10.4.17

Recensione: "The Selfish Giant"

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Il solito cinema inglese crudo, vero, scarno, violento.
E bellissimo.
Un film di cavi e cavalli, dolcezza e violenza, odio e amicizia.
Con un quarto d'ora finale che non mi si stacca di dosso.

presenti spoiler grandissimi dopo ultima immagine

Eppure stavolta l'avevo intuito subito quanto quell'immagine iniziale fosse potente, quanto potesse essere importante.
Nello splendido prologo del film Arbor urla sotto il letto, in modo violentissimo.
Arriva Swifty.
E gli stringe la mano per trascinarlo fuori.
E io fermo l'immagine di quelle due mani strette per quanto è bella, me l'appunto sul blocchetto e credo fortemente che quella possa essere l'immagine simbolo del film.
E sì, quello che avevo intuito dopo nemmeno un minuto sarà poi.
The Selfish Giant è l'ennesimo solido, vero, crudo e scarno film di quella cinematografia in questo senso pazzesca che è quella inglese.
Se non mi piacessero così tanto i loro film tenderei a considerarlo quasi un difetto questo loro somigliarsi sempre in dinamiche, tematiche e ambientazioni.
Quasi sempre un ambiente industriale, freddo, grigio, degradato, dove crescono bambini col dna della violenza già dentro di sè, dove sembrano non esserci sogni nè speranze, dove i genitori maschi lavorano, bevono e urlano e dove le madri invecchiano ancora ragazze, bevono e urlano.

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Il solito cinema british di bimbi sporchi e cattivi, di gente che non arriva a fine mese, di loschi giri e modi di arrabattarsi.
E di degrado, tremendo degrado.
Il degrado della famiglia Fenton, quella di Arbor, una madre sola con due figli ai confini della malattia mentale, costretti già da giovanissimi a prendere pillole.
Arbor è iper attivo, violentissimo, ingestibile, insopportabile, cattivo.
Il suo migliore amico è Swifty.
E la sua di famiglia sta anche peggio, gli zingari li chiamano, puzzate gli dicono, vendereste anche i fratellini per andare avanti gli urlano e in parte è vero, vendono di tutto per riuscire a sopravvivere chè ormai non resta che mangiare un pò di carne di barattolo in terra.
Ma Swifty è un bambino dolce da far paura, buono, calmo, altruista.
E mica si capisce perchè Arbor e Swifty son così amici, due ragazzini così diversi, anche fisicamente, tanto piccolo, magro e nervoso l'uno quanto alto, grassottello e pacioso l'altro.
Però, ecco, son tutte e due dei reietti, son tutti e due da scansare, son tutti e due figli di famiglie da schifare.
E allora eccolo il motivo per cui quelle mani si stringono così forte, già.
Alla fine la vince la parte cattiva, quella di Arbor, è lui a trascinare Swifty in furtarelli e losche operazioni per tirar su qualcosa.
Rubano rame, cavi, rottami, lavatrici, di tutto.
E li portano alla discarica -che sembra quasi la discarica di Stand by me- di Kitten, un uomo grosso, rozzo e cattivo, che magari è lui il Gigante Egoista del titolo, quello di Wilde, quello che non amava i bambini.
Ma Kitten ha anche un cavallo con cui fa gare clandestine.
E Swifty parla la stessa lingua dei cavalli, quella dell'innocenza e della dolcezza. E li sa carezzare, li sa cavalcare, li sa guidare.
I due intanto vengono espulsi dalla scuola per una mutua e troppo violenta difesa a suon di pugni. 

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Non resta che tuffarvi anima e corpo in questa loro degradante, sporca e misera vita di ladruncoli di rottami.
Se devo esser sincero, e certo che lo sono, ad un certo punto The Selfish Giant mi è parso un film che girava un pò troppo su sè stesso.
Ottimo l'incipit, perfette le caratterizzazioni dei personaggi, interessante la storia ma poi, ad un certo punto, non si andava più avanti, era un continuo ripetersi di scene identiche girate in maniera diversa (loro che rubano rottami, loro che li portano alla discarica, Arbor che ruba anche lì).
Meno male che in mezzo c'era stata la stupenda e tesissima sequenza della corsa tra i due cavalli, veramente magistrale.
Intanto in ogni tempo morto, quasi come raccordo, vengono inquadrati i pali e i tralicci dell'alta tensione.
E uno pensa che siano le ennesime -bellissime- inquadrature per raccontare un luogo, la sua freddezza e la sua assenza di attrattive.
Solo campi incolti e cavi dell'alta tensione.
E invece quelle inquadrature, vedremo poi, erano a loro volta personaggi protagonisti.
Al solito niente da dire sulle splendide interpretazioni, ma tanto sto cinema, da Common a Fish Tank, da Tirannosauro a Shell, da Eden Lake a Boy A (ne ho sparati 6 a memoria immediata, ce ne sarebbero altri) hanno sempre offerto grandi prove degli attori e hanno raccontato una nazione quasi disperata, specie nella sua persa e violentissima gioventù.
The Selfish Giant va avanti rigoroso, per la sua strada.
E, come detto, ad un certo punto annaspa un pò.
Ma poi arrivano gli ultimi 15 minuti e niente, m'hanno distrutto.
Credo che rappresentino veramente la nudità assoluta della commozione, quella che non ha bisogno di alcuna parola, nessun gesto di troppo, nessuna musica ad accompagnarla. Una commozione che ti esplode dentro senza alcun trucco, essenziale, nuda e potentissima.


Swifty è un personaggio che ti rimane nel cuore sin da subito.
E quello che gli accade ti uccide.
E le urla di disperazione di Arbor, e quel suo tentativo di uccidere Kitten, e quel suo starsene là davanti la casa dell'amico, in attesa solo di un abbraccio e di un perdono, e quel letto che ritorna, Arbor là sotto, il fratello che è finalmente un vero fratello e prova ad aiutarlo.
E poi torna Swifty e quell'immagine così potente dell'inizio.
Ma del resto quelle due mani si stringevano anche nella morte, le mani che condussero l'energia del volersi bene ora hanno condotto una scarica di morte.
E alla fine quella madre arriva, il perdono ci sarà, del resto erano le due persone al mondo che più l'amavano.
Arbor accarezza il cavallo come faceva lui.
E l'ultima inquadratura è un occhio innocente, puro e buono.
E come quel pony morto era una specie di terribile metafora sulle sorti del ragazzo quell'occhio è di un cavallo sì, ma è anche di Swifty.

9 commenti:

  1. sono del tutto d'accordo e anche di più :)

    https://markx7.blogspot.it/2014/10/the-selfish-giant-clio-bernard.html

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    1. direi che c'è una perfetta concordanza ;)

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  2. come sei riuscito a vederlo? Perchè è da molto che cerco questo film e non l'ho trovato...

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  3. Stupendo...per un ora e mezza mi ha inchiodato alla sedia,io non ho trovato cali di tensione,è il mio genere di film.Duro,vero,pieno di contenuti...io ci ho visto il cinema dei fratelli Dardenne...cioè come hai scritto,grande cinema!

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    1. Contentissimo...

      Sì sì, vero, questo è il classico cinema dardenniano. Anche se c'è un elemento che (almeno credo) nei Dardenne non vedremmo mai, ovvero "il sogno" finale.
      L'unico elemento fantastico (ed emozionantissimo) in un film che per il resto non concede nulla alla macchina cinema

      ero tentato di chiederti se l'avevi trovato nel guardaroba ma dal tuo intervento là credo di avere la risposta ;)

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    2. Verissimo...aggiungo un altra cosa,qui c'è nettamente un passo diverso,rispetto ai film dei dardenne,non c'è un attimo di sosta, la parola fuck l'avro' sentita trenta volte penso.Loro invece a volte usano dialoghi scarni,silenzi,piccoli gesti per rappresentare una scena.Si,si tolto dal guardaroba alla grande!

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    3. Sì sì.
      Molto però non dipende tanto da chi c'è alla regia, ma dal mondo e dalla società che stai filmando

      e questa povera realtà operaia inglese è difficile vederla da un lato silenzioso ;)

      è il mondo cockney

      bene!

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