18.11.19

Recensione: "Hold the Dark" - Su Netflix - 28 -


Il terzo film di Saulnier (autore dei bellissimi Blue Ruin e Gree Room) è di sicuro la sua opera più complessa e ambiziosa ma anche la meno riuscita.
Un bambino preso dai lupi.
Una madre disperata che chiama uno scrittore-cacciatore per aiutarla.
Poi la scoperta della tremenda verità.
Un film di uomini e animali, di oscurità perenni che obnubilano la mente, di padri e di figli, di cacciati e cacciatori.
Opera simbolica, atavica, ma che non riesce a trasmettere la potenza che storie così di solito suscitano.
Per me, in ogni caso, la conferma di un autore vero, originale e coraggioso

La sensazione è che quella di Saulnier al momento sia una carriera molto particolare, quasi unica, perchè tutta su alti livelli ma, anche, in un leggero scendere.
Se infatti il suo film d'esordio, Blue Ruin, era veramente bellissimo, poi c'è stata la grande conferma (ma mezzo pelo sotto) di Green Room e adesso, paradossalmente, un'altra conferma ma con un film che desta più di una perplessità.
Quello che è sicuro è che Hold the dark è sicuramente il film più ambizioso e complesso di Saulnier, il tentativo di gran colpo d'autore, ma anche il suo film meno riuscito.
Quando si provano a realizzare opere così profonde e simboliche è sempre difficile mantenere l'equilibrio tra il detto e il non detto, dare potenza al mistero, rendere accattivante un plot che alla fine quasi plot non è.
E il risultato può essere, come in parte in questo caso, un film strano, misterioso ma che più che ammaliare lo spettatore rischia a volte di annoiarlo o irritarlo.
Già con Blue Ruin avevamo visto come a Saulnier piacciano trame non canoniche, in cui accadono cose una dietro l'altra senza che ci sia necessariamente una spiegazione.
Anche qua lo stesso.


Uno scrittore viene contattato da una donna a cui dei lupi hanno portato via il bambino.
Siamo in Alaska.
Lo scrittore è un ex cacciatore, uno abituato a seguire le tracce, e quella mamma vuole che trovi il lupo.
Poi, però, lo stesso scrittore scoprirà una verità tremenda, molto diversa da quella che pensava.
Nel frattempo torna dalla guerra il marito della donna, marito ignaro della morte del bambino.
E nasce un film di strani avvenimenti, di comportamenti apparentemente senza senso, come quei due che uccidono a bruciapelo i poliziotti, come la sepoltura del figlio, come il massacro con la mitragliatrice, come la moglie fuggita non si sa dove, come il marito che la cerca, come lo scrittore al tempo stesso personaggio principale ma quasi "inutile", lì per caso.

Se fosse uno di quei film granitici che basano la propria forza su una perfezione di plot, ecco, sarebbe un disastro.
Quello che salva Hold the dark e che lo rende comunque affascinante è il fatto che tutte le azioni che vediamo sono sotto un'aura primordiale, atavica, spirituale, il che lo rende da un lato "immune" a critiche di verosimiglianza (tutti i personaggi sembrano muoversi attraverso riti più che coscienza) ma dall'altro dovrebbe costringere lo spettatore a sensazioni e riflessioni così forti da fargli dimenticare il resto.
E invece il film ci riesce solo a metà, o almeno con me. Se è vero che ho provato per tutto il tempo ad immergermi in questa "non storia" del mistero, è anche vero che ad un certo punto tra silenzi, dialoghi lunghissimi ed estenuanti, sparatorie su sparatorie e immagini simboliche mi sono perso e ho staccato la testa.
Di sicuro ho capito una cosa, ossia che il mondo di Saulnier è un mondo basato sulla morte, sulla violenza, sulla vendetta.
In tutti e 3 i suoi film muoiono il 70% dei protagonisti, a volte anche quelli che ritenevamo i protagonisti principali. Una scia di sangue spesso anche immotivata, cinica, non necessaria.
Se ci fate caso nei suoi film non si prova mai a dialogare, non c'è mai il tentativo di parlarsi, venirsi incontro, capire.
Tutti uccidono, sempre e comunque, sembra questa la lingua comune degli uomini.
Sono due le tematiche o le simbologie principali.
La prima è l'analogia tra l'uomo e l'animale, l'uomo e il lupo.
La location è bellissima, una terra di neve e buio (20 ore al giorno). Ed è proprio quel'oscurità perenne, quel buio - vedi titolo - da stringere a sè e possedere, che porta probabilmente la gente di quel luogo a impazzire. Più che di riti dei nativi io parlerei proprio invece di un qualcosa di naturale - il buio - che condiziona e modifica la psiche umana.
Medora - la donna - è sola, ha quel buio sempre intorno ed è così che probabilmente decide di uccidere il figlio, come se quello che sta fuori fosse condizione psicologica od esistenziale.
L'uomo diventa lupo, diventa un essere che soddisfa bisogni animali, non più razionali.
E non è un caso che vediamo quei lupi che mangiano il loro cucciolo, è metafora di tutto il resto.


Tra l'altro è interessantissima la figura del militare.
Lo vediamo uccidere un suo collega perchè stava stuprando una vittima di guerra.
Gesto moralmente nobile (ma, ovviamente, impensabile e comunque criminale).
Poi però questo stesso uomo così legato a dei principi torna a casa sua e in quel buio (non è un caso che la guerra sia vista invece tutta luminosissima) uccide qualsiasi persona gli si pari davanti, molta innocente.
Come se quel luogo fosse magico, maledetto, e facesse piombare tutti nelle tenebre. Anche in questo senso possiamo leggere quelle maschere che mettono lui e lei.
In realtà ho avuto anche una strana sensazione, ovvero che i due siano fratelli (uno glielo dice quasi, "siete uguali", e mi sembra che la foto da piccoli li ritragga insieme) e che quello sia stato un figlio incestuoso. Il che rende il film meno simbolico e più pratico, ma neanche poi così tanto visto che se anche il "cosa" fosse quello il "come" è comunque stranissimo (vedi lei che scappa, lui che la trova, si rimettono insieme e vanno a prendere il figlio).
Ma questo è anche un film di padri e figli, il militare e la donna e il loro figlio morto, l'amico del militare e il suo figlio morto, il poliziotto e la moglie partoriente, lo scrittore e la figlia che non vede da 15 anni.
Paradossalmente nel finale sia lo scrittore che la coppia ritroveranno, in qualche modo, i propri figli.
Uscendo dai significati questo è un film girato benissimo, con una location, come detto, bellissima (per metà della durata sembra, anche per trama, un Wind River), con delle scene d'azione notevoli (il massacro con la mitragliatrice, bellissimo anche se pochissimo credibile), con un'infinità di spunti offerti e bravissimi attori (oh, lei quest'anno la sto beccando ovunque, quarto film che vedo suo, incredibile).
Ad un certo punto - come poteva mancare? - c'è anche il grande amico di Saulnier, Macon Blair, presente in tutti i suoi film (ovviamente ammazzano subito anche lui, come del resto l'anziana del villaggio o il cacciatore del motel, tutti muoiono all'istante).
(ah, tra l'altro tutti hanno armi, tutti eh, anche queste must di Saulnier)
Devo dire che invece il personaggio dello scrittore non l'ho amato particolarmente, troppo caricato nella sua malinconia, troppo inerme, tanto che ho avuto quasi il sospetto che più che personaggio "agente" lui faccia le nostre veci, ovvero di spettatore di un mondo oscuro e misterioso.
In definitiva Hold the Dark aveva tutte le caratteristiche per essere un film adatto a me ma non è riuscito a convincermi fino in fondo.
Tra l'altro è troppo lungo per quello che accade.
Film di demoni (psicologici, reali o atavici) di cacce (alla fine tutti cacciano tutti, lupi o uomini che siano), di morte, di padri e di figli.
Sì, ma la scintilla non è scattata

6 commenti:

  1. mamma, la tua rece non mi aiuta a ricordare quello che avevo visto
    di certo è un film che rimane più a freddo che a "caldo"

    così ne avevo scritto

    Saulnier l'ho scoperto prima con BLUE Ruin e poi con GREEN Room, a questo punto al prossimo titolo mi aspetto qualcosa con PORPORA o GOLD. Va be... a parte l'inutile battuta, piuttosto triste, veniamo al film. Saulnier si conferma un maestro nel tenere alta la tensione e spingere sull'accelleratore quando gira scene violente e un po' splatter, ma nei suoi lavori la sceneggiatura rimane ancora ai margini. "Hold The Dark" è un prodotto davvero ben realizzato, si avvale di ottime buie atmosfere (siamo ai margini del mondo civilizzato nell'alta Alaska, nella stagione invernale), di interpretazioni con i controcaz.... ehm molto efficaci (soprattutto uno spietatissimo Alexander Skarsgård), di una colonna sonora mai invasiva ma presente e di Saulnier alla regia. Se i fatti fossero un tantino più spiegati, se le tracce per dare un senso fossero più visibili, se avessimo una trama da seguire, saremmo davanti ad un gioiello da consigliare. Invece ... , invece finita la visione rimane il dubbio su cosa si è visto, sul senso di quello che è stato, sul finale interpretabile.

    VOTO ***+
    #mieprimevisioni2019

    SPOILER

    Avevo intuito che lupo lui e lupa lei fossero fratelli e quindi avessero un rapporto incestuoso, ma perchè tenerlo così sotto traccia? e il tema del confine tra civiltà e leggi della natura e la sopravvivenza (mangiano il cucciolo per salvare il branco)?
    boh Saulnier per fare il gran passo deve rivedere le sceneggiature

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    1. d'accordo su tutto, commenti molto simili

      sì, in effetti la metafora "uccidere il proprio figlio per salvare il branco" da parte degli uomini non l'ho capita

      o in quella specie di "setta" loro figlio magari era tipo un errore da sopprimere, boh

      in realtà credo che tanta della forza di Saulnier sia proprio nelle sceneggiature. Ma proprio per il motivo per cui poi possiamo attaccarle, ovvero l'essere così particolari e non canoniche

      però qua, boh, dovrei rivederlo, anche a me sembra che si sia lavorato troppo di sottrazione

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  2. Blue Ruin era stato folgorante, Green Room ammetto di non averlo ancora visto e di Hold The Dark, nonostante tutto quello che scrivi, sono curiosa, quindi cercherò comunque di trovare il tempo per guardarlo.

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    1. no, ma va assolutamente visto eh ;)

      poi mi dirai ;)

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  3. Nel frattempo ho visto Green Room :)

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