18.1.11

Recensione: "La Fisica dell'acqua"


Prima una doverosa premessa. Nel nostro ambito non c'è un luogo comune più fastidioso e banale di quello che vuole morto il cinema italiano. Ora, sono vere alcune cose:
1 Non siamo più un punto di riferimento mondiale.
2 Abbiamo visto morire interi generi, penso all'Horror, a una certa Fantascienza, al Poliziesco e al Western (in realtà morti a livello globale) dove dettavamo legge a tutti.
3 Il 90% delle nostre produzioni è tra il Comico e la Commedia. Questo perchè tali generi rendono ormai più di tutti gli altri, e sia registi che produttori hanno letteralmente paura di arrischiarsi in altro, pena il flop totale che non rappresenta solo un danno d'immagine e d'orgoglio ma specialmente economico.
Detto questo il Cinema italiano sforna ancora in continuazione grandissimi film, basta andarli a cercare e non avere la puzza sotto il naso.Potrei elencarne decine solo di questi ultimi 6,7 anni. Solo un cambiamento nel pubblico potrà portare un cambiamento nella produzione e distribuzione.



La Fisica dell'acqua non è un capolavoro, non è un grandissimo film, ma è un ottimo prodotto, DI GENERE, realizzato con tutti i crismi. Probabilmente è un film ancora più bello di quello che si possa pensare perchè è una pellicola per certi versi intelligente, colta, raffinata (già il bellissimo titolo lo dimostra), e come tale la presa può non essere immediata. Non posso non partire dalla magnifica prova del piccolo Vavassori. Se questa interpretazione fosse stata offerta in un filmone americano qualcuno parlerebbe magari di nuovo Osment... La corsa iniziale verso il luogo dell'incidente è a mio parere una sequenza di una forza emotiva straordinaria perchè rappresenta in modo perfetto quello che è l'amore di un bambino per la propria madre, un amore puro, non ragionato, senza pensieri e sovrastrutture, una amore che porta a correre, come farebbe un animale.
Farina ha una grazia, un tocco, una sensibilità nel raccontare i bambini e il loro mondo che in alcune sequenze mi sembrava di essere tornati al nostro caro e amato Neorealismo. Tutte le scene di Alessandro (il nome del piccolo protagonista), quelle col suo amichetto, quelle finali del neonato hanno insieme tenerezza e forza, divertimento e tragedia.
Parlavo di film colto soprattutto perchè affronta una tematica come quella della rimozione e poi del lento riaffiorare dei ricordi in un modo molto originale e interessante. Fino a quale età possiamo ricordarci fatti così vecchi? Può una vicenda capitata a un solo anno di vita essere ricordata e segnarci per sempre? Il processo che aiuterà Alessandro a ricordare la verità solo a posteriori si rivelerà come profondamente e teneramente umano tanto che, alla luce dei fatti finali, ripensare all'abbraccio commosso con il commissario renderà quella scena straordinaria, da brividi.




Il film ha un'eccellente fotografia e una regia virtuosa ma mai esagerata (la gru sulla stazione della polizia, i riflessi del corpo sul muro, la corsa che menzionavo all'inizio e tante altre) tanto da rendere La Fisica del'acqua, a parte alcune forzature di plot, come una pellicola senza difetti. Buoni gli attori, Vavassori e Cortellesi su tutti.
Insomma, non è un film che riconcilia col cinema italiano perchè non c'è bisogno di nessuna riconciliazione. E' semplicemente una piccola storia che sa essere raccontata, una storia scritta e diretta con amore e professionalità, una vicenda che sa anche commuovere senza che questo sia il suo fine principale.
Bravo Farina. Quattro anni per trovare un produttore. Prendi tutto questo per quello che è, un merito.

( voto 7,5 )

16.1.11

Recensione: "After Life"




PRESENTI SPOILER

Molto coraggioso questo After Life perchè affronta un tema tabù, quello della Morte, in un modo diretto, esplicito, nudo e cinico. Probabilmente lo stesso soggetto nelle mani sporche di qualche regista meno attento a fotografia e regia (ottime) ma ancora più cattivo e capace di districarsi meglio nell' ingarbugliata sceneggiatura avrebbe portato a un risultato ancora migliore.
Anna ha un incidente stradale e si sveglia sul tavolo mortuario di un'agenzia di pompe funebri. Lei crede di esser viva ma il "becchino" (un ambiguo Liam Neeson) le comunica semplicemente che in realtà è lui che può comunicare con i morti.
Tutta la pellicola è una continua ricerca di instillare il dubbio nello spettatore, decine gli elementi che ci fanno propendere all'ipotesi che Anna sia viva, altrettanti che sia realmente morta. Per non parlare della sfuggente figura del bambino anche lui sempre coinvolto con creature (la madre, il pulcino) sempre in bilico tra la vita e la morte.
Al di là di questo è abbastanza interessante la riflessione che il film intraprende riguardo la fine-vita, sui rimpianti che lasciamo, sulla sofferenza causata alle persone che ci volevano bene, sull'importanza che diamo alla vita solo vicini alla Morte o, come in questo caso, quando ci troviamo in questa sorta di Limbo, di After Life, in cui il nostro corpo è morto ma il nostro attaccamento alla vita appena persa ci fa ancora ragionare e lottare, invano purtroppo. 

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C'è un'esortazione al carpe diem, a vivere al massimo, a lasciarsi trasportare dalle emozioni, a scansare l'apatia. Il limbo rappresenta insomma una specie di esame di coscienza, un giudizio che da Universale diventa personale, privato. In realtà tutte queste riflessioni possono anche prescindere dal plot perchè è forte l'ipotesi che Anna sia in realtà viva ed Elliot (il becchino) una persona disturbata che si diverte a flirtare con la Morte. A questo proposito la scena finale con lui appostato in macchina quasi ad attendere l'incidente del ragazzo di Anna, e soprattutto l'ultimissima scena (che non svelo) ci fanno propendere per quest'ipotesi, anche se probabilmente sono più di uno i buchi di sceneggiatura o le incongruenze che ne possono venir fuori.
Molto coraggiosa anche la scelta di far recitare molte scene completamente nuda all'ottima Christina Ricci perchè effettivamente non c'è niente di più nudo ed essenziale della morte.
In definitiva un buon film che mantiene desto l'interesse per le vicende fino alla conclusione, offre interessanti riflessioni e addirittura in più di un punto, toccando argomenti così delicati, regala momenti di vero turbamento. Ad ogni modo la considero però un'occasione sprecata. Se soltanto ci fosse stata più anima, più potenza nella scrittura, in qualche modo più "cultura" (nel senso massimo del termine) saremmo passati da un buon film di genere a uno di quelli che ti segnano, uno di quelli che non si dimenticano, semplicemente perchè parla di Noi e di quando, più tardi che sia, saremo costretti a calare il sipario.

( voto 7 )

12.1.11

Recensione: "Prossima fermata: l'Inferno"


Eppure da Clive Barker dovevo aspettarmelo. Quello che lo stesso King definì come suo erede è senz'altro un grandissimo scrittore di genere ma non ha mai dimostrato la stessa poliedricità del Re, che tra una porcata e l'altra ha saputo raccontare anche meravigliose storie fortemente umane e drammatiche, tra l'altro portate con straordinario successo al cinema (Stand By Me, Le Ali della Libertà, Misery e decine di altri). L'inglese invece (da quel poco o tanto che ho letto o saputo) non ha mai saputo completamente staccarsi da un certo immaginario infernale, mostruoso, paranormale, grottesco. Quindi mentre mi stavo godendo un ottimo splatter mi dicevo "quando arriva Clive Barker?". Poi, nel finale l'autore di Hellraiser e Cabal arriva. Purtroppo.
Prossima fermata: l'Inferno (aborto di titolo tratto dal racconto "Macelleria mobile di mezzanotte") è un film che regge perfettamente finchè non vuole fare il salto di qualità, diventare profondo, trascendentale, atavico.
Insomma siamo davanti al classico film che se vuole esser bello delude fortemente, se si accontenta di esser simpatico riesce nell'impresa.
Nelle metropolitane c'è un killer. Se prendi l'ultimo treno e resti da solo stai tranquillo che non esci vivo.



La qualità dello splatter è eccezionale, una delle massime vette che io ricordi, l'atmosfera della grigia metropolitana è esaltata al massimo dall'ottima fotografia. Anche la vicenda si lascia guardare abbastanza, anche se il film risulta un tantino fermo, un lento procedere verso quella che sarà la sorpresa finale, effettivamente sorprendente ma a mio avviso, come detto sopra, punto debole della pellicola.
Non mancano altre debolezze: le scene tra i due fidanzati, noiosissime e in alcuni casi completamente gratuite (quella di sesso soprattutto); più di una sequenza di scazzottate tirata troppo per le lunghe; comportamenti quantomeno discutibili come il pedinamento del protagonista al killer, così insistito e insensato da farci quasi parteggiare per il macellaio. Però ottime scene come quella del massacro dei 3 amici o quella tra i quarti di bue e una certa atmosfera iniziale oscillante tra Jack lo squartatore e Omicidio a luci rosse, rendono la pellicola quasi una chicca di genere. Ovvio, questo non è un film del terrore, la paura non si affaccia mai, sembra più una tarantinata che flirta con l'horror, tutto finchè non arriva Barker e, per fare meglio, fa peggio.
Quindi spegnete il cervello, non cercate chissà quali messaggi o chissà quale coerenza e, se potete, godetevelo.

( voto 6,5 )

9.1.11

Recensione "Dead Set" - Le Serie Tv de Il buio in Sala


Premessa doverosa, Dead Set non è un film ma una miniserie televisiva inglese trasmessa in Italia da Mtv. A dire il vero, il ritmo, la durata (circa 150'), la coesione e la quasi totale assenza di sottostorie inutili ne fanno un vero e proprio film, a mio parere da vedere tutto d'un fiato. Siamo al Grande Fratello British. Mentre si sta girando una puntata serale, degli strani accadimenti stanno sconvolgendo la città. La gente si attacca l'un l'altra, si morde, si mangia, resuscita. Insomma ancora Zombie... All'interno della Casa i concorrenti non sanno niente finchè non arriva dentro Kelly (l' ottima protagonista) a svelare loro cosa sta accadendo.

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Veramente notevole, Dead Set non ha praticamente nessun punto debole ma al contrario è talmente ben scritto e realizzato che penso possa rappresentare un nuovo punto di riferimento del genere Zombie tanto da risultare quasi impossibile per un appassionato del genere non restare totalmente coinvolto dalle vicende. In realtà niente di nuovo sotto i ponti: i morti viventi, la satira, il gusto per il truculento sono già tutti elementi battuti e ribattuti da Romero in poi. Quello che è nuovo ed originale è senz'altro l'ambientazione e il ritmo, cui molto deve anche la scelta di Zombie scattanti e veloci (alla 28 giorni dopo) e non gli incartapecoriti romeriani.
C'è veramente di tutto in Dead Set: un uso dei luoghi straordinario (la Casa, le quinte, lo studio, la strada, la villetta vicino al fiume, il supermercato), così ben dosato e descritto da permettere una perfetta mappatura allo spettatore; una satira micidiale verso un certo tipo di trasmissioni e di concorrenti (emblematica la ragazza che alla vista degli zombie esclama: "quindi in televisione non andiamo più?") ma anche di ceri produttori con l'eccezionale personaggio di Patrick, disgustoso, cinico ma forse il più vero di tutti. Per non parlare degli spettatori, forse i veri bersagli principali della sceneggiatura. A questo proposito la scena dell'enorme massa di zombie che cerca di sfondare il cancello della casa del Grande Fratello è metafora talmente evidente di un certo tipo di delirio collettivo che basterebbe da sola per avallare la tesi. Non vengono risparmiate nemmeno le forze dell'ordine (scena dei 2 poliziotti quasi esilarante). Non è casuale il lavoro di scrittura fatto sui personaggi. Tutti i concorrenti della casa hanno caratteristiche fortemente negative, l'unico a salvarsi è Space e non è un caso che alla fine, (in un'ottima scena con Kelly nel confessionale, veramente geniale) sia lui ad esser decretato vincitore di questa edizione dello show. Proprio Kelly è senza dubbio l'eroina del film grazie alla sua straordinaria forza morale, al coraggio e all'altruismo, doti intravedibili anche in un'altra donna del film (quella poi uccisa dal ragazzo di Kelly) a testimonianza di come la figura femminile sia nettamente quella che esce più forte dalla serie.Il Make Up è straordinario, gli effetti splatter potentissimi, e senza alcun aiuto di C.G. . 



Qualche volta si esagera addirittura nelle efferatezze, ma il tutto in un contesto comunque un pò surreale e ironico (penso alla scena da macellaio del produttore) tipico di un certo humour inglese.
In definitiva, reputo Dead Set un ottimo prodotto televisivo a cui farebbe bene a mio parere anche una riduzione cinematografica (magari anche non riduzione, ma semplice conversione).
Anche il finale (che non svelo) merita moltissimo e dimostra la coerenza e il coraggio dell'intera operazione. Assolutamente doverosa la visione per gli appassionati.

( voto 8 )

8.1.11

Recensione: "Dante 01"


presenti spoiler

Se ho una qualità (o forse difetto?) è quello di andare sempre dalla parte del regista, cercare di capirlo, apprezzare tutto quello che ha fatto di buono, pensare sempre alla sua buona fede,vedere sempre in un film il bicchiere mezzo pieno, approcciarmi con l'animo di salvare il salvabile od esaltare l'esaltabile e non distruggere, stroncare, dubitare.
Ora, con Dante 01, per quanto possa essere buono o comprensivo non riesco comunque a non condannare con tutte le mie forze il lavoro di Marc Caro (sceneggiatore con Jeunet degli ottimi Delicatessen e La Città Perduta) sia sul piano registico che su quello narrativo ma, soprattutto, su quello metaforico.
Basterebbe la regia per massacrarlo. Un'infinità di ralenti, sfocature, movimenti della m.d.p da mal di testa, visioni, tutto per immedesimarci, senza riuscirci per nulla, nella mente e nell'andatura claudicante del protagonista, il detenuto San Giorgio (sigh) arrivato con una navicella spaziale sulla stazione orbitante Dante 01, in cui altri 6 pazienti sono detenuti come cavie per esperimenti psichici. Siamo nel futuro? Naaa, poi vedremo. Per quanto riguarda il fastidio, non possiamo non dimenticare le interminabili e assurde sequenze computerizzate con le quali vediamo cosa succede all'interno dei corpi dei detenuti, vuoi un cuore pulsare, vuoi il vagare di una cura che gira per vene e arterie fino ad attaccarsi alla corteccia. "Siamo fatti così" aveva in questo molta più qualità. 



A livello narrativo Dante 01 è un film completamente fermo che ricicla in continuazione se stesso. Una stessa sequenza o situazione è ripetuta sempre 2,3 volte (l'arrivo del gas, le risse, San Giorgio che barcolla per i corridoi, i dialoghi tra i medici, le sopracitate scene "vascolari") tanto da creare una noia che neanche un film drammatico afghano potrebbe suscitare.
Il capolavoro però è nella sfrontatezza che Caro ha nel suo gioco metaforico. Ovvio che già i nomi (San Giorgio, Cesare, Budda, Caronte etc...) ci avevano portato in una dimensione sottotestuale della quale affannosamente cerchiamo di capire qualcosa, ma il finale, il finale, magari ritenuto da tanti geniale è invece quanto di più spocchioso, megalomane ed esagerato si possa vedere. Oltre a creare dei buchi di sceneggiatura enormi (avevano già fattezze umane? parlavano già la nostra lingua? avevano apparecchiature avanzatissime e altre medievali?) dà a Dante 01 una dimensione creazionale, messianica, divina, che stona come cioccolata sui maccheroni. Semplicemente tutto quello che c'è e avviene sulla navicella non può essere prima dell'Uomo, non c'è una minima parvenza di credibilità. Caro ha giocato a fare il Kubrick ma non ha nè una mano nè una testa lontanamente paragonabile al Maestro.

( voto 3,5 )

2.1.11

Classifiche 2010 : Le migliori interpretazioni che ho visto quest'anno

10 matthew modine in "birdy"

Non capisco come sia possibile che un attore che cominci la carriera con questa grande prova e con quella di Full Metal Jacket sia poi sprofondato nell'anonimato e nelle commedie per casalinghe. Peccato.


9 viggo mortensen in "the road"


Prova alla stesso tempo di forza e sofferenza, coraggio e rassegnazione. Anche fisicamente credo che sia stata durissima. Viggo si conferma attore con i contro e non gli è da meno il ragazzino.

8 Alberto Ammann e Luis Tosar in "cella 211"


Ditemi come si fa a parlare dell'uno senza farlo dell'altro. Che dire, una coppia straordinaria, il giovane e timido Amman che diventa sempre più simile a Tosar (Malamadre) a sua volta incanazione sì della malavita e del crimine, ma anima integerrima e, sebbene nella sporcizia, pura.

7 nuot arquint in "shadow"


Come scritto nella recensione uno dei più bei "mostri" del genere Horror che mi sia capitato di vedere in questi ultimi anni. Arquint è un mimo e si vede. La cosa incredibile è che dal vivo (come ho avuto la fortuna di vederlo) è come qua sopra. Coi capelli.

6 waltz in "bastardi senza gloria"


Qui c'è poco da dire. Osannato da tutti, vincitore di tutto, effettivamente straordinario nella parte di Landa. Viene dal teatro, nessuno gli ha regalato niente, se lo merita.

5 colin firth in "a single man"


Magnifico Firth in un ruolo difficilissimo di una persona che non ha più la voglia di vivere, lottare, emozionarsi. Effettivamente il film di Ford, seppur bello, si regge totalmente sul suo personaggio. Meritata vittoria a Venezia.

4 Tahar Rahim e Niels Arestrup ne "il profeta"

Come in Cella 211 è impossibile scindere le interpretazioni dei 2 protagonisti. Quella di Rahim è mostruosa, difficilissimo saper esprimere rassegnazione a ferocia, sottomissione e leadership, calma e violenza , presunta incapacità di comprensione e raggelante intelligenza. Se possibile sono stato ancora più colpito da Arestrup. Solo chi l'ha visto può capire.

3 Greg Timmermans in "Ben X"

Credo si sia capito anche dalla classifica film quanto Ben X mi abbia colpito. Il merito è soprattutto dell'intensissima interpretazione di questo ragazzo, Greg Timmermans. Credo che la sua prova, anche psicologicamente, sia stata durissima, ma l'ha affrontata con una grazia, una tenerezza, una misura che il solo ricordo emoziona. Se fosse stato ad Hollywood era da statuetta.

2 Sylvie Testud in "Lourdes"

Meravigliosa, da mostrare nelle scuole di recitazione. Amo moltissimo le interpretazioni sotto le righe, misurate, soltanto in quelle possiamo definitivamente dire se uno è o no un grande attore. Il lavoro di sottrazione che compie la Testud con il suo personaggio è qualcosa di unico. Basti la già citata scena finale del film per capire quanto, quasi con niente, con emozioni che sono DENTRO il personaggio e non fuori, la Testud ci regali 5 minuti di Cinema epocale.


1 sam rockwell in "Moon"

E' vero, non nascondo una personalissima venerazione per Rockwell, tanto da aver voluto fare la conoscenza all'università di uno di quelli che diverrà uno dei miei migliori amici soltanto a causa dell'incredibile somiglianza che aveva con Sam. Sfido chiunque però a rimanere indifferrenti all'interpretazione superlativa che Rockwell regala in Moon. La dimostrazione che un attore, quando formidabile, non ha bisogno di nessun altro intorno, al massimo di un doppio se stesso...

Classifiche 2010: i peggiori film

FLOP 5
5 nursie

Film veramente orrendo che però a differenza di altri titoli più avanti in classifica, sembra non prendersi troppo sul serio. Il personaggio dell'infermiera è un cult. Quello che lo contraddistingue, e minimo comune denominatore di tutti e 5 i film, è una trama di cui anche Vasco Rossi vuole trovare il senso.

4 il bosco 1

Quando uscì il capolavoro "La Casa" pensammo qui al mio paese di farne un remake amatoriale. Ci precedette questo insulso regista, talmente stupido da aggiungere anche il numero 1 al titolo in previsione di una serie, fortunatamente non realizzata. Però si ride, altrochè se si ride.

3 bone eater


Qui siamo proprio al brutto brutto. Come i due che seguiranno, Bone Eater ha il fastidioso difetto di prendersi come un film serio. Invece è un pastrocchio dalla trama ridicola e con gli effetti speciali più brutti che io ricorda. La battaglia finale con il lancio dell'osso è da Olimpo delle Cloache. Però l'utilitaria che va a 400 km all'ora mi ha regalato le più grosse risate dell'anno.

2 smile


Risate che, malgrado il titolo, non mi ha regalato questo.Ero sicuro di metterlo al primo posto, poi ho cambiato idea. Film italiano malgrado il titolo e la "confezione" provino a fuorviare. Che dire? Nessuna logica, trama più che assurda la definirei illegale, personaggi irritanti, recitazione parrocchiale, errori a pioggia, neanche ci si diverte. Penoso.

1 the darkling


Perchè ti fa letteralmente incazzare. Oltre la bruttezza e il plot privo di senso, ha il personaggio del lattante demonio, il The Darkling del titolo, capace di far diventare un potenziale serial killer anche un obiettore di coscienza. Di questi 5 è l'unico che non rivedrei nemmeno sotto tortura, meglio la morte istantanea e violenta.

1.1.11

Recensione: "Calvaire"



presenti spoiler



Ancora una volta voglio premiare un giovane regista che dimostra di avere coraggio, originalità, mestiere e amore per il cinema che lo ha preceduto.

Calvaire solo apparentemente può sembrare un thiller-horror permeato dalla follia, quanto è piuttosto una spietata analisi (e certamente condanna) di un certo mondo rurale, quello delle piccolissime comunità montane formate da uomini senza donne a stretto contatto solo con i propri animali.
Andiamo per ordine. Calvaire riesce nei primi 10 minuti ad utilizzare tutti i tipici clichè dell'Horror: il bosco, il buio, la macchina che si ferma, la taverna dove alloggiare, il matto. Per circa mezz'ora si va avanti molto lentamente in un'atmosfera via via più tesa che sembra possa portare ad un possibile torture porn nella parte finale. Ecco che invece avviene  il colpo di scena, già a metà film. Il taverniere (un ottimo Jackie Berroyer) comincia ad identificare nel giovane protagonista (maschio, ricordiamo) la sua ex compagna, fuggita anni prima, tanto da arrivare a vestirlo come lei dopo averlo stordito e poi legato. Riferimenti lampanti all' Hitchcock  di "Psycho" o di "Rebecca, la prima moglie". Lo spettatore è colto alla sprovvista, tutto ciò sembra impossibile, assurdo, irreale. Quando poi scopriamo che l'intero paese cade in questa specie di ipnosi collettiva, il senso di smarrimento è totale. Il fatto è che la moglie del taverniere era l'unica donna della comunità e la sua fuga ha portato l'intero paese (una quindicina di persone) a vivere una vita senza donne in cui il sesso è consumato addirittura con le bestie. 

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L'arrivo del giovane protagonista- perdipiù figura piuttosto ambigua e poco maschia fin dall'inizio- ha stimolato le menti ormai abbruttite dei contadini, che vedono nel giovane una figura completamente diversa da loro. C'è un richiamo anche allo straordinario Cane di Paglia in questo. La pellicola sembra tremendamente misogina ma io più che odio verso la donna parlerei paradossalmente di forte mancanza di essa. L'assurda, incredibile scena del bar è forse quella decisiva. Scopriamo finalmente che il paese è composto solo da uomini- simili a bestie anche nelle fattezze- e la notizia data dal taverniere circa il ritorno della moglie fa probabilmente scattare la scena della danza, talmente da incubo e surreale che in confronto Lynch sembra un naturalista. E' come se quelle persone fossero un unico, gigantesco animale appena risvegliato sessualmente. Tutto il resto conta poco, la pochezza del protagonista è sovrastata dalla denuncia che l'ottimo regista ci vuol sbattere in faccia. Chi ha letto qualcosa del grande scrittore di inizio secolo, il senese Federigo Tozzi, ritroverà molte tematiche, certo qua portate all'estremo. Non so se Calvaire sia un piccolo gioiello, francamente lo reputo uno dei piccoli film più coraggiosi, allucinati e cinici che mi sia capitato in questi ultimi anni.

( voto 7,5 )

31.12.10

Classifiche 2010. I Migliori Film

Quest'anno si chiude con circa 80 visioni, praticamente un film e mezzo a settimana, anche se finita l'estate si è viaggiato a un film ogni 2 giorni. Il blog è comunque uno spazio personale, non una rivista, per questo preferisco inserire nelle classifiche le mie visioni dell'anno, a prescindere dalla data d'uscita della pellicola (anche se non volendo sono praticamente tutti 2010...). Non conteggio film, come Old Boy, come Tarnation, rivisti per l'ennesima volta, soltanto prime visioni.

I TITOLI RIMANDANO ALLE RECENSIONI

TOP 10

In un anno un pochino deludente per uno dei miei generi più frequentati, l' Horror, voglio premiare come miglior esponente il film di Marshall. Atmosfera e ambientazioni eccezionali, direzione degli attori e uso degli spazi mirabile e sottotraccia una storia umana da raccontare con forza e delicatezza allo stesso tempo.

Anche stavolta la Pixar è riuscita a sorprendere prendendo in mano una miniserie che sembrava ormai conclusa tirandone fuori quello che addirittura è forse il miglior episodio. Divertimento ed emozioni a go go, con la scena della discarica nell' Olimpo del genere.


Ritorno al cinema-fiume che si prende il tempo di raccontare. La vicenda di un ragazzo che entra in un carcere povero e analfabeta per uscirne come un leader della malavita. Un romanzo di formazione scritto da mani in stato di grazia.


Quasi impossibile non accomunare questa pellicola spagnola a Il Profeta. Entrambi carcerari, entrambi europei, entrambi semisconosciuti, entrambi fortissimi. Premio per un'incollatura il film di Monzon perchè, se possibile, ancor più cinico e coraggioso. Se Il Profeta era un romanzo di formazione, Cella 211 ha la durata di una pagina, una terribile, devastante pagina di 24 ore.


La grandezza del film di Haneke, oltre nella superba fotografia e nella bravura del cast, sta tutta al di sotto delle immagini. E' un film inscindibile dal suo messaggio, dalla sua tesi. Quando questa viene recepita del tutto la bellezza della pellicola straborda. Regista incredibile, forse superato quest'anno da una regista che sembra una sua allieva.


Eccola qua la piccola Haneke, la 38enne austriaca Jessica Hausner. Lourdes è un dono offerto alle nostre menti e coscienze, un prodotto che con grazia, misura, sobrietà sa lanciare stilettate e regalare emozioni. L'indimenticabile finale è a mio parere la più bella scena dell' intera stagione cinematografica 2010.

4 moon


Sarà la mia venerazione per Rockwell, sarà che il regista Jones ha dimostrato che si può ancora fare fantascienza con poco, sta di fatti che Moon mi ha letteralmente stregato. La morale e l'etica, la spersonalizzazione e la ricerca di identità, il cinismo della Scienza contrapposto all'immortalità delle emozioni. Film intimo se ce n'è uno, contrappone l'uomo a se stesso. Rockwell mostruoso, è lui il mio M.V.A (most valued actor) 2010.


Credo non ci sia niente da dire. Quando i miliardi si uniscono con il genio al cinema si può ancora sognare e riflettere, tenere ossimoricamente il cervello spento e acceso nello stesso tempo. Colonna sonora e scenografie da Storia, intreccio a livello verticale incredibile.


La mia anima melanconica è stata totalmente devastata e inebriata da questo capolavoro della non speranza, da questa Apocalisse del mondo e dell'uomo. Anche qui premio il coraggio, l'anticinematograficità, la forza del pugno che ci arriva allo stomaco. Non mi ricordo un film così pessimista, così definitivo. Si piange digrignando i denti.

1 ben x


Perchè emotivamente è la pellicola che mi ha più coinvolto, perchè tratta tematiche durissime senza retoriche e sensazionalismi, perchè ha una costruzione perfetta, perchè è un film coraggioso che, come Lourdes, nello straordinario finale non dà sentenze, ci parla della vita, sta a noi scegliere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Visione obbligata nelle scuole a parer mio.

30.12.10

Recensione: "Pandorum"

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"Bravin quel 10" sussurrano tra una bestemmia e l'altra gli spettatori del calcio umbro alla visione di una nuova talentuosa mezzapunta nelle partite dei campionati giovanili. Mezzapunta che poi nel 95% dei casi non riuscirà a unire ciccia, gambe, abnegazione, testa, costanza, allenamento e cattiveria al talento concessogli naturalmente.
Pandorum mi è sembrato un film di talento, di idee, ma probabilmente è privo di tutte le altre caratteristiche che possono fare di un film un fuoriclasse, o meglio, un capolavoro.
Forse la mia scarsa conoscenza e frequentazione del genere fantascienza mi fa sembrare Pandorum un film molto originale, pieno sì di rimandi e citazioni, ma con un'anima propria e riconoscibile.
Più che rimandi la prima mezz'ora mi è sembrata una copia carbone di The Descent. I protagonisti si ritrovano in un luogo buio e ignoto per scoprire poi di non essere da soli. Le stesse creature sono praticamente le stesse del film di Marshall. Quando arriviamo alla scena nella pozza d'acqua con teschi dapertutto sono quasi saltato dal divano "E' The Descent!". Poi Pandorum prende tutta un'altra strada e ha il merito di porti molte domande senza far calare mai l'attenzione, se non nelle solite marchette di scene di combattimento e simili. Ottima davvero l'atmosfera, aiutata da location veramente azzeccate e variegate. 

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Il punto di forza del film è però nella storia, una miscellanea di Genesi e Apocalisse, Dio e Uomo, Scienza e Pazzia, Inferno e Paradiso. Sinceramente l'idea che per circa 900 anni, essendo la Terra distrutta e tutti gli altri umani nell' Astronave dormienti, non ci sia stato nessun umano "attivo" l'ho trovata grandiosa e, in un certo qual modo, terribile (900 anni, 900). Questa è la fantascienza che amo, quella che è solo cornice per riflessioni più profonde e universali, non meri inseguimenti di navicelle e missili balistici. C'è qualcosa di forte, atavico, intelligente dentro Pandorum, qualche concetto davvero formidabile,ed è come se allo spettatore non arrivi tutta la potenzialità dell'insieme.
"Bravin quel 10".
Forse, anche se ha le spalle strette, il ragazzo si farà.

( voto 7,5 )

14.12.10

Recensione: "The Experiment (2001)"




Interessantissimo film tedesco appena remaked dagli americani con nel cast prezzemolino Adrien Brody.
Pur nella sua tragicità, crudeltà e valore etico e sociologico, The Experiment non è altro che la trasposizione adulta, deviata, distorta, parossistica di uno dei giochi d'infanzia più classici, Guardie e Ladri. Probabilmente il taglio un pò televisivo (punto debole di certo cinema tedesco), sporco, è insieme un pregio e un difetto che può far storcere un pò il naso alle nuove generazioni amanti di atmosfere più lucenti e patinate, cinematografiche nel senso commerciale del termine.
Venti persone, in cambio di una cospicua somma di denaro, decidono di fare da cavie ad un'esperimento: 14 giorni in un carcere, alcuni guardie, alcuni prigionieri. Gli scienziati hanno l'obbiettivo di veder sia a che punto e a quali soprusi può portare una situazione di comando, sia dall'altra parte analizzare quanto la perdita di libertà e di diritti morali e civili possa condurre i carcerati alla ribellione, allo sconforto, alla pazzia. L'esperimento sfuggerà di mano ai medici e presto le guardie, totalmente immedesimate nel proprio ruolo, assumeranno il comando di tutto, giungendo alle peggiori barbarie, persino contro gli stessi scienziati.
Interessante notare come un gruppo di persone che parte alla pari durante i "provini" possa piano piano essere completamente scisso in dominatori e sottomessi. L'abuso di potere è, psicologicamente, una delle condizioni più forti e allettanti per portare l' Uomo ad un rapido cambiamento. In questo senso straordinaria l'interpretazione di Justus von Dohnányi nelle parti di Berus, un timido e disadattato impiegato che, approfittando della situazione, diventa un vero e proprio aguzzino, leader decisionale ed emotivo delle guardie. Supera addirittura in bravura l'ottimo Bleitbreu, attore formidabile, qui nei panni di Tarek, il protagonista.




Lampanti i rimandi della pellicola alla deriva del reality, una specie di Grande fratello privo di regole, e sottotraccia non mancano i riferimenti all'Olocausto, praticamente tara ineliminabile da un certo cinema tedesco d'impegno. Il riferimento però che più mi piace notare è quello con l'immenso Cecità di Saramago, probabilmente uno dei romanzi più potenti degli ultimi 50 anni. Anche lì, sebben per motivi completamente diversi, delle persone erano costrette in cattività in un luogo chiuso, senza possibilità di uscire e lasciate al proprio destino. Anche lì ben presto si formano due distinti gruppi di buoni e cattivi che porteranno all' inevitabile scontro per la supremazia e la sopravvivenza. Certo, non si raggiunge la profondità, acutezza e valore sociologico dell'opera del sommo portoghese, ma anche The Experiment nel suo piccolo può portare a più di una riflessione. Non ho amato per nulla la storia d'amore del protagonista, totalmente gratuita a mio parere, con l'unico obbiettivo di arrivare a una situazione di deus ex machina finale e, probabilmente, di dare delle note un pò più umane, romantiche e malinconiche ad un film che altrimenti sarebbe stato di un cinismo unico. Magari.

( voto 7 )

10.12.10

Recensione: "Nursie" - Gli Abomini di seria Z - 6 -


Mamma mia, Nursie è talmente scarso che risulta quasi piacevole guardarlo, talmente amatoriale che non riesco a farmelo odiare, talmente pane e salame che lo preferisco allo spocchioso caviale. Film che riesce a durare 90 minuti malgrado una sceneggiatura praticamente inesistente. Un medico, alla Misery, ha un incidente e si ritrova in una "casa di cura" gestita da un'infermiera pazza. Al suo interno ci sono altre persone, perlopiù vecchiette, maltrattate da anni dalla suddetta infermiera. Basta, non c'è altro, il dottore vuole fuggire come è ovvio che sia, la pazza, coadiuvata dal fratello bestione e mentecatto, cercherà di impedirglielo. Manco a dire che ci siano buoni effetti splatter, niente di niente, al massimo delle botte date in testa che fanno sembrare quelle che si davano Bud e soci quasi un documentario. Vi assicuro che Nursie non ha una sola singola qualità, ma l'interpretazione così allucinante della protagonista, sulla quale in definitiva si regge tutto il film, ce lo fa portare a termine con affetto. Nota di demerito particolare al montaggio, sia quello che dovrebbe scandire passaggi temporali ( a dir poco gratuiti, vedi sotto riguardo l'ubiquità) sia quello più immediato nelle scene di "azione". Addirittura 2 volte infatti la scena è talmente mal montata che vediamo la stessa immagine per 2 volte e vi assicuro che non è un gioco autoriale del regista. La cosa più incredibile però è notare come l'infermiera riesca sempre, sempre, sempre, ad essere presente sulla scena. Due persone stanno parlando? Appare lei di dietro. Qualcuno cerca di scappare nella stanza accanto? Nessun problema, c'è lei a fermarli. Nel frattempo il dottore è fuggito in cantina? Sulle scalette appare lei. E se in soffitta e fuori casa contemporaneamente accade qualcosa? Qualsiasi cosa accada la nostra Kathy Bates dei poveri è là. Film orrendo a cui non si può non voler bene.

( voto 3 )

8.12.10

Tarnation


Probabilmente sarà una recensione più dettagliata del solito perchè al 90% dovrà essere quella ufficiale del film sul sito di Filmscoop.

Dunque se non volete annoiarvi ne sconsiglio la lettura...

6.12.10

Recensione: "The Skeleton key"



Ian Softley è senz'altro uno di quei registi che, a proprio rischio e pericolo, hanno fatto della poliedricità un loro marchio di fabbrica. Dal "vittoriano" Le Ali dell'amore all'allora update Hackers, dalla fantascienza sui generis del sottovalutato K-Pax al fantasy Inkheart fino ad arrivare a questa ghost story, The Skeleton Key.
Film molto ben confezionato che forse manca un tantino nella capacità di suscitare paura malgrado una buona atmosfera che, pur senza picchi, non abbandona mai la visione. L'ambientazione e il plot sono visti e rivisti, la classica casa isolata , la classica storia di fantasmi. In questo filone è difficile far qualcosa di nuovo o coinvolgente, con in questi anni il solo The Orphanage che è riuscito a farmi brillare gli occhi. Curioso notare come il topos della porta che nasconde qualcosa di segreto e malvagio sia probabilmente uno di quelli più utilizzati nella storia del cinema Horror. E' veramente difficile trovare una pellicola di genere che non abbia usato tale "trucco" per incutere mistero e spavento nella propria trama; da capolavori come Shining, Psyco e Non aprite quella porta ai più recenti successi come Martyrs e Rec, da sempre la stanza segreta e "inesplorata" ha attirato l'immaginazione di registi e pubblico.

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In questo caso poi non è che nascondesse chissà che, soltanto un pretesto per una svolta narrativa che se da un lato ha aperto nuove porte :) alla trama, dall'altro ha forse reso The Skeleton Key un pò troppo macchinoso e confuso. Sottotraccia Softley prova a trattare tematiche più profonde come ad esempio l'avvicinamento alla morte e la solitudine che a volte ci accompagna nel momento del trapasso, ma sinceramente non si crea mai un'atmosfera così empatica da provare emozione per le vicende e i suoi protagonisti, anche se l'interpretazione del vecchio da parte di John Hurt regala più di un momento toccante.

Punto di forza del film è senz'altro il finale politicamente scorretto, almeno a mio parere difficilmente prevedibile, anche se è proprio questo finale a lasciare più di un punto di domanda nella struttura del film. Resta il fatto che The Skeleton Key rimane un film assolutamente consigliabile, buono per chi ha visto tanti film di genere, forse addirittura ottimo per chi ha poca frequentazione col thriller paranormale.

( voto 6,5 )

4.12.10

Recensione: "Be Kind Rewind"


Per me piccolo gioiello.
Un omaggio ai piccoli, a quelli che vanno avanti con pochi mezzi sfidando i mostri miliardari. Alle piccole videoteche in cui puoi ancora chiedere un consiglio, NON trovare un film libero, parlare di cinema, il tutto contrapposto alle major delle multicopie, della piatta divisione per generi, dei commessi (anche non per colpa loro) semplici "manichini" senza conoscenze specifiche. In senso lato omaggio al piccolo artigianato che piano piano sta scomparendo.
Un omaggio al Cinema, a quei titoli che un pò per propri meriti, un pò per un periodo d'oro (soprattutto quello degli anni 80) bastava un attimo per diventare cult. E un omaggio al cinema fatto con poco, essenziale. E, nel finale, la bellezza e la magia del buio in sala, non assimilabile a nessun'altro tipo di fruizione.
Un omaggio al divertimento e all'inventiva, a come sia possibile per tutti tornare bambini. Straordinaria la trovata dei film maroccati ( "come il Marocco?" "Sì" "Ma è una nazione, non un verbo!") niente di più e di meno che un'estensione degli scherzi telefonici, del suonar campanelli e scappar via che da piccoli tutti abbiamo fatto. Scherzi innocenti, politicamente scorretti ma tremendamente attraenti. Quello per me e per tanti era il piccolo proibito, non altre cose.
Un omaggio al ricordo, all'attaccamento alle proprie radici, all'unica cosa che nessuna delibera può portarci via, il nostro passato.

( voto 7,5 )

2.12.10

Recensione: "Frozen River"



Piccolissimo film che sfida tutte le regole possibili del successo facile, nessuna retorica, nessuna sequenza particolarmente significativa od eclatante, nessun colpo di scena. In uno stile quasi documentaristico seguiamo soltanto le vicende di due madri, una bianca (una grandissima Melissa Leo) ed una indiana d'America. Siamo in un piccolo paese al confine del Canada. Ray è una madre che ha come unico sogno una casa confortevole per i suoi due bambini se non fosse che il marito è fuggito ed ha portato tutti i soldi con se. Incontra fortuitamente la Mohawk (popolo di nativi americani) Lila, ragazza madre cui la suocera ha portato via il bimbo. Lila è nel giro dei trafficanti di immigrati che dal Canada, attraverso il fiume ghiacciato del titolo, si riversano negli Usa. Ray è disperata e per racimolare la cifra che le serve per comprare casa, decide di aiutare Lila nel traffico.
Frozen River non è nè più nè meno che un tentativo di raccontare una piccola storia da parte di una giovane regista. Si sente molto la mano femminile che guida il film al punto che tutte le scelte delle protagoniste hanno un forte richiamo alla maternità, all'innato senso di amore e protezione per i propri figli. Il film racconta come a volte anche per inseguire piccoli sogni, perdipiù legittimi come una casa o avere con sè il proprio bimbo, si è disposti a giocare sporco, a prendere rischi. Le due madri sono figure fortemente positive e malgrado quello che fanno lo spettatore non è mai portato a criticare le loro azioni, a condannarle. 

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Questo anche perchè Frozen River non coinvolge moltissimo, si segue la vicenda in modo abbastanza distaccato, freddo, come freddo è lo scenario che lo compone. C'è uno straordinario senso della misura nella regia, di verità e verosimiglianza, un voler raccontare niente di più di quello che vediamo. E' quasi come se non fosse Cinema questo, perchè non viene usato nessun mezzo, trucco o canale che la cinematografia è solita utilizzare per far entrare lo spettatore dentro il film, per portarlo dalla sua parte. A dir la verità sono almeno 3 o 4 i momenti in cui sembra che la pellicola possa finalmente imboccare una nuova strada, diventar qualcos'altro (la prima lite tra le donne, l'abbandono della borsa, l'incendio a casa, la sparatoria col trafficante) ma alla fine tutto torna sempre nella normalità. Da apprezzare il finale che chiude un cerchio cominciato con la primissima scena (l'arrivo della casa) e una futura serenità metaforicamente esplicitata dalla piccola giostra finalmente funzionante. E' proprio questa forse la scena più emozionante, una nuova famiglia si è formata, quei bambini che girano sopra i cavallini avranno forse un futuro migliore.
Insomma, Frozen River è un film onesto, puro, anticinematografico. Un film che racconta la piccola parabola di due famiglie che vedono realizzati dei sogni che non dovrebbero neanche essere tali.

( voto 7 )