22.11.19

Oltre l'Immagine, viaggio nel significato nascosto dei film - 15 - Tuck me in - di Edoardo Romanella


Stavolta Edoardo ci analizza un corto.
Di appena un minuto.
Può un corto di appena un minuto essere oggetto di analisi?
Ecco, sembra di sì, specie se è bello come Tuck me in (corto che vidi e consigliai in un post anche io)

E’ possibile per un corto horror sbaragliare la quasi totalità della concorrenza cinematografica dal 1930 a oggi?
Ignacio F. Rodò ci ha dimostrato che è possibile, vincendo a mani basse il concorso Filmminute con questo cortometraggio eccezionale della durata di poco inferiore a un minuto: TUCK ME IN  (in italiano è traducibile con RIMBOCCAMI LE COPERTE).
Molto probabilmente si tratta del più grande cortometraggio horror mai realizzato, e prima di continuare a leggere vi invito a vederlo.
E’ su Youtube, e dura meno di un minuto, non potete proprio perdervelo (mettete i sottotitoli in italiano se volete).


Un padre entra in camera del figlio, gli rimbocca le coperte, gli dà la buonanotte, e il figlio lo richiama, dicendogli: “Papà, ti sei scordato di guardare sotto al letto”. Il padre risponde: “Hai ragione, scusami”. Poi guarda sotto al letto...e vede il suo bambino, spaventato, che gli dice: “Papà, c’è qualcuno sopra il mio letto”. Il padre, sgomento, alza gli occhi.


Quest’articolo, più che dare una vera e propria spiegazione al corto, vuole essere una guida sulle caratteristiche dei prodotti dell’orrore, siano essi cinematografici o letterari.
In un periodo nero (in senso negativo) per la filmografia horror, dove vengono sfornati film sulle possessioni demoniache a ritmo di fabbrica, ecco che dal mucchio compare un gioiello, un gioiello che ci fa tornare all’infanzia, al mostro che si nasconde sotto il letto.
Dopo l’iniziale sgomento, le domande che ci sorgono in mente sono: chi è quello? Che succede dopo?
Lo spettatore è subito portato a razionalizzare e trovare una spiegazione su quanto ha visto. Potrebbe essere un mostro. O un fantasma. O un demone. O il diavolo in persona, e vista la nostra cultura basata su tale personificazione del male, probabilmente quest’ultima sarà anche l’interpretazione più gettonata.
Indipendentemente da cosa sia, il regista centra in pieno l’obiettivo, e dà una globale lezione su quella che deve essere la caratteristica fondamentale dell’horror: l’ignoto. Fondamentalmente, ciò che più terrorizza l’essere umano (ma possiamo dire gli esseri viventi) è l’ignoto.
Un esempio lo possiamo vedere nell’utilizzo dell’oscurità nei film dell’orrore. In genere è il primo elemento che i registi introducono: ambienti tetri, scene al buio, dove poi, purtroppo, la maggior parte dei essi inserisce i soliti colpi di scena improvvisi che ormai anche un bambino di due anni si aspetta. Ma comunque il buio resta uno dei punti fermi. L’assenza della luce equivale all’assenza della vista, ergo al non sapere cosa si celi nelle tenebre.
Un’altra caratteristica che non deve mancare sta in come si rappresenta una figura spaventosa: se, ad esempio, dovessimo rappresentare il diavolo, sarebbe alquanto comico raffigurarlo dall’aspetto umanoide, con le corna e i piedi caprini. E questo è l’errore comune di tutta la filmografia horror contemporanea: il mostrare qualcosa con i classici canoni del “mostro” assunti nell’immaginario collettivo non crea angoscia, né orrore, ma risulta essere una caricatura, un tentativo di spaventare inutile e goffo. Magari può essere un canone adatto al genere fantasy, o fantascienza, ma di sicuro non al genere horror.
La lezione venne data per la prima volta nel 1973, quando William Frienkin realizzò quel capolavoro immortale che è L’esorcista, ancora oggi insuperato. Nel film ciò che disturba non è tanto Regan che levita sopra il letto o vomita verde con la faccia mostruosa (anche se non è piacevole alla vista), ma tutti gli strani comportamenti che inizia ad assumere prima di ciò: la seduta spiritica con Captain Howdy, il linguaggio scurrile, gli sputi ai dottori, il letto che inizia a sbattere con lei sopra, la statua in chiesa, e così via. E in questo caso la figura del diavolo è straordinaria: un volto bianco su sfondo nero (torna sempre il fattore buio). Ma de L’esorcista ci sarà tempo per parlarvene.
Tornando a TUCK ME IN, come detto, ci riporta all’infanzia, che rimane per sempre in noi, e con essa le nostre paure primordiali.
Oltre a Tuck me in, guardatevi anche He dies at the end, un altro gioiello, sempre su Youtube.
Per il resto, classe infinita.



3 commenti:

  1. Verissimo, cortometraggio stupendo.
    Potrebbe tranquillamente essere anche uno spot, per dire.
    Funziona alla grande. Cos'è quel bambino sotto il letto? Forse una proiezione di una realtà parallela, un Sottosopra dove i mostri sono sopra al letto e non sotto.
    Anche quel bambino ha bisogno di essere rassicurato.
    Ma perché poi? Alla fine è lui stesso, no?
    Eh sì, è lui stesso il mostro, siamo noi stessi i mostri perché tale paura è irrazionale. Io la vedo così.

    Moz-

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