12.9.21

Festival del Cinema di Venezia 2021 - Giornate 8 - 9 settembre

 

Secondo appuntamento con Venezia,
Salutiamo Alex e Lorenzo (Tommaso tornerà invece domani) e diamo il benvenuto ad Enrico e Francesca (trovo che sia bello vedere 5 stili diversi, ad esempio i due ragazzi di oggi amano scrivere di più, hanno il mio difetto).
Vi lascio a loro, ci sono un sacco di film! (e corti)

ENRICO GASPARI


EVA di Rossella inglese + ELES TRANSPORTAN A MORTE di Helena Giròn, Samuel M. Delgado




L’anno scorso, esordendo in questo spazio sulla Biennale di Venezia, ricordo che parlai di Honey Cigar e la sua ossessione col sesso, e chiusi il cerchio concludendo con Saint-Narcisse che più o meno aveva lo stesso problema, anche se ne derivavano soluzioni molto più ironiche e addirittura geniali a tratti. Ancora una volta, quasi per caso e un anno dopo, mi siedo in una sala per la Settimana della Critica. La prima inquadratura di Eva, mediometraggio italiano, ironicamente, di Rossella Inglese, è un nudo posteriore maschile. La seconda inquadratura è un nudo femminile frontale a distanza. Ormai comincio a credere che se non gli butti in mezzo queste cose nelle selezioni manco ti fanno entrare
.

Ok, partenza a confronto un po’ ingiusta, ma mi sembrava divertente questa piccola sciocchezza, che poi tanto piccola non è vista l’attitudine di molta critica a preferire la provocazione alla capacità, specie se quella capacità si esprime nel genere, nell’horror o nell’animazione. Per fortuna Eva è un mediometraggio capace, e la sua scena iniziale solo un rimando biblico, che ci presenta un uomo e una donna prima del tempo, svestiti, animali. Taglio netto al presente (mi piace che basti una mascherina e zero discorsi per far capire benissimo quale presente): una ragazza, Eva, e un ragazzo senza nome (immagino Adamo), conosciutisi online, vanno in montagna in cerca di un posto dove consumare. Tutta qui la trama dei seguenti venti minuti, che però bastano a delineare due ritratti di un uomo e una donna, non per forza così complessi o interessanti, ma semplicemente in cerca di un’intimità. Mi è piaciuto molto l’aspetto visivo del film, nevoso e fangoso allo stesso tempo, che allontana e avvicina allo stesso tempo qualsiasi idea di purezza, mi è piaciuto l’aspetto della loro “capanna” isolata dove ha luogo l’intercorso (sulla cui soglia stanno tipo cinque minuti con la stufa accesa e la porta aperta, abbastanza improbabile). E anche se non è perfettamente recitato, più che altro da lei, il mediometraggio vanta l’assenza di un tentativo di rendere simpatici questi personaggi. Coraggiosamente vengono presentati solo un maschio e una femmina con i loro lati grezzi, e ciò basta e avanza.

 

(Guardate che capolavoro di poster)

Immediatamente dopo Eva, proiezione di They carry death. Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo film, per me sconosciuto quasi in tutto, cast, registi, la provenienza spagnola, che si è rivelato forse la cosa più bella che potresti trovare ad un Festival: quel film che non conosci, che non avresti mai guardato, ma che siccome sei ad una mostra di cinema internazionale lo vedi e ti sorprende più di quanto avessi potuto sperare. Ambientato all’alba delle esplorazioni iberiche delle Indie, il film intreccia, più spiritualmente che meccanicamente, due storie.

Vorrei fermarmi qui e dire semplicemente che è abbastanza perché il film venga visto, così che la visione diventi una pura esperienza come è stata per me. Per soddisfare di più il curioso però, si può dire che nella prima parte seguiamo tre uomini in fuga, un po’ come in Fratello dove sei? dei fratelli Coen. Sono arrivati su un’isola misteriosa, in una grandiosa scena iniziale tra i flutti che sembra l’esito di un disastroso naufragio, con corde, corpi umani, misteriosi sacchi e una vela crociata tra le onde. Comincia una vicenda dal taglio autoriale ma con la struttura del film d’avventura, con questi personaggi braccati da uomini sbarcati dopo di loro, da tre caravelle. La ricerca di una via di fuga, le vicende interne di questo trio, l’inseguimento si piega al clima e ai ritmi estremi di questa isola, dando origine a concerti di suoni e immagini da pelle d’oca (persino la colonna sonora assolutamente immersiva, quando c’è, è più rumore che orchestrazione). La vista dall’alto, con quelle fiaccole che sembrano fuochi fatui con coscienza propria, il mare di pipistrelli, la vela lanciata dalla lingua di roccia, gli scogli schiumanti dell’inizio; ma soprattutto la sequenza dopo che il fuoco è stato spento, per non farsi trovare. Qualcosa di veramente maestoso, l’arrivo di quel buio che è vero e tangibile, non il buio da film con l’elegante penombra, i rumori lontani che sembrano evocati da qualche dimenticata divinità, quella voce che dice “Fuoco… fuoco” e il volto che ce lo fa vedere, soffiando su un cerino dove la fiamma vive ancora. Infine arriva un altro fuoco, mille volte più luminoso, mille volte più antico.

Poi il film sterza improvvisamente, non siamo più in mezzo ai mari. Avevo onestamente paura che in quel punto il film si sarebbe perso, cominciando una nuova storia senza riuscire a replicare ciò che di viscerale e interessante c’era prima. Invece il film, seppure venga a mancare l’urgenza e la disperazione precedente, compensa pienamente con un’atmosfera fredda e ostile, ben adatta alla vita di attesa ed isolamento di alcune donne (sempre lo stesso numero e di età parallele ai maschi, una giovane, una matura e una vecchia). Il ritmo è ancora più dilatato; le vite, sempre scandite dal buio e la luce, transitati da quella luna dietro la nuvola, che fa da tramite tra i due mondi delle storie raccontate. La natura rimane padrona, sempre filmata in una maniera stupenda nei selvaggi interni delle Canarie e della Galizia. Ormai si sarà capito che questo non è un film particolarmente impegnato nella storia o nei dialoghi, davvero ridotti all’osso. È un’opera-esperienza, che va vissuta come l’ho vissuta io, sentendo sulla pelle il caldo delle assolate terre spagnole, ma soprattutto, forse anche complice una bassa temperatura della sala, il freddo e i brividi che scuotono i personaggi. In particolare nella seconda parte, quella che ci regala uno smarrimento notturno in mezzo ad un’arida ma impenetrabile boscaglia, nonché l’immagine più bella, il ciuco che bruca in primo piano con la casetta di legno spazzata dal piovischio sullo sfondo, praticamente un quadro fiammingo. C’è un accenno, verso il finale, a voler dire di più, creando un inaspettato “what if” in un film storicamente tutto sommato lineare. Funziona molto bene, specie perché dà una doppia giustificazione a quel titolo: Loro Portano Morte può essere riferito al bagaglio faticosamente portato in giro dai personaggi, nell’inseguimento sull’isola, o in maniera più generale alla conseguenza dei viaggi spagnoli nel Nuovo Mondo e non solo, portatori di sterminio con armi e malattie. Funziona molto meno il tentativo di fare un serio parallelismo tra le esplorazioni e la crescente pressione dell’Inquisizione nel ‘500, quantomeno opinabile.

In effetti la pellicola non è perfetta: per dire, ci sono almeno tre sequenze composte quasi interamente da filmati di repertorio, inseriti in maniera paraculissima. Ma non si può passare sopra agli sforzi di un cinema povero, forse poverissimo (e con un’estetica meglio di quella di quasi tutto il cinema coi soldi), fatti per concertare il tutto in fase di montaggio: la sequenza delle navi mi è balzata all’occhio solo alla fine, e si merita solo applausi la sequenza dell’eruzione, mozzafiato, preparata in maniera certosina e amalgamata al resto con mezzi zero, proprio “alla Mario Bava”, un po’ di fumo, luci, e volti di attori bravissimi. Per quel che mi riguarda, il cinema spagnolo si conferma ormai accanto a quello coreano come uno dei migliori al mondo, ed Eles transportan a morte come una di quelle rare esperienze, possibili solo a Venezia, che non dimenticherò mai.


 

MONA LISA AND THE BLOOD MOON di Ana Lily Amirpour (USA)


Come ogni anno, i giudizi lasciano il tempo che trovano, specie per chi si propone di vivere il Festival per una sola settimana. Sette giorni dove i piani vanno all’aria, gli imprevisti sono costanti (e perché no, cercati), tra ritardi, lotte per i posti e sorprese in sala. Ma i giudizi si faranno, anche perché estremamente divertenti da dare, e quindi se dovessi scegliere un film per portarsi a casa il Leone, questo sarebbe Mona Lisa and the blood moon.

Altro film dove la luna, ovviamente rosso sangue, è tramite essenziale di qualcosa, tanto che la durata di tutto ciò a cui si assiste è proprio di un ciclo lunare: il nostro pallido satellite sarà l’unica spiegazione al perché M. Lee, ragazza coreana chiusa in un istituto psichiatrico negli USA, comincia a manifestare poteri sulla mente e il corpo degli altri, come fossero bambole voodoo mosse a suo piacimento. Lei, la nostra Jeon Seo Jong, col suo criptico volto da Monna Lisa davinciana, scappa nel mondo che non ha mai visto. Questa è la premessa di un film assurdo, una grandissima sorpresa non avendo mai visto nulla di Ana Lily Amirpour, la regista iraniana di A girl walks home alone at night. È assurdo il cast, con una protagonista coreana, un ragazzino, sua madre Kate Hudson, il poliziotto che cerca Mona ovvero la rappresentazione vivente del cinema americano che odio, Cliff Robertson (qui è bravissimo). Una miriade poi di piccoli e grandi personaggi, abitanti di un’altra assurdità, tutto quel che dalle paludi (immortalate nella prima, bellissima immagine che fa molto Wild Things) e le rive del Mississippi va fino a New Orleans, un po’ indigeno e un po’ africano, un po’ profondo Sud e infin un tocco di francese. Lì può succedere di tutto, è “fucking New Orleans man”, ma sotto quella luna ci sono sempre i degradati, i miserabili. Gli scarti, i pazzi. Questo film è il loro canto, orgoglioso, che racconta di una vita ai margini ma mai sconfitta, ridotta a piangere su sé stessa. Vita passata in notti insonni rotte solo dai neon e dalla musica, la seconda protagonista qui, onnipresente eppure senza stancare.

In mezzo a tutta questa assurdità, c’è tempo anche per non perdersi i sentimenti, i momenti silenziosi, l’umorismo (la maglietta di Fuzz è una gag ricorrente che attraversa tutto il film come un filo, sicuramente la mia preferita). In fondo questo non è un videoclip modaiolo e un po’ alternativo, ma una storia quasi anni ’80 di amicizia tra un bambino adulto per forza e una bambina nel corpo di una ragazza psicocinetica. Il loro tentativo di fuga verso una nuova vita porta ad un atto finale meraviglioso e anche parecchio teso, di quelli che te ne stai aggrappato alla poltrona e non vedi l’ora di scoprire cosa succederà. Non voglio fare spoiler, dico solo questo: non ho mai visto un decollo aereo, con il suo rollio, il vuoto di quando le ruote si staccano dall’asfalto, il sollievo dopo la partenza, così bello da quando vado al cinema. L’aereo ora vola, nel cielo dalla luna rosso sangue. “Ci vediamo nel sequel”. Magari Fuzz, ma magari.


OLD HENRY di Potsy Ponciroli



Potrà non sembrare, data la mia propensione a criticare gli Stati Uniti, ma il western è uno dei miei generi cinematografici preferiti. Non c’è una forma d’arte che abbia rappresentato meglio quel paese senza Storia del cinema western (a cui si sono spesso accodati televisione e letteratura più o meno elevata), e nessuna con un’origine così unica: da The Great Train Robbery, il celeberrimo film muto, l’America non ha mai smesso di creare e raccontare i miti della frontiera. Perché quel paese è tutto lì, in quella parola, frontiera, non esisteva senza e non ha smesso di esistere nemmeno oggi, che le frontiere sono altrove: Siria, Iran (per un breve momento incrociata, in Mona Lisa and the blood moon), fino a pochissimo tempo fa anche in Afghanistan. Il canovaccio western non ha mai smesso di rappresentarlo e per quanto gli anni passino è sempre tornato in nuove vesti, ammodernandosi in base alle nuove frontiere, il Vietnam, il mondo arabo, fino ad oggi, dove il confine sembra tornato nuovamente negli States. Ma non è più la costa occidentale da raggiungere smaniosamente, o su in Canada le montagne del Klondike, dove impazzava la febbre dell’oro. È dentro le persone, nei loro cavalli che sono pick-up, nei loro saloon che sono diner, nel profondo Sud che è ancora isolato e selvaggio come 100 o 200 anni fa. Non credo sia un caso che i due western presentati alla Mostra di Venezia (quello della Campion purtroppo non visto) siano entrambi ambientati nel primo XX secolo, quando le memorie del precedente decantavano in un’epica da rimuginare fino ad oggi.

Arriviamo finalmente ad Old Henry, un esponente del genere che più classico non si può: gli stilemi ci sono tutti, sceriffi e fuorilegge, leggende viventi e i loro revolver tuonanti, cavalcate e onnipresenti sedie sui portici. Anche la trama è quella di un uomo qualunque, un vedovo dal passato di ammazzasette, che trova un mucchio di soldi portatori di nient’altro che guai. Quindi sì, suona un po’ un misto tra la storia di Non è un paese per vecchi (con tanto di voce fuori campo iniziale, di un vecchio uomo ormai stanco su un montaggio paesaggistico) e i personaggi crepuscolari de Gli Spietati. E saranno i modelli illustri, ma Old Henry è davvero un buon film, che comprende chiaramente il genere di cui fa parte e non prova ad essere nient’altro. Forse per alcuni questo potrebbe essere un limite, se ci si aspetta che un neo western debba innovare a tutti i costi, creando un fossato tra esso e il passato cinematografico: Old Henry se ne infischia, e anzi riprende la tradizione di uno dei classici per antonomasia, Sentieri Selvaggi, raccontando la necessaria messa da parte di una generazione selvaggia e violenta come la frontiera che hanno contribuito a scoprire, per lasciare spazio alla prossima, giovane e possibilmente più civilizzata. Il figlio di Henry, Wyatt, che conosce suo padre solo nella veste di rude contadino, incarna questo conflitto. A dir la verità è uno scontro padre e figlio che lascia un tantino a desiderare, riciclo continuo della stessa conversazione: lui dice che vuole fare qualcosa, il vecchio Henry lo zittisce. Ad essere sinceri c’è una scena nel finale scritta in modo veramente emozionante, ma perlopiù salvano questo rapporto gli attori, il giovane Gavin Lewis che evita una potenziale performance fastidiosa e piagnucolosa, ma soprattutto l’immenso Tim Blake Nelson con la sua faccia di pietra e l’occhio mezzo guercio. Non posso assolutamente sottolineare abbastanza quanto sono contento di vedere un grande attore come lui finalmente protagonista assoluto e con in mano un gran personaggio da valorizzare. Senza contare che, per entrare un attimo nei tecnicismi, Tim Blake Nelson spacca una notevole quantità di culi qui, a pistolettate, calci e mani nude, e scusate se è poco. Tra gli altri del cast, tutti molto bravi, spicca il volto veramente irriconoscibile di Stephen Dorff, nel ruolo del cattivo Sam Ketchum. Ho dovuto leggere il suo nome sui titoli di coda e poi controllare due volte per esserne sicuro: la sua faccia era inscindibile da quell’eterno aspetto da ragazzino che aveva in Blade (anni ’90), e poi praticamente uguale in Somewhere, più di dieci anni dopo. Ora un’altra decade è passata, e fa uno strano effetto vedere gli anni su di lui, con quella barba brizzolata e la gravitas di un uomo maturo. Altro grande personaggio tra l’altro, crudele ma non certo invincibile, e quasi più sviluppato nell’eloquio che nel tiro al bersaglio. Da notare la credo voluta mancanza di donne: l’unica che viene menzionata (nemmeno vista), la madre di Wyatt, è morta, e siccome viene fatto un chiaro punto sull’inesistenza di redenzione, potremmo vedere nel sesso femminile lo stilema di salvezza (o almeno di “conforto”: elegante uso della lingua d’allora, era dai tempi di Ian Fleming che non sentivo la parola “solace”), cercata ma introvabile tra quei brulli campi dell’Oklahoma nel 1906.

È proprio in generale una gioia godersi un film così, ammirevole soprattutto per la competenza delle persone che l’hanno fatto, davanti e dietro la macchina da presa. Assistiamo ad un montaggio chiarissimo e impeccabile, una fotografia buona di giorno ma davvero spettacolare in notturna, specie in quei flashback tinti di rosso. Non so bene come sentirmi sul significato che viene loro dato, alla luce di un colpo di scena sul finale, ma di nuovo, questo è un palese omaggio ai vecchi miti, nonché una storia sulla figura paterna (non necessariamente di sangue) e il gap anagrafico con le figure filiali. Molto potrebbe essere detto, sulla vita passata del contadino di Tim, ma ormai non è più uno di quei cowboys, “rootin tootin and shootin”. Lui ora è solo Old Henry, e sono contento ce l’abbiano raccontato.


PILIGRIMAI di Laurynas Bareiša


Oh, finalmente, se posso permettermi, finalmente una bella stroncatura. Cominciavo effettivamente a sentirmi meno ispirato a cantare i pregi di un film dopo l’altro, ed è arrivato in mio soccorso il lituano Pellegrini. Non arriverei al punto di dire che è “una totale presa per il culo” come commentato da un ragazzone due file più avanti, ma è certamente una delusione, estremamente frustrante per quanto riguarda le sue potenzialità e soprattutto maledettamente noioso. La storia, come detto, avrebbe tutte le carte in regola: un uomo e una donna, Paulius e Indre, che hanno interrotto i rapporti da quattro anni, si ritrovano e vanno da Vilnius a Kaunas, dove è stato ucciso il fratello di lui e l’amante di lei, ripercorrendo il tormentato cammino che ha portato alla sua morte. Ora, se questa non è un’idea potente. Ci sono enormi potenzialità drammatiche, ma anche l’opportunità di fare cinema fastidioso e teso alla Festen o Niente da nascondere, specie considerate le possibili reazioni di chi vive in loco e non ha nessuna voglia di rivangare la faccenda. E dallo stile sembrerebbe proprio puntare a Haneke, peccato che il film non abbia la minima idea di come comunicare disagio o rabbia se non con una pletora di inquadrature statiche/carrellate che vanno avanti per minuti e minuti. Cosa che ovviamente scoppia in mano a chi non le sa montare con ritmo (sì, perché anche un film lento deve avere ritmo), e castra ogni possibilità di sentire qualcosa per questi personaggi. Per dire, c’è una scena dove i due, in una mattina nebbiosa, vanno fino alla diga dove è stato violentato e ucciso il loro caro. Indre, e tra i pregi di questo film annoto che l’attrice assomiglia parecchio a Naomi Watts, scende nel canale di scolo sotto questo ponte, e si immerge nell’acqua a pensare a lui. Ecco, questo sarebbe un momento con grande valenza simbolica (soprattutto religiosa, ci arrivo subito), ma soprattutto sarebbe stato un momento dannatamente emozionante se ci avessero dato un primo piano o uno zoom. Invece no, teniamo tutto uguale perché dobbiamo fare gli Haneke dei poveri. Non aiuta che questi personaggi, in particolare Paulius, siano tremendamente fastidiosi. Detesto quando nei film usano questa scusa di far subire una grande ingiustizia ad un personaggio per giustificare tutte le cose stupide o meschine che fa: un anno fa, in Pieces of a Woman, di certo il personaggio di Vanessa Kirby non veniva presentato come positivo solo per via del trauma famigliare subito (evidentemente però questa cosa piace a molti, guardate a chi hanno dato il Leone l’anno prima ancora). Potrei capire se il film suggerisse un malinteso tra gli abitanti, che pensano che i due vogliano vendicarsi senza motivo (l’omicida è stato condannato con le loro testimonianze e ha preso l’ergastolo), e il vero motivo di quel viaggio, un pellegrinaggio spirituale per ricordare il defunto. (Ciò creerebbe tensione, appena intravista in una scena notturna in macchina, mentre Paulius è in carcere e temi che qualcuno degli abitanti potrebbe voler attirare Indre per farle del male. Ovviamente la cosa si conclude senza che accada nulla di rilevante.) Ci potrebbe stare, di nuovo, i simboli ci sono, come l’attraversamento di un fiume che è una costante, in ogni cultura, di cambiamento. D’altronde i pellegrini questo fanno: cambiano in viaggio. I nostri due, odiosi pellegrini, non mi pare che imparino qualcosa, visto che nel finale si ristabilisce esattamente lo status quo dell’inizio. Quindi sì, per me è bocciato in blocco, stile e scrittura assieme. Almeno scrivendone mi è tornata voglia di rileggere I racconti di Canterbury: non tutto il male vien per nuocere.


FRANCESCA MUNARIN


PLASTIC SEMIOTIC di Radu Jude
Nei 22 minuti di cortometraggio si distende, elastica, la vita umana. Protagonisti delle immagini gli altrettanto plastici giocattoli, che ci accompagnano, fatiscenti, oltre la soglia dell’innocenza.
Attraverso infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia il regista tenta di plasmare in fotogrammi l’essenza della vita.
Il film è un susseguirsi affannato di diapositive o brevi filmati in cui barbie, lego, bambolotti, soldatini (e chi più ne ha più ne metta) impersonano avvenimenti cardine della quotidianità. La messa in scena è intellettualmente e visivamente brillante, e riesce nell’intento di manifesto della stupidità (intesa come balordaggine fanciullesca) con svergognata ironia.
Jude corre il rischio che in alcuni punti la densità di immagini disorienti lo spettatore, ma probabilmente confusione e perdita di sé rientrano nelle sensazioni che intende stimolare. Nel corto si gioca anche con gli opposti: innocenza - malizia, pulito - sporco, guerra - pace, giocattoli piccoli su schermo cinematografico, ma soprattutto si ride; io ho riso di gusto più volte, sotto la mascherina, per l’accostamento dei personaggi (la nonnina immortalata in un rapporto sessuale con peter pan mi dispiace non poterla mettere come immagine della recensione perché non la trovo) o per le citazioni alla culla di “La Corazzata Potëmkin” e alla doccia di “Psyco”.
Viene voglia di rivederli questi venti minuti, per ritrovare e perdere ludicamente il nostro candore ad ogni visione.



DJANGO & DJANGO di Luca Rea



Il Documentario di Luca Rea e Steve della Casa sul regista Sergio Corbucci guarda con occhi diversi al cinema western Italiano, alla sua eredità e al tema dell’eterno secondo.
Si racconta “l’altro Sergio”, maestro degli spaghetti western, tramite le testimonianze e le considerazioni di Quentin Tarantino (ispiratosi dichiaratamente a Corbucci in più pellicole), Franco Nero (attore feticcio di Corbucci) e Ruggero Deodato (aiuto regista di Corbucci in Django).
L’omaggio al regista italiano è intriso d’affetto nostalgico e di spunti intellettuali non indifferenti, al punto da valicare il pregiudizio con cui talvolta ci si affaccia al vecchio West.
Più che un commento formale, il quale non mi compete in alcun modo, ancor meno trattandosi di un documentario, ci tengo a sottolineare alcuni snodi contenutistici che mi hanno colpita e sui quali non così spesso siamo portati a riflettere.
Innanzitutto l’ordine di grandezza della passione con cui Tarantino parla e con cui senza dubbio svolge il suo lavoro. L’amore del regista per un certo tipo di cinema italiano violento e crudele non era certo sconosciuto, si vedano gli stessi Leone e Corbucci, ma anche un poliedrico Lucio Fulci. Il punto è che l’enfasi con cui racconta il suo rapporto con gli autori italiani e la verve con cui sradica quello che per lui è il significato più proprio del film coi quali di volta in volta si interfaccia, sono galvanizzanti, tanto da portarmi a pensare per un momento: “forse un vero genio non pensa cose oggettivamente geniali, le inchioda solamente al muro con entusiasmo tale da convincerci tutti che lo siano”.
La seconda cosa su cui puntare un riflettore è il filtro politico applicato da Tarantino ai film di Corbucci in forza della biografia di quest’ultimo (padre fascista e lui bimbo del coro all’incontro Mussolini-Hitler): western come bandiere di denuncia politica. Questo è un assist considerevole per chi fatica ad accostare il suo gusto ad alcuni generi, nel mio caso ad esempio gli horror (ora forse miei preferiti), in modo da “smagarli”, svelarli, e cogliere dietro una pugnalata la violenza di un’epoca. “L’altro Sergio”, o almeno il ritratto che se ne evince dai filmati, era un autore scaltro e irriverente, diceva quel che voleva e come voleva, ironico e sadico, riverso nel polveroso West.
Altro punto focale per me all’interno del documentario è la tenerezza con cui il lugubre Franco Nero e il fedele Ruggero Deodato ricordano l’amico regista. È sempre affascinante notare come dietro opere arte-fatte e sottoposte al pubblico in maniera dislocata e asincrona rispetto alla loro origine, ci siano esseri umani. Non si tratta di realizzare che è fatto dall’uomo e non dall’uomo investito da un potere divino, ma di sorridere pensando che quegli uomini del loro lavoro ricordano con amore le stesse cose che noi ricorderemmo del nostro, o verso i nostri affetti.
Franco Nero Racconta di essere andato al cinema e di aver visto un film con un attore americano perfetto per il ruolo del messicano nell’allora imminente pellicola di Corbucci e di avergli detto: “vai a vedere questo film, c’è l’attore perfetto”, Sergio andò e lo prese nel cast, d’accordo con lo spunto di Nero. Mentre Deodato riporta una frase di Corbucci: “Ruggero io non vincerò mai un Oscar, ma ho vinto l’Oscar del pubblico”, sottolineando la capacità dell’amico di arrivare ai più e di tentare, di avventurarsi nel suo cinema, con grande coraggio.
Sono coaguli di vita che, come sottolinea Tarantino verso la fine, non possono in alcun modo rendere l’etichetta di “eterno secondo” un qualcosa di negativo.
Avendo desiderato per l’intera proiezione di aver visto i film che venivano citati e di cui, per età e ignoranza, non sapevo quasi nulla, allego la lista delle opere di Corbucci trattate se qualcuno volesse vederli prima del documentario: Django, Il grande silenzio, Gli specialisti, Il mercenario, Vamos a matar compañeros, Cosa c’entriamo noi con la rivoluzione. Quest’ultimo con Villaggio e Gassman da recuperare quanto prima.


Tou sheng, ji dan, zou ye ben - Mulaqat - Heltzear - cortometraggi 


I tre cortometraggi li ho visti uno di seguito all’altro, il primo mi è piaciuto gli altri due forse un po’ meno, ma mi sentirei comunque di consigliarne la visione. Cina, Pakistan e Spagna, una bambina e due ragazze sono protagoniste di episodi di vita quotidiana immerse ognuna nella propria cultura. Intendo parlare delle tre opere in un unico testo per due motivi: non conosco sufficientemente le condizioni culturali dei paesi di cui si narra (in particolare Cina e Pakistan), non sono riuscita a pensare ad altro che alla considerazione che tenterò di esporre nelle prossime righe.
Nelle prime due opere mi aveva colpito la presenza di indumenti, del bucato, dei panni stesi cui si avvicinano le protagoniste, nel terzo abbiamo un elemento leggermente diverso ma che comunque ho ricollegato alla stessa sfera semantica, lo spogliatoio. Lungi da me lo sterile lamento femminista che soffoca sul nascere chi lo pronuncia mal interpretando queste proiezioni, credo ci sia una domanda che le immagini correlate alle lenzuola, al velo, allo spogliarsi e allo stendere portano a galla, e che non possiamo ignorare, nessuno di noi, non c’è dicotomia uomo-donna per questo dilemma.
Sono costretta a fare dei brevi riferimenti.
La bimba cinese, la cui madre subisce violenze dal padre, la aiuta a stendere le lenzuola e la madre le dice: “questa non è una cosa che devi fare tu, vai a studiare”. Le stesse lenzuola che dovrebbero proteggere, sotto cui ognuno di noi ha sempre messo entrambi i piedi per non essere rapito da sataniche ombre, si fanno emblema di un candore incenerito in un cortometraggio in cui la violenza finale recide persino qualsiasi debole interpretazione di deriva etica. Non c’è spazio per i moralismi nel film di Luo Runxiao, non è una storia di facciata sociale versus mura domestiche, è solo una storia in cui la violenza è protagonista, taglia e mette a nudo.
La ragazza pakistana, Zara, è inquadrata mentre stende i panni lavati, che sono per la maggior parte veli, prenderà la sua decisione finale durante una tempesta di sabbia, sporca e dispersiva, anche qui polvere e candore si affiancano, forse in modo diverso però.
La terza ragazza, Sara, che arrampica divinamente in un corto fisico e verticale, affronta le consuetudini della sua adolescenza nello spogliatoio dove sveste per un momento i panni della dedita sportiva, parlando con un ragazzo, che come dice lei “le fa il filo”, lì dove ci si scopre.
Allora io mi sono chiesta: che panni devono vestire queste donne? Che cosa si deve indossare nella vita di tutti i giorni? La domanda non riguarda i vestiti, in senso metaforico mi chiedo, quale deve essere l’habitus. Chi concia le pelli? Come si deve truccare, che trucco deve usare, una donna per non andare né nella direzione di una virilizzazione del genere, né in quella di una concessione da parte dell’altare maschile d’una parvenza di parità? O meglio: dobbiamo tutti capire cosa indossare? Tutti gli otto miliardi? O basta che quattro prendano iniziativa?
Io non so rispondere a questa domanda, ma secondo me è davvero importante porsela, per tutti. A mio parere non è un problema da risolvere è un problema da porsi, e pochi se lo pongono troppi provano a risolverlo.
Lars Von Trier racconta che il bucato delle prostitute non si asciuga mai, è sempre umido. Sarebbe interessante non provare a portare indietro il sole dal tramonto, ma mettere i panni ad asciugare da un’altra parte, spostandoli assieme.

11.9.21

Recensione: "First Reformed" - Rocco's House - 1 - Su Netflix

 

La storia di un giovane prete malato che scrive le sue (ultime?) memorie.
Ma l'avere a che fare con una terribile vicenda di suicidio lo porterà a mettere in crisi tutte le sue convinzioni, o quantomeno a "spostare" la sua battaglia spirituale in terreni molto più concreti.
Dopo The Card Counter vedo un altro film di Schrader (e inizio una nuova rubrica su film visti a casa de Rocco) e ancora una volta trovo un'opera gonfia di dialoghi (a tratti bellissimi, altri meno), visivamente piena di momenti grandiosi, con riflessioni interessantissime, "impegnata" socialmente e con un protagonista, in qualche modo, in cerca di una risposta o di una salvezza.
Con un finale tronco meraviglioso

E' davvero tanto tanto interessante vedere in soli 3 giorni 2 film dello stesso regista, specie se è un regista di cui, fino a quel momento, non avevi praticamente visto nulla.
Ed è così che dopo il bel Il Collezionista di Carte mi vedo (anzi, ci vediamo, stesso compagno della sala) l'ancor più bello First Reformed, sempre di Schrader.
E' tanto interessante la cosa perchè vedendo due film dello stesso regista a così breve distanza diventa esercizio intellettuale (oddio, intellettuale riferito a me è troppo) veramente stimolante ricercare punti in comune, assonanze e dissonanze, tra le due opere.
Esercizio in realtà anche "pericoloso" perchè in una filmografia molto vasta di un dato regista avere "l'arroganza" di volerne capire la cifra stilistica con soli due film è sbagliato, visto che capita spessissimo che nell'arco di una carriera si cambi registro o stile.


Però, ecco, nel mio piccolissimissimo posso azzardare qualcosina sul cinema di Schrader.
I due film, infatti, si somigliano moltissimo pur essendo, apparentemente, tanto diversi.

La cosa che balza più all'occhio (anzi, all'orecchio) è l'uso spropositato che fa Schrader dei dialoghi.
Se già in The Card Counter non c'era quasi soluzione di continuità tra un dialogo e l'altro in First Reformed, se possibile, siamo davvero al parossismo, tanto da ritrovarci davanti a quello che, con una provocazione, potrei definire, mutatis mutandis, un audiofilm (dico provocazione perchè no, il film in realtà è visivamente tanta roba).
Ancora una volta Schrader dimostra di prediligere i dialoghi di coppia (non si riesce nemmeno a contarli quanti sono tra i due film sommati) anche perchè, come nel film precedente, ci ritroviamo davanti ad un'opera dal cast ridottissimo, non più di 3 personaggi principali.
E ancora una volta i dialoghi sono alternati da...monologhi (con voice over) del protagonista.
Voice over e dialoghi, in una continua alternanza che non si spezza mai.
Del resto - altra somiglianza - anche First Reformed è un film che pare quasi un'auto-analisi del protagonista, un uomo che in qualche modo sta cercando un senso ultimo alla propria esistenza o una possibile espiazione.
Ovviamente in First Reformed (ah, nemmeno ho detto di che parla, praticamente di un giovane prete malato che scrive un diario di memorie e, nel mentre, ha a che fare con una vicenda che gli cambierà del tutto il modo di pensare), dicevo, ovviamente in First Reformed tutta questa analisi ha connotazioni più spirituali, più "grandi" (sempre che lo spiritualismo o il divino siano, de facto, più grandi della "semplice" analisi di sè) ma sicuramente sia il giocatore del primo film che il prete del secondo sono in cerca di un senso, di una risposta o, oserei dire, di una direzione da prendere.
Il terzo punto in comune (dopo la massiccia parte dialogica e lo struggimento del protagonista) è la denuncia politica e sociale.
Se in The Card Counter c'era quella sulle torture perpetrate dall'esercito americano ad Abu Ghraib, qui abbiamo quella verso la distruzione sistematica che l'uomo sta facendo del pianeta Terra (insomma, tipo in madre! di Aronofsky anche se con metodi completamente diversi), verso l'inquinamento, verso lo sfruttamento delle risorse, verso le multinazionali che stanno distruggendo il nostro ambiente.
E' davvero interessantissimo vedere la figura di questo prete che passa da discorsi sui massimi sistemi come la Vita e la Morte, la Speranza e lo Sconforto, la Colpa e il Perdono all'informarsi invece di cose molto più pratiche, come quelle descritte appena sopra.
Ma la cosa ancora più interessante è che questo cambiamento di Padre Torrel è in realtà meno radicale di quello che sembra perchè la sua nuova lotta per l'ambiente e per la salvaguardia del Pianeta è proprio una lotta densa di spiritualità, un cercare in tutti i modi di difendere la Creazione del suo Dio (non a caso il brutto sottotitolo italiano è "La Creazione a rischio").

10.9.21

Festival del Cinema di Venezia 2021 - Giornate 1 - 7 settembre

 

Fortuna che avevamo detto che avremmo fatto post giornalieri!
In realtà per una serie incredibile di problemi (e chi è a Venezia alcuni di questi problemi li conosce bene...) e siccome io in questi giorni non ho avuto mai un secondo di tempo (sia per progetti virtuali che per vita fuori) alla fine ci ritroviamo oggi a pubblicare questo primo post da Venezia.
Vi lascio ai ragazzi con queste loro brevi (o meno brevi) impressioni su 12 film visti alla Mostra


TOMMASO FERRERO

Non metterò voti. Non ne sono capace né ne no ha la competenza. Quelle che seguono sono le impressioni che ho avuto in sala, leggermente rielaborate, pensate ed edulcorate per essere adatte al grande pubblico. Ho visto molto meno film, non per le grandi difficoltà a trovare posti, ma solamente e perché sono rimasto a Venezia meno del solito. Non leggo mai le trame, per arrivare in sala, quindi non so mai cosa aspettarmi. Detto questo, vi porto qualche impressione su questa Venezia 78. Leggetemi, ignoratemi, insultatemi, sono a vostra disposizione.


MIRACOL di Bogdan George Apetri (Romania)



Primo film alla mostra di quest’anno è un film romeno che dribbla con grande maestria fra i generi. Una giovane suora si reca in ospedale di nascosto per abortire un figlio non voluto. Il padre è un poliziotto sposato, che non risponde alle chiamate ed è irreperibile. La ragazza, dopo varie indecisioni, decide di tenere il bambino, ma nel viaggio di ritorno viene brutalmente stuprata e colpita ripetutamente al cranio con un sasso dal taxista che la stava accompagnando al monastero. Qui c’è il primo switch, sia di genere che di personaggio. Ora seguiamo il poliziotto, padre del bambino, a cui, per coincidenza, è stato affidato il caso. Ma ecco il miracolo, lei è viva, e anche il bambino che porta in grembo. Questa consapevolezza cambierà profondamente le azioni del nuovo protagonista.
Il film ha delle scelte registiche davvero interessanti, permettendoci di ripercorrere gli stessi luoghi tramite il punto di vista di due personaggi diversi. La camera gira con piani sequenza puliti e profondi, soprattutto quello finale che riesce a inserire interessanti salti temporali dentro un unico take. Belli anche i dialoghi, peccato solo che la trama fosse, a mio avviso, insipida e poco sentita, nonostante sia strutturata molto bene. Interessante soprattutto il protagonista maschile, narratore inattendibile di se stesso.


IL BUCO di Michelangelo Frammartino (Italia)



Il buco è lungo, lento, fermo. Esattamente ciò che mi sarei aspettato da un film di Frammartino. Trama, oserei dire, inesistente. Un gruppo di speleologi si spinge nell’abisso del Bifurto, in Calabria, nei primi anni 60. La violazione della terra natia viene, però, sofferta da un vecchio bovaro, che si ammala rapidamente.
Il Buco è cinema. Ha riprese stupende, sensazioni, suoni. La profondità di campo la fa da padrona in una scelta registica al limite del docufilm. Non ci sono parole, solo suoni ed immagini. C’è da dire che oltre alle belle immagini, però, sarebbe stato bello avere altro. Il film non mi è arrivato, auna certa ho sentito i colpi del sonno, ma giustamente non vai a vedere un film del genere aspettandoti di vedere sparatorie e grandi colpi di scena. Tipico esempio di film amato dalla critica, odiato dal pubblico, da me accettato nella sua esistenza come un elogio del buio e un viaggio verso la morte.


MONA LISA AND THE BLOOD MOON di Ana Lily Amirpour (USA)



Questo film mi è piaciuto tanto, è come se i due film precedenti della regista avessero unito i loro punti positivi in qualcosa di nuovo ed esplosivo. Al cinema ci sono le regole e poi ci sono le emozioni, le sensazioni e tutto ciò che ne deriva. Questo è un film estetico, bellissimo ed enorme nonostante la sua semplicità narrativa. Il pop fa da sovrano, la techno vive per le strade, il blues è l’anima di un film sul trovare il proprio luogo. New Orleans viene riletta in chiave american fantasy dalla regista, che crea un universo unico, colorato, con nuove regole e comportamenti. Una giovane con poteri paranormali fugge da un manicomio, per poi essere accolta e sfruttata da una spogliarellista. Ne segue una storia sull’amicizia e l’amore.
Che bello seguire la protagonista attraverso una linea narrativa minuscola, se non esigua, ma con tutto lo shock del neon e la forza di un’atmosfera folle, sospesa e che vola fra i generi. Un film che mostra i fianchi con orgoglio, rendendo le sue debolezze punti di forza di cui innamorarsi, dove personaggi da cult vivono in un mondo alternativo, colorato, in cui perdersi è un piacere per gli occhi e per l’anima.


LA SCUOLA CATTOLICA di Stefano Mordini (Italia)


Ammetto la mia totale ignoranza per quanto riguarda gli avvenimenti del massacro del Circeo, prima di questo film non avevo idea di cosa fosse successo e dell’orrore avvenuto. Certo che scoprirlo con questo film è stato altrettanto traumatizzante.
In una scuola maschile le vite degli studenti scoprono fra angherie e soprusi, formando persone dalla mente deviata in una società dove la mascolinità tossica e il branco contano più delle scoperte amorose che l’adolescenza concede. E poi c’è il massacro del Circeo.
La scuola cattolica è un film confuso, superficiale a tratti, che usa la materia cinematografica in maniera duttile ma non coerente. A metà il film cambia totalmente, come se vi fossero due pellicole di media durata uno dopo l’altra, con cambio di protagonisti, narratori e toni. Per intenderci è la versione cattiva di Notte prima degli esami che viene collegata a Dogville, senza ovviamente toccare gli ottimi livelli di Trier, ma avvicinandosi spesso al livello del film di Brizzi. Ci tengo a specificare, entrambe le parti sono di cattivo gusto e fattura. In tutto ciò le discussioni che sono messe in bocca ai personaggi sono a tratti imbarazzanti. In tutto ciò si salvano alcuni interpreti e le scelte di scenografia, che valorizzano parti di Roma meno gettonate nell’audiovisivo italiano, che di Roma ne vede comunque troppa.


ARIAFERMA di Leonardo di Costanzo (Italia)



Una prigione in mezzo al nulla deve chiudere, ma una questione legale tiene bloccati alcuni detenuti nella struttura fino a nuovo ordine. Personale diminuito al minimo e solo 15 detenuti. Le condizioni sono quelle di restare in attesa: pochi giorni, poi verranno tutti trasferiti. Metà del carcere viene chiuso, gli spazi si fanno stretti. L’ansia sale, la possibilità di una rivolta fa capolino nelle menti. Però, in quel poco spazio, anche i rapporti fra prigionieri e guardie si fa più stretto, o, perlomeno, diverso.
Ariaferma è un film talmente ben scritto da farmi dubitare che sia italiano. Non mi fraintendiate, ma di buone sceneggiature in patria, purtroppo, se ne vedono poche. E tutto, dalla regia al suono, dalla fotografia agli interpreti concorrono nel creare un film magistrale, dal respiro ampissimo nonostante i suoi piccoli spazi. Con degli echi alla Buzzati si alternano scambi di ottime battute e scene che continuano a instillare il seme del dubbio nei rapporti fra i personaggi, rivelando i lati umani di personaggi spesso stereotipati nella storia del cinema.
L’ambiente diventa un protagonista, in una prigione sospesa in spazio e tempo. C’è tanta bellezza e tanta letteratura in questo testo, c’è un’oscura tedio minuzioso dei personaggi, che risultano interessanti e completi già con pochi gesti. Incredibile finale, dal gusto dolcissimo ed elegante, che trasforma tutta l’esperienza sotto una nuova e agrodolce luce.


OLD HENRY di Potsy Ponciroli (USA)



Okhlaoma, primi del ‘900. Henry è un contadino e gestisce con suo figlio una piccola fattoria.
Lavora la terra e tiene il figlio lontano da armi e pistole, per proteggerlo da una vita che non vorrebbe per lui. L’arrivo di un cavallo senza il suo padrone, però, sconvolge la vita della fattoria, rivelando un passato che Henry voleva nascondere.
Old Henry è un bel western con ritmi interessanti e delle sparatorie di gran classe. Un colpo di scena finale conferma la generale sensazione da “avete rotto il cazzo alla persona sbagliata”, rendendolo un bel omaggio al genere e un film dall’altissima godibilità. Da sottolineare la forza dell’interprete principale Tim Blake Nelson (il nostro amato Buster Scruggs) che accompagna un film dai grandi silenzi e grandi spazi, ma dall’ottimo ritmo e grande capacità di camera.


MA NUIT di Antoinette Boulat (Francia)



Ma Nuit è un brutto film, ma davvero brutto, insipido e senza bellezza. Marion ha perso sua sorella5 anni prima. Dopo un litigio con la madre decide di passare la notte fuori. Parigi fa paura, ma un ragazzo le farà compagnia attraverso la serata.
Questo film sembra essere uscito da uno studente di una scuola di cinema, mi ricorda i dialoghi pieni di retorica e citazioni alla nouvelle vague che scrivevo durante gli esercizi in classe per sentirmi più intelligente. Un mappazzone esistenziale in una città confusa, dove legare con la protagonista è difficile e a tratti impossibile. Ne avrei fatto volentieri a meno.


DESERTO PARTICULAR di Aly Muritiba (Brasile)


Un poliziotto viene sospeso per un grave atto di violenza nei confronti di un subordinato. Perscappare dalla colpa e da una condizione familiare non piacevole, viaggia attraverso il Brasile pertrovare una donna di cui si è innamorato chattando.
Deserto Particular sarebbe potuto durare 40 minuti in meno, sicuramente non gli avrebbe fatto male, anche perché il colpo di stato scena diventa intuibile fin da subito. Il film però riflette in maniera dolce sul tema dell’amore, senza limiti o generi. Un film piacevole, dal finale agrodolce.


LORENZO BRINCI

È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino (Italia)


“È stata la mano di Dio” è un film di formazione con una forte matrice autobiografica.
Nonostante la filmografia di Sorrentino sia costellata da momenti intimi, questa è indubbiamente la sua opera più personale ed allo stesso tempo equilibrata.
Il film è permeato dalla presenza costante dei suoi due punti di riferimento, due figure connotate da un’aurea divina: Maradona e Fellini. Quest’ultimo viene anche omaggiato da Sorrentino in diverse sequenze.
I personaggi, ricchi di sfumature, sono molto umani e dunque vengono rappresentati con le loro debolezze. Su tutti spiccano le figure dei suoi genitori legati da un amore incondizionato, nonostante i problemi coniugali che tutte le coppie vivono (più o meno grandi che siano).
C’è una dicotomia costante tra il disinteresse per la realtà decadente e la continua ricerca della meraviglia, dello straordinario e della bellezza.
L’opera rappresenta la massima espressione del concetto di cinema di Sorrentino, ovvero come evasione da una realtà, per l’appunto, spesso deludente. 
Il mezzo è utilizzato per rivivere i ricordi e, laddove questi non arrivano, per creare attraverso l’immaginazione.
Nonostante la giovinezza del protagonista sia stata spezzata troppo presto, le emozioni tipiche del passaggio dall’adolescenza all’età adulta sono narrate in modo universale. In questo periodo così particolare  i sogni sembrano talmente grandi che sono difficili anche da raccontare.
Ma, come insegna Maradona, per tirarli fuori dal cassetto e realizzarli occorre “solo” una cosa: la perseveranza.


SPENCER di Pablo Larraín


Spencer si concentra su tre giorni della vita di Lady D., nello specifico dalla vigilia di Natale al Boxing Day.
Diana è un’anima fragile e viene mostrata in tutte le sue debolezze. Soffre la pressione del ruolo che ricopre ed a Corte si sente più prigioniera che principessa. Non riesce ad esprimere la sua personalità, viviamo tutto il malessere che si prova nel sentirsi fuori luogo e, al contempo, la liberazione nello scoprire la bellezza delle piccole cose.
Talvolta il film risulta ripetitivo soprattutto a causa di una sceneggiatura poco incisiva, ma la messa in scena e la colonna sonora elevano l’opera tutta.


ALEX ISH

TRANCHÈES di Loup Bureau

Documentario; Fuori concorso Venezia78

Il giornalista francese Loup Bureau ha trascorso mesi sul campo a documentare i soldati ucraini che combattono contro i separatisti sostenuti dalla Russia, filmando la vita al fronte di questa lunga guerra.
 Girato quasi completamente in bianco e nero, il documentario/reportage ci mostra attraverso gli occhi, oramai spenti, di alcuni soldati, il conflitto russo-ucraino nella regione orientale del Donbas. Bureau che diventa piuttosto intimo con questo piccolo plotone, fa loro esporre, candidamente, le loro paure e difficoltà.
La vita nelle trincee è molto dura. I soldati usano pala e piccone per scavare il terreno, così che possano creare dei rifugi per ripararsi da futuri bombardamenti. La narrazione si concentra proprio su questo aspetto, sulla vita in trincea di questa guerra, che per modi e tempi è paragonabile al primo conflitto mondiale. A pochi chilometri di distanza, i diplomatici cercano di negoziare una tregua, che però sembra non arrivare mai.
Bureau dirige un documentario dallo stile asciutto, dove oltre ai brevi titoli di testa e di coda, fornisce allo spettatore poche informazioni, chiedendo invece semplicemente di guardare e imparare.


LAST NIGHT IN SOHO di Edgar Wright 

Last Night in Soho riporta dietro la macchina da presa, dopo ben quattro anni, Edgar Wright. Da uno sperduto paesino della Cornovaglia, Ellie si trasferisce a Londra per studiare moda e coronare il suo sogno di diventare stilista. La vita studentesca nella metropoli non comincia nel migliore dei modi, decide quindi di trasferirsi in una stanza singola a Soho, dove fin da subito, durante la notte, comincia a rivivere i ricordi di Sandy, un’aspirante cantante della Londra anni ’60. Solo che questo sogno, si trasformerà presto in un incubo…
La prima parte del film viene rappresentata come un sogno da cui non vorresti svegliarti, un po’ come in Midnight in Paris, in cui il protagonista sogna e prova una nostalgia per un’epoca mai vissuta. La seconda parte si presenta invece come una visione mostruosa, piena di momenti dolorosi e paurosi. Il film è una tenebrosa lettera d’amore a Londra, in particolare al quartiere di SoHo; e anche un avvertimento a tutti quei sognatori che si lasciano trasportare troppo dalle proprie fantasie, che si spingono verso mondi “lontani”, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. La fotografia di Chung Chung-hoo ci trasporta in questo mondo, strizzando l’occhio alle atmosfere refniane di “The Neon Demon”, un turbine di luci allucinogene blu, rosse e viola. Eccellenti le performance delle due attrici, legate da una profonda alchimia, che incarnano due personaggi femminili agli antipodi, ma che in qualche modo si completano a vicenda, risultando diverse e allo stesso tempo simili…
Meravigliosi sono i costumi che si accompagnano alla bellissima musica anni ’60 - da segnalare la bella performance di “Downtown” interpretata dal personaggio di Taylor-Joy.

8.9.21

Recensione" Il collezionista di carte" (The Card Counter)

 

Un grande film che, purtroppo, a causa di difetti per me evidenti (un personaggio, alcune forzature, alcuni dialoghi) non ce la fa ad essere grandissimo.
La storia di un giocatore di carte (black jack e poker) con alle spalle un passato terribile.
La sua amicizia con un ragazzo al quale sente di "dover" far da padre, lo porterà a riaffrontare quel passato e a giocare il suo futuro come fosse una partita di poker, calcolando i rischi e sperando di fare la scommessa giusta

presenti spoiler


La prima cosa è abbastanza inquietante come coincidenza.
Trovo Tye Sheridan un grandissimo giovane attore.
Anche se l'ho visto solo due volte.
Ed è incredibile come negli unici due film in cui l'ho visto, questo e The Mountain, interpreti praticamente lo stesso ruolo, ovvero quello di un ragazzo ormai solo, senza famiglia (e con il fantasma della madre sempre presente) che accetta di fare un viaggio on the road con un adulto appena conosciuto, con Jeff Goldblum attraverso gli ospedali psichiatrici americani degli anni 50 in The Mountain e con Oscar Isaac attraverso i casino statunitensi in questo film qua.
E' incredibile perchè questo tipo di soggetto (giovane ragazzo senza famiglia portato in giro da uno sconosciuto attraverso gli Stati Uniti) è davvero già di suo molto poco battuto, che tutte e due le volte sia capitato allo stesso attore è particolare.

La seconda cosa, anch'essa inquietante, ma per altri motivi, è il titolo italiano del film.
L'originale è The Card Counter (colui che conta le carte da gioco) ma in italiano, per ricalcare vecchi titoli del passato di successo, si è tradotto "il collezionista".
E' abbastanza vergognoso, sia per la differenza abissale dei due termini sia perchè, anche a livello contenutistico, mentre il "contare le carte" è la vera e propria metafora del film, non c'è niente nello stesso film che anche lontanamente possa rimandare alla collezione.

La terza cosa è che ormai si può affermare senza problemi quanto Oscar Isaac sia uno de mostri della nuova generazione.
Viso fatto e finito per il cinema, scelta dei film da interpretare eccellente, personaggi uno più bello dell'altro, sua riuscita ogni singola volta grandiosa.

La quarta cosa è che io, di Schrader, ho visto un solo film prima di questo, Affliction (presente anche nel blog, piaciuto molto ma ricordo poco), quindi scriverò solo per quel c'ho visto.

La quinta cosa è il film.
Ed è un film a mio parere pieno di pregi e carico di difetti, in ogni suo aspetto.
Sulla somma finale i primi sono nettamente superiori (il film è molto bello) eppure di cose che per me non vanno ce ne sono più d'una, e anche pesantine.
Parto prima da quelle.
Innanzitutto è un film a, praticamente, tre soli personaggi.
Il problema è che uno, quello di lei, secondo me è debolissimo. Non mi è piaciuto il personaggio, non mi è piaciuta l'attrice, non mi è piaciuto il ruolo che ha nel film, l'interazione con gli altri.
L'unica cosa che ho amato di lei è la notte d'amore e di sesso con William. Non per il fatto in sè ma per il significato della stessa, su cui torneremo.
Passando ad un altro aspetto che mi ha lasciato molto molto perplesso andiamo ai dialoghi.
The Card Counter è un film di quasi solo dialoghi, stranamente sempre di coppia (mai in 3 o di gruppo). Ecco, è abbastanza incredibile come si passi da dialoghi portentosi (quasi tutti quelli tra Isaac e Sheridan, specie quelli su Abu Ghraib) ad altri davvero debolissimi, ovvero quelli tra Isaac e lei. Ce ne sono talmente tanti che quasi si perde il conto, uno meno interessante dell'altro (e girati in maniera talmente canonica con campo e controcampo che sembra a tratti di vedere un film tv).


Devo poi, sempre restando nella sceneggiatura, rimarcare almeno un personaggio ridicolo (il giocatore americano con la claque che va bene una volta, due volte, tre volte, ma 10 volte quelle scenette siamo vicini al trash), un finale per niente verosimile (lui che accetta una sfida a torture alternate con Gordo) ma che si salva con una possibile lettura metaforica e l'incapacità del film, fino a 20 minuti dalla fine, di salire di giri e partire veramente.
Tanto che ho pensato che la frase che dicono ad un certo punto, quella sulla vita "sempre uguale e ripetitiva", fosse in qualche modo un'affermazione che riguardasse lo stesso film, un'opera per quasi tutta la sua durata volutamente ripetitiva.
Il "problema" è che il film, per il resto, ha tanto tanto di bello.

2.9.21

Recensione: "The Endless" - Su Prime

 

Un gran bel film che mischia addirittura le sette, Lovecraft e i loop temporali (in maniera molto soft, non è un horror, tutti possono vederlo).
Il soggetto è interessantissimo, la lunghissima prima parte preparatoria davvero notevole.
Poi il film mette dentro tutte le cose dette sopra e se è vero che sì, diventa più suggestivo, più pieno di cose, potenzialmente straordinario allo stesso tempo, ahimè, per colpa di un pò di confusione e una scrittura non eccezionale paradossalmente fa un passo indietro rispetto alla prima parte più sotto le righe.
In ogni caso un titolo da vedere senza pensarci

Appena ho saputo che c'era un film che riusciva a mischiare il mondo delle sette, quello dei loop temporali e Lovecraft non ho saputo resistere.
I film sulle sette mi appassionano da sempre, specie quando più che sull'horror restano sul drammatico/thriller. Pochissime volte ho sentito dei titoli di questo genere battere il terreno della fantascienza però, davvero affascinante.
E The Endless affascinante lo è, davvero.
Se non fosse per un secondo tempo secondo me non scritto benissimo potremmo quasi parlare di gioiellino.
Justin e Aaron sono due fratelli che vivono in condizioni veramente disagiate. Entrambi disoccupati, soldi quasi niente, sono ai limiti della povertà.
Un giorno ricevono una vhs (e il mondo dell'audiovisivo sarà importantissimo) da Camp Arcadia, una specie di comune di persone nella quale i due ragazzi hanno vissuto la propria infanzia e adolescenza per poi scappar via.
Sono passati 10 anni.
Justin li considera una setta di psicopatici che credono agli Ufo e al suicidio di massa. Aaron invece, che all'epoca era un bambino, ha ricordi bellissimi di quel periodo.
Justin gli concede di tornare là, per un solo giorno, giusto per dimostrargli da dove sono andati via e che aveva ragione lui.

The Endless ha forse il suo pregio principale nel cercare di volare molto alto, fino a livelli esistenziali. Eppure questa cosa un pochino gli si ritorcerà contro.
In realtà la prima ora è un film "normale" (ossia niente loop e niente Lovecraft) che funziona alla grandissima.
La storia è interessante, lo spettatore sta lì cercando di capire dove si andrà a parare, i personaggi dei due fratelli sono buoni (meno quelli della comune per me).
Un'ora che sembra un lunghissimo prologo a qualcosa che deve per forza accadere, sia al film che al plot.
Eppure in tutta questa parte così preparatoria (niente a che vedere con l'ultima mezz'ora) si fa fatica a trovare un difetto.
Iniziamo già a capire quanto la "natura" sia minacciosa (ci sono tantissime inquadrature di elementi naturali più "grandi" di noi, tra l'altro spesso con un uso della God's Eye View che solo nel finale capiremo quanto sia importante).
Iniziano a venir fuori elementi strani, come il fatto che tutti gli adepti non paiano invecchiati in 10 anni.
E poi avremo due scene veramente magistrali che cominceranno a farci capire che forse, ma solo forse (perchè una piccola spiegazione razionale ci può comunque essere) in quel luogo c'è qualcosa che con l'umano non c'entra nulla.
Mi riferisco alla scena della fune, tra l'altro fotografata magistralmente. Scena ipnotica, simbolica, inquietante.


E poi una piccola scena successiva, molto meno simbolica e "costruita" ma comunque davvero bellissima, che è quella dei giochi di magia.
Tra l'altro da non sottovalutare quando Justin dice "no, non è la carta giusta" (pur essendolo) perchè testimonia come quel ragazzo, anche davanti a prove che lo smentiscono, voglia raccontare a sè stesso e agli altri di come là dentro niente sia reale, tutti siano matti e nessuno capace di ragionare.
Se aggiungiamo poi "l'uomo che ride" (inquietantello) e "l'uomo che cammina" (che poi conosceremo) l'atmosfera si fa ancora più densa senza che, alla fine, sia successo nulla.

Poi avremo le foto e poi l'elemento che, una volta per tutte, ci toglierà ogni minimo dubbio e ci farà capire che sì, il film racconta di qualcosa che di umano ha poco.
Mi riferisco alle due lune. 
In realtà ancora adesso potremmo labilmente portare avanti una spiegazione razionale (le droghe) ma il problema è che queste vie secondarie, quelle delle droghe appunto o quella della birra, son davvero tanto tanto deboli (quella della birra poi sembra importantissima ma non porterà a nulla).
E  il vero The Endless comincia...



Ed ecco qui lo strano inghippo del film.
Quando The Endless si svela, quando comincia ad aggiungere  cose, quando vola in alto, quando irrompono prepotentemente loop temporali e Lovecraft, ecco che il film diventa 10 volte potenzialmente più grande e interessante ma, allo stesso tempo, rischia di affossarsi da solo (mentre nella prima parte, così sotto le righe, era perfetto).
E non parlo tanto di qualche scena malfatta con gli effetti speciali (il finale) e non parlo neanche dell'esistenzialismo che comincia ad ammantare il film (ottimo), ma più che altro della confusione che si crea.