certo: in partenza magari ci può essere (solo come ispirazione) un fumetto. Ma questo Joker, diretto da Todd Philips, in questa forma non è più un fumetto, è cinema, all'ennesima potenza. Basti pensare che il film sarà vietato ai minori, mentre di solito questo rappresenta il pubblico più ampio degli stessi cinecomic. Non ci sono, infatti,  supereroi e neanche supercattivi, al massimo si può parlare di antieroi. O meglio si racconta del processo, lento ed intenso, per diventarlo. Un viaggio verso l'Inferno, verso la formula chimica della pozione per dominare il male. Ci hanno sempre raccontato come diventare grandi principi e principesse, cavalieri e guerrieri in lotta continua contro il male. Ma quel Male com'è diventato tale? Cosa conduce le persone alla violenza? Troppo spesso l'antagonista è rimasto relegato ad una visione riduttiva e stereotipata, per cui egli nasce cattivo. Il Male, cioè, è sempre apparso come una bestia immutabile e sempre uguale a se stessa, facilmente riconoscibile e per questo facilmente affrontabile. La solita visione binaria che riduce tutto a bianco e nero. A bene e male. Ed è in questa scissione che viviamo la nostra tranquillità. Ci sentiamo diversi, distinti e superiori rispetto a quegli antagonisti rappresentati come macchiette. Come se fossimo in una posizione privilegiata. Quando, però, ci viene mostrato che chiunque, potenzialmente, in un particolare contesto, può trasformarsi in quello stesso antagonista, il nostro castello di carte crolla. E così nasce Joker. O meglio: Arthur Fleck (interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix) che da attore comico fallito si trasformerà nel criminale più conosciuto di Gotham City. Una lenta metamorfosi durante la quale dovrà progettare e costruire il suo personaggio. Arthur è un "fiore bellissimo nato sull'asfalto", come lo definisce il regista Todd Philips.  Il sogno di Arthur di far ridere, di essere un comico ed essere per questo apprezzato, un'aspirazione che si potrebbe definire comune, semplice ed ordinaria, si deve infatti scontrare con il disagio e la complessità di una metropoli, tanto grande e frenetica da opporsi a qualsiasi tentativo di emergere o farsi notare. In quel mondo ci si aspetta dall’uomo una felicità eterna, che nasconda il dolore e mostri sempre il sorriso. La madre stessa di Arthur ha addirittura un’aspettativa di felicità così elevata nei confronti del figlio da chiamarlo Happy, ma lui non è davvero “happy” e anzi ridere ed essere felice diventeranno la sua vera ossessione, la sua malattia, tanto che inizia a sviluppare una risata patologica, incontrollata. La risata che ricerca come comico nelle persone è quella di gioia e di divertimento, ma attraverso quella patologica, la reazione che riceve è di sola paura e sdegno. Durante gli spettacoli comici di Arthur la maggior parte del pubblico non ride con lui, ma ride di lui (sempre che rida). La risata rappresenta un aspetto così istintivo, viscerale e spontaneo che potrebbe apparire banale, ma che, quando diventa imposto, forzato e condizionato, scavalca appunto la consuetudine e diventa angoscia ed ossessione. Nel contesto in cui Arthur vive, la sua vita non vale nulla; quel mondo infatti lo disprezza, lo deride, lo picchia ed impone su di lui le sue regole di sopravvivenza, per cui pure la violenza diventa legittima. Quel mondo non capisce la sua malattia e anzi si comporta tutto come se Arthur fosse completamente sano. E finisce così per alimentare ancor di più la sua condizione patologica. Perché invece che aiutarlo, la società lo esclude, lo getta a terra, come fosse un rifiuto. Così per ricevere attenzione e considerazione in quella stessa città, non ci si può più adeguare ai suoi ritmi e rispettare ossequiosamente le sue regole quotidiane, ma bisogna al contrario infragerle, distruggerle e porsi al di sopra di quello stesso sistema in cui non valevi niente. Arthur voleva solo fare ridere il pubblico, avere la sua attenzione o almeno essere trattato con dignità, e per perseguire questo desiderio così semplice ha sempre scelto la via segnata, morale, quella che percorrono tutti. Ciò che ha ricevuto in cambio è sempre stato, però, solo disprezzo. Allora meglio uscire dalla via maestra, da quella principale, da quella morale, accettata da tutti, e intraprendere la via secondaria, defilata, nascosta, impervia spesso, perché sporca, violenta, cruda, ma più veloce per raggiungere quella meta che sta tanto a cuore ad Arthur. E così da quegli ultimi gradini della piramide gerarchica di Gotham City si passerà alla sua sommità. Per questo la metamorfosi di Arthur, verso quello che sarà Joker, si deve intendere con una logica verticale, di risalita, come una scalata verso il potere, verso la cima di quella metropoli che tanto l'ha odiato, ma scendendo allo stesso tempo nelle vie più basse e crude della morale umana.
Quello che rimane costante in Arthur è la sua esigenza continua di esibirsi e di indossare una maschera, prima sul palcoscenico, poi per essere un attore del Male (e della sua malattia). Se infatti nessuno lo ascolta o lo aiuta nell’integrarsi nella società, sarà la sua malattia ad aiutarlo realmente a fondo per perseguire i suoi obiettivi. Dal voler divertire per gioco al volere uccidere per davvero. Quando cerca di far ridere, di scherzare, di giocare, non ha l'attenzione di nessuno, ma quando diventa violento, quando lascia che la malattia e il male lo guidino, tutti diventano vigili e lo seguono attenti.  Si passa così dalla risata al pianto. Dal divertimento alla paura. Tutte emozioni viscerali, che esprimono nell'immediato ciò che davvero sentiamo. Insomma, la maschera a cui si fa riferimento non è semplicemente quella fisica, materiale che si pone sopra al volto, ma a quell'insieme di espressioni e segni non verbali che caratterizzano il nostro modo di comunicare. Arthur ha un bisogno spasmodico di comunicare a delle persone che abbiano il tempo e la voglia di ascoltarlo. Ma serve un nuovo linguaggio, un nuovo alfabeto di simboli, che prende il nome di Joker.

ADULTS IN THE ROOM

di Costa-Gavras


FUORI CONCORSO

Filippo Tassinari

2015. Il racconto dei mesi di trattative instaurate dal governo greco, principalmente attraverso il ministro Varoufakis, con l'eurogruppo per scongiurare le misure di austerità.
Film senza rilievi stilistici, ma necessario. 

Voto: 6 e ½

1.9.19

Festival del Cinema di Venezia 2019 - Giorno 3 - 1 settembre (Larrain, Polanski e tanto altro)


MADRE

Di Rodrigo Sorogoyen


ORIZZONTI

Filippo Tassinari

Elena è a casa e riceve una telefonata dal figlio: si è perso in una spiaggia in Francia e non trova il padre. Dieci anni dopo lei vive e lavora proprio su quella spiaggia, gestendo un ristorante, quando intravede un ragazzo che le ricorda il figlio.
Basato sull'omonimo corto del 2017, che introduce la prima parte, il film segue la tormentata protagonista con l'idea di mettersi alla ricerca di una verità da scoprire, di un mistero da capire: in realtà è un viaggio nel doloree nel senso di colpa, di una madre che impotentemente ha perso una parte di sè e non si riesce a ritrovare. 

Voto: 7

Riccardo Simoncini

Quante volte in spiaggia sarà capitato di sentire all’altoparlante che un bambino si è perso e sta cercando la madre. Normalità di un’estate al mare, si potrebbe pensare. Ma quando quello stesso bambino si perde d’inverno, in una spiaggia desolata, e un genitore non è rintracciabile e l’altro si trova a miglia di distanza dal figlio, forse non è più normalità. Forse è il caso di preoccuparsi. Perché può succedere che non ci sia niente da fare. 
Così una famiglia spagnola perde letteralmente il figlio di 6 anni in una spiaggia francese, o meglio il padre lo perde e la madre vivrà l’angoscia del non sapere cosa fare e dove cercarlo. La vicenda, però, evita di raccontare in diretta il momento della scomparsa con i tempi di un thriller (approccio già affrancato dal regista in un precedente cortometraggio), preferendo piuttosto il dramma degli effetti a lungo termine di quell’evento doloroso. Sono infatti passati 10 anni da quando Ivan è scomparso e la madre Elena ha scelto di trasferirsi e vivere su quella stessa spiaggia dove il figlio dovrebbe essersi perso. Lavora come direttrice in un bar che si affaccia sul mare. Quella spiaggia diventa un luogo sospeso, senza tempo. Come un limbo esistenziale dove la dimensione temporale del luogo sembra essersi fermata e poi dissolta. Elena è, infatti, intrappolata in quello spazio, essendo ancora legata indissolubilmente ad un passato che si va a concretizzare nell’ultimo luogo in cui è sicura che il figlio si sia trovato prima di scomparire. È il suo tentativo di tenerlo vivo nella memoria, di conservare con esso un legame profondo e non tangibile che riesca a colmare la sua assenza. Non c’è ormai più speranza e per questo Elena sembra essersi rassegnata e, dopo quei 10 anni, vuole forse provare ad immaginare una nuova vita, in un altro luogo, con un altro compagno. Improvvisamente, però, vede un ragazzo che assomiglia profondamente al figlio. Elena sa per certo che non è lui, ma vede in quel ragazzo la possibilità di recuperare il tempo perduto. Così si re-immerge nuovamente in quel limbo dove il suo passato rimane incerto ed indeterminato, ed inizia a stabilire con il giovane un legame ambiguo, poco razionalizzabile e che non necessita di alcuna spiegazione verbale. Elena rimane sempre costantemente ed ostinatamente madre, qualsiasi cosa accada o possa potenzialmente accadere, in un contesto dove amore e paura sono compagni di viaggio. Su una spiaggia deserta.


J'ACCUSE

Di Roman Polanski


CONCORSO

Filippo Tassinari

La storia del caso Dreyfus, capitano dell'esercito francese di origine ebrea, condannato per spionaggio nel 1895. Il vero protagonista è il colonello Picquart che, diventato capo dell'unità di controspionaggio che accusò Dreyfus, scopre quanto possa essere manipolata la verità dal potere.
Un solido romanzo storico, con un coinvolgente ritmo da spy story che evidenzia anche il contesto storico, dove già l'antisemitismo permeava l'europa diversi anni prima dell'avvento del nazismo. 

Voto: 7

31.8.19

Festival del Cinema di Venezia 2019 - Giorno 2 - 31 Agosto ( Ad Astra di Gray, Baumbach, Martone più 4 film fuori concorso)


AD ASTRA

di James Gray


CONCORSO


Filippo Tassinari
In un recente futuro, una tempesta energetica minaccia la sicurezza della terra. L’astronauta Roy, figlio d’arte, verrà inviato in missione per cercare di scoprirne la causa e scongiurare il pericolo: il suo compito sarà quello di contattare il padre disperso 30 anni prima in una missione al largo di Nettuno.
Film di genere che non disdegna l’utilizzo di effetti speciali d’impatto e che percorre lo stesso binario psicologico visto con i precedenti Gravity e First Man: il viaggio ai confini dello spazio per risolvere un dramma interiore. 

Voto: 5 e ½

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Riccardo Simoncini

Se si guarda alla selezione di Venezia degli ultimi anni, non si può non notare con interesse come tornino, con frequenza, i film nello spazio e della posizione di rilievo che questi assumono nella mostra nostrana. Verrebbe da chiedersi, dunque, al giorno d'oggi, quale sia il significato di continuare a produrre tali film. Siamo distanti dall'epoca in cui il cinema era un potente strumento di propaganda ed alimentava, spiegandone le potenzialità, il sogno della Luna. Ora quel sogno si è avverato, certo, ma la Luna non è lo spazio. L'universo è infatti immenso e con esso il sogno dell'uomo di scoprirne i limiti ed i confini. Così, anche il cinema deve spingersi oltre e raccontare non più le storie di chi deve farcela, ma di chi ce l'ha già fatta. Sta dunque avvenendo una trasformazione: da un racconto "verticale", di ascesa verso la meta, che dall'altitudine zero del mare porta a km e km in altezza nello spazio, ad un cinema "orizzontale", piano, livellato in questo senso. Qui il disagio e le difficoltà non sono più derivate dalla distanza che ci separa dalla Luna, ma al contrario dalla distanza che ci separa dalla Terra. Vivere nello spazio, più che vivere per raggiungerlo quello spazio. James Gray in “Ad Astra” racconta proprio di questo, rappresentando un futuro distopico dove molti pianeti e satelliti, come Luna e Marte, sono già ormai colonizzati ed umanizzati. Sì, perché quell’uomo divoratore di mondi e conoscenza, modella a sua immagine e somiglianza quei luoghi che invade, al pari di un dio. La natura dell’uomo antropocentrico impone su quei pianeti le sue regole, i suoi meccanismi sociali e di potere, arrivando così a contaminare i terreni del cosmo con guerre, business e turismo. È un mondo futuro, non troppo lontano dal nostro, dove l’uomo, come si diceva, è già nello spazio e lì vi ha creato la sua casa. Ma l’essere umano non si accontenta facilmente, perché non è mai colma la sua sete di conoscenza e così egli vuole spingersi oltre. Oltre alla Luna, oltre Marte. Ma non basterà nemmeno quello. E bisognerà andare ancora oltre, superando i confini della razionalità, cercando disperatamente qualcosa che non ha volto e non ha nome, né tantomeno fatti o prove a suo sostegno. Ma in tali situazioni, è facile perdere la fiducia. E così si rimarrà soli. Eroi solitari, che hanno osato spingersi oltre, come nel film gli astronauti Roy (Brad Pitt) e il padre Clifford (Tommy Lee Jones), protagonisti assoluti della vicenda. L’opera che ne risulta è di vera e propria epica fantascientifica, che punta in maniera predominante su un’estetica decisa ed ambiziosa, resa possibile dall’eccelsa fotografia di Hoyte van Hoytema e dalle musiche di Max Richter. Ma il problema del film sta proprio qui: nel volere concedere troppo spazio allo stupore, sacrificando purtroppo gran parte della narrazione.



MARRIAGE STORY

di Noah Baumbach



CONCORSO

Filippo Tassinari

Storia di un matrimonio, quello tra Nicole e Charlie, che va in pezzi, incrinandosi lentamente, e di una famiglia, che prova a rimanere unita.
Raccontato attraverso intensi e serrati dialoghi, non perdendo però mai una scanzonata leggerezza che allevia momenti più drammatici. Scarlett Johansson, Adam Driver e Laura Dern in stato di grazia. 

Voto: 7
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Riccardo Simoncini

Scoprire cos'è l'amore attraverso la sua decostruzione e negazione. Come se, per capire com'è fatta una casa, iniziassimo a demolirla per vederne lo scheletro, i pilastri portanti, i mattoni che la costituiscono. Come se, per scoprire com'è fatta la Terra, cominciassimo a scavare, in profondità, rimuovendo strato dopo strato le parti che la compongono. Noah Baumbach in Marriage Story compie proprio quest'operazione: decostruisce, studia l'amore attraverso la sua negazione, il suo opposto. Come se per rispondere alla domanda: "Cos'è l'amore?" dovessimo prima trovare risposta alla domanda "Cosa è l'assenza di amore?". Una storia che sta per finire culmina con la separazione dei protagonisti: Nicole e Charlie, interpretati da Scarlett Johansson e Adam Driver in stato di grazia e al di fuori di scherma. Il non-amore è solitudine. Separazione. Così, per negazione, al contrario, l'amore è condivisione. Tanto emblematiche sono per questo le due locandine del film: due come i protagonisti, divisi, separati, ognuno con una sua visione del mondo e della vita. E trovare l'amore, per quei due protagonisti, significa trovare incontri, incroci (ma anche scontri) in quelle due visioni. Quelle due locandine devono, cioè, incontrarsi, riflettersi e completarsi. E lo stesso deve avvenire con quelle due visioni mostrate all’incipit del film, dove ognuna delle parti racconta nel bene e nel male l’altro. Un matrimonio può andare in frantumi, una famiglia non deve farlo. Perché nell'idea di matrimonio è implicito un significato civile, giuridico, vincolato a leggi e procedure, e per questo la sua negazione e disgregazione avviene nel divorzio, non per forza nella negazione d'amore. Il matrimonio si basa sul concreto, sul formale, sui documenti e sulle clausole, la famiglia si fonda invece su concetti più astratti, intimi e personali. Per questo motivo, se si dovesse raccontare semplicemente un matrimonio, il punto di vista sarebbe facilmente oggettivabile: con assoluta certezza, si potrebbe stabilire giuridicamente se quel matrimonio esiste oppure no. Più difficile sarebbe stabilire l'esistenza o l'assenza, invece, dell'amore, della famiglia, di quella condivisione di cui si accennava all'inizio. Per questo Marriage Story risulta così geniale: per la sua volontà di soffermarsi sulla soggettività dietro ad un matrimonio, rappresentando equamente due facce distinte della stessa medaglia. Due facce che all’inizio urlano e non si ascoltano, si parlano ma non si capiscono, ma che comunque profondamente si conoscono e attraverso ciò potranno rincontrarsi. Come ha dichiarato Noah Baumbach a proposito: "i film sono un antidoto al divorzio. Un mondo non di separazione, ma di amore". E noi siamo follemente innamorati.