4.8.18

Recensione: "Inimi cicatrizate" (Scarred Hearts)

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Un film rumeno malinconico, divertente, colto, lungo, divertente.
L'odissea di un giovane intellettuale finito in un sanatorio alla fine degli anni 30.
Film lirico, esistenziale, rassegnato ma anche vitalistico.
Un'opera con dentro solo personaggi amabili.
Meglio un cuore che soffre che uno cicatrizzato, ormai insensibile al dolore


Ci sono alcuni film che mentre li vedi a volte fatichi un pochino, oppure ci son quelli che stanno sempre lì lì per lasciarti o prenderti con sè, oppure quelli ti paion troppo lunghi e ripetitivi, oppure quelli ti regalano non troppe emozioni.
Quasi sempre film così poi non ti restano troppo dentro.
A volte, però, capitano film che magari hanno un pò tutte quelle caratteristiche là sopra eppur, quando finiscono, ti lasciano la sensazione di aver visto qualcosa di grande, fors'anche di grandissimo.
Inimi cicatrizate (cuori cicatrizzati, che già solo il titolo puzza di bello) è uno di questi film.
Lungo, troppo lungo, ripetitivo, troppo ripetitivo, fermo su sè stesso, non troppo emozionante, banalotto nelle vicende.
Eppure l'ho finito e me ne sono stato lì 5 minuti, fermo a guardare lo schermo, emozionato, convinto d'aver visto qualcosa di veramente grande.
Ambientato alla fine degli anni 30 Inimi Cicatrizate racconta l'odissea di un giovane intellettuale ebreo-rumeno finito in un sanatorio a causa di alcuni problemi vertebrali.
Solo alla fine capiamo che quel ragazzo di cui durante la visione ci siamo probabilmente innamorati, Manu, è in realtà qualcuno di veramente esistito, tal Max Blecher, intellettuale rumeno morto per tubercolosi ossea negli anni che racconta il film.
Belcher ha lasciato numerosi scritti, anche solo piccoli frammenti poetici che, durante il film, faranno capolino più volte.
Questa introduzione vi fa già capire che alla fine dentro il film c'è malattia, dolore, disperazione e (forse) morte.
Ma l'errore più grande sarebbe considerare Inimi Cicatrizate come film drammatico.
No, la forza di questo film è nei millemila modi in cui si riesce a sublimare il dolore, facendolo diventare altro.
Lo si fa con l'ironia, con il divertimento, con la cultura, con le riflessioni, con la gioia di vivere nonostante tutto.

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Questo è un film che fa star bene, che fa sorridere, pieno di gag a telecamera fissa abbastanza surreali, tanto che più volte m'è venuto in mente l'Andersson del Piccione.
La vera magia del film, un tesoro inestimabile, sono i suoi personaggi. Non ce n'è uno, nemmeno uno, in qualche modo cattivo, meschino, negativo. Ci troviamo davanti una decina di personaggi uno più amabile dell'altro, quand'anche non delizioso.
Lo stesso medico capo del sanatorio, dottore dai metodi bruschi e piacioni, è personaggio a tratti irresistibile.

Ma lo sono tutti i pazienti, i genitori di Manu, alcuni personaggi secondari, altri medici. Abbiamo una fauna umana tipica di alcuni film dell'est, vorticosa, vitalistica, ebbra. In alcuni tratti ho riconosciuto il cinema di Kusturica in questo.
Va da sè che i personaggi principali, Manu e Solange, siano comunque i migliori.
La loro storia d'amore piena d'ostacoli, il loro sesso di gessi e ferraglie, i loro sguardi, le loro risate, le loro tenzoni a colpi di citazioni, creano un rapporto straordinario e così puro, così tenero, così bello, che sembra quasi vero.
Manu (Emanuel) è un ragazzo di una complessità unica, con una forza di spirito impressionante, capace di ridere e scherzare su tutto. Ma al tempo stesso è un decadente, è un poeta capace di riflessioni sulla vita di straziante semplicità e lucidità.
Quasi sempre questa sua anima crepuscolare è affidata soltanto alla decina di didascalie su sfondo nero che appaiono a dar ritmo al film.
Riflessioni profonde, profondissime, che molto spesso collimano con ciò che vediamo e altrettanto spesso cozzano con le immagini.
Quello che ne viene fuori è un animo tormentato, rassegnato, ma al tempo stesso avido di vita e capace di riconoscere e vivere i sentimenti.
Dovremmo fermarle quelle didascalie, studiarle, leggerle tutte con calma. E invece siamo presi dal film, non facciamo nemmeno in tempo a rifletterci sopra.

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Manu per la prima volta bacia Solange. E appare questo:
"La sensazione vertiginosa della realtà dopo una lunga attesa".
La frase passa, il film prosegue, ma questa, come tante altre, è una frase con un mondo dentro.
Quel bacio, quel "finalmente bacio", è definito come vertiginosa sensazione di realtà, vera vita, dopo una costante non vita, o finzione di vita, rappresentata dalla condizione di Manu.
Già, perchè non ve l'ho detto, ma il giovane ragazzo dopo pochi giorni vedrà il suo corpo "avvolto" da un gesso (scena magnifica tra l'altro).
Da quel momento Manu sarà per tutto il resto del film un corpo disteso in un letto, con un gesso dal collo al bacino.
Come lui, quasi tutti i pazienti del sanatorio questo sono, corpi distesi.
Mi viene in mente il film Lo Scafandro e la Farfalla dove il primo elemento, lo scafandro, era rappresentato dal corpo paralizzato del protagonista mentre il secondo, la farfalla, era invece il suo pensiero, libero di volare dove volesse.
La stessa cosa anche di Mare Dentro, un corpo ormai paralizzato costretto a portare, attraverso il pensiero, il mare irraggiungibile dentro di sè.
E questo è Inimi Cicatrizate, un film di corpi inutilizzabili e di pensieri che volano alti, altissimi.
Un film colto come pochi, che mischia politica, filosofia, poesia, storia, letteratura, teatro, addirittura pubblicità (irresistibili tutti gli slogan declamati da Manu).
 E lo fa solo attraverso l'oralità, l'unica parte libera di questi pazienti.
Un film che aiuta a capire quanto la cultura, l'ironia, la forza d'animo, l'intelligenza, possano cercare di combattere il dolore, la sofferenza, l'immobilità.
Il nostro cervello alla fine è il muscolo più importante di tutti e più è educato più può farci star meglio.
Anche se, si sa, cervelli educati sono anche quelli che più facilmente possono portare al dolore esistenziale, alla morte dell'anima.

Manu ci regala delle perle che dovremmo fare nostre, come la riflessione sul funerale in pieno sole, come la tenerezza per le cose della città che stava lasciando, come "Non c'è niente di più stupido che essere orgogliosi della sofferenza", come i discorsi sull'enormità del nostro dolore che però è indifferente agli altri, altri che continuano la propria vita normalmente.
In questo senso la morte del ragazzo, una delle morti più tenere, dolci e di più basso profilo che mi ricordi, è emblematica. Lui in quel treno rumorosissimo, dove la gente prova a divincolarsi dall'impaccio della sua barella.
Gente viva, gente che urla, gente in viaggio. E lui lì, che sente tutto e chiude gli occhi per l'ultima volta.
Un'immagine struggente che ci ricorda che per quanto il valore della nostra esistenza sia enorme, anzi, sia Tutto, sarà sempre un granellino di sabbia nella spiaggia del mondo.
Il film passerà lento, è pieno di situazioni molto simili, sembra infinito.
Eppure cercate di carpirne il profondo insegnamento, cercate di restare affascinati dalla bellezza umana che c'è dentro, cercate di farvi rapire dalle parole, dal lirismo, dalla voglia di vivere nonostante tutto.
Un film di "handicappati", un film che anche nel formato quasi 1:1 sembra suggerire questa prigione, questi limiti.
Forse quel ragazzo è l'Europa stessa, una nazione ormai morente e prostrata alle nuove dittature. In una scena, quella che culminerà con la spassosissima imitazione di Hitler, si parla dell'arrivo dell'antisemitismo, della situazione rumena ed europea, delle ambigue posizioni del filosofo Cioran.

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Ma son tante le cose da ricordare, su tutti i deliziosi duetti tra i due altrettanto deliziosi findanzati, i discorsi su Dio in terra, sulla misoginia, la loro gita alla spiaggia, il loro sesso impossibile.
O l'altra paziente che gioca a carte con la vecchia per rubarle giorni di vita, o la scena di lui che va in città che sembra Grace di Dogville in mezzo alle mele.
Un ragazzo entrato per un mal di schiena che piano piano si ritroverà sempre peggio, come nel bellissimo racconto di Buzzati "Sette piani" in cui, per caso o no, il paziente va sempre più in basso, fino al primo piano, fino alla morte.

Ma c'è un titolo qua.
"Cuori Cicatrizzati"
E così la cicatrizzazione?
Lo dicono anche nel film ad un certo punto.
E' quando si forma quella nuova "pelle" per cui sei desensibilizzato al dolore.
E questo accade anche nelle ferite dell'anima.
C'è gente che ha troppo sofferto e alla fine ha il cuore cicatrizzato, non sente più niente.
Ma Manu ce lo insegna, anche l'animo più nero può credere ancora nella felicità.
Il cuore cicatrizzato è peggio di un cuore spezzato, dilaniato.
Non lo è nei fatti, sempre meglio non provare niente che stare da cani.
Ma lo è nella condizione.
Perchè un cuore capace ancora di soffrire è un cuore che può aver futuro, che ha speranza.
Uno cicatrizzato è già morto.
Manu chiude gli occhi in quel treno incasinato.
C'ha creduto fino alla fine.

8



5 commenti:

  1. finora ne ho visto due, di film di Radu Jude, ed è bravissimo.

    (https://markx7.blogspot.com/2017/08/aferim-radu-jude.html

    https://markx7.blogspot.com/2018/03/la-ragazza-piu-felice-del-mondo-radu.html)

    cercherò anche i cuori con le cicatrici, mi piaceranno.

    poi leggerò la tua recensione...

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    Risposte
    1. Aferim è nel mirino

      se hai bisogno di questo mi fai un fischio, ce l'ho in hd

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    2. l'ho già trovato coi sottotitoli spagnoli, grazie comunque :)

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  2. Guarderò a breve questo film !! Mi intriga..
    esatto , è dello stesso regista di Aferim, L avevamo menzionato nel post dei film in bianco e nero recenti ! Bellissimo film

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due cose

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3 ciao