"Questo deve essere il posto"
avrà pensato Aloise Lange dopo aver scoperto chi era quella specie di relitto
umano che gli si è presentato davanti. La neve del resto la vedevano anche loro
dall'altra parte del filo spinato, la giovinezza e la spensieratezza, in quella
neve, la persero tutti, buoni e cattivi. Non c'è posto migliore di questo,
freddo, innevato, sperduto, fatale.
"Questa deve essere l'ora" avrà
pensato Aloise Lange, perchè si può scappare un'intera vita da qualcosa o da
qualcuno, anche da se stessi, e Aloise Lange questo lo sa, ma poi l'ora arriva
e forse in questo caso meglio tardi che mai anche se Cheyenne pensa che tardi è
sempre e semplicemente tardi. Questa è l'ora, inutile combattere, e se non è
stato lui a trovarmi è giusto che l'abbia fatto Cheyenne.
"Questo deve essere il modo",
ecco, questo Aloise Lange non l'ha pensato di certo, perchè in situazioni come
queste più che pensare una certa cosa la si spera proprio, si spera che parta
quel colpo di pistola a cancellare per sempre un'esistenza che, colpevole o no,
ha un peso troppo grande su spalle troppo piccole, si spera che il cerchio si
chiudi in maniera definitiva, che i pensieri fuggano per sempre. Lange
apprezza l'inesorabile bellezza della vendetta, la perseveranza che porta alla
sua grandezza. Ci sono però vendette più ironiche ma infinitamente più
terribili, vendette che chiudono il cerchio in maniera ancora più perfetta, e
il Giotto in questione è Cheyenne, che un colpo lo spara, da una macchina
fotografica però, e poi manda quel corpo rinsecchito a camminare nel freddo
contrappasso dei ricordi. A volte si può esser nudi per mettersi nei panni di qualcun
altro.

"Questo deve essere il mio nuovo
inizio" avrà pensato Cheyenne, che per 40 anni ha portato i propri 15 anni
sotto chili di cerone e rossetti che reggono un giorno intero.
Perchè un conto è sentirsi bambini per
sempre, un altro esserlo davvero.
Questo è il mio nuovo inizio, lo sa
Cheyenne che fuma la sigaretta della maturità, che torna quel figlio che aveva
dimenticato di essere, che quel cerone, barriera di una vita, ora può
toglierselo di dosso.
E se Sorrentino in ogni inquadratura, in
ogni movimento di macchina, in ogni musica rasenta così la perfezione da
sembrar finto a me non frega nulla.
Se Messi fa per la 35° volta le sue
serpentine io non dico "che palle", io godo.
E godo di Sorrentino anche se tante volte
quelle serpentine, quegli uno due straordinari, quei cucchiai magnifici, non
portano a nulla.
Come con la terribile scena di David
Byrne, quasi una decina di minuti completamente fuori dal resto, una marchetta
davvero fastidiosa (mi riferisco all'estenuante carrellata indietro della canzone,
non al dialogo).
O come quell'indiano che sale e scende dal
pick up come Dio solo lo sa.
O come quel meraviglioso ma quasi
inconcepibile finale che in maniera troppo brusca e forse semplicistica ci
regala un altro uomo cancellando in un amen decenni della propria vita. Ma il
figlio mai stato figlio prima o poi doveva tornare, i cerchi, l'abbiamo detto,
si chiudono sempre. Meglio tardi che mai, stavolta anche Cheyenne sarà
d'accordo, perchè quel sorriso, alla fine, esce fuori anche a lui.
Cheyenne chiude tutti i cerchi, quelli che
ha cominciato lui e quelli che ha dovuto solo finire.
Tutti piccoli cerchi di piccole storie
perchè quello più grande, quello della Storia, non si chiuderà mai.

"Questo doveva essere il mio
destino" avrà pensato probabilmente l'ex bambino che ha saputo suonare la
chitarra.
Forse si può ancora recuperar tutto.
Una madre.
Una sorella.
Una moglie.
Sè stesso.
Meglio tardi che mai John Smith.
E lascia perdere quella specie di pelota
spagnola.
Metti l'acqua in quella piscina e non aver
paura di tuffartici dentro.
( voto 8 )



























