15.4.12

Recensione: "This must be the place"

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"Questo deve essere il posto" avrà pensato Aloise Lange dopo aver scoperto chi era quella specie di relitto umano che gli si è presentato davanti. La neve del resto la vedevano anche loro dall'altra parte del filo spinato, la giovinezza e la spensieratezza, in quella neve, la persero tutti, buoni e cattivi. Non c'è posto migliore di questo, freddo, innevato, sperduto, fatale.

"Questa deve essere l'ora" avrà pensato Aloise Lange, perchè si può scappare un'intera vita da qualcosa o da qualcuno, anche da se stessi, e Aloise Lange questo lo sa, ma poi l'ora arriva e forse in questo caso meglio tardi che mai anche se Cheyenne pensa che tardi è sempre e semplicemente tardi. Questa è l'ora, inutile combattere, e se non è stato lui a trovarmi è giusto che l'abbia fatto Cheyenne.

"Questo deve essere il modo", ecco, questo Aloise Lange non l'ha pensato di certo, perchè in situazioni come queste più che pensare una certa cosa la si spera proprio, si spera che parta quel colpo di pistola a cancellare per sempre un'esistenza che, colpevole o no, ha un peso troppo grande su spalle troppo piccole, si spera che il cerchio si chiudi in maniera definitiva, che i pensieri  fuggano per sempre. Lange apprezza l'inesorabile bellezza della vendetta, la perseveranza che porta alla sua grandezza. Ci sono però vendette più ironiche ma infinitamente più terribili, vendette che chiudono il cerchio in maniera ancora più perfetta, e il Giotto in questione è Cheyenne, che un colpo lo spara, da una macchina fotografica però, e poi manda quel corpo rinsecchito a camminare nel freddo contrappasso dei ricordi. A volte si può esser nudi per mettersi nei panni di qualcun altro.

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"Questo deve essere il mio nuovo inizio" avrà pensato Cheyenne, che per 40 anni ha portato i propri 15 anni sotto chili di cerone e rossetti che reggono un giorno intero.
Perchè un conto è sentirsi bambini per sempre, un altro esserlo davvero.
Questo è il mio nuovo inizio, lo sa Cheyenne che fuma la sigaretta della maturità, che torna quel figlio che aveva dimenticato di essere, che quel cerone, barriera di una vita, ora può toglierselo di dosso.
E se Sorrentino in ogni inquadratura, in ogni movimento di macchina, in ogni musica rasenta così la perfezione da sembrar finto a me non frega nulla.
Se Messi fa per la 35° volta le sue serpentine io non dico "che palle", io godo.
E godo di Sorrentino anche se tante volte quelle serpentine, quegli uno due straordinari, quei cucchiai magnifici, non portano a nulla.
Come con la terribile scena di David Byrne, quasi una decina di minuti completamente fuori dal resto, una marchetta davvero fastidiosa (mi riferisco all'estenuante carrellata indietro della canzone, non al dialogo).
O come quell'indiano che sale e scende dal pick up come  Dio solo lo sa.
O come quel meraviglioso ma quasi inconcepibile finale che in maniera troppo brusca e forse semplicistica ci regala un altro uomo cancellando in un amen decenni della propria vita. Ma il figlio mai stato figlio prima o poi doveva tornare, i cerchi, l'abbiamo detto, si chiudono sempre. Meglio tardi che mai, stavolta anche Cheyenne sarà d'accordo, perchè quel sorriso, alla fine, esce fuori anche a lui.
Cheyenne chiude tutti i cerchi, quelli che ha cominciato lui e quelli che ha dovuto solo finire.
Tutti piccoli cerchi di piccole storie perchè quello più grande, quello della Storia, non si chiuderà mai.

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"Questo doveva essere il mio destino" avrà pensato probabilmente l'ex bambino che ha saputo suonare la chitarra.
Forse si può ancora recuperar tutto.
Una madre.
Una sorella.
Una moglie.
Sè stesso.
Meglio tardi che mai John Smith.
E lascia perdere quella specie di pelota spagnola.
Metti l'acqua in quella piscina e non aver paura di tuffartici dentro.

( voto 8 )

13.4.12

Recensione "The Help"

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mmm
mmm
mmm
ho sempre sognato di iniziare una recensione così, con questa specie di onomatopea del dubbio insomma, perchè in realtà questo è quello che accade sempre, quando mi metto a scrivere non so mai che caspita dire, tutto viene un pò da sè.
In questo caso poi il mmm ha un duplice significato perchè per una volta pure io che solitamente fatico a vedere la furbizia anche quando è manifesta, stavolta ho davvero serissimi dubbi che The Help un pò furbetto lo sia davvero, forse persino più di un pò.
Quindi malgrado avrei potuto parlarne non bene, ma più che bene, sono un pò frenato da questa sensazione di confezionamento ad hoc, di scarsa genuinità e verità, di tentativo, peraltro riuscito, di strizzare l'occhio allo spettatore di turno.
Certo fare un film su un problema così mastodontico come quello del razzismo dell'America ani 50/60 può facilmente prestare il fianco a bubboni di retorica lì lì per scoppiare ma la sensazione che quasi ogni personaggio, ogni dinamica ed ogni tentativo di esprimere un concetto e un punto di vista sia un pò costruito a tavolino rimane.

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Intendiamoci eh, The Help rimane un gran film, forse grandissimo, recitato in maniera meravigliosa, con una perfetta ricostruzione di ambienti e modi di vivere dell'epoca, con la sobrietà di non voler causare la lacrima facile e l'anti-cinematograficità di non costruire a tutti i costi scene madri qua e là.
Il cast è stellare, forse non nei nomi ma sicuramente nel risultato. Emma Stone si toglie i vestiti da easy girl e si tuffa alla grande nel suo primo personaggio realmente "impegnato" in carriera; Viola Davis e Octavia Spencer fanno a gara di bravura con la seconda a vincere ( Minny, la cuoca grassa) meritando senza alcun dubbio il premio Oscar assegnatole; e anche la figlioletta di Ron Howard è insopportabilmente brava nel personaggio di Hilly, razzismo serpeggiante nascosto in una vita finta come una quinta teatrale.
Certo, i personaggi sono quasi al limite del credibile, i bianchi ricchi, razzistissimi, raffinati e belve, i neri vittime, umili, buoni e intelligenti. Fortunatamente in The Help non mancano le eccezioni e forse è proprio nei personaggi secondari che credo di aver trovato il mio oro del film.

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Ho trovato infatti straordinario il personaggio della madre di Skeeter (la ragazza giornalista che scriverà il libro,un libro vero tra l'altro, che dà titolo al film). Anche lei è imprigionata nella sua vita borghese di abiti confezionati e gioielli, di feste imbalsamate e di preconcetti ineliminabili, di apparenza che tiene l'essere sotto strati e strati di cerone. Ma è, a differenza degli altri, una donna intelligente, una che quella prigione di vetro la spaccherebbe a martellate, una che è prigioniera di sè sapendolo di essere. Non è un caso che sia la protagonista di quella che è per me la scena più bella del film, l'insensato licenziamento delle due cameriere a casa sua. Quelle lacrime agli occhi quando le accompagna alla porta valgono da sole la scrittura di un personaggio.
E straordinaria è anche Celia, la ragazza che vorrebbe essere come le altre ma non viene accettata. Troppo semplice, troppo pura, forse troppo stupida per trovare un posto nelle malvagie e leccate sovrastrutture tirate su dalle altre donne bianche. Personaggio tragico anche il suo, veramente notevolissimo. La scena in cui porta la torta ma non viene fatta entrare è costruita magnificamente.
Non mancano poi scene divertentissime come quelle del pollo fritto, quelle, forse troppo reiterate, sulla torta "particolare", o i water depositati in giardino (con la bambinella che come contrappasso ci fa la popò dentro). E anche nei dialoghi la sceneggiatura regala momenti notevoli, come Aibileen che raccontando della morte del figlio dice "io ogni anno il giorno della sua morte non riesco a respirare, per voi è solo un'altra partita a bridge" o come quando la stessa Aibileen dice alla fine ad Hilly " ma non sei stanca?". Ho trovato questa battuta di una bellezza terrificante perchè credo anche io che fingere una vita così, usare la cattiveria ad ogni piè sospinto, mancare del tutto di un minimo d'umanità sia una cosa incredibilmente stancante tanto da provare più pena che rabbia per tali persone.
E alla fine nella magnifica (ma furbetta) scena della bimba che sbatte sui vetri la propria disperazione non ho voglia di fermarmi a quello che mostra ma andare oltre.

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Quella bambina non è soltanto una bambina che ha ricevuto più amore dalla sua serva negra che dalla madre bianca.
Quella bambina siamo noi ancora puri, ancora innocenti, ancora inconsapevoli di tanto schifo che la vita ci butterà poi sopra.
La bambina sbatte sui vetri perchè ancora le cose non le sa. Ma le saprà.
Non lo sa mica cos'è il razzismo, cos'è la cattiveria, quali sono talvolta le aberranti leggi dell'uomo.
Non sa niente, come non sanno niente tutti i bambini, e non c'è mai stato un non sapere più bello di questo.
Magari noi cara bimbetta potessimo piangere per questo. Piangere semplicemente perchè una persona se ne va, perchè il cuore ci si spezza.
Magari noi potessimo non sapere tutte le cose che stanno dietro al far andare via una persona o al far spezzare un cuore.
Magari noi cara bimba.
Magari noi.

( voto 7,5 )

9.4.12

Recensione: "L' Ultima Missione"

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Dopo la straordinaria sorpresa di Non dirlo a nessuno mi ritrovo ancora una volta a vedere quasi per caso, un grandissimo noir francese, molto più poliziottesco del film di Cantet ma altrettanto cupo, fosco, disperato. La presenza di Daniel Auteil, attore che amo profondamente, era già parziale garanzia circa il livello del film anche se in realtà a spingermi senza riserve alla visione è stato vedere chi fosse il regista, quel Marchal di cui avevo sentito mirabilie per il precedente 36 (che recupererò di certo a questo punto).
Se avessi ancora avuto dei dubbi su ciò che mi aspettava sarebbero comunque bastati i primi 10 minuti di visione per dissiparli. Quel dialogo in bianco e nero, quell'Auteil che barcollante si alza dal suo posto e dirotta il pullman, quel flash back (fil rouge dell'intero film) che lo assilla, c'è puzza di grande cinema in ogni fotogramma.
Ci troviamo davanti a un film certamente non perfetto,una pellicola senz'altro debitrice in molte sequenze di un certo cinema di genere, una sceneggiatura sì ottima ma che a livello puramente narrativo sembra avere almeno un difetto (che vedremo poi).
Però che film ragazzi...



In una Marsiglia sporca e peccaminosa si mischiano almeno tre vicende. Quella privata di Louis Schneider, poliziotto investigativo la cui vita è stata letteralmente devastata da un terribile incidente stradale, quella di Justine terrorizzata dalla possibile uscita di galera del killer che sterminò in maniera quasi inumana la sua famiglia, e quella generale, colonna portante del film, sulle indagini di nuovi atroci delitti di un serial killer che violenta e uccide senza la minima pietà le sue vittime.
Forse è da individuare proprio qua l'unica possibile debolezza di Mr 73 (titolo originale, dal modello della pistola in dotazione quegli anni nella Polizia Francese), ossia nella non perfetta coesione o legame di questi tre (o almeno due) diversi filoni narrativi. Non abbiamo cioè un'escamotage alla Silenzio degli innocenti in cui lo straordinario rapporto Starling-Lecter era sempre unito più o meno sottilmente alle vicende di Buffalo Bill. Qua più volte ci chiediamo quale sia in realtà la vicenda principale e se mai queste diverse situazioni andranno a collimare ad un certo punto.
Trait d'union rimane comunque il personaggio di Louis, un Auteil come sempre strepitoso, poliziotto senza niente cui più chiedere alla vita, un uomo che si sta solamente facendo trascinare verso il baratro. Il suo sguardo nel vuoto, quegli occhiali rossi, la puzza di birra e sporco che quasi esce dallo schermo, un vero e proprio relitto umano che cerca per l'ultima volta di fare il suo lavoro. Non è facile però cercare di fare il proprio lavoro in mezzo ad una polizia criminale così corrotta e sordida (grandi gli attori, specialmente la Marchal, moglie del regista)  e non è un caso che lo spietato e splendido finale non sia solo il punto estremo di un tremendo mal di vivere personale ma riguardi anche un paio di regolamenti di conti in tal senso.

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Il ritmo è teso, specie perchè il film trasuda cattiveria dapertutto, nei terribili omicidi del serial killer (il primo corpo ritrovato è straordinario in questo senso); nella vicenda di Justine -la bellissima Olivia Bonamy, la ragazza del capolavoro di genere Them- e del massacro che segnò la sua infanzia nel personaggio interpretato da Philippe Nahon, l'indimenticabile protagonista di Seul contre tous; nei flash back -in un bianco e nero maestoso- di Louis; nell'assoluta mancanza di speranza e di gioia nell'esistenza dello stesso protagonista.
Non mancano (rarissimi) momenti di stanca ma anche qua ci troviamo davanti all'ennesimo polar francese di livello eccellente. Strepitosa la sequenza al buio naturale di Justine che stende i panni.
Il finale, come accennato sopra, è caratterizzato da una luce nerissima, tanto bello e coinvolgente quanto terribile e devastante.
Un montaggio alternato di rara efficacia con un solo, grande, significato.
In mezzo a tutta la disperazione, la disillusione, la morte, lo schifo e la cattiveria che pervadono il film dall'inizio alla fine può comunque nascere qualcosa di bello.
Pochi secondi, pochi fotogrammi di gioia e speranza in un film che non ne conosce minimamente il significato.

( voto 8 )

6.4.12

Recensione: "Dread"


presenti numerosi spoiler
Potenziale filmone, indubbiamente.
Se non fosse che Dread cade proprio sull'aspetto che poteva renderlo davvero interessantissimo, una torbida e profonda analisi psicologica di quelle che sono le paure dell'uomo e l'impossibilità di cancellare il ricordo delle tragedie passate, quelle tragedie che inevitabilmente segnano e cambiano le nostre vite per sempre.
Purtroppo il tentativo di fermarsi negli argini del thriller psicologico fallisce ed esonda nel finale in alcuni clichè tipici dell'horror o dell'ormai imperante torture.
Tre studenti decidono di girare un documentario (più che documentario una serie di interviste) su quelle che sono le paure più profonde dell'uomo. In realtà il documentario serve a Quaid, uno dei ragazzi, per cercar di capire come affrontare la Bestia, la Paura Regina di ognuno di noi, visto che lui stesso convive con una davvero terribile. L'esperimento sfugge un pò di mano ai ragazzi. Il  finale sarà davvero terribile praticamente per tutti.
Da un racconto di Clive Barker (anche sceneggiatore) Dread si presenta subito come film molto interessante e abbastanza originale nel panorama moderno dell'horror. L'atmosfera è malata, torbida, insidiosa. 

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L'istanza autoriale (che secondo me crolla nel finale) si vede sin da subito, si parla di filosofia, di vita e di morte, di paura del passato e del futuro. I protagonisti sono davvero portentosi, Stephen (interpretato dal bellissimo Jakson Rathbone, fossi stata una ragazza avrei preso una cotta) è davvero un personaggio capace di entrare in empatia con lo spettatore. E non sono da meno il pazzo del gruppo e le due ragazze, tratteggiate con molta delicatezza e profondità.
Il montaggio alternato iniziale, l'interessante e curiosa scelta di spostare il punto di vista ora su Stephen ora su Quaid, i personaggi secondari, ma non troppo, delle due ragazze, tutto funziona alla perfezione e rende Dread un film dal quale è difficile togliere lo sguardo. Piano piano il taglio dell'opera, quello basato su una crudeltà davvero notevole, viene fuori sempre più prepotentemente, Dread diventa un'efferata macchina di sangue e vendetta.
E, forse, è lì che perde molto del suo fascino. Prima le sequenze notevoli non mancano, l'intervista della ragazza con la voglia in tutto il corpo è davvero potente, il gioco di sguardi dei due protagonisti girato alla perfezione, le sequenze degli incubi di Quaid sono molto incisive (il killer sembra un pò il Chigur di Non è un paese per vecchi), l'intervista alla finta suicida e quel "non si possono non aver paure!" molto interessante, fino ad arrivare al punto più alto della pellicola, quello emotivamente più forte, ossia il video della ragazza mostrato in facoltà (praticamente un replay della straordinaria scena della chiesa in Ben X).



Fino a qua il tratteggio psicologico è perfetto, le vicende sono dannatamente credibili e umanamente devastanti, poi una serie di gratuità rovina, e non di poco, la pellicola. La tortura al ragazzo sordo, gli spari alle orecchie davvero inverosimili, la terribile tortura autoinflittasi della ragazza "vogliata", Joshua che esce dall'ospedale e va a casa di Quaid ma spara ad un altro, la sevizia con la bistecca, tutta l'esplosione delle paure di ognuno in contrappasso analogico o per contrasto dantesco, sono scene sì visivamente belle e forse necessarie affinchè il film acquisti più spettatori e consensi in un certo pubblico, ma banalizzano terribilmente il tutto, rendono Dread un horror altamente consigliabile ma lo allontanano senza dubbio dal potenziale mezzo capolavoro e intelligentissimo film che tutta la prima parte lasciava presagire.
Davvero un peccato.
Visione comunque obbligata per gli amanti del cinema sporco, malato, torbido e violento.

( voto 7 )

3.4.12

Recensione: "Lady Vendetta"



Provateci voi se vi riesce.
Provate voi a mixare personaggi macchietta come quello del prete, immagini in luce sovraesposta, giochi grafici kitsch, monologhi rivolti allo spettatore, sogni e immaginazioni surreali (vedi cane-uomo sulla neve), inquadrature virtuose davvero al limite, nuvole che leggono il pensiero e un montaggio che non solo si diverte ad andare avanti e indietro ma va anche da un personaggio all'altro.
Provateci voi dai, e poi vedete che pastrocchio ai limiti del ridicolo può venire fuori.
Ma se dietro la macchina da presa c'è uno col talento di Park tutte quelle assurdità acquisiscono dignità, credibilità, spessore, a volte anche punte di lirismo.
Ora, mettete anche una grassona che si fa beeeppppp la beeeeeeppp e poi viene uccisa bevendo candeggina, una che offre un rene perchè non si sa, uno che mentre mangia senza dir niente si alza, mette in retromarcia la moglie e poi si rimette a mangiare come niente fosse (scena epocale, sublime), la stessa persona che traduce dal coreano all'inglese quello che gli capiterà, un gruppo di persone che con i numerini stile coop entra a torturare un uomo, lo stesso gruppo di persone, persone per bene eh, che dopo il massacro si scatta una foto.
Eh, mettete tutto questo.
E restate, se potete, credibili.
Vedete un pò se riuscite malgrado tutto a tirar fuori l'ennesimo capolavoro.
Sì perchè Lady Vendetta fa di tutto per sfiorare il ridicolo ma rende invece quasi ridicoli tutti film che gli somigliano.
Perchè in mezzo a tutto l'ambaradan di pazzie che Park vi mette dentro la materia è tosta, nera come il dolce al peccato che mangia il gruppo alla fine, fosca, torbida.

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E se è vero che Geum-ja sa irradiare dal proprio viso è anche vero che sa pure organizzare un massacro, punire nel miglior modo dei modi un essere aberrante, Mr Baek (un ancora grande Choi Min Sik, devo il nome a lui, ancora alle prese con una prova attoriale di fisicità massacrante, durissima), uno che per comprarsi uno yacht si divertiva ad ammazzar bambini.
Storia di vendetta, indubbiamente, ma soprattutto storia della ricerca di una impossibile redenzione, di una purificazione forse raggiunta solo alla fine, di un affrontare a muso duro i propri sensi di colpa.
Atonement, è costretto a ripetere 4,5 volte Mr Baek nella traduzione simultanea. Espiazione, già.
E il bianco dell'innocenza che si lorda del sangue del peccato. Be white, live white, like this. E non importa se la catarsi è meritata, non importa se sprofondare il viso nella purezza dopo averla assaggiata soltanto un pò (che scena ragazzi, quelle dita che le porta alla bocca) ci sporcherà per sempre di glassa d'amore. Questo verrà dopo, a noi interessa il lirismo di quell'immagine, il profondo significato che racchiude in sè. Già, il lirismo, la poesia.
Perchè in Lady Vendetta può esser poesia anche vedere dei ninnoli in un cellulare, ninnoli che nascondono una verità tremenda. Altri registi l'avrebbero mostrato in una prosa nuda e cruda, Park ha saputo farlo così.
Ed è lì il turning point, è lì che la vendetta da privata diventa privatamente pubblica.

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Ed è lì che ha inizio il terribile volto del film, un volto fatto di videocassette al limite della sopportazione (anche per lo spettatore), di bimbi che urlano "Papà salvami!" a un papà che non ci può essere, di uomini che ascoltano attraverso dei cavi la crudeltà con la quale verranno uccisi, di ispettori che insegnano a pugnalare, di teli pieni di litri di sangue.
Una morte non cancella una morte, su questo non ci piove.
Ma il dolore e la rabbia possono essere incanalati in qualcosa.
E Geum-ja ha soltanto trovato in cosa, seguirla è normale.
Poi Geum-ja si toglie l'ombretto color sangue.
Mangia le due torte, quella nera della vendetta appena portata a termine, quella che rappresenta il lato più oscuro di noi, e poi quella della nuova vita.
Nevica, more white, eat white Geum-ja.
C'è tua figlia lì davanti.
Ed ora silenzio.
Perchè in Francia si dice che in questi momenti sta passando un angelo sopra le nostre teste.
Allora non resta altro che stare zitti.
E alzare quelle teste.

( voto 9 )

30.3.12

Recensione: "Il papà di Giovanna"

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O.k, questo sarà periodo di innamoramenti per me, su questo non ci piove.
Dopo il devastante falling in love per Synecdoche ecco infatti che non posso permettermi nemmeno di vedere un piccolo e bel film italiano in tutta tranquillità che mi scatta qualcosa per una delle attrici, la meravigliosa Alba Rohrwacher, interprete di cui avevo sempre sentito parlar benissimo ma che ha saputo letteralmente stregarmi in questo ottimo, misurato e ben scritto film di Pupi Avati, regista di cui ho apprezzato tante cose ma che, forse perchè troppo prolifico, non ho mai considerato grandissimo.
Ma torniamo alla Rohrwacher. Credo che la sua interpretazione dimessa, ingobbita, sfuggente, malinconica ma allo stesso tempo semplice, pura, a tratti vitale, dolcissima sia davvero meravigliosa, c'è una grazia e un sentimento nella sua arte recitativa davvero sorprendente. Anche nelle scene più esagerate e a rischio di macchietta (come nel manicomio, sul quale torneremo) la sua tecnica e la sua magia la salvano dal rischio del ridicolo involontario. Tutte le scene con Orlando sono da incorniciare anche perchè risiede forse qua il maggior pregio de Il Papà di Giovanna, in una accuratissima e delicata analisi di certe dinamiche affettive e familiari. La cornice, l'Italia fascista negli anni della Seconda Guerra, tutte le vicende narrate, tutti gli snodi narrativi sono e restano, appunto, semplice cornice per una storia di genitori e figli, di tristezza, di incomunicabilità, di possesso e di distanza, di amore e della difficoltà di saperlo esprimere.




Il problema del film, l'unico, sono delle piccole tare che certo cinema, specie quello italiano, non sanno eliminare.
Ad esempio il ricorso al "pettegolezzo", all'avere informazioni nel film da gente che cicaleggia alle spalle è di un finto pazzesco. Ho contato almeno 4 scene in cui dietro i protagonisti la gente commentava la situazione (ad esempio il fatto che Michele, il padre, sia padre di un'assassina) in un modo veramente imbarazzante, fuori da qualsiasi realtà. Sembra una cavolata, ma questi son problemi di sceneggiatura secondo me abbastanza gravi, da fiction televisiva. Il non plus ultra è la scena dal panettiere.
E sto ancora aspettando un manicomio dove non ci sia uno che canta da solo, uno che strilla, due che fanno a botte, uno che ruota la testa, un altro che parla al muro etc,, etc... . Davvero, il ritratto dei manicomi nel cinema è quasi sempre di un macchiettistico davvero imbarazzante, e Avati non è da meno, anzi.
Anche se per rischiare di affondare il film il tentativo più grande lo fa la fucilazione sulla quale preferisco soprassedere....
Per il resto il film è davvero buono, perfette le ricostruzioni degli ambienti, ottime le interpretazioni dei 4 protagonisti (bravissimo anche Ezio Greggio, davvero), mentre nei secondari a volte c'è da mettersi le mani tra i capelli. E davvero sorprendente è la scrittura di tutti i rapporti reciproci nella famiglia di Michele (il titolo sembra banale ma secondo me è assolutamente perfetto in questo senso, questo è semplicemente il film di un padre e di sua figlia). Nello specifico spicca la bellissima e quasi struggente scena del ballo con l'avvenente madre (Francesca Neri, scusa eh) che si diverte, la figlia bruttina che la guarda rapita e il padre che goffamente cerca di farla volteggiare. Magistrale.

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"I figli belli li fanno i genitori che si vogliono bene", in questa malinconica frase che Giovanna dice al padre c' dentro tutto il film, l'assoluta inadeguatezza che si sente addosso Giovanna, il dolore per sè e per i suoi genitori, la consapevolezza dell'assenza d'amore, il motivo originario di tutta la sua tristezza, il ruolo di Michele, uomo che sa ma che vuol far finta di non sapere.
Son persone semplici sto padre e sta figlia, persone che si bastano l'un l'altra ma che vorrebbero, come tutti, poter non essere soltanto in due.
Quando due solitudini si incontrano, quando due anime semplici si trovano, quello che ne può venir fuori è qualcosa di incredibile, straordinario.
Però sono e restano due solitudini che si sono fatte una.
Sono e restano una solitudine con due facce.

( voto 7,5 )

24.3.12

Recensione: "Turistas"

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leggerissimi spoiler, come foglie trasportate dal vento
Vedo Turistas solo per disintossicarmi dalla malattia sineddotica di cui parlavo nell'ultimo post.
Insomma, dopo aver avuto il privilegio di vedere Dio ed essere stato abbagliato dalla Sua luce in maniera così devastante la necessità di posar le mie pupille su qualcosa di più umano e triviale era impellente.
Purtroppo mi è andata anche troppo bene, speravo in una boiata, mi sono ritrovato un filmetto.

Il Giovane Mericano arriva in vacanza in Brasile accompagnato da due amiche sempre mericane femmine degli gnocchi.
Un altro ragazzo gli si avvicina e dice:
"Portarsi due gnocche così in Brasile è come portare sabbia su una spiaggia"

Beh, ammetto che una battuta così dopo 5 minuti non è male, forse stiamo un pelino sopra la media.
Poi lo stesso ragazzo esclama" ho così sete che berrei il sudore di una scimmia".
Caspita, ma allora c'è davvero uno col senso dello humour dietro! Bravi!
Tutto contento di quest'incipit abbastanza brillante (susseguente a un'ottima, adrenalinica e folle corsa in autobus con tanto di altrettanto ottima caduta del mezzo nella scarpata) comincio poi a notare che il film è praticamente il documentario ufficiale sulla

F emmina che
R egala
E rezioni
G enitali
N egli
A ltri

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na cosa quasi fastidiosa, insomma, le cozze esistono, suvvia, e soprattutto in spiaggia, loro ambiente naturale.
Quando sono ormai sicuro che davvero invece di un film ci troviamo davanti al sopracitato documentario scientifico ecco che accade qualcosa, per farla breve ci sono anche i kattivi, ovviamente con esponenti della F.R.E.G.N.A in squadra.
Che capiamo? Semplicemente di trovarsi davanti ad Hostel in salsa caraibica.
Il plot è incredibilmente simile anche se sostituisce una velata critica sociale "paese povero che si vendica di quello ricco che lo sfrutta" al semplice e sadico divertimento dei ricconi rothiani.
Però, a sorpresa, Turistas non punta assolutamente sul tasto tortura sebbene l'unica abbastanza elaborata che ci presenta, un'asportazione del rene clandestina, sia realizzata in maniera pressochè perfetta (ve lo posso assicurare, il mio passato di asportatore di reni deve darvi la tranquillità della mia testimonianza).
Che dire? Scene girate alla grande- come tutte le subacquee con tanto di inquadrature molto discentiane e la corsa sotto la pioggia nella giungla-, attori più che sufficienti (specie il capo dei cattivi), ambientazioni davvero suggestive e un minimo d'azione mica da buttare.
Il problema è la mancanza di idee, una gestione dei tempi imbarazzante (l'inseguimento nelle grotte prende un quarto d'ora, ma che scherziamo? ma quando si è visto mai uno che bracca le vittime sott'acqua in apnea? poi se le raggiunge che gli fa, un grattino? per non parlare del passaggio notte/giorno ai limiti della credulità umana), la sensazione che davvero non ci sia la minima possibilità che il film esca minimamente dai binari e un presunto colpo di scena autoriale col servo che si ribella al padrone incisivo come un discorso politico del Trota.



Ma il colpo di scena c'è davvero!
Altro che final girl o final boy!
Qui siamo all'apoteosi dell'happy end.
Poi ovviamente non manca il tentativo di rivalutare i brasiliani con la famiglia tipo Isola del Giglio che aiuta i sopravvissuti.

Aoh, c'è de peggio, molto de peggio.
Diamo la sufficienza senza problemi.
Poi, se uno è particolarmente sensibile alla materia trattata nella parte documentaristica possiamo anche dar 9.
A me, sinceramente, non me ne frega nulla.
Io amo gli uomini.
L'ho capito con Seymour Hoffman.
Ecco, altro che guarito.
Sto più male di prima.

(voto 6)

22.3.12

Tremende, terribili, forse mortali malattie sineddotiche



Ragazzi, sto male.
Per la prima volta in vita mia un film è riuscito ad uscire completamente dal binomio pellicola-spettatore, superare quel distacco incolmabile, a volte labile, a volte profondissimo, che divide la nostra realtà dalla finzione cinematografica, quel distacco che ti fa dire "o.k, questo film è meraviglioso, mi ha regalato emozioni incredibili, farà parte della mia vita, ma è e resterà sempre un film, un qualcosa di magico nascosto dentro a un dvd, pronto a uscir fuori ogni volta che voglio". No, Synecdoche non riesco a concepirlo fuori da me, è come se mi avessero iniettato qualcosa, un nuova consapevolezza, un tremendo chip che sta letteralmente mandando tutto in tilt. La cosa più incredibile è che io in Synecdoche non mi ci riconosco (come non mi riconoscevo in Melancholia che a questo punto in confronto al film di Kaufman, è davvero un pianeta lontano anni luce, una flebile, pallida luce lontanissima), non voglio e non posso immaginare la bellezza, l'unicità e la grandiosità della vita ridotta a una profondissima ma assolutamente deprimente condizione priva di speranza. Però quel chip, quel tarlo, è entrato dentro, e malgrado posso e probabilmente riuscirò ad allontanarlo il più possibile dal cuore, mi sta mandando in pappa il cervello.
So, ho l'assoluta certezza, che questo per me rappresenta il mio punto di non ritorno cinematografico.
Da una parte avrebbe addirittura senso chiudere il blog perchè la mia ricerca è finita.

Un mio grande amico a cui dedico con tutto il cuore questo post mi ha raccontato ieri una puntata di South Park.
Cartman e Kenny organizzano uno scherzo. Creano una finta fotografia di un ragazino scomparso.
Però al posto del viso utilizzano il sedere di Kenny.
Il fatto sta che si presenteranno a casa di Cartman due genitori veramente in cerca del figlio scomparso.
Al posto dei visi hanno due culi.
La situazione è troppo comica, Cartman non ce la fa nemmeno a ridere.
E' andato in corto circuito, gli si è rotto il fusibile dell'umorismo.
Una probabile overdose di risa gli è implosa dentro.
E' il non plus ultra.
Ora non deve far altro che cercare con tutte le forze di riacquistare quel senso dell'umorismo andato a farsi fottere per un overload.

Ecco, a me si è rotto un fusibile.
Non so il fusibile di cosa ma si è rotto per un overload.
Il fatto è che se non l'aggiusto, se non ne trovo un altro, il cinema resterà comunque la mia più grande passione ma non sarà più una ricerca.
Se vinci un'Olimpiade puoi continuare comunque ad eccellere nel tuo sport, divertirti ancora, godere lo stesso delle vittorie e disperarsi allo stesso modo delle sconfitte, allenarsi ogni giorno della tua vita, fare di tutto ma, sotto sotto, sai che il massimo l'hai raggiunto e, anche se cerchi di nasconderlo più che puoi, la malinconia ti assale, quelle luci della ribalta si sono spente per sempre e per quanti neon ti possono accendere in faccia dietro il naso ti si forma un'ombra nerissima.

Malgrado tutto, ci sentiamo domani per un altro film.
Quando vedrete Synecdoche non potrete avere le mie stesse sensazioni. E' come se tutti dovessimo innamorarci della stessa donna, impossibile, neanche fosse la più bella ed intelligente del pianeta.
Spero solo che possiate capirmi.
Perchè io non mi capisco.

20.3.12

Recensione: "Synecdoche New York"



Immaginate di conoscere il nome della donna della vostra vita.
Immaginate di sapere dove abita.
Immaginate di conoscerne i gusti, le passioni, le paure.
Immaginate di sapere com'è fatta, di che colore ha i capelli, come cammina, come vi prenderebbe la mano.
Immaginate tutto questo senza averla mai vista.
Poi, finalmente, immaginate di incontrarla.
E tutto quello che già sapevate si materializza finalmente davanti ai vostri occhi.
Sì, perchè in questo blog un anno fa scrissi che era stato girato il film più bello che avessi mai visto senza che lo avessi visto ancora.
Ne conoscevo il titolo, sapevo chi era l'attore principale (Seymour Hoffman, per me, lo dico da tempo, il più grande di sempre), sapevo chi l'aveva scritto e girato (Kaufman, un genio), sapevo la trama.
Insomma, come la donna di cui sopra, sapevo tutto di lui.
Sapevo tutto ma non ne avevo mai visto un singolo fotogramma.
Fino ad oggi, il giorno che precede l'arrivo della Primavera.
Primavera significa l'inizio, un nuovo e splendente inizio. Non poteva esserci giorno migliore.

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Dovrei rivederlo più e più volte.
Dovrei rivederlo per poterlo capire anche soltanto un pochino di più, malgrado ho quasi l'assoluta certezza che la sua comprensione assoluta sia una cosa cui, probabilmente, non arriverò mai.
Preferisco allora scriverne a visione appena terminata, perchè se da un lato dovrò giocoforza lasciare qualcosa alla comprensione, dall'altro potrò ancora beneficiare dell'incredibile emozione che mi ha lasciato addosso.
Synecdoche New York è un film che non andrebbe nemmeno paragonato al 99% del resto della produzione cinematografica. Tutti gli altri film, probabilmente, non dovrebbero nemmeno poter mangiare allo stesso tavolo.
Un film che parla della vita e della sua transitorietà, della morte, del nostro piccolo ruolo in questo corto spettacolo che è la nostra esistenza, della ricerca di un senso o semplicemente della felicità, del tentativo di capire noi stessi e la nostra identità, del vedere tutte le vite umane come una sola, e unica, dell'attesa, spesso vana, che ci capiti qualcosa di bello per poter cancellare o rendere quantomeno migliore la nostra misera condizione.
Caden Cotard è un regista teatrale cui la vita sta sfuggendo di mano. Il matrimonio è in crisi profondissima, l'ombra della depressione aleggia intorno a lui, la paura di essere un malato terminale non lo fa star tranquillo.  Decide allora di organizzare, per dare una svolta a tutto, un mastodontico spettacolo teatrale mai visto prima, lo spettacolo della sua vita. Costruisce una New York a grandezza naturale dentro dei capannoni. Lavorerà una vita allo spettacolo di una vita.

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Kaufman gioca con il vero e il falso, l'autentico e l'artefatto, il naturale e il recitato, persino con lo scambio di sesso e con il collasso temporale. Impossibile  per lo spettatore non perdersi in questo incredibile ed affascinante gioco di ruoli.
Già dall'inizio si capisce come la morte sia l'assoluta protagonista della pellicola.
L'arrivo dell'Autunno, la morte annunciata dal giornale di Harold Pinter..., la sensazione di Caden di non sentirsi troppo bene, il lavandino che gli esplode e lo ferisce, le quinte che cadono addosso all'attrice. L'atmosfera è fatale, la tensione si taglia col coltello.
E Hazel intanto sta leggendo Il Processo, vero e proprio manifesto di una situazione surreale di cui non si capisce nè la genesi nè si intuisce la fine.
Caden inizia a vedere sè stesso fuori da sè stesso, una specie di Uno, nessuno e centomila pirandelliano (opera fortemente riscontrabile in tutto il film). Da qui in poi anche lo spettatore non ha più certezze, fatica a mettere paletti cronologici (lo stesso Caden si confonde continuamente), vede persone invecchiare ed altre no, cerca affannosamente di capire se quella tal scena sta avvenendo veramente o è solo frutto della propria immaginazione. La surrealtà assale tutto e confonde lo stesso protagonista (un bambino che ha scritto un romanzo xenofobo a soli 4 anni? non è altro che la trasposizione del diario di sua figlia, che magicamente "si continua" a scrivere anche senza di lei).
Un nuovo matrimonio, l'inizio delle prove del SUO spettacolo. Poi Caden comincia ad impazzire. Intanto trova il suo alter ego, l'uomo che interpreterà la sua parte nello spettacolo, un uomo che, nascosto, l'ha seguito passo passo per anni.
Intanto il film a intervalli regolari è sempre inframmezzato dalla morte di qualcuno, vera o presunta che sia.

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Siamo completamente sopraffatti, inermi davanti a tanta confusione.
Ma tremendamente affascinati però. Più volte ho provato un'emozione rara, puramente intellettiva, una specie di sindrome di Stendhal.
Poi arriva la vera emozione, quella a cui se hai un minimo di cuore non puoi sfuggire. L'ultima mezz'ora l'ho seguita in apnea. L'incontro con la figlia morente (e quello precedente spogliarellista in vetrina- "e' mia figlia!, è mia figlia! "), quel dialogo terribile attraverso gli auricolari, quella morte in traduzione simultanea, una death in translation di una potenza incredibile (e quel sibillino "omosessuale" di cui forse capiremo qualcosa poi), il suicidio dell'alter ego (scena straziante con un sublime Tom Noonan), il primo vero e proprio momento d'amore con Hazel prima dell'ennesima morte.
E un elemento nuovo che sconvolge ancora una volta lo spettatore. Chi sta rappresentando chi? Lo scambio di generi inizia a farci venire un atroce dubbio. E se tutto quello che abbiamo visto fosse a sua volta rappresentazione e spettacolo di un'altra vita ancora, di qualcuno che non abbiamo nemmeno conosciuto? la parte femminile dell'uno o quella maschile dell'altro?
Non importa, si parla della vita e del suo essere niente, solo una piccola frazione di secondo se paragonata al Tempo, quello atavico ed eterno.
Di come sprechiamo i pochi anni che ci spettano nell'attesa di qualcosa che ci faccia star bene.
Di come guidiamo nella strada della nostra esistenza limitandoci a ritrovarsi nel tal punto alla tal ora e in un altro punto nel minuto successivo.
E' una visione disperata quella di Kaufman. La speranza in qualcosa aldilà non c'è. E non c'è nemmeno la possibilità di vivere completamente la felicità su questo mondo.
Non resta che tornare ad abbracciare la propria madre (o colei che la interpreta) e morire proprio quando si era ormai capito come doveva esser portato avanti lo spettacolo, quando forse, cioè, si era finalmente compreso quel senso della vita così imperscrutabile.
Proprio quella madre simbolo di nascita accoglierà la nostra morte.Quella madre che abbiamo forse deluso, imprigionati in un'amore probabilmente sbagliato.
"Dove sono tutti quanti?" esclama Caden/Ellen? Le quinte sono ormai vuote, lo spettacolo non c'è mai stato o, nel caso fosse stato messo su, questo è il momento di calare il sipario.

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Senza dubbio non era questo il significato che Kaufman voleva dare a sineddoche. Forse si riferiva alla vita di uno come paradigma di quella di tutti o alle quinte, piccola parte di New York, a rappresentare l'intera città.
La vera e propria sineddoche però è il film stesso.
Guardi lui ed è come se stessi guardando la Bellezza tout court.
Domani è primavera.
Anche per me.

"Ho scoperto come portare avanti lo spettacolo.
Si svolgerà tutto in un solo giorno.
E quel giorno sarà il giorno prima della tua morte, il giorno più felice della mia vita.
E così sarò in grado di riviverlo per sempre"


( voto 10 )


19.3.12

Recensione: "Live! Ascolti record al primo colpo"


Solo un demente come me può trovare un aggancio tra l'ultimo film recensito, l'incredibile One-eyed Monster e questo Live! (il punto esclamativo non glielo regalo certo io, è sempliccemente così).
Sì perchè nemmeno a farlo apposta sono uno l'esatto contrario dell'altro. Il primo è assurdo, improbabile, senza senso ma riesce comunque a risultare vero, genuino e credibile, il secondo vorrebbe essere vero, genuino e credibile mentre in realtà si rivela un pastrocchio finto ed improbabile come raramente se ne vedono.
Il soggetto, attualissimo, specie nell'anno di uscita del film (2007), riguarda l'inesorabile deriva del reality show, la ricerca dell'audience ad ogni costo, il trash che si lorda del sangue, della tragedia, per risultare più appetibile.
Sì, perchè la responsabile dei programmi di una grande tv americana, l'insopportabile Katy -un'ancora più insopportabile Eva Mendes- insieme alla sua troupe sforna un'idea geniale: un reality show nudo e crudo in cui 6 persone giocano alla roulette russa (peraltro senza far girare il tamburo ogni volta, ossia morte certa di uno). E' uno spettacolo ovviamente unico che mette in palio un fracco di soldi, roba per la quale avere solo il 16% di morire alla fine è un rischio da poter correre in effetti. Lo show, non si sa accettato da chi, SI FARA' , il morto ci sarà ma almeno lo spettatore avrà la sua gratificazione personale con un'altra morte, questa non da copione, ma immensamente più giusta.
Il problema di Live! non è la trama, anzi, questo è un soggetto che messo in mani più esperte e mature avrebbe portato probabilmente a risultati straordinari.



Il problema di Live! è che sia tutto tremendamente finto.
Finto è il modo di girarlo, tutto in mockumentary, quando non ce n'era il minimo bisogno. Questo era un film da regia classica, non scherziamo, che ci sia un operatore che segue la Mendes anche quando va al bagno a ruttare è una cosa assolutamente priva di senso (tra l'altro c'è un montaggio iniziale pieno di ellissi temporali, vera kriptonite dei mockumentary). In più, a differenza degli altri finti documentari, non ci viene nemmeno svelato il motivo di tale scelta.
Finte sono le interpretazioni, specie quella della sopracitata Mendes, esagerata all'inverosimile, a dimostrazione che anche per recitare ruoli senza classe bisogna aver classe.
Finti sono tutti gli orrendi inserti delle interviste ai protagonisti. Tra l'altro è davvero incredibile che dobbiamo sorbircele tutte e per intero, vera e propria cartina di tornasole che dimostra l'assoluta, ripeto assoluta, mancanza di idee che sta alla base del film. E tremendamente finti, per restare in tema, sono anche i vari talk show di presentazione al programma.
Finta, soprattutto, è l'intera architrave del film, ossia il dover credere che in un paese teoricamente civile come gli Stati Uniti lo Stato possa accettare un programma dove si uccide sine dubio un individuo, peraltro in modo così cruento. Sarebbero stati molti gli escamotage per evitare questo, fare uno show clandestino, ambientare il film in un lontano futuro distopico o in un paese meno civilizzato, trovare un reality con qualcosa sì di pericoloso e forse anche mortale ma non l'esecuzione sicura di un concorrente in un modo così efferato. Come può lo spettatore credere alla vicenda che ha davanti agli occhi? A uno show visto da centinaia di milioni di americani ambientato negli anni 2000 in cui tra vallette e lustrini si fa saltare il cervello di un uomo?
Con i parenti che stanno lì in prima fila in apprensione vedendo il loro amato caro con una pistola sulla tempia?
Sì, è vero, questo è un film autoriale sulla deriva dei reality, la scelta quindi è stata ottima ed incisiva.
Ma per favore...



Gli ultimi 20 minuti sollevano un pochino la pellicola, ovviamente con la roulette russa un minimo di tensione c'è sempre, impossibile negarlo. Ma anche qua l'assoluta mancanza di idee di cui sopra porta a uno schematismo davvero incredibile. Per 5 volte, inquadratura per inquadratura, abbiamo lo stesso iter. L'odioso presentatore che chiacchiera, il filmato del protagonista, la pistola che arriva, il piano di ascolto sui parenti, la pistola alla tempia, lo sparo (a salve o no), la cabina di regia dove arrivano i dati dell'auditel, il regista che con la voce di Peter Griffin ordina di mandare la musica.
Sempre uguale.
Sempre.
Ma il nostro crogiolo di finzioni deve ancora presentare le sue due carte migliori.
Il ragazzo si fa saltare la testa e muore sul colpo in un bagno di sangue.
L'ultimo quindi è salvo.
La gente inizia ad applaudire, c'è la standing ovation.
(riga vuota per il velo pietoso, anzi 2)
 Per fare certi film serve maturità, credibilità, tatto e non sprezzo del ridicolo.
Poi alla fine c'è l'altro omicidio.
Meno male direte, il finale risolleva un pò.
No, prima dei titoli appare
IN MEMORIAM
con la data di nascita e di morte della protagonista
 e forse per la prima volta nel film si desidera che l'ennesima pessima finzione in realtà non sia tale.
Sperando che i parenti della Mendes non leggano.

( voto 4,5 )