25.11.19

Torino Film Festival 2019 - Recensioni: "Bina" (The Antenna) - "Algunas Bestias" - "The Barefoot Emperor" -di Riccardo Simoncini

Ed eccoci alle prime tre recensioni che arrivano da questa edizione del TFF di Torino.
Le scrive per noi il solito Riccardo Simoncini

BINA/THE ANTENNA (di Orçun Behram)
After Hours



Il cinema horror contemporaneo (quello che si potrebbe definire, riduttivamente, autoriale) ci ha ormai abituato a trascendere l’idea (e l’approccio) classico di orrore. Trovando nelle simbologie e nelle metafore, non solo un espediente di arricchimento cinematografico, ma considerandole come vero e proprio primum movens narrativo. Questo implica ricercare una paura che non è più solo a fine a se stessa (e a ciò che esplicitamente si vede sullo schermo), ma che allude ad altro, ad una condizione orrorifica in senso lato che risulta inaspettata e multiforme.
Da queste premesse si sviluppa quest’opera prima turca, che, con chiari riferimenti, allude proprio al Paese in cui è stata prodotta. In effetti, il film convince solo nella misura in cui lavora su questo piano metaforico e risulta, al contrario, totalmente inverosimile nei momenti in cui si affida eccessivamente agli stilemi classici (e abusati) dell’horror. In un contesto dagli imprecisati caratteri distopici, che cita, senza nasconderlo, Cronenberg e Gilliam, degli strani ed inquietanti eventi si susseguono in un climax di tensione all’interno di un unico condominio, dal momento in cui il Governo ha predisposto l’installazione, in tutto il paese, di antenne per la ricezione di messaggi televisivi. Così quel microcosmo condominiale, che pare essere totalmente isolato dal mondo, dovrebbe (finalmente) essere connesso a ciò che lo circonda, entrando a far parte di una realtà mediatica sovraindividuale. Ma è quel singolo condominio quello su cui si concentra il regista (per quanto intuiamo che situazioni analoghe stiano accadendo anche nel resto del Paese). E dunque, come nel recente coreano Parasite, lo spazio e l’ambiente diventano i veri e propri protagonisti. Si transita velocemente dalle vicende di un condomino ad un altro, ognuno stretto e limitato nelle sue (apparenti) sicure mura. Come un uccellino chiuso in gabbia, che se solo provasse ad uscire, rischierebbe la vita, di essere ferito o peggio ucciso. Tutti vivono dunque esistenze abitudinarie, ripetitive, e che, per questo, credono imperturbabili finché rimangono nel loro privato appartamento. Ma qualcosa di inquietante (ed allarmante) sta arrivando. Ed è un fluido nero, denso, appiccicoso, che si insinua nelle fessure, nei buchi, nelle tubature, supera ed invade quelle barriere che tutti credevano invalicabili. Tutto da quando quell’antenna è stata installata sul tetto, da quando quel progetto mediatico di unione è stato reso effettivo. Così, in poco tempo, le vite di persone isolate e sole si trovano ad essere mostruosamente connesse. Perché questo vuole il Governo. Riunire, connettere, invadere il privato ed annullare vite che forse erano già quasi del tutto nulle. Quell’inquietante fluido nero scorrerà nelle vene del palazzo, come se lo stesse materialmente vitalizzando, plasmandone la forma, individuando nella carne un cuore ed una mente. È un essere che pulsa, sospira, parla in un'unica voce, figlia della somma e della quantità di individui ed oggetti moltiplicati e ripetuti  per se stessi, privati della qualità e della loro unicità.  
Ma ad affrontare questi assurdi (e, soprattutto nel finale, surreali) avvenimenti vi sarà il custode dell’edificio, Mehmet, un giovane dai tratti kafkiani (che tanto ricorda il Jesse Eisenberg del meraviglioso The Double) che tutto controlla, con i suoi grandi occhi strabuzzati, dai vetri dell’angusto casolare affacciato sul condominio. Data la sua funzione nel microcosmo edificato, egli rappresenta un vero e proprio osservatore del cambiamento, esterno al “corpo”principale, e per questo forse l’unico in grado di esplorare (per poi contrastare) un mostro mediatico ormai imminente.

ALGUNAS BESTIAS (di Jorge Riquelme Serrano)
Concorso Torino37



Man mano che la tecnologia avanza e vengono sviluppati nuovi strumenti per facilitare (se non addirittura per sostituire) l’azione manuale umana, si insinua, nel pensiero collettivo, un’incondizionata fascinazione nei confronti di tutto ciò che è antico e passato. “L’uomo contemporaneo cerca il primitivo.” E più è ricco, più segue questa formula. Più l’eccesso materiale lo pervade, più egli cerca (spesso) l’assenza e l’isolamento. Così una piccola isoletta desolata in mezzo alla costa Sud del Cile potrebbe diventare in futuro un resort. Una realtà redditizia economicamente, alimentata, come si diceva, da quell’uomo contemporaneo che ricerca l’essenza primordiale. Un paradiso perduto, dove le persone possano abbandonarsi totalmente alla natura. E proprio a tal fine, tre generazioni di una famiglia borghese si incontrano proprio su quell’isola. Una richiesta di soldi, per finanziare questo ambizioso progetto imprenditoriale borghese. Ma quel gruppo  familiare costituito da una coppia di mezz’età, i loro genitori e i loro figli adolescenti rivela ben presto intime tensioni ed inquietudini. Sospetti ed ambigui comportamenti che sembrano sottendere altro. Come se qualcosa di imminente e perverso stesse per distruggere ogni forma di equilibrio. Rifacendosi esplicitamente al lento e progressivo senso di inquietudine tipico delle pellicole di Haneke, Algunas Bestias costruisce la sua atmosfera proprio su questo graduale gioco di ruoli dal sapore latino (anche se a volte troppo prevedibile, perché eccessivamente debitore ai precedenti cinematografici del genere). E sarà proprio un gioco di società, Dixit, che tramuterà all’interno del nucleo familiare alcune rivalità, solo apparentemente fittizie, in conflitti reali e fisici. Così quell’isola, lentamente, si rivelerà ben altro che un paradiso terrestre. L’assenza di acqua, elettricità, connessione telefonica e di rete escluderanno infatti quel microcosmo familiare dall’intera civiltà, allontanandoli progressivamente da tutte quelle convenzioni etiche che stanno alla base della naturale convivenza degli individui. Perché ciò che accade sull'isola resterà lì, confinato a quel pezzo di terra circondato totalmente dal mare. Tutti i membri di quella famiglia lasceranno infatti scivolare via il velo morale che ricopre le loro carni materiali. E solo in questa forma, nudi e privi di appigli alla civiltà,  da uomini ritorneranno ad essere animali, bestie. E come suggerisce il titolo, queste sono solo alcune bestie. Chissà quante altre si nasconderanno oltre quell’isola, oltre quella terra, oltre quel mare. Impunite. Come animali randagi.



THE BAREFOOT EMPEROR (di Peter Brosens, Jessica Woodworth)
AfterHours



The Barefoot Emperor è la degna (e più introspettiva, seppur a volte troppo superficiale) continuazione di quello strano e surreale road movie passato tre anni fa ad Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia, "King of the Belgians" (recensito anche qua sul blog) , diretto dalla coppia belga Peter Brosens e Jessica Woodworth (già autori del mistico "La quinta stagione"). Se il primo film conservava i caratteri del road movie, raccontando delle esilaranti (dis)avventure nei Balcani del re belga Nicolas III per tornare in patria a risollevare le sorti del Regno, questo (teorico) sequel lascia spazio soprattutto all’introspezione e alla messinscena statica. Dopo essere, infatti, rimasto ferito in un incidente a Sarajevo, proprio durante la commemorazione dell’omonimo attentato, che segnò lo scoppio della Prima guerra mondiale, il nostro Nicolas III si risveglia in un sanatorio, su una singolare isola croata, conosciuta per essere stata in passato la residenza estiva di Tito. Ed è proprio su questa strana isola dal sapore nazionalista che si compie l’intero film. Come in Algunas Bestias, anche in questo caso, il luogo isolato diventa chiave per escludersi dal mondo ed allontanarsi dalla civiltà, persino dalle proprie identità reali (a tutti i residenti è infatti attribuito il nome di personaggi storici illustri che hanno soggiornato presso il sanatorio). Per questo motivo Nicolas III (o, come lo chiamano sull’isola, “Brezhnev”) rimane all’oscuro, per un primo momento, delle conseguenze che l’incidente di Sarajevo ha portato non solo al suo Regno, ma all’intera Europa. Solo successivamente anche l’attualità politica invaderà tutta l’isola. E così come, infatti, nel 1914 l’attentato contro Francesco Ferdinando aveva condotto allo scoppio della Prima guerra mondiale, provocando di fatto la disgregazione di ogni ordine politico, ora quell’incidente a Sarajevo aveva portato al crollo dell’Unione Europea, annullando allo stesso modo ogni entità sovranazionale. Se, però, appaiono innumerevoli le questioni politiche potenzialmente affrontabili (in misura sicuramente maggiore al più misurato e dunque anche più riuscito “King of the Belgians”), purtroppo il film non riesce ad approfondirle con la dovuta attenzione, fermandosi troppo spesso alla gag e al citazionismo sfrenato.
 Il cammino di guarigione di Nicolas nel sanatorio assumerà dunque un duplice significativo evolutivo: quello fisico, per ristabilire la sua salute fisiologica, e quello politico-umano, che lo condurrà a diventare Imperatore di una nuova Europa, nata dalle ceneri della defunta Unione Europea e risultato di un nuovo equilibrio nazionalista.  Ma se, apparentemente, si può pensare ad un’opera di autodeterminazione del re belga, questa visione ben presto lascia spazio ad un quadro ben più cupo e tenebroso. Perché Nicolas, come nel primo film, non è che uno strumento, un burattino (dal debole carisma), facilmente manipolabile e controllabile da un sistema politico che punta al potere assoluto e al dominio di ogni mezzo e persona, che considera i migranti come prodotti, se non addirittura come rifiuti. Egli non è che una comparsa, un “extra” (ed in effetti il ruolo che inizialmente gli viene assegnato è proprio questo), una bambola che si può vestire e svestire a piacimento. Un imperatore costituito non per governare, ma per presenziare e comparire. Come su un palco. In uno spettacolo. In una recita.
Solo che a volte si può non seguire il copione. E improvvisare, anche se si era solo comparse.

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