30.11.19

Torino Film Festival 2019 - recensioni "El Hoyo" (the platform) - "When the day had no name" - "Greener Grass"

Altri 3 film visti al Festival e, anche in questa seconda giornata, uno è grandissimo.
E' lo spagnolo El Hoyo, opera prima che sembra distopica, sembra terribile, ma in realtà nasconde forse dentro l'unica chiave di speranza per la nostra specie.
Una piattaforma di cemento, due persone per stanza, centinaia di stanze in un edificio che sembra l'Inferno di Dante.
Una tavola imbandita di cibo che parte dal Piano 0 e poi va sempre più giù.
In fondo non arriva niente, solo pochi avanzi nei piani intermedi poi più nulla negli ultimi.
Un trattato sociopolitico fatto film che, forse, va anche oltre, sfociando in un piano esistenziale.

Il secondo è un piccolo film macedone che prende spunto da un fatto reale, 4 adolescenti uccisi a pesca in un lago.
La loro ultima giornata, fatta di cazzeggi, liti, amori, errori e fatalità.
Leggermente noioso all'inizio, molto bello poi

Il terzo è un film comico e surreale che mischia i Monty Python e il nostro Maccio Capatonda.
Dialoghi impossibili, situazioni surreali, eventi senza senso nella cornice di un quartiere finto e colorato identico a quello di Edward Mani di Forbice.
Si ride più volte di gusto, non mancano gli spunti geniali ma alla lunga questa è un tipo di comicità che rischia di annoiare per un'ora e mezzo di fila, più adatta a sketch che ad una debolissima sceneggiatura come quella del film.
Un possibile cult (o guilty pleasure)  



PRESENTI SPOILER

Film pazzesco, un trattato di sociopolitica fatto film.
Un grido d'aiuto, una spietata fotografia dell'Uomo ma anche un'opera che, come quella Panna Cotta, vuole essere un Messaggio, un messaggio di Speranza.
Un uomo si sveglia in una stanza di cemento che ha ai lati solo due letti, il suo e di un'altra persona.
In mezzo a loro un grande buco, sopra di loro un altro grande buco.
Si scopre che l'edificio è un'infinita piattaforma di stanze tutte uguali, solo cemento, cemento e due letti.
Non si sa quante siano, forse 200.
Quello che è sicuro, e il vecchio in stanza con il nostro protagonista glielo dice subito, è che chi è in cima è fortunato, chi sta in fondo difficilmente sopravviverà. 
Questo perchè in queste stanze arriva sempre una piattaforma, una piattaforma che parte dal piano 0 imbandita di ogni bendidìo, tutto il miglior cibo che si possa chiedere preparato da un ristorante stellato (letteralmente, sopra il piano 0 c'è un ristorante di lusso con 50 persone a lavorarci) e poi più scende più il cibo diminuisce, mangiato dalle varie coppie che stanno in ogni piano.
Al piano 48, quello dove parte l'incubo del nostro protagonista, ci sono ancora molti avanzi da mangiare, già al 100 praticamente non arriva nulla.
Ogni persona che viene mandata (o che decide di andare volontariamente) ne El Hoyo (La Fossa) può portare con sè un solo oggetto. Quasi tutti portano armi per difendersi e, semmai, uccidere (stai in ogni stanza un mese e se sei nei piani bassi diventa impossibile un mese senza mangiare qualcosa o qualcuno).
Il nostro protagonista, invece, porta un libro, il Don Chischiotte.
Del resto lui a Chisciotte somiglia davvero e lo stesso film può somigliare a un incredibile viaggio attraverso una follia che combatte l'impossibile.
Il film ha una sceneggiatura incredibile, una serie di dialoghi semplicemente perfetti.
Mischia tensione, ironia (tanta ironia, tanto che si ride di gusto più volte), violenza, riflessione, mistero, avvalendosi poi di attori veramente notevoli (il vecchio pazzesco per me).
Siamo in un'ambientazione che ricorda tantissimo l'Inferno di Dante (forse quella stanza 333 laggiù in fondo è un omaggio al canto 33imo, o forse è semplicemente la metà di 666).
Ma siccome ho pochissimo tempo non posso scrivere di tante, tante, tante cose.
E devo passare direttamente alla lettura del film, per un film che è simbolo dalla prima all'ultima inquadratura.
Cosa rappresenta El Hoyo?
Ecco, credo sia la nostra Terra, è evidente.
In cima, sopra il piano 0, quel fantastico banchetto che viene preparato rappresenta tutte le ricchezze del nostro pianeta.
Tanto che, in una lettura religiosa del film, potremmo anche vedere quello chef stellato come Dio, come colui che ci ha regalato il mondo in cui viviamo e tutte le necessità per viverci al meglio.
Il problema è che tutta questa ricchezza (perfetto che sia stato usato il cibo come simbolo) viene goduta solo dai più potenti, dai più fortunati.
Non solo sono gli unici a goderne ma sono così sprezzanti e indifferenti a chi sta sotto da sprecare quel cibo, camminarci sopra, distruggerlo (la scena del banchetto al piano 1 è da brividi, la più simbolica di tutte).
Più si va in basso meno cibo e ricchezza resterà e quella che resta molto spesso è deturpata, distrutta.
Ma il film va oltre la semplice denuncia sociale (paesi ricchi e paesi poveri, uomini ricchi e uomini poveri) arrivando a parlare, molto più in generale, dell'Esistenza.
E' per questo che ogni mese i condannati della Fossa cambiano stanza, potendosi ritrovare in un amen dalla 8 alla 132. Perchè nella nostra vita ogni giorno possiamo passare dal ritrovarci dall'essere fortunati a sfortunati.
E viceversa.
E anche il fatto di come alcuni ci vengano mandati e altri ci vadano volontariamente è emblematico.
Ed ecco allora che la coscienza di questo dovrebbe portarci a superare il nostro egoismo e iniziare a ragionare come mondo, come collettività.
Se ognuno si prendesse il suo tutti potremmo avere qualcosa, tutti potremmo avere vite dignitose.
Attenzione, la kafkiana Amministrazione del film, quella che ha creato La Fossa e che manda le persone nelle varie stanze, per tutto il film ci sembra come un qualcosa di terribile.
E invece no, e invece questa Fossa è un disperato aiuto all'Uomo, un tentativo di farlo elevare, ragionare, capire.
Il far cambiare stanza è un modo che l'Amministrazione dà a tutti per permetterci di conoscere l'estrema ricchezza e la disumana povertà, così da sperare in una nostra comprensione.
Non è un caso che se "rubi" un cibo poi ti fanno morire di caldo o freddo. Perchè in realtà l'Amministrazione, pur usando metodi inumani (forse gli unici possibili) vuole proprio insegnarci a pensare agli altri.
Molti non capiranno, i potenti continueranno ad abusare del loro potere e gli ultimi continueranno a morire senza potere cambiare nulla.
La speranza non è tanto che quelli del Piano 1 capiscano ma che TUTTI lo facciano.
Il personaggio del "trans" (se non lo è mi scuso) crede che con la parola, dialogando, il mondo possa raggiungere la Solidarietà Collettiva.
Scoprirà invece che serve fermezza, violenza, autorità per farlo.
Anche minacce.
La splendida scena del "se non razionate il cibo la prossima volta vi ci cago dentro" spiega come possiamo sempre avere autorità su chi è sotto di noi ma che invece non possiamo far nulla con chi sta sopra ("non posso cagare in su").
Ma tutto EL Hoyo, in ogni scena, è metafora.
Ci sono uomini che si sacrificano per il prossimo (la trans che si uccide per dare da mangiare a lui), altri che tentano di dialogare, altri che uccidono perchè ormai disperati, altri che lo fanno per egoismo, altri che tentano rivoluzioni, altri che provano a salire, altri che preferiscono suicidarsi.
Ma sono quasi sempre azioni personali, belle o inumane che siano.
E invece l'unica speranza sta in una coscienza collettiva, in un cambiamento di tutti.
E per far capire che noi siamo diversi, che abbiamo capito, che sappiano godere e rispettare di tutto quello che il mondo ci offre, c'è un solo modo, mandare un messaggio lassù, dove tutto inizia.
Si pensa che quel messaggio sia la Panna Cotta, sia un piatto ancora integro e perfetto da dover mandare su.
E invece no, e invece quella Panna Cotta deve essere portata giù, fino in fondo, ed essere data da mangiare a una bambina.
Solo così, solo non distruggendo tutto quello che abbiamo, solo preservando qualcosa abbiamo ancora una speranza. 
Solo iniziando a comprendere che stiamo distruggendo tutto, che pochi hanno tantissimo e moltissimi non hanno niente, possiamo avere un futuro.
E quel Futuro, quella bambina, può tornare su, alla luce del sole, alla Vita


Piccolo film macedone di una regista cui il festival, se non sbaglio, ha dedicato una retrospettiva.
Il film prende spunto da un fatto di cronaca, 4 adolescenti uccisi mentre pescavano in un lago vicino Skopje, in Macedonia.
Ma le scritte a inizio film ci dicono subito che il film NON riguarderà questi 4 ragazzi, il che mette lo spettatore molto in confusione anche perchè, poi, il film parlerà veramente dell'ultima giornata passata insieme da alcuni adolescenti poi trucidati in una spiaggia.
Uno spettatore attento noterà che i 4 colpi che si sentono nel prologo sono di giorno, mentre l'omicidio finale avviene di notte, questo ancora di più a rimarcarci come il film voglia distaccarsi dal fatto di cronaca reale.
Le possibilità sono due.
O che il film non aveva i diritti (magari negati dalle famiglie) per parlare di quei 4 ragazzi oppure che, un pò come in Dark Night, il film americano sulla strage al cinema Aurora, la regista abbia voluto "universalizzare" la vicenda facendo vedere come ogni giorno la morte possa venire, quasi per caso, a trovarci.
Di sicuro ambienta la storia nella stessa zona e nello stello lago (ho riconosciuto la prima inquadratura del film) della vicenda "reale" (i 4 spari del prologo).
Che dire, film in unità di tempo, una sola giornata, che racconta la vita di un gruppo di adolescenti macedoni, in uno scenario perlopiù poverissimo e squallido (anche se uno dei 6 è molto ricco).
Cazzeggi, piccole risse con coetanei albanesi, storie d'amore, piccoli e grandi problemi famigliari.
Per buoni 40 minuti il film è al limite del documentario, succede quasi nulla e ho notato una naturalezza recitativa al limite dell'improvvisazione.
Però, francamente, mi stavo annoiando molto.
Poi a metà film c'è una scena lunghissima, al limite del surreale, dei 6 ragazzi che vanno a far sesso con una giovanissima prostituta, uno per volta.
Per buoni 20 minuti siamo lì con loro, fuori dalla porta della giovane, in un palazzo sporco, fatiscente e squallido.
Poi avviene una scena violentissima e da lì il film parte con un'ultima mezz'ora davvero bella.
Spicca su tutti un personaggio tenerissimo e quasi tragico, il fratello handicappato, davvero un ragazzo straordinario.
Il film racconta di quanto possa essere improvviso e devastante il male, sia in quello stupro sia in quel finale (i ragazzi sono stati probabilmente uccisi da quelli offesi alla stazione di servizio).
Una giornata stupida, come le altre, che per colpa di due casualità, due stupidaggini, finirà in tragedia.
E il messaggio che la regista ci vuole dare diventa ancora più sconfortante e rassegnato, visto che l'unico che si salverà è proprio il "mostro", il ragazzo dello stupro.
Bello

7



Vi piace il non sense?
Quella comicità esasperata che si basa tutta su cose assurde, esagerazioni, avvenimenti senza alcun senso, dialoghi surreali?
Ecco, allora adorerete Greener Grass.
Tanto Monty Python, un pizzico di Premiata Ditta, molto Maccio Capatonda.
Siamo in un quartiere che sembra pari pari quello di Edward Mani di Forbice.
Stessi colori, stesse palazzine, stessi giardinetti, stesse acconciature, stesse dinamiche.
Casalinghe colorate dalle case impeccabili, che parlano di niente e vanno in giro con le Golf Car (non c'è nemmeno una sola automobile in tutto il film).
Ma in questa cornice c'è un film dove avvengono avvenimenti senza alcuna logica, come madri che senza motivo regalano i propri figli alle altre, mogli che baciano mariti di altre senza accorgersene, figli che si buttano in piscina e ne escono fuori cani (letteralmente, un bambino diventa un cane senza che nessuna dica niente), mariti ossessionati dall'acqua della propria piscina tanto da bere solo quella, pubblicità che, come dicevo sopra, sembrano fatte da Maccio (fantastiche tutte, da quelle sugli omogenizzati naturali ai bambini con coltelli ai pelati con bouquet), dialoghi privi di logica ("sei una scuola!" dice il figlio alla madre), donne che prendono un pallone da calcio, se lo infilano sotto il vestito e dicono di essere incinte (con tutti che le credono).
E tanto altro ancora.
All'inizio si ride di gusto, poi il film diventa molto divertente, poi si ride un pochino meno e alla fine c'è il rischio che questo tipo di comicità inizi a stancare, forse più adatta a degli sketch che ad una sceneggiatura lunga.
Fotograficamente il film è notevole, colori incredibili e luci sparate (ah, che bello il prologo col bimbo e la partita di calcio) e c'è nemmeno troppo latente anche una fortissima satira verso certi ambienti, così superficiali, finti e legati all'immagine da perdere completamente il senso reale delle cose.
Però il giochino, come detto, alla lunga rischia di stancare e la piccola trama che si è messa su regge pochissimo.
Insomma, un possibile guilty pleasure che, però, sarà letteralmente odiato da chi non ama un certo tipo di comicità

7


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