10.11.19

Festival dei Popoli di Firenze - Recensioni dei film vincitori (corto, medio e lungo)

CONCORSO CORTOMETRAGGI


ALL CATS ARE GREY IN THE DARK

Un omo vive con due gatti grassi. Ma grassi grassi eh.
Bellissimi.
Ci parla, sono gli unici amici, li porta in giro sulla testa.
Una delle due gattone sta per partorire.
Poi partorisce.
Finito
Ha vinto.
Boh

CONCORSO MEDIOMETRAGGI


THIS FILM IS ABOUT ME

I primi 20 minuti mi stava assalendo un istinto omicida.
Vediamo una donna parlare fissa in primissimo piano, filosofeggiare.
Una narcisista impressionante.
Per 20 minuti abbiamo solo il suo faccione, il suo volersi mostrare, dipinti che la raffigurano.
Siamo in pieno onanismo intellettuale.
Cristo, stavo smadonnando pensando come una giuria potesse aver votato come medio (direi anche lungo, un'ora) più bello qualcosa del genere.
Volevo ucciderla, poi anche il titolo confermava i miei sospetti.
Poi chi la intervista le chiede "perchè hai ucciso quell'uomo?"
E il film non solo comincia, ma acquista un senso.
E capiamo che quella donna così vanesia e dagli occhi matti è una persona che ha commesso un crimine, che probabilmente non ne è mai venuta fuori, che sta facendo questo film come una specie di seduta di psicanalisi, che attraverso l'arte magari vuole sublimare un dolore.
Iniziano a scorrere immagini in Super 8 della sua infanzia, ritagli di giornale del crimine, confessioni, reticenze, dolori, raffigurazioni su lavagna di sentimenti.
E scopriamo che quei dipinti iniziali erano di qualcuno che l'amava, qualcuno che cercava di ritrarne, senza riuscirci, l'essenza.
Quello è l'uomo che lei ha ucciso.
Film ostico, molto autoreferenziale e di certo cinematograficamente niente di eccezionale.
Ma bisogna rispettare questa donna e il suo bisogno di raccontarsi.
Il finale, quel racconto dell'onda che arriva, quell'orgasmo con la Natura, è da pelle d'oca

CONCORSO LUNGOMETRAGGI 


THAT WHICH DOES NOT KILL (SANS FRAPPER)

Più che un film un esperimento.
Più che un film un progetto.
Una giovane donna, con fatica, comincia a raccontare di sè.
Del suo primo amore, dell'adolescenza, della sua migliore amica, poi del fidanzamento con l'ex ragazzo di lei.
E poi arriva il primo sesso.
Terribile, praticamente uno stupro.
E così sarà anche per le volte successive.
Poi, però, quel racconto viene proseguito da un altro volto.
Lo spettatore viene confuso, poi capisce.
Uno stesso testo, la stessa confessione di un'unica vittima, viene interpretato da tanti volti diversi, da tante donne diverse, persino da uomini.
Ne nasce un vero e proprio esperimento, ovvero quello di far recitare lo stesso brano a tante persone.
 Non diventa solo un grandissimo saggio di recitazione (tutti, ma veramente tutti, sono straordinari) ma anche l'occasione per ognuno di questi attori per parlare di sè, per vedere cosa quel testo scatena dentro di loro.
Anche alcuni di loro sono stati abusati, altri, magari "involontariamente", hanno abusato.
Ne nasce un film sullo stupro, sulla violazione, sul non amore, sulla vergogna di sè (stupendo il confronto che viene fatto tra la vergogna - sentimento che riguarda ciò che si è - e senso di colpa - sentimento che riguarda ciò che si è fatto -), un'occasione per avere un paradigma dove ognuno degli attori declina sè stesso.
Lo spettatore a volte resta confuso, non capisce dove sia il testo e dove l'esperienza personale e, paradossalmente, quando c'è quest'ultima nessuno ci vieta di pensare che non sia comunque recitazione, che quell'attore sia semplicemente passato dall'interpretare la ragazza del testo a un "personaggio" del film.
Poco cambia perchè questo film è un fiume di parole che valgono di per sè, a prescindere dal vero o dal falso, dall'autentico o dal recitato.
Vengono fuori concetti difficili ed enormi, molte volte anche scomodi, come l'analizzare lo stupratore o la sensazione della stuprata di sentirsi in colpa.
E anche quando la mente la discolpa c'è il corpo, come avesse una memoria propria, come ragionasse da solo, a fargli (ri)vivere comunque l'inferno.
C'è solo un problema, il film è troppo lungo e rischia di depotenziare il suo messaggio.
E, inutile dirlo, non c'è niente di cinematografico, semplicemente una serie di interviste montate tra loro.
Potremmo dire che in un festival il film vincitore debba anche possedere una piccola parte di "cinema", di tecnica, di sguardo.
Ma magari no, magari questa è l'essenza del documentario, sono gusti.
Alla fine questo Sans Frapper potrebbe anche apparire come un lungo spot, come una pubblicità-progresso per denunciare quel problema gigantesco che è la violenza di genere.
Ci riesce, emoziona anche, ma mi rimangono dubbi sul suo valore filmico.
Ha vinto il Festival, credo abbia vinto il "cosa" più ancora che il "come".

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