13.11.17

Recensione: "Most beautiful island"

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Most beautiful island è opera prima.
Ma quello che è strano è che sia opera prima di una donna di quasi 40 anni che fino a quel momento era stata solo attrice. Una rarità.
Cosa l'ha portata quindi alla necessità di fare un film?
La vita, la sua vita, e un episodio terribile che le è probabilmente successo.
Un drammatico che si veste da thriller, brevissimo, tra 13 tzameti e hostel (tranquilli, non c'entra nulla con l'horror).
Da vedere

Spoiler dopo seconda immagine

Cosa spinge una navigata attrice a realizzare il suo primo film da regista a quasi 40 anni?
Una donna poi eh, che, lo si sa, la regia al femminile è quasi sempre mosca bianca.
Insomma, sei un'attrice, mai girato nulla, sei donna, perchè cominciare ora a fare regia?
La risposta in questo caso è semplice, la vita, la necessità di raccontare qualcosa.
Forse la necessità di superare quel qualcosa che ti è successo, attraverso l'arte.
Non è difficile fare 1 + 1 + 1.
Il film parte con la didascalia "basato su fatti reali".
E parla di una donna spagnola trasferita a New York.
E vedi che la regista è spagnola e vive a New York.
E vedi che il film non solo l'ha girato lei ma l'ha scritto e, addirittura, interpretato.
Sì, Ana Asensio aveva bisogno di raccontare una storia, la sua storia, non si scappa.
E la sua storia è quella di una donna che per sfuggire ad una realtà che la stava uccidendo (ha perso la figlia piccolissima in Spagna -spero non sia anche questo fatto vero ma credo di sì-) decide di andarsene dall'altra parte del mondo, a New York, alla città del "I can", del sogno.

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La realtà è molto più difficile, di lavoro serio non ne trova, gli affitti non li paga, il dolore non se ne va. Attacchi di panico, sangue che cola nel naso, nervosismo, un lavoretto da baby sitter che la stressa e che forse non le se addice.

E allora quell'offerta che le fa un'amica, andare ad una sorta di party dove, solo con la presenza, ti pagano 2000 euro, è una cosa da non lasciarsi scappare.
Most beautiful island è un film a budget ridottissimo, quasi essenziale, dalla trama alle location, dal minutaggio ai mezzi usati (anche la fotografia non è di certo quella che ormai siamo abituati a vedere).
E' come se Ana Asensio avesse voluto fare questo film a tutti i costi, riducendo tutto al minimo indispensabile a costo di farlo. Si ha un pò quasi la sensazione del cortometraggio moltiplicato per 10, o del medio metraggio. Giusto il tempo di raccontare una storia e poi andarsene.
Un film nettamente diviso in due parti. La prima è quella necessaria a far capire chi è Luciana, da dove viene, come vive, cosa sogna. La regista ha coraggio perchè probabilmente si racconta per quello che è, ovvero una donna di certo non perfetta, una che quasi ruba un vestito di marca, una che quasi si perde una bambina che accudiva, una che si toglie le mutandine prima di andare a quel party. E anche la parte psicologica non viene tralasciata, con tutti i giramenti di testa, le difficoltà, la mezza depressione.
Insomma, il quadro perfetto per farci capire come quell'offerta che gli piove addosso la accetti senza remore, senza farsi tante domande.
In ogni caso è nella seconda parte che il film decolla.
Luciana arriva in un ristorante cinese. La situazione è strana e confusa. Da lì la mandano in un altro posto (e lei non paga il taxi sapendo benissimo di non aver soldi, a conferma dell'assoluta non glorificazione di sè stessa).

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Finirà in un seminterrato, altre belle donne vestite di nero come lei sono lì, ferme, con un numero ai loro piedi.
E parte così un film che me ne ha richiamati tanti altri, dallo splendido Magical Girl a uno degli Hostel, da 13 Tzameti ad Enemy (non lo so, forse per l'unione tra ragni e femminilità).
Quello che è sicuro è che ci troveremo una mezz'ora veramente tesa, quasi ansiogena, benissimo gestita dalla Asensio.
Cosa sta accadendo? cosa vogliono quegli uomini? che accade quando si è chiamate?
Lo spettatore è totalmente identificato con Luciana, non sa nulla più di lei e, come lei, inizia ad avvertire un grande disagio.
Credo che sia questo, insieme all'atmosfera, a rendere davvero interessantissimo questo film, la sua capacità di tenerti lì a cercar di capire cosa succederà, l'assoluto bisogno di andare avanti e vedere.
Anche perchè ormai non si può scappare, siamo finiti in una cosa più grande di noi.
I volti delle ragazze sono perfetti, quello di Luciana che chiede aiuto senza riceverne (non possono parlare tra loro) anche.
E siamo lì, nelle fondamenta, con ragazze venute da fuori che nessuno conosce, sappiamo benissimo che potrebbe succedere di tutto.
Poi Luciana va di là insieme ad Olga.
E, non lo so, da un lato quello che accade è molto affascinante, dall'altro, forse, lo spettatore si aspettava anche di più.
Poi però se si ripensa che tutto quello che stiamo vedendo sia probabilmente accaduto veramente allora sì, il non aver ecceduto ci sta.
Resta il fatto che sono comunque 10 minuti ottimamente girati e gestiti, che gli zoom sul ragno (come accadde con gli insetti nella vasca) sono vere e proprie sequenze horror.
E poi il film finisce, probabilmente quando altri film più lunghi da lì sarebbero praticamente iniziati.
Ma questo non è cinema, questa è vita reale.
E alla Asensio interessava raccontare un' esperienza, non renderla qualcosa di oltre.
Un film che è esempio perfetto di quelle opere prime "necessarie", che uno si sente addosso il dovere di raccontare.
Solo un'ora e un quarto, come non vederlo

7





2 commenti:

  1. Come mai nessun commento su questo film?

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    Risposte
    1. perchè dovevi fare il primo te ;)

      no, comunque capita, per colpa di fb i commenti qua son diminuiti tanto

      successe una cosa buffa con questo film. Mi fu suggerito, lo vidi, poi dopo 10 giorni andai al Torino Film Festival ed era uno dei film in cartellone ;)

      infatti riuscii a consigliarlo ad una decina di persone (ai festival è un casino, sono tutte anteprime, i rischi sono alti) e piacque bene o male a tutti

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao